Di Storia, di Storie
Un blog sulle "microstorie" della Basilicata e sulla Storia che ad esse si intreccia.
giovedì 22 ottobre 2026
giovedì 8 ottobre 2026
Principato Citra. 3. La storia di Salerno di Antonio Mazza (Gianvito Martino)
Uno dei prodotti più importanti in tal senso fu l’Historiarum epitome de rebus Salernitanis del medico Antonio Mazza, priore dell’Almo Collegio Medico . L’opera, strutturata secondo l’ormai canonico schema delle storie municipali, si presentava di notevole importanza per una decisa polarizzazione della rappresentazione cittadina intorno alla nobiltà ed alle emergenze del ceto togato, incentrato sull’Almo Collegio medico, relegando la maggiore gloria cittadina, l’essere sede della Regia Udienza provinciale, in un breve capitolo. D’altro canto, Mazza non toccava argomenti di tipo economico, assai scottanti per la perdita d’importanza e la riduzione dei traffici commerciali salernitani, ma decisamente poco consoni all’immagine di città di cultura che l’opera intendeva offrire.
In effetti, come medico, Mazza metteva soprattutto in evidenza lo Studio ed il Collegio salernitano, espressione culturale ed ideologica della migliore nobiltà cittadina, che intendeva mostrarsi, attraverso l’opera di Mazza, come istituzione a vocazione internazionale ed alla ricerca di una specifica identità rispetto allo Studio napoletano attraverso una serie di riforme miranti ad implementare la residenzialità degli allievi nella città e ristrutturare i corsi per renderli concorrenziali rispetto alla nuova fisionomia delle professioni che privilegiava l’aspetto pratico dell’exercitium sulla formazione teorica.
Antonio Mazza, secondo il topico modulo della trattatistica napoletana umanistica, invece, espose queste virtù civiche in un vero e proprio trattato de nobili-tate. In esso, l’autore divideva la popolazione di Salerno in tre classi, prima delle quali era quella dei nobili di seggio; la seconda era composta dai patrizi more nobilium viventes, fuori dai Seggi ma «famosi per armi, lettere, dignità, feudi e molte celebri opere dei loro antenati»; la terza, quella dei mercanti, artigiani e plebe, gli artifices. Mazza, dunque, abbozzava uno schema di società d’ordini molto simile a quelli circolanti nella contemporanea trattatistica degli ordini.
Ovviamente, si trattava di una schematizzazione piuttosto abbozzata, anche perché, nel trattatello di Mazza, manca la dialettica interna degli ordini, anche se, si potrebbe pensare, tale mancanza fu voluta, in vista della collocazione di Salerno all’interno di un rigido centralismo quale quello della vicina capitale del Regno e, dunque, volto a mantenere l’idea di fedeltà assoluta della periferia al centro.
giovedì 24 settembre 2026
Principato Citra. 2. La storia di Nocera di Simone Lunadoro (Gianvito Martino)
Il tentativo parastoriografico di Lunadoro, la prima storia moderna di Nocera, si ispirava certamente alle scritture storiche toscane, in special modo alla Historia de’ fatti e guerre de’ Sanesi di Orlando Malavolti, più volte citata dallo stesso Lunadoro. Il destinatario della lettera, inoltre, fu, non a caso, il senese Alcibiade Lucarini, lettore ordinario nello studio salernitano. Scegliendo la forma della lettera, sicuramente meno impegnativa dell’opus historicum concluso, il vescovo decideva, continuando sullo stile delle relationes ad limina, di offrire un quadro sicuramente esteso, ma, al contempo, molto meno impegnato ed accurato dello stato ecclesiastico e civile della cittadina. In effetti, Lunadoro dava del rapporto tra Chiesa, popolo e feudatari un quadro estremamente equilibrato, descrivendo l’armonica composizione del governo della città. Se, infatti, il duca Francesco Maria Carafa, che esercitava il merum et mixtum imperium, deteneva la titolarità della maggior parte delle magistrature, i cittadini, d’altro canto, provvedevano per la maggior parte del governo »ch’era lassata alla cura loro» nel Parlamento cittadino.
Simone Lunadoro rivelava, quindi, notevoli qualità di equilibrio e diplomazia, sorvolando sui contrasti tra il duca e l’università di Nocera. Sicuramente anche la forma epistolare gli consentiva di operare tagli nella rappresentazione della comunità, rappresentandosi come vescovo di una città importante e nella quale gli equilibri tra i poteri locali erano stabili anche grazie alla propria opera pastorale.
BIBLIOGRAFIA:
S. LUNADORO, Copia d'una lettara scritta da mons. Lunadoro vescovo di Nocera de' Pagani intorno all'origine di detta città e suo vescouado al signor Alcibiade Lucarini, in Napoli, per Tarquinio Longo, MDCX,
G. ORLANDO, Storia di Nocera de’ Pagani, Napoli 1884, III, pp. 462-500.
S. LUNADORO, Copia d'una lettara scritta da mons. Lunadoro vescovo di Nocera de' Pagani intorno all'origine di detta città e suo vescouado al signor Alcibiade Lucarini, ristampa anastatica, Nocera, Edizioni de "La Cittanova", 1985.
giovedì 10 settembre 2026
Principato Citra. 1. Storici moderni del Principato (secoli XVI-XVIII) (Gianvito Martino)
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Autore |
Provenienza Socio-Professionale |
Città |
Opera |
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Antonini Giuseppe |
Avvocato |
Cilento
e Vallo
di Diano |
La Lucania. Discorsi, in Napoli, nella Stamperia di Raffaello Gessari,
1745 |
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Carlucci Giovan
Battista |
Ecclesiastico |
Palomonte |
Descrizione della Terra di
Palo, che prima si chiamò Polo, in Napoli, per Carlo Porsile,
1681 |
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De Nigris Niccolò |
Dottore
in
utroque iure |
Campagna |
Campagna antica e moderna,
sacra e profana, overo compendiosa Istoria della Città di Campagna, in
Napoli, per Francesco Benzi, 1691 |
|
Gatta Costantino |
Medico |
Cilento
e
Vallo di Diano |
Memorie topografiche-storiche della provincia di Lucania,
compresa al presente nella provincia di Basilicata, e di Principato Citeriore,
colla genealogia de’ serenissimi principi di Bisignano dell'illustre famiglia
Sanseverino, Napoli, Stamperia
del Muzio, 1732; ii ed., Memorie
topografiche-storiche della provincia di Lucania, colle notizie dell'antico e
venerabile tempio dedicato alla ss. Vergine, nel territorio della città di
Saponara, e d'un sepolcro de' gentili presso l'antica città di Consilina, Napoli, Stamperia del Muzio, 1743. |
|
Lunadoro Simone |
Ecclesiastico |
Nocera |
Copia d'una lettara scritta da
mons. Lunadoro vescovo di Nocera de' Pagani intorno all'origine di detta
città e suo vescouado al signor |
|
Mandelli Luca |
|
Cilento
e Vallo
di Diano |
La Lucania, ms., xvii secolo, trascrizione del 1792, in BNN |
|
Marugi Elia |
Ecclesiastico |
Nocera |
Lettera intorno all'antichità
di Nocera de' Pagani, Napoli, …, 1651 |
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Mazza Antonio |
Medico |
Salerno |
Historiarum epitome de rebus
Salernitanis, Neapoli, ex typographia Io: Francisci Paci, 1681 |
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Mazza Matteo
Geronino |
Medico |
Salerno |
Dell’origine
di Longobardi et di Normandi. Parte prima. Nella quale si scrive brevemente
del sito, et cose notabili di Salerno, stanza di queste bellicosissime nationi.
Qual sarà un argomento di quel che segue. Trattasi di Longobardi et di Normandi
con la successione di lor Principi nelle parti di Puglia, et loro acquisti,
et vittorie, ms., 1618, in BNN, Manoscritti |
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Mosca Gaspare |
Ecclesiastico |
Salerno |
De Salernitanae ecclesiae
episcopis et archiepiscopis catalogus, Neapoli, ex typographia
Stelliolae, ad Portam Regalem, 1594 |
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Polverino Agnello |
Notaio |
Cava |
Decrizione istorica della città
fedelissima della Cava,
in Napoli, nella Stamperia di Domenico Roselli, 1716-1717 |
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Ventimiglia Francesco
Antonio |
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Salerno |
Prodromo di Francesco-Antonio
Ventimiglia alla sua opera alla sua opera Memoria del Principato di Salerno,
Napoli, Gaetano Raimondi, 1795 Delle memorie del Principato di
Salerno, parte prima, che contiene le notizie di tal principato dall'anno 840
al 1127,
Napoli, nella Stamperia di Gaetano Raimondi, 1788 |
|
Volpi Giuseppe |
Patrizio |
Capaccio |
Cronologia de' vescovi Pestani
ora detti di Capaccio. Dall'anno 500 fino al presente. In cui si da' conto
dei fatti piu memorabili […], in
Napoli, nella stamperia di Michele Luigi Muzio, 1720 [rist.
anast. Marigliano, Scuola tipo-litografica della Piccola opera della redenzione
Istituto Anselmi, 1994] |
giovedì 27 agosto 2026
Materiali didattici. 34. Il telero LUCANIA 61 di Carlo Levi (Rosamaria Nicoletti)
Il grande telero Lucania ’61, oggi esposto permanentemente a Matera, nella sede di Palazzo Lanfranchi, fu commissionato a Carlo Levi dal Comitato organizzatore per le celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia a Torino.
Mario Soldati, curatore della mostra Italia ‘61, gli chiese, infatti, di realizzare un’opera che rappresentasse la Basilicata all’interno del Padiglione delle Regioni progettato per l’occasione da Gian Luigi Nervi. Carlo Levi organizzò, allora, nell’aprile del 1960 un viaggio in regione insieme a Mario Carbone, per rinverdire la sua memoria dei volti, della terra, delle storie vissute da esule tra il 1935 e il 1936.
La descrizione di Carlo Levi (che citiamo dal blog "Camminare nella Storia") è quantomai icastica:
Siamo nella grotta verde, in presenza della morte. Le donne stanno attorno al morto bianco, dal viso bianco, strette nell’antico lamento: e le madri piangono il figlio morto. Le due madri, la terrena e la celeste, piangono e raccontano la vita del figlio, con i loro visi antichi, raccolta di amore e di dolore. Narrano della nascita, della povertà, della vita spesa per gli altri, della bontà, della poesia, dell’acerba morte. Con le madri sono le donne avvolte nei veli del costume e le giovani in lacrime o chiuse nel nero del lutto e della vita e con loro la figura solitaria del vecchio vice-sindaco amaro e la vecchia che sembra vaticinante; tutto intorno la grande spirale delle figure femminili, simili a un nero volo di uccelli, fino alla maga, in alto, dove si mostra il cielo. Dall’apertura della grotta appare una valle lontana: è il cimitero e la tomba di Rocco. Nella grotta, tra la famiglia e gli animali, il lamento si perde e si trasforma nel sonno. Una grande contadina dalla pelle arida di sole e di terra tiene in braccio il bambino addormentato. Nell’ombra verde della grotta, nel sonno dell’asina che raschia, tra gli attrezzi e le provviste, tra il pane e i lambasciuni, vicino alla vecchia vaticinante, una bambina dalla gamba fasciata guarda con gli intensi occhi neri. E guarda il monaciello vestito per voto e le donne che vegliano il sonno e i sospiri; i bambini sono stretti nei letti, sdraiati, incrociati o in braccio alle donne e le capre circondano la culla appesa, dove dorme un lattante. E il buio della grotta brulica di forme.
Ma le ore passano. Fuori è giorno alto. Nel vicolo si svolge la vita del vicinato. Piedi si muovono e passano. Chi porta in capo, chi siede lavorando davanti alla porta, chi allatta, chi nutre il bambino, chi stende il bucato, chi parla, chi ascolta. Una grande donna incinta, bianca nei suoi grembiali, sotto gli occhi delle compagne affaccendate e dei fanciulli dal viso melanconico appoggiati agli stipiti, si leva sul paesaggio spoglio, accanto ai ragazzi, al giovane Rocco adolescente. È ancora la madre tra i bambini che la tengono con le mani e gli animali, sotto il paese bianco alto sul colle, nel sole impietoso del mezzogiorno. Volge l’ora. Si avanzano l’ombre. I contadini risalgono come ogni sera verso il paese già oscuro. Lunghe file con gli asini e le capre, come legati a un moto che si ripete da sempre, ogni giorno, all’andare degli animali, allo spazio dei pasti, al rumore dei zoccoli dei muli sulla terra, al filo dei finimenti, all’ondeggiare dei basti e dei cesti. Un contadino precede le bestie, la donna, il figlio. È color del velluto, dei panni infangati, della terra. La sua donna è alta, in groppa col suo bambino, come in una fuga in Egitto, bianca come l’argilla dei monti desolati. E dietro viene la lunga fila nera, capre, donne, pecore, argille e ombre, sotto il deserto dei campi, verso la piazza.
La piazza è colma di gente che ascolta Rocco che parla. Alla finestra, lontani e isolati, si affacciano dal loro tempo i grandi morti di Lucania, gli antichi meridionalisti, Fortunato, Nitti, Dorso. Sotto di loro permane sul muretto la fila curva dei disoccupati e dei vecchi, uomini in attesa, senza speranza, giù fino al disoccupato dal colore delle stoppie che chiude in basso la fila e il quadro, e al cane che dorme come morto. Sulla piazza, all’ombra delle chiese, i vecchi intabarrati parlano gli eterni discorsi. In gruppo o solitari si appoggiano al bastone, nel tempo fermo. E gli uomini aspettano, con il viso sulle mani, con le mani intrecciate o appoggiate alle ginocchia, le inutili mani che non trovano lavoro. Ma davanti a loro è un altro mondo che nasce: sul volto di Rocco scintilla la luce di un’interna energia che nuova si esprime: attorno a quel centro luminoso si svolge la grande spirale degli uomini che nella parola trovano per la prima volta il senso e il valore dell’esistenza. Eccoli tutti, i compagni e i fratelli, i personaggi della storia, i protagonisti veri. Che cosa dice Rocco? È il suo un comizio, un discorso politico o è una poesia quella che egli sottolinea col gesto della mano? Forse l’uno e l’altro insieme, forse egli dice i suoi versi, la sua Marsigliese contadina: Spuntano ai pali ancora / le teste dei briganti / e la caverna / l’oasi verde della triste speranza / lindo conserva un guanciale di pietra…/ Ma nei sentieri non si torna indietro. / Altre ali fuggiranno dalle paglie della cova, / perchè lungo il perire dei tempi, / l’alba è nuova, è nuova. L’alba è nuova per questi uomini: eccoli giovani e vecchi, pastori e operai e fanciulli, intenti ad ascoltare e ad ascoltarsi, testimoni e protagonisti: eccoli, i contadini e i poeti, e fra essi il maggiore, Umberto Saba e tra la folla l’autore e i personaggi del ‘Cristo si è fermato a Eboli’ e quelli de ‘l’Uva puttanella’, una folla che cresce, che diventa infinita: un mondo nasce con la parola e l’immagine”.
L’opera (lunga oltre 20 metri e divisa in tre pannelli) è, dunque, dedicata a Rocco Scotellaro, scrittore, poeta e sindaco di Tricarico che appare giovanissimo, al centro della tela, con il volto lentigginoso. Viene ritratto, invece, già sindaco al centro della piazza affollata dalla sua comunità alla quale partecipano anche importanti intellettuali italiani, tra cui lo stesso Levi, di profilo.
giovedì 20 agosto 2026
Bibliografie essenziali. 48. John Acton e la "leggenda nera" del "ministro/amante" di Maria Carolina
- G. Nuzzo, La monarchia delle Due Sicilie tra Ancien Régime e rivoluzione, Napoli, Berisio, 1972
- Id., L’ascesa di Acton al governo dello stato, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», III serie, 19 (1980), pp. 437-545
- Id., A Napoli nel tardo Settecento. La parabola della neutralità, Napoli, Morano, 1990
- R. Moscati, Dalla reggenza alla repubblica partenopea, in Storia di Napoli, Cava dei Tirreni, Di Mauro, 1976, IV, pp. 721-787
- R. Ajello, I filosofi e la Regina. Il governo delle Due Sicilie da Tanucci a Caracciolo (1776-1786), in «Rivista Storica Italiana», 103 (1992), pp. 398-454 e pp. 657-738.
giovedì 30 luglio 2026
Orazio. 7. L'ode a Virgilio tradotta da Cesare Pavese
(Carmina, IV 12)
Già i venti di Tracia compagni della primavera, e mitigatori del mare, spingono innanzi le vele, già il gelo è sparito dai prati e i fiumi non cricchian più colmi di neve invernale. […] La stagione porta la sete, o Vergilio, ma se desideri proprio di ber del vino di quel torchiato a Cale, tu che frequenti i giovani più nobili, devi pagarlo con del nardo. Un piccolo vasello di nardo farà saltar fuori il fiasco che ora sta nei magazzini di Sulpizio, generoso a infondere novelle speranze e efficace a lavare ogni amarezza. Ché se ti affretti a questi piaceri, corri veloce colla tua merce: io non intendo di innaffiarti col vino a gratis, come la mia fosse la casa d’un riccone. Ma però tronca ogni indugio e lascia lì di cercar guadagni e ricordandoti, fin che sei ancora in tempo, delle fosche fiamme, mescola un po’ di pazzia ai ragionamenti: è dolce a tempo e luogo.








