giovedì 26 marzo 2026

Bibliografie essenziali. 46. I Banchi di Napoli

Tra la fine del secolo XVI e il 1640, erano sorti a Napoli ben otto “banchi pubblici”, in seno ad altrettante opere pie, tranne uno: il Monte e Banco della Pietà (1584), il Monte e Banco dei Poveri (1606), il Banco della Santissima Annunziata o Ave Gratia Plena (1587), il Banco di Santa Maria del Popolo (1589), il Banco dello Spirito Santo (1590), il Banco di Sant’Eligio (1592), il Banco di San Giacomo e Vittoria (1597); ultimo in ordine di tempo, per iniziativa degli amministratori della gabella della farina, il Banco del Santissimo Salvatore (1640, diventato pubblico nel 1661). Il Banco dell’Annunziata fallì nel 1702. 

Cfr. D. DEMARCO, Il Banco di Napoli. L’archivio storico. La grammatica delle scritture, Napoli, ESI, 2000; R. FILANGIERI, I Banchi di Napoli. Dalle origini alla costituzione del Banco delle Due Sicilie (1539-1808), Napoli Tipografia degli Artigianelli, 1940; C. MAIELLO, La crisi dei banchi pubblici napoletani. 1794-1806, Genève, Librairie Droz, 1980; E. DE SIMONE, Il Banco della Pietà di Napoli. 1734-1806, Napoli, Arte Tipografica, 1987; P. AVALLONE, Stato e banchi pubblici a Napoli a metà del ‘700. Il Banco dei Poveri: una svolta, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1995; C. MAIELLO, L’indebitamento bancario della nobiltà napoletana nel primo periodo borbonico (1734-1806), Napoli, Istob, 1986; E. NAPPI, Banchi e finanze della Repubblica Napoletana, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Arte Tipografica, 1999; D. CICCOLELLA-L. DI MATTEO (a cura di), Nei banchi pubblici napoletani. Repertorio dei titolari dei conti con maggiore movimentazione tra il 1734 e il 1804, Napoli, Cnr edizioni, 2021.

giovedì 12 marzo 2026

Bibliografie essenziali. 45. John Acton, una figura controversa

A tutt’oggi manca uno studio esaustivo sulla figura e sull’operato di John Acton. 

Risultano, quindi, ancora validi, soprattutto, gli studi di G. NUZZO, La monarchia delle Due Sicilie tra Ancien Régime e rivoluzione, Napoli, Berisio, 1972, soprattutto pp. 29-50; ID., L’ascesa di Acton al governo dello stato, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», III serie, 19 (1980), pp. 437-545; ID., A Napoli nel tardo Settecento. La parabola della neutralità, Napoli, Morano, 1990. Si vedano anche, non solo in riferimento ad Acton, ma anche per considerazioni sul periodo precedente: R. MOSCATI, Dalla reggenza alla repubblica partenopea, in Storia di Napoli, Cava dei Tirreni, Di Mauro, 1976, IV, pp. 721-787; R. AJELLO, I filosofi e la Regina. Il governo delle Due Sicilie da Tanucci a Caracciolo (1776-1786), in «Rivista Storica Italiana», 103 (1992), pp. 398-454 e pp. 657-738.

giovedì 26 febbraio 2026

Bibliografie essenziali. 44. Bernardo Tanucci e la Reggenza di Ferdinando IV

Sulla figura e sulla complessa esperienza di Tanucci, tra un'ampia letteratura di riferimento, spesso di valore diseguale, oltre che ai volumi del suo Epistolario e alle relative introduzioni, ci limitiamo a rimandare a: M. VINCIGUERRA, La reggenza borbonica nella minorità di Ferdinando IV, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», 40 (1915), pp. 576-591; 41 (1916), pp. 100-123; 337-353; 493-515; 42 (1917), pp. 184-221; R. MINCUZZI, Bernardo Tanucci, ministro di Ferdinando di Borbone. 1759-1776, Bari, Dedalo, 1967; F. RENDA (a cura di), Il riformismo di Bernardo Tanucci. Le leggi di eversione dell’asse gesuitico (1767-1773), Catania, Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale, 1969; ID., Bernardo Tanucci e i beni dei Gesuiti, Catania, Facoltà di Lettere e Filosofia, 1970; ID., Bernardo Tanucci e i beni dei Gesuiti in Sicilia, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1974; R. AJELLO-M. D’ADDIO (a cura di), Bernardo Tanucci. Statista, letterato, giurista. Atti del Convegno internazionale di studi per il secondo centenario (1783-1983), voll. 2, Napoli, Jovene, 1988; Bernardo Tanucci nel terzo centenario della nascita. 1698-1988, Pisa, ETS, 1999; Bernardo Tanucci e la Toscana. Tre giornate di studio (Pisa-Stia, 28-30 settembre), Firenze, Olschki, 1986. Si vedano anche le due voci biografiche, Tanucci Bernardo, con relative bibliografie, curate da G. Imbruglia, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto per l’Enciclopedia Italiana, 2019, vol. 94; e da A. Cernigliaro, in Il contributo italiano alla storia del pensiero. Diritto¸ Roma, Istituto per l’Enciclopedia Italiana, 2012.

giovedì 12 febbraio 2026

Storici lucani. 17. Placido Troyli da Montalbano, storico del Regno

Placido Troyli nacque a Montalbano il 22 maggio 1688: ordinato monaco cistercense nel monastero di S. Maria del Sagittario a diciassette anni, divenne abate mitrato del suo ordine, dedicandosi alla storiografia erudito/antiquaria all'epoca di moda nel Regno di Napoli. Frutto di queste sue ricerche furono, tra le altre, la Risposta apologetica del padre d. Placido Troyli abate cisterciense a monsignore d. Antonio Zavarroni vescovo di Tricarico (1750), la Dissertazione istorico-apologetica del p. abate don Placido Troyli dell'Ordine cisterciense intorno alle due pretese Chiese Cattedrali nella Citta di Napoli (Napoli, Vocola, 1753). 

Tuttavia, per contrasti politici, Troyli fu privato della dignità di abate: infatti, avendo contribuito in modo determinante, nel 1736, a staccare il monastero del Sagittario dai Cistercensi di Calabria e condottolo sotto quelli di Toscana, venne accusato di malversazioni dai confratelli calabresi e costretto a chiudersi nel convento di Santa Maria di Realvalle a Scafati, nel 1740. Qui, nominato Teologo della Città di Napoli, morì nell’aprile 1757.

L'opera a cui è soprattutto legato il suo nome è una ponderosa Istoria generale del Reame di Napoli, composta e pubblicata tra il 1748 e il 1754. L'opera, in 5 volumi, risulta oltremodo erudita, ancorché, come già gli si rimproverava all'uscita, notevolmente farraginosa, anche se spicca per completezza informativa a livello geografico ed erudito: il primo volume, diviso in due tomi, contiene una descrizione geostorica del Regno che sembra precorrere quella, ben più vasta, di Lorenzo Giustiniani; il terzo tomo si occupa della storia medievale fino a Ruggero I; nel tomo IV vengono affrontati i temi della "polizia" ecclesiastica e del governo regio; infine, nell'ultimo tomo, sono contenute scarne biografie dei sovrani di Napoli da Ruggero I a Carlo di Borbone. 

BIBLIOGRAFIA

Su Troyli manca ancora una bibliografia, per cui si ricorre ancora a F. SORIA, Memorie storico-critiche degli storici napolitani, In Napoli, Nella stamperia Simoniana, 1781-82, vol. III, pp. 600-607.

giovedì 29 gennaio 2026

Il Mezzogiorno moderno. 30. Lo "Zodiaco di Maria" di padre Serafino Montorio

Lo Zodiaco di Maria fu scritto nel 1715 da padre Serafino Montorio, un domenicano del convento napoletano della Sanità; nell’opera le province del Regno di Napoli (dodici come i segni zodiacali e come le stelle della corona della Vergine) vengono descritte associandole ai segni dello Zodiaco e ai diversi culti di Maria. 

Padre Serafino esamina i principali santuari mariani dall’Abruzzo alla Calabria, ad ognuno dei quali attribuisce una stella, descrivendo leggende di fondazione, miracoli, icone venerate nei più importanti centri mariani del tempo, con una serie interessante di informazioni.

Per la Basilicata, Montorio trae le notizie sulla nascita del culto, sui miracoli e la descrizione della statua venerata da una relazione del vescovo di Marsico di quattro anni prima. Nello specifico, vengono descritte: Santa Maria d'Anglona (pp. 361-365), Santa Maria d'Orsoleo (pp. 366-368); Santa Maria del Principio e altre cinque chiese di Lavello (pp. 368-371). Santa Maria del Ponte a Marsico Nuovo, allora in Principato Citra, viene descritta alle pp. 294-298, così come il santuario della Madonna del Sacro Monte di Viggiano, ponendolo anch'esso nella costellazione del Toro, alle pp. 298-302.


giovedì 15 gennaio 2026

Storici lucani. 16. La Lucania Sconosciuta di Luca Mandelli (Donato Donnino)

Quando pensiamo al Sud storico italiano, spesso ci sfugge un nome che risuona antico e denso di storie dimenticate: Lucania. Nel Seicento, un frate agostiniano intraprese un’opera ambiziosa e quasi visionaria: scrivere la storia organica e la geografia di questa terra. Luca Mandelli, agostiniano di Diano nel Principato Citra (oggi Teggiano in provincia di Salerno), nato probabilmente tra la fine del XVI secolo e gli inizi del XVII, morto nel 1672, fu autore di La Lucania Sconosciuta, prima opera storiografica dedicata alla Lucania nel suo complesso.

Mandelli iniziò a scrivere la sua opera dopo il 1644, e continuò fino alla sua morte nel 1672, basandosi su numerose fonti, citate a margine del testo.  


Il risultato fu un manoscritto mastodontico di oltre seicento fogli, fitte pagine scritte a mano, che raccontano terre, paesi, coste, colline, valli, ma anche la gente, le consuetudini e i toponimi, restituendo un quadro ricco e complesso di un territorio che rischiava di essere dimenticato. Nonostante l’importanza del lavoro, l’opera non fu mai pubblicata e sopravvive oggi nella Biblioteca Nazionale di Napoli, dove continua a essere una fonte preziosa per studiosi e appassionati.

Mandelli volle offrire la prima storia organica della Lucania, non limitandosi a frammenti o cronache locali, ma tracciando una mappa culturale e geografica ampia, che abbracciasse coste, valli, montagne e paesi noti e dimenticati. 
La "Lucania sconosciuta" di Luca Mandelli (spesso citato anche come Luca Mannelli) non è un libro moderno o un romanzo, bensì un'importantissima opera storiografica del XVII secolo, fondamentale per chi studia la storia della Basilicata e del Vallo di Diano.
L'opera è divisa in due volumi e offre una panoramica dettagliata della Lucania del 1600. I temi principali includono:
- Geografia e Storia: Descrizione dei confini antichi e moderni della Lucania (che all'epoca comprendeva anche parte dell'attuale Cilento e Vallo di Diano).
- I Centri Abitati: Mandelli descrive minuziosamente i paesi, i castelli e le città (es. Maratea, Teggiano, i paesi della Val d'Agri), fornendo dati preziosi sull'urbanistica e sulla demografia del tempo.
- Genealogia: Riporta notizie sulle famiglie nobiliari locali, sulle successioni feudali e sulle figure ecclesiastiche di rilievo.
- Archeologia: È una delle prime fonti a citare ritrovamenti archeologici ed epigrafici della zona (es. Paestum e Velia).
La sua ricerca collegava fonti classiche e documenti locali, attingendo a storici antichi e alla memoria orale, creando un ponte tra il Mezzogiorno dimenticato e l’identità storica della regione. Le fonti sono le più varie, dagli autori antichi come Livio, Strabone, Virgilio, Tacito, ecc., sino ai moderni come Summonte, Capaccio, Porzio, Cantalicio, e così via. Si va dalla storia generale del Regno di Napoli agli autori di storie locali, come Quattromani, Mirafioti, Ciarlanti, Pellegrino, ed altri. Inoltre, Mandelli usa i fiumi come assi portanti della narrazione, tanto che i suoi "ragionamenti" (capitoli) seguono i bacini fluviali (Sele, Tanagro, Sinni, Agri, Basento, Bradano), non copiando solo dai libri antichi, ma visitando i luoghi (soprattutto nel Vallo di Diano e nel Cilento), descrivendo rovine che oggi non esistono più, leggendo, come detto, epigrafi e riportando usanze locali.
Eppure, nonostante la sua erudizione e il ruolo centrale che il manoscritto ha avuto per storici successivi, La Lucania sconosciuta non è mai diventata patrimonio culturale condiviso, e molte delle comunità descritte rischiano oggi di esistere solo tra le pagine ingiallite di Mandelli.

Per una lettura del manoscritto, con edizione critica, rimandiamo a A. BOTTI, Identità territoriali e storiografia nel Regno di Napoli. Edizione critica e studio introduttivo de “La Lucania Sconosciuta” di Luca Mandelli di Diano, UniRoma 3, a.a. 2015-2016.

mercoledì 31 dicembre 2025

Potenza. 9. La città a inizio XIX secolo secondo Raffaele Riviello

La chiesa di S. Francesco, prima del 1806, cioè prima della soppressione fatta dal governo francese, apparteneva ai Conventuali, frati ricchissimi, e spesso serviva per i mortori più solenni di tutte e tre le parrocchie della città. E quindi spesso avvenivano contrasti fra i capitoli per il rispetto dei limiti delle parrocchie ; e vi sono memorie scritte, dalle quali si rilevano abusi, pretensioni, resistenze, minacce per difendere e sostenere il proprio diritto parrocchiale. (...)


Ed invero chi avesse guardato a volo di uccello, come si dice, l'aspetto generale della città, avrebbe notato che meno i campanili, le chiese, i monasteri, il palazzo del conte e quelli più modesti di parecchie famiglie di proprietarii o possidenti, il resto del fabbricato era uno sminuzzamento di umili case e casette senza pregio di arte, le quali di solito non avevano lusso di prospetto, nè avevano tutte un piano superiore, comodo e distinto. E per questo sminuzzamento avvenne che nelle successive trasformazioni si cercò di abbellire alla meglio il fabbricato, non secondo dettava l'architettura ed il bisogno della civiltà e del progresso, ma secondo le necessità e le disadatte circostanze di moltiplici interessi.

Le case poi dei contadini erano miserrime, basse, infelici da toccarsi il tetto con la mano, come se ne vedono ancora in certi vichi; e mal si riparavano dalla pioggia e dalla neve. (...) Per lo più l'una casa era separata dall'altra per brevissimo spazio, detto vinella, per lo scolo delle acque piovane, che poi servì anche pel getto d'ogni lordura.

Molte avevano il tetto a due pendenze, e perciò la caratteristica prospettiva ad angolo, dando a pensare che fossero state edificate così per rigidezza di clima , o fossero trasformazione di primitivi pagliai, dopo la sventura di terremoti, o dopo le feroci devastazioni di barbari invasori.

Quasi tutte avevano sottani scavati dentro terra, per uso di cantina, di legnaio, di stalla, ed anche per abitazione della gente povera e contadina.

In questi sottani, talvolta tre o quattro metri dentro terra, la gente povera nel rigido inverno sentiva meno freddo, standosene attorno al fuoco di scroppi, cioè di sarmenti, cannucce e sterpi di siepi, tra densi strati di fumo nero ed amaro, che indeboliva l'ardore e le stesse fiamme del fuoco, e lasciavano appena vedere il poco di luce che veniva scialba e scarsissima dall'uscio, sembrando arrestarsi timida ed incerta sulla soglia della scala.

Quindi trabucchi, cioè aperture incavate nella via per dare accesso a questi sottani e poveri abituri ; e scale sporgenti per salire al piano di quelle case, che si sollevavano di qualche metro sul livello della cuntana (vico) , o della strada , poco rispettandosi in quei tempi di governi medioevali il diritto dell' università o del comune.

Vi era pericolo di spezzarsi la nuca del collo, se si fosse voluto passare per quei vichi in tempo di notte!

Vi erano poi casette basse sott'ermisci (sott'embrici) , che non potendo essere diversamente illuminate, avevano nel mezzo del tetto nu duscirnale (lucernaio) o abbaino, da cui entrava l'aria e qualche fugace raggio di sole, servendo nel tempo stesso da cimminiera per l'uscita del fumo.

(...) Le strade, i vichi erano appena e malamente selciati, e nell'unica piazza, quella del Sedile, vi crescevano ciuffi di erba, per quanto mi è stato detto da quelli che ne ricordano lo stato verso il 1820.

Prima del 1818 non si avevano lampioni nelle vie, quindi nelle buie sere d'inverno bisognava, come dicevano, farsi lume col tizzone per non cadere in qualche trabucco, o rompersi il naso in qualche scala sporgente. Vero è che a mezz'ora di notte ognuno era già in casa. 

Si vedeva qualche lampadetta innanzi a imagine, o quadro di Madonna, incastrata nel muro, come quella presso la Pretura, ove un tempo avevano sede i Monaci di S. Giovanni di Dio, da cui trasse nome una delle porte della Città.

Tuttavia si viveva sicuri , tanto che si lasciavano alle volte le case aperte, ed alcune si chiudevano con un pezzo di legno dentato , a mezzo di un ferro ricurvo e fatto ad angolo, detto lu votaiann' (il voltajanua), perchè mettendo l'un capo nel buco della porta (janua) , con l'altro si faceva forza innanzi o indietro (vota da voltare) e l'uscio si apriva o si serrava secondo il bisogno. Vera mascatura, o toppa primitiva !

Di rado si sentiva la ruberia di ladruncoli, che ad intimidire la gente si dice si aggirassero tra le ombre, alzando ed abbassando uno spauracchio di cencio, col mezzo di un congegno di canne. Per tale malizia di birboni più si accreditava la diceria delle malombre, pregiudizio che veniva forse alimentato anche dalla furberia di qualcuno che sgaiattolava in cerca di avventure e di amori proibiti. 

(...) Quando vi era la neve, e da noi non è rara! i ragazzi solevano divertirsi a paddaroni, (pallaroni, palloni) lanciandoseli a schiere divise, gli uni contro gli altri.

Si andava pure su Monte Reale , distante un centinaio di metri dalla città, a fare la botte, rotolando una pallottola di neve sullo spianato, che s'ingrossava fin quando le loro forze non ne potevano più. Poi la spingevano verso uno dei fianchi del monte, lasciandola andare giù pel pendio, e rallegrandosi nel vederla, come valanga, precipitare a sbalzi, sino a che non si fosse frantumata per via, o arrivasse intera a posare nella valle. (...) Questi scherzi nevosi erano più facili nella novena di Sant'Antonio Abate, a cui su quello spianato era dedicata una rozza cappella, che s'incendiò, e poi si rifece a nuovo, per cadere nel terremoto del 1857. Oggi il recinto della cappella è ridotto a Polveriera, essendosi tolta, nei tempi di brigantaggio, dall'antico sito in vicinanza del Ponte di S. Vito sul Basento.

(...) Le migliori botteghe erano le poche della Chiazza ( Piazza), li funnichi (fondaci) e li spicilarie (farmacie); ma sarebbe sciocchezza imaginarvi lusso di stigli, vetrine, specchi e tabelle, come se ne vedono ai tempi nostri in Via Pretoria, ove ogni negozio e bottega si abbellisce per ragione dei tempi e della moda , non ostante i disagi e le ristrettezze economiche.

(...) Secondo le parrocchie, il popolo andava a S. Gerardo, alla Trinità a S. Michele, a S. Francesco nei tempi più antichi, e anche a Santa Maria, chiesa dei Riformati; ma per lo più a questa vi andavano quelli più desiderosi di novità, giovanotti e figliole che amavano ritrarre impressioni di fantasia, e anche divertirsi in birichinate nel buio della notte. (...) Un antico e grande orologio era sul campanile di S. Francesco, ricordo di secoli e di civiltà fratesca, ma venne messo a riposo ai giorni nostri. Un altro a suoneria con campanelle fu posto sulla Casa Comunale verso il 1827, quando si ristaurò nella parte superiore; ma pel terremoto del 1857 tentennò e tacque, per poi sparire, allorchè l'insipienza architettonica e municipale distrusse ogni memoria dell'antico Sieggio.

(...) Verso il 1860 si sentì il bisogno di basolare o lastricare con migliore livello la Via Pretoria, costruendosi il primo condotto lurido in tutta la lunghezza della città ; ma fu opera mal fatta , tal'essendo la sorte di ogni spesa e disegno dell'amministrazione cittadina. Anche la collettività ha la sua stella per colpa altrui o per poca accortezza di prevedere il domani. Anzi il Municipio, baldo in quella piena di entusiasmi e speranze, incitato da autorità e governo, ricorse a debiti ed a tasse per costruire teatro, Via del Popolo, muraglioni, ponti, vie- nuove, Edifizio scolastico , condottura delle acque e fontane, ribasolatura di Via Pretoria, riselciatura di strade secondarie, marciapiedi, giardinetti, nuovo palazzo municipale, ed altre opere di minor conto, aggravando di soverchio i cittadini, con più fortuna di appaltatori e costruttori, e senza l'aiuto di anima viva.

FONTE: R. RIVIELLO, Ricordi e note su costumanza, vita e pregiudizi del popolo potentino, Potenza, Garramone e Marchesiello, 1893, pp. 41, 48-49, 57, 79-80, 107-108, 118, 185, 198 (con tagli).

Bibliografie essenziali. 46. I Banchi di Napoli

Tra la fine del secolo XVI e il 1640, erano sorti a Napoli ben otto “banchi pubblici”, in seno ad altrettante opere pie, tranne uno: il Mont...