lunedì 11 maggio 2026

Chi sono, dopo 13 anni

Sono uno storico e docente italiano, nato a Potenza nel 1975.  

Dopo gli studi in Lettere Classiche, completati nel 1999, mi sono impegnato nello studio delle dinamiche identitarie, politiche e culturali del Mezzogiorno d’Italia tra età moderna e contemporanea. Il mio percorso di ricerca nasce dall’interesse per il rapporto tra memoria storica, costruzione delle identità locali e rappresentazione del passato, con particolare attenzione al Regno di Napoli e alla storia della Basilicata.

Mi sono formato nell’ambito della storia dell’Europa mediterranea presso l’Università degli Studi della Basilicata, dove ho conseguito il titolo di Dottore di Ricerca. Successivamente ho svolto attività di ricerca post-dottorale, approfondendo, sotto la direzione scientifica del prof. Antonio Lerra, il tema dell’uso e della funzione dell’antico nelle storie locali del Mezzogiorno moderno. Questo percorso mi ha portato a concentrarmi sul modo in cui le comunità meridionali, tra XVI e XVIII secolo, abbiano costruito la propria memoria storica e la propria identità attraverso miti civici, genealogie e narrazioni delle origini.

Ho insegnato come docente a contratto presso l’Università della Basilicata, occupandomi di Storia Moderna e di Storia dell’Europa Mediterranea dal 2008 al 2020, e parallelamente ho svolto attività editoriale e scientifica come segretario di redazione del «Bollettino Storico della Basilicata», rivista ufficiale della Deputazione di Storia Patria per la Lucania.

Nel corso degli anni i miei studi si sono sviluppati lungo diversi filoni di ricerca. Mi sono occupato della costruzione dell’identità storica del Mezzogiorno in età moderna, tema confluito nel volume Identità svelate. La parabola dell’antico nelle storie locali del Mezzogiorno moderno (2018), nel quale ho analizzato il rapporto tra erudizione, memoria civica e legittimazione politica nelle storie locali meridionali.

Un altro ambito centrale della mia ricerca riguarda il Risorgimento lucano e i movimenti insurrezionali del 1860. In particolare ho approfondito il passaggio dall’evento storico alla sua successiva costruzione mitica e storiografica, tema affrontato nel volume Quelli che credettero (2023), dedicato ai protagonisti e all’immaginario politico del processo unitario in Basilicata.

Mi sono inoltre interessato al riformismo borbonico del XVIII secolo e all’impatto delle politiche di Carlo III di Spagna sul territorio lucano, studiando le tensioni tra spinte modernizzatrici, trasformazioni amministrative e resistenze locali.

Accanto alla ricerca scientifica, considero fondamentale il lavoro di divulgazione e di Public History. Credo profondamente nella necessità di costruire un dialogo continuo tra scuola, università e società civile, affinché la storia possa diventare uno strumento di consapevolezza critica e di cittadinanza culturale. Per questo ho collaborato con istituzioni culturali, associazioni, musei e piattaforme digitali, lavorando anche nell’ambito della formazione dei docenti.

La mia esperienza nell’insegnamento si è sviluppata inizialmente presso il Liceo Carlo Pisacane, dove ho maturato un approccio didattico fortemente orientato all’interdisciplinarità tra storia, geostoria e latino. Successivamente ho insegnato presso l’IIS Giustino Fortunato, esperienza che ha ulteriormente consolidato il mio interesse per la sperimentazione metodologica e per la didattica della storia. Attualmente insegno presso il Liceo delle Scienze Umane Rosa-Gianturco, dove continuo a integrare l’attività di ricerca con l’innovazione didattica e la progettazione culturale.

Negli ultimi quattro anni mi sono dedicato con particolare attenzione alla didattica breve e digitale, sviluppando contenuti divulgativi attraverso Facebook mediante una pagina dedicata all’interazione tra mappe concettuali e intelligenza artificiale. Il progetto nasce dall’idea che le nuove tecnologie possano diventare strumenti efficaci per rendere più accessibile e dinamico l’apprendimento, senza rinunciare al rigore scientifico e alla profondità dell’analisi storica.

Attraverso ricerca, insegnamento e divulgazione sul free press "Controsenso", continuo a lavorare sul rapporto tra memoria, identità e territorio, convinto che la conoscenza storica rappresenti ancora oggi uno degli strumenti più importanti per comprendere il presente e formare cittadini consapevoli.

giovedì 23 aprile 2026

Paesi lucani. 71. Teana a fine Settecento

 

FONTE: L. GIUSTIANI, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, s.e., 1805, t. IX, p. 143.

martedì 21 aprile 2026

Storia, memoria e diritto internazionale umanitario: il professor Giovanni Codovini ospite del Liceo Rosa-Gianturco di Potenza

Un incontro straordinario ha animato le aule del Liceo delle Scienze Umane Rosa-Gianturco: lo storico e saggista Giovanni Codovini ha guidato le classi quinte in un viaggio attraverso la memoria, il diritto internazionale e i conflitti del presente. Una giornata che ha dimostrato, ancora una volta, come la storia non sia mai solo passato.

Il Liceo potentino ha avuto il privilegio di ospitare il professor Giovanni Codovini, storico, saggista e formatore di fama nazionale. 

A introdurre l'ospite, in un incontro moderato dal prof. Domenico Venezia, è stata la prof. Piera Pistone, che ha portato anche il saluto del Dirigente Scolastico, il professor Mario Lanzi, impossibilitato a essere presente perché impegnato in questi giorni in un progetto Erasmus+ in Ungheria — ulteriore testimonianza del respiro internazionale che caratterizza il nostro istituto.

Giovanni Codovini è uno dei nomi più noti nel panorama della didattica della storia in Italia. Coautore, insieme ad Antonio Desideri, del manuale "Storia e Storiografia — Per la scuola del terzo millennio", adottato in migliaia di licei su tutto il territorio nazionale, Codovini non si è mai limitato al solo mondo dell'editoria scolastica. La sua produzione comprende saggi accademici di grande profondità, tra cui studi approfonditi sulla geopolitica del conflitto arabo-israeliano-palestinese, pubblicati con Mondadori Bruno, che testimoniano un'attenzione costante ai grandi nodi irrisolti della storia contemporanea e alle loro radici profonde.

È inoltre formatore attivo per i docenti della scuola secondaria di secondo grado, collaborando con le principali case editrici del settore. Per Codovini, insegnare bene la storia non è soltanto una questione metodologica: è una responsabilità civile, un atto politico nel senso più alto del termine. La sua convinzione di fondo — che ha animato ogni momento dell'incontro con le quinte — è che la storia non sia una disciplina mnemonica fatta di date da imparare a memoria, ma un metodo, uno strumento vivo e potente per leggere il presente, capire le dinamiche del mondo e formarsi come cittadine consapevoli.

Il professor Codovini ha aperto il suo intervento affrontando un tema fondamentale e spesso trascurato: il rapporto tra storia e memoria, e il concetto di uso pubblico della storia.

Essere storici, ha spiegato, significa prima di tutto essere testimoni del proprio tempo e narratori responsabili di ciò che è accaduto. Ma la narrazione storica non può prescindere dalla memoria: essa stessa — ha sottolineato con forza — è una fonte storica a tutti gli effetti, con le sue potenzialità e i suoi limiti. La memoria è soggettiva, è frammentaria, è attraversata da emozioni, da rimozioni, da interessi. Proprio per questo lo storico ha il compito ineludibile di contestualizzarla, di interrogarla criticamente, di inserirla all'interno di una ricostruzione storiografica rigorosa.

In questo quadro si inserisce il concetto di public history — la storia pubblica, introdotta dal prof. Antonio D'Andria — ovvero quella dimensione della ricerca e della divulgazione storica che si rivolge non solo agli specialisti ma alla società nel suo insieme: musei, documentari, romanzi storici, social media, commemorazioni. Uno spazio sempre più ampio e sempre più esposto al rischio di manipolazione, semplificazione e strumentalizzazione politica. Il compito dello storico serio, ha detto Codovini, è presidiare questo spazio con rigore e con coraggio.

Il nucleo centrale e più atteso dell'incontro ha riguardato uno dei conflitti più dolorosi, controversi e discussi del presente: la guerra a Gaza. Una scelta non casuale, come ha spiegato lo stesso Codovini: il conflitto israelo-palestinese rappresenta un caso storicamente paradossale e umanamente straziante, in cui le vittime della più grande persecuzione della storia moderna — gli ebrei, sopravvissuti alla Shoah — si trovano oggi al centro di accuse gravissime da parte della comunità internazionale riguardo all'uso della forza militare contro la popolazione civile palestinese.

Affrontare questo tema con gli studenti non significa prendere partito, ha precisato il professore, ma significa dotarle degli strumenti concettuali e giuridici per comprendere di cosa si stia parlando quando si usano parole come genocidio, crimine di guerra, diritto internazionale umanitario. Parole che circolano ogni giorno sui media e sui social, spesso senza la necessaria precisione.

Per arrivare a comprendere il presente, Codovini ha condotto le classi in un percorso storico-giuridico lucido e ben strutturato, ripercorrendo le tappe fondamentali attraverso cui l'umanità ha tentato — con fatica, contraddizioni e risultati imperfetti — di porre dei limiti alla barbarie della guerra.

Il punto di partenza sono le Convenzioni dell'Aja del 1899 e del 1907, i primi strumenti di diritto internazionale volti a regolamentare i conflitti armati: la tutela dei feriti in battaglia, le restrizioni sull'uso di certe armi, la protezione dei prigionieri. Il principio alla base era rivoluzionario per l'epoca: anche in guerra esiste una soglia di dignità umana che non può essere violata.

La vera svolta, però, arriva con la Seconda guerra mondiale e con i processi di Norimberga, che segnano un discrimine netto nella storia del diritto internazionale. Prima del 1945, il ricorso alla forza armata era sostanzialmente considerato una prerogativa sovrana degli Stati. Dopo Norimberga, per la prima volta nella storia, individui — non solo Stati — vengono giudicati e condannati per crimini commessi in nome di uno Stato. Nascono i concetti di crimine contro l'umanità e di crimine di guerra come categorie giuridiche autonome e universalmente vincolanti.

A questo si aggiunge lo Statuto delle Nazioni Unite, il cui articolo 2, paragrafo 4, sancisce in modo esplicito la non liceità della minaccia e dell'uso della forza nelle relazioni internazionali — un principio cardine che è oggi al centro del dibattito giuridico sull'attuale conflitto a Gaza.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948, a sua volta, diventa fonte del diritto internazionale umanitario introducendo il concetto di gross violations — violazioni gravi e sistematiche dei diritti fondamentali — tra cui il genocidio, l'apartheid, la tortura, le esecuzioni di massa e la schiavitù.

Le Convenzioni di Ginevra completano questo quadro, introducendo il concetto di combattente legittimo e rafforzando in modo cruciale la tutela della popolazione civile, attraverso la cosiddetta clausola Martens  — contenuta nell'articolo 3 comune a tutte le Convenzioni — che impone il rispetto dei principi di umanità anche nelle situazioni non espressamente previste dai trattati.

Uno dei momenti più importanti dell'intervento è stato dedicato alla definizione giuridica di genocidio, termine spesso usato in modo improprio nel dibattito pubblico.

Codovini ha illustrato con precisione come il genocidio trovi la sua definizione giuridica autonoma nell'articolo 6 dello Statuto di Roma del 1998, che istituisce la Corte Penale Internazionale. Secondo questa definizione, il genocidio è classificato come core crime — uno dei crimini più gravi previsti dal diritto internazionale — e si distingue dagli altri crimini di guerra per la presenza di un elemento intenzionale specifico: la volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale.

Questa precisione giuridica non è un dettaglio tecnico: è fondamentale per capire di cosa si stia davvero discutendo quando questo termine viene applicato al conflitto di Gaza, oggetto di procedimenti in corso sia davanti alla Corte Internazionale di Giustizia che alla Corte Penale Internazionale.

Forse il momento più significativo dell'intera giornata è stato quello del dibattito finale. Gli studenti del Rosa-Gianturco non si sono limitati ad ascoltare: hanno dialogato, hanno posto domande, hanno dimostrato una maturità e una consapevolezza che hanno visibilmente colpito lo stesso professor Codovini.



Tra le molte questioni sollevate, una in particolare ha spiccato per profondità: come si fa a sviluppare un autentico senso critico di fronte alla complessità della storia e all'overdose di informazioni — spesso contraddittorie, spesso di parte — che caratterizza il nostro tempo? Una domanda che va ben oltre i confini di una lezione di storia e tocca il cuore della formazione di una cittadina consapevole nel XXI secolo.



Codovini ha risposto con la generosità intellettuale che lo contraddistingue, offrendo riferimenti bibliografici e giuridici precisi ma accessibili, indicando strumenti concreti per orientarsi in un panorama informativo sempre più complesso. Il messaggio finale è stato coerente con tutta la sua impostazione: la storia si studia per capire il presente, e capire il presente è il primo passo per non esserne travolti.

giovedì 9 aprile 2026

Bibliografie essenziali. 47. Burocrazia nella tarda modernità meridionale

M. R. RESCIGNO, All’origine di una burocrazia moderna. Il personale del Ministero delle Finanze nel Mezzogiorno di primo Ottocento, Napoli, Università degli Studi Federico II, Clio Press, 2007; EAD., L’Abruzzo Citeriore: un caso di storia regionale. Amministrazione, élite e società (1806-1815), Milano, Franco Angeli, 2002; EAD., L’articolazione periferica del Ministero delle Finanze nel Mezzogiorno borbonico di primo Ottocento. Il caso di Terra di Lavoro, in «Clio», 40 (2004), pp. 237-260; EAD., La costruzione di un’identità burocratica. Gli impiegati delle imposte indirette di Napoli nel primo Ottocento, in «Le carte e la storia», XII (2006), 1, pp 179-188; B. MANTELLI, Il pubblico impiego nell’economia del Regno di Napoli: retribuzioni, reclutamento e ricambio sociale nell’epoca spagnuola (secc. XVI-XVII), Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, 1986; M. G. MAIORINI, I presidi nel primo periodo borbonico. Dall’amministrazione della giustizia al governo delle province, Napoli, Giannini editore, 1999; G. ALIBERTI, Lo stato postfeudale. Un secolo di potere pubblico nel Mezzogiorno italiano (1806-1910), Napoli, Guida, 1993.


giovedì 26 marzo 2026

Bibliografie essenziali. 46. I Banchi di Napoli

Tra la fine del secolo XVI e il 1640, erano sorti a Napoli ben otto “banchi pubblici”, in seno ad altrettante opere pie, tranne uno: il Monte e Banco della Pietà (1584), il Monte e Banco dei Poveri (1606), il Banco della Santissima Annunziata o Ave Gratia Plena (1587), il Banco di Santa Maria del Popolo (1589), il Banco dello Spirito Santo (1590), il Banco di Sant’Eligio (1592), il Banco di San Giacomo e Vittoria (1597); ultimo in ordine di tempo, per iniziativa degli amministratori della gabella della farina, il Banco del Santissimo Salvatore (1640, diventato pubblico nel 1661). Il Banco dell’Annunziata fallì nel 1702. 

Cfr. D. DEMARCO, Il Banco di Napoli. L’archivio storico. La grammatica delle scritture, Napoli, ESI, 2000; R. FILANGIERI, I Banchi di Napoli. Dalle origini alla costituzione del Banco delle Due Sicilie (1539-1808), Napoli Tipografia degli Artigianelli, 1940; C. MAIELLO, La crisi dei banchi pubblici napoletani. 1794-1806, Genève, Librairie Droz, 1980; E. DE SIMONE, Il Banco della Pietà di Napoli. 1734-1806, Napoli, Arte Tipografica, 1987; P. AVALLONE, Stato e banchi pubblici a Napoli a metà del ‘700. Il Banco dei Poveri: una svolta, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1995; C. MAIELLO, L’indebitamento bancario della nobiltà napoletana nel primo periodo borbonico (1734-1806), Napoli, Istob, 1986; E. NAPPI, Banchi e finanze della Repubblica Napoletana, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Arte Tipografica, 1999; D. CICCOLELLA-L. DI MATTEO (a cura di), Nei banchi pubblici napoletani. Repertorio dei titolari dei conti con maggiore movimentazione tra il 1734 e il 1804, Napoli, Cnr edizioni, 2021.

giovedì 12 marzo 2026

Bibliografie essenziali. 45. John Acton, una figura controversa

A tutt’oggi manca uno studio esaustivo sulla figura e sull’operato di John Acton. 

Risultano, quindi, ancora validi, soprattutto, gli studi di G. NUZZO, La monarchia delle Due Sicilie tra Ancien Régime e rivoluzione, Napoli, Berisio, 1972, soprattutto pp. 29-50; ID., L’ascesa di Acton al governo dello stato, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», III serie, 19 (1980), pp. 437-545; ID., A Napoli nel tardo Settecento. La parabola della neutralità, Napoli, Morano, 1990. Si vedano anche, non solo in riferimento ad Acton, ma anche per considerazioni sul periodo precedente: R. MOSCATI, Dalla reggenza alla repubblica partenopea, in Storia di Napoli, Cava dei Tirreni, Di Mauro, 1976, IV, pp. 721-787; R. AJELLO, I filosofi e la Regina. Il governo delle Due Sicilie da Tanucci a Caracciolo (1776-1786), in «Rivista Storica Italiana», 103 (1992), pp. 398-454 e pp. 657-738.

giovedì 26 febbraio 2026

Bibliografie essenziali. 44. Bernardo Tanucci e la Reggenza di Ferdinando IV

Sulla figura e sulla complessa esperienza di Tanucci, tra un'ampia letteratura di riferimento, spesso di valore diseguale, oltre che ai volumi del suo Epistolario e alle relative introduzioni, ci limitiamo a rimandare a: M. VINCIGUERRA, La reggenza borbonica nella minorità di Ferdinando IV, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», 40 (1915), pp. 576-591; 41 (1916), pp. 100-123; 337-353; 493-515; 42 (1917), pp. 184-221; R. MINCUZZI, Bernardo Tanucci, ministro di Ferdinando di Borbone. 1759-1776, Bari, Dedalo, 1967; F. RENDA (a cura di), Il riformismo di Bernardo Tanucci. Le leggi di eversione dell’asse gesuitico (1767-1773), Catania, Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale, 1969; ID., Bernardo Tanucci e i beni dei Gesuiti, Catania, Facoltà di Lettere e Filosofia, 1970; ID., Bernardo Tanucci e i beni dei Gesuiti in Sicilia, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1974; R. AJELLO-M. D’ADDIO (a cura di), Bernardo Tanucci. Statista, letterato, giurista. Atti del Convegno internazionale di studi per il secondo centenario (1783-1983), voll. 2, Napoli, Jovene, 1988; Bernardo Tanucci nel terzo centenario della nascita. 1698-1988, Pisa, ETS, 1999; Bernardo Tanucci e la Toscana. Tre giornate di studio (Pisa-Stia, 28-30 settembre), Firenze, Olschki, 1986. Si vedano anche le due voci biografiche, Tanucci Bernardo, con relative bibliografie, curate da G. Imbruglia, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto per l’Enciclopedia Italiana, 2019, vol. 94; e da A. Cernigliaro, in Il contributo italiano alla storia del pensiero. Diritto¸ Roma, Istituto per l’Enciclopedia Italiana, 2012.

Chi sono, dopo 13 anni

Sono uno storico e docente italiano, nato a Potenza nel 1975.   Dopo gli studi in Lettere Classiche, completati nel 1999, mi sono impegnato ...