sabato 18 luglio 2026

Disney a Potenza


Il dialetto potentino approda sulle pagine di Topolino. Il numero 3686 del celebre settimanale Disney, in uscita il 15 luglio, è disponibile anche in un’edizione speciale che propone la storia “Zio Paperone e la giornata piena” tradotta nella parlata del capoluogo lucano.
L’iniziativa rientra nel progetto con cui Topolino porta le proprie storie nei dialetti e nelle lingue locali italiane, con l’obiettivo di valorizzare il patrimonio linguistico del Paese attraverso il fumetto.
La traduzione in potentino è stata curata dal linguista Potito Paccione, nell’ambito di un gruppo di lavoro coordinato da Riccardo Regis, professore ordinario di Linguistica italiana all’Università degli Studi di Torino ed esperto di dialettologia italiana. La storia è firmata da Augusto Macchetto, ai testi, e Giampaolo Soldati, ai disegni.
Paccione, eccellente studioso potentino, ha conseguito con lode la Laurea Triennale in Lettere e Filosofia (Curriculum dell’Età Moderna) nel 2014 presso l’Università degli Studi della Basilicata, discutendo una tesi in Glottologia e Linguistica focalizzata sul "Galloitalico potentino tra innovazione e conservazione". Presso lo stesso Ateneo ha proseguito gli studi magistrali in Storia e Civiltà Europee, laureandosi nel 2017 con 110/110 e lode con una tesi sperimentale dal titolo "Le parlate galloitaliche lucane: analisi linguistica dei dialetti di Tito e Potenza in tempo apparente".
Il suo percorso di ricerca sul campo ha inizio nel 2012 attraverso la collaborazione attiva con il Progetto A.L.Ba. (confluito nel 2018 nel CID - Centro Internazionale di Dialettologia), per il quale ha operato come raccoglitore di dati linguistici per il III e il IV volume dell’Atlante Linguistico della Basilicata. Parallelamente alle attività di ricerca, ha svolto un ruolo chiave nella segreteria organizzativa di prestigiosi Convegni e delle Scuole Internazionali di Dialettologia. Attualmente prosegue la sua attività scientifica in qualità di Assegnista di ricerca post-lauream presso il CID ed è Dottorando di ricerca presso l'Università degli Studi "Guglielmo Marconi" di Roma, specializzandosi nello studio e nella salvaguardia del patrimonio linguistico e dialettale lucano.



giovedì 16 luglio 2026

Orazio. 6. L'ode a Lidia tradotta da Cesare Pavese


(Carmina, I 25)

Più di rado i giovanotti audaci vengono a batterti di molti colpi le finestre serrate: essi non ti rompono più i sonni e la porta che prima si muoveva di continuo sui cardini agevoli ora s’è innamorata della soglia. Odi sempre più di rado ormai dirti: «Lidia, le lunghe notti, mentr’io muoio per te, dormi tu?»

Verrà il tempo che, vecchia da pochi soldi, rimpiangerai i tuoi protervi amanti in un angiporto solitario più rumoroso del vento Tracio durante l’interlunio. Allora l’amore ardente e la libidine, che suole infuriare le cavalle, t’infierirà intorno al fegato piagato. E ancora, ti lamenterai che i giovani lieti godano del mirto e dell’edera pallida più che della scura, e che donino all’Euro, compagno dell’inverno, le foglie disseccate.

giovedì 25 giugno 2026

Personaggi. 35. Ernesto De Martino tra storia e magia

Ernesto De Martino, seppure non lucano, risulta notevolmente legato alla Basilicata nella sua "spedizione" dal 30 settembre al 31 ottobre 1952 e poi, più volte, fino al 1956. Egli nacque a Napoli nel 1908, da padre ingegnere delle ferrovie e madre maestra elementare. Frequentò il ginnasio a Firenze e il liceo (classico nella sezione moderna, senza il greco, sostituito dal tedesco) a Napoli. Dopo aver frequentato per un anno la facoltà di ingegneria a Torino, studiò filosofia a Napoli dal 1929. Nel 1930 incontrò Vittorio Macchioro, archeologo, storico delle religioni e studioso dell'orfismo. Prestò servizio militare come allievo ufficiale riuscendo nel contempo a proseguire gli studi. 

Dopo la laurea in lettere all'Università di Napoli nel 1932, con una tesi in storia delle religioni sotto la direzione di Adolfo Omodeo, si interessò alle discipline etnologiche. Si iscrisse ai GUF e alla Milizia Universitaria, collaborando a L'Universale di Berto Ricci e facendo circolare in una cerchia ristretta di collaboratori un Saggio sulla religione civile poi rimasto inedito. Alla caduta del regime nel luglio del 1943, De Martino, che aveva intanto maturato forti sentimenti antifascisti, si trovava con la famiglia a Cotignola, nella bassa Romagna e partecipò da rifugiato alla Resistenza, dapprima in provincia di Ravenna poi a Forlì, dove rappresentò il Partito italiano del lavoro alle riunioni del CLN.

Nel 1935 aveva sposato Anna Macchioro, la figlia di Vittorio, con cui ebbe due figlie, Lia e Vera. La relazione con Anna Macchioro entrò definitivamente in crisi nel 1947, quando, durante il suo insegnamento in un istituto magistrale di Bari, conobbe e si legò ad una sua allieva, Vittoria De Palma, che diventò la sua nuova compagna e preziosa collaboratrice. In Puglia ricoprì anche ruoli di responsabilità nel PSI, a Bari e nel Salento.

De Martino fu collaboratore di Raffaele Pettazzoni all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", nell'ambito della Scuola romana di Storia delle religioni. Come ordinario di Storia delle religioni e di Etnologia, dal dicembre 1958 fino alla morte insegnò all'Università di Cagliari.

Pubblicato nel 1959, Sud e Magia è un'opera fondamentale dell'antropologia italiana che analizza il profondo legame tra la cultura popolare del Mezzogiorno – in particolare della Basilicata degli anni Cinquanta – e le pratiche magico-religiose, rifiutando di liquidare queste ultime come semplice ignoranza o superstizione da folklore. 

Al cuore del saggio si trova il concetto teorico di "crisi della presenza", ovvero il rischio costante che l'individuo sperimenta, in contesti di estrema miseria, isolamento e precarietà materiale, di perdere la propria coscienza di soggetto attivo e la capacità di dare un senso alla realtà di fronte a traumi, malattie o forze naturali avverse. La magia si configura quindi come un vero e proprio dispositivo di protezione culturale e psicologica, un ammortizzatore sociale capace di sottrarre l'essere umano dall'angoscia dell'indeterminato; attraverso rituali precisi come la guarigione dall'affascino (la fascinazione o malocchio) o le pratiche contro le fatture, il caos interiore viene incanalato in forme definite, permettendo al soggetto di agire e riscattarsi. De Martino descrive minuziosamente questo mondo arcaico esaminando i rituali protettivi legati alla nascita e all'infanzia, le formule per allontanare i temporali che minacciavano i raccolti e il sincretismo con il cattolicesimo ufficiale, dove santi e liturgie cristiane vengono costantemente assimilati e piegati a fini magici e utilitaristici per la sopravvivenza quotidiana. Nella seconda parte del volume, l'autore adotta una prospettiva storica più ampia, indagando i motivi per cui la razionalità moderna e l'Illuminismo, pur avendo influenzato le élite colte delle città come Napoli, non siano mai riusciti a penetrare nel mondo rurale delle province meridionali; la persistenza del magismo viene così ricondotta al fallimento storico delle classi dirigenti e dello Stato, che hanno lasciato le masse contadine in una condizione di totale subalternità economica e sociale. 

Oltre a Sud e magia (1959), ricordiamo: Naturalismo e storicismo nell’etnologia (1941), Il mondo magico (1948), Morte e pianto rituale nel mondo antico (1958), La terra del rimorso (1961), Furore simbolo valore (1962) e, postumi, La fine del mondo (1977) e Storia e metastoria (1995).

Morì a Roma il 6 maggio 1965.

FONTE: https://it.wikipedia.org/wiki/Ernesto_de_Martino (con tagli)

APPROFONDIMENTI:

Ernesto De Martino tra magia e storia (podcast Rai)

giovedì 11 giugno 2026

La Basilicata moderna. 45. La situazione geo-economica nel 1860

 

FONTE: G. DE LUCA, Il reame delle due Sicilie: descrizione geografica, storica, amministrativa, Napoli, Stabilimento Tipografico dei Classici Italiani, 1860, pp. 320-321.

giovedì 14 maggio 2026

lunedì 11 maggio 2026

Chi sono, dopo 13 anni

Sono uno storico e docente italiano, nato a Potenza nel 1975.  

Dopo gli studi in Lettere Classiche, completati nel 1999, mi sono impegnato nello studio delle dinamiche identitarie, politiche e culturali del Mezzogiorno d’Italia tra età moderna e contemporanea. Il mio percorso di ricerca nasce dall’interesse per il rapporto tra memoria storica, costruzione delle identità locali e rappresentazione del passato, con particolare attenzione al Regno di Napoli e alla storia della Basilicata.

Mi sono formato nell’ambito della storia dell’Europa mediterranea presso l’Università degli Studi della Basilicata, dove ho conseguito il titolo di Dottore di Ricerca. Successivamente ho svolto attività di ricerca post-dottorale, approfondendo, sotto la direzione scientifica del prof. Antonio Lerra, il tema dell’uso e della funzione dell’antico nelle storie locali del Mezzogiorno moderno. Questo percorso mi ha portato a concentrarmi sul modo in cui le comunità meridionali, tra XVI e XVIII secolo, abbiano costruito la propria memoria storica e la propria identità attraverso miti civici, genealogie e narrazioni delle origini.

Ho insegnato come docente a contratto presso l’Università della Basilicata, occupandomi di Storia Moderna e di Storia dell’Europa Mediterranea dal 2008 al 2020, e parallelamente ho svolto attività editoriale e scientifica come segretario di redazione del «Bollettino Storico della Basilicata», rivista ufficiale della Deputazione di Storia Patria per la Lucania.

Nel corso degli anni i miei studi si sono sviluppati lungo diversi filoni di ricerca. Mi sono occupato della costruzione dell’identità storica del Mezzogiorno in età moderna, tema confluito nel volume Identità svelate. La parabola dell’antico nelle storie locali del Mezzogiorno moderno (2018), nel quale ho analizzato il rapporto tra erudizione, memoria civica e legittimazione politica nelle storie locali meridionali.

Un altro ambito centrale della mia ricerca riguarda il Risorgimento lucano e i movimenti insurrezionali del 1860. In particolare ho approfondito il passaggio dall’evento storico alla sua successiva costruzione mitica e storiografica, tema affrontato nel volume Quelli che credettero (2023), dedicato ai protagonisti e all’immaginario politico del processo unitario in Basilicata.

Mi sono inoltre interessato al riformismo borbonico del XVIII secolo e all’impatto delle politiche di Carlo III di Spagna sul territorio lucano, studiando le tensioni tra spinte modernizzatrici, trasformazioni amministrative e resistenze locali.

Accanto alla ricerca scientifica, considero fondamentale il lavoro di divulgazione e di Public History. Credo profondamente nella necessità di costruire un dialogo continuo tra scuola, università e società civile, affinché la storia possa diventare uno strumento di consapevolezza critica e di cittadinanza culturale. Per questo ho collaborato con istituzioni culturali, associazioni, musei e piattaforme digitali, lavorando anche nell’ambito della formazione dei docenti.

La mia esperienza nell’insegnamento si è sviluppata inizialmente presso il Liceo Carlo Pisacane, dove ho maturato un approccio didattico fortemente orientato all’interdisciplinarità tra storia, geostoria e latino. Successivamente ho insegnato presso l’IIS Giustino Fortunato, esperienza che ha ulteriormente consolidato il mio interesse per la sperimentazione metodologica e per la didattica della storia. Attualmente insegno presso il Liceo delle Scienze Umane Rosa-Gianturco, dove continuo a integrare l’attività di ricerca con l’innovazione didattica e la progettazione culturale.

Negli ultimi quattro anni mi sono dedicato con particolare attenzione alla didattica breve e digitale, sviluppando contenuti divulgativi attraverso Facebook mediante una pagina dedicata all’interazione tra mappe concettuali e intelligenza artificiale. Il progetto nasce dall’idea che le nuove tecnologie possano diventare strumenti efficaci per rendere più accessibile e dinamico l’apprendimento, senza rinunciare al rigore scientifico e alla profondità dell’analisi storica.

Attraverso ricerca, insegnamento e divulgazione sul free press "Controsenso", continuo a lavorare sul rapporto tra memoria, identità e territorio, convinto che la conoscenza storica rappresenti ancora oggi uno degli strumenti più importanti per comprendere il presente e formare cittadini consapevoli.

giovedì 23 aprile 2026

Paesi lucani. 71. Teana a fine Settecento

 

FONTE: L. GIUSTIANI, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, s.e., 1805, t. IX, p. 143.

martedì 21 aprile 2026

Storia, memoria e diritto internazionale umanitario: il professor Giovanni Codovini ospite del Liceo Rosa-Gianturco di Potenza

Un incontro straordinario ha animato le aule del Liceo delle Scienze Umane Rosa-Gianturco: lo storico e saggista Giovanni Codovini ha guidato le classi quinte in un viaggio attraverso la memoria, il diritto internazionale e i conflitti del presente. Una giornata che ha dimostrato, ancora una volta, come la storia non sia mai solo passato.

Il Liceo potentino ha avuto il privilegio di ospitare il professor Giovanni Codovini, storico, saggista e formatore di fama nazionale. 

A introdurre l'ospite, in un incontro moderato dal prof. Domenico Venezia, è stata la prof. Piera Pistone, che ha portato anche il saluto del Dirigente Scolastico, il professor Mario Lanzi, impossibilitato a essere presente perché impegnato in questi giorni in un progetto Erasmus+ in Ungheria — ulteriore testimonianza del respiro internazionale che caratterizza il nostro istituto.

Giovanni Codovini è uno dei nomi più noti nel panorama della didattica della storia in Italia. Coautore, insieme ad Antonio Desideri, del manuale "Storia e Storiografia — Per la scuola del terzo millennio", adottato in migliaia di licei su tutto il territorio nazionale, Codovini non si è mai limitato al solo mondo dell'editoria scolastica. La sua produzione comprende saggi accademici di grande profondità, tra cui studi approfonditi sulla geopolitica del conflitto arabo-israeliano-palestinese, pubblicati con Mondadori Bruno, che testimoniano un'attenzione costante ai grandi nodi irrisolti della storia contemporanea e alle loro radici profonde.

È inoltre formatore attivo per i docenti della scuola secondaria di secondo grado, collaborando con le principali case editrici del settore. Per Codovini, insegnare bene la storia non è soltanto una questione metodologica: è una responsabilità civile, un atto politico nel senso più alto del termine. La sua convinzione di fondo — che ha animato ogni momento dell'incontro con le quinte — è che la storia non sia una disciplina mnemonica fatta di date da imparare a memoria, ma un metodo, uno strumento vivo e potente per leggere il presente, capire le dinamiche del mondo e formarsi come cittadine consapevoli.

Il professor Codovini ha aperto il suo intervento affrontando un tema fondamentale e spesso trascurato: il rapporto tra storia e memoria, e il concetto di uso pubblico della storia.

Essere storici, ha spiegato, significa prima di tutto essere testimoni del proprio tempo e narratori responsabili di ciò che è accaduto. Ma la narrazione storica non può prescindere dalla memoria: essa stessa — ha sottolineato con forza — è una fonte storica a tutti gli effetti, con le sue potenzialità e i suoi limiti. La memoria è soggettiva, è frammentaria, è attraversata da emozioni, da rimozioni, da interessi. Proprio per questo lo storico ha il compito ineludibile di contestualizzarla, di interrogarla criticamente, di inserirla all'interno di una ricostruzione storiografica rigorosa.

In questo quadro si inserisce il concetto di public history — la storia pubblica, introdotta dal prof. Antonio D'Andria — ovvero quella dimensione della ricerca e della divulgazione storica che si rivolge non solo agli specialisti ma alla società nel suo insieme: musei, documentari, romanzi storici, social media, commemorazioni. Uno spazio sempre più ampio e sempre più esposto al rischio di manipolazione, semplificazione e strumentalizzazione politica. Il compito dello storico serio, ha detto Codovini, è presidiare questo spazio con rigore e con coraggio.

Il nucleo centrale e più atteso dell'incontro ha riguardato uno dei conflitti più dolorosi, controversi e discussi del presente: la guerra a Gaza. Una scelta non casuale, come ha spiegato lo stesso Codovini: il conflitto israelo-palestinese rappresenta un caso storicamente paradossale e umanamente straziante, in cui le vittime della più grande persecuzione della storia moderna — gli ebrei, sopravvissuti alla Shoah — si trovano oggi al centro di accuse gravissime da parte della comunità internazionale riguardo all'uso della forza militare contro la popolazione civile palestinese.

Affrontare questo tema con gli studenti non significa prendere partito, ha precisato il professore, ma significa dotarle degli strumenti concettuali e giuridici per comprendere di cosa si stia parlando quando si usano parole come genocidio, crimine di guerra, diritto internazionale umanitario. Parole che circolano ogni giorno sui media e sui social, spesso senza la necessaria precisione.

Per arrivare a comprendere il presente, Codovini ha condotto le classi in un percorso storico-giuridico lucido e ben strutturato, ripercorrendo le tappe fondamentali attraverso cui l'umanità ha tentato — con fatica, contraddizioni e risultati imperfetti — di porre dei limiti alla barbarie della guerra.

Il punto di partenza sono le Convenzioni dell'Aja del 1899 e del 1907, i primi strumenti di diritto internazionale volti a regolamentare i conflitti armati: la tutela dei feriti in battaglia, le restrizioni sull'uso di certe armi, la protezione dei prigionieri. Il principio alla base era rivoluzionario per l'epoca: anche in guerra esiste una soglia di dignità umana che non può essere violata.

La vera svolta, però, arriva con la Seconda guerra mondiale e con i processi di Norimberga, che segnano un discrimine netto nella storia del diritto internazionale. Prima del 1945, il ricorso alla forza armata era sostanzialmente considerato una prerogativa sovrana degli Stati. Dopo Norimberga, per la prima volta nella storia, individui — non solo Stati — vengono giudicati e condannati per crimini commessi in nome di uno Stato. Nascono i concetti di crimine contro l'umanità e di crimine di guerra come categorie giuridiche autonome e universalmente vincolanti.

A questo si aggiunge lo Statuto delle Nazioni Unite, il cui articolo 2, paragrafo 4, sancisce in modo esplicito la non liceità della minaccia e dell'uso della forza nelle relazioni internazionali — un principio cardine che è oggi al centro del dibattito giuridico sull'attuale conflitto a Gaza.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948, a sua volta, diventa fonte del diritto internazionale umanitario introducendo il concetto di gross violations — violazioni gravi e sistematiche dei diritti fondamentali — tra cui il genocidio, l'apartheid, la tortura, le esecuzioni di massa e la schiavitù.

Le Convenzioni di Ginevra completano questo quadro, introducendo il concetto di combattente legittimo e rafforzando in modo cruciale la tutela della popolazione civile, attraverso la cosiddetta clausola Martens  — contenuta nell'articolo 3 comune a tutte le Convenzioni — che impone il rispetto dei principi di umanità anche nelle situazioni non espressamente previste dai trattati.

Uno dei momenti più importanti dell'intervento è stato dedicato alla definizione giuridica di genocidio, termine spesso usato in modo improprio nel dibattito pubblico.

Codovini ha illustrato con precisione come il genocidio trovi la sua definizione giuridica autonoma nell'articolo 6 dello Statuto di Roma del 1998, che istituisce la Corte Penale Internazionale. Secondo questa definizione, il genocidio è classificato come core crime — uno dei crimini più gravi previsti dal diritto internazionale — e si distingue dagli altri crimini di guerra per la presenza di un elemento intenzionale specifico: la volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale.

Questa precisione giuridica non è un dettaglio tecnico: è fondamentale per capire di cosa si stia davvero discutendo quando questo termine viene applicato al conflitto di Gaza, oggetto di procedimenti in corso sia davanti alla Corte Internazionale di Giustizia che alla Corte Penale Internazionale.

Forse il momento più significativo dell'intera giornata è stato quello del dibattito finale. Gli studenti del Rosa-Gianturco non si sono limitati ad ascoltare: hanno dialogato, hanno posto domande, hanno dimostrato una maturità e una consapevolezza che hanno visibilmente colpito lo stesso professor Codovini.



Tra le molte questioni sollevate, una in particolare ha spiccato per profondità: come si fa a sviluppare un autentico senso critico di fronte alla complessità della storia e all'overdose di informazioni — spesso contraddittorie, spesso di parte — che caratterizza il nostro tempo? Una domanda che va ben oltre i confini di una lezione di storia e tocca il cuore della formazione di una cittadina consapevole nel XXI secolo.



Codovini ha risposto con la generosità intellettuale che lo contraddistingue, offrendo riferimenti bibliografici e giuridici precisi ma accessibili, indicando strumenti concreti per orientarsi in un panorama informativo sempre più complesso. Il messaggio finale è stato coerente con tutta la sua impostazione: la storia si studia per capire il presente, e capire il presente è il primo passo per non esserne travolti.

giovedì 9 aprile 2026

Bibliografie essenziali. 47. Burocrazia nella tarda modernità meridionale

M. R. RESCIGNO, All’origine di una burocrazia moderna. Il personale del Ministero delle Finanze nel Mezzogiorno di primo Ottocento, Napoli, Università degli Studi Federico II, Clio Press, 2007; EAD., L’Abruzzo Citeriore: un caso di storia regionale. Amministrazione, élite e società (1806-1815), Milano, Franco Angeli, 2002; EAD., L’articolazione periferica del Ministero delle Finanze nel Mezzogiorno borbonico di primo Ottocento. Il caso di Terra di Lavoro, in «Clio», 40 (2004), pp. 237-260; EAD., La costruzione di un’identità burocratica. Gli impiegati delle imposte indirette di Napoli nel primo Ottocento, in «Le carte e la storia», XII (2006), 1, pp 179-188; B. MANTELLI, Il pubblico impiego nell’economia del Regno di Napoli: retribuzioni, reclutamento e ricambio sociale nell’epoca spagnuola (secc. XVI-XVII), Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, 1986; M. G. MAIORINI, I presidi nel primo periodo borbonico. Dall’amministrazione della giustizia al governo delle province, Napoli, Giannini editore, 1999; G. ALIBERTI, Lo stato postfeudale. Un secolo di potere pubblico nel Mezzogiorno italiano (1806-1910), Napoli, Guida, 1993.


giovedì 26 marzo 2026

Bibliografie essenziali. 46. I Banchi di Napoli

Tra la fine del secolo XVI e il 1640, erano sorti a Napoli ben otto “banchi pubblici”, in seno ad altrettante opere pie, tranne uno: il Monte e Banco della Pietà (1584), il Monte e Banco dei Poveri (1606), il Banco della Santissima Annunziata o Ave Gratia Plena (1587), il Banco di Santa Maria del Popolo (1589), il Banco dello Spirito Santo (1590), il Banco di Sant’Eligio (1592), il Banco di San Giacomo e Vittoria (1597); ultimo in ordine di tempo, per iniziativa degli amministratori della gabella della farina, il Banco del Santissimo Salvatore (1640, diventato pubblico nel 1661). Il Banco dell’Annunziata fallì nel 1702. 

Cfr. D. DEMARCO, Il Banco di Napoli. L’archivio storico. La grammatica delle scritture, Napoli, ESI, 2000; R. FILANGIERI, I Banchi di Napoli. Dalle origini alla costituzione del Banco delle Due Sicilie (1539-1808), Napoli Tipografia degli Artigianelli, 1940; C. MAIELLO, La crisi dei banchi pubblici napoletani. 1794-1806, Genève, Librairie Droz, 1980; E. DE SIMONE, Il Banco della Pietà di Napoli. 1734-1806, Napoli, Arte Tipografica, 1987; P. AVALLONE, Stato e banchi pubblici a Napoli a metà del ‘700. Il Banco dei Poveri: una svolta, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1995; C. MAIELLO, L’indebitamento bancario della nobiltà napoletana nel primo periodo borbonico (1734-1806), Napoli, Istob, 1986; E. NAPPI, Banchi e finanze della Repubblica Napoletana, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Arte Tipografica, 1999; D. CICCOLELLA-L. DI MATTEO (a cura di), Nei banchi pubblici napoletani. Repertorio dei titolari dei conti con maggiore movimentazione tra il 1734 e il 1804, Napoli, Cnr edizioni, 2021.

giovedì 12 marzo 2026

Bibliografie essenziali. 45. John Acton, una figura controversa

A tutt’oggi manca uno studio esaustivo sulla figura e sull’operato di John Acton. 

Risultano, quindi, ancora validi, soprattutto, gli studi di G. NUZZO, La monarchia delle Due Sicilie tra Ancien Régime e rivoluzione, Napoli, Berisio, 1972, soprattutto pp. 29-50; ID., L’ascesa di Acton al governo dello stato, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», III serie, 19 (1980), pp. 437-545; ID., A Napoli nel tardo Settecento. La parabola della neutralità, Napoli, Morano, 1990. Si vedano anche, non solo in riferimento ad Acton, ma anche per considerazioni sul periodo precedente: R. MOSCATI, Dalla reggenza alla repubblica partenopea, in Storia di Napoli, Cava dei Tirreni, Di Mauro, 1976, IV, pp. 721-787; R. AJELLO, I filosofi e la Regina. Il governo delle Due Sicilie da Tanucci a Caracciolo (1776-1786), in «Rivista Storica Italiana», 103 (1992), pp. 398-454 e pp. 657-738.

giovedì 26 febbraio 2026

Bibliografie essenziali. 44. Bernardo Tanucci e la Reggenza di Ferdinando IV

Sulla figura e sulla complessa esperienza di Tanucci, tra un'ampia letteratura di riferimento, spesso di valore diseguale, oltre che ai volumi del suo Epistolario e alle relative introduzioni, ci limitiamo a rimandare a: M. VINCIGUERRA, La reggenza borbonica nella minorità di Ferdinando IV, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», 40 (1915), pp. 576-591; 41 (1916), pp. 100-123; 337-353; 493-515; 42 (1917), pp. 184-221; R. MINCUZZI, Bernardo Tanucci, ministro di Ferdinando di Borbone. 1759-1776, Bari, Dedalo, 1967; F. RENDA (a cura di), Il riformismo di Bernardo Tanucci. Le leggi di eversione dell’asse gesuitico (1767-1773), Catania, Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale, 1969; ID., Bernardo Tanucci e i beni dei Gesuiti, Catania, Facoltà di Lettere e Filosofia, 1970; ID., Bernardo Tanucci e i beni dei Gesuiti in Sicilia, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1974; R. AJELLO-M. D’ADDIO (a cura di), Bernardo Tanucci. Statista, letterato, giurista. Atti del Convegno internazionale di studi per il secondo centenario (1783-1983), voll. 2, Napoli, Jovene, 1988; Bernardo Tanucci nel terzo centenario della nascita. 1698-1988, Pisa, ETS, 1999; Bernardo Tanucci e la Toscana. Tre giornate di studio (Pisa-Stia, 28-30 settembre), Firenze, Olschki, 1986. Si vedano anche le due voci biografiche, Tanucci Bernardo, con relative bibliografie, curate da G. Imbruglia, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto per l’Enciclopedia Italiana, 2019, vol. 94; e da A. Cernigliaro, in Il contributo italiano alla storia del pensiero. Diritto¸ Roma, Istituto per l’Enciclopedia Italiana, 2012.

giovedì 12 febbraio 2026

Storici lucani. 17. Placido Troyli da Montalbano, storico del Regno

Placido Troyli nacque a Montalbano il 22 maggio 1688: ordinato monaco cistercense nel monastero di S. Maria del Sagittario a diciassette anni, divenne abate mitrato del suo ordine, dedicandosi alla storiografia erudito/antiquaria all'epoca di moda nel Regno di Napoli. Frutto di queste sue ricerche furono, tra le altre, la Risposta apologetica del padre d. Placido Troyli abate cisterciense a monsignore d. Antonio Zavarroni vescovo di Tricarico (1750), la Dissertazione istorico-apologetica del p. abate don Placido Troyli dell'Ordine cisterciense intorno alle due pretese Chiese Cattedrali nella Citta di Napoli (Napoli, Vocola, 1753). 

Tuttavia, per contrasti politici, Troyli fu privato della dignità di abate: infatti, avendo contribuito in modo determinante, nel 1736, a staccare il monastero del Sagittario dai Cistercensi di Calabria e condottolo sotto quelli di Toscana, venne accusato di malversazioni dai confratelli calabresi e costretto a chiudersi nel convento di Santa Maria di Realvalle a Scafati, nel 1740. Qui, nominato Teologo della Città di Napoli, morì nell’aprile 1757.

L'opera a cui è soprattutto legato il suo nome è una ponderosa Istoria generale del Reame di Napoli, composta e pubblicata tra il 1748 e il 1754. L'opera, in 5 volumi, risulta oltremodo erudita, ancorché, come già gli si rimproverava all'uscita, notevolmente farraginosa, anche se spicca per completezza informativa a livello geografico ed erudito: il primo volume, diviso in due tomi, contiene una descrizione geostorica del Regno che sembra precorrere quella, ben più vasta, di Lorenzo Giustiniani; il terzo tomo si occupa della storia medievale fino a Ruggero I; nel tomo IV vengono affrontati i temi della "polizia" ecclesiastica e del governo regio; infine, nell'ultimo tomo, sono contenute scarne biografie dei sovrani di Napoli da Ruggero I a Carlo di Borbone. 

BIBLIOGRAFIA

Su Troyli manca ancora una bibliografia, per cui si ricorre ancora a F. SORIA, Memorie storico-critiche degli storici napolitani, In Napoli, Nella stamperia Simoniana, 1781-82, vol. III, pp. 600-607.

giovedì 29 gennaio 2026

Il Mezzogiorno moderno. 30. Lo "Zodiaco di Maria" di padre Serafino Montorio

Lo Zodiaco di Maria fu scritto nel 1715 da padre Serafino Montorio, un domenicano del convento napoletano della Sanità; nell’opera le province del Regno di Napoli (dodici come i segni zodiacali e come le stelle della corona della Vergine) vengono descritte associandole ai segni dello Zodiaco e ai diversi culti di Maria. 

Padre Serafino esamina i principali santuari mariani dall’Abruzzo alla Calabria, ad ognuno dei quali attribuisce una stella, descrivendo leggende di fondazione, miracoli, icone venerate nei più importanti centri mariani del tempo, con una serie interessante di informazioni.

Per la Basilicata, Montorio trae le notizie sulla nascita del culto, sui miracoli e la descrizione della statua venerata da una relazione del vescovo di Marsico di quattro anni prima. Nello specifico, vengono descritte: Santa Maria d'Anglona (pp. 361-365), Santa Maria d'Orsoleo (pp. 366-368); Santa Maria del Principio e altre cinque chiese di Lavello (pp. 368-371). Santa Maria del Ponte a Marsico Nuovo, allora in Principato Citra, viene descritta alle pp. 294-298, così come il santuario della Madonna del Sacro Monte di Viggiano, ponendolo anch'esso nella costellazione del Toro, alle pp. 298-302.


giovedì 15 gennaio 2026

Storici lucani. 16. La Lucania Sconosciuta di Luca Mandelli (Donato Donnino)

Quando pensiamo al Sud storico italiano, spesso ci sfugge un nome che risuona antico e denso di storie dimenticate: Lucania. Nel Seicento, un frate agostiniano intraprese un’opera ambiziosa e quasi visionaria: scrivere la storia organica e la geografia di questa terra. Luca Mandelli, agostiniano di Diano nel Principato Citra (oggi Teggiano in provincia di Salerno), nato probabilmente tra la fine del XVI secolo e gli inizi del XVII, morto nel 1672, fu autore di La Lucania Sconosciuta, prima opera storiografica dedicata alla Lucania nel suo complesso.

Mandelli iniziò a scrivere la sua opera dopo il 1644, e continuò fino alla sua morte nel 1672, basandosi su numerose fonti, citate a margine del testo.  


Il risultato fu un manoscritto mastodontico di oltre seicento fogli, fitte pagine scritte a mano, che raccontano terre, paesi, coste, colline, valli, ma anche la gente, le consuetudini e i toponimi, restituendo un quadro ricco e complesso di un territorio che rischiava di essere dimenticato. Nonostante l’importanza del lavoro, l’opera non fu mai pubblicata e sopravvive oggi nella Biblioteca Nazionale di Napoli, dove continua a essere una fonte preziosa per studiosi e appassionati.

Mandelli volle offrire la prima storia organica della Lucania, non limitandosi a frammenti o cronache locali, ma tracciando una mappa culturale e geografica ampia, che abbracciasse coste, valli, montagne e paesi noti e dimenticati. 
La "Lucania sconosciuta" di Luca Mandelli (spesso citato anche come Luca Mannelli) non è un libro moderno o un romanzo, bensì un'importantissima opera storiografica del XVII secolo, fondamentale per chi studia la storia della Basilicata e del Vallo di Diano.
L'opera è divisa in due volumi e offre una panoramica dettagliata della Lucania del 1600. I temi principali includono:
- Geografia e Storia: Descrizione dei confini antichi e moderni della Lucania (che all'epoca comprendeva anche parte dell'attuale Cilento e Vallo di Diano).
- I Centri Abitati: Mandelli descrive minuziosamente i paesi, i castelli e le città (es. Maratea, Teggiano, i paesi della Val d'Agri), fornendo dati preziosi sull'urbanistica e sulla demografia del tempo.
- Genealogia: Riporta notizie sulle famiglie nobiliari locali, sulle successioni feudali e sulle figure ecclesiastiche di rilievo.
- Archeologia: È una delle prime fonti a citare ritrovamenti archeologici ed epigrafici della zona (es. Paestum e Velia).
La sua ricerca collegava fonti classiche e documenti locali, attingendo a storici antichi e alla memoria orale, creando un ponte tra il Mezzogiorno dimenticato e l’identità storica della regione. Le fonti sono le più varie, dagli autori antichi come Livio, Strabone, Virgilio, Tacito, ecc., sino ai moderni come Summonte, Capaccio, Porzio, Cantalicio, e così via. Si va dalla storia generale del Regno di Napoli agli autori di storie locali, come Quattromani, Mirafioti, Ciarlanti, Pellegrino, ed altri. Inoltre, Mandelli usa i fiumi come assi portanti della narrazione, tanto che i suoi "ragionamenti" (capitoli) seguono i bacini fluviali (Sele, Tanagro, Sinni, Agri, Basento, Bradano), non copiando solo dai libri antichi, ma visitando i luoghi (soprattutto nel Vallo di Diano e nel Cilento), descrivendo rovine che oggi non esistono più, leggendo, come detto, epigrafi e riportando usanze locali.
Eppure, nonostante la sua erudizione e il ruolo centrale che il manoscritto ha avuto per storici successivi, La Lucania sconosciuta non è mai diventata patrimonio culturale condiviso, e molte delle comunità descritte rischiano oggi di esistere solo tra le pagine ingiallite di Mandelli.

Per una lettura del manoscritto, con edizione critica, rimandiamo a A. BOTTI, Identità territoriali e storiografia nel Regno di Napoli. Edizione critica e studio introduttivo de “La Lucania Sconosciuta” di Luca Mandelli di Diano, UniRoma 3, a.a. 2015-2016.

mercoledì 31 dicembre 2025

Potenza. 9. La città a inizio XIX secolo secondo Raffaele Riviello

La chiesa di S. Francesco, prima del 1806, cioè prima della soppressione fatta dal governo francese, apparteneva ai Conventuali, frati ricchissimi, e spesso serviva per i mortori più solenni di tutte e tre le parrocchie della città. E quindi spesso avvenivano contrasti fra i capitoli per il rispetto dei limiti delle parrocchie ; e vi sono memorie scritte, dalle quali si rilevano abusi, pretensioni, resistenze, minacce per difendere e sostenere il proprio diritto parrocchiale. (...)


Ed invero chi avesse guardato a volo di uccello, come si dice, l'aspetto generale della città, avrebbe notato che meno i campanili, le chiese, i monasteri, il palazzo del conte e quelli più modesti di parecchie famiglie di proprietarii o possidenti, il resto del fabbricato era uno sminuzzamento di umili case e casette senza pregio di arte, le quali di solito non avevano lusso di prospetto, nè avevano tutte un piano superiore, comodo e distinto. E per questo sminuzzamento avvenne che nelle successive trasformazioni si cercò di abbellire alla meglio il fabbricato, non secondo dettava l'architettura ed il bisogno della civiltà e del progresso, ma secondo le necessità e le disadatte circostanze di moltiplici interessi.

Le case poi dei contadini erano miserrime, basse, infelici da toccarsi il tetto con la mano, come se ne vedono ancora in certi vichi; e mal si riparavano dalla pioggia e dalla neve. (...) Per lo più l'una casa era separata dall'altra per brevissimo spazio, detto vinella, per lo scolo delle acque piovane, che poi servì anche pel getto d'ogni lordura.

Molte avevano il tetto a due pendenze, e perciò la caratteristica prospettiva ad angolo, dando a pensare che fossero state edificate così per rigidezza di clima , o fossero trasformazione di primitivi pagliai, dopo la sventura di terremoti, o dopo le feroci devastazioni di barbari invasori.

Quasi tutte avevano sottani scavati dentro terra, per uso di cantina, di legnaio, di stalla, ed anche per abitazione della gente povera e contadina.

In questi sottani, talvolta tre o quattro metri dentro terra, la gente povera nel rigido inverno sentiva meno freddo, standosene attorno al fuoco di scroppi, cioè di sarmenti, cannucce e sterpi di siepi, tra densi strati di fumo nero ed amaro, che indeboliva l'ardore e le stesse fiamme del fuoco, e lasciavano appena vedere il poco di luce che veniva scialba e scarsissima dall'uscio, sembrando arrestarsi timida ed incerta sulla soglia della scala.

Quindi trabucchi, cioè aperture incavate nella via per dare accesso a questi sottani e poveri abituri ; e scale sporgenti per salire al piano di quelle case, che si sollevavano di qualche metro sul livello della cuntana (vico) , o della strada , poco rispettandosi in quei tempi di governi medioevali il diritto dell' università o del comune.

Vi era pericolo di spezzarsi la nuca del collo, se si fosse voluto passare per quei vichi in tempo di notte!

Vi erano poi casette basse sott'ermisci (sott'embrici) , che non potendo essere diversamente illuminate, avevano nel mezzo del tetto nu duscirnale (lucernaio) o abbaino, da cui entrava l'aria e qualche fugace raggio di sole, servendo nel tempo stesso da cimminiera per l'uscita del fumo.

(...) Le strade, i vichi erano appena e malamente selciati, e nell'unica piazza, quella del Sedile, vi crescevano ciuffi di erba, per quanto mi è stato detto da quelli che ne ricordano lo stato verso il 1820.

Prima del 1818 non si avevano lampioni nelle vie, quindi nelle buie sere d'inverno bisognava, come dicevano, farsi lume col tizzone per non cadere in qualche trabucco, o rompersi il naso in qualche scala sporgente. Vero è che a mezz'ora di notte ognuno era già in casa. 

Si vedeva qualche lampadetta innanzi a imagine, o quadro di Madonna, incastrata nel muro, come quella presso la Pretura, ove un tempo avevano sede i Monaci di S. Giovanni di Dio, da cui trasse nome una delle porte della Città.

Tuttavia si viveva sicuri , tanto che si lasciavano alle volte le case aperte, ed alcune si chiudevano con un pezzo di legno dentato , a mezzo di un ferro ricurvo e fatto ad angolo, detto lu votaiann' (il voltajanua), perchè mettendo l'un capo nel buco della porta (janua) , con l'altro si faceva forza innanzi o indietro (vota da voltare) e l'uscio si apriva o si serrava secondo il bisogno. Vera mascatura, o toppa primitiva !

Di rado si sentiva la ruberia di ladruncoli, che ad intimidire la gente si dice si aggirassero tra le ombre, alzando ed abbassando uno spauracchio di cencio, col mezzo di un congegno di canne. Per tale malizia di birboni più si accreditava la diceria delle malombre, pregiudizio che veniva forse alimentato anche dalla furberia di qualcuno che sgaiattolava in cerca di avventure e di amori proibiti. 

(...) Quando vi era la neve, e da noi non è rara! i ragazzi solevano divertirsi a paddaroni, (pallaroni, palloni) lanciandoseli a schiere divise, gli uni contro gli altri.

Si andava pure su Monte Reale , distante un centinaio di metri dalla città, a fare la botte, rotolando una pallottola di neve sullo spianato, che s'ingrossava fin quando le loro forze non ne potevano più. Poi la spingevano verso uno dei fianchi del monte, lasciandola andare giù pel pendio, e rallegrandosi nel vederla, come valanga, precipitare a sbalzi, sino a che non si fosse frantumata per via, o arrivasse intera a posare nella valle. (...) Questi scherzi nevosi erano più facili nella novena di Sant'Antonio Abate, a cui su quello spianato era dedicata una rozza cappella, che s'incendiò, e poi si rifece a nuovo, per cadere nel terremoto del 1857. Oggi il recinto della cappella è ridotto a Polveriera, essendosi tolta, nei tempi di brigantaggio, dall'antico sito in vicinanza del Ponte di S. Vito sul Basento.

(...) Le migliori botteghe erano le poche della Chiazza ( Piazza), li funnichi (fondaci) e li spicilarie (farmacie); ma sarebbe sciocchezza imaginarvi lusso di stigli, vetrine, specchi e tabelle, come se ne vedono ai tempi nostri in Via Pretoria, ove ogni negozio e bottega si abbellisce per ragione dei tempi e della moda , non ostante i disagi e le ristrettezze economiche.

(...) Secondo le parrocchie, il popolo andava a S. Gerardo, alla Trinità a S. Michele, a S. Francesco nei tempi più antichi, e anche a Santa Maria, chiesa dei Riformati; ma per lo più a questa vi andavano quelli più desiderosi di novità, giovanotti e figliole che amavano ritrarre impressioni di fantasia, e anche divertirsi in birichinate nel buio della notte. (...) Un antico e grande orologio era sul campanile di S. Francesco, ricordo di secoli e di civiltà fratesca, ma venne messo a riposo ai giorni nostri. Un altro a suoneria con campanelle fu posto sulla Casa Comunale verso il 1827, quando si ristaurò nella parte superiore; ma pel terremoto del 1857 tentennò e tacque, per poi sparire, allorchè l'insipienza architettonica e municipale distrusse ogni memoria dell'antico Sieggio.

(...) Verso il 1860 si sentì il bisogno di basolare o lastricare con migliore livello la Via Pretoria, costruendosi il primo condotto lurido in tutta la lunghezza della città ; ma fu opera mal fatta , tal'essendo la sorte di ogni spesa e disegno dell'amministrazione cittadina. Anche la collettività ha la sua stella per colpa altrui o per poca accortezza di prevedere il domani. Anzi il Municipio, baldo in quella piena di entusiasmi e speranze, incitato da autorità e governo, ricorse a debiti ed a tasse per costruire teatro, Via del Popolo, muraglioni, ponti, vie- nuove, Edifizio scolastico , condottura delle acque e fontane, ribasolatura di Via Pretoria, riselciatura di strade secondarie, marciapiedi, giardinetti, nuovo palazzo municipale, ed altre opere di minor conto, aggravando di soverchio i cittadini, con più fortuna di appaltatori e costruttori, e senza l'aiuto di anima viva.

FONTE: R. RIVIELLO, Ricordi e note su costumanza, vita e pregiudizi del popolo potentino, Potenza, Garramone e Marchesiello, 1893, pp. 41, 48-49, 57, 79-80, 107-108, 118, 185, 198 (con tagli).

martedì 16 dicembre 2025

La Basilicata moderna. 44. 16 dicembre 1857: il terremoto secondo Giacomo Racioppi

Ma ne paure, né pressure di polizia avrebbero tenuto a lungo interrotte le fila dell’organismo; se ai miserandi tremuoti del 16 dicembre 1857, scrollate fieramente terre e città di quasi mezza provincia, sepolte diecimila vittime, rapito ogni schermo di abitazione pel crudo inverno a più che cinquantamila anime di popolo, rase al suolo così che, da tre edifizii infuori, nell’altro restasse in pié alla popolosa terra di Montemurro, operoso centro di liberali impulsi, non fossero venute negli animi dell’universale, con la pietà e lo sgomento, le necessità prime della vita e del focolare domestico.

Della quale sciagura e de’ danni infiniti parlò chi scrive, in altre carte; e dei soccorsi governativi e della carità ufficiale discorse uno scrittore straniero con animo, se avessero al governo di Napoli, non però alla verità.

Certo è che il governo di Napoli sovvenne a tanta jattura scarsissimo e male; e il male men per trista indole o tristo proposito, che per la condizion delle cose stesse, per la sciagura larghissima, e per l’azione deleteria di un governo ignavo nei tempi tranquilli ai civili progressi. La Basilicata non ligata al centro dello Stato, né solcata allo interno da strade carreggiabili, non ebbe, né aver poteva gli aiuti, che il tempo e la qualità del caso richiedevano. Carichi di tavole e tende non giunsero che ai disfatti paesi del Salernitano, accessibili a ruote, e alla città di Potenza; ove, fu detto, servirono meno a ricetto dé poveri che a riparo di lusso: e i soccorsi in tele e coperte e vestimenta non giunsero, che quando già uno schermo avevano rizzato alla intemperie le migliaia d’infelici.

E di quelle, come di provende opere e moneta, fecero i distributori ufficiali cotale un uso infedele, che ei fu noto a tutti, come la brutta piaga, che ha brutto nome e dà bruttissima fama alla napoletana società, non fosse mancata a si nuovi e pietosi eventi. Alle migliaia di sepolti sotto le ruine di Montemurro, di Saponara, di Viggiano, adequate al suolo, e di Marsico, Carbone, Castelsaraceno, Guardia Perticara e trenta altri sobbalzati paesi, non fu potuto recare soccorso di vita che scarsissimo e tardo; perché le braccia mancavano a tanto danno; e le mercedi alla illimitata richiesta balzarono senza misura e termini, che la morale condanna. La pubblica autorità provvide non organando legioni operai da paesi men tocchi; ma affin che venissero legioni soldati. E vennero di questi un cinquecento; ma, poiché la burocrazia non ha le ali ai piedi a correre spedita, se giunsero tardi a salvare la vita di chi era già spento di stenti nelle cieche viscere dell’ammontate ruine, potevano ai superstiti salvare dalla jattura masserizie, derrate e ricchezze sepolte; e non fu. Il soldato lavorando di mala voglia a lavori non proprii; tolto ai freni della disciplina o per scema vigilanza o per tristo esempio dei capi, non fece che maggiori ruine, a pretesto men che ragione l’urgenza della sicurezza pubblica; non fece che maggiori danni, quando, a ragione le necessità proprie, abbruciò senza misura ogni sorta legname, che sospinti su a galla, quasi da vorticose onde, covrivano il mare delle macerie.


A sollievo di tanta miseria il governo chiese conforti dalla carità pubblica, forastiera e domestica. La quale non fruttò per vero gran fatto, se gittò un 177,000 ducati; colpa senza dubbio la poca simpatia, e la minor fiducia di probità, che si godeva nell’Europa civile il governo chiuso e intollerante del re. E a prova della poca fiducia il molto danaro che raccolsero nella città di Napoli i commercianti stranieri, massime inglesi, non commisero alle case governative; ma deputarono un onta loro a dispensarlo sui luoghi. E questi che fu un signor Major inglese venne e tornò; lasciando appresso il popolo esempio di quanto valga l’efficacia della carità privata sopra le burocratiche fasce dell’uffizial carità, e di quanto erano al di sotto delle private associazioni gli uffiziali del governo.

Costui la polizia invigilava; ne ebbe sospetto come inglese ch’egli era; sdegno, come rampogna vivente alla pigra azion del governo: a lui protestante recò brighe lo zelo permaloso dell’alto clero e del sovrano cattolicissimo. Come egli ebbe dispensati larghi e continui soccorsi in vettovaglie e moneta; e rizzate ai poveri in gran numero capanne; provvisto Saponara di farmaci, e, primissime necessità, di calcare e tegolaie; come ebbe largito a Brienza mille ducati, perché dai lavori di una sua strada carreggiabile traesse pane e profitto il minuto popolo e il paese, volle alquanti fanciulli orbi di famiglia salvare dalla miseria della ignoranza e del vizio. Ma il Re comandò fosse tolta cotesta briga allo zelo di lui; perché le anime tenerelle non pericolassero sullo sdrucciolo del protestantismo! Questo il ceto di liberi commercianti: e non altrimenti anche il Vescovo di Modena, poiché, a partire le collette di sua diocesi, volle deputato non altri che il Vescovo di Marsico e potenza. Né questa, per verità, fu diffidenza ingiuriosa al governo napoletano, quando ci fu nota la distribuzione che esso ebbe fatta del limosinato danaro. Del quale il piissimo Monarca volle assegnati ducati 20, 159: 65 a restaurazione di chiese, di cappelle e monasteri di ricchissime suore; e 20,000 ducati a colonizzare un territorio pantanoso nel Salernitano: così nella pienezza di sua potestà, invertendo in limosina allo Stato l’obolo, che i pietosi non dettero al povero, perché sopperisse a servigii che erano obbligatorii al bilancio dello Stato ed alla Mensa del Vescovo. Di altri 18,000 ducati dotarono alcuni monti di pegni; che fu buona intenzione d’instituti invecchiati: e 19,479 alla casa delle Girolomine nella città di Potenza, perché ricoverasse otto orfane giovinette; opera meritoria di carità, se a minor prezzo mercata.

FONTE: G. RACIOPPI, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermine nel 1860, Napoli, Morelli, 1867, pp. 79-81.

Disney a Potenza

Il dialetto potentino approda sulle pagine di Topolino. Il numero 3686 del celebre settimanale Disney, in uscita il 15 luglio, è disponibile...