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giovedì 20 agosto 2026

Bibliografie essenziali. 48. John Acton e la "leggenda nera" del "ministro/amante" di Maria Carolina


- G. Nuzzo, La monarchia delle Due Sicilie tra Ancien Régime e rivoluzione, Napoli, Berisio, 1972

- Id., L’ascesa di Acton al governo dello stato, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», III serie, 19 (1980), pp. 437-545

- Id., A Napoli nel tardo Settecento. La parabola della neutralità, Napoli, Morano, 1990

- R. Moscati, Dalla reggenza alla repubblica partenopea, in Storia di Napoli, Cava dei Tirreni, Di Mauro, 1976, IV, pp. 721-787

- R. Ajello, I filosofi e la Regina. Il governo delle Due Sicilie da Tanucci a Caracciolo (1776-1786), in «Rivista Storica Italiana», 103 (1992), pp. 398-454 e pp. 657-738. 

giovedì 11 giugno 2026

La Basilicata moderna. 45. La situazione geo-economica nel 1860

 

FONTE: G. DE LUCA, Il reame delle due Sicilie: descrizione geografica, storica, amministrativa, Napoli, Stabilimento Tipografico dei Classici Italiani, 1860, pp. 320-321.

giovedì 9 aprile 2026

Bibliografie essenziali. 47. Burocrazia nella tarda modernità meridionale

M. R. RESCIGNO, All’origine di una burocrazia moderna. Il personale del Ministero delle Finanze nel Mezzogiorno di primo Ottocento, Napoli, Università degli Studi Federico II, Clio Press, 2007; EAD., L’Abruzzo Citeriore: un caso di storia regionale. Amministrazione, élite e società (1806-1815), Milano, Franco Angeli, 2002; EAD., L’articolazione periferica del Ministero delle Finanze nel Mezzogiorno borbonico di primo Ottocento. Il caso di Terra di Lavoro, in «Clio», 40 (2004), pp. 237-260; EAD., La costruzione di un’identità burocratica. Gli impiegati delle imposte indirette di Napoli nel primo Ottocento, in «Le carte e la storia», XII (2006), 1, pp 179-188; B. MANTELLI, Il pubblico impiego nell’economia del Regno di Napoli: retribuzioni, reclutamento e ricambio sociale nell’epoca spagnuola (secc. XVI-XVII), Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, 1986; M. G. MAIORINI, I presidi nel primo periodo borbonico. Dall’amministrazione della giustizia al governo delle province, Napoli, Giannini editore, 1999; G. ALIBERTI, Lo stato postfeudale. Un secolo di potere pubblico nel Mezzogiorno italiano (1806-1910), Napoli, Guida, 1993.


giovedì 26 marzo 2026

Bibliografie essenziali. 46. I Banchi di Napoli

Tra la fine del secolo XVI e il 1640, erano sorti a Napoli ben otto “banchi pubblici”, in seno ad altrettante opere pie, tranne uno: il Monte e Banco della Pietà (1584), il Monte e Banco dei Poveri (1606), il Banco della Santissima Annunziata o Ave Gratia Plena (1587), il Banco di Santa Maria del Popolo (1589), il Banco dello Spirito Santo (1590), il Banco di Sant’Eligio (1592), il Banco di San Giacomo e Vittoria (1597); ultimo in ordine di tempo, per iniziativa degli amministratori della gabella della farina, il Banco del Santissimo Salvatore (1640, diventato pubblico nel 1661). Il Banco dell’Annunziata fallì nel 1702. 

Cfr. D. DEMARCO, Il Banco di Napoli. L’archivio storico. La grammatica delle scritture, Napoli, ESI, 2000; R. FILANGIERI, I Banchi di Napoli. Dalle origini alla costituzione del Banco delle Due Sicilie (1539-1808), Napoli Tipografia degli Artigianelli, 1940; C. MAIELLO, La crisi dei banchi pubblici napoletani. 1794-1806, Genève, Librairie Droz, 1980; E. DE SIMONE, Il Banco della Pietà di Napoli. 1734-1806, Napoli, Arte Tipografica, 1987; P. AVALLONE, Stato e banchi pubblici a Napoli a metà del ‘700. Il Banco dei Poveri: una svolta, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1995; C. MAIELLO, L’indebitamento bancario della nobiltà napoletana nel primo periodo borbonico (1734-1806), Napoli, Istob, 1986; E. NAPPI, Banchi e finanze della Repubblica Napoletana, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Arte Tipografica, 1999; D. CICCOLELLA-L. DI MATTEO (a cura di), Nei banchi pubblici napoletani. Repertorio dei titolari dei conti con maggiore movimentazione tra il 1734 e il 1804, Napoli, Cnr edizioni, 2021.

giovedì 12 marzo 2026

Bibliografie essenziali. 45. John Acton, una figura controversa

A tutt’oggi manca uno studio esaustivo sulla figura e sull’operato di John Acton. 

Risultano, quindi, ancora validi, soprattutto, gli studi di G. NUZZO, La monarchia delle Due Sicilie tra Ancien Régime e rivoluzione, Napoli, Berisio, 1972, soprattutto pp. 29-50; ID., L’ascesa di Acton al governo dello stato, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», III serie, 19 (1980), pp. 437-545; ID., A Napoli nel tardo Settecento. La parabola della neutralità, Napoli, Morano, 1990. Si vedano anche, non solo in riferimento ad Acton, ma anche per considerazioni sul periodo precedente: R. MOSCATI, Dalla reggenza alla repubblica partenopea, in Storia di Napoli, Cava dei Tirreni, Di Mauro, 1976, IV, pp. 721-787; R. AJELLO, I filosofi e la Regina. Il governo delle Due Sicilie da Tanucci a Caracciolo (1776-1786), in «Rivista Storica Italiana», 103 (1992), pp. 398-454 e pp. 657-738.

giovedì 26 febbraio 2026

Bibliografie essenziali. 44. Bernardo Tanucci e la Reggenza di Ferdinando IV

Sulla figura e sulla complessa esperienza di Tanucci, tra un'ampia letteratura di riferimento, spesso di valore diseguale, oltre che ai volumi del suo Epistolario e alle relative introduzioni, ci limitiamo a rimandare a: M. VINCIGUERRA, La reggenza borbonica nella minorità di Ferdinando IV, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», 40 (1915), pp. 576-591; 41 (1916), pp. 100-123; 337-353; 493-515; 42 (1917), pp. 184-221; R. MINCUZZI, Bernardo Tanucci, ministro di Ferdinando di Borbone. 1759-1776, Bari, Dedalo, 1967; F. RENDA (a cura di), Il riformismo di Bernardo Tanucci. Le leggi di eversione dell’asse gesuitico (1767-1773), Catania, Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale, 1969; ID., Bernardo Tanucci e i beni dei Gesuiti, Catania, Facoltà di Lettere e Filosofia, 1970; ID., Bernardo Tanucci e i beni dei Gesuiti in Sicilia, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1974; R. AJELLO-M. D’ADDIO (a cura di), Bernardo Tanucci. Statista, letterato, giurista. Atti del Convegno internazionale di studi per il secondo centenario (1783-1983), voll. 2, Napoli, Jovene, 1988; Bernardo Tanucci nel terzo centenario della nascita. 1698-1988, Pisa, ETS, 1999; Bernardo Tanucci e la Toscana. Tre giornate di studio (Pisa-Stia, 28-30 settembre), Firenze, Olschki, 1986. Si vedano anche le due voci biografiche, Tanucci Bernardo, con relative bibliografie, curate da G. Imbruglia, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto per l’Enciclopedia Italiana, 2019, vol. 94; e da A. Cernigliaro, in Il contributo italiano alla storia del pensiero. Diritto¸ Roma, Istituto per l’Enciclopedia Italiana, 2012.

giovedì 12 febbraio 2026

Storici lucani. 17. Placido Troyli da Montalbano, storico del Regno

Placido Troyli nacque a Montalbano il 22 maggio 1688: ordinato monaco cistercense nel monastero di S. Maria del Sagittario a diciassette anni, divenne abate mitrato del suo ordine, dedicandosi alla storiografia erudito/antiquaria all'epoca di moda nel Regno di Napoli. Frutto di queste sue ricerche furono, tra le altre, la Risposta apologetica del padre d. Placido Troyli abate cisterciense a monsignore d. Antonio Zavarroni vescovo di Tricarico (1750), la Dissertazione istorico-apologetica del p. abate don Placido Troyli dell'Ordine cisterciense intorno alle due pretese Chiese Cattedrali nella Citta di Napoli (Napoli, Vocola, 1753). 

Tuttavia, per contrasti politici, Troyli fu privato della dignità di abate: infatti, avendo contribuito in modo determinante, nel 1736, a staccare il monastero del Sagittario dai Cistercensi di Calabria e condottolo sotto quelli di Toscana, venne accusato di malversazioni dai confratelli calabresi e costretto a chiudersi nel convento di Santa Maria di Realvalle a Scafati, nel 1740. Qui, nominato Teologo della Città di Napoli, morì nell’aprile 1757.

L'opera a cui è soprattutto legato il suo nome è una ponderosa Istoria generale del Reame di Napoli, composta e pubblicata tra il 1748 e il 1754. L'opera, in 5 volumi, risulta oltremodo erudita, ancorché, come già gli si rimproverava all'uscita, notevolmente farraginosa, anche se spicca per completezza informativa a livello geografico ed erudito: il primo volume, diviso in due tomi, contiene una descrizione geostorica del Regno che sembra precorrere quella, ben più vasta, di Lorenzo Giustiniani; il terzo tomo si occupa della storia medievale fino a Ruggero I; nel tomo IV vengono affrontati i temi della "polizia" ecclesiastica e del governo regio; infine, nell'ultimo tomo, sono contenute scarne biografie dei sovrani di Napoli da Ruggero I a Carlo di Borbone. 

BIBLIOGRAFIA

Su Troyli manca ancora una bibliografia, per cui si ricorre ancora a F. SORIA, Memorie storico-critiche degli storici napolitani, In Napoli, Nella stamperia Simoniana, 1781-82, vol. III, pp. 600-607.

giovedì 11 settembre 2025

giovedì 7 agosto 2025

L'antica Lucania. 20. La villa romana di Marsicovetere (Donato Donnino)

Le ricerche archeologiche in Val d’Agri hanno avuto inizio nel 2000, con l’avvio dei lavori Eni relativi alla Rete di Raccolta e all’Oleodotto Viggiano-Taranto. I territori interessati, per l’alta valle dell’Agri, sono quelli di Grumento Nova, Marsiconuovo, Marsicovetere, Montemurro, Paterno, Tramutola e Viggiano. La villa di Barricelle venne individuata nel settembre 2006. La direzione scientifica dello scavo è di Alfonsina Russo, con la collaborazione di Maria Pina Gargano, che conduce le indagini sul campo, mentre lo studio delle iscrizioni su instrumentum e della ceramica è a cura di Helga Di Giuseppe.

Una villa ritrovata si trovava in località Barricelle, in un’area prospiciente la valle, dominata a nord dal monte Volturino e lambita ad est dal torrente Molinara, affluente dell’Agri. Il complesso edilizio venne abitato durante il lungo periodo compreso tra la fine del II secolo a.C. e il VII d.C.

La vita della villa, dunque, si snodò in molte fasi. Durante la prima, l’edificio s’impronta su un’area già frequentata (come visto), nel periodo lucano tra la fine del IV ed il corso del III secolo a.C., come dimostra la ceramica a vernice nera residua rinvenuta nei livelli rimaneggiati su cui s’impianta la struttura monumentale. Gli strati di abbandono della prima fase della villa, databili tra la fine del II ed il terzo quarto del I secolo a.C., forniscono gli elementi necessari per capire che inizialmente si trattasse di un complesso edilizio costituito da un unico ambiente a pianta rettangolare di notevole estensione collegato nella parte sud con il settore produttivo, laddove s’individuano un ampio piano di cottura e numerosi frammenti di dolia (recipienti di argilla), nonchè un vasetto miniaturistico a crema che rimanda a culti domestici. 

Nella II fase, il complesso edilizio di Barricelle è una villa rustica a doppia vocazione, cioè residenziale e produttiva. Il nuovo edificio, realizzato in età augustea, continuò ad essere occupato ininterrottamente fin oltre la metà del I secolo d.C., quando la vita di questo edificio di seconda fase si interruppe a causa di eventi sismici. 

Dopo un breve periodo di abbandono, la villa nel corso del II secolo venne ricostruita, conoscendo il periodo di maggior splendore, in quanto visse una vera e propria monumentalizzazione ed una riorganizzazione degli spazi, che interessava in particolare la zona settentrionale. I bolli sulle tegole riportavano il nome di Gaius Bruttius Praesens, sicché la villa apparteneva alla famiglia lucana dei Bruttii Praesentes, nota per aver dato i natali oltre che a consoli e senatori, anche a Bruttia Crispina, detta «imperatrice lucana» perché andata in sposa, nel 178 d.C., all’imperatore Commodo, che, poi, l’avrebbe fatta esiliare ed uccidere a Capri per adulterio nel 187 d.C.

Questa terza fase della villa fu distrutta da un terremoto tra la fine del II e gli inizi del III secolo. Tuttavia la felice posizione geografica della villa fece sì che la villa venisse subito ricostruita nel III, pur subendo profondi rimaneggiamenti, soprattutto nella pars urbana, che, infatti, si trasformò da quartiere residenziale in quartiere artigianale.

Fra la seconda metà del IV e la fine del V secolo, la villa di Barricelle vide la sua ultima frequentazione, prima di essere abbandonata, presumibilmente e soprattutto a causa di dissesti di natura idrogeologica, dato che il torrente la Molinara, oggi distante 140 metri dall’impianto, era anticamente più vicino. 




giovedì 24 luglio 2025

Il Mezzogiorno moderno. 28. Il "Corriere d'Europa" nella Napoli del 1799

A Napoli, già il 9 febbraio 1799 circolò l’annuncio di un nuovo periodico, il «Corriere d’Europa», con cui Angelo Coda, riproponendo una testata già nota, riprese la sua attività editoriale. Una prima versione del «Corriere d’Europa» fu pubblicata da Coda in collaborazione con Giovanni De Silva già a partire dal 28 agosto del 1798, per offrire al pubblico notizie di affari e di commercio. 

Inizialmente il «Corriere» era conosciuto solo per una notizia riportata dal «Monitore»: più tardi, Giovanni Beltrani entrò in possesso occasionalmente dell’intera raccolta, acquistandola presso il libraio Casella di Napoli. Beltrani, nel 1921, segnalò l’opera pubblicando un Manifesto di annuncio con un indice cronologico. L’intera collezione entrò nuovamente nel circuito commerciale nel 1939 e fu acquistata, presso il libraio Ruggiero, da Benedetto Croce.

La pubblicazione del «Monitore» e la promulgazione, il 5 febbraio, della legge che riconosceva la libertà di stampa, risvegliarono l’istinto giornalistico del De Silva e l’interesse imprenditoriale del Coda, i quali si ripresentarono al pubblico, professando l’impegno di assumere il linguaggio della verità. Direttore del periodico fu De Silva, dotto canonico, che dal 1783 al 1785 aveva pubblicato una rivista letteraria, che comprendeva saggi di letteratura, di poesia e di scienze. 

La collezione completa del periodico è costituita da ventisei fascicoli ordinari e uno supplementare, che furono pubblicati con una cadenza bisettimanale nei giorni di sabato e martedì, dal 16 febbraio al 26 maggio. 

Il «Corriere», dalla sede di S. Gregorio Armeno, si propose come una finestra sull’Europa e diffuse notizie di avvenimenti politici e militari, utilizzando sia corrispondenze con gli altri Stati europei sia, presumibilmente, periodici stranieri che giungevano a Napoli. I curatori del «Corriere d’Europa» espressero la volontà di servire il pubblico e per questo motivo aprirono ogni numero con un articolo riguardante la vita e le istituzione della Repubblica napoletana, riportando anche proclami e atti del governo.

Il «Corriere», proprio per la sua “europeità”, non seguì la quotidianità dei problemi connessi alle trasformazioni apportate dalla Repubblica, ma preferì soffermarsi su quegli avvenimenti o temi ritenuti di interesse generale, come quelli finanziari, religiosi, morali, o problemi come quelli derivanti dalle insorgenze, dalla coscrizione militare, dalla feudalità, dalla nomina degli amministratori pubblici. Ad esempio, per introdurre la pubblicazione della legge sull’eversione della feudalità sul «Corriere» apparve un annuncio semplice, ma significativo: 

La felicità della Repubblica è fondata sulla legge dell’eguaglianza. A questo grande oggetto il governo si è occupato con molte leggi. Di gran momento e la più interessante si è considerata sempre quella dell’abolizione de’ feudi tanto desiderata da tutta la nazione. Finalmente ha veduto la luce. 

Il «Corriere» sostenne uno spirito di tolleranza e di integrazione culturale e religiosa, come si evidenzia dalla proposta tesa a favorire gli ebrei e il loro culto, liberandoli da ogni sopruso. Infatti, in un articolo del 26 marzo venne riportato il discorso del ministro di polizia all’ambasciatore Bertholio in Roma:

Se mi fosse lecito proporre un mio particolare sentimento, io vorrei che si togliesse questa diversificazione degli Ebrei con farli partire dal ghetto acciocché eglino perdessero le loro maniere, e non fossero più disgiunti dall’altro popolo. La famigliarità e l’uso farebbero dimenticare la ridicola inimicizia di religione, la cui rivalità particolarmente fomentata dai Capi de’ loro culti, dai Rabbini cioè, e dai Preti verrebbe a mancare insensibilmente colla indistinta abitazione e commercio.

Il «Corriere d’Europa» si interessava, come detto, soprattutto agli avvenimenti esteri, proprio nella consapevolezza che il futuro della Repubblica napoletana e delle altre Repubbliche giacobine in Italia fosse legato al conflitto in atto tra le potenze europee: con la corrispondenza da Parigi, volle tranquillizzare i propri lettori riguardo alle sorti di Napoli, cercando di scongiurare il pericolo di un possibile utilizzo della Repubblica come pedina di scambio per equilibrare il peso delle diverse forze in campo. 

L’“europeismo” del periodico venne sostenuto anche dalla solida formazione letterario-scientifica del De Silva, che dichiarò non solo di essere aperto a temi artistici, letterari e scientifici, ma anche di interessarsi alle attività agricole e commerciali, anche se solo raramente si incontrano riferimenti al commercio, con pochi esempi riguardanti le difficoltà finanziarie di alcuni Stati o della marineria di corsa. Gli altri interessi manifestati, invece, non furono nemmeno toccati, a meno che non si consideri, per una caratterizzazione letteraria, qualche piccolo annuncio della costituzione, a Torino, di una società letteraria o a pubblicazioni napoletane di vario genere; o, per una caratterizzazione scientifica, la notizia del caso di un longevo norvegese, morto a Londra all’età di 160 anni, o qualche bollettino meteorologico da Parigi con riferimenti ad un esperimento di “freddo artificiale”. Molto probabilmente il disimpegno non fu da imputare ai collaboratori, che avrebbero dovuto garantire le rispettive rubriche annunziate, ma al riguardo per il «Giornale letterario di Napoli», diretto da Aniello Nobile, interessato specificamente a temi letterari e artistici, del quale fu uno dei principali collaboratori Luigi Targioni, noto per i suoi scritti di storia dell’economia. 

BIBLIOGRAFIA

- Napoli 1799. I giornali giacobini, a cura di M. Battaglini, Napoli 1988.

- A. D'ANDRIA, La libertà trionfante. Il «Corriere di Napoli e di Sicilia» del 1799, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2020.

sabato 12 luglio 2025

La Basilicata contemporanea. 48a. Internamento e confino in Basilicata durante il fascismo: una geografia della repressione

Durante il ventennio fascista, la Basilicata fu integrata nella rete nazionale dei luoghi di confino politico e dei campi di internamento civile e militare, attivati prima come strumento di controllo dell'opposizione interna, poi come misura repressiva durante la Seconda guerra mondiale. Questo processo, che coinvolse numerosi piccoli centri lucani, rivela come l’apparente marginalità geografica della regione si sia trasformata in uno degli elementi cardine della politica di isolamento e repressione adottata dal regime.

Il confino politico, misura alternativa alla detenzione carceraria, venne intensificato nel corso degli anni Trenta e trovò nella Basilicata una delle sue sedi privilegiate. Il territorio lucano, ritenuto dal fascismo arretrato, isolato e controllabile, fu ritenuto particolarmente adatto a neutralizzare l’influenza degli oppositori del regime. In questo contesto si colloca il caso di Carlo Levi, confinato ad Aliano tra il 1935 e il 1936, che trasformò la sua esperienza in testimonianza letteraria e civile nel celebre Cristo si è fermato a Eboli. Nelle sue memorie, Levi descrive il paesaggio fisico e umano di quella Lucania profonda: «Ad Aliano non c'era nulla che potesse assomigliare a una consolazione: né luce, né comunicazioni, né scambi. Ma c'erano gli uomini. Quegli uomini antichi, inerti e tragici come le loro colline». Il medico e pittore torinese racconta l’isolamento, ma anche il lento fiorire di un rapporto umano profondo con la popolazione contadina locale, che nulla aveva a che fare con il fascismo.

Oltre ad Aliano, anche centri come Grassano, Melfi, Rionero in Vulture, Tricarico e Campomaggiore furono luoghi di soggiorno coatto per antifascisti, sindacalisti, repubblicani e comunisti provenienti da tutta Italia. I confinati, pur non soggetti a regime carcerario, erano sottoposti a sorveglianza stretta, a restrizioni nei movimenti e al controllo continuo delle autorità locali e della Milizia fascista. Il confinato napoletano Mario Vinciguerra, inviato a Tricarico nel 1934, annotava: «Non posso scrivere liberamente, né leggere ciò che desidero. Eppure mi sento più libero tra questi contadini che tra i miei giudici».

Con l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940, il sistema repressivo si estese anche ai cosiddetti “internati civili nemici”, ovvero cittadini stranieri considerati ostili per ragioni etniche, religiose o politiche. In particolare, la Basilicata ospitò numerosi ebrei stranieri, antifascisti slavi, greci, albanesi e prigionieri di guerra alleati, provenienti soprattutto dal fronte mediterraneo. Paesi come Ferrandina, Tursi, Montescaglioso, Matera e Genzano di Lucania furono utilizzati per sistemare questi internati, talvolta alloggiati in edifici civili riconvertiti all’uso detentivo, come ex conventi, caserme dismesse o palazzi municipali. Le condizioni di vita erano spesso precarie: mancavano servizi igienici adeguati, le restrizioni alla libertà personale erano severe, e l’alimentazione era insufficiente. 

L’ebreo jugoslavo Josip N. internato a Ferrandina nel 1941 scriveva alla moglie rimasta in Croazia: «Dormiamo su pagliericci stesi a terra, il cibo è scarso e la posta arriva con mesi di ritardo. Ma i bambini ci sorridono, e i vecchi del paese ci portano pane e olive». Alcune lettere, conservate presso l’Archivio Centrale dello Stato, testimoniano che, nonostante la sorveglianza, si instaurarono in alcuni casi rapporti di solidarietà con la popolazione locale.

Questa geografia dell’internamento evidenzia come, nel cuore della provincia italiana, si sia svolta una parte significativa della strategia fascista di isolamento politico e “contenimento” dei soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza dello Stato. La Basilicata, in questo senso, rappresenta un osservatorio privilegiato per comprendere le modalità concrete attraverso cui il regime ha agito sulla società civile, utilizzando la marginalità come risorsa politica. In una testimonianza raccolta nel dopoguerra, una donna di Genzano di Lucania raccontava: «Quei poveretti non avevano colpe. Noi li aiutavamo come potevamo. Poi, un giorno, vennero i tedeschi e li portarono via. Alcuni non tornarono mai più».  Recuperare la memoria di questi luoghi significa restituire dignità a quanti vi furono relegati e riscoprire una pagina ancora poco conosciuta della storia italiana del Novecento.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE 

* Petricelli, Emilio, Internati e confinati in Basilicata (1940–1943), Matera, Libreria dell'Arco, 2002.

* Giovagnoli, Agostino, Il fascismo e la questione meridionale, Il Mulino, Bologna, 1981.

* Baldissin Molli, Matteo, I campi del duce. L'internamento civile nell'Italia fascista (1940–1943), Bollati Boringhieri, Torino, 2001.

giovedì 5 giugno 2025

Santi di Basilicata. 9. Madonna del Carmine

La festa liturgica della Madonna del Carmine fu istituita per commemorare l’apparizione il 16 luglio 1251 a san Simone Stock (Aylesford, 1165 circa – Bordeaux, 16 maggio 1265), priore generale dell’Ordine carmelitano, in cui la Madonna gli consegnò uno scapolare (dal latino scapula, spalla) in tessuto, rivelandogli notevoli privilegi connessi al suo culto.

Il 16 luglio del 1251 la Vergine Maria, circondata dagli Angeli e con Gesù Bambino in braccio, apparve al santo e, consegnandogli, appunto, lo scapolare, gli avrebbe detto: «Prendi, o figlio dilettissimo, questo Scapolare del tuo Ordine, come segno distintivo della mia Confraternita. Ecco un segno di salute, di salvezza nei pericoli, di alleanza e di pace con voi in sempiterno. Chi morrà vestito di questo abito non soffrirà il fuoco eterno» (le parole della Vergine sono sintetizzate nella formula latina Protego nunc, in morte juvo, post funera salvo!).

L’immagine della Madonna del Carmine è avvolta in un manto sul quale, di solito, sono raffigurate una o tre stelle, indicanti la perpetua verginità di Maria (prima, durante e dopo il parto), con Gesù Bambino in braccio o sulle ginocchia, nell’atto di offrire lo «Scapolare». Quest'ultimo, detto anche «abitino», è soprattutto una forma simbolica di «rivestimento», un richiamo di appartenenza, con cui si enuncia l’appartenenza a Maria.

La Madonna del Carmine è venerata nell'omonimo santuario di Avigliano (PZ). 

giovedì 20 marzo 2025

Un libro lucano sui briganti lucani

Sabato 22 marzo, ad Avigliano, alle ore 18, presso la sala “Andrea Claps” della S.O.M.S., si terrà la presentazione del nuovo libro di Angelo Lacerenza, dal titolo Il brigantaggio meridionale dopo l’Unità d’Italia: tra storiografia, identizzazione e mitizzazione.

Il brigantaggio in Basilicata rappresenta uno degli episodi più significativi e controversi della storia dell’Italia postunitaria. Dopo l’Unità del 1861, la regione fu teatro di una lunga e sanguinosa insurrezione che coinvolse ampie fasce della popolazione, soprattutto contadini poveri, ex soldati borbonici, disertori, fuorilegge comuni e uomini in cerca di vendetta o giustizia. Il fenomeno non fu soltanto una forma di criminalità, ma un'espressione concreta del disagio sociale, politico ed economico che colpì il Sud Italia a seguito dell’unificazione.
In Basilicata, come in molte zone del Mezzogiorno, il nuovo Stato italiano fu percepito da molti non come un liberatore, ma come un nuovo oppressore. Le nuove tasse, la leva obbligatoria, l’abolizione di alcuni usi civici, il peggioramento delle condizioni di vita e l'esclusione delle masse contadine dalle decisioni politiche contribuirono a creare un clima di forte malcontento. A questo si aggiunse la repressione brutale messa in atto dal governo per mantenere l’ordine e affermare il controllo del territorio, che spesso alimentava ulteriore rabbia e risentimento.
Il paesaggio aspro e montuoso della Basilicata favoriva le bande di briganti, che trovavano rifugio nelle foreste e nelle gole dei monti lucani. Qui organizzavano agguati contro l’esercito, rapine, sequestri e attacchi a municipi e caserme. Non mancarono episodi di violenza contro civili accusati di collaborare con lo Stato. In molte aree rurali, i briganti erano visti come giustizieri, uomini che si opponevano ai soprusi dei ricchi e delle autorità. In altri casi, però, le loro azioni erano dettate da interessi personali e sfociavano in veri e propri atti di banditismo.
Una delle figure più emblematiche del brigantaggio lucano fu Carmine Crocco, originario di Rionero in Vulture. Ex soldato borbonico, divenne il capo di una delle bande più numerose e organizzate del Meridione. Per alcuni, Crocco fu un eroe popolare, un ribelle che si batté per la sua terra; per altri, un feroce criminale. La sua vicenda rappresenta in modo esemplare l’ambiguità del fenomeno: tra rivolta sociale e delinquenza, tra lotta politica e violenza spietata.
Il brigantaggio in Basilicata fu combattuto con durezza dallo Stato italiano, che impiegò decine di migliaia di soldati, promulgò leggi eccezionali e adottò metodi repressivi spesso brutali. La fine del fenomeno, intorno al 1870, non coincise però con la risoluzione dei problemi che lo avevano generato. La Basilicata, come gran parte del Mezzogiorno, continuò a vivere condizioni di arretratezza economica, marginalità politica e disagio sociale per molti decenni.
Il mito del brigantaggio postunitario rappresenta una narrazione storica che ha avuto un forte impatto sulla costruzione dell'identità nazionale italiana. Dopo l'unità d'Italia, il fenomeno del brigantaggio, soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia, venne interpretato in modo ambiguo: se da un lato veniva visto come una reazione violenta contro l'occupazione sabauda e le sue politiche, dall'altro fu presentato come una "barbarie" da sradicare per consolidare l'unità nazionale. Con questo testo, Lacerenza riconsidera il tema della mitizzazione e dell'identità del brigante, basandosi non solo sulle complesse motivazioni sociali ed economiche che stavano alla base di questi movimenti di resistenza, ma anche al tema delle "classi pericolose" che riduceva tali fenomeni a mera criminalità. 
Un incontro, dunque, da non perdere per una riflessione seria e pacata su un tema quanto mai attuale e scottante per studiosi e appassionati.

giovedì 6 marzo 2025

Il Mezzogiorno moderno. 27. Ancora sul Catasto Onciario

Il catasto Onciario (o Carolino) fu così chiamato dal momento che per la valutazione dei beni da tassare venne usata l’oncia . 

La riforma fiscale del Regno di Napoli e di Sicilia, voluta da Carlo di Borbone (1741), aveva lo scopo di reperire risorse necessarie al finanziamento di uno Stato Moderno; e si caratterizzava per una più giusta equità sociale, in quanto tassava i grandi patrimoni, specie quelli ecclesiastici e parte di quelli feudali .

Carlo di Borbone, “Don Carlos”, figlio del Re Filippo V di Spagna e della Regina Elisabetta Farnese, dopo la vittoria di Bitonto nel 1734 sull’esercito austriaco divenne Re di Napoli e di Sicilia e ripristinò dopo oltre due secoli di dominazione, prima spagnola, poi austriaca, l’indipendenza del Regno di Napolie il suo ritorno agli antichi splendori (dobbiamo al Re Carlo il Teatro di S. Carlo, il più antico teatro lirico d’Europa, inaugurato il 4 novembre 1737, giorno onomastico del sovrano).

Il nuovo catasto doveva provvedere al censimento della ricchezza prodotta dalla popolazione del Regno e arginare il potere fiscale detenuto dalla Regia Camera della Sommaria. Si volle adottare un sistema tributario più equo basato sulla tassazione degli abitanti (e non su quella dei beni e della ricchezza in genere) e dei beni ecclesiastici e feudali fino ad allora non soggetti a imposte.  Infatti, fino alla metà del XVIII secolo, il sistema utilizzato dalle Università  del Regno di Napoli era a gabella e a battaglione.

Il sistema della gabella prevedeva imposte calcolate sui consumi, specie sulle derrate alimentari, come il grano ed il sale. L’altro, detto a catasto o inter cives, volgarmente chiamato a battaglione, prevedeva la stima dei beni di proprietà dei cittadini e dei redditi provenienti dalle loro attività. Lo scopo della riforma era quindi quello di registrare contemporaneamente la popolazione e la ricchezza da essa prodotta ed assicurare un prelievo fiscale  uniforme in tutto il Regno. 

Il catasto Onciario fu ordinato da Carlo di Borbone con dispaccio del 4 ottobre 1740 e regolato da una serie di disposizioni emanate dalla Regia Camera della Sommaria tra il 1741 ed il 1742, per un totale di 12 Prammatiche riunite tutte sotto lo stesso titolo, Forma censualis, et capitationis, sive de catastis, la prima delle quali è del 17 marzo 1741, l’ultima del mese di settembre 1742. Accanto alle precise istruzioni  relative alla formazione degli Onciarii venne disposto, fra l’altro, che anche i feudatari dovessero esibire le rivele di tutti i loro beni, affinché questi potessero essere accatastati rispettando tutte le formalità stabilite dalle Prammatiche stesse. 

Il catasto fornisce, a tutti gli effetti, dettagliate informazioni sui beni dei contribuenti: delle abitazioni è descritta la tipologia, l’ubicazione, spesso anche la grandezza (“casa palaziata”, “comprensorio di case di vani soprani e sottani”); dei terreni sono indicati i confini, l’estensione e la natura delle colture; vi è quindi la descrizione degli eventuali capi di bestiame.

All’elenco dei beni segue quello dei pesi, costituiti, in genere, dal pagamento di censi e canoni agli enti ecclesiastici e al feudatario e da interessi su capitali presi in prestito.

Il catasto fornisce, altresì, dettagliate informazioni sui nuclei familiari, indicando, per ciascuno di essi, il numero dei componenti, la loro età, l’attività svolta ed il rapporto di parentela con il capofamiglia.

Per la realizzazione del catasto tutte le Università, eccettuati Napoli e i suoi casali, ed alcune province della Calabria Ultra, esentate da imposte, dovettero eleggere dei deputati e degli estimatori, incaricati della compilazione degli “atti preliminari” e, rispettivamente, della valutazione ("apprezzo") dei beni. I cittadini e coloro che possedevano beni erano invece tenuti alla redazione delle "rivele", vere e proprie autocertificazioni nelle quali, oltre ad elencare i componenti della famiglia con le relative attività, dovevano riportare i redditi e gli eventuali pesi deducibili ai fini del calcolo dell’imponibile. Al compimento della raccolta delle rivele, sostituite, in mancanza di esse, dalle valutazioni degli estimatori, veniva redatto il libro del catasto, nel quale era riportato il calcolo della tassa a carico di ciascun nucleo familiare.

Per un preciso censimento della popolazione del Regno, fu richiesta anche l’opera dei Parroci, che, mediante il cosiddetto Stato delle Anime , nel quale si registravano battesimi, matrimoni e morti, erano i soli ad avere un quadro preciso della popolazione residente. 

Il Catasto Onciario costituì un importante antecedente dell’introduzione dello Stato Civile, poi voluto da Gioacchino Murat a partire dal 1809, e rappresenta un documento importante ai fini della ricostruzione delle condizioni economiche e sociali dei nostri antenati nel secolo XVIII, dal momento che elenca analiticamente le singole famiglie , con indicazione dei nomi dei componenti, della loro età, dei rapporti di parentela, e i relativi possedimenti.

Per complessità, resistenze incontrate e ritardi nella stesura - poche Università riuscirono a redigere i catasti entro il termine stabilito di quattro mesi e la maggior parte li portarono a compimento in ritardo - il catasto onciario si rivelò un sostanziale fallimento, almeno dal punto di vista della modernizzazione del sistema fiscale del regno.


giovedì 8 agosto 2024

Il Mezzogiorno moderno. 28. L'abolizione della feudalità nel Regno di Napoli

Già durante il 1799 repubblicano si era pensato all'abolizione della feudalità nell'intero Mezzogiorno, c due progetti di legge che si fronteggiarono: il primo radicale, favorevole all’abolizione assoluta e integrale sia dei titoli che delle terre dei baroni; il secondo, moderato, favorevole alla restituzione dei titoli feudali ma non delle terre, che si proponeva di dividere i beni allodiali soggetti alle imposte ordinarie gravanti sulle proprietà private. Alla fine a prevalere fu un terzo progetto definito di mediazione, ma, in realtà, più moderato del secondo. Il testo di legge non divenne subito operativo perché il generale francese McDonald si riservò di concedere la ratifica solo dopo aver avuto chiarimenti dal comitato di legislazione. Apportate le dovute modifiche, il testo venne approvato il 25 aprile e pubblicato il giorno successivo. 

«La feudalità era il primo anello della società a dover essere spezzato per dare il via ad un mutamento nelle forme di potere», sosteneva Gaetano Filangieri opponendosi a coloro che giustificavano le funzioni giudiziarie e politiche del baronaggio come unica sicurezza contro il dispotismo. 

Fu, tuttavia, con Giuseppe Bonaparte che l’abolizione del sistema feudale, premessa necessaria a rendere uniformi l’amministrazione dei comuni e le riforme finanziarie e fiscali, divenne legge, emanata il 2 agosto 1806 (Bullettino delle leggi del Regno di Napoli 1806, Stamperia della segreteria di Stato, Napoli, 1813, Legge n. 130 del 02.08.1806, pp. 257-261).

Essa determinò la caduta di ogni distinzione tra comuni soggetti alla giurisdizione regia e quelli soggetti alla giurisdizione feudale, mentre tutti i cittadini e tutte le proprietà erano uguali di fronte alla legge; da ciò l’introduzione dell’imposta unica. Perché questa potesse essere applicata, però, necessitava di un catasto fondiario attendibile di cui non si disponeva; molti furono gli abusi e la stessa imposta unica non potè essere mantenuta. Di contro, furono reintrodotte molte altre contribuzioni per far fronte alle spese dell’esercito e dell’amministrazione.

Tale provvedimento rispondeva ad una effettiva esigenza di rinnovamento delle antiche strutture socio-politiche, anche per il mutato clima intellettuale, che mal tollerava i diritti e le immunità accordati ai rappresentanti di una istituzione antiquata e oppressiva. Questa legge ebbe fondamentale importanza nel Mezzogiorno, stretto nella morsa della feudalità più di ogni altro; la sua rilevanza crebbe ancor di più nella provincia di Basilicata, dilaniata da baroni assenti ed esigenti oltre che possessori, tra beni burgensatici e feudali, della quasi totalità delle terre adibite a pascolo e coltura. Tali leggi non colpivano solo i nobili feudatari; infatti, con il seguire dei provvedimenti anche il clero venne fortemente colpito. L’azione del decreto non fu rapida, gli ostacoli furono moltissimi perché oltre all’opposizione dei baroni e del clero si doveva affrontare un situazione demaniale irregolare, sia a livello di differenze territoriali, quanto, e di più, a livello di irregolarità amministrative. 

La ricognizione dei beni demaniali dovette affrontare numerosi ostacoli che andavano dalle terre occupate con la forza, fino alle richieste delle popolazioni locali, che si appellavano al principio dell’ubi feuda, ibi demania, che trovarono la loro naturale evoluzione nella concessione degli usi civici delle terre. Oltretutto i contenziosi tra i Baroni e le vecchie Università aumentarono a dismisura, obbligando l’amministrazione centrale all’istituzione di una magistratura ad hoc, la commissione feudale. 

Il processo di “defeudalizzazione” sarebbe stato tutt’altro che semplice, come evidenziato dalle questioni demaniali irrisolte che si trascineranno per anni, portando spesso a soluzioni dai contorni poco chiari. E alla fine, anche se sottoposta ad un’evoluzione che ne aveva profondamente mutato i caratteri, la feudalità continuò ad esistere nel vecchio regime.



Personaggi. 32b. Mario Del Treppo, gigante tra Medioevo e Modernità

Si è spento il 7 agosto 2024, all'età di 95 anni, lo Storico italiano Mario Del Treppo, nato a Pola il 29 marzo 1929. Allievo di Ernesto Pontieri, fu professore universitario dal 1968, insegnando storia medievale alla Federico II di Napoli (in cui si era laureato nel 1952), dove fu professore emerito.

Del Treppo era coetaneo di Giuseppe Galasso e con il collega e amico aveva condiviso discussioni intellettuali e percorsi accademici: i due si erano conosciuti proprio sui banchi universitari e li legava una profonda stima reciproca, fatta talvolta anche di divergenze. 

Socio nazionale dei Lincei; accademico corrispondente della Real Academia de Buenas Letras de Barcelona (dal 1973) e socio ordinario della Società Nazionale di Scienze Lettere e Arti di Napoli e dell'Accademia Pontaniana di Napoli, si è occupato prevalentemente di storia economica dell'Italia meridionale nel periodo aragonese. 

Mario Del Treppo partecipò con entusiasmo alla fondazione della rivista “Nord e Sud” insieme con Francesco Compagna e Giuseppe Galasso, ma indirizzò il suo impegno etico e civile soprattutto verso l’insegnamento e la ricerca, nel segno dell’innovazione metodologica e della “libertà della memoria” (così si intitola un suo celebre saggio) rispetto a qualsiasi condizionamento interiore ed esteriore nello studio del passato

Tra i suoi numerosi studi sono da ricordare in particolare: I mercanti catalani e l'espansione della corona aragonese nel secolo XV (1967); Amalfi medioevale (1977, in collaborazione con Alfonso Leone); il saggio Il re e il banchiere. Strumenti e processi di razionalizzazione dello Stato aragonese di Napoli (1986); Prospettive mediterranee della politica economica di Federico II (1996); Storiografia del Mezzogiorno (2007).

domenica 4 agosto 2024

Personaggi. 32a. Mario Trufelli, storia del Giornalismo Lucano

Nato a Tricarico il 5 luglio del 1929, Mario Trufelli era di origine marchigiana. A Tricarico la sua formazione viene influenzata dalla stretta conoscenza con tre grandi uomini del luogo, Monsignor Delle Nocche, Rocco Scotellaro e Rocco Mazzarone.

Lasciata Tricarico, dopo alcuni anni trascorsi alla redazione del Popolo e dell’Avvenire di Roma,  fu chiamato dalla RAI per organizzare la redazione della nuova sede della Basilicata, nata nel 1960. Dal 1961, dagli studi della RAI di viale della Pineta, condusse il telegiornale della Basilicata delle ore 14.00. Il 23 novembre 1980, in diretta radiofonica, annunciò il sisma, informando l’Italia intera della gravità dell’evento soprattutto, nei giorni successivi, con reportage, tra i quali famoso quello a Balvano, per i cui morti scrisse la celebre Lamento per Rosetta.

Trufelli fu responsabile della sede Rai Basilicata dal 1969 al 1994, collaboratore della trasmissione Rai Check-Up, autore di numerosi reportage all’estero, oltre che Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Basilicata e Amministratore unico dell’Apt Basilicata. 

Importantissima anche la sua attività letteraria. La produzione poetica raccolta in Prova d’addio (Scheiwiller, 1991), ha vinto il superpremio Ennio Flaiano e il Regium Julii; suoi racconti sono in Lo specchio del comò (Alfredo Guida Editore, 1990); prose di viaggio sono raccolte nel volume L’ombra di Barone. Viaggio in Lucania (Osanna Edizioni, 2003); da ricordare, infine, il “romanzo” Quando i galli si davano voce (Edizioni della Cometa, 2013). Ha pubblicato anche Amore di Lucania, in collaborazione con G. Appella (Edizioni della Cometa, 1983) e L’erbavento (Rocco Curto Editore, 1997), rispettivamente serie d’interventi sulla cultura lucana e antologia di scritti vari.

Mario Trufelli muore a 95 anni, nella sua casa di Potenza, il 3 agosto 2024. 

giovedì 13 giugno 2024

La cultura meridionale. 5. Giacomo Racioppi e il Risorgimento lucano

«Il periodo veramente democratico della storia politica dei popoli comincia con il 1789. Da allora in poi entrano in campo le masse, i popoli, le città, a produrre, ad apparecchiare, a modificare, a perturbare avvenimenti e imprese, prima non altrimenti dovute che all’impulso di un individuo, re, ministro, feudatario, o generale che fosse: allora una nuova era incomincia; e negli ordini politici fa capolino il popolo, negli ordini sociali la democrazia, negli ordini statuali la nazione.

I caduti del 1799 risorsero vincitori nel 1806 […]. L’assetto della società contemporanea napoletana ebbe principii e impulsi da questo attuoso periodo di tempo del governo dei due Napoleonidi, Giuseppe e Gioacchino Murat, che mutò di smisurato progresso ordini civili, militari, economici, usi, abitudini, vestimenta, sentimenti, tutto. 

Alla nuova restaurazione degli ordini assoluti la Basilicata fu teatro di scene luttuosissime […]. In questi eventi, che ebbero un’eco ripercossa oltre i confini della provincia, emersero tre nomi; e furono del capitano Giuseppe Veniti di Ferrandina, del capitano Domenico Corrado di Potenza, e di Carlo Mazziotti di Calvello: men noto quest’ultimo dei due primi ricordati nelle storie del reame, ma forse più degno di memoria. I fatti per sconsigliato impeto e per luttuose conseguenze notevoli e miserandi, avvennero a Laurenzana e a Calvello. […] Gl’intramatori delle rivoluzioni nella città di Napoli facevano, per la Basilicata, grande assegnamento sul capitano Veniti, che lo si sapeva deciso uomo, animoso e in gran nome alla provincia; e di poco minore nome, non di ardimenti, il capitano Corrado […]. L’associazione della “Lega Europea” s’ingegnava di disciplinare e indirigere ad unità di intenti e di atti cotesti impronti spiriti di libertà. Aveva spinto i primi, più che propagini, tentacoli in Basilicata per mezzo di Carlo Mazziotti, medico di Calvello; che, battezzato, a moda del tempo, nel nome di Marco-bruto, era fatto Commissario generale della Lega per la provincia […]. Nello spiccio processo molti, a paure e lusinghe, piegarono […]. Carlo Mazziotti, dignitoso e sereno, deviò le inchieste del giudice inquisitore; e all’accusa di non avere rivelato il Veniti, ricoverato in sua casa quando era già messo al bando dalla legge sulle liste dei pubblici inimici, rispose che le leggi dell’ospitalità erano per lui anche più sacre […]. Il […] 13 marzo del 1822, ad ore 18, caddero spenti di moschetto, in Calvello, il capitano Giuseppe Veniti e suo fratello Francesco […] e, degno del perenne ricordo della nostra storia, Carlo Mazziotti, medico. […] Tre giorni innanzi era caduto spento della stessa pena, dello stesso piombo […] il capitano Corrado. […] La cronaca paesana ricorda ancora le fiere parole, che egli profferiva, avviandosi, alta la fronte, al supplizio: “Io sono un uomo d’onore e un patriota; e voi calderari abietti” aggiunse all’indirizzo di quelli che, sogghignando plebeamente, villanamente, miserabilmente l’oltraggiarono.

Rifiorì l’albero della libertà in Napoli l’anno 1848; e per verità non per opera di sette […]. Grande colpa ebbe il re, che fu sleale, e mancò ai giuramenti di re, alla parola di galantuomo: ma non minore colpa ebbe la parte liberale, e, maggiore di ogni colpa, la dissennatezza. Divisa, come egli accade, e fin dai principii, in parte più o meno spinta di propositi, più infocata o meno di aspirazioni ideali e dottrinarie, […] taceva, lasciava fare, in bilico tra il sì e il no […] unicamente per non perdere, per non isminuire la popolarità che veniva dalla piazza. Mai fu parte politica più inetta al politico magistero dello Stato quanto la parte moderata napoletana del 1848! E questo mostra – il dirò io? – l’impreparazione del paese, delle classi dirigenti del paese alle condizioni della libertà.

Al 1860 finisce un’epoca; un’altra incomincia: erompe un nuovo ordine di cose, che investe, agita e trasforma la società nella pienezza della sua vita: si apre un nuovo periodo di storia, che succede, ma non continua il periodo precedente. Nasce nuovo ordine di tempi! Possa la storia avvenire dar materia a racconti di più lieti fatti, di più onorate imprese, di più saggi propositi, di più veraci, sane e giuste utilità, che non ha saputo esporre, a chi legge, lo scrittore di queste carte!».

Fonte: G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Loescher, Roma 1889, 2, pp. 256, 288, 290, 293-294, 304.

giovedì 30 novembre 2023

Il Mezzogiorno moderno. 25. L’editoria di Stato nel Decennio francese

La breve stagione del Decennio francese segna, per Napoli, la cruciale transizione dall'antico regime tipografico alla più avanzata condizione del lavoro editoriale nel quadro delle generali trasformazioni operate dai Napoleonidi. Il tema editoriale mostra, infatti, ulteriormente l’attenzione dei Napoleonidi ai linguaggi ed alle forme comunicative con l’istituzione di una vera e propria industria editoriale di Stato, tendente alla specializzazione grazie alla divisione di compiti tra privati appaltatori e Stamperia Reale e mirante in primis ad allargare il pubblico, formando quell’opinione pubblica mancata nell’esperimento repubblicano del 1799 a Napoli. 

Proprio l’esempio della vera e propria rinascita della Stamperia Reale, rilanciata da Giuseppe Bonaparte premettendovi a capo Francesco Daniele, consente di mostrare il rilancio di un organismo editoriale fondamentale per l’immagine dei sovrani presso un più vasto pubblico.  

Nato, nel 1740, presso la piccola frazione di San Clemente di Caserta, Daniele si trasferì a Napoli per intraprendere gli studi universitari. Singolari furono i suoi interessi per la filosofia, l’oratoria e la giurisprudenza, ma ancora più importanti furono le sue frequentazioni con noti intellettuali del tempo, come Antonio Genovesi, Antonio Cirillo e Matteo Egizio. I suoi interessi letterati iniziarono dopo aver curato, nel 1762, un’edizione delle opere di Antonio Telesio, zio del più famoso Bernardino. Il successo ottenuto gli procurò non pochi consensi intellettuali, tanto da essere incaricato, poco dopo, come responsabile della pubblicazione di alcuni componimenti poetici di Marco Mondo, padre di Domenico, pittore di corte dei Borbone. Dopo una breve esperienza come avvocato, fece ritorno presso la casa natale per occuparsi di alcune proprietà familiari. Questa nuova responsabilità gli diede, però, la possibilità di portare avanti i suoi studi classici, acquisendo specifici documenti e oggetti antichi provenienti dal territorio casertano. Contestualmente, diede vita a una ricca biblioteca. Verso la fine del secolo produsse una serie di libri, di cui alcuni dedicati alla trattazione critica della storia della città di Caserta. La fortuna ottenuta da tali lavori gli venne altresì riconosciuta dal marchese Domenico Caracciolo, che lo riconvocò a Napoli per fargli assumere l’incarico di Regio Istoriografo.


Successivamente entrò a far parte dell’Accademia della Crusca, ma soprattutto divenne censore della Reale Accademia di Scienze e Belle Lettere. Ancora, gli venne conferito l’onere di sistemare la prestigiosa raccolta di volumi della Biblioteca Farnese e venne, inoltre, associato all’Accademia Ercolanense, sodalizio con cui doveva realizzare dei volumi dedicati alle scoperte archeologiche di Ercolano e Pompei. Con lo scoppio della rivoluzione del 1799, fece ritorno a San Clemente, dove si impegnò nello studio delle monete in uso nell’antica Capua.

Durante l’epoca napoleonica, gli vennero restituite tutte le cariche precedenti e, in particolare, venne nominato segretario perpetuo della Nuova Accademia di Storia e di Antichità, ma anche, come detto, direttore della Stamperia Reale. La sua fama giunse pure all’estero, tanto da essere associato alla Royal Society di Londra e, qualche tempo dopo, all’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo.

Dalla stampa del Codice di Commercio agli Herculanensium Volumina, Daniele riavviò con forza l’attività editoriale della Reale, nel contempo servendo egregiamente agli scopi dei Napoleonidi. Tale ripresa, stimolata ai massimi livelli da Gioacchino Murat tra il 1810 ed il 1811, portò la Stamperia Reale a trasformarsi in Stamperia Reale di Arti e Lettere, lasciando il «Bullettino delle Leggi del Regno di Napoli» e vari testi di tipo giuridico alla Stamperia della Segreteria di Stato, mentre diversi, capaci privati venivano incaricati di stampare manuali e materiale didattico per l’Accademia della Nunziatella.

Un progetto, dunque, di attivo e sostanziale coinvolgimento di intelligencja e risorse socio-imprenditoriali nella costruzione del consenso e di classi altamente professionalizzate, che ebbe ripercussioni anche nei territori napoleonici settentrionali.


giovedì 19 ottobre 2023

Il Mezzogiorno moderno. 24. Il murattismo nel Mezzogiorno del XIX secolo


Il murattismo è un’altra categoria politica di difficile e varia interpretazione. Murat, infatti, più che per scelta, fu riformatore malgré lui: isolato, infatti, nel sistema imperiale-dinastico di Napoleone, Murat cercò di trovare una propria solidità come sovrano sulla base delle élites locali, riprendendo moduli operativi tipici del riformismo borbonico ma, nel corso del suo regno, trovando forti resistenze nelle richieste di costituzione avanzate da tali gruppi dirigenti, che avrebbero portato alla grande crisi del 1814-15 e sarebbero, a lungo termine, sfociate nei moti costituzionali del 1820-21.

Se a fine Ottocento, nel corso della stagione crispina, la stagione murattiana venne vista come punto d’origine del risanamento meridionale e di base per il processo unitario, essa non era stata, tuttavia, interpretata sempre come un momento positivo nel processo di partecipazione del Mezzogiorno d’Italia ai moti ottocenteschi. 

Fino al 1848 ed oltre, infatti, il Decennio napoleonico era stato additato come esempio di espansionismo, connotato da trasformismo e tendenza ad un centralismo conservatore e liberticida. Una tendenza interpretativa, questa, ampiamente condivisa dalla storiografia post-unitaria che, nel generale recupero del «pantheon dei martiri dell’Unità», significativamente mostrava quella che si può definire una vera e propria ‘gallofobia’, non evidenziando alcun contributo degli uomini del Decennio alla causa dell’Unità nazionale. 

Il recupero del murattismo a fine Ottocento, tuttavia, fu espressione della delusione derivata dalla politica piemontese tesa alla marginalizzazione delle rappresentanze meridionali: di fronte al molto offerto dal Mezzogiorno d’Italia alla causa nazionale, infatti, si percepì una risposta ampiamente evasiva, se non addirittura penalizzante, sicché, in una sostanziale accettazione dell’Unità, emergevano nuove istanze della rappresentanza politica meridionale ed il recupero di una stagione, quella murattiana, vista come premessa di un’Italia più ampia e pluralista, obliterata dal ‘compromesso’ mazziniano. Superando la taccia di «passatismo» legata al Decennio, Giacomo Racioppi, ad esempio, legava tale accusa piuttosto al borbonismo: pur mantenendo un basilare anti-murattismo, egli recuperava i Napoleonidi come premesse di un federalismo che meglio avrebbe potuto inserire il Mezzogiorno nel complesso del Regno d’Italia, in una sostanziale, accesa critica alla Destra Storica.


Materiali didattici. 34. Il telero LUCANIA 61 di Carlo Levi (Rosamaria Nicoletti)

Il grande telero Lucania ’61, oggi esposto permanentemente a Matera, nella sede di Palazzo Lanfranchi, fu commissionato a Carlo Levi dal Com...