Un blog sulle "microstorie" della Basilicata e sulla Storia che ad esse si intreccia.
giovedì 22 ottobre 2026
giovedì 8 ottobre 2026
Principato Citra. 3. La storia di Salerno di Antonio Mazza (Gianvito Martino)
Uno dei prodotti più importanti in tal senso fu l’Historiarum epitome de rebus Salernitanis del medico Antonio Mazza, priore dell’Almo Collegio Medico . L’opera, strutturata secondo l’ormai canonico schema delle storie municipali, si presentava di notevole importanza per una decisa polarizzazione della rappresentazione cittadina intorno alla nobiltà ed alle emergenze del ceto togato, incentrato sull’Almo Collegio medico, relegando la maggiore gloria cittadina, l’essere sede della Regia Udienza provinciale, in un breve capitolo. D’altro canto, Mazza non toccava argomenti di tipo economico, assai scottanti per la perdita d’importanza e la riduzione dei traffici commerciali salernitani, ma decisamente poco consoni all’immagine di città di cultura che l’opera intendeva offrire.
In effetti, come medico, Mazza metteva soprattutto in evidenza lo Studio ed il Collegio salernitano, espressione culturale ed ideologica della migliore nobiltà cittadina, che intendeva mostrarsi, attraverso l’opera di Mazza, come istituzione a vocazione internazionale ed alla ricerca di una specifica identità rispetto allo Studio napoletano attraverso una serie di riforme miranti ad implementare la residenzialità degli allievi nella città e ristrutturare i corsi per renderli concorrenziali rispetto alla nuova fisionomia delle professioni che privilegiava l’aspetto pratico dell’exercitium sulla formazione teorica.
Antonio Mazza, secondo il topico modulo della trattatistica napoletana umanistica, invece, espose queste virtù civiche in un vero e proprio trattato de nobili-tate. In esso, l’autore divideva la popolazione di Salerno in tre classi, prima delle quali era quella dei nobili di seggio; la seconda era composta dai patrizi more nobilium viventes, fuori dai Seggi ma «famosi per armi, lettere, dignità, feudi e molte celebri opere dei loro antenati»; la terza, quella dei mercanti, artigiani e plebe, gli artifices. Mazza, dunque, abbozzava uno schema di società d’ordini molto simile a quelli circolanti nella contemporanea trattatistica degli ordini.
Ovviamente, si trattava di una schematizzazione piuttosto abbozzata, anche perché, nel trattatello di Mazza, manca la dialettica interna degli ordini, anche se, si potrebbe pensare, tale mancanza fu voluta, in vista della collocazione di Salerno all’interno di un rigido centralismo quale quello della vicina capitale del Regno e, dunque, volto a mantenere l’idea di fedeltà assoluta della periferia al centro.
giovedì 10 settembre 2026
Principato Citra. 1. Storici moderni del Principato (secoli XVI-XVIII) (Gianvito Martino)
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Autore |
Provenienza Socio-Professionale |
Città |
Opera |
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Antonini Giuseppe |
Avvocato |
Cilento
e Vallo
di Diano |
La Lucania. Discorsi, in Napoli, nella Stamperia di Raffaello Gessari,
1745 |
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Carlucci Giovan
Battista |
Ecclesiastico |
Palomonte |
Descrizione della Terra di
Palo, che prima si chiamò Polo, in Napoli, per Carlo Porsile,
1681 |
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De Nigris Niccolò |
Dottore
in
utroque iure |
Campagna |
Campagna antica e moderna,
sacra e profana, overo compendiosa Istoria della Città di Campagna, in
Napoli, per Francesco Benzi, 1691 |
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Gatta Costantino |
Medico |
Cilento
e
Vallo di Diano |
Memorie topografiche-storiche della provincia di Lucania,
compresa al presente nella provincia di Basilicata, e di Principato Citeriore,
colla genealogia de’ serenissimi principi di Bisignano dell'illustre famiglia
Sanseverino, Napoli, Stamperia
del Muzio, 1732; ii ed., Memorie
topografiche-storiche della provincia di Lucania, colle notizie dell'antico e
venerabile tempio dedicato alla ss. Vergine, nel territorio della città di
Saponara, e d'un sepolcro de' gentili presso l'antica città di Consilina, Napoli, Stamperia del Muzio, 1743. |
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Lunadoro Simone |
Ecclesiastico |
Nocera |
Copia d'una lettara scritta da
mons. Lunadoro vescovo di Nocera de' Pagani intorno all'origine di detta
città e suo vescouado al signor |
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Mandelli Luca |
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Cilento
e Vallo
di Diano |
La Lucania, ms., xvii secolo, trascrizione del 1792, in BNN |
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Marugi Elia |
Ecclesiastico |
Nocera |
Lettera intorno all'antichità
di Nocera de' Pagani, Napoli, …, 1651 |
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Mazza Antonio |
Medico |
Salerno |
Historiarum epitome de rebus
Salernitanis, Neapoli, ex typographia Io: Francisci Paci, 1681 |
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Mazza Matteo
Geronino |
Medico |
Salerno |
Dell’origine
di Longobardi et di Normandi. Parte prima. Nella quale si scrive brevemente
del sito, et cose notabili di Salerno, stanza di queste bellicosissime nationi.
Qual sarà un argomento di quel che segue. Trattasi di Longobardi et di Normandi
con la successione di lor Principi nelle parti di Puglia, et loro acquisti,
et vittorie, ms., 1618, in BNN, Manoscritti |
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Mosca Gaspare |
Ecclesiastico |
Salerno |
De Salernitanae ecclesiae
episcopis et archiepiscopis catalogus, Neapoli, ex typographia
Stelliolae, ad Portam Regalem, 1594 |
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Polverino Agnello |
Notaio |
Cava |
Decrizione istorica della città
fedelissima della Cava,
in Napoli, nella Stamperia di Domenico Roselli, 1716-1717 |
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Ventimiglia Francesco
Antonio |
|
Salerno |
Prodromo di Francesco-Antonio
Ventimiglia alla sua opera alla sua opera Memoria del Principato di Salerno,
Napoli, Gaetano Raimondi, 1795 Delle memorie del Principato di
Salerno, parte prima, che contiene le notizie di tal principato dall'anno 840
al 1127,
Napoli, nella Stamperia di Gaetano Raimondi, 1788 |
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Volpi Giuseppe |
Patrizio |
Capaccio |
Cronologia de' vescovi Pestani
ora detti di Capaccio. Dall'anno 500 fino al presente. In cui si da' conto
dei fatti piu memorabili […], in
Napoli, nella stamperia di Michele Luigi Muzio, 1720 [rist.
anast. Marigliano, Scuola tipo-litografica della Piccola opera della redenzione
Istituto Anselmi, 1994] |
giovedì 27 agosto 2026
Materiali didattici. 34. Il telero LUCANIA 61 di Carlo Levi (Rosamaria Nicoletti)
Il grande telero Lucania ’61, oggi esposto permanentemente a Matera, nella sede di Palazzo Lanfranchi, fu commissionato a Carlo Levi dal Comitato organizzatore per le celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia a Torino.
Mario Soldati, curatore della mostra Italia ‘61, gli chiese, infatti, di realizzare un’opera che rappresentasse la Basilicata all’interno del Padiglione delle Regioni progettato per l’occasione da Gian Luigi Nervi. Carlo Levi organizzò, allora, nell’aprile del 1960 un viaggio in regione insieme a Mario Carbone, per rinverdire la sua memoria dei volti, della terra, delle storie vissute da esule tra il 1935 e il 1936.
La descrizione di Carlo Levi (che citiamo dal blog "Camminare nella Storia") è quantomai icastica:
Siamo nella grotta verde, in presenza della morte. Le donne stanno attorno al morto bianco, dal viso bianco, strette nell’antico lamento: e le madri piangono il figlio morto. Le due madri, la terrena e la celeste, piangono e raccontano la vita del figlio, con i loro visi antichi, raccolta di amore e di dolore. Narrano della nascita, della povertà, della vita spesa per gli altri, della bontà, della poesia, dell’acerba morte. Con le madri sono le donne avvolte nei veli del costume e le giovani in lacrime o chiuse nel nero del lutto e della vita e con loro la figura solitaria del vecchio vice-sindaco amaro e la vecchia che sembra vaticinante; tutto intorno la grande spirale delle figure femminili, simili a un nero volo di uccelli, fino alla maga, in alto, dove si mostra il cielo. Dall’apertura della grotta appare una valle lontana: è il cimitero e la tomba di Rocco. Nella grotta, tra la famiglia e gli animali, il lamento si perde e si trasforma nel sonno. Una grande contadina dalla pelle arida di sole e di terra tiene in braccio il bambino addormentato. Nell’ombra verde della grotta, nel sonno dell’asina che raschia, tra gli attrezzi e le provviste, tra il pane e i lambasciuni, vicino alla vecchia vaticinante, una bambina dalla gamba fasciata guarda con gli intensi occhi neri. E guarda il monaciello vestito per voto e le donne che vegliano il sonno e i sospiri; i bambini sono stretti nei letti, sdraiati, incrociati o in braccio alle donne e le capre circondano la culla appesa, dove dorme un lattante. E il buio della grotta brulica di forme.
Ma le ore passano. Fuori è giorno alto. Nel vicolo si svolge la vita del vicinato. Piedi si muovono e passano. Chi porta in capo, chi siede lavorando davanti alla porta, chi allatta, chi nutre il bambino, chi stende il bucato, chi parla, chi ascolta. Una grande donna incinta, bianca nei suoi grembiali, sotto gli occhi delle compagne affaccendate e dei fanciulli dal viso melanconico appoggiati agli stipiti, si leva sul paesaggio spoglio, accanto ai ragazzi, al giovane Rocco adolescente. È ancora la madre tra i bambini che la tengono con le mani e gli animali, sotto il paese bianco alto sul colle, nel sole impietoso del mezzogiorno. Volge l’ora. Si avanzano l’ombre. I contadini risalgono come ogni sera verso il paese già oscuro. Lunghe file con gli asini e le capre, come legati a un moto che si ripete da sempre, ogni giorno, all’andare degli animali, allo spazio dei pasti, al rumore dei zoccoli dei muli sulla terra, al filo dei finimenti, all’ondeggiare dei basti e dei cesti. Un contadino precede le bestie, la donna, il figlio. È color del velluto, dei panni infangati, della terra. La sua donna è alta, in groppa col suo bambino, come in una fuga in Egitto, bianca come l’argilla dei monti desolati. E dietro viene la lunga fila nera, capre, donne, pecore, argille e ombre, sotto il deserto dei campi, verso la piazza.
La piazza è colma di gente che ascolta Rocco che parla. Alla finestra, lontani e isolati, si affacciano dal loro tempo i grandi morti di Lucania, gli antichi meridionalisti, Fortunato, Nitti, Dorso. Sotto di loro permane sul muretto la fila curva dei disoccupati e dei vecchi, uomini in attesa, senza speranza, giù fino al disoccupato dal colore delle stoppie che chiude in basso la fila e il quadro, e al cane che dorme come morto. Sulla piazza, all’ombra delle chiese, i vecchi intabarrati parlano gli eterni discorsi. In gruppo o solitari si appoggiano al bastone, nel tempo fermo. E gli uomini aspettano, con il viso sulle mani, con le mani intrecciate o appoggiate alle ginocchia, le inutili mani che non trovano lavoro. Ma davanti a loro è un altro mondo che nasce: sul volto di Rocco scintilla la luce di un’interna energia che nuova si esprime: attorno a quel centro luminoso si svolge la grande spirale degli uomini che nella parola trovano per la prima volta il senso e il valore dell’esistenza. Eccoli tutti, i compagni e i fratelli, i personaggi della storia, i protagonisti veri. Che cosa dice Rocco? È il suo un comizio, un discorso politico o è una poesia quella che egli sottolinea col gesto della mano? Forse l’uno e l’altro insieme, forse egli dice i suoi versi, la sua Marsigliese contadina: Spuntano ai pali ancora / le teste dei briganti / e la caverna / l’oasi verde della triste speranza / lindo conserva un guanciale di pietra…/ Ma nei sentieri non si torna indietro. / Altre ali fuggiranno dalle paglie della cova, / perchè lungo il perire dei tempi, / l’alba è nuova, è nuova. L’alba è nuova per questi uomini: eccoli giovani e vecchi, pastori e operai e fanciulli, intenti ad ascoltare e ad ascoltarsi, testimoni e protagonisti: eccoli, i contadini e i poeti, e fra essi il maggiore, Umberto Saba e tra la folla l’autore e i personaggi del ‘Cristo si è fermato a Eboli’ e quelli de ‘l’Uva puttanella’, una folla che cresce, che diventa infinita: un mondo nasce con la parola e l’immagine”.
L’opera (lunga oltre 20 metri e divisa in tre pannelli) è, dunque, dedicata a Rocco Scotellaro, scrittore, poeta e sindaco di Tricarico che appare giovanissimo, al centro della tela, con il volto lentigginoso. Viene ritratto, invece, già sindaco al centro della piazza affollata dalla sua comunità alla quale partecipano anche importanti intellettuali italiani, tra cui lo stesso Levi, di profilo.
giovedì 20 agosto 2026
Bibliografie essenziali. 48. John Acton e la "leggenda nera" del "ministro/amante" di Maria Carolina
- G. Nuzzo, La monarchia delle Due Sicilie tra Ancien Régime e rivoluzione, Napoli, Berisio, 1972
- Id., L’ascesa di Acton al governo dello stato, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», III serie, 19 (1980), pp. 437-545
- Id., A Napoli nel tardo Settecento. La parabola della neutralità, Napoli, Morano, 1990
- R. Moscati, Dalla reggenza alla repubblica partenopea, in Storia di Napoli, Cava dei Tirreni, Di Mauro, 1976, IV, pp. 721-787
- R. Ajello, I filosofi e la Regina. Il governo delle Due Sicilie da Tanucci a Caracciolo (1776-1786), in «Rivista Storica Italiana», 103 (1992), pp. 398-454 e pp. 657-738.
giovedì 30 luglio 2026
Orazio. 7. L'ode a Virgilio tradotta da Cesare Pavese
(Carmina, IV 12)
Già i venti di Tracia compagni della primavera, e mitigatori del mare, spingono innanzi le vele, già il gelo è sparito dai prati e i fiumi non cricchian più colmi di neve invernale. […] La stagione porta la sete, o Vergilio, ma se desideri proprio di ber del vino di quel torchiato a Cale, tu che frequenti i giovani più nobili, devi pagarlo con del nardo. Un piccolo vasello di nardo farà saltar fuori il fiasco che ora sta nei magazzini di Sulpizio, generoso a infondere novelle speranze e efficace a lavare ogni amarezza. Ché se ti affretti a questi piaceri, corri veloce colla tua merce: io non intendo di innaffiarti col vino a gratis, come la mia fosse la casa d’un riccone. Ma però tronca ogni indugio e lascia lì di cercar guadagni e ricordandoti, fin che sei ancora in tempo, delle fosche fiamme, mescola un po’ di pazzia ai ragionamenti: è dolce a tempo e luogo.
giovedì 16 luglio 2026
Orazio. 6. L'ode a Lidia tradotta da Cesare Pavese
(Carmina, I 25)
Più di rado i giovanotti audaci vengono a batterti di molti colpi le finestre serrate: essi non ti rompono più i sonni e la porta che prima si muoveva di continuo sui cardini agevoli ora s’è innamorata della soglia. Odi sempre più di rado ormai dirti: «Lidia, le lunghe notti, mentr’io muoio per te, dormi tu?»
Verrà il tempo che, vecchia da pochi soldi, rimpiangerai i tuoi protervi amanti in un angiporto solitario più rumoroso del vento Tracio durante l’interlunio. Allora l’amore ardente e la libidine, che suole infuriare le cavalle, t’infierirà intorno al fegato piagato. E ancora, ti lamenterai che i giovani lieti godano del mirto e dell’edera pallida più che della scura, e che donino all’Euro, compagno dell’inverno, le foglie disseccate.
giovedì 25 giugno 2026
Personaggi. 35. Ernesto De Martino tra storia e magia
Dopo la laurea in lettere all'Università di Napoli nel 1932, con una tesi in storia delle religioni sotto la direzione di Adolfo Omodeo, si interessò alle discipline etnologiche. Si iscrisse ai GUF e alla Milizia Universitaria, collaborando a L'Universale di Berto Ricci e facendo circolare in una cerchia ristretta di collaboratori un Saggio sulla religione civile poi rimasto inedito. Alla caduta del regime nel luglio del 1943, De Martino, che aveva intanto maturato forti sentimenti antifascisti, si trovava con la famiglia a Cotignola, nella bassa Romagna e partecipò da rifugiato alla Resistenza, dapprima in provincia di Ravenna poi a Forlì, dove rappresentò il Partito italiano del lavoro alle riunioni del CLN.
Nel 1935 aveva sposato Anna Macchioro, la figlia di Vittorio, con cui ebbe due figlie, Lia e Vera. La relazione con Anna Macchioro entrò definitivamente in crisi nel 1947, quando, durante il suo insegnamento in un istituto magistrale di Bari, conobbe e si legò ad una sua allieva, Vittoria De Palma, che diventò la sua nuova compagna e preziosa collaboratrice. In Puglia ricoprì anche ruoli di responsabilità nel PSI, a Bari e nel Salento.
De Martino fu collaboratore di Raffaele Pettazzoni all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", nell'ambito della Scuola romana di Storia delle religioni. Come ordinario di Storia delle religioni e di Etnologia, dal dicembre 1958 fino alla morte insegnò all'Università di Cagliari.
Pubblicato nel 1959, Sud e Magia è un'opera fondamentale dell'antropologia italiana che analizza il profondo legame tra la cultura popolare del Mezzogiorno – in particolare della Basilicata degli anni Cinquanta – e le pratiche magico-religiose, rifiutando di liquidare queste ultime come semplice ignoranza o superstizione da folklore.
Al cuore del saggio si trova il concetto teorico di "crisi della presenza", ovvero il rischio costante che l'individuo sperimenta, in contesti di estrema miseria, isolamento e precarietà materiale, di perdere la propria coscienza di soggetto attivo e la capacità di dare un senso alla realtà di fronte a traumi, malattie o forze naturali avverse. La magia si configura quindi come un vero e proprio dispositivo di protezione culturale e psicologica, un ammortizzatore sociale capace di sottrarre l'essere umano dall'angoscia dell'indeterminato; attraverso rituali precisi come la guarigione dall'affascino (la fascinazione o malocchio) o le pratiche contro le fatture, il caos interiore viene incanalato in forme definite, permettendo al soggetto di agire e riscattarsi. De Martino descrive minuziosamente questo mondo arcaico esaminando i rituali protettivi legati alla nascita e all'infanzia, le formule per allontanare i temporali che minacciavano i raccolti e il sincretismo con il cattolicesimo ufficiale, dove santi e liturgie cristiane vengono costantemente assimilati e piegati a fini magici e utilitaristici per la sopravvivenza quotidiana. Nella seconda parte del volume, l'autore adotta una prospettiva storica più ampia, indagando i motivi per cui la razionalità moderna e l'Illuminismo, pur avendo influenzato le élite colte delle città come Napoli, non siano mai riusciti a penetrare nel mondo rurale delle province meridionali; la persistenza del magismo viene così ricondotta al fallimento storico delle classi dirigenti e dello Stato, che hanno lasciato le masse contadine in una condizione di totale subalternità economica e sociale.
Oltre a Sud e magia (1959), ricordiamo: Naturalismo e storicismo nell’etnologia (1941), Il mondo magico (1948), Morte e pianto rituale nel mondo antico (1958), La terra del rimorso (1961), Furore simbolo valore (1962) e, postumi, La fine del mondo (1977) e Storia e metastoria (1995).
Morì a Roma il 6 maggio 1965.
FONTE: https://it.wikipedia.org/wiki/Ernesto_de_Martino (con tagli)
APPROFONDIMENTI:
Ernesto De Martino tra magia e storia (podcast Rai)
giovedì 28 maggio 2026
martedì 21 aprile 2026
Storia, memoria e diritto internazionale umanitario: il professor Giovanni Codovini ospite del Liceo Rosa-Gianturco di Potenza
Un incontro straordinario ha animato le aule del Liceo delle Scienze Umane Rosa-Gianturco: lo storico e saggista Giovanni Codovini ha guidato le classi quinte in un viaggio attraverso la memoria, il diritto internazionale e i conflitti del presente. Una giornata che ha dimostrato, ancora una volta, come la storia non sia mai solo passato.
Il Liceo potentino ha avuto il privilegio di ospitare il professor Giovanni Codovini, storico, saggista e formatore di fama nazionale.
A introdurre l'ospite, in un incontro moderato dal prof. Domenico Venezia, è stata la prof. Piera Pistone, che ha portato anche il saluto del Dirigente Scolastico, il professor Mario Lanzi, impossibilitato a essere presente perché impegnato in questi giorni in un progetto Erasmus+ in Ungheria — ulteriore testimonianza del respiro internazionale che caratterizza il nostro istituto.
Giovanni Codovini è uno dei nomi più noti nel panorama della didattica della storia in Italia. Coautore, insieme ad Antonio Desideri, del manuale "Storia e Storiografia — Per la scuola del terzo millennio", adottato in migliaia di licei su tutto il territorio nazionale, Codovini non si è mai limitato al solo mondo dell'editoria scolastica. La sua produzione comprende saggi accademici di grande profondità, tra cui studi approfonditi sulla geopolitica del conflitto arabo-israeliano-palestinese, pubblicati con Mondadori Bruno, che testimoniano un'attenzione costante ai grandi nodi irrisolti della storia contemporanea e alle loro radici profonde.
È inoltre formatore attivo per i docenti della scuola secondaria di secondo grado, collaborando con le principali case editrici del settore. Per Codovini, insegnare bene la storia non è soltanto una questione metodologica: è una responsabilità civile, un atto politico nel senso più alto del termine. La sua convinzione di fondo — che ha animato ogni momento dell'incontro con le quinte — è che la storia non sia una disciplina mnemonica fatta di date da imparare a memoria, ma un metodo, uno strumento vivo e potente per leggere il presente, capire le dinamiche del mondo e formarsi come cittadine consapevoli.
Il professor Codovini ha aperto il suo intervento affrontando un tema fondamentale e spesso trascurato: il rapporto tra storia e memoria, e il concetto di uso pubblico della storia.
Essere storici, ha spiegato, significa prima di tutto essere testimoni del proprio tempo e narratori responsabili di ciò che è accaduto. Ma la narrazione storica non può prescindere dalla memoria: essa stessa — ha sottolineato con forza — è una fonte storica a tutti gli effetti, con le sue potenzialità e i suoi limiti. La memoria è soggettiva, è frammentaria, è attraversata da emozioni, da rimozioni, da interessi. Proprio per questo lo storico ha il compito ineludibile di contestualizzarla, di interrogarla criticamente, di inserirla all'interno di una ricostruzione storiografica rigorosa.
In questo quadro si inserisce il concetto di public history — la storia pubblica, introdotta dal prof. Antonio D'Andria — ovvero quella dimensione della ricerca e della divulgazione storica che si rivolge non solo agli specialisti ma alla società nel suo insieme: musei, documentari, romanzi storici, social media, commemorazioni. Uno spazio sempre più ampio e sempre più esposto al rischio di manipolazione, semplificazione e strumentalizzazione politica. Il compito dello storico serio, ha detto Codovini, è presidiare questo spazio con rigore e con coraggio.
Il nucleo centrale e più atteso dell'incontro ha riguardato uno dei conflitti più dolorosi, controversi e discussi del presente: la guerra a Gaza. Una scelta non casuale, come ha spiegato lo stesso Codovini: il conflitto israelo-palestinese rappresenta un caso storicamente paradossale e umanamente straziante, in cui le vittime della più grande persecuzione della storia moderna — gli ebrei, sopravvissuti alla Shoah — si trovano oggi al centro di accuse gravissime da parte della comunità internazionale riguardo all'uso della forza militare contro la popolazione civile palestinese.
Affrontare questo tema con gli studenti non significa prendere partito, ha precisato il professore, ma significa dotarle degli strumenti concettuali e giuridici per comprendere di cosa si stia parlando quando si usano parole come genocidio, crimine di guerra, diritto internazionale umanitario. Parole che circolano ogni giorno sui media e sui social, spesso senza la necessaria precisione.
Per arrivare a comprendere il presente, Codovini ha condotto le classi in un percorso storico-giuridico lucido e ben strutturato, ripercorrendo le tappe fondamentali attraverso cui l'umanità ha tentato — con fatica, contraddizioni e risultati imperfetti — di porre dei limiti alla barbarie della guerra.
Il punto di partenza sono le Convenzioni dell'Aja del 1899 e del 1907, i primi strumenti di diritto internazionale volti a regolamentare i conflitti armati: la tutela dei feriti in battaglia, le restrizioni sull'uso di certe armi, la protezione dei prigionieri. Il principio alla base era rivoluzionario per l'epoca: anche in guerra esiste una soglia di dignità umana che non può essere violata.
La vera svolta, però, arriva con la Seconda guerra mondiale e con i processi di Norimberga, che segnano un discrimine netto nella storia del diritto internazionale. Prima del 1945, il ricorso alla forza armata era sostanzialmente considerato una prerogativa sovrana degli Stati. Dopo Norimberga, per la prima volta nella storia, individui — non solo Stati — vengono giudicati e condannati per crimini commessi in nome di uno Stato. Nascono i concetti di crimine contro l'umanità e di crimine di guerra come categorie giuridiche autonome e universalmente vincolanti.
A questo si aggiunge lo Statuto delle Nazioni Unite, il cui articolo 2, paragrafo 4, sancisce in modo esplicito la non liceità della minaccia e dell'uso della forza nelle relazioni internazionali — un principio cardine che è oggi al centro del dibattito giuridico sull'attuale conflitto a Gaza.
La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948, a sua volta, diventa fonte del diritto internazionale umanitario introducendo il concetto di gross violations — violazioni gravi e sistematiche dei diritti fondamentali — tra cui il genocidio, l'apartheid, la tortura, le esecuzioni di massa e la schiavitù.
Le Convenzioni di Ginevra completano questo quadro, introducendo il concetto di combattente legittimo e rafforzando in modo cruciale la tutela della popolazione civile, attraverso la cosiddetta clausola Martens — contenuta nell'articolo 3 comune a tutte le Convenzioni — che impone il rispetto dei principi di umanità anche nelle situazioni non espressamente previste dai trattati.
Uno dei momenti più importanti dell'intervento è stato dedicato alla definizione giuridica di genocidio, termine spesso usato in modo improprio nel dibattito pubblico.
Codovini ha illustrato con precisione come il genocidio trovi la sua definizione giuridica autonoma nell'articolo 6 dello Statuto di Roma del 1998, che istituisce la Corte Penale Internazionale. Secondo questa definizione, il genocidio è classificato come core crime — uno dei crimini più gravi previsti dal diritto internazionale — e si distingue dagli altri crimini di guerra per la presenza di un elemento intenzionale specifico: la volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale.
Questa precisione giuridica non è un dettaglio tecnico: è fondamentale per capire di cosa si stia davvero discutendo quando questo termine viene applicato al conflitto di Gaza, oggetto di procedimenti in corso sia davanti alla Corte Internazionale di Giustizia che alla Corte Penale Internazionale.
Forse il momento più significativo dell'intera giornata è stato quello del dibattito finale. Gli studenti del Rosa-Gianturco non si sono limitati ad ascoltare: hanno dialogato, hanno posto domande, hanno dimostrato una maturità e una consapevolezza che hanno visibilmente colpito lo stesso professor Codovini.
Tra le molte questioni sollevate, una in particolare ha spiccato per profondità: come si fa a sviluppare un autentico senso critico di fronte alla complessità della storia e all'overdose di informazioni — spesso contraddittorie, spesso di parte — che caratterizza il nostro tempo? Una domanda che va ben oltre i confini di una lezione di storia e tocca il cuore della formazione di una cittadina consapevole nel XXI secolo.
Codovini ha risposto con la generosità intellettuale che lo contraddistingue, offrendo riferimenti bibliografici e giuridici precisi ma accessibili, indicando strumenti concreti per orientarsi in un panorama informativo sempre più complesso. Il messaggio finale è stato coerente con tutta la sua impostazione: la storia si studia per capire il presente, e capire il presente è il primo passo per non esserne travolti.
giovedì 9 aprile 2026
Bibliografie essenziali. 47. Burocrazia nella tarda modernità meridionale
giovedì 26 marzo 2026
Bibliografie essenziali. 46. I Banchi di Napoli
Cfr. D. DEMARCO, Il Banco di Napoli. L’archivio storico. La grammatica delle scritture, Napoli, ESI, 2000; R. FILANGIERI, I Banchi di Napoli. Dalle origini alla costituzione del Banco delle Due Sicilie (1539-1808), Napoli Tipografia degli Artigianelli, 1940; C. MAIELLO, La crisi dei banchi pubblici napoletani. 1794-1806, Genève, Librairie Droz, 1980; E. DE SIMONE, Il Banco della Pietà di Napoli. 1734-1806, Napoli, Arte Tipografica, 1987; P. AVALLONE, Stato e banchi pubblici a Napoli a metà del ‘700. Il Banco dei Poveri: una svolta, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1995; C. MAIELLO, L’indebitamento bancario della nobiltà napoletana nel primo periodo borbonico (1734-1806), Napoli, Istob, 1986; E. NAPPI, Banchi e finanze della Repubblica Napoletana, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Arte Tipografica, 1999; D. CICCOLELLA-L. DI MATTEO (a cura di), Nei banchi pubblici napoletani. Repertorio dei titolari dei conti con maggiore movimentazione tra il 1734 e il 1804, Napoli, Cnr edizioni, 2021.
giovedì 12 marzo 2026
Bibliografie essenziali. 45. John Acton, una figura controversa
Risultano, quindi, ancora validi, soprattutto, gli studi di G. NUZZO, La monarchia delle Due Sicilie tra Ancien Régime e rivoluzione, Napoli, Berisio, 1972, soprattutto pp. 29-50; ID., L’ascesa di Acton al governo dello stato, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», III serie, 19 (1980), pp. 437-545; ID., A Napoli nel tardo Settecento. La parabola della neutralità, Napoli, Morano, 1990. Si vedano anche, non solo in riferimento ad Acton, ma anche per considerazioni sul periodo precedente: R. MOSCATI, Dalla reggenza alla repubblica partenopea, in Storia di Napoli, Cava dei Tirreni, Di Mauro, 1976, IV, pp. 721-787; R. AJELLO, I filosofi e la Regina. Il governo delle Due Sicilie da Tanucci a Caracciolo (1776-1786), in «Rivista Storica Italiana», 103 (1992), pp. 398-454 e pp. 657-738.
giovedì 26 febbraio 2026
Bibliografie essenziali. 44. Bernardo Tanucci e la Reggenza di Ferdinando IV
giovedì 15 gennaio 2026
Storici lucani. 16. La Lucania Sconosciuta di Luca Mandelli (Donato Donnino)
Quando pensiamo al Sud storico italiano, spesso ci sfugge un nome che risuona antico e denso di storie dimenticate: Lucania. Nel Seicento, un frate agostiniano intraprese un’opera ambiziosa e quasi visionaria: scrivere la storia organica e la geografia di questa terra. Luca Mandelli, agostiniano di Diano nel Principato Citra (oggi Teggiano in provincia di Salerno), nato probabilmente tra la fine del XVI secolo e gli inizi del XVII, morto nel 1672, fu autore di La Lucania Sconosciuta, prima opera storiografica dedicata alla Lucania nel suo complesso.
Mandelli iniziò a scrivere la sua opera dopo il 1644, e continuò fino alla sua morte nel 1672, basandosi su numerose fonti, citate a margine del testo.
mercoledì 31 dicembre 2025
Potenza. 9. La città a inizio XIX secolo secondo Raffaele Riviello
La chiesa di S. Francesco, prima del 1806, cioè prima della soppressione fatta dal governo francese, apparteneva ai Conventuali, frati ricchissimi, e spesso serviva per i mortori più solenni di tutte e tre le parrocchie della città. E quindi spesso avvenivano contrasti fra i capitoli per il rispetto dei limiti delle parrocchie ; e vi sono memorie scritte, dalle quali si rilevano abusi, pretensioni, resistenze, minacce per difendere e sostenere il proprio diritto parrocchiale. (...)
Le case poi dei contadini erano miserrime, basse, infelici da toccarsi il tetto con la mano, come se ne vedono ancora in certi vichi; e mal si riparavano dalla pioggia e dalla neve. (...) Per lo più l'una casa era separata dall'altra per brevissimo spazio, detto vinella, per lo scolo delle acque piovane, che poi servì anche pel getto d'ogni lordura.
Molte avevano il tetto a due pendenze, e perciò la caratteristica prospettiva ad angolo, dando a pensare che fossero state edificate così per rigidezza di clima , o fossero trasformazione di primitivi pagliai, dopo la sventura di terremoti, o dopo le feroci devastazioni di barbari invasori.
Quasi tutte avevano sottani scavati dentro terra, per uso di cantina, di legnaio, di stalla, ed anche per abitazione della gente povera e contadina.
In questi sottani, talvolta tre o quattro metri dentro terra, la gente povera nel rigido inverno sentiva meno freddo, standosene attorno al fuoco di scroppi, cioè di sarmenti, cannucce e sterpi di siepi, tra densi strati di fumo nero ed amaro, che indeboliva l'ardore e le stesse fiamme del fuoco, e lasciavano appena vedere il poco di luce che veniva scialba e scarsissima dall'uscio, sembrando arrestarsi timida ed incerta sulla soglia della scala.
Quindi trabucchi, cioè aperture incavate nella via per dare accesso a questi sottani e poveri abituri ; e scale sporgenti per salire al piano di quelle case, che si sollevavano di qualche metro sul livello della cuntana (vico) , o della strada , poco rispettandosi in quei tempi di governi medioevali il diritto dell' università o del comune.
Vi era pericolo di spezzarsi la nuca del collo, se si fosse voluto passare per quei vichi in tempo di notte!
Vi erano poi casette basse sott'ermisci (sott'embrici) , che non potendo essere diversamente illuminate, avevano nel mezzo del tetto nu duscirnale (lucernaio) o abbaino, da cui entrava l'aria e qualche fugace raggio di sole, servendo nel tempo stesso da cimminiera per l'uscita del fumo.
Prima del 1818 non si avevano lampioni nelle vie, quindi nelle buie sere d'inverno bisognava, come dicevano, farsi lume col tizzone per non cadere in qualche trabucco, o rompersi il naso in qualche scala sporgente. Vero è che a mezz'ora di notte ognuno era già in casa.
Si vedeva qualche lampadetta innanzi a imagine, o quadro di Madonna, incastrata nel muro, come quella presso la Pretura, ove un tempo avevano sede i Monaci di S. Giovanni di Dio, da cui trasse nome una delle porte della Città.
Tuttavia si viveva sicuri , tanto che si lasciavano alle volte le case aperte, ed alcune si chiudevano con un pezzo di legno dentato , a mezzo di un ferro ricurvo e fatto ad angolo, detto lu votaiann' (il voltajanua), perchè mettendo l'un capo nel buco della porta (janua) , con l'altro si faceva forza innanzi o indietro (vota da voltare) e l'uscio si apriva o si serrava secondo il bisogno. Vera mascatura, o toppa primitiva !
Di rado si sentiva la ruberia di ladruncoli, che ad intimidire la gente si dice si aggirassero tra le ombre, alzando ed abbassando uno spauracchio di cencio, col mezzo di un congegno di canne. Per tale malizia di birboni più si accreditava la diceria delle malombre, pregiudizio che veniva forse alimentato anche dalla furberia di qualcuno che sgaiattolava in cerca di avventure e di amori proibiti.
(...) Quando vi era la neve, e da noi non è rara! i ragazzi solevano divertirsi a paddaroni, (pallaroni, palloni) lanciandoseli a schiere divise, gli uni contro gli altri.
Si andava pure su Monte Reale , distante un centinaio di metri dalla città, a fare la botte, rotolando una pallottola di neve sullo spianato, che s'ingrossava fin quando le loro forze non ne potevano più. Poi la spingevano verso uno dei fianchi del monte, lasciandola andare giù pel pendio, e rallegrandosi nel vederla, come valanga, precipitare a sbalzi, sino a che non si fosse frantumata per via, o arrivasse intera a posare nella valle. (...) Questi scherzi nevosi erano più facili nella novena di Sant'Antonio Abate, a cui su quello spianato era dedicata una rozza cappella, che s'incendiò, e poi si rifece a nuovo, per cadere nel terremoto del 1857. Oggi il recinto della cappella è ridotto a Polveriera, essendosi tolta, nei tempi di brigantaggio, dall'antico sito in vicinanza del Ponte di S. Vito sul Basento.
(...) Le migliori botteghe erano le poche della Chiazza ( Piazza), li funnichi (fondaci) e li spicilarie (farmacie); ma sarebbe sciocchezza imaginarvi lusso di stigli, vetrine, specchi e tabelle, come se ne vedono ai tempi nostri in Via Pretoria, ove ogni negozio e bottega si abbellisce per ragione dei tempi e della moda , non ostante i disagi e le ristrettezze economiche.
(...) Secondo le parrocchie, il popolo andava a S. Gerardo, alla Trinità a S. Michele, a S. Francesco nei tempi più antichi, e anche a Santa Maria, chiesa dei Riformati; ma per lo più a questa vi andavano quelli più desiderosi di novità, giovanotti e figliole che amavano ritrarre impressioni di fantasia, e anche divertirsi in birichinate nel buio della notte. (...) Un antico e grande orologio era sul campanile di S. Francesco, ricordo di secoli e di civiltà fratesca, ma venne messo a riposo ai giorni nostri. Un altro a suoneria con campanelle fu posto sulla Casa Comunale verso il 1827, quando si ristaurò nella parte superiore; ma pel terremoto del 1857 tentennò e tacque, per poi sparire, allorchè l'insipienza architettonica e municipale distrusse ogni memoria dell'antico Sieggio.
(...) Verso il 1860 si sentì il bisogno di basolare o lastricare con migliore livello la Via Pretoria, costruendosi il primo condotto lurido in tutta la lunghezza della città ; ma fu opera mal fatta , tal'essendo la sorte di ogni spesa e disegno dell'amministrazione cittadina. Anche la collettività ha la sua stella per colpa altrui o per poca accortezza di prevedere il domani. Anzi il Municipio, baldo in quella piena di entusiasmi e speranze, incitato da autorità e governo, ricorse a debiti ed a tasse per costruire teatro, Via del Popolo, muraglioni, ponti, vie- nuove, Edifizio scolastico , condottura delle acque e fontane, ribasolatura di Via Pretoria, riselciatura di strade secondarie, marciapiedi, giardinetti, nuovo palazzo municipale, ed altre opere di minor conto, aggravando di soverchio i cittadini, con più fortuna di appaltatori e costruttori, e senza l'aiuto di anima viva.
FONTE: R. RIVIELLO, Ricordi e note su costumanza, vita e pregiudizi del popolo potentino, Potenza, Garramone e Marchesiello, 1893, pp. 41, 48-49, 57, 79-80, 107-108, 118, 185, 198 (con tagli).



















