giovedì 27 agosto 2026

Materiali didattici. 34. Il telero LUCANIA 61 di Carlo Levi (Rosamaria Nicoletti)

Il grande telero Lucania ’61, oggi esposto permanentemente a Matera, nella sede di Palazzo Lanfranchi, fu commissionato a Carlo Levi dal Comitato organizzatore per le celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia a Torino.

Mario Soldati, curatore della mostra Italia ‘61, gli chiese, infatti, di realizzare un’opera che rappresentasse la Basilicata all’interno del Padiglione delle Regioni progettato per l’occasione da Gian Luigi Nervi. Carlo Levi organizzò, allora, nell’aprile del 1960 un viaggio in regione insieme a Mario Carbone, per rinverdire la sua memoria dei volti, della terra, delle storie vissute da esule tra il 1935 e il 1936.

La descrizione di Carlo Levi (che citiamo dal blog "Camminare nella Storia") è quantomai icastica:

Siamo nella grotta verde, in presenza della morte. Le donne stanno attorno al morto bianco, dal viso bianco, strette nell’antico lamento: e le madri piangono il figlio morto. Le due madri, la terrena e la celeste, piangono e raccontano la vita del figlio, con i loro visi antichi, raccolta di amore e di dolore. Narrano della nascita, della povertà, della vita spesa per gli altri, della bontà, della poesia, dell’acerba morte. Con le madri sono le donne avvolte nei veli del costume e le giovani in lacrime o chiuse nel nero del lutto e della vita e con loro la figura solitaria del vecchio vice-sindaco amaro e la vecchia che sembra vaticinante; tutto intorno la grande spirale delle figure femminili, simili a un nero volo di uccelli, fino alla maga, in alto, dove si mostra il cielo. Dall’apertura della grotta appare una valle lontana: è il cimitero e la tomba di Rocco. Nella grotta, tra la famiglia e gli animali, il lamento si perde e si trasforma nel sonno. Una grande contadina dalla pelle arida di sole e di terra tiene in braccio il bambino addormentato. Nell’ombra verde della grotta, nel sonno dell’asina che raschia, tra gli attrezzi e le provviste, tra il pane e i lambasciuni, vicino alla vecchia vaticinante, una bambina dalla gamba fasciata guarda con gli intensi occhi neri. E guarda il monaciello vestito per voto e le donne che vegliano il sonno e i sospiri; i bambini sono stretti nei letti, sdraiati, incrociati o in braccio alle donne e le capre circondano la culla appesa, dove dorme un lattante. E il buio della grotta brulica di forme.



Ma le ore passano. Fuori è giorno alto. Nel vicolo si svolge la vita del vicinato. Piedi si muovono e passano. Chi porta in capo, chi siede lavorando davanti alla porta, chi allatta, chi nutre il bambino, chi stende il bucato, chi parla, chi ascolta. Una grande donna incinta, bianca nei suoi grembiali, sotto gli occhi delle compagne affaccendate e dei fanciulli dal viso melanconico appoggiati agli stipiti, si leva sul paesaggio spoglio, accanto ai ragazzi, al giovane Rocco adolescente. È ancora la madre tra i bambini che la tengono con le mani e gli animali, sotto il paese bianco alto sul colle, nel sole impietoso del mezzogiorno. Volge l’ora. Si avanzano l’ombre. I contadini risalgono come ogni sera verso il paese già oscuro. Lunghe file con gli asini e le capre, come legati a un moto che si ripete da sempre, ogni giorno, all’andare degli animali, allo spazio dei pasti, al rumore dei zoccoli dei muli sulla terra, al filo dei finimenti, all’ondeggiare dei basti e dei cesti. Un contadino precede le bestie, la donna, il figlio. È color del velluto, dei panni infangati, della terra. La sua donna è alta, in groppa col suo bambino, come in una fuga in Egitto, bianca come l’argilla dei monti desolati. E dietro viene la lunga fila nera, capre, donne, pecore, argille e ombre, sotto il deserto dei campi, verso la piazza.




La piazza è colma di gente che ascolta Rocco che parla. Alla finestra, lontani e isolati, si affacciano dal loro tempo i grandi morti di Lucania, gli antichi meridionalisti, Fortunato, Nitti, Dorso. Sotto di loro permane sul muretto la fila curva dei disoccupati e dei vecchi, uomini in attesa, senza speranza, giù fino al disoccupato dal colore delle stoppie che chiude in basso la fila e il quadro, e al cane che dorme come morto. Sulla piazza, all’ombra delle chiese, i vecchi intabarrati parlano gli eterni discorsi. In gruppo o solitari si appoggiano al bastone, nel tempo fermo. E gli uomini aspettano, con il viso sulle mani, con le mani intrecciate o appoggiate alle ginocchia, le inutili mani che non trovano lavoro. Ma davanti a loro è un altro mondo che nasce: sul volto di Rocco scintilla la luce di un’interna energia che nuova si esprime: attorno a quel centro luminoso si svolge la grande spirale degli uomini che nella parola trovano per la prima volta il senso e il valore dell’esistenza. Eccoli tutti, i compagni e i fratelli, i personaggi della storia, i protagonisti veri. Che cosa dice Rocco? È il suo un comizio, un discorso politico o è una poesia quella che egli sottolinea col gesto della mano? Forse l’uno e l’altro insieme, forse egli dice i suoi versi, la sua Marsigliese contadina: Spuntano ai pali ancora / le teste dei briganti / e la caverna / l’oasi verde della triste speranza / lindo conserva un guanciale di pietra…/ Ma nei sentieri non si torna indietro. / Altre ali fuggiranno dalle paglie della cova, / perchè lungo il perire dei tempi, / l’alba è nuova, è nuova. L’alba è nuova per questi uomini: eccoli giovani e vecchi, pastori e operai e fanciulli, intenti ad ascoltare e ad ascoltarsi, testimoni e protagonisti: eccoli, i contadini e i poeti, e fra essi il maggiore, Umberto Saba e tra la folla l’autore e i personaggi del ‘Cristo si è fermato a Eboli’ e quelli de ‘l’Uva puttanella’, una folla che cresce, che diventa infinita: un mondo nasce con la parola e l’immagine”. 


L’opera (lunga oltre 20 metri e divisa in tre pannelli) è, dunque, dedicata a Rocco Scotellaro, scrittore, poeta e sindaco di Tricarico che appare giovanissimo, al centro della tela, con il volto lentigginoso. Viene ritratto, invece, già sindaco al centro della piazza affollata dalla sua comunità alla quale partecipano anche importanti intellettuali italiani, tra cui lo stesso Levi, di profilo. 

giovedì 20 agosto 2026

Bibliografie essenziali. 48. John Acton e la "leggenda nera" del "ministro/amante" di Maria Carolina


- G. Nuzzo, La monarchia delle Due Sicilie tra Ancien Régime e rivoluzione, Napoli, Berisio, 1972

- Id., L’ascesa di Acton al governo dello stato, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», III serie, 19 (1980), pp. 437-545

- Id., A Napoli nel tardo Settecento. La parabola della neutralità, Napoli, Morano, 1990

- R. Moscati, Dalla reggenza alla repubblica partenopea, in Storia di Napoli, Cava dei Tirreni, Di Mauro, 1976, IV, pp. 721-787

- R. Ajello, I filosofi e la Regina. Il governo delle Due Sicilie da Tanucci a Caracciolo (1776-1786), in «Rivista Storica Italiana», 103 (1992), pp. 398-454 e pp. 657-738. 

giovedì 30 luglio 2026

Orazio. 7. L'ode a Virgilio tradotta da Cesare Pavese


(Carmina, IV 12)

Già i venti di Tracia compagni della primavera, e mitigatori del mare, spingono innanzi le vele, già il gelo è sparito dai prati e i fiumi non cricchian più colmi di neve invernale. […] La stagione porta la sete, o Vergilio, ma se desideri proprio di ber del vino di quel torchiato a Cale, tu che frequenti i giovani più nobili, devi pagarlo con del nardo. Un piccolo vasello di nardo farà saltar fuori il fiasco che ora sta nei magazzini di Sulpizio, generoso a infondere novelle speranze e efficace a lavare ogni amarezza. Ché se ti affretti a questi piaceri, corri veloce colla tua merce: io non intendo di innaffiarti col vino a gratis, come la mia fosse la casa d’un riccone. Ma però tronca ogni indugio e lascia lì di cercar guadagni e ricordandoti, fin che sei ancora in tempo, delle fosche fiamme, mescola un po’ di pazzia ai ragionamenti: è dolce a tempo e luogo.

sabato 18 luglio 2026

Disney a Potenza


Il dialetto potentino approda sulle pagine di Topolino. Il numero 3686 del celebre settimanale Disney, in uscita il 15 luglio, è disponibile anche in un’edizione speciale che propone la storia “Zio Paperone e la giornata piena” tradotta nella parlata del capoluogo lucano.
L’iniziativa rientra nel progetto con cui Topolino porta le proprie storie nei dialetti e nelle lingue locali italiane, con l’obiettivo di valorizzare il patrimonio linguistico del Paese attraverso il fumetto.
La traduzione in potentino è stata curata dal linguista Potito Paccione, nell’ambito di un gruppo di lavoro coordinato da Riccardo Regis, professore ordinario di Linguistica italiana all’Università degli Studi di Torino ed esperto di dialettologia italiana. La storia è firmata da Augusto Macchetto, ai testi, e Giampaolo Soldati, ai disegni.
Paccione, eccellente studioso potentino, ha conseguito con lode la Laurea Triennale in Lettere e Filosofia (Curriculum dell’Età Moderna) nel 2014 presso l’Università degli Studi della Basilicata, discutendo una tesi in Glottologia e Linguistica focalizzata sul "Galloitalico potentino tra innovazione e conservazione". Presso lo stesso Ateneo ha proseguito gli studi magistrali in Storia e Civiltà Europee, laureandosi nel 2017 con 110/110 e lode con una tesi sperimentale dal titolo "Le parlate galloitaliche lucane: analisi linguistica dei dialetti di Tito e Potenza in tempo apparente".
Il suo percorso di ricerca sul campo ha inizio nel 2012 attraverso la collaborazione attiva con il Progetto A.L.Ba. (confluito nel 2018 nel CID - Centro Internazionale di Dialettologia), per il quale ha operato come raccoglitore di dati linguistici per il III e il IV volume dell’Atlante Linguistico della Basilicata. Parallelamente alle attività di ricerca, ha svolto un ruolo chiave nella segreteria organizzativa di prestigiosi Convegni e delle Scuole Internazionali di Dialettologia. Attualmente prosegue la sua attività scientifica in qualità di Assegnista di ricerca post-lauream presso il CID ed è Dottorando di ricerca presso l'Università degli Studi "Guglielmo Marconi" di Roma, specializzandosi nello studio e nella salvaguardia del patrimonio linguistico e dialettale lucano.



giovedì 16 luglio 2026

Orazio. 6. L'ode a Lidia tradotta da Cesare Pavese


(Carmina, I 25)

Più di rado i giovanotti audaci vengono a batterti di molti colpi le finestre serrate: essi non ti rompono più i sonni e la porta che prima si muoveva di continuo sui cardini agevoli ora s’è innamorata della soglia. Odi sempre più di rado ormai dirti: «Lidia, le lunghe notti, mentr’io muoio per te, dormi tu?»

Verrà il tempo che, vecchia da pochi soldi, rimpiangerai i tuoi protervi amanti in un angiporto solitario più rumoroso del vento Tracio durante l’interlunio. Allora l’amore ardente e la libidine, che suole infuriare le cavalle, t’infierirà intorno al fegato piagato. E ancora, ti lamenterai che i giovani lieti godano del mirto e dell’edera pallida più che della scura, e che donino all’Euro, compagno dell’inverno, le foglie disseccate.

giovedì 25 giugno 2026

Personaggi. 35. Ernesto De Martino tra storia e magia

Ernesto De Martino, seppure non lucano, risulta notevolmente legato alla Basilicata nella sua "spedizione" dal 30 settembre al 31 ottobre 1952 e poi, più volte, fino al 1956. Egli nacque a Napoli nel 1908, da padre ingegnere delle ferrovie e madre maestra elementare. Frequentò il ginnasio a Firenze e il liceo (classico nella sezione moderna, senza il greco, sostituito dal tedesco) a Napoli. Dopo aver frequentato per un anno la facoltà di ingegneria a Torino, studiò filosofia a Napoli dal 1929. Nel 1930 incontrò Vittorio Macchioro, archeologo, storico delle religioni e studioso dell'orfismo. Prestò servizio militare come allievo ufficiale riuscendo nel contempo a proseguire gli studi. 

Dopo la laurea in lettere all'Università di Napoli nel 1932, con una tesi in storia delle religioni sotto la direzione di Adolfo Omodeo, si interessò alle discipline etnologiche. Si iscrisse ai GUF e alla Milizia Universitaria, collaborando a L'Universale di Berto Ricci e facendo circolare in una cerchia ristretta di collaboratori un Saggio sulla religione civile poi rimasto inedito. Alla caduta del regime nel luglio del 1943, De Martino, che aveva intanto maturato forti sentimenti antifascisti, si trovava con la famiglia a Cotignola, nella bassa Romagna e partecipò da rifugiato alla Resistenza, dapprima in provincia di Ravenna poi a Forlì, dove rappresentò il Partito italiano del lavoro alle riunioni del CLN.

Nel 1935 aveva sposato Anna Macchioro, la figlia di Vittorio, con cui ebbe due figlie, Lia e Vera. La relazione con Anna Macchioro entrò definitivamente in crisi nel 1947, quando, durante il suo insegnamento in un istituto magistrale di Bari, conobbe e si legò ad una sua allieva, Vittoria De Palma, che diventò la sua nuova compagna e preziosa collaboratrice. In Puglia ricoprì anche ruoli di responsabilità nel PSI, a Bari e nel Salento.

De Martino fu collaboratore di Raffaele Pettazzoni all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", nell'ambito della Scuola romana di Storia delle religioni. Come ordinario di Storia delle religioni e di Etnologia, dal dicembre 1958 fino alla morte insegnò all'Università di Cagliari.

Pubblicato nel 1959, Sud e Magia è un'opera fondamentale dell'antropologia italiana che analizza il profondo legame tra la cultura popolare del Mezzogiorno – in particolare della Basilicata degli anni Cinquanta – e le pratiche magico-religiose, rifiutando di liquidare queste ultime come semplice ignoranza o superstizione da folklore. 

Al cuore del saggio si trova il concetto teorico di "crisi della presenza", ovvero il rischio costante che l'individuo sperimenta, in contesti di estrema miseria, isolamento e precarietà materiale, di perdere la propria coscienza di soggetto attivo e la capacità di dare un senso alla realtà di fronte a traumi, malattie o forze naturali avverse. La magia si configura quindi come un vero e proprio dispositivo di protezione culturale e psicologica, un ammortizzatore sociale capace di sottrarre l'essere umano dall'angoscia dell'indeterminato; attraverso rituali precisi come la guarigione dall'affascino (la fascinazione o malocchio) o le pratiche contro le fatture, il caos interiore viene incanalato in forme definite, permettendo al soggetto di agire e riscattarsi. De Martino descrive minuziosamente questo mondo arcaico esaminando i rituali protettivi legati alla nascita e all'infanzia, le formule per allontanare i temporali che minacciavano i raccolti e il sincretismo con il cattolicesimo ufficiale, dove santi e liturgie cristiane vengono costantemente assimilati e piegati a fini magici e utilitaristici per la sopravvivenza quotidiana. Nella seconda parte del volume, l'autore adotta una prospettiva storica più ampia, indagando i motivi per cui la razionalità moderna e l'Illuminismo, pur avendo influenzato le élite colte delle città come Napoli, non siano mai riusciti a penetrare nel mondo rurale delle province meridionali; la persistenza del magismo viene così ricondotta al fallimento storico delle classi dirigenti e dello Stato, che hanno lasciato le masse contadine in una condizione di totale subalternità economica e sociale. 

Oltre a Sud e magia (1959), ricordiamo: Naturalismo e storicismo nell’etnologia (1941), Il mondo magico (1948), Morte e pianto rituale nel mondo antico (1958), La terra del rimorso (1961), Furore simbolo valore (1962) e, postumi, La fine del mondo (1977) e Storia e metastoria (1995).

Morì a Roma il 6 maggio 1965.

FONTE: https://it.wikipedia.org/wiki/Ernesto_de_Martino (con tagli)

APPROFONDIMENTI:

Ernesto De Martino tra magia e storia (podcast Rai)

giovedì 11 giugno 2026

La Basilicata moderna. 45. La situazione geo-economica nel 1860

 

FONTE: G. DE LUCA, Il reame delle due Sicilie: descrizione geografica, storica, amministrativa, Napoli, Stabilimento Tipografico dei Classici Italiani, 1860, pp. 320-321.

Materiali didattici. 34. Il telero LUCANIA 61 di Carlo Levi (Rosamaria Nicoletti)

Il grande telero Lucania ’61, oggi esposto permanentemente a Matera, nella sede di Palazzo Lanfranchi, fu commissionato a Carlo Levi dal Com...