giovedì 20 febbraio 2020

Il Mezzogiorno moderno. 9. La congiura di Lauberg del 1794

Il giacobinismo, penetrato in Italia attraverso le logge massoniche, favorite e protette da alcuni governi, come da quello asburgico in Lombardia e da quello borbonico a Napoli e divenute poi importanti centri cospirativi, aveva poco in comune con il riformismo settecentesco: fautori dell’indipendenza italiana, quale condizione indispensabile per la creazione di strutture sociali radicalmente nuove, i giacobini, esortando alla rivoluzione, si allontanavano dai riformatori della vecchia generazione, inclini a respingere l’ondata di violenza oppure disposti anche a collaborare: non a caso, infatti, i centri del giacobinismo si trovavano soprattutto negli Stati dove erano fallite o erano rimaste bloccate e soffocate le riforme settecentesche. 
La politica repressiva aveva finito, infatti, per favorire la trasformazione delle logge massoniche in club rivoluzionari: a Napoli, ad esempio, la propaganda rivoluzionaria era penetrata a poco a poco, oltre che fra la borghesia e il basso clero, anche fra la nobiltà . 
La monarchia, intimorita dalle notizie dei tumulti francesi, aveva cercato di correre prontamente ai ripari emanando, il 3 novembre 1789, un editto che segnava l’inizio di una violenta repressione e che proibiva le riunioni della Massoneria e vietava l’istituzione di ogni altra società. 
I primi nuclei giacobini napoletani, che si erano dapprima limitati ad un’opera di diffusione degli scritti rivoluzionari, avevano poi ricevuto una vigorosa spinta dalla presenza
del barone Armand Mackau, nominato nell’aprile 1792 rappresentante francese presso la corte borbonica: la dimora dell’ambasciatore francese divenne il ritrovo preferito dei giacobini napoletani e, nel dicembre 1792, bastò l’arrivo a Napoli di una flotta francese comandata dal Latouche-Tréville per eccitare e animare ancora di più i giacobini della città: in quell’occasione, infatti, l’ammiraglio francese era stato inviato a Napoli per ottenere chiarimenti dal governo di Ferdinando IV per un oltraggio subito dalla Francia a Costantinopoli e, durante la permanenza della squadra navale francese nel porto di Napoli, Antonio Jerocades, attivo fautore delle nuove idee, promosse congiuntamente a Carlo Lauberg la costituzione nell’agosto 1793 della “Società patriottica”.
Carlo Lauberg, seguace delle teorie chimiche di Lavoisier e autore di numerosi studi di meccanica, matematica e gnoseologia, nel 1792 aveva aperto un’Accademia di chimica con Annibale Giordano, con il quale fu accusato per la nota congiura del 1794 : proprio l’orientamento radicale di Lauberg, in contrasto con il moderatismo di Jerocades, determinò la breve vita della “Società patriottica”, dal cui scioglimento si formarono due club segreti nettamente distinti: il primo («Lomo», sigla del motto «Libertà o morte»), che riconosceva come capo Rocco Lentini, perseguiva l’obiettivo di un regime di maggiore libertà per il popolo napoletano; il secondo («Romo», sigla del motto «Repubblica o morte»), guidato da Andea Vitaliani e composto da estremisti, aveva come fine quello di abbattere la monarchia e di istituire una Repubblica democratica.
Era soprattutto Vitaliani a preparare il moto insurrezionale cercando di diffondere fra le masse popolari l’odio contro la tirannide: nella primavera del 1794, in seguito alla delazione di Donato Frongillo, venne scoperta una vera e propria cospirazione, seguita da una dura repressione, a seguito della quale molti congiurati riuscirono a fuggire, ma quelli che avevano attivamente partecipato alla cospirazione furono sottoposti a severa sorveglianza della polizia. Vennero eseguite alcune condanne a morte, riservate, dopo la fuga dei maggiori congiurati, a elementi minori, come Vincenzo Vitaliani, fratello di Andrea. 

giovedì 13 febbraio 2020

Il Mezzogiorno moderno. 8b. L'antico nel Mezzogiorno napoleonico

Il fallimento dell’esperienza rivoluzionaria del 1799 determinò una sorta di “silenzio mediatico” da parte dei gruppi politici scampati alla furia della Restaurazione; nel contempo, ciò significò anche un ripensamento nell’uso di queste strategie, che passarono da una fase scritta e, per così dire, ancora teorica ad una fase più consapevole, d’ordine pratico. Infatti, tra i classici, furono studiati e citati quelli ritenuti più adatti ad una formazione, per così dire, scientifico-morale, in senso pedagogico. Cifre, queste, tipiche della nuova declinazione dell’antico in età napoleonica. Infatti, quello che potrebbe essere definito “rinascimento napoleonico” si differenziò notevolmente, per metodo e scopi, dall’antiquaria napoletana del tardo XVIII secolo, pur presupponendola ampiamente, nell’alveo, anche in campo culturale, di una continuità generazionale. 

Un trait d’union rilevabile tra l’antiquaria tardoilluminista, protesa al riconoscimento delle antiche radici italiche e la nuova scienza dell’antico ripresa soprattutto nel Decennio è riscontrabile proprio in queste comuni matrici di cultura politica. Usare l’antico, più che commentarlo: servirsi degli antichi scrittori per ritrovare nel passato le radici di un progetto di cultura ed azione volto a rinnovare, finalmente, il Mezzogiorno d’Italia ma, come in campo amministrativo, partendo dagli anelli di base, le province del Regno, con il loro tesoro di cultura.

La trasformazione dei modi e delle forme dell’uso dell’antico, già seriamente modificata, dunque, nel corso del 1799, nel Decennio investì linguaggi e pratiche della comunicazione, a livello politico, letterario, artistico, in un complesso, spesso contraddittorio rapporto tra centralismo ‘dirigista’ napoleonico ed attuazioni del linguaggio comunicativo napoleonico, quasi costretto, nella pratica, ad adattarsi non solo al preesistente sostrato politico-cul¬tu¬rale, ma anche, e soprattutto, a ripensare se stesso in funzione di una riformulazione modernizzatrice e professionalizzante. Un progetto, dunque, di attivo e sostanziale coinvolgimento di intelligencja e risorse socio-imprendi-toriali nella costruzione del consenso e di classi altamente professionalizzate. Proprio i Murat, partiti da un’idea di sovranità fondata essenzialmente, secondo il modello delle corti romane, sulla rappresentazione statuaria, a Napoli adottassero un’i¬co¬nografia ancora tendente alla riformulazione del¬l’an¬ti¬co, ma essenzialmente fondata sulla rappresentazione artistica. In quest’alveo, ispirandosi al modello di collezionismo di Giuseppina Beauharnais, Carolina Murat tese a collezionare e commissionare pezzi, come gioielli e gemme, rimontanti ad una simbolica del potere imperiale fondamentalmente incentrata sui simboli più antichi del Regno di Napoli, quali, ad esempio, Partenope o, in campo regale, l’iconografia della Afrodite-Aspasia rimontante essenzialmente alla Venere-Aspasia ispirata alla Afrodite Sosandra di Kalamis (all’epoca ritenuta una raffigurazione di Vesta). In tali raffigurazioni, denotanti il modello della sovrana-madre e moglie saggia, probabilmente in netto contrasto con l’immagine di Maria Carolina qual era stata costruita dalla propaganda antiborbonica (si pensi, in tal senso, agli scritti di Lomonaco e Cuoco di quegli anni), Carolina Murat fu aiutata dall’entourage napoletano.

Naturalmente, queste direttive napoletane, sia pure esercitate in autonomia, rispondevano a quelle napoleoniche. Non è qui il caso di riprendere la vexata quaestio dell’uso dell’antico nella corte di Napoleone, quanto, piuttosto, di capire cosa l’imperatore volesse propugnare con il recupero delle letterature classiche nel suo sistema imperiale. Un atteggiamento pragmatico, quello di Napoleone, che escludeva del tutto letture erudite, incoraggiamento di studi classici non legati alla praticità, all’azione politica ed all’educazione tecnica: del resto, il gusto di Napoleone per l’antichità si limitava a Plutarco, che gli aveva messo innanzi, per così dire, il modello di Cesare e di Alessandro, ossia quello di un potere monarchico di fatto, ma personalistico. Sicché era naturale come l’imperatore non amasse, ad esempio, uno storico come Tacito, che aveva messo in luce il destino dell’impero come degenerazione dell’antica repubblica romana. Un modello di governante che recuperava l’antico in senso pragmatico, offrendo un’immagine di sé come statista, pensatore, legislatore, ritornando, di fatto, non tanto e non solo alla concezione imperiale romana quanto, in tralice, a quella del sovrano delle origini, ben esemplificato, ad esempio, da figure come Numa Pompilio. Proprio di questo sovrano Napoleone aveva letto in Plutarco, finendo, probabilmente, con l’imporre un’immagine non dissimile dal sovrano-legislatore. E questo spiegherebbe, altresì, la diffusione, anche a Napoli, nel difficile contesto del 1814, del romanzo pastorale Numa Pompilius, second roi de Rome di Jean Pierre Claris de Florian. Si trattava di una trasparente allegoria del buon re, modellata dal Florian in base al Télémaque di Fénélon e diretta a Luigi XVI: tuttavia, l’immagine di Numa ben poteva essere recuperata sia da Napoleone che, in effetti, da quel Murat che aveva ambito a ritagliarsi uno spazio sempre più autonomo nel sistema imperiale napoleonico e che stava agendo per sopravvivere ad esso.

La storia imperiale, come detto, recepita in età napoleonica come esempio amministrativo e, in tale alveo, Tacito visto non tanto come storico, quanto come personaggio della sua stessa storia, attore prima che scrittore e, dunque, esempio di cultura politica da tramandare, al di là delle manchevolezze rilevate da Napoleone stesso nel suo metodo. Sicché non stupisce, anche a Napoli, l’ampio successo dell’Agricola, riguardante un onesto servitore della monarchia, interpretato da Tacito - e dagli scrittori napoleonici - come vittima della tirannide.

Un passaggio, dunque, a Napoli, quello dall’eroe dell’azione del periodo “giacobino” all’eroe “funzionario” del pieno periodo napoleonico fortemente mediato dalla cultura francese che, in questo, riuscì ad imporre un modello diverso dal patriota d’azione. Si passò, come detto, dall’esaltazione del plutarchismo eroico di matrice democratica, rappresentato anche, e soprattutto, dal teatro francese (Voltaire, Chénier) alle “considerazioni” sui testi che rappresentavano figure certamente meno eroiche, ma fortemente connotate da cultura amministrativa, di onesti funzionari e sovrani detentori del diritto umano e divino.







giovedì 6 febbraio 2020

Il Mezzogiorno moderno. 8a. L'antico nella cultura del 1799

1. Cercare nel passato la molla per migliorare il presente, ripensando forme e ruoli del governo della città alla luce di ideali esperienze politiche antiche, diventò, già nel convulso decennio compreso tra 1789 e 1799, un assillo che, dai grandi maestri, giungeva ai giovani studenti delle province che nella Capitale del Regno si riunivano, assimilavano, tentavano di mettere in pratica gli insegnamenti teorici per farne il pilastro di un nuovo modo di gestire la cosa pubblica e di capire se e come fosse possibile salvare la forma monarchica. Fu una parabola discendente che si espresse non solo nei fatti ma, innanzitutto, nelle forme comunicative, come evidenzia la ricerca sinora svolta su pamphlet, opuscoli a stampa e scritti di vario genere che coprono il periodo che va dal 1780 al 1799. Il terreno sul quale l’uso dei simboli si fece più massiccio fu dato dalla comunicazione verso il popolo e dall’uso, comunque, di simboli eroici e/o devozionali; uso massiccio, certo, ma anche e soprattutto “alto”, volto ad influenzare i centri decisionali e le classi dirigenti, se è vero che, come rileva Hans Biedermann, «ogni uomo possiede una propria mitologia ed eleva al rango di simboli determinate persone, reali o mitiche». 
Va innanzitutto detto che è proprio su questo terreno che rivoluzione e controrivoluzione dispiegarono più mezzi e con più intensità. Forse è questo il campo nel quale lo scontro ideologico ha favorito maggiormente la controrivoluzione e ha dato ragione alla tradizionale interpretazione di Cuoco dello scollamento tra quello che oggi si definirebbe “paese reale” e le ideologie rivoluzionarie. 
Si nota, infatti, una netta contrapposizione tra due ideali eroici: quello rivoluzionario, laico e “alto”, ispirato al modello classico, contro l’ideale controrivoluzionario, “basso” e legato alla devozione popolare. 
Il modello rivoluzionario fu, come noto, quello alto, legato alla cultura classica ed alla simbologia giacobina francese, che si esplicitò soprattutto nell’uso del simbolo storico. Simbolo “importante”, che aveva, comunque, un robusto referente nell’alveo dell’erudizione settecentesca e dalla grande lezione vichiana, ravvivata dalla discussione che, proprio nei mesi convulsi della Repubblica, produsse numerosi pamphlets sull’utilità e sull’uso della storia per la formazione di una coscienza repubblicana, riprendendo un tema ampiamente diffusosi negli anni Novanta del Settecento e che, sulla scia di Cabanis e Pagano, avrebbe influenzato non poco anche il successivo dibattito degli esuli napoletani nella Cisalpina. Sulla base della riflessione esemplare sulla storia, emersero, dunque, nel contesto napoletano, numerosi simboli “autoctoni”, riconducibili, allo stesso tempo, alla matrice francese, tra i quali vanno esaminati, in questo contesto, almeno due: l’eroe (e il suo alter ego, il tiranno) e la sirena. 
L’eroe, secondo una recente definizione, è «chi è in grado di sentire il “bisogno di credere”». Vale a dire che in questo periodo, accanto al tradizionale eroe classico, vennero poste in risalto dalla pubblicistica e dalla propaganda figure nelle quali individuare certamente personaggi d’eccezione, ma che erano tali poiché la loro eccezionalità era posta al servizio di una causa. Tre elementi specifici definirebbero questo simbolo: Il soldato che serviva una causa come «l’immortal Championnet»; L’uomo di potere che non prevarica la causa per cui serve, ma sa ritirarsi al momento giusto, come appare, sempre per quanto concerne Championnet, nella lettera, riportata nel «Monitore», con il quale si congedava da Napoli. Emergeva, in questo caso, la potente suggestione del modello classico, specie del Timoleonte plutarcheo, ritiratosi una volta esaurito il suo compito di liberatore di Siracusa dalla tirannide; il privato volto alle cure domestiche, che vedeva l’azione politica come ampliamento di questo suo compito primario. Evidente, anche in questo caso, la radice classica di questa caratteristica, che rinviava alla narrazione liviana su Cincinnato. 
In tutti e tre i casi, si trattava, ovviamente, di un simbolo civile, concreto, che risultava armonizzare l’individualismo, il sociale e la storia. Si trattava, ovviamente, poiché di simbolo concreto stiamo parlando, di un’armonia contrastata e mai compiuta. Altro esempio “eroico”, prodromo della cosciente mitizzazione dei “martiri repubblicani” operata, in seguito, nel Rapporto lomonachiano e, attraverso esso, nel Saggio di Cuoco, fu quello del “protomartire” della rivoluzione, lo studente Emanuele de Deo, morto per le sue idee durante la repressione della congiura giacobina del 1794. Proprio durante il semestre repubblicano, ai “martiri” del ‘94 e della Repubblica venne dedicata una colonna sulla cui iscrizione De Deo era designato esplicitamente come “Primo Martire della Libertà”. In quest’ottica, Luigi Rossi compose un breve poemetto in endecasillabi sciolti che, significativamente fondendo le istanze simboliche e la “moda” ossianico-sepolcrale, si intitolava proprio allo studente di Minervino Murge, celebrato come una sorta di novello Prometeo, immolatosi per la diffusione del “verbo” rivoluzionario. In significativa connessione con l’albero della libertà, De Deo ritornava, quale simbolo ormai “topico” - dunque, una sorta di protomartire repubblicano, come si è detto - anche in un pamphlet sul simbolo di Giuseppe Albarelli.
All’eroe, in significativa contrapposizione “plutarchea”, si opponeva il tiranno, specchio “nero” di “virtù degeneri”. Notevole, come in Francia, l’abbassamento del sovrano a semplice uomo, con un’insistita rilevanza sui suoi vizi e difetti e la ripresa della denominazione “Capeto” per indicare la casa reale, che risale alla pubblicistica francese ed alla sua diffusione in Italia nel triennio giacobino. In Francia, l’indicazione di Luigi XVI con il semplice nome della casata (dai Capetingi, per via indiretta, discendevano le dinastie regie dei Valois, degli Orléans e dei Borbone) indicava una precisa volontà di abbassare il sovrano al livello di semplice cittadino. Questo appellativo, dunque, andava a connotare i misfatti della dinastia, con riferimento soprattutto alla fama di inetti per i sovrani e di virago per le sovrane, ripresa nell’ode di Jean-François de Laharpe dedicata a Maria Antonietta, che Francesco Lomonaco avrebbe riportato con una traduzione-rielaborazione significativamente riadattata a Maria Carolina. Questo vero e proprio “marchio d’infamia” si diffuse capillarmente nella pubblicistica repubblicana delle province, spesso connesso all’indicazione dell’origine straniera, “imposta”, della casata dei Borbone. Ad esempio, il proclama ai materani del commissario repubblicano Francescantonio Ceglia (commissario del Bradano) iniziava con la semplice, “francese”, denominazione di “Ferdinando Capeto”, legata, quasi per antonomasia, alla figura del tiranno. Del resto, la connotazione negativa dei reali, che Francesco Lomonaco avrebbe ripreso - con uguale virulenza – nel suo Rapporto al cittadino Carnot, era ampiamente diffusa nella pubblicistica repubblicana, come mostrano alcune composizioni in versi. 
Last but not least, il recupero del tradizionale simbolo della sirena Partenope e del fiume Sebeto che, nella storiografia napoletana, indicavano la tradizionale libertà ed autonomia della Napoli greco-romana. Il recupero del Sebeto e della figura della “fondatrice” di Napoli da parte dei “patrioti” indicava la volontà di marcare l’ancoraggio con le origini “autoctone” della città. Appare significativo l’uso, ancora in quest’epoca, del mito come mezzo primario per l’affermazione dell’identità cittadina.  
All’interno della complessa società napoletana, infatti, fin dal Cinquecento la scrittura mitologica andava a rappresentare una pratica che man mano diventava comune, in quanto con il personaggio mitico si tentava di dare un volto ad un unico codice civico. Il simbolo mitologico veniva “pilotato” dalla città che mirasse ad una sua egemonia, in cui le doti morali estrapolate dal mito o dalla narrazione leggendaria diventavano doti politiche tipiche della città, o del gruppo dirigente, o della famiglia che commissionava l'opera allo storico. 
Se il Santo era figura tangibile, visibile parlare di una città depositaria di virtù elevate che la accostavano a Dio, l'eroe non era però da meno, in quanto fondatore umano della città, depositario di virtù pratiche, attive che costituivano una sorta di marchio del comportamento della città verso i poteri temporali. 
La sirena Partenope, figura eponima della capitale, va quindi intesa come iconotropia, ossia interpretazione di un antico simbolo piegato agli usi letterari e, soprattutto, politici: le virtù morali dei mitici fondatori diventavano virtù politiche, segno tangibile ab initio della lealtà politica di un corpo civile direttamente geminato dal suo fondatore. Giovanni Antonio Summonte e la sua Historia della Città e Regno di Napoli si situarono all'inizio di quest’uso consapevole del mito come bandiera propagandistica e strumentale alla rivendicazione del pactum con i sovrani spagnoli e che, nel 1799, ebbe il suo punto d’arrivo e d’esaurimento. 
Si può affermare che la controrivoluzione, sia pure con un sapiente uso della tradizionale comunicazione per immagini destinata al popolo e di sicura presa, fallisse sul terreno dell’uso di simboli e metafore classiche per comunicare l’ideologia restauratrice alle classi medio-alte, producendo prodotti ugualmente improduttivi, ibridi tra linguaggio “devoto” e figurazioni classiche.  

giovedì 30 gennaio 2020

La Basilicata contemporanea. 34. Esempi della nuova condizione femminile dal 1946

Nell’immediato dopoguerra, la condizione femminile in Italia, ma soprattutto nei centri interni del Mezzo-giorno, era molto precaria, non essendo le donne titolari di alcun diritto per la partecipazione alla vita democratica del Paese. Le donne non avevano ricoperto durante il fascismo un ruolo preminente e poche avevano raggiunto una visibilità adeguata nell’ambito della società, in quanto la donna era vista solo come addetta ai ruoli di casa ed alla prole . 
La condizione femminile iniziò a cambiare dopo la seconda guerra mondiale, anche grazie al ruolo che la donna aveva assunto nel periodo della resistenza al nazifascismo, quando la figura femminile era stata rilevante ed importante nella vittoriosa sfida dei partigiani. Dopo la fine della guerra, in primo luogo alle donne furono riconosciuti i diritti di elettorato attivo e passivo: anche in Basilicata le donne incominciarono a partecipare alle varie assemblee politiche che si tenevano nei vari centri della regione in vista delle importanti scadenze elettorali successive al conflitto. 
I due grandi partiti di massa della DC e del PCI cominciarono a costituire i movimenti femminili anche in molti paesi lucani, come, tra l’altro, per due donne facenti parte del movimento femminile della DC di Marsiconuovo. Ma altre esperienze di donne in politica si ebbero, oltre che a Potenza e Matera, anche a Lavello, Rionero, Atella, Lauria, Lagonegro . 
Nelle elezioni amministrative del 1946 le donne elette nei vari Consigli Comunali in Basilicata furono, comunque, pochissime. Marsicovetere, ad esempio, rappresentò una notevole eccezione, in quanto, in seno al suo COnsiglio Comunale, furono elette Maria Rosa Carolina Lacorcia e Maria Celeste Lauria , che rimasero in carica fino al 1952, per due legislature, dal 1946 a 1948 e dal 1948 al 1952. Parteciparono attivamente agli atti ed alle riunioni del consiglio comunale e seppero vivere attivamente l’esperienza amministrativa. Da sottolineare, anche, l’apertura mentale degli amministratori maschili di quel periodo, che, sia pur nella maggior parte notabili del vecchio regime, seppero accogliere con grande disponibilità la presenza di due donne in Consiglio Comunale. 
Le due signore, una commerciante (la Lauria) e l’altra imprenditrice agricola (la Lacorcia), oltre a rappresentare due eccezioni circa la presenza femminile in politica nell’immediato dopoguerra, restarono anche, di fatto, le uniche rappresentanti femminili nei Consigli Comunali di Marsicovetere per circa trent’anni. Infatti solo nel 1981 si sarebbe avuta nuovamente la presenza di donne nel Consiglio Comunale. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:
M. Strazza, Le donne nella storia della Basilicata, Potenza, Consiglio Regionale, 2010, pp. 52-81.
ID., Amiche e compagne. Donne e politica in Basilicata nel dopoguerra (1943-1950), Potenza, Consiglio Regionale, 2008.


giovedì 23 gennaio 2020

31 GENNAIO 2020 Presentazione del volume del prof. Carmine Pinto


Il 31 gennaio 2020, a Palazzo Fortunato a Rionero in Vulture, un evento straordinario per presentare  La Guerra per il Mezzogiorno del prof. Carmine Pinto. Una cornice significativa in una città fortemente interessata dagli eventi di quegli anni. 
Una serata fortemente voluta dal nostro blog e dall’UniLabor di Rionero in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, Editori Laterza, Mondadori Potenza e Libreria Ermes. 
VI ATTENDIAMO


La Basilicata contemporanea. 33. Eugenio Azimonti in Val d'Agri

In agro di Marsicovetere, all'inizio del XX secolo, operava Eugenio Azimonti, lombardo di nascita e lucano di adozione, nato a Cerro Maggiore, in provincia di Milano, il 31 dicembre 1878. In questo periodo, infatti, l’attuazione della legge speciale sul Mezzogiorno voluta da Zanardelli dopo la ricognizio-ne sul campo in Basilicata comportò anche per Marsicovetere una svolta decisa e netta per la modernizzazione soprattutto nella predisposizione di programmi organici di sviluppo per la difesa del territorio e la bonifica, nonché l’utilizzazione di risorse come boschi e acque. Uomini come Pasquale Indrio, Eugenio Azimonti, Nicola Miraglia si impegnarono in questi settori. 
Azimonti si inserì, infatti, in quella schiera di tecnici che operarono nel Mezzogiorno e per esso, contribuendo allo sviluppo dell'agricoltura . Proprio Azimonti introdusse l'allievo Manlio Rossi-Doria in casa di Giustino Fortunato, da cui sarebbe partito per approdare ad una radicale revisione dei metodi di analisi della nostra agricoltura e, più in generale, dei problemi del Mezzogiorno concretizzatasi in seguito con la costituzione, a Portici, del Centro di specializzazione e ricerche economi-co-agrarie per il Mezzogiorno. 
Del resto molti anni dopo, Rossi-Doria avrebbe commentato la sua amicizia con Azimonti: «So di avere avuto in lui più che un maestro e di aver maturato in Val d'Agri l'apertura necessaria a comprendere anche gente diversa da me» . 
Azimonti rimase molto colpito dal viaggio del bresciano Giuseppe Zanardelli in Basilicata nel 1902 e, nel 1905, accettò l'incarico di Direttore della Cattedra di Potenza e operò negli ambienti meridionali, dove prestò la sua opera di tecnico, agricoltore, politico e meridionalista per circa un quarto di se-colo. Si stabilì nella frazione di Pedali, l’odierna Villa d'Agri. Qui costituì una propria azienda agraria e iniziò le collaborazioni con «L'Unità» di Salvemini e il quindicinale napoletano «L'Agricoltore del Mezzogiorno». 
Con l’azienda agraria sperimentò ed accrebbe le conoscenze tecnico-pratiche: «prese in fitto e diresse la grande azienda agraria dei baroni Piccininni e alloggiò nel palazzo che era già stato dei Filangieri, dei Caracciolo e, poi, dei De Palma» . Egli stesso, nel 1909, si sarebbe occupato di indagare le condizioni seguenti all’emigrazione in specifica in-chiesta, pubblicata nel 1909 in qualità di delegato tecnico, in cui agli analizzava le condizioni del territorio e dell’economia agricola in base alla ricerca sul campo . 
La relazione Azimonti sulla Basilicata è stata tenuta presente nelle successive inchieste pubbliche e private di carattere agrario, sociologico e demologico, sia per la suddivisione zonale della regione, sia per la descrizione particolareggiata delle condizioni di vita e di lavoro dei contadini .
Tale ricerca sfociò, come detto, nella collaborazione a riviste, tramite la quale Azimonti diede maggiore incisività a quella che considerò sempre una missione, ossia liberare, di fatto, l'agricoltura del Mezzogiorno dall’immobilità ed inefficienza che gli venivano attribuite, dimostrando, con i fatti, che dietro la sua arretratezza si celavano fattori ben più seri .
A Marsicovetere, nel 1924, su insistenza del prefetto Spadavecchia, Eugenio Azimonti accettò dapprima di ricoprire la carica di commissario prefettizio e, due anni dopo, accettò di divenire podestà di Marsicovetere , carica che mantenne fino al 1930. In quell’anno, infatti, Azimonti si dimise per evitare ulteriori inasprimenti nella già calda lotta tra fazioni e notabili del paese. Tuttavia, in quello stesso 1930, la casa di Azimonti a Pedali e l’abitazione del nuovo podestà furono sottoposte a perquisizione per rinvenire carte e lettere riguardanti Rossi Doria, appena condannato a quindici anni di carcere per propaganda comunista: Rossi Doria, infatti, era stato ospite di Azimonti nelle estati dal 1926 al 1929 . La perquisizione non diede esito e, anzi, Azimonti ne uscì come un personaggio «di ordine e molto equilibrato», esponente, come detto, di quei «cultori di agraria e tecnici agricoli» che aveva dato vita ad un «fondo modello» .

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:
Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia, V. Basilicata e Calabria, t. 1, Basilicata, Relazione del delegato tecnico Eugenio Azimonti, Roma, Ber-tero, 1909.
M. Rossi-Doria, La gioia tranquilla del ricordo. Memorie, 1905-1934, Bologna, Il Mulino, 1991.
R. Giura Longo, Dall’Unità al fascismo, in G. DE ROSA-A. CESTARO (a cura di), Storia della Basilicata, 4. L’Età contemporanea, a cura di G. De Rosa, Roma-Bari, Laterza, 2002.

giovedì 16 gennaio 2020

La Basilicata moderna. 33a. Fra’ Antonio Maria Pallotta da Genzano e il terremoto del 16 dicembre 1857 (Rosangela Restaino)

Del sopralluogo nei conventi colpiti che, con paterna sollecitudine e “non curando né freddo, né fiumi, né monti, né tutti i pericoli immaginabili”, fra’ Antonio aveva pensato di compiere, considerando poi che “la nostra venuta non avrebbe potuto far altro, che aggiungere inu/tili lagrime al vostro pianto, inutile duolo alla vostra afflizione…” e assicurando “che al più presto possibile saremo tra voi, se il Signore ci conserverà in vita; come ci ha conservato per pura sua divina misericordia”, egli compì in realtà la sola visita a Santa Maria del Sepolcro a Potenza: “E già ci recammo a Potenza; ma quando (triste rimembranza!) vedemmo in quel Convento, che il quarto, il quale meno ispirava orrore era un corridoio caduto; quando vedemmo quei Frati afflitti, avviliti, sparuti, gittati a terra, come chi da immenso duolo è accorato; ah, sì! ci avvilimmo noi pure, e (lo confessiamo) ci scoraggimmo (sic). Poterono pure quei Frati darci animo, poterono dirci: oh! fac/cia Iddio, abbiamo la Chiesa quasi salva; il Sangue preziosissimo di Gesù Cristo qui ci vuole; Egli farà in modo, che col tempo, con la pietà dei Potentini, e più colla munificenza del nostro Gran Re Ferdinando II° (Deo Gratias) si giungerà a ristorare, ed a riergere due corridoi almanco”.

Nel 1847, esattamente dieci anni prima del terremoto, Cesare Malpica, giunto a Potenza durante il suo itinerario in Italia meridionale, aveva visitato il convento e la chiesa di Santa Maria così descrivendoli: “Il cenobio è tutto nitidezza come il cuore del Santo fondatore dell’ordine. La chiesa è decente, come tutte quelle dell’ordine. Noi saliamo a inchinare il P. Lettore e Provinciale Luigi da Laurenzana. Le sue stanze contengono una biblioteca mirabile per la scelta e per il numero delle opere e per la qualità delle edizioni; più un gabinetto di macchine pregevolissime. Vi convengono magistrati e letterati a ingannar le ore con piacevoli colloqui. E il buon romito accoglie tutti con franca cordialità”.
Si noti il rilievo dato da fra’ Antonio alla presenza nel convento potentino dell’altare che tutt’ora ospita la reliquia del Preziosissimo Sangue di Gesù Cristo. Reperita nel 1278 a Gerusalemme da Ruggero II Sanseverino, vicerè di Carlo I d’Angiò re di Napoli, la reliquia di Terra mixta cum sanguine Christi fu donata alla chiesa collegiata di Sant’Antonino di Saponara (oggi Grumento Nova, PZ) con atto del 24 settembre 1284, a noi noto nella trascrizione che ne fece Giovanni Battista Pacichelli. A seguito di un’aspra e plurisecolare contesa tra il clero saponarese e i vescovi di Marsico, nel 1647 il vescovo di Potenza Bonaventura Claverio si recò, come inviato del papa Innocenzo X, a Saponara e qui chiese ed ottenne una parte dell’insigne reliquia. Passati i moti di Masaniello, la reliquia, custodita privatamente dal Claverio, fu destinata alla chiesa dei Riformati di Santa Maria del Sepolcro, restaurata e abbellita con il soffitto ligneo della navata principale commissionato dallo stesso Claverio. Nel 1656 venne ultimato il sontuoso altare destinato ad accogliere la reliquia che, la mattina del 4 giugno, fu solennemente portata in processione dalla Cattedrale di San Gerardo. Nell’atto rogato per l’occasione dal notaio Gerardo Caporella, il vescovo predispose un triplice sistema di chiusura della custodia le cui chiavi consegnò alla Cattedrale, ai Riformati e alla famiglia Loffredo, feudataria della città di Potenza. La reliquia poteva essere esposta ai fedeli soltanto il Venerdì Santo. Il 16 novembre del 1886, su iniziativa di Giovanni Maria Sanna Solaro, il vescovo Tiberio Durante permise una ricognizione della reliquia costituendo una commissione che raccogliesse le testimonianze e i documenti che la corredavano. Nel frattempo, il 25 novembre 1717, la reliquia rimasta a Saponara era stata trafugata e si era persa per sempre: Ippolita Spinelli, moglie del conte di Saponara Luigi Sanseverino, la sostituì con una seconda, ugualmente portata da Ruggero nel 1284, che l’8 ottobre 1730 fu trasferita nella chiesa madre di Saponara. Alla protezione del Preziosissimo Sangue i Potentini ricorsero in occasione di varie calamità: la peste del 1656, i nubifragi agostani del 1773, i fatti del 1799. La presenza di questa reliquia scongiurò la sconsacrazione della chiesa e il suo passaggio completo al demanio dello Stato. Nel 1886 essa fu affidata dal Demanio al Municipio e quindi all’Arciconfraternita di San Nicola proprio perché in Santa Maria sorgeva l’altare ospitante la sacra reliquia. Per la ricostruzione del convento di Santa Maria del Sepolcro a Potenza il ministro provinciale, come leggiamo, fa affidamento alla pietà dei cittadini e alla munificenza dell’autorità regia poiché non ritiene sufficienti le entrate dei propri possedimenti. Scrive infatti: “Forseché (sic) avremmo potuto disporre di somme piccole, o grandi, che le si tolsero? avremmo potuto invertire le rendite annuali dei nostri feudi a beneficio delle nostre Case rovinate?... Dio buono!... Deh, potessero le forze quanto il cuore desidera!”
Oltre agli interessanti riferimenti allo stato di distruzione materiale in cui versavano i conventi della sua provincia, la lettera di fra’ Antonio contiene un’ampia sezione dedicata alla denuncia della noncuranza e rilassatezza morale che il sisma, quale manifestazione della giusta ira divina, aveva fatto emergere in alcuni frati. Qui il tono della missiva si allinea, anticipandole, alle espressioni usate da Pio IX nella Cum nuper sopra citata. Dopo aver richiamato i suoi frati a un severo esame di coscienza sostenuto, più che dalla paura, dal salutare timor di Dio, il ministro provinciale aggiunge: “È questa, è questa per noi, forte chiamata del Signore; è questa chiamata a penitenza; è questa chiamata all’adempimento dei nostri doveri; è questa chiamata all’observanza della S. Regola, che professiamo; è questa chiamata, che deve farci tremare, perché minaccia di presentarci in un subito, ed impreparati innanzi al trono di Dio, che vede tutto, conosce tutto, penetra nei nostri pensieri, si addentra fin nei più profondi segreti del nostro cuore, e tutto esamina, e tutto giudica, e tutto piacevolmente premia, ed inesorabilmente punisce”. Si domanda poi, inizialmente escludendo questa ipotesi, se possa esservi qualcuno tra i frati che sia disinteressato alla propria salvezza eterna: “Ma se pure (per una lontanissima ipotesi) taluno ci fosse […] noi saremmo costretti a riconoscere in lui non un figlio di Francesco di Assisi, ma un anatema, un riprovato, un membro reciso della casta Sposa di G. Cristo, la nostra Cattolica Chiesa”. Si tratta “di alcuni, i quali […] ci han dato a dividere la loro dispiacenza di rimanersi nel luogo della disgrazia, la loro poca curanza della rovinata casa, e la loro poca carità verso i disgraziati, chiedendo disposizioni, ed Ubbidienze per altri Conventi, ed anche per la propria famiglia!” A questi pusillanimi senza cuore, fra’ Antonio oppone “quei buoni P. Guardiani, e […] tutti quei buoni religiosi, che dopo la disgrazia, si rassegnarono ai voleri di Dio, e si diedero di premura ad osservare i danni ricevuti, ed a mettervi quel riparo, che la stagione permette, onde le fabbriche scosse non vadano a deperire, ed i Frati non manchino dell’abitazione necessaria”. Il ministro provinciale implora su “questi Padri […] questi Frati buoni, che neppure una parola di dispiacere han proferito, e che han cercato non di fuggire la casa del lutto, ma di dar coraggio ai deboli, di assistere gl’infelici, che tra le ruine chiedevano il sollievo della Religione, e di non rendere deserta la casa della loro Ubbidienza, anzi di racconciarla, di preservarla alla meglio da ulteriori danni […] con tutta l’effusione del nostro cuore […] dal Cielo tutti i beni di che il Signore suol esser largo ai veri figli del nostro S. Patriarca”. Quanto ai primi, prega il Signore “che ulteriori pene non mandi alla loro colpa, e che eccitatili a pentimento, li renda degni della sua misericordia!”
Sul finire della sua circolare, come già si è detto, fra’ Antonio Maria da Genzano notifica ai conventi della sua provincia la lettera del ministro generale che richiama tutti i religiosi ad una più stretta sequela della regolare osservanza e al rispetto delle costituzioni generali dell’Ordine e dei Regolamenti. “Vogliamo che dei 7 (sic) articoli ivi notati, ciascun Guardiano ne trascriva i primi cinque, che immediatamente riguardano l’andamento religioso della Comunità, ed insieme ai Regolamenti in ogni mese li faccia leggere in pubblica mensa. Vogliamo pure, che esattamente, ed alla lettera siano osservati; e noi ne prenderemo conto speciale nella Santa Visita, e saremo scrupolosi nel punirne i / trasgressori, e mandarne relazione speciale al P. Ministro Generale in Roma”. Di quali mancanze si tratti, il ministro provinciale di Basilicata fa cenno già nella sua prima lettera circolare laddove scrive: “Eppure (non conviene tacerlo) forse qualcuno di voi potrà dirci: e dov’è, Padre mio, così esatta, così pura, così splendida, ed in fiore la regolare osservanza? Ed è poi come / ci dite, così bene osservata e praticata in questa Provincia la Santa Regola professata? […] Non vedete, voi forse, che molti, per non dire tutti i Frati non amano più l’altissima povertà? Che vogliono dormire non dico sopra una nuda tavola, o su di un pagliariccio, usando a capezzale un sasso aspro, e duro, ma vogliono servirsi di materassi di lana, e di morbidi origlieri? E non vedete che tutti vanno calzati a genio loro? Che non danno un passo senza prima avere pronti i mezzi di trasporto convenienti più ai bisogni del secolo, che ad un povero Frate Minore? Dov’è più osservato quell’aureo precetto della nostra santa Regola, precetto che la riassume nella sua massima parte = Fratres nihil sibi approprient, nec domum, nec locum, nec aliquam rem? Dov’è più quell’obbedienza pronta, ilare, e disappassionata, la quale dev’essere il distintivo, la caratteristica di un buono, e, se si vuole, bene educato Religioso? Dov’è più quel riserbo, che un Frate debbe (sic) professare per fatti, che nel Chiostro si succedono, pei detti, che tra loro si scambiano? Dov’è quella prudenza, quella evangelica carità nel coprire, e nello scusare i difetti, ed i mancamenti del proprio fratello?” Prima delle richieste di suffragi per i frati e i loro parenti morti a causa del terremoto, leggiamo un appello che, stante la tragica situazione descritta, può sembrarci paradossale. Il ministro provinciale scrive: “Raccomandiamo poi caldamente ai Padri Guardiani per le loro Comunità, ed a ciascun frate in particolare, la compra delle opere, notificate dal medesimo Padre Ministro Generale. Chi volesse farne acquisto, ce ne scriva al più presto, affinché potessimo in uno commetterle ai Padri, che nella Circolare sono indicati. Valga lo stesso pel piccolo Breviario, che sta per uscire alla luce”. L’invito ai conventi e ai singoli religiosi a provvedere all’aggiornamento delle proprie collezioni librarie, significativo in quanto proveniente da un ministro provinciale lettore emerito di sacra teologia e di sacra eloquenza, può essere collocato nello sforzo di mantenere un elevato livello negli studi e nella preparazione delle nuove leve, nonché inquadrato nella preoccupazione, che lo stesso Pio IX manifestò di lì a poco, di contrastare i “propagatori di perverse dottrine”. “E poiché si pubblicano ovunque, emersi dalle tenebre, perniciosissimi libri per mezzo dei quali abilissimi fabbricatori di menzogne si sforzano di portare alla depravazione, con malvage opinioni di ogni genere, le menti e i cuori, confondendo ogni realtà umana e divina, onde far crollare le fondamenta stesse della cristiana e civile società, allora, Venerabili Fratelli, combattete con tutto il Vostro zelo per tener lontana il più possibile dal vostro gregge questa esiziale peste di libri. E affinché possiate più facilmente e con maggior sicurezza difendere la sana dottrina e i buoni costumi e chiudere l’adito ad ogni errore e alla corruzione, non trascurate di esaminare accuratamente tutti i libri, specialmente quelli che trattano di materie teologiche e filosofiche e di cose sacre, oltre che di diritto canonico e civile”.L’invito del ministro provinciale riveste inoltre una capitale importanza in relazione all’opera di dispersione patrimoniale, anche in campo librario, avvenuta nel decennio francese che fu alimentata da motivi non solo di natura fiscale ma anche d’ordine politico ed ideologico e fu stabilita attraverso le leggi di soppressione degli ordini religiosi. In particolare, nella circolare del 9 luglio 1808, il Ministro del Culto prescriveva la compilazione di inventari per i libri, gli arredi sacri e gli oggetti d’arte, ordine eseguito soprattutto nei conventi delle famiglie francescane degli Osservanti, Riformati e Cappuccini già nell’agosto di quell’anno. 
Il 17 agosto 1808, infatti, fra Carlo da Vaglio, vicario del convento di Santa Maria del Sepolcro a Potenza, per conto del padre guardiano Raffaele da Trivigno, consegnò a Giuseppe Viggiano, funzionario del sig. Cavaliere Vito Lauria Intendente di Basilicata, l’”Inventario di tutti i semoventi, industrie, sacri arredi, mobili, utensili, Biblioteca e Quadri” al cui interno si trova l’”Inventarium indicans libros omnes iuxta alphabeticam distributionem, et numeri dispositionem huius Bibliothecae Patres Reformatorum Sanctae Mariae Sepulchri Civitatis Potentinae Anno Domini 1753”. Dopo la bufera napoleonica, il Concordato tra la Santa Sede e il Regno di Napoli del 1818 permise la ricostruzione di molte biblioteche monastiche e conventuali mediante la restituzione di materiale ai legittimi proprietari o con l’accoglimento di una produzione più recente e di fondi provenienti da insediamenti soppressi. Da qui la già ricordata annotazione del Malpica, nelle sue Impressioni di viaggio in Basilicata edite nel 1847, sulla “biblioteca mirabile per la scelta e per il numero delle opere e per la qualità delle edizioni” contenuta nelle stanze del convento di Santa Maria del Sepolcro a Potenza. Di qui alcuni incunaboli e cinquecentine, già salvatisi dal saccheggio del 1799, andarono a costituire il nucleo antico della Biblioteca Provinciale di Potenza. L’inventario potentino suddivide i libri secondo un criterio topografico-alfabetico in “Scripturalia, Praedicabiles, Scholastici, Polemici, Sancti Patres, Morales, Historia Ordinis et Canonisti, Spiritualia, Miscellanea, Prohibiti”. Quello del convento dei Riformati di Avigliano elenca i testi in “eruditi, miscellanei, istoriali, scritturali, predicabili, legali, filosofici, panegirici, Santi Padri, Scolastici e dommatici, morali, spirituali”.
Prima di impartire la sua serafica benedizione fra’ Antonio Maria da Genzano scrive: vi preghiamo, e col merito di S. Ubbidienza v’im/ponghiamo (sic) di pregare il Signore, e la nostra Regina, e / patrona Maria Santissima Immacolata pel nostro piissimo, e munificentissimo Sovrano Ferdinando II, e per tutta la sua / Real Famiglia”. E se vi piace, non dimenticate nelle vostre orazioni, / che ora crediamo più frequenti, e più calde, non dimenticate Noi, / povero, ed afflitto vostro Superiore”.
La lettera di fra’ Antonio Maria Pallotta, ministro provinciale dei Francescani Riformati di Basilicata, come la successiva enciclica Cum nuper di Pio IX, leggono il terremoto del 16 dicembre 1857 quale giusta punizione divina per la decadenza dei costumi del clero e dei religiosi. Queste voci accorate, dagli accenti talvolta apocalittici, danno il tono di un’epoca peraltro impegnata nella ricerca di nuovi metodi di indagine sugli eventi sismici che il geologo irlandese Mallet poté perfezionare proprio in occasione della calamità che colpì la Val d’Agri.

Il Mezzogiorno moderno. 9. La congiura di Lauberg del 1794

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