sabato 5 settembre 2020

A margine del libro di Carmine Pinto, ''La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti. 1860-1870"


 “Per le plebi meridionali il brigante fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia stessa. Le rivolte dei briganti, coscienti o incoscienti, nel maggior numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte proletarie. Ciò spiega quello che ad altri e a me è accaduto tante volte di constatare; il popolo delle campagne meridionali non conosce assai spesso nemmeno i nomi dei fondatori dell'unità italiana, ma ricorda con ammirazione i nomi dell'abate Cesare e di Angelo Duca e dei loro più recenti imitatori”. Così si esprimeva Francesco Saverio Nitti a proposito di un fenomeno che, di fatto, molto ha concorso a determinare (sia pure in maniera distorta, fuori fuoco e, negli ultimi anni, aberrante) l’identità meridionale. E da qui dovremmo partire per analizzarne la portata, grazie alle precise e complete informazioni che Carmine Pinto offre in un magnum opus come questa Guerra per il Mezzogiorno, ampiamente documentata e frutto di ricerca capillare. Quando guerra e rivoluzione travolsero ancora una volta il Regno delle Due Sicilie nel 1860, il brigantaggio, infatti,  diventò una delle opzioni per la resistenza borbonica al nuovo Stato, costituendosi come una delle espressioni politiche, sociali e criminali della crisi dell’unificazione nel Mezzogiorno, condizionato da eredità e tradizioni di lungo periodo.

La Guerra per il Mezzogiorno si basa su una combinazione ben riuscita di varie chiavi di lettura: una stricto sensu storiografica, una sociologica e, infine, una di tipo politico. Pinto, infatti, vuole ricostruire la dinamica delle forze in campo da angolazioni autonome, il vissuto dei civili e dei combattenti, il ruolo della guerra delle idee e degli interessi. Il libro racconta una guerra dove il ruolo (e il controllo) della popolazione civile fu centrale e prioritaria. Furono coinvolte tutte le province meridionali, ma con gradi e intensità differenti: infatti, le operazioni non coinvolsero mai direttamente le città ed i centri più importanti (tranne che per attività di mobilitazione politica e logistica) e progressivamente si concentrarono nelle fasce appenniniche del Mezzogiorno interno. La guerra contro i briganti, in questo senso, vide emergere per la prima volta una lettura delle province napoletane come una delle aree più problematiche del nuovo stato. Funzionari, militari, intellettuali, politici ne avrebbero costruito narrazioni e rappresentazioni, analisi strutturati o stereotipi destinati a perdurare, individuando tutti nel contesto sociale le principali ragioni del fenomeno, in modo da evidenziare tanto le questioni di congiuntura politica (condannare le antiche istituzioni borboniche), quanto il reale impatto con le province, dove emersero differenze e caratteri che sono stati al centro di studi importanti, anche recenti. Allo stesso tempo il conflitto determinò una prima seria di discussioni, studi, analisi che trasformarono gradualmente la memoria in “mito”. Si tratta, per così dire, a livello di scrittura, di un multitelling, sia sul piano cronologico che tematico, e Pinto cerca proprio di rendere questa simultaneità tenendo insieme le vicende e le prospettive di unitari italiani, borbonici e briganti. Una forma di narrazione funzionale, questa, all’ipotesi di una guerra che fu conseguenza dell’incontro tra la rivoluzione nazionale italiana e l’antico conflitto civile meridionale iniziato alla fine del XVIII secolo. 

L’autore utilizza la storia militare, la ricostruzione delle operazioni e le vicende dei combattenti per comprendere le diversificate ragioni che spinsero un’intera società a schierarsi su uno dei due fronti radicalizzando i progetti unitari. Particolare attenzione viene posta a più riprese, come dicevo, sulla guerra ideologica, in quanto entrambi i progetti politici si avvalsero di determinati presupposti progettuali per legittimare e giustificare le proprie azioni. Visuali, queste, utili a confutare una serie di miti che una valanga di pubblicazioni ha contribuito ad alimentare. Quali sono dunque questi miti che l’autore, lasciando parlare i fatti e i documenti, smonta? L’idea che quella del Sud fu una conquista di tipo coloniale da parte del regno sabaudo, di cui tutti i meridionali furono vittime o al più passivi spettatori; l’idea che il Regno delle Due Sicilie fosse un’isola di prosperità e buon governo; l’idea che i briganti, paladini dei popoli oppressi del Sud (oppressi da chi se non dai Borbone stessi e per secoli?), agissero nel pieno del consenso popolare e con un preciso programma sociale, per la spartizione delle terre, e politico, per la libertà, l’uguaglianza e il riscatto degli ultimi.

Carmine Pinto ha affermato, giustamente, che gli storici scrivono per la comunità scientifica e per il pubblico ne che a volte le due cose coincidono. Concordo con lui nel dire che questo volume e il suo successo sia prova della necessità di un maggiore protagonismo della comunità degli storici, di un saper scrivere e divulgare argomenti anche complessi. Non si può parlare di crisi della disciplina a livello nazionale se libri come La Guerra per il Mezzogiorno hanno questo successo e riscontro a tutti i livelli: infatti esso risponde alla grande domanda di storia, visibile in fiction, romanzi, rievocazioni, programmi televisivi, pagine social, eventi pubblici, festival.  Questo volume ci mostra che è possibile rafforzare il filo tra storici di professione, studiosi appassionati e grande pubblico e, aggiungo, il compito primario di non raffreddare l’entusiasmo per la storia di qualità può essere svolto in interazione con la scuola, che può insegnare metodi e basi e con le istituzioni, che dovranno investire sulla ricerca di alto profilo.


giovedì 20 agosto 2020

La Calabria. 3. Diamante nel Settecento

DIAMANTE, terra in Calabria citeriore, in diocesi di Sannarco, distante da Cosenza miglia 54.
E' situata in una penisola in luogo piano, aprico, e delizioso, che viene quasi la sua estremità dal mar re. Il di lei territorio confina da levante con Belvedere, da tramontana con Cirella, e dalla parte superiore con quelli di Buonvicino. Vi passa un fiume, che pasce appunto in una montagna di essa terra di Buonvicino, che chiamano Serapollo, sei miglia distante dal Diamante. 
Il detto territorio è molto ristretto. Vi è un picciol bosco del principe di Belvedere alla distanza di circa un miglio dall'abitato. 
Le produzioni consistono in olio, poco vino, di ottima qualità, che in Napoli si ha in molto pregio, e vi sono molti celsi per l' industria, che hanno quei naturali di nutricare i bachi da seta. Gli agrumi vi allignano ancor bene. 
Il mare dà agli abitanti quantità di alici ; ma il fiume per la sua rapidità non produce pesce di sorta alcuna. Non essendovi boschi, non vi è caccia di quadrupedi, eccetto di quella di pochi volatili. Gli abitanti ascendono al numero di 1400 in circa. 
Nel 1648 furono tassati per fuochi 50, e nel 1669 per 69. 
Le famiglie, che vi abitano son quasi tutte forestiere. Si possiede dalla famiglia Carafa del Principi di Belvedere.

FONTE: L. Giustiniani, Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoili, s.e., 1802, tomo IV, p. 208.
(Foto L. Della Corte, A. Cauteruccio)

martedì 18 agosto 2020

A margine di un recente libro del 2020

 Il 1848 fu un anno cruciale per l'intera Europa. Le forme e i conflitti dell’associazionismo politico nel corso della “Primavera dei popoli” coinvolsero l'intero continente, con particolare rilevanza al Regno delle Due Sicilie, caratterizzato da forti contrasti interni tra la corrente politica moderata e quella radical-democratica; ancora di più nelle aree interne quali Basilicata e Puglia, con aspri dibattiti manifestati soprattutto in occasione della Dieta Federale del 25 giugno 1848 a Potenza. 
Ovviamente, particolare attenzione è stata finora rivolta a tali contrasti e, in seguito, alla messe di processi e di condanne che segnarono la repressione ferdinandea che, tuttavia, non riuscì ad estirpare i fermenti democratici ed unitari nel Mezzogiorno.
In maniera inevitabile gli attori del 1848 sono di una generazione diversa da quelli del 1820. Una classe che con la “Primavera dei popoli” determinò un passaggio intermedio in vista del 1860. Moderati e radicali avrebbero visto fallire le loro idee ispiratrici e, inevitabilmente, furono costretti a correggere il percorso politico ideale, in modo da supportare un programma più attuabile e perseguibile, che dopo gli eventi del ‘48-’49 avrebbe avuto il volto della dinastia sabauda.
Un ruolo di primo piano svolsero, come nei precedenti snodi risorgimentali, i giornali. Ma stavolta fu un'altra storia, un altro modo di scrivere e di intendere la comunicazione quotidiana. Abbandonati gli aulicismi, le effusioni retoriche, la stampa si avviò a diventare quella che sarebbe stata in Età contemporanea, e un ruolo fondamentale fu svolto dal lucano Ferdinando Petruccelli della Gattina con il suo "Mondo Vecchio e Mondo Nuovo", pubblicato in edizione critica e con una densa introduzione dei due giovani studiosi Antonio Cecere e Luisa Rendina, che in tal modo rendono un servizio alla comunità pubblicando uno dei maggiori desiderata dagli studiosi. 
L'introduzione evidenzia, con opportune e mirate citazioni dal giornale, come il periodico, di impronta democratica radicale, seguisse un’idea progressista, evidenziando il crollo del vecchio mondo e delle sue ineguaglianze, sostenendo la coesione di politica e incorruttibilità, proponendo un sistema di impieghi su base meritocratica che valorizzasse le competenze e premiasse le intelligenze della nazione. Petruccelli, anticlericale, preoccupato da una possibile restaurazione che sfociasse in una svolta reazionaria e ben cosciente che le insoddisfazioni dei contadini potessero trovare delle risposte nelle idee sanfediste più radicali, sostenne le masse. Confermò l’inaccettabilità del sistema di voto basato sul censo, esplicitando la necessità di un nuovo patto sociale. Una corrente del liberalismo aveva già parlato, tramite il «Nazionale» di Spaventa, di una possibile guerra nel Lombardo-Veneto, aprendo ad un possibile intervento in vista di una lega italiana; le stesse idee riguardanti l’adesione alla lega italiana erano supportate da «Mondo Vecchio e Mondo Nuovo»: Petruccelli della Gattina, come ben evidenziato da Cecere e Rendina, aveva riportato la possibilità di adesione in più numeri del suo periodico proiettando Napoli e il regno in una prospettiva ben più ampia di quella meridionale. Dopo la chiusura del suo giornale, considerato troppo sovversivo, Petruccelli della Gattina coordinò l’attività cospirativa calabrese e i suoi contatti con le organizzazioni settarie lucane.
La lettura dei due giovani studiosi, ben fondata sull'ampia bibliografia classica e recente e su studi di vario carattere, contestualizza l'operato del giornale in un più generale contesto non solo meridionale (come testi anche recenti si ostinano a fare, soprattutto in ambito regionale), ma anche, e soprattutto, nazionale. I due studiosi mostrano come il Mezzogiorno si ponesse come il centro dell’azione in vista dei successivi eventi storici. Il 1848 aveva mutato la preparazione della coscienza comune in vista del 1860 ed anche dovendo ammettere che gli eventi che avrebbero portato all’Unità avrebbero seguito in realtà il modus operandi della rivoluzione calabrese del 1848, restava la nuova consapevolezza politica acquisita tramite l’esperienza dei circoli locali e del dibattito politico in una nuova forma di periodico, che produsse un lascito solido su cui poggiare il processo unitario nel Sud. Dopo gli eventi del 1848, evidenziano Cecere e Rendina, tutti furono coscienti dell’ormai insopportabile convivenza tra i Borbone e i loro sudditi; il contesto politico del Regno delle Due Sicilie era gestito univocamente dal sovrano, le forze in campo della penisola ora sapevano direttamente che gran parte delle popolazioni del sud erano scontente dei governanti. 
Il volume, assai corposo, raccoglie, oltre a questa notevole introduzione, l'intero giornale, riproposto, tra l'altro, in veste grafica leggibile e scientificamente corretta, volendo offrire, appunto, un prodotto che gli studiosi e gli appassionati desideravano da tempo. Di grande interesse, dunque, questa pubblicazione da parte di un editore lungimirante, che dà alla comunità scientifica una fonte di primaria importanza, con i giusti strumenti per accostarsi ad essa. 






Paesi lucani. 52. Palazzo San Gervasio in età napoleonica (Luigi Ciccotti)

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