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giovedì 27 agosto 2026

Materiali didattici. 34. Il telero LUCANIA 61 di Carlo Levi (Rosamaria Nicoletti)

Il grande telero Lucania ’61, oggi esposto permanentemente a Matera, nella sede di Palazzo Lanfranchi, fu commissionato a Carlo Levi dal Comitato organizzatore per le celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia a Torino.

Mario Soldati, curatore della mostra Italia ‘61, gli chiese, infatti, di realizzare un’opera che rappresentasse la Basilicata all’interno del Padiglione delle Regioni progettato per l’occasione da Gian Luigi Nervi. Carlo Levi organizzò, allora, nell’aprile del 1960 un viaggio in regione insieme a Mario Carbone, per rinverdire la sua memoria dei volti, della terra, delle storie vissute da esule tra il 1935 e il 1936.

La descrizione di Carlo Levi (che citiamo dal blog "Camminare nella Storia") è quantomai icastica:

Siamo nella grotta verde, in presenza della morte. Le donne stanno attorno al morto bianco, dal viso bianco, strette nell’antico lamento: e le madri piangono il figlio morto. Le due madri, la terrena e la celeste, piangono e raccontano la vita del figlio, con i loro visi antichi, raccolta di amore e di dolore. Narrano della nascita, della povertà, della vita spesa per gli altri, della bontà, della poesia, dell’acerba morte. Con le madri sono le donne avvolte nei veli del costume e le giovani in lacrime o chiuse nel nero del lutto e della vita e con loro la figura solitaria del vecchio vice-sindaco amaro e la vecchia che sembra vaticinante; tutto intorno la grande spirale delle figure femminili, simili a un nero volo di uccelli, fino alla maga, in alto, dove si mostra il cielo. Dall’apertura della grotta appare una valle lontana: è il cimitero e la tomba di Rocco. Nella grotta, tra la famiglia e gli animali, il lamento si perde e si trasforma nel sonno. Una grande contadina dalla pelle arida di sole e di terra tiene in braccio il bambino addormentato. Nell’ombra verde della grotta, nel sonno dell’asina che raschia, tra gli attrezzi e le provviste, tra il pane e i lambasciuni, vicino alla vecchia vaticinante, una bambina dalla gamba fasciata guarda con gli intensi occhi neri. E guarda il monaciello vestito per voto e le donne che vegliano il sonno e i sospiri; i bambini sono stretti nei letti, sdraiati, incrociati o in braccio alle donne e le capre circondano la culla appesa, dove dorme un lattante. E il buio della grotta brulica di forme.



Ma le ore passano. Fuori è giorno alto. Nel vicolo si svolge la vita del vicinato. Piedi si muovono e passano. Chi porta in capo, chi siede lavorando davanti alla porta, chi allatta, chi nutre il bambino, chi stende il bucato, chi parla, chi ascolta. Una grande donna incinta, bianca nei suoi grembiali, sotto gli occhi delle compagne affaccendate e dei fanciulli dal viso melanconico appoggiati agli stipiti, si leva sul paesaggio spoglio, accanto ai ragazzi, al giovane Rocco adolescente. È ancora la madre tra i bambini che la tengono con le mani e gli animali, sotto il paese bianco alto sul colle, nel sole impietoso del mezzogiorno. Volge l’ora. Si avanzano l’ombre. I contadini risalgono come ogni sera verso il paese già oscuro. Lunghe file con gli asini e le capre, come legati a un moto che si ripete da sempre, ogni giorno, all’andare degli animali, allo spazio dei pasti, al rumore dei zoccoli dei muli sulla terra, al filo dei finimenti, all’ondeggiare dei basti e dei cesti. Un contadino precede le bestie, la donna, il figlio. È color del velluto, dei panni infangati, della terra. La sua donna è alta, in groppa col suo bambino, come in una fuga in Egitto, bianca come l’argilla dei monti desolati. E dietro viene la lunga fila nera, capre, donne, pecore, argille e ombre, sotto il deserto dei campi, verso la piazza.




La piazza è colma di gente che ascolta Rocco che parla. Alla finestra, lontani e isolati, si affacciano dal loro tempo i grandi morti di Lucania, gli antichi meridionalisti, Fortunato, Nitti, Dorso. Sotto di loro permane sul muretto la fila curva dei disoccupati e dei vecchi, uomini in attesa, senza speranza, giù fino al disoccupato dal colore delle stoppie che chiude in basso la fila e il quadro, e al cane che dorme come morto. Sulla piazza, all’ombra delle chiese, i vecchi intabarrati parlano gli eterni discorsi. In gruppo o solitari si appoggiano al bastone, nel tempo fermo. E gli uomini aspettano, con il viso sulle mani, con le mani intrecciate o appoggiate alle ginocchia, le inutili mani che non trovano lavoro. Ma davanti a loro è un altro mondo che nasce: sul volto di Rocco scintilla la luce di un’interna energia che nuova si esprime: attorno a quel centro luminoso si svolge la grande spirale degli uomini che nella parola trovano per la prima volta il senso e il valore dell’esistenza. Eccoli tutti, i compagni e i fratelli, i personaggi della storia, i protagonisti veri. Che cosa dice Rocco? È il suo un comizio, un discorso politico o è una poesia quella che egli sottolinea col gesto della mano? Forse l’uno e l’altro insieme, forse egli dice i suoi versi, la sua Marsigliese contadina: Spuntano ai pali ancora / le teste dei briganti / e la caverna / l’oasi verde della triste speranza / lindo conserva un guanciale di pietra…/ Ma nei sentieri non si torna indietro. / Altre ali fuggiranno dalle paglie della cova, / perchè lungo il perire dei tempi, / l’alba è nuova, è nuova. L’alba è nuova per questi uomini: eccoli giovani e vecchi, pastori e operai e fanciulli, intenti ad ascoltare e ad ascoltarsi, testimoni e protagonisti: eccoli, i contadini e i poeti, e fra essi il maggiore, Umberto Saba e tra la folla l’autore e i personaggi del ‘Cristo si è fermato a Eboli’ e quelli de ‘l’Uva puttanella’, una folla che cresce, che diventa infinita: un mondo nasce con la parola e l’immagine”. 


L’opera (lunga oltre 20 metri e divisa in tre pannelli) è, dunque, dedicata a Rocco Scotellaro, scrittore, poeta e sindaco di Tricarico che appare giovanissimo, al centro della tela, con il volto lentigginoso. Viene ritratto, invece, già sindaco al centro della piazza affollata dalla sua comunità alla quale partecipano anche importanti intellettuali italiani, tra cui lo stesso Levi, di profilo. 

giovedì 25 giugno 2026

Personaggi. 35. Ernesto De Martino tra storia e magia

Ernesto De Martino, seppure non lucano, risulta notevolmente legato alla Basilicata nella sua "spedizione" dal 30 settembre al 31 ottobre 1952 e poi, più volte, fino al 1956. Egli nacque a Napoli nel 1908, da padre ingegnere delle ferrovie e madre maestra elementare. Frequentò il ginnasio a Firenze e il liceo (classico nella sezione moderna, senza il greco, sostituito dal tedesco) a Napoli. Dopo aver frequentato per un anno la facoltà di ingegneria a Torino, studiò filosofia a Napoli dal 1929. Nel 1930 incontrò Vittorio Macchioro, archeologo, storico delle religioni e studioso dell'orfismo. Prestò servizio militare come allievo ufficiale riuscendo nel contempo a proseguire gli studi. 

Dopo la laurea in lettere all'Università di Napoli nel 1932, con una tesi in storia delle religioni sotto la direzione di Adolfo Omodeo, si interessò alle discipline etnologiche. Si iscrisse ai GUF e alla Milizia Universitaria, collaborando a L'Universale di Berto Ricci e facendo circolare in una cerchia ristretta di collaboratori un Saggio sulla religione civile poi rimasto inedito. Alla caduta del regime nel luglio del 1943, De Martino, che aveva intanto maturato forti sentimenti antifascisti, si trovava con la famiglia a Cotignola, nella bassa Romagna e partecipò da rifugiato alla Resistenza, dapprima in provincia di Ravenna poi a Forlì, dove rappresentò il Partito italiano del lavoro alle riunioni del CLN.

Nel 1935 aveva sposato Anna Macchioro, la figlia di Vittorio, con cui ebbe due figlie, Lia e Vera. La relazione con Anna Macchioro entrò definitivamente in crisi nel 1947, quando, durante il suo insegnamento in un istituto magistrale di Bari, conobbe e si legò ad una sua allieva, Vittoria De Palma, che diventò la sua nuova compagna e preziosa collaboratrice. In Puglia ricoprì anche ruoli di responsabilità nel PSI, a Bari e nel Salento.

De Martino fu collaboratore di Raffaele Pettazzoni all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", nell'ambito della Scuola romana di Storia delle religioni. Come ordinario di Storia delle religioni e di Etnologia, dal dicembre 1958 fino alla morte insegnò all'Università di Cagliari.

Pubblicato nel 1959, Sud e Magia è un'opera fondamentale dell'antropologia italiana che analizza il profondo legame tra la cultura popolare del Mezzogiorno – in particolare della Basilicata degli anni Cinquanta – e le pratiche magico-religiose, rifiutando di liquidare queste ultime come semplice ignoranza o superstizione da folklore. 

Al cuore del saggio si trova il concetto teorico di "crisi della presenza", ovvero il rischio costante che l'individuo sperimenta, in contesti di estrema miseria, isolamento e precarietà materiale, di perdere la propria coscienza di soggetto attivo e la capacità di dare un senso alla realtà di fronte a traumi, malattie o forze naturali avverse. La magia si configura quindi come un vero e proprio dispositivo di protezione culturale e psicologica, un ammortizzatore sociale capace di sottrarre l'essere umano dall'angoscia dell'indeterminato; attraverso rituali precisi come la guarigione dall'affascino (la fascinazione o malocchio) o le pratiche contro le fatture, il caos interiore viene incanalato in forme definite, permettendo al soggetto di agire e riscattarsi. De Martino descrive minuziosamente questo mondo arcaico esaminando i rituali protettivi legati alla nascita e all'infanzia, le formule per allontanare i temporali che minacciavano i raccolti e il sincretismo con il cattolicesimo ufficiale, dove santi e liturgie cristiane vengono costantemente assimilati e piegati a fini magici e utilitaristici per la sopravvivenza quotidiana. Nella seconda parte del volume, l'autore adotta una prospettiva storica più ampia, indagando i motivi per cui la razionalità moderna e l'Illuminismo, pur avendo influenzato le élite colte delle città come Napoli, non siano mai riusciti a penetrare nel mondo rurale delle province meridionali; la persistenza del magismo viene così ricondotta al fallimento storico delle classi dirigenti e dello Stato, che hanno lasciato le masse contadine in una condizione di totale subalternità economica e sociale. 

Oltre a Sud e magia (1959), ricordiamo: Naturalismo e storicismo nell’etnologia (1941), Il mondo magico (1948), Morte e pianto rituale nel mondo antico (1958), La terra del rimorso (1961), Furore simbolo valore (1962) e, postumi, La fine del mondo (1977) e Storia e metastoria (1995).

Morì a Roma il 6 maggio 1965.

FONTE: https://it.wikipedia.org/wiki/Ernesto_de_Martino (con tagli)

APPROFONDIMENTI:

Ernesto De Martino tra magia e storia (podcast Rai)

giovedì 11 giugno 2026

La Basilicata moderna. 45. La situazione geo-economica nel 1860

 

FONTE: G. DE LUCA, Il reame delle due Sicilie: descrizione geografica, storica, amministrativa, Napoli, Stabilimento Tipografico dei Classici Italiani, 1860, pp. 320-321.

giovedì 14 maggio 2026

giovedì 23 aprile 2026

Paesi lucani. 71. Teana a fine Settecento

 

FONTE: L. GIUSTIANI, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, s.e., 1805, t. IX, p. 143.

giovedì 29 gennaio 2026

Il Mezzogiorno moderno. 30. Lo "Zodiaco di Maria" di padre Serafino Montorio

Lo Zodiaco di Maria fu scritto nel 1715 da padre Serafino Montorio, un domenicano del convento napoletano della Sanità; nell’opera le province del Regno di Napoli (dodici come i segni zodiacali e come le stelle della corona della Vergine) vengono descritte associandole ai segni dello Zodiaco e ai diversi culti di Maria. 

Padre Serafino esamina i principali santuari mariani dall’Abruzzo alla Calabria, ad ognuno dei quali attribuisce una stella, descrivendo leggende di fondazione, miracoli, icone venerate nei più importanti centri mariani del tempo, con una serie interessante di informazioni.

Per la Basilicata, Montorio trae le notizie sulla nascita del culto, sui miracoli e la descrizione della statua venerata da una relazione del vescovo di Marsico di quattro anni prima. Nello specifico, vengono descritte: Santa Maria d'Anglona (pp. 361-365), Santa Maria d'Orsoleo (pp. 366-368); Santa Maria del Principio e altre cinque chiese di Lavello (pp. 368-371). Santa Maria del Ponte a Marsico Nuovo, allora in Principato Citra, viene descritta alle pp. 294-298, così come il santuario della Madonna del Sacro Monte di Viggiano, ponendolo anch'esso nella costellazione del Toro, alle pp. 298-302.


mercoledì 31 dicembre 2025

Potenza. 9. La città a inizio XIX secolo secondo Raffaele Riviello

La chiesa di S. Francesco, prima del 1806, cioè prima della soppressione fatta dal governo francese, apparteneva ai Conventuali, frati ricchissimi, e spesso serviva per i mortori più solenni di tutte e tre le parrocchie della città. E quindi spesso avvenivano contrasti fra i capitoli per il rispetto dei limiti delle parrocchie ; e vi sono memorie scritte, dalle quali si rilevano abusi, pretensioni, resistenze, minacce per difendere e sostenere il proprio diritto parrocchiale. (...)


Ed invero chi avesse guardato a volo di uccello, come si dice, l'aspetto generale della città, avrebbe notato che meno i campanili, le chiese, i monasteri, il palazzo del conte e quelli più modesti di parecchie famiglie di proprietarii o possidenti, il resto del fabbricato era uno sminuzzamento di umili case e casette senza pregio di arte, le quali di solito non avevano lusso di prospetto, nè avevano tutte un piano superiore, comodo e distinto. E per questo sminuzzamento avvenne che nelle successive trasformazioni si cercò di abbellire alla meglio il fabbricato, non secondo dettava l'architettura ed il bisogno della civiltà e del progresso, ma secondo le necessità e le disadatte circostanze di moltiplici interessi.

Le case poi dei contadini erano miserrime, basse, infelici da toccarsi il tetto con la mano, come se ne vedono ancora in certi vichi; e mal si riparavano dalla pioggia e dalla neve. (...) Per lo più l'una casa era separata dall'altra per brevissimo spazio, detto vinella, per lo scolo delle acque piovane, che poi servì anche pel getto d'ogni lordura.

Molte avevano il tetto a due pendenze, e perciò la caratteristica prospettiva ad angolo, dando a pensare che fossero state edificate così per rigidezza di clima , o fossero trasformazione di primitivi pagliai, dopo la sventura di terremoti, o dopo le feroci devastazioni di barbari invasori.

Quasi tutte avevano sottani scavati dentro terra, per uso di cantina, di legnaio, di stalla, ed anche per abitazione della gente povera e contadina.

In questi sottani, talvolta tre o quattro metri dentro terra, la gente povera nel rigido inverno sentiva meno freddo, standosene attorno al fuoco di scroppi, cioè di sarmenti, cannucce e sterpi di siepi, tra densi strati di fumo nero ed amaro, che indeboliva l'ardore e le stesse fiamme del fuoco, e lasciavano appena vedere il poco di luce che veniva scialba e scarsissima dall'uscio, sembrando arrestarsi timida ed incerta sulla soglia della scala.

Quindi trabucchi, cioè aperture incavate nella via per dare accesso a questi sottani e poveri abituri ; e scale sporgenti per salire al piano di quelle case, che si sollevavano di qualche metro sul livello della cuntana (vico) , o della strada , poco rispettandosi in quei tempi di governi medioevali il diritto dell' università o del comune.

Vi era pericolo di spezzarsi la nuca del collo, se si fosse voluto passare per quei vichi in tempo di notte!

Vi erano poi casette basse sott'ermisci (sott'embrici) , che non potendo essere diversamente illuminate, avevano nel mezzo del tetto nu duscirnale (lucernaio) o abbaino, da cui entrava l'aria e qualche fugace raggio di sole, servendo nel tempo stesso da cimminiera per l'uscita del fumo.

(...) Le strade, i vichi erano appena e malamente selciati, e nell'unica piazza, quella del Sedile, vi crescevano ciuffi di erba, per quanto mi è stato detto da quelli che ne ricordano lo stato verso il 1820.

Prima del 1818 non si avevano lampioni nelle vie, quindi nelle buie sere d'inverno bisognava, come dicevano, farsi lume col tizzone per non cadere in qualche trabucco, o rompersi il naso in qualche scala sporgente. Vero è che a mezz'ora di notte ognuno era già in casa. 

Si vedeva qualche lampadetta innanzi a imagine, o quadro di Madonna, incastrata nel muro, come quella presso la Pretura, ove un tempo avevano sede i Monaci di S. Giovanni di Dio, da cui trasse nome una delle porte della Città.

Tuttavia si viveva sicuri , tanto che si lasciavano alle volte le case aperte, ed alcune si chiudevano con un pezzo di legno dentato , a mezzo di un ferro ricurvo e fatto ad angolo, detto lu votaiann' (il voltajanua), perchè mettendo l'un capo nel buco della porta (janua) , con l'altro si faceva forza innanzi o indietro (vota da voltare) e l'uscio si apriva o si serrava secondo il bisogno. Vera mascatura, o toppa primitiva !

Di rado si sentiva la ruberia di ladruncoli, che ad intimidire la gente si dice si aggirassero tra le ombre, alzando ed abbassando uno spauracchio di cencio, col mezzo di un congegno di canne. Per tale malizia di birboni più si accreditava la diceria delle malombre, pregiudizio che veniva forse alimentato anche dalla furberia di qualcuno che sgaiattolava in cerca di avventure e di amori proibiti. 

(...) Quando vi era la neve, e da noi non è rara! i ragazzi solevano divertirsi a paddaroni, (pallaroni, palloni) lanciandoseli a schiere divise, gli uni contro gli altri.

Si andava pure su Monte Reale , distante un centinaio di metri dalla città, a fare la botte, rotolando una pallottola di neve sullo spianato, che s'ingrossava fin quando le loro forze non ne potevano più. Poi la spingevano verso uno dei fianchi del monte, lasciandola andare giù pel pendio, e rallegrandosi nel vederla, come valanga, precipitare a sbalzi, sino a che non si fosse frantumata per via, o arrivasse intera a posare nella valle. (...) Questi scherzi nevosi erano più facili nella novena di Sant'Antonio Abate, a cui su quello spianato era dedicata una rozza cappella, che s'incendiò, e poi si rifece a nuovo, per cadere nel terremoto del 1857. Oggi il recinto della cappella è ridotto a Polveriera, essendosi tolta, nei tempi di brigantaggio, dall'antico sito in vicinanza del Ponte di S. Vito sul Basento.

(...) Le migliori botteghe erano le poche della Chiazza ( Piazza), li funnichi (fondaci) e li spicilarie (farmacie); ma sarebbe sciocchezza imaginarvi lusso di stigli, vetrine, specchi e tabelle, come se ne vedono ai tempi nostri in Via Pretoria, ove ogni negozio e bottega si abbellisce per ragione dei tempi e della moda , non ostante i disagi e le ristrettezze economiche.

(...) Secondo le parrocchie, il popolo andava a S. Gerardo, alla Trinità a S. Michele, a S. Francesco nei tempi più antichi, e anche a Santa Maria, chiesa dei Riformati; ma per lo più a questa vi andavano quelli più desiderosi di novità, giovanotti e figliole che amavano ritrarre impressioni di fantasia, e anche divertirsi in birichinate nel buio della notte. (...) Un antico e grande orologio era sul campanile di S. Francesco, ricordo di secoli e di civiltà fratesca, ma venne messo a riposo ai giorni nostri. Un altro a suoneria con campanelle fu posto sulla Casa Comunale verso il 1827, quando si ristaurò nella parte superiore; ma pel terremoto del 1857 tentennò e tacque, per poi sparire, allorchè l'insipienza architettonica e municipale distrusse ogni memoria dell'antico Sieggio.

(...) Verso il 1860 si sentì il bisogno di basolare o lastricare con migliore livello la Via Pretoria, costruendosi il primo condotto lurido in tutta la lunghezza della città ; ma fu opera mal fatta , tal'essendo la sorte di ogni spesa e disegno dell'amministrazione cittadina. Anche la collettività ha la sua stella per colpa altrui o per poca accortezza di prevedere il domani. Anzi il Municipio, baldo in quella piena di entusiasmi e speranze, incitato da autorità e governo, ricorse a debiti ed a tasse per costruire teatro, Via del Popolo, muraglioni, ponti, vie- nuove, Edifizio scolastico , condottura delle acque e fontane, ribasolatura di Via Pretoria, riselciatura di strade secondarie, marciapiedi, giardinetti, nuovo palazzo municipale, ed altre opere di minor conto, aggravando di soverchio i cittadini, con più fortuna di appaltatori e costruttori, e senza l'aiuto di anima viva.

FONTE: R. RIVIELLO, Ricordi e note su costumanza, vita e pregiudizi del popolo potentino, Potenza, Garramone e Marchesiello, 1893, pp. 41, 48-49, 57, 79-80, 107-108, 118, 185, 198 (con tagli).

martedì 16 dicembre 2025

La Basilicata moderna. 44. 16 dicembre 1857: il terremoto secondo Giacomo Racioppi

Ma ne paure, né pressure di polizia avrebbero tenuto a lungo interrotte le fila dell’organismo; se ai miserandi tremuoti del 16 dicembre 1857, scrollate fieramente terre e città di quasi mezza provincia, sepolte diecimila vittime, rapito ogni schermo di abitazione pel crudo inverno a più che cinquantamila anime di popolo, rase al suolo così che, da tre edifizii infuori, nell’altro restasse in pié alla popolosa terra di Montemurro, operoso centro di liberali impulsi, non fossero venute negli animi dell’universale, con la pietà e lo sgomento, le necessità prime della vita e del focolare domestico.

Della quale sciagura e de’ danni infiniti parlò chi scrive, in altre carte; e dei soccorsi governativi e della carità ufficiale discorse uno scrittore straniero con animo, se avessero al governo di Napoli, non però alla verità.

Certo è che il governo di Napoli sovvenne a tanta jattura scarsissimo e male; e il male men per trista indole o tristo proposito, che per la condizion delle cose stesse, per la sciagura larghissima, e per l’azione deleteria di un governo ignavo nei tempi tranquilli ai civili progressi. La Basilicata non ligata al centro dello Stato, né solcata allo interno da strade carreggiabili, non ebbe, né aver poteva gli aiuti, che il tempo e la qualità del caso richiedevano. Carichi di tavole e tende non giunsero che ai disfatti paesi del Salernitano, accessibili a ruote, e alla città di Potenza; ove, fu detto, servirono meno a ricetto dé poveri che a riparo di lusso: e i soccorsi in tele e coperte e vestimenta non giunsero, che quando già uno schermo avevano rizzato alla intemperie le migliaia d’infelici.

E di quelle, come di provende opere e moneta, fecero i distributori ufficiali cotale un uso infedele, che ei fu noto a tutti, come la brutta piaga, che ha brutto nome e dà bruttissima fama alla napoletana società, non fosse mancata a si nuovi e pietosi eventi. Alle migliaia di sepolti sotto le ruine di Montemurro, di Saponara, di Viggiano, adequate al suolo, e di Marsico, Carbone, Castelsaraceno, Guardia Perticara e trenta altri sobbalzati paesi, non fu potuto recare soccorso di vita che scarsissimo e tardo; perché le braccia mancavano a tanto danno; e le mercedi alla illimitata richiesta balzarono senza misura e termini, che la morale condanna. La pubblica autorità provvide non organando legioni operai da paesi men tocchi; ma affin che venissero legioni soldati. E vennero di questi un cinquecento; ma, poiché la burocrazia non ha le ali ai piedi a correre spedita, se giunsero tardi a salvare la vita di chi era già spento di stenti nelle cieche viscere dell’ammontate ruine, potevano ai superstiti salvare dalla jattura masserizie, derrate e ricchezze sepolte; e non fu. Il soldato lavorando di mala voglia a lavori non proprii; tolto ai freni della disciplina o per scema vigilanza o per tristo esempio dei capi, non fece che maggiori ruine, a pretesto men che ragione l’urgenza della sicurezza pubblica; non fece che maggiori danni, quando, a ragione le necessità proprie, abbruciò senza misura ogni sorta legname, che sospinti su a galla, quasi da vorticose onde, covrivano il mare delle macerie.


A sollievo di tanta miseria il governo chiese conforti dalla carità pubblica, forastiera e domestica. La quale non fruttò per vero gran fatto, se gittò un 177,000 ducati; colpa senza dubbio la poca simpatia, e la minor fiducia di probità, che si godeva nell’Europa civile il governo chiuso e intollerante del re. E a prova della poca fiducia il molto danaro che raccolsero nella città di Napoli i commercianti stranieri, massime inglesi, non commisero alle case governative; ma deputarono un onta loro a dispensarlo sui luoghi. E questi che fu un signor Major inglese venne e tornò; lasciando appresso il popolo esempio di quanto valga l’efficacia della carità privata sopra le burocratiche fasce dell’uffizial carità, e di quanto erano al di sotto delle private associazioni gli uffiziali del governo.

Costui la polizia invigilava; ne ebbe sospetto come inglese ch’egli era; sdegno, come rampogna vivente alla pigra azion del governo: a lui protestante recò brighe lo zelo permaloso dell’alto clero e del sovrano cattolicissimo. Come egli ebbe dispensati larghi e continui soccorsi in vettovaglie e moneta; e rizzate ai poveri in gran numero capanne; provvisto Saponara di farmaci, e, primissime necessità, di calcare e tegolaie; come ebbe largito a Brienza mille ducati, perché dai lavori di una sua strada carreggiabile traesse pane e profitto il minuto popolo e il paese, volle alquanti fanciulli orbi di famiglia salvare dalla miseria della ignoranza e del vizio. Ma il Re comandò fosse tolta cotesta briga allo zelo di lui; perché le anime tenerelle non pericolassero sullo sdrucciolo del protestantismo! Questo il ceto di liberi commercianti: e non altrimenti anche il Vescovo di Modena, poiché, a partire le collette di sua diocesi, volle deputato non altri che il Vescovo di Marsico e potenza. Né questa, per verità, fu diffidenza ingiuriosa al governo napoletano, quando ci fu nota la distribuzione che esso ebbe fatta del limosinato danaro. Del quale il piissimo Monarca volle assegnati ducati 20, 159: 65 a restaurazione di chiese, di cappelle e monasteri di ricchissime suore; e 20,000 ducati a colonizzare un territorio pantanoso nel Salernitano: così nella pienezza di sua potestà, invertendo in limosina allo Stato l’obolo, che i pietosi non dettero al povero, perché sopperisse a servigii che erano obbligatorii al bilancio dello Stato ed alla Mensa del Vescovo. Di altri 18,000 ducati dotarono alcuni monti di pegni; che fu buona intenzione d’instituti invecchiati: e 19,479 alla casa delle Girolomine nella città di Potenza, perché ricoverasse otto orfane giovinette; opera meritoria di carità, se a minor prezzo mercata.

FONTE: G. RACIOPPI, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermine nel 1860, Napoli, Morelli, 1867, pp. 79-81.

giovedì 21 agosto 2025

Paesi lucani. 70. Corleto Perticara

 Nel cuore della Lucania a sessantatre chilometri dalla città di Potenza, capoluogo di provincia, a ridosso d’una amena collina, frastagliata di vigne e di ulivi, è situata Corleto Perticara con la popolazione di cinquemila abitanti, a settecenticinquanta metri sul livello del mare.  

Giacomo Racioppi nelle sua «Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata» cosi scrive: «Corleto, il suffisso ne determina il significato evidente di luogo impiantato a noccioli, selve bucoliche gradite agli antichi poeti ed alle ninfe». Come alla Giuturna di Ovidio: «IIla modo in silvis inter Còryleta latebat».

L’ubicazione delle sue abitazioni verso sud-est è quanto mai salubre ed aperta, perchè degradante in lieve pendio ed intersecata da larghe strade ed ampie piazze, fra cui è celebre quella del Plebiscito che ricorda la scintilla dell’insurrezione lucana del 16 agosto 1860 contro il Borbone. Non vi sono notizie precise che riflettano ai posteri le origini di questo paese lucano, importantissimo come nodo stradale  e per le attività industriose dei suoi abitanti, indefessi e rudi lavoratori della terra. Il 10, 11 e 12 settembre del 1943, durante l’ultima disastrosa guerra, Corleto Perticara, per la sua rilevante posizione strategica, ebbe a subire reiterati bombardamenti da apparecchi statunitensi che la raserò al suolo, distruggendo, fra l’altro, non pochi ruderi dell’antichità. (...)

Pare che col nome di Comito sorgesse il primo nucleo di questa borgata, fin dall’epoca della seconda crociata, cioè intorno al 1100, sul costone roccioso che si aderge sul piano grasso di vigne e di ulivi detto «della Corte», in posizione aspra, ma ben atta alla difesa, sormontato dal massiccio del Castello feudale e dalla chiesetta di S. Leonardo. Difatti una pietra sita in un arco di finestra, del rione Costa, porta appunto il millesimo di 1100. 

Fu soltanto in seguito che Corleto si estese nella parte superiore, allargandosi di più verso mezzogiorno sul dolce declivo della collina di monte Calvario, ove culminano tre croci, meta di tutti i fedeli. Attualmente le case dell’antica Corleto, sottoposte al castello, sono tutte diroccate, mentre sono rimaste in buono stato quelle poche in rione Costa, a valle della chiesa madre, ove, riattata, ancora si conserva l’antichissima Cappella di Santa Domenica (la Sagra del villaggio), fabbricata già in mezzo al bosco, che più non esiste e tanto si rimpiange. Pertanto ben poco abbiamo potuto assodare dalle rovine esistenti nella zona più antica del paese, tanto più che i materiali ond’erano fabbricate le case, sono scomparsi oppure sono stati impiegati dalle generazioni che si sono succedute. Il paese era tutto attorno al vecchio castello feudale e le sue case erano poste in modo da coprirlo e difenderlo da eventuali incursioni ostili.

FONTE: E. IERARDI, Corleto Perticara (Lucania). Nuova monografia storica, Tipolitografia "Centro Grafico Sud, 1984, pp. 7-10.

giovedì 7 agosto 2025

L'antica Lucania. 20. La villa romana di Marsicovetere (Donato Donnino)

Le ricerche archeologiche in Val d’Agri hanno avuto inizio nel 2000, con l’avvio dei lavori Eni relativi alla Rete di Raccolta e all’Oleodotto Viggiano-Taranto. I territori interessati, per l’alta valle dell’Agri, sono quelli di Grumento Nova, Marsiconuovo, Marsicovetere, Montemurro, Paterno, Tramutola e Viggiano. La villa di Barricelle venne individuata nel settembre 2006. La direzione scientifica dello scavo è di Alfonsina Russo, con la collaborazione di Maria Pina Gargano, che conduce le indagini sul campo, mentre lo studio delle iscrizioni su instrumentum e della ceramica è a cura di Helga Di Giuseppe.

Una villa ritrovata si trovava in località Barricelle, in un’area prospiciente la valle, dominata a nord dal monte Volturino e lambita ad est dal torrente Molinara, affluente dell’Agri. Il complesso edilizio venne abitato durante il lungo periodo compreso tra la fine del II secolo a.C. e il VII d.C.

La vita della villa, dunque, si snodò in molte fasi. Durante la prima, l’edificio s’impronta su un’area già frequentata (come visto), nel periodo lucano tra la fine del IV ed il corso del III secolo a.C., come dimostra la ceramica a vernice nera residua rinvenuta nei livelli rimaneggiati su cui s’impianta la struttura monumentale. Gli strati di abbandono della prima fase della villa, databili tra la fine del II ed il terzo quarto del I secolo a.C., forniscono gli elementi necessari per capire che inizialmente si trattasse di un complesso edilizio costituito da un unico ambiente a pianta rettangolare di notevole estensione collegato nella parte sud con il settore produttivo, laddove s’individuano un ampio piano di cottura e numerosi frammenti di dolia (recipienti di argilla), nonchè un vasetto miniaturistico a crema che rimanda a culti domestici. 

Nella II fase, il complesso edilizio di Barricelle è una villa rustica a doppia vocazione, cioè residenziale e produttiva. Il nuovo edificio, realizzato in età augustea, continuò ad essere occupato ininterrottamente fin oltre la metà del I secolo d.C., quando la vita di questo edificio di seconda fase si interruppe a causa di eventi sismici. 

Dopo un breve periodo di abbandono, la villa nel corso del II secolo venne ricostruita, conoscendo il periodo di maggior splendore, in quanto visse una vera e propria monumentalizzazione ed una riorganizzazione degli spazi, che interessava in particolare la zona settentrionale. I bolli sulle tegole riportavano il nome di Gaius Bruttius Praesens, sicché la villa apparteneva alla famiglia lucana dei Bruttii Praesentes, nota per aver dato i natali oltre che a consoli e senatori, anche a Bruttia Crispina, detta «imperatrice lucana» perché andata in sposa, nel 178 d.C., all’imperatore Commodo, che, poi, l’avrebbe fatta esiliare ed uccidere a Capri per adulterio nel 187 d.C.

Questa terza fase della villa fu distrutta da un terremoto tra la fine del II e gli inizi del III secolo. Tuttavia la felice posizione geografica della villa fece sì che la villa venisse subito ricostruita nel III, pur subendo profondi rimaneggiamenti, soprattutto nella pars urbana, che, infatti, si trasformò da quartiere residenziale in quartiere artigianale.

Fra la seconda metà del IV e la fine del V secolo, la villa di Barricelle vide la sua ultima frequentazione, prima di essere abbandonata, presumibilmente e soprattutto a causa di dissesti di natura idrogeologica, dato che il torrente la Molinara, oggi distante 140 metri dall’impianto, era anticamente più vicino. 




giovedì 17 luglio 2025

EMINALIS. Il festival della Storia a Rionero (25-27 luglio 2025)

La pratica di contrassegnare tegole e mattoni con appositi bolli risale all’età imperiale, quando le manifatture ceramiche (figlinae) venivano insediate in prossimità di giacimenti di argilla e di corsi d’acqua, al fine di ottimizzare le fasi di produzione e distribuzione. Tali impianti erano spesso di proprietà di famiglie influenti, talora collegate direttamente alla domus imperiale. La documentazione epigrafica rinvenuta sui laterizi consente di ricostruire, almeno in parte, l’organizzazione produttiva e la struttura proprietaria di questi complessi. Il bollo “Eminalis”, attestato nel territorio di Rionero, rappresenta uno degli esempi di queste attestazioni. Nel corso dei secoli, i bolli laterizi hanno subito un’evoluzione formale e tipologica: dalle prime versioni rettangolari con iscrizioni lineari, si passa sotto Claudio a forme semicircolari, sotto Domiziano a configurazioni “a mezzaluna”, e successivamente a esemplari di forma circolare o nuovamente rettangolare. Le iscrizioni potevano indicare diverse informazioni: il nome della fabbrica, del proprietario o dell’appaltatore, l’origine dell’argilla, il nome del capofficina, e in alcuni casi un motto. A partire dal regno di Adriano, con la riorganizzazione statale della produzione per i grandi cantieri di Roma, divenne prassi l’inserimento anche dell’anno di fabbricazione. Nei secoli seguenti, il controllo delle fornaci si accentrò progressivamente, con un coinvolgimento diretto dell’amministrazione imperiale.

Il festival “Eminalis”, in programma dal 25 al 27 luglio presso Palazzo Fortunato a Rionero in Vulture, si propone di recuperare e reinterpretare questo segno antico come emblema identitario e culturale della comunità locale. L’iniziativa, promossa dall’ArcheoClub del Vulture, si inserisce nel solco della valorizzazione del patrimonio storico-archeologico della regione, proponendosi come momento di riflessione e condivisione collettiva. L’antico bollo “Eminalis” si trasforma così in un logo e in un nome carico di significati simbolici, capace di connettere la memoria storica del territorio con le pratiche culturali del presente.

sabato 12 luglio 2025

La Basilicata contemporanea. 48a. Internamento e confino in Basilicata durante il fascismo: una geografia della repressione

Durante il ventennio fascista, la Basilicata fu integrata nella rete nazionale dei luoghi di confino politico e dei campi di internamento civile e militare, attivati prima come strumento di controllo dell'opposizione interna, poi come misura repressiva durante la Seconda guerra mondiale. Questo processo, che coinvolse numerosi piccoli centri lucani, rivela come l’apparente marginalità geografica della regione si sia trasformata in uno degli elementi cardine della politica di isolamento e repressione adottata dal regime.

Il confino politico, misura alternativa alla detenzione carceraria, venne intensificato nel corso degli anni Trenta e trovò nella Basilicata una delle sue sedi privilegiate. Il territorio lucano, ritenuto dal fascismo arretrato, isolato e controllabile, fu ritenuto particolarmente adatto a neutralizzare l’influenza degli oppositori del regime. In questo contesto si colloca il caso di Carlo Levi, confinato ad Aliano tra il 1935 e il 1936, che trasformò la sua esperienza in testimonianza letteraria e civile nel celebre Cristo si è fermato a Eboli. Nelle sue memorie, Levi descrive il paesaggio fisico e umano di quella Lucania profonda: «Ad Aliano non c'era nulla che potesse assomigliare a una consolazione: né luce, né comunicazioni, né scambi. Ma c'erano gli uomini. Quegli uomini antichi, inerti e tragici come le loro colline». Il medico e pittore torinese racconta l’isolamento, ma anche il lento fiorire di un rapporto umano profondo con la popolazione contadina locale, che nulla aveva a che fare con il fascismo.

Oltre ad Aliano, anche centri come Grassano, Melfi, Rionero in Vulture, Tricarico e Campomaggiore furono luoghi di soggiorno coatto per antifascisti, sindacalisti, repubblicani e comunisti provenienti da tutta Italia. I confinati, pur non soggetti a regime carcerario, erano sottoposti a sorveglianza stretta, a restrizioni nei movimenti e al controllo continuo delle autorità locali e della Milizia fascista. Il confinato napoletano Mario Vinciguerra, inviato a Tricarico nel 1934, annotava: «Non posso scrivere liberamente, né leggere ciò che desidero. Eppure mi sento più libero tra questi contadini che tra i miei giudici».

Con l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940, il sistema repressivo si estese anche ai cosiddetti “internati civili nemici”, ovvero cittadini stranieri considerati ostili per ragioni etniche, religiose o politiche. In particolare, la Basilicata ospitò numerosi ebrei stranieri, antifascisti slavi, greci, albanesi e prigionieri di guerra alleati, provenienti soprattutto dal fronte mediterraneo. Paesi come Ferrandina, Tursi, Montescaglioso, Matera e Genzano di Lucania furono utilizzati per sistemare questi internati, talvolta alloggiati in edifici civili riconvertiti all’uso detentivo, come ex conventi, caserme dismesse o palazzi municipali. Le condizioni di vita erano spesso precarie: mancavano servizi igienici adeguati, le restrizioni alla libertà personale erano severe, e l’alimentazione era insufficiente. 

L’ebreo jugoslavo Josip N. internato a Ferrandina nel 1941 scriveva alla moglie rimasta in Croazia: «Dormiamo su pagliericci stesi a terra, il cibo è scarso e la posta arriva con mesi di ritardo. Ma i bambini ci sorridono, e i vecchi del paese ci portano pane e olive». Alcune lettere, conservate presso l’Archivio Centrale dello Stato, testimoniano che, nonostante la sorveglianza, si instaurarono in alcuni casi rapporti di solidarietà con la popolazione locale.

Questa geografia dell’internamento evidenzia come, nel cuore della provincia italiana, si sia svolta una parte significativa della strategia fascista di isolamento politico e “contenimento” dei soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza dello Stato. La Basilicata, in questo senso, rappresenta un osservatorio privilegiato per comprendere le modalità concrete attraverso cui il regime ha agito sulla società civile, utilizzando la marginalità come risorsa politica. In una testimonianza raccolta nel dopoguerra, una donna di Genzano di Lucania raccontava: «Quei poveretti non avevano colpe. Noi li aiutavamo come potevamo. Poi, un giorno, vennero i tedeschi e li portarono via. Alcuni non tornarono mai più».  Recuperare la memoria di questi luoghi significa restituire dignità a quanti vi furono relegati e riscoprire una pagina ancora poco conosciuta della storia italiana del Novecento.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE 

* Petricelli, Emilio, Internati e confinati in Basilicata (1940–1943), Matera, Libreria dell'Arco, 2002.

* Giovagnoli, Agostino, Il fascismo e la questione meridionale, Il Mulino, Bologna, 1981.

* Baldissin Molli, Matteo, I campi del duce. L'internamento civile nell'Italia fascista (1940–1943), Bollati Boringhieri, Torino, 2001.

giovedì 26 giugno 2025

La Basilicata contemporanea. 48. Giustino Fortunato e la ferrovia Rionero-Potenza

 Nella inaugurazione del tronco di ferrovia da Rionero a Potenza

(21 settembre 1897) 

Mi è grato, onorevoli Ministri de’ lavori pubblici, delle finanze e della giustizia, signori del Consiglio provinciale di Basilicata e della Società per le strade ferrate Meridionali, di dare a voi tutti il saluto de’ miei conterranei del Circondario di Melfi, - oggi più che mai consapevoli di quale benefizio essi siano debitori allo Stato, che questa loro ferrovia ha voluta, alla Pro-vincia, che l’ha sussidiata, alla Società, che l’ha eseguita. Voi, o quelli fra voi che più intimamente mi conoscono, potete comprendere da quanta commozione sia vinto l’animo mio nell’ adempiere, dinnanzi a voi, un così affettuoso, doveroso mandato. 


Sono diciotto anni, proprio in questo scorcio del settembre, che un anonimo, il migliore più dimestico de’ miei amici, scriveva da un comune del Vùlture a un giornale di Roma le seguenti parole: «se per saggezza di popolo e di governi l’Italia godrà tale un periodo di pace operosa e di provvido raccoglimento da potere tradurre in atto tutto quanto il disegno ferroviario del 29 luglio 1879, che in caso contrario resterà documento e monumento di leggerezza parlamentare, il Circondario di Melfi avrà raggiunta la mèta e assicurata la sua rigenerazione ». 

Or io non so fino a che punto e popolo e governi abbiano corrisposto alle previsioni dell’anonimo di diciotto anni addietro, all’augurio di saggezza, alle speranze di pace e di raccoglimento; ma questo io so che l’Italia, nonostante le tempeste della sua //74// vita politica, le terribili sue ore di angoscia e di affanno, ha mantenuta, religiosamente, la fede promessa. Il tronco di ferrovia, che di qui a poco percorreremo, è l’ultimo della rete complementare decretata nel 1879, l’ultimo de’ quindici mila chilometri, costruiti dopo il 1860, l’ultimo della fitta maglia di ferro, tessuta da un capo all’altro del Regno intorno a Roma, ove già convergevano, presso l’aurea colonna miliare di Augusto, tutte le antiche strade della penisola. Così il voto della generazione cui dobbiamo l’unità della patria, è sciolto nel giorno dopo l’anniversario di Porta Pia: sciolto, anche prima del ventennio prescritto, in queste remote valli, in questi estremi gioghi dell’Appennino meridionale! 

Per ciò, o signori, l’importanza morale del fatto eccede di gran lunga qualsiasi benemerenza di persone, qualsiasi calcolo di utilità immediate. A ben altre considerazioni, in un’ora tanto solenne, giova inspirare e l’animo e la mente. Noi non festeggiamo qui la vittoria di un interesse locale, non siamo qui per dare o ricevere congratulazioni e lodi per l’opera compiuta. 

Che cosa mai valgono i titoli di merito dell’uno o dell’altro fra noi, che cosa mai importa lo stesso tornaconto della terra natale, dinnanzi alla grande affermazione che l’Italia, guardando fiduciosa nell’avvenire, non sorretta da altro se non da fini altamente ideali, ha fatta, mediante le ferrovie, della sua unificazione politica? 

L’unificazione politica! Pareva, più che un sogno, una follia, data la singolare configurazione del nostro paese. Certo, non vi è regione come l’Italia che abbia un’individualità fisica più netta e distinta; ma, in tanta armonia esteriore, quanti ostacoli da un versante all’altro dell’Appennino, quali contrasti dal Piemonte e dal Veneto alle Puglie e alla Sicilia ! Nessun paese è meno accentrato del nostro, nessuno ha più difficili le vie naturali di comunicazione interna, nessuno un maggior numero, una maggiore varietà di distretti geografici: un vero semenzaio di staterelli, obbligati, per vivere, a creare, a fomentare il disgregamento //75// politico della nazione. Cosi la struttura della penisola è stata causa principale della nostra debolezza, e tutta la nostra storia ne ha risentite le dolorose conseguenze. L’Italia assimilò o respinse i molti elementi che le affluirono da tutti i valichi delle Alpi, da tutte le prode de’ suoi mari; ma essa, dacché fu rotto il fascio di Roma imperiale, non giunse mai più a ricomporsi in unità, a salvare la sua indipendenza. Che anzi uno strano dualismo, una fatale divisione si andò via via accentuando tra il Settentrione e il Mezzogiorno; e toccò a noi meridionali, tagliati fuori da tutte le correnti della civiltà, scontare più duramente il funesto privilegio dell’autonomia. Non abbiamo noi forse, anche oggi, due Italie in una? La impressione del viaggiatore, che percorre la penisola dal Po alle Calabrie, non è forse, anche oggi, quella di passare in pochi giorni, in poche ore, dall’ Europa a’ paesi di Levante? Non avete voi stessi, questa mane, lasciando Napoli e la Campania, attraversate intere plaghe deserte, i cui villaggi, in cima alle alture, sono tuttora come chiusi entro mura feudali? 

E però, se il moto unitario del 1860, frutto di un processo meramente letterario e della buona fortuna, ha potuto, malgrado tutto, avere consistenza e vitalità, ciò è dovuto all’impulso di un fatto assolutamente artificiale, all’efficacia di una causa esclusivamente tecnica: le ferrovie. L’unificazione politica non è stata possibile una seconda volta, senza l’unificazione geografica. Le strade ferrate, correggendo il vizio di conformazione, e seguendo le stesse tracce delle grandi vie lastricate, di cui il genio di Roma volle solcata l’Italia, hanno compiuto il miracolo. Gl’ingegneri, i costruttori e gli operai valsero, per l’unificazione della patria, non meno de’ màrtiri, degli statisti e de’ soldati. 

Esse l’han fatta, ed esse, ho fede, le daranno vigore e durata, sia suscitando il comune sentimento della vita nazionale, sia improntando di un solo significato la nostra storia avvenire. 

La rivoluzione intellettuale, per esse, io spero, sarà pari alla rivoluzione sociale, e le due Italie, più presto che non si immagini, si fonderanno spiritualmente in una, ricambiandosi la miglior parte di sé, la parte più nobile della loro coscienza. - //76//

Un gran cattivo affare finanziario, senza dubbio, le leggi ferroviarie del 1879 e del 1888! 

Un cattivo affare, quello delle strade ferrate, a cui sono stati trascinati, come pare, tutti i popoli civili della terra... Non sono ancora trascorsi settant’anni dalla prima locomobile a vapore di Stephenson, e già da un capo all’altro del mondo si stendono settecento mila chilometri di ferrovie, de’ quali duecento cinquanta mila ne’ soli Stati di Europa. La trasformazione subitanea de’ mezzi di comunicazione, che ha avuto per effetto di accelerare prodigiosamente i trasporti, riducendone il costo e scemandone i pericoli ; questa enorme diminuzione delle distanze, che è certo il maggiore avvenimento del secolo, sbalordisce. 

Ieri appena, nell’ arrischiare un viaggio per le nostre contrade, non bisognava forse a’ padri nostri quell’aes triplex, di cui Orazio diceva corazzato l’animo de’ primi navigatori ? 

Tutto è mutato, nel corso di due sole generazioni. L’universale livellamento de’ prezzi non è più un’allucinazione di mente inferma, e nella lista delle miserie umane più non figura la carestia: il monopolio della rendita fondiaria è scemato, e la bonifica delle terre meno fertili è resa possibile. Arago scriveva, nel 1838: « non si redime una provincia né si allieta una re- gione, piantandovi delle rotaie di ferro ». Eppure in un quarto di secolo le strade ferrate hanno risanata la Sologna, in un decennio estesa la sicurezza delle campagne a tutta quanta l’Italia meridionale, a cui tante volte e in tanti modi queste povere strade ferrate sono state rinfacciate e rimproverate. 

Thiers profetizzava, nel 1856: «la vaporiera non darà la pace a’ regni, né la giustizia a’ popoli ». Eppure non mai come ora i regni paventano la guerra, non mai come ora i popoli aborrono dalla frode e dalla violenza. Dacché mondo è mondo, niente ha contribuito di più a una minore ineguaglianza delle condizioni sociali quanto la odierna mobilità di uomini e di cose, che desta i cuori a una maggiore capacità di intendere e di sentire, che eleva il pensiero a una più larga //77// contemplazione, a una più retta aspirazione della vita. Certo, vi è pure chi ha la malinconia di rimpiangere, in tutto o in parte, il passato. Ma, almeno, finché l’ora non è suonata della grande apocalisse, predetta o temuta dagl’ideologi, sia lecito a me, non ottimista, ma non ignaro né immemore della profonda tristezza de’ tempi andati, di ripetere ancora una volta, qui, tra’ miei comprovinciali, che l’Italia di oggi è incomparabilmente più buona dell’ Italia di ieri, e quella dell’avvenire migliore della presente, perché il dominio della ragione, piaccia o non, si va sempre più diffondendo ne’ motivi morali, negli abiti intellettuali delle nostre moltitudini. 

Vi si diffonde e penetra con la stessa ansia, la stessa alacrità, con cui la macchina del treno inaugurale, or ora, ascenderà e traverserà l’Appennino di Avigliano. Non gli avi lontani, ma noi stessi, pochi anni addietro, non avremmo potuto immaginar tanto! Sappiamo noi forse che cosa sarà mai il domani? Vi è nota la storia di quell’archeologo, che in una tomba egiziana scopri un pugno di grano, rimasto cinque mila anni, accanto alla mummia, senza mai rivedere il sole. Potevano i germi di que’ chicchi appassiti ridare le spighe a’ venti? Pareva di no. Ma il grano de’ Faraoni, sparso nelle zolle e fecondato dalle acque del Nilo, tornò a sbocciare i teneri steli alla carezza dell’aria nativa. Chi può dire che dal seno inesauribile di questa madre antica, la dolce terra d’Italia, non debbano erompere, premio all’ardimento della generazione che tanto osò per noi, che per noi e per queste nostre ferrovie dell’Ofanto né mosse da fini di lucro né lesinò il pubblico danaro (I); chi può dire non debbano erompere, un giorno, frutti di vita nuova e di giovinezza? 

Ah no, non può il mondo avere speso cento ottantaquattro miliardi circa, non può l’Italia averne dati via cinque, nelle //78// costruzioni ferroviarie, senza la speranza, senza il presentimento di una più felice età futura! Que’ cinque miliardi a noi non rendono, è vero, se non l’uno e mezzo per cento. Ma il sagrifizio sarà stato lieve, e benedetti coloro che han saputo affrontarlo, se noi otterremo che il primo e immediato scopo dell’opera, lo spirito di coesione nazionale, sia interamente raggiunto; se non dimenticheremo che il nuovo Stato unitario è un ente politico ancora assai debole : debole, soprattutto, per il difetto di fiducia, per la mancanza di consenso da parte de’ lavoratori della terra. La salute è in noi, nel morale rinnovamento di tutto il costume, di tutta l’anima nostra, qualora da questo gran dramma, che è la vita sociale moderna, noi vorremo trarre, sul serio, forza alla religione del dovere, nutrimento alle più pure energie del carattere. Quel che occorre, principalmente, è una visione schietta, un senso preciso della realtà penosa e dura, del vero quale proprio esso è, non quale, per vecchio abito di rettorica, noi lo sogniamo o ci lusinghiamo che sia. Troppo crediamo ancora nel pregiudizio delle ricchezze latenti, della feracità di suolo, della bontà di clima di tanta parte del nostro paese: troppo mostriamo ancora ignorare che il terzo di tutto il reddito lordo della nazione è assorbito, ormai, dalle imposte, i quattro quinti del bilancio dello Stato e de’ Corpi locali da spese, per un verso o per l’altro, intangibili. Or se è bene esser temuti all’estero, è anche meglio poter vivere sicuri e laboriosi all’interno. Vogliamo giungere in porto e scongiurare il pericolo? Rammentiamoci, al punto ove siamo, che data la nostra potenzialità effettiva, ogni aumento di pubblici gravami è una colpa, ogni nuovo debito, sotto qualunque forma e per qualsiasi motivo, un delitto: ciò che vale, in lingua povera, far punto con tutte le illusioni, con tutte le ubbie. L’ Italia agricola, risoluto il problema della viabilità, in cui è la massima sua guarentigia, non ha bisogno se non di questo: che l’interesse del capitale sia, il più che possibile, mite; ciò che importa, semplicemente, libera disponibilità del risparmio nazionale. Questo, o l’inganno e la rovina. E la rovina, per noi classi dirigenti, vorrà dire il rammarico, forse anche il rimorso che tanta //79// genialità e tanta virtù furono invano, che fu invano tutto il dolore, tutto l’amore nostro per l’unificazione politica della patria. . . 

Onorevoli Ministri, signori consiglieri provinciali e rappresentanti la Società, nel nome a me caro del Circondario di Melfi, la bella e ricca plaga del Vùlture, onde si diffusero lungi le prime glorie, le prime leggi della monarchia meridionale; nel nome suo, e con l’animo infinitamente devoto, io alzo il bicchiere e bevo allo Stato italiano, alla sua saldezza, alla sua prosperità !

FONTE: G. Fortunato, Delle strade ferrale Ofantine, scritti e discorsi (1880-1897), Firenze, tip. G. Barbèra, 1898.

giovedì 5 giugno 2025

Santi di Basilicata. 9. Madonna del Carmine

La festa liturgica della Madonna del Carmine fu istituita per commemorare l’apparizione il 16 luglio 1251 a san Simone Stock (Aylesford, 1165 circa – Bordeaux, 16 maggio 1265), priore generale dell’Ordine carmelitano, in cui la Madonna gli consegnò uno scapolare (dal latino scapula, spalla) in tessuto, rivelandogli notevoli privilegi connessi al suo culto.

Il 16 luglio del 1251 la Vergine Maria, circondata dagli Angeli e con Gesù Bambino in braccio, apparve al santo e, consegnandogli, appunto, lo scapolare, gli avrebbe detto: «Prendi, o figlio dilettissimo, questo Scapolare del tuo Ordine, come segno distintivo della mia Confraternita. Ecco un segno di salute, di salvezza nei pericoli, di alleanza e di pace con voi in sempiterno. Chi morrà vestito di questo abito non soffrirà il fuoco eterno» (le parole della Vergine sono sintetizzate nella formula latina Protego nunc, in morte juvo, post funera salvo!).

L’immagine della Madonna del Carmine è avvolta in un manto sul quale, di solito, sono raffigurate una o tre stelle, indicanti la perpetua verginità di Maria (prima, durante e dopo il parto), con Gesù Bambino in braccio o sulle ginocchia, nell’atto di offrire lo «Scapolare». Quest'ultimo, detto anche «abitino», è soprattutto una forma simbolica di «rivestimento», un richiamo di appartenenza, con cui si enuncia l’appartenenza a Maria.

La Madonna del Carmine è venerata nell'omonimo santuario di Avigliano (PZ). 

giovedì 20 marzo 2025

Un libro lucano sui briganti lucani

Sabato 22 marzo, ad Avigliano, alle ore 18, presso la sala “Andrea Claps” della S.O.M.S., si terrà la presentazione del nuovo libro di Angelo Lacerenza, dal titolo Il brigantaggio meridionale dopo l’Unità d’Italia: tra storiografia, identizzazione e mitizzazione.

Il brigantaggio in Basilicata rappresenta uno degli episodi più significativi e controversi della storia dell’Italia postunitaria. Dopo l’Unità del 1861, la regione fu teatro di una lunga e sanguinosa insurrezione che coinvolse ampie fasce della popolazione, soprattutto contadini poveri, ex soldati borbonici, disertori, fuorilegge comuni e uomini in cerca di vendetta o giustizia. Il fenomeno non fu soltanto una forma di criminalità, ma un'espressione concreta del disagio sociale, politico ed economico che colpì il Sud Italia a seguito dell’unificazione.
In Basilicata, come in molte zone del Mezzogiorno, il nuovo Stato italiano fu percepito da molti non come un liberatore, ma come un nuovo oppressore. Le nuove tasse, la leva obbligatoria, l’abolizione di alcuni usi civici, il peggioramento delle condizioni di vita e l'esclusione delle masse contadine dalle decisioni politiche contribuirono a creare un clima di forte malcontento. A questo si aggiunse la repressione brutale messa in atto dal governo per mantenere l’ordine e affermare il controllo del territorio, che spesso alimentava ulteriore rabbia e risentimento.
Il paesaggio aspro e montuoso della Basilicata favoriva le bande di briganti, che trovavano rifugio nelle foreste e nelle gole dei monti lucani. Qui organizzavano agguati contro l’esercito, rapine, sequestri e attacchi a municipi e caserme. Non mancarono episodi di violenza contro civili accusati di collaborare con lo Stato. In molte aree rurali, i briganti erano visti come giustizieri, uomini che si opponevano ai soprusi dei ricchi e delle autorità. In altri casi, però, le loro azioni erano dettate da interessi personali e sfociavano in veri e propri atti di banditismo.
Una delle figure più emblematiche del brigantaggio lucano fu Carmine Crocco, originario di Rionero in Vulture. Ex soldato borbonico, divenne il capo di una delle bande più numerose e organizzate del Meridione. Per alcuni, Crocco fu un eroe popolare, un ribelle che si batté per la sua terra; per altri, un feroce criminale. La sua vicenda rappresenta in modo esemplare l’ambiguità del fenomeno: tra rivolta sociale e delinquenza, tra lotta politica e violenza spietata.
Il brigantaggio in Basilicata fu combattuto con durezza dallo Stato italiano, che impiegò decine di migliaia di soldati, promulgò leggi eccezionali e adottò metodi repressivi spesso brutali. La fine del fenomeno, intorno al 1870, non coincise però con la risoluzione dei problemi che lo avevano generato. La Basilicata, come gran parte del Mezzogiorno, continuò a vivere condizioni di arretratezza economica, marginalità politica e disagio sociale per molti decenni.
Il mito del brigantaggio postunitario rappresenta una narrazione storica che ha avuto un forte impatto sulla costruzione dell'identità nazionale italiana. Dopo l'unità d'Italia, il fenomeno del brigantaggio, soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia, venne interpretato in modo ambiguo: se da un lato veniva visto come una reazione violenta contro l'occupazione sabauda e le sue politiche, dall'altro fu presentato come una "barbarie" da sradicare per consolidare l'unità nazionale. Con questo testo, Lacerenza riconsidera il tema della mitizzazione e dell'identità del brigante, basandosi non solo sulle complesse motivazioni sociali ed economiche che stavano alla base di questi movimenti di resistenza, ma anche al tema delle "classi pericolose" che riduceva tali fenomeni a mera criminalità. 
Un incontro, dunque, da non perdere per una riflessione seria e pacata su un tema quanto mai attuale e scottante per studiosi e appassionati.

giovedì 27 febbraio 2025

Paesi lucani. 69. Cenni sulla Fontana Angioina di Venosa (Sofia Iannielli)

La Fontana cosiddetta Angioina fu eretta nell'anno 1298, in onore del re Carlo I D'Angiò, che soggiornò in Venosa nel settembre 1271 e successivamente nel giugno 1272. La fontana Angioina è all’ingresso di Venosa, ma dentro il centro storico in una piazzetta che si affaccia sul paesaggio. 

Nei dintorni c’è anche un’altra fontana molto più piccola, ma anch’essa ricca di fascino e di memoria: la fontana di Messer Oto. 

La fontana Angioina presenta due maestosi leoni in pietra che hanno sotto i piedi un ariete, raffigurazione simboleggiante la forza dell'Impero Romano (considerata la provenienza romana dei leoni ricavati da altri manufatti già presenti in loco) posti alle estremità della fontana. Una parte di colonna romana è posta al centro. È anche un importante tappa per la processione (dopo la lavanda dei piedi che si svolge in Piazza San Giovanni de Matha), dove Gesù viene tradito da Giuda Iscariota. Attualmente è di nuovo attiva, con un nuovo rubinetto.



giovedì 13 febbraio 2025

Paesi lucani. 68. Cenni su Laurenzana e la fontana di San Silvestro (Martina Giordano)

Laurenzana. come molti paesi della Basilicata, affonda le sue origini nel Medioevo, quando ragioni di difesa portarono allo svilupparsi dei primi insegnamenti intorno alla rupe. La successiva crescita avvenne intorno ai due poli costruiti dalla chiesa madre e dal castello.


Le prime fonti documentarie risalgono al periodo normanno. In epoca successiva, gli Angioini apportarono notevoli cambiamenti sia al castello che al centro abitato che viene per la prima volta racchiuso da una cinta muraria munita di torri, rotonde e scarpate. 

Solo nel XVII secolo, in conseguenza della crescita urbana e degli scambi commerciali, le torri della cinta muraria furono assorbite nel tessuto urbano e utilizzate per uso civile. L’organismo urbano si sviluppò successivamente, lungo il percorso di crinale dove sorsero i maggiori palazzi della borghesia. Elementi caratteristici furono i numerosi “archi” a sottopasso, archi utilizzati anche per la realizzazione della fontana di San Silvestro (detta Tempone, forse per le sue grandi dimensioni), struttura realizzata in pietra, caratterizzata da tre grandi archi; nell’arcata centrale da cui fuoriusciva l’acqua vi era un grande lavatoio nel quale le donne andavano a lavare i panni e gli animali andavano ad abbeverarsi. Difficile trovare immagini e storia di questa fontana, poiché venne murata in seguito alla modernizzazione del paese.