giovedì 23 giugno 2022

Il Mezzogiorno contemporaneo. 1. L'operazione antropologica di Giuseppe Pitrè

Anche in ragione di quanto accadeva fuori d’Italia, a fine Ottocento c’erano ormai le condizioni perché gli studi di tradizioni popolari si configurassero come disciplinate. Ed è questa l’impresa cui si dedicò Giuseppe Pitré, medico. 


In materia di poesia popolare, Pitré restò legato a concezioni romantiche cui aggiunse una notevole carica di «sicilianismo»: non certo chiuso e campanilistico come quello che rimproverò a un altro raccoglitore di canti siciliani, Lionardo Vigo, ma in ogni caso sempre volto a sottolineare, accentuare, esaltare la peculiarità e l’autoctonia siciliana dei canti raccolti nell’isola. Ma per altri aspetti Pitré si fece portatore delle prospettive comparativistiche europee. Così in Pitré convivono l’aspirazione antropologica derivata dagli indirizzi positivistici europei, e gli interessi di storia patria (o locale) che nascono dalle propensioni romantiche e dal suo amore per i canti e per la Sicilia. 

Egli non si limitò semplicemente a fare opera descrittiva, o comunque soltanto erudita, sia nel commentare sia nel procedere a raffronti tra le tradizioni siciliane e quelle di altre regioni o nazioni; ma delle tradizioni stesse pose in luce il significato etnico e l'importanza storica e soprattutto diede, oltre alla raccolta, i principî per l'avviamento allo studio della demopsicologia (come egli chiamò la sua scienza): il che egli ottenne, ora premettendo ai proverbî, ai giuochi, agl'indovinelli, saggi introduttivi, che informano sullo stato delle ricerche e sulle principali questioni; ora facendo seguire alle leggende e ai canti studî critici che sono il frutto di ampie e profonde investigazioni.

Va notato che nella demopsicologia di Pitré non trovano gran posto i problemi politico-sociali del tempo (questione meridionale, emigrazione, mafia ecc.); e anche in seguito, con rare eccezioni, i modi culturali e le condizioni di vita del mondo contadino restano oggetti d’indagine reciprocamente separati.

Decine di raccolte di canti, racconti, usi, credenze furono generate dall’impulso di Pitré e dal clima dell’epoca: a questa attività demologica regionale si collega (ma ne supera decisamente i confini) anche l’opera di vari romanzieri veristi o immediatamente postveristi, con i nomi di Giovanni Verga e Luigi Capuana per la Sicilia, di Grazia Deledda per la Sardegna, di Matilde Serao per Napoli e di Gabriele D’Annunzio per l’Abruzzo. E, fuori del regionalismo veristico o delle influenze di Pitré, qualche utilizzazione di forme e modi della poesia popolare fu fatta anche da poeti quali Giosue Carducci, Giovanni Pascoli, Severino Ferrari.


giovedì 9 giugno 2022

Il Mezzogiorno moderno. 23. Una traduzione napoletana da Tacito



A Napoli veniva pubblicato, nel 1810, l’Agricola tradotto in italiano da Giuseppe De Cesare, del resto figura notevolissima di studioso e patriota e, come il Gargiulli, attore e spettatore di tutta l’età napoleonica.

Il napoletano De Cesare, infatti, aveva partecipato al governo repubblicano del 1799 come componente del Corpo municipale, mentre il fratello minore Francesco militava nell'esercito repubblicano. Entrambi avevano partecipato all’ultima difesa di Castel Sant'Elmo e, dopo la capitolazione, erano stati rinchiusi con altri “patrioti” nelle carceri della Vicaria. Il De Cesare fu infine condannato all'esilio e alla confisca di tutti i beni posseduti nel territorio del Regno. In esilio a Firenze, il De Cesare aveva pubblicato proprio la traduzione della Vita di Agricola di Tacito, che ben presto ebbe, tra i lettori, letterati del calibro di Monti e Cesarotti. A questi anni risale anche l’Esame della Divina Comedia, pubblicato a Napoli nel 1807 e che, come la traduzione tacitiana, ottenne un lusinghiero successo. 

Nel 1807, il De Cesare ottenne dal conte Agar de Mosbourg la carica di capo divisione nel ministero delle Finanze a Napoli, continuando la sua attività letteraria su diverse riviste letterarie locali. Collaborò, inoltre, alla progettazione del nuovo sistema finanziario, ricoprendo dal 1812 al 1820 la carica di amministratore generale dei Dazi indiretti. 

Perché l’Agricola? Lo esplicitava De Cesare stesso nella prefazione alla prima edizione del testo:

"Tutti converranno meco facilmente, che sia questa la più bella produzione di Tacito, ed il più bel pezzo di biografia dei Latini [...]. Tutto vi respira infatti la virtù più la più pura, le idee le più liberali e moderate nel tempo stesso, il santo amor della Patria, ed il più santo amore dell’Uman Genere tiranneggiato e vilipeso da Roma [...]. Quante riflessioni ci presentano i fatti che egli ci racconta! Quante applicazioni possiamo noi farne alle vicende dei tempi posteriori [...]".

De Cesare, dunque, ai due estremi dell’età napoleonica e, anzi, come “superstite” di essa fino all’età ferdinandea inoltrata, come testimone di una generazione che non arrivò, nemmeno in campo culturale, «prossima a morire alla storia», ma seppe intelligentemente adattare le direttive napoleoniche sull’educazione recuperando classici spesso non ben accetti dalla corte e dall’imperato-re stesso. Il classicismo “imperiale” e non più “repubblicano” diventava, dunque, un modo, in consonanza con la cultura politica del tempo, per “esemplarizzare” virtù civiche e morali che avrebbero dovuto servire da guida per la condotta nell’azione politica. 

Il Mezzogiorno contemporaneo. 1. L'operazione antropologica di Giuseppe Pitrè

Anche in ragione di quanto accadeva fuori d’Italia, a fine Ottocento c’erano ormai le condizioni perché gli studi di tradizioni popolari si ...