giovedì 20 ottobre 2022

La Basilicata contemporanea. 43. Ancora sul nome "Lucania-Basilicata" (Giovanni Ambrosecchia)


La Basilicata è una terra ricca di storia, abitata dall’alba dei tempi da un popolo umile, ma ingegnoso e valoroso; una terra che ha ospitato una moltitudine di popoli “ospiti” e che ha originato grandi uomini come Racioppi e Lacava, uomini silenziosi, estranei al clamore dei riflettori, ma professionisti immensi. Il terzo fine era quello prettamente celebrativo verso questi due grandi uomini, piacevole scoperta, personalmente parlando. Mi hanno sempre affascinato gli individui che sposano una causa anche per gli altri ed hanno il coraggio e la caparbietà di portare avanti le proprie idee ed il proprio credo. Mi sembrava giusto presentare due prototipi positivi di uomini pragmatici, soprattutto ai giovani, in quest’epoca dominata dall’apparenza, dall’assenza di meritocrazia e dalla mancanza di uomini simbolo che siano esempio per la mia generazione e per quelle che verranno.

Dopo questa premessa, analizzando le svariate fonti utilizzate nella polemica tra Racioppi e Lacava sul nome della regione, va detto che bisogna apprezzare gli sforzi letterali di entrambi gli autori, particolarmente per come trattarono le fonti, in maniera abbastanza oggettiva, questo discorso anzitutto vale per Giacomo Racioppi.

La polemica tra i due protagonisti è stata molto importante perché in primis ha portato alla luce documenti sottovalutati che probabilmente sarebbero finiti nell’oblio, quindi la ricerca storiografica ne ha guadagnato, senza dubbio. Questo scavare tra le fonti servì a rafforzare l’identità regionale, ancora oggi, ad amplificare la storia lucana, a creare visioni politiche nella gente comune e portò argomenti nell’opinione pubblica regionale e ad un certo punto nazionale.

Il lato più interessante della vicenda, al di là del contenuto in sé, è proprio il risvolto politico che suscitò questa scelta del nome: c’è da considerare che sia Lacava, sia Racioppi, pur essendo uomini eclettici, erano politici, quindì appare abbastanza scontato che questa scelta del nome più appropriato, che poteva sembrare una questione di poco conto, se vista con un primo sguardo superficiale e confrontata con i problemi enormi (quali l’elevato tasso di mortalità infantile, la presenza elevata di zone malariche, l’emigrazione al nord o all’estero, il brigantaggio, la fame, la povertà, la disastrosa condizione della sanità e delle infrastrutture, la mancanza stessa di infrastrutture, imprese e trasporti, il diffuso analfabetismo) che affliggevano una regione, all’epoca, tra le più arretrate del recente stato formatosi ed addirittura tra le regioni sorelle del Mezzogiorno, ma vista dall’aspetto politico fu molto importante per i due schieramenti, anche a livello propagandistico per creare consensi tra la gente.

 Prima di analizzare le due visioni bisogna effettuare delle operazioni di contestualizzazione.

Innanzitutto dobbiamo cercare di scomporre il tempo, mi spiego meglio: parliamo di un periodo anteriore alle guerre mondiali ed alle due ideologie che s’imposero nel mondo, ovvero il fascismo ed il comunismo e tantissimi altri avvenimenti non ancora accaduti che cambiarono il mondo e nello specifico la politica. Senza girarci troppo intorno, il mondo all’epoca era più “semplice” e di conseguenza anche la politica lo era, o meglio non esistevano parametri esterni che oggi sono imprescindibili dalla materia politica, quindi essa differiva molto da quella odierna. Parliamo degli albori della politica che conosciamo oggi, una materia che si stava formando in uno stato anch’esso in costruzione, con istituzioni relativamente giovani. Alcune dinamiche vanno valutate con gli occhi del tempo, operazione non sempre facile per una persona degli anni duemila: alcune scelte o posizioni politiche potrebbero sembrare ambigue.

Fatte queste operazioni, si può passare ad un’analisi concreta dei documenti e ad una valutazione politica seria di entrambi i personaggi. 

In primo luogo, la scelta della difesa del nome da parte di uno e dell’altro…

Si può incappare subito in un errore: pensare in maniera dogmatica che il rapporto tra il nome più recente Basilicata equivalga per forza ad un sinonimo di rinnovamento, bensì per assurdo questo ruolo spettò all’antico nome di Lucania: la proposta fu quella di passare dal nome Basilicata a quello di Lucania; il nome esistente all’epoca era quello di Basilicata.

La seconda considerazione è che si avrà una visione più chiara sulla presa di posizione nella polemica di uno e dell’altro, tramite le biografie piuttosto ché dalle opere scritte, che invece avranno il ruolo di difendere la propria posizione sull’altra, per mezzo dell’autorità storiografica ed il convincimento sul lettore.   

Confrontando le vite degli autori, Racioppi assunse sempre una posizione liberale, ma abbastanza moderata, sin dagli albori, che potremmo posizionare nella sfera del centro-destra, mentre Lacava fu molto più radicale, quasi estremista nel suo patriottismo, quindi secondo la mia analisi moderna, penso che si possa collocare all’estrema destra dello scacchiere politico del tempo.

Furono entrambi due patrioti, anzi due dei più importanti patrioti, ma il patriottismo e l’amore per la patria furono manifestati diversamente: Racioppi scelse la via del pensiero, della riflessione, della mediazione, abbandonando man mano la strada della cospirazione armata, mentre Lacava predilesse sempre la partecipazione attiva in prima persona nelle forze armate nazionali.

Una prima verifica la si può effettuare su un tema molto sentito all’epoca, il rapporto con il fenomeno lucano del Brigantaggio. Entrambi ufficialmente si discostarono dal fenomeno del Brigantaggio, ma anche qui, scavando, gli atteggiamenti divergono.

Racioppi, ad un certo punto della sua carriera politica, si trovò nella posizione di dover fronteggiare i briganti ed i moti degli umili contadini scontenti, un ruolo certamente difficile: Racioppi era chiamato a fare le veci dello Stato, tramite il suo ruolo da reggente della regione, ma note furono le accuse che lo ritennero di avere una “mano leggera” verso il fenomeno, addirittura una presunta connivenza con il brigante Crocco ed il dissenso scritto nelle lettere, nelle quali manifestò il proprio dissenso verso le misure troppo violente e non eque, utilizzate per combattere il brigantaggio; presumibilmente Racioppi conosceva molte persone coinvolte nella faida, forse in alcuni casi ritenne “giusta” la causa, mentre a mio avviso, almeno una volta pensò che parte dei suoi concittadini “fu costretta” dalla fame e dall’ingiustizia a compiere determinati atti, quindi per queste ragioni, sempre a mio avviso, non volle avere il pugno duro con quella, che nel bene o nel male, era la sua gente.

Lato opposto di questa medaglia, fu l’atteggiamento di Lacava. In primo luogo c’è da considerare un terribile avvenimento personale che non poté non segnare la vita di Lacava, contribuendo alla totale avversione verso il fenomeno rispetto al collega: il padre Giuseppe, fu massacrato ed ucciso senza pietà dai briganti nel 1861. Fatto questo preambolo, ho usato un termine ben preciso, “contribuì”, perché a mio personale giudizio, questa grave perdita non fu l’esclusivo motivo verso la lotta al fenomeno, ma una motivazione in più a spingerlo verso la completa ostilità riguardante il tema briganti. Si deve ricordare, che alla base Lacava fu un ufficiale bellico con annessa medaglia al valore, pertanto si schierò sempre con l’esercito e con le istituzioni statali, senza compromessi o tolleranze.

Solo a questo punto si possono trarre delle deduzioni .

Lo stile moderato di Racioppi, probabilmente lo spinse ad accettare il nome Basilicata; uno sguardo esterno potrebbe porsi un quesito: “Perché un moderato non accetta il vecchio nome Lucania?”, la risposta non è scontata, ma sta proprio nel fatto che Racioppi fu un moderato, cioè difficilmente avrebbe accettato un nome che rimischiava di nuovo le carte in tavola, dal lato politico, ma anche in senso storiografico.

Al contrario, un fiero ed orgoglioso patriota come Lacava, mai avrebbe accettato un nome “forestiero” stabilito da un popolo oppressore in uno dei periodi più bui della regione. Lacava ebbe un animo più rivoluzionario, più attivo rispetto a Racioppi, quindi scegliere un nome come quello di Lucania, che ricordava le lotte contro i popoli dominatori, l’animo infuocato del popolo ed il periodo più alto della storia regionale, fu naturale conseguenza. Infine non può non essere menzionata la passione archeologica del Lacava, collegamento intrinseco del proprio subconscio a quel nome che tanto gli ricordava quel passato glorioso.

Le uniche serie ambiguità che potrebbero trarre in inganno anche un occhio attento, per quanto concerne la visione politica del Lacava, può essere il rapporto diretto che egli ebbe con gli istituti bancari che si andavano creando nella regione, messo in relazione con la difesa estrema del nome di Lucania.

Nell’odierna politica, questa relazione può parre strana, se sul piano della bilancia viene posizionato un personaggio di estrema destra: non è segreta la dura ostilità delle destre nazionali, spesso sovraniste, “nemiche” dei potenti istituti creditizi ed in generale verso quel tipo di economia astratto-numerica, oggi quel rapporto europeista e pro-banche è sicuramente questione di centro-sinistra.

Ma tenendo conto delle premesse preliminari, questo strano ossimoro si può spiegare con un semplice ragionamento. Lacava contestualizzato, non è solo un personaggio patriottico, estremamente patriottico, ma è anche persona colta, visionaria e soprattutto un personaggio politico molto propenso al rinnovamento, purché questo spirito innovativo porti sviluppo ed opportunità e senz’altro il mezzo bancario all’epoca fu visto con quello spirito. Dal punto di vista storico e politico, fu abbastanza chiaro il perché Racioppi predilesse Basilicata da Lucania, mentre per Lacava fu perfettamente il contrario, così come fu naturale per due uomini di quello spessore culturale, difendere l’una o l’altra ipotesi.

La persistenza del doppio nome Lucania-Basilicata rivela ancora oggi, dunque, una sorta d‘ineluttabile doppia anima per questa  misteriosa e strana regione.


giovedì 6 ottobre 2022

Potenza. 6. La "Parata dei Turchi"

 Il collante di aggregazione di tutti gli abitanti del capoluogo della Basilicata è, fondamentalmente, la festa di San Gerardo, con la “Parata dei Turchi”, evento sentito dai cittadini e (spesso oziosamente) dibattuto dagli studiosi e dai cultori locali. Si tratta senza dubbio del momento intorno a cui, più di ogni altro, si manifesta ed esplicita il rapporto tra richiamo alla tradizione e processo di costruzione dell’identità potentina, a livello laico (come festa di popolo) e religioso (come benedizione del Santo alla sua città predisposta alla fioritura estiva). 


La festa ha subito diverse trasformazioni, a partire dall’epoca del cronista tardo ottocentesco Raffaele Riviello, che per primo l’ha descritta nella sua Cronaca Potentina e nei Ricordi e note su costumanze, vita e pregiudizii del popolo potentino, definendola come «la festa più rumorosa, più lieta e più caratteristica» della città. Sarebbe nata dopo la proclamazione di San Gerardo a principale protettore del capoluogo, scalzando il precedente patrono Sant’Aronzio. 

A suo fondamento erano la questua (detta “cerca pe’ S. Girard’”); la novena; la preparazione di vestiti e ornamenti per la processione; i giri delle compagnie “di li tammurr’” e delle bande musicali; le luminarie nella “Chiazza” (Piazza del Sedile) e in via Pretoria; la “Machina”, ossia la rappresentazione di un alto tempio, posta di fronte alla Casa Comunale e in cui, «presso l’altare, si posava la statua di S. Gerardo in argento, insieme agli altri Santi, quando, dopo il giro della processione solenne, si sparava il fuoco di batterie». E ancora, le iaccare, «cioè grandi falò, fatti di cannucce affasciate attorno attorno ad una trave sottile e lunghissima, per divozione di qualche bracciale possidente, di proprietario vanitoso, o per incarico dei Procuratori della festa», innalzate nelle piazze e negli slarghi, accese il giorno della vigilia (29 maggio) e che venivano fatte ardere per tutta la notte. 

Ma secondo Riviello «la parte più originale, brillante e fantastica della festa popolare», era la parata dei Turchi, che, già negli anni in cui Riviello la descriveva aveva subito, secondo lui, «parecchie ritoccature»: si era, infatti, arricchita di valletti e scudieri, ma erano ormai soprattutto i ragazzini che si vestivano da turchi, invece dei contadini di un tempo, mentre la nave non era più «la barca, o tartana», bensì un «bastimento col fumaiuolo a vapore, e con boccaporti e cannone a pittura». Sempre gli stessi erano invece il Gran Turco (oggi detto “Civuddin’”), «con la barba di stoppa e la grossa e lunga pipa» che, «lisciandosi con maestà i baffi», si lasciava «tirare in carrozzella, seguito da una coppia di alabardieri a cavallo»; e il Carro «con l’imagine di S. Gerardo, fatto a trasparenza e illuminato da lampioncini di carta a varii colori, con ragazzi vestiti da angioli ed agitanti i turiboli», «portato a spalla da contadini, che divotamente cioncano ad ogni fermata». Erano questi i segni distintivi della festa di San Gerardo. Insomma, era ed è la vigilia a conferire carattere di originalità alla festa, che dal 1886 si celebrò nella giornata del 30 maggio con la solenne processione in onore del santo patrono, a cui partecipavano le congregazioni, gli ordini monastici e i sacerdoti, ognuno con i propri segni distintivi e la statua del proprio santo. I santi erano dodici, tanti quanti gli apostoli. Raffaele Riviello, dunque, fu il primo a dare una descrizione completa della festa nella sua dimensione laica e giocosa e in quella liturgica e solenne, che conferivano, e ancora conferiscono, ad essa un carattere unico e simbolico come aggregatore della città e dei suoi abitanti. 

Personaggi. 30. Giambattista Pentasuglia

(Matera, 3 novembre 1821-4 novembre 1880)  Giovan Battista Pentasuglia  nacque da Giuseppe e Concetta Buonsanti. Dopo gli studi in Seminario...