giovedì 19 marzo 2020

La Basilicata moderna. 34. Il periodo ferdinandeo (1750-1790)

Dei 128 luoghi abitati della Basilicata borbonica, soltanto 16 non erano più soggetti a giurisdizione feudale , che ancora a fine Settecento interessava l’86% della popolazione. Si trattava, dunque, di una realtà provinciale ancora molto lontana da quanto poteva riscontrarsi in altre province il cui frammentato sistema urbano, unito alla presenza di circa cinquanta famiglie nobili – tra le più potenti del regno – impedivano un esercizio del potere diverso dall’intricato intreccio di privilegi di cui la nobiltà godeva. 
In una società ancora connotata da un’ economia a scarsa circolarità e possibilità di sbocchi, in larga parte di pura sussistenza , emergevano comunque non poche eccezioni che davano un impulso decisivo all’economia locale; accanto all’esercizio di giurisdizioni feudali, ormai quasi del tutto d’ordine laico, quindi, rilevanti presenze di nobiltà provinciale, svolgevano peculiari attività redditizie: i Carelli di Picerno erano proprietari di numerosi immobili, oltre che impegnati nella trasformazione dei loro introiti in una fitta rete di prestiti ; il barone Tommaso Brancalassi di Episcopia forniva di legname (tagliato dai suoi boschi) l’apparato militare napoletano per la costruzione delle navi della flotta regia; Tommaso Mazzaccara, duca di Ripacandida, era proprietario di numerosi beni urbani e rurali, oltre che titolare, nell’area, di vari prelievi fiscali. Fra i deboli nuclei di borghesia terriera e delle professioni, singoli proprietari, erano impegnati nella gestione di consistenti estensioni terriere, di case, greggi, attività di affitti, appalti, arredamenti, nonché talora “nell’uso spregiudicato delle stesse leve dell’amministrazione pubblica ”. Tra i più noti fittavoli vi erano G. F. Miadonna (socio degli Addone di Potenza), i Santoro, i Corbo (fittuari dei Doria). I Lizzadri e i Picardi erano proprietari di case e palazzi. Ma ancora, i Balsamo di Tolve incassavano 926 ducati l’anno per l’affitto di alcune difese comunali; i Barresi-Luparuoli di Marsiconuovo vendevano, ogni anno, alla fiera di Viggiano, circa 60 rotoli di lana; a quella di Padula centinaia di capre, capretti, agnelli, «zimmeri», ricavando, inoltre, cospicui profitti dall’affitto di ampie estensioni di proprietà ecclesiastiche e numerose case. A Senise, Nicolò Fortunato teneva impegnati in commercio di grani 385 ducati, mentre il commerciante F. Cappellano 200 sopra «la potega» . 
Di natura quasi esclusivamente familiare e in genere destinate a soddisfare bisogni di prevalente ambito locale erano le attività secondarie come la lavorazione della lana, della canapa, del cotone e la concia delle pelli, soprattutto a Montemurro e Lauria; ma anche lavori in ferro, specie ad Avigliano, Ruoti, Lagonegro, Spinoso, Sarconi; nonché lavori in terraglia, tintorie, cappelli, tappezzerie, stoffe, specie a Ferrandina. 
Tutt’altro che omogenea dunque, si presentava la società lucana, costituita da una parte, da braccianti, contadini poveri, pastori, artigiani, esili nuclei di massari di piccola e media borghesia professionale, comunque legata alla terra; dall’altra da piccoli, ma potenti gruppi di nobili benestanti, molti dei quali per gran parte dell’anno risiedevano nella capitale del regno, in case di loro proprietà, in genere utilizzate anche per consentire ai propri figli di continuare gli studi. 
A fare da sfondo ad un panorama sociale di tale irregolarità vi era una presenza cospicua del ceto ecclesiastico, che anziché dedicarsi alla cura delle anime, al soccorso dei poveri, all’ausilio degli svantaggiati, si organizzava in un’intricata rete di rapporti economici con l’appellativo di “chiese ricettizie”. Tale quadro di istituzione ecclesiastica, per le modalità di gestione del suo patrimonio, non si differenziava da un’azienda; non solo, «dava indipendenza al clero paesano, lo rendeva esperto più in faccende relative a censi e decime che in questioni di culto divino», ma gli conferiva anche «un senso di immunità nella vita morale e civile» . Il relativo clero, sinonimo nel Mezzogiorno e in Basilicata di «clero litigioso e attaccabrighe, di clero geloso della propria “roba”, poco incline all’obbedienza ve
rso il vescovo e che calcolava gli stessi obblighi religiosi come una rendita» , aveva come «obiettivo prevalente la crescita e la possibile fruizione di beni e rendite della massa comune e con essa dell’entità della propria quota capitolare annuale, peraltro con l’intento di poterla perpetuare per i propri familiari» .
In una società connotata da tale rigidità di sistema, dunque, non c’era posto nella gestione del potere locale, se non per le stesse e poche famiglie che nelle peculiari articolazioni, laiche ed ecclesiastiche, nelle Università e nei capitoli “clerali ricettizi”, continuavano ad occupare posizioni di prestigio ostacolando la circolarità delle cariche e quindi la possibilità di ascesa di quanti rimanevano fuori dal gruppo delle famiglie titolari di un diritto elettivo o estranei alla volontà dei Parlamenti . 
Ma se di immobilismo si poteva connotare la gestione del potere, da parte di chi subiva i soprusi, vi era tutt’altro che un sentimento d’accettazione: non solo le insurrezioni incominciavano ad organizzarsi in irrefrenabili manifestazioni di popolo ma si condivideva la consapevolezza della necessità di un intervento di più ampia portata, in grado di destabilizzare in maniera irreversibile, l’intero sistema. Così, l’associazionismo politico, con la sensibilizzazione da parte degli ambienti più illuminati del regno si tradusse presto in cospirazione dove, a fare da protagonisti, vi erano i nuovi ideali di libertà e giustizia, il cui successo veniva filtrato attraverso i racconti delle operazioni d’Oltralpe. La Basilicata, infatti, non era rimasta fuori dal grande dibattito avviato dalla cultura illuminista napoletana e anche nei piccoli nuclei massonico-giacobini lucani si cominciava a discutere della necessaria modernizzazione delle strutture politico-istituzionali del Regno e soprattutto dell’eversione della feudalità. Il progetto della cultura politica riformatrice portato avanti si poteva così riassumere: «la terra a chi la sapesse far prosperare, il potere a chi ne sapesse saggiamente amministrare gli interessi; un’amministrazione moderna» ed efficiente che garantisse al Regno una posizione più dignitosa nel quadro delle grandi potenze . 
Mentre a Napoli i primi nuclei massonico-giacobini erano riscontrabili nell’Accademia di chimica di Annibale Giordano e Carlo Lauberg, nell’eloquenza dell’abate Antonio Jerocades – il quale, reduce da Marsiglia, teneva «discorsi continui dei progressi dei Francesi, di rivoluzione e degli abusi del governo di Napoli»  – in Basilicata, sorgeva di converso, la Loggia dei Liberi Muratori di Avigliano, che accoglieva gli esponenti più attivi e progressisti (Girolamo Gagliardi, Girolamo e Michelangelo Vaccaro, Carlo e Giulio Corbo, Vincenzo Masi, Andrea Verrastro, i Palomba) e dove si ritrovavano anche esponenti di più piccole logge massoniche lucane come il sacerdote Francesco Antonio Pomarici di Anzi, Vincenzo Verga e Vincenzo Sarli di Abriola (affiliato alla massoneria del cognato Nicola Sassano della Loggia dei Liberi Muratori di Trivigno), Deodato Siniscalchi di Lavello . 

giovedì 5 marzo 2020

Materiali didattici. 52. La storiografia sul 1799 napoletano

La più recente storiografia ha letto le vicende della Repubblica del 1799 come parte di un comune “spazio politico”, che si era venuto a creare in Italia dal 1796, con l’arrivo delle truppe di Napoleone Bonaparte : in questo senso, la Repubblica napoletana non avrebbe costituito un elemento di eccezionalità rispetto alle altre Repubbliche giacobine in Italia, ma, nonostante le peculiarità e le tradizioni del territorio, rientrò in quella grande stagione di libertà che coincise con la campagna d’Italia di Napoleone, in linea con le varie esperienze delle altre “repubbliche sorelle”: basti pensare al fatto che la costituzione redatta da Mario Pagano era molto simile alla costituzione francese dell’anno III, approvata dalla Convenzione il 22 agosto 1795 e ripresa già a Milano, a Genova e, con molte restrizioni, a Roma . In effetti, nemmeno il tentativo di trovare una relativa autonomia rispetto alla Francia o le resistenze popolari al processo di democratizzazione rappresenterebbero dei tratti esclusivi della Repubblica napoletana, perché questi aspetti erano presenti da tempo ai patrioti di tutta la penisola . 
La prima ricostruzione, coeva agli avvenimenti, fu dei cronisti di parte regia, innanzitutto del domenicano Antonino Cimbalo, testimone delle vicende e autore di un Itinerario della spedizione, dato alle stampe nel 1799, che offrì l'eco immediata dei fatti, con un impianto forzatamente cronachistico, limitandosi alla «narrazione sincera di quanti sono stati gli effetti ammirabili nelle gloriose vittorie riportate da quei soldati, che sotto del Reale Crocesegnato vessillo han combattuto». 
Più meditata fu invece l'opera del siciliano Domenico Leopoldo Petromasi, che aveva seguito il cardinale Ruffo dall'inizio della sua impresa ricoprendo la carica di commissario di guerra per le attività logistiche e ottenendo dal re, al termine del conflitto, il grado di tenente colonnello come riconoscimento per l'opera svolta. 
Il carattere di radicale novità del conflitto fu colto, sul versante rivoluzionario, da Vincenzo Cuoco, che nel 1801, esule a Milano, pubblicò il Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli del 1799, nel quale individuava le ragioni del fallimento della Repubblica napoletana nella frattura operata dai giacobini nei confronti della storia e delle tradizioni del Regno e, nel campo “legittimista”, dall'abate Domenico Sacchinelli, estensore delle Memorie storiche sulla vita del Cardinale Fabrizio Ruffo, ma soprattutto da Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa, che nel 1834 raccolse le sue considerazioni nella Epistola ovvero riflessioni critiche sulla moderna storia del reame di Napoli del generale Pietro Colletta
Vincenzo Cuoco aveva partecipato all’esperienza rivoluzionaria napoletana, anche se non senza riserve: nel suo Saggio storico ricostruì le fasi della rivoluzione fino alla caduta della Repubblica, sottoponendole al vaglio di una critica lucida e severa, non priva tuttavia di accenti di commossa partecipazione al sacrificio dei “patrioti” napoletani: Cuoco analizzò le cause del fallimento di quell'esperienza trovandole principalmente nell'intrinseca debolezza di una rivoluzione che egli definì “passiva”, indotta dall'esterno ma non sostenuta da un forte coinvolgimento popolare, ricca di tensioni ideali ma innestata in una realtà politico-sociale inadatta a gestire le istanze libertarie e democratiche, con un giudizio che sarebbe divenuto punto di riferimento obbligato per tutta la storiografia successiva sull’intero Triennio giacobino. Diversi erano i motivi per i quali giudicare “passiva” la rivoluzione a Napoli: in primo luogo la popolazione del Regno non l’avrebbe mai fatta da sé, ma perché “importata” dall’esercito francese occupante, sotto forma di rivendicazioni buone ma estranee ai reali bisogni della popolazione meridionale . 
La posizione di Cuoco può essere considerata distinta e contrapposta a quella di Francesco Lomonaco, che partecipò nel 1799 alla rivoluzione e, in seguito, andò esule in Francia: da questa esperienza nacque il suo Rapporto al cittadino Carnot sulle segrete ragioni e su’ principali avvenimenti della catastrofe napoletana (1800), nel quale Lomonaco credeva che la causa del crollo della Repubblica napoletana si potesse imputare esclusivamente alla politica del Direttorio .
Vincenzo Cuoco e Pietro Colletta, testimoni diretti degli avvenimenti del 1799, fin dall'inizio diedero al dibattito storico un taglio particolare, di ricerca e di meditazione sugli errori commessi dai repubblicani, per dimostrare che la fine della Repubblica napoletana era stata la conseguenza di una rivoluzione accettata «passivamente»: Cuoco, soprattutto, si sforzò di presentare quel fallimento come la conseguenza di sbagli e di circostanze avverse, così da salvaguardare il ruolo dirigente dell'intellettuale e il suo diritto a ergersi come rappresentante della nazione.
La polemica storiografica fra i due opposti schieramenti venne alterata, però, dall'autocensura borbonica, che pose le radici della sconfitta culturale dei “sostenitori del Trono e dell'Altare”: infatti, Ferdinando IV, nel 1801, dopo l'amnistia imposta dai francesi con il trattato di Firenze, proibì la pubblicazione di opere sul periodo repubblicano e sulla spedizione della Santa Fede, cioè su una vicenda che, per quanto vittoriosa, egli considerava legata agli eccessi di una guerra fratricida e il cui ricordo, a suo avviso, non avrebbe fatto altro che rinfocolare rancori nefasti.
Rilevante fu, a cavallo tra Otto e Novecento, la posizione di Benedetto Croce, che considerava il periodo della Repubblica napoletana, seppur molto breve, fondamentale per la nascita di una nuova identità italiana , insistendo soprattutto sul primato dell'elemento attivo, della minoranza pensante, di fronte alla “massa inerte”, pesante e riluttante, e inoltre riconoscendo che, dietro al movimento sanfedista, si nascondeva un sentimento di devozione alla monarchia e di amore e indipendenza nei confronti degli stranieri e delle leggi che cercavano di “imporre” . Croce, del resto - com’è noto -, riconduceva in larga misura la storia del Mezzogiorno d'Italia a quella del suo ceto intellettuale, giungendo a idealizzare i giacobini come una nuova aristocrazia, «quella reale, dell'intelletto e dell'animo» . 
Antonio Gramsci, utilizzando lo stesso procedimento logico, si rammaricava dell'assenza “momentanea” di un'avanguardia intellettuale, proponendo una interpretazione delle insorgenze in chiave di lotta di classe fra contadini e borghesia. Secondo l'ideologo marxista «la città fu schiacciata dalla campagna, organizzata nelle orde del cardinale Ruffo perché la Repubblica [...] trascurò completamente la campagna da una parte, ma dall'altra, prospettando la possibilità di un rivolgimento giacobino per il quale la proprietà terriera, che spendeva la rendita agraria a Napoli, poteva essere spossessata, privando la grande massa popolare dei suoi cespiti di entrata e di vita, lasciò freddi se non avversi i popolani napoletani» . 
Giorgio Candeloro respinse la «tesi della rivoluzione passiva, intesa nel senso puramente negativo della refrattarietà dell'Italia alla Rivoluzione o della non necessità della Rivoluzione in Italia per effetto della precedente opera del riformismo settecentesco» e la recuperò in chiave gramsciana, sostenendo che il giacobinismo italiano non aveva avuto la possibilità di realizzare « quell'alleanza tra città e campagna che era riuscito ad attuare in Francia nel periodo precedente il Termidoro» e che comunque il periodo rivoluzionario ebbe effetti positivi, consentendo «un ulteriore passo avanti della borghesia italiana nel suo complesso [...] la formazione di un movimento patriottico, che tende a spezzare rivoluzionariamente il vecchio ordinamento politico dell'Italia» . 
Nel complesso, queste ipotesi interpretative finirono per ricondurre la storia delle azioni umane quasi esclusivamente all'acume o agli errori dei gruppi dirigenti, ignorando o togliendo valore alla partecipazione popolare e offrendo spiegazioni insufficienti delle insorgenze. In particolare, l'impostazione “classista” cercava invano di accreditare l'idea di una conflittualità sociale molto diffusa in tutta la penisola, che avrebbe sempre avuto gli stessi caratteri in presenza di popolazioni rette da istituzioni diverse, situate in contesti geoeconomici non uniformi e con tradizioni differenti. 
Una spiegazione insoddisfacente fu offerta anche dalla storiografia nazionalistica, fra le due guerre, che vide nelle insorgenze soltanto preziose affermazioni di valori nazionali e, quindi, una reazione allo straniero invasore e non ai principi rivoluzionari, che avrebbero ricevuto migliore accoglienza se presentati in altro modo e in altra circostanza. 
Negli ultimi trent'anni il peso della tradizione crociana, nella versione “rinnovata” dagli innesti gramsciani, ha continuato a stimolare l'attenzione degli storici sugli intellettuali e sul pensiero politico della Repubblica napoletana, ritenuta «un momento fondamentale non solo nella storia meridionale ma nella elaborazione della tradizione democratica italiana» . Anche per altre vie il giacobinismo napoletano ha suscitato interesse: «Gli espliciti o inconfessati sensi di inferiorità del meridionalismo storico potevano attingere alla "Repubblica dei martiri" consolazione e riscatto, speranze per l'avvenire. [...] Aneddotica delle "donne illustri", contadinismo populista e "perdute armonie" cittadine fra aristocrazia e "plebe", facevano e fanno del 1799 una inesauribile fonte di ispirazione letteraria» . 
La recente riflessione storiografica ha analizzato in chiave comparata anche il fenomeno delle insorgenze, lette nel contesto dei mutamenti economici e sociali in atto in varie parti del Regno, dei violenti conflitti municipali provocati dal mutare delle gerarchie tradizionali e dello scontro culturale fra due realtà molto differenti. 
Peraltro, il bicentenario della Repubblica napoletana del 1799 ha fatto registrare un notevole sviluppo di attenzione e di interesse per la letteratura politico-istituzionale relativa all’età rivoluzionaria e napoleonica, a livello centrale e periferico. Al riguardo, un vasto ventaglio di percorsi di studio e di ricerca ha consentito una rinnovata lettura dell’esperienza repubblicana, contestualizzata nel più generale ambito delle Repubbliche giacobine e, in particolare, del 1799 in Italia, sia sul versante rivoluzionario, sia su quello controrivoluzionario. In relazione alla Repubblica napoletana, tra i risultati più significativi è stato certamente il ridisegnato quadro di lettura degli avvenimenti del 1799 in provincia, nell’articolazione politico-istituzionale delle loro espressioni, talora anche con varie analisi comparative dei modi e delle forme assunti, nelle varie province, dalla veicolazione della nuova cultura politica e dal complesso conflitto politico-sociale che caratterizzò le intrecciate fasi della repubblicanizzazione e della derepubblicanizzazione. In questo variegato contesto, emerge chiaramente, comunque, un filo conduttore: la Repubblica del 1799, nonostante la sua breve e convulsa vicenda, non fu solo un episodio astratto, scollato da quello che oggi si definirebbe “Paese reale”, ma un momento fondamentale nell’elaborazione della tradizione democratica e liberale italiana, che avrebbe consegnato, grazie alla memoria degli esuli napoletani, all’Ottocento un nuovo linguaggio politico-comunicativo, un nuovo modo di intendere la “rivoluzione”, non più come astratta progettazione, ma come adattamento fattivo e pratico dell’istanza rivoluzionaria al contesto territoriale.

L'Antica Lucania. 18. Alla riscoperta del sarcofago di Rapolla (Antonio Cecere)

È la storia straordinaria che il Vulture ha da raccontarci sin dai tempi più remoti. Una tappa obbligata nelle significative pagine della storia umana è quella che facciamo oggi a Rapolla, alla riscoperta di un antico sarcofago. 
Fino a non molto tempo fa, lo studio dei sarcofagi riguardava solamente quelli ritrovati in area urbana, con qualche sporadico accenno a rinvenimenti e produzioni da altre regioni italiane. Solo a partire dagli anni '80, si inizia a prendere in considerazione la documentazione, scarsa e sporadica, dei rinvenimenti di sarcofagi da una molteplicità di ambiti regionali relativamente alla documentazione degli insediamenti e delle forme collegate di proprietà. 
All’interno di questa nuova ondata di ricerche fondamentale è lo studio di Ghiandoni sul (cosiddetto) sarcofago di Melfi, un vero e proprio “caso da manuale” rinvenuto, in realtà, nella contrada Albero in Piano in agro di Rapolla (PZ), precisamente nei pressi della fiumara del Rendina, nel maggio del 1856 e conservato attualmente nel Museo Nazionale del Melfese all’interno del castello normanno-svevo della città federiciana. 
C’è da dire, tuttavia, che il sarcofago appena rinvenuto, prima di “approdare” all’attuale ubicazione, venne esposto a Melfi, in quanto sede di Sottoprefettura, per lunghi anni in piazza Municipio senza alcuna precauzione, alla mercé degli agenti atmosferici. In seguito per un altro periodo venne tenuto in uno scantinato del Palazzo Vescovile tanto che tale “aberrazione” viene citata in  un importante volume sulla scultura romana: D.E.E. KLEINER, Roman Sculpture, New Haven 1992, p. 306. 
Scavi effettuati da una missione inglese del 1971, nella stessa zona di Rapolla, hanno portato alla luce alcuni ambienti di servizio di una villa, un piccolo edificio termale con un mosaico in bianco e nero con raffigurazioni zoomorfe nel frigidarium databile al II d.C. Si è proposto, così, di attribuire il sarcofago ai proprietari della villa ritrovata. 
Il sarcofago era ubicato all'interno di un mausoleo, una camera funeraria a pianta quadrangolare di ca. m. 8 x 8 con un basamento di laterizio sul muro di fondo, dell'altezza di ca. m. 1, 30 su cui era posto il manufatto, che faceva parte della villa nel territorio a sud-ovest di Venosa. Il sarcofago era riverso su di un lato e protetto negli altri da muratura in laterizi. Internamente presentava ancora un teschio con tutti i denti, un femore ed alcuni resti ossei. 
Non abbiamo nessuna informazione sul complesso abitativo di Albero in Piano, tuttavia la villa della II fase (150-250 d.C.) scavata a Masseria Ciccotti ad Oppido Lucano può probabilmente fornirci un'idea, seppur soltanto indicativa, dell’imponenza del suo impianto architettonico. 
Si tratta di uno dei più antichi sarcofagi di tipo asiatico a noi noti, datato intorno al 170 d.C. e prodotto in una bottega dell'Asia Minore (il marmo proviene dalle cave di Docimion, in Frigia); è da sottolineare che esso costituisce uno dei tre esemplari rivenuti nel Mezzogiorno d’Italia, importati dall'Asia Minore, senza l’intermediazione della capitale. Sembra cosa da nulla ma si deve tener presente che il totale dei sarcofagi asiatici importati in Italia tra II e III secolo d.C. ammonta a non più di 25-30 esemplari. 
L'acconciatura “all'ultima moda” della donna scolpita nella parte superiore, secondo i canoni della ritrattistica imperiale, si rifà alla capigliatura pettinata secondo il modello di Agrippina Minore, madre di Nerone. Non va sottaciuto, altresì, che probabilmente in questo caso specifico, però, il ritratto sia stato desunto dai modelli iconografici di Faustina Minore, moglie di Marco Aurelio e le sembianze della defunta rappresentata distesa sul letto funebre, come da coperchio del sarcofago, siano state rifinite, su specifiche indicazioni del committente, in un momento successivo. 
Per quanto concerne la Lucania, il caso analizzato del sarcofago di Melfi, in mancanza di un’iscrizione dedicatoria, è stato considerato solo ed eccezionalmente in relazione alla committenza, quale manifestazione di rilevante livello di arte colta con una predilezione per le rappresentazioni mitologiche. Ghiandoni vi ha giustamente identificato, nelle figure rappresentate in nicchie architettoniche sui quattro lati del sarcofago, una sequenza di dei ed eroi con probabili allusioni alla guerra di Troia  e soprattutto sul lato anteriore la raffigurazione della divinità femminile armata che scrive la vittoria sullo scudo, simbolo privilegiato della propaganda imperiale, è, tra l'altro, rivitalizzata nella propaganda di età antonina. 
In via generale le caratteristiche del sarcofago lo connettono ad un personaggio dell'aristocrazia senatoria, per di più appartenente ad una famiglia che aveva contatti privilegiati con la casa imperiale e per il quale non sarebbe senza fondamento ipotizzare rapporti con l'ambiente dell'Asia Minore che giustificherebbe la scelta accordata a un tale sarcofago. A tal riguardo non si esclude la possibilità che potesse trattarsi di un personaggio appartenente alla nota famiglia lucana dei Brutii Praesentes. Come osserva Cervellino, il Dadi e lo Smith identificarono nella giovane scolpita sul coperchio di detto sarcofago, un’appartenente addirittura alla Gens Cornelia, una figlia di Cecilia Metella, consorte di Lucio Cornelio Silla, famiglia trasferita a Venosa all’epoca della colonizzazione romana. 



venerdì 28 febbraio 2020

L'Antica Lucania. 17. Atella: il sarcofago ritrovato (Antonio Cecere)

Nel 1740, nella regione del Vulture, venne ritrovato un sarcofago, di tipo attico con rappresentazione di scena mitologica proveniente precisamente da Atella, che porta sul lato principale una dedica a Metilia Torquata. 
Il sarcofago, lungo 2,5 mt ca. e largo più di 1 mt per un’altezza di 1,12 mt è stato rinvenuto, insieme ad altri reperti archeologici di età romana, in località Serra di Atella all’incirca a 2,5 km a nord-est della città. La scena rappresentata è riconducibile all'epica omerica narrata da Stazio nell’Achilleide e mostra Ulisse che scopre Achille travestito da donna tra le figlie di Licomede re di Sciro, dove era stato inviato dalla madre Teti, nel tentativo di sottrarlo alla spedizione troiana. 
Balza subito all’occhio che il tema decorativo indubbiamente “maschile” della rappresentazione lascia sospettare che la deposizione femminile al suo interno attestata dall'iscrizione non fosse quella inizialmente prevista al momento dell'acquisizione del manufatto o comunque da colui il quale scolpì l’opera. 
Questo sarcofago, proveniente da una delle botteghe attiche che rifornivano la capitale fra II e III secolo, è senza ombra di dubbio e con il supporto di dati prosopografici riconducibile e un personaggio di notevole rango. 
Non sorprende, la Metilia Torquata destinataria del monumento. Il suo nome ricorre spesso nelle epigrafi della vicina Venosa ed  è stata già qualche decennio fa collegata con l'albero genealogico di Erode Attico, indicato con una certa efficacia quale “miliardario antico”, sposato con Annia Regilla (radicata nell'élite canosina e certamente con notevoli interessi fondiari nella zona), a cui, non a caso, l'imperatore Antonino Pio affida la deduzione della colonia a Canusium, a meno di 60 km a nord-est di Atella. Nell'agro della città angioina in un'area ricca di acque compresa lungo la fiumara, affluente dell'Ofanto, doveva trovarsi un praedium dei Metilii con la presumibile villa a cui doveva appartenere il sacello che includeva il sarcofago in questione.


Sulle “sorti” del manufatto dopo il ritrovamento, interessante è lo studio, condotto da Antonio Piacentini di Barile. Il geologo e storico De Lorenzo riferisce che il sarcofago di Atella, trovato nel 1740, nell’ex proprietà De Robertis, prospiciente il “tratturo regio” che portava a Venosa, inizialmente fu deposto nella chiesa di San Nicola, presso la porta cittadina verso Rionero. Durante il suo trasporto in paese su un carro agricolo il pesante blocco di marmo si «ammuccò», cioè si rovesciò di lato, finì nel ruscello Imperatore e si produsse sullo stesso una lesione visibile sul fianco sinistro. Successivamente venne portato a Barile nel palazzo del principe di Caracciolo Torella, di cui i Cittadini erano amministratori. 
L’abate napoletano Domenico Tata (1723-1794), professore di fisica e matematica presso l’Università partenopea, vinto dal desiderio di «vedere la patria di Orazio Flacco», compì nella primavera del 1777, all’età di 54 anni, un viaggio nella zona del Vulture poiché invitato dal principe di Torella, duca di Lavello e signore di Barile, Giuseppe Caracciolo. Il Tata ebbe modo di ammirare e far riprodurre per primo uno schizzo del sarcofago riproponendosi di illustrarlo, una volta rientrato a Napoli. 
Qualche anno dopo Richard Keppel Craven, ebbe modo di ammirare e divulgare la «sensazionale scoperta». Archeologo ed ex ciambellano della principessa del Galles, Keppel Craven, durante il suo viaggio in Basilicata effettuato nel 1832, rimase a tal punto incantato dalla bellezza dell’opera funeraria che decise di farla conoscere a tutti i cultori della materia, inviando il suo disegno all'Istitut de Correspondance Archeologique. 
Anche il Lombardi fece eseguire un disegno che inviò all'Istituto, ma con qualche variante. Infine, l'archeologo e numismatico francese Raoul Rochette e successivamente lo studioso prussiano Panofka (nel 1852), uno dei direttori del museo di Berlino, scrissero delle recensioni per far conoscere in tutto il mondo il sarcofago, divenuto ora, anche un po’ di Barile. 
Il Sarcofago di Atella rimase oltre un secolo in una delle stanze del palazzo signorile del principe Caracciolo «custodito più che dal guardiano del palazzo, da uno degli Antenati del Principe, che ritrattato in tela, si stava in quella medesima stanza e il cui volto severo mettea terrore in chiunque affissava in esso gli sguardi». 
Nel 1889, lo storico Angelo Bozza conferma la presenza del sarcofago nell'antico palazzo baronale divenuto di proprietà della famiglia Cittadini. In seguito, su sollecitazione del Sindaco di Barile, preoccupato circa lo stato conservativo del reperto, venne poi venduto da Antonio Cittadini, nel 1897, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e classificato al n. 124325 della IX sala. 
Oggi, per un anno, dopo ben 123 anni, è tornato a casa, tra i sette colli del Vulture, ed è ospitato in via del tutto eccezionale all’interno del Museo Archeologico Nazionale del Melfese nei locali al piano terra del castello di Melfi.

giovedì 27 febbraio 2020

Il Mezzogiorno moderno. 10. Dalla campagna romana all'anarchia militare

Nel febbraio 1798 un incidente diplomatico provocò l’occupazione dello Stato pontificio e la successiva proclamazione della Repubblica romana (15 febbraio 1798). Il papa Pio VI fu arrestato ed esiliato in Francia, mentre a Roma veniva promulgata una costituzione che, sul modello di quella francese del 1795, affidava il potere esecutivo a cinque consoli e il potere legislativo a due assemblee, il Senato e il Tribunato. La crisi di Bonaparte in Egitto, lo scarso numero di contingenti francesi nel territorio italiano, la pressione dell’Inghilterra e soprattutto l’istituzione della Repubblica romana, ai confini del Regno, indussero Ferdinando IV a sferrare un attacco contro l’esercito francese stanziato nel Lazio . 
In novembre truppe del Regno di Napoli comandate dal generale austriaco Mack occuparono la città, ma nel mese successivo i francesi, al comando del generale Championnet, la riconquistarono. Si trattava dell’ultimo “colpo di coda” borbonico alla rivoluzione, che determinò un rapido innescarsi di eventi che avrebbe portato alla proclamazione della Repubblica napoletana: una serie di eventi, dunque, rapida e imprevista, che fu avvertita come rapido ed incisivo prodromo alla rivoluzione già dagli stessi “patrioti” che, del resto, avevano coscienza di quale rapido sviluppo avesse avuto la rivoluzione nel Regno fin dal cruciale 1789.
Luigi Blanch, di parte moderata, forse il più acuto degli storici napoletani della prima metà del secolo XIX, descrisse l'impatto delle idee sovversive sugli abitanti del Regno di Napoli, che, quando conobbero «la morte del re e le persecuzioni alla religione e ai suoi ministri, acquistarono una profonda antipatia, che si poteva senza esagerazione denominare odio, per le nuove massime e pei suoi partigiani» . Agiva in loro un radicato sentimento di “nazionalità”, che «rappresentava il proprio modo di essere, le abitudini, i costumi e le credenze. Conservarle era indipendenza e libertà, perderle schiavitù. [...] Perciò l'invasione dei Francesi della rivoluzione dava al governo un appoggio che esso non avrebbe trovato forse contro i Francesi di Luigi XVI né contro gli Austriaci o gli Spagnuoli, che avessero invaso il regno e cambiato la dinastia» .
Quando, nel novembre del 1798, dopo aver conquistato Roma e lo Stato Pontificio, l'esercito rivoluzionario invase il Regno di Napoli, la «monarchia napoletana - scrisse Croce -, senza che se lo aspettasse, senza che l'avesse messo nei suoi calcoli, vide da ogni parte levarsi difenditrici in suo favore le plebi di campagna e di città, che si gettarono nella guerra animose a combattere e morire per la religione e pel re, e furono denominate, allora per la prima volta, “bande della Santa Fede”» .
In seguito al ritiro delle truppe napoletane, guidate da Mack, il 21 dicembre 1798 la famiglia reale abbandonò la città di Napoli per fuggire verso la Sicilia: il Regno, affidato a Francesco Pignatelli in qualità di Vicario generale, rimase privo di risorse finanziarie in quanto il re, prima della fuga, aveva saccheggiato i Banchi pubblici , mentre gli stessi poteri del Vicario venivano contestati dagli Eletti della Città, i quali, sostenendo di essere i soli rappresentanti legittimi del Regno in assenza del sovrano, nominarono il 30 dicembre una “deputazione del buon governo” alla quale, tuttavia, il Vicario riconobbe soltanto la funzione di organizzare una milizia urbana . 
Il 12 gennaio 1799, intanto, Francesco Pignatelli sottoscriveva con il generale francese Championnet l’armistizio di Sparanise, con il quale cedeva la fortezza di Capua e si impegnava a donare agli avversari la somma di due milioni e mezzo di ducati: il popolo considerò troppo oneroso il peso dell’armistizio e insorse, nominando come comandanti Girolamo Pignatelli, principe di Moliterno e Lucio Caracciolo, duca di Roccaromana, mentre il Vicario, il 16 gennaio, fuggiva a sua volta verso la Sicilia. Durante la rivolta popolare furono aperte le carceri e, oltre ai detenuti comuni, furono liberati anche i “patrioti”, che subito costituirono un comitato che si mise in contatto con gli esuli al seguito di Championnet guidati da Carlo Lauberg e, contemporaneamente, riuscì a concordare un’azione congiunta con i generali del popolo Moliterno e Roccaromana . 
Il generale Championnet, per aggirare le resistenze del Direttorio nei confronti di un inaspettato trionfo, aveva dichiarato che il suo ingresso a Napoli dovesse essere necessariamente preceduto dalla creazione di un governo repubblicano. Il Mezzogiorno d’Italia non rientrava nei piani del Direttorio, che invece preferiva lasciare al loro posto i sovrani vinti per poterli sfruttare finanziariamente, piuttosto che incentivare la nascita di Repubbliche con progetti di indipendenza . 
I rivoltosi si impadronirono di Castel Sant’Elmo e, il 21 gennaio 1799, proclamarono la Repubblica, fornendo così il “pretesto” richiesto da Championnet: il 23 gennaio le truppe francesi entravano a Napoli e dovettero impegnarsi a fondo per domare la resistenza; soltanto dopo tre sanguinose giornate il generale Championnet potè annunciare la vittoria al Direttorio, elogiando il comportamento valoroso dei napoletani: 

nessun combattimento fu mai così ostinato, nessun quadro così orribile. I lazzaroni, questi uomini meravigliosi, quei reggimenti stranieri e napoletani scampati dall'esercito, che era fuggito innanzi a noi, chiusi in Napoli, sono degli eroi. Si combatte in tutte le strade, il terreno è disputato palmo a palmo, i lazzaroni sono comandati da capi intrepidi. Il forte di Sant'Elmo li fulmina, la terribile baionetta li atterra, essi ripiegano in ordine, tornano alla carica .

Tra le cause del crollo della monarchia borbonica, oltre all’incidenza degli esuli, che avevano accumulato un patrimonio di esperienze rivoluzionarie in Francia e nell’Italia settentrionale, ci fu innanzitutto un crollo militare dei Borbone: la leva obbligatoria, infatti, aveva incontrato molte resistenze, soprattutto tra le popolazioni già colpite da carestie e, inoltre, il peso della guerra gravava soprattutto sui contadini e gli artigiani, in quanto era possibile essere esentati dalla leva dietro versamento di denaro. Le truppe avevano, d’altra parte, scarsità di armi e servizi e la cavalleria non era stata ancora organizzata ai primi di ottobre del 1798, cioè all’indomani della guerra .