giovedì 10 giugno 2021

La Basilicata moderna. 39b. La rivolta del 1647 in Basilicata: sviluppo e conseguenze

Protagonisti incontrastati dei vari punti di rivolta rimasero di fatto, quasi ovunque, locali capipopolo, non sempre, peraltro, in raccordo, nella stessa seconda fase, con il Governatore Generale delle armi in Basilicata, il dottore in “utroque jure” Matteo Cristiano, di ricca famiglia gentilizia di Castelgrande, che – com’è noto - fu tra i protagonisti di prima fila – su diretta investitura del duca di Guisa – dell’iniziativa e dell’azione sul territorio, in Basilicata e nelle province contermini, lungo la parabola della “Real Repubblica Napoletana”.
Già da metà luglio del ’47, e dunque in sostanziale sintonia temporale con gli avvenimenti nella Capitale, in varie realtà locali della Basilicata si susseguirono tumulti e sollevazioni popolari via via snodatisi, nel loro insieme, secondo moduli ricorrenti in provincia, dalle insurrezioni spontanee contro i feudatari alle occupazioni di terre da parte dei contadini, a veri e propri saccheggi e razzie promosse e compiute dai capipopolo. Così, ad esempio, a Miglionico, dove larga parte della popolazione rifiutò di pagare le tasse, assediando il feudatario, principe della Salandra, tenuto prigioniero in un monastero per costringerlo a rinunziare all’esazione dei fiscali. D’altra parte a Montescaglioso si susseguirono tumulti contro gli agenti della locale famiglia feudale, mentre nella stessa città regia di Lagonegro, tra i pochi centri che non videro direttamente coinvolti i locali amministratori, rimasero trascinati nella protesta popolare esponenti del locale clero ricettizio. Nel mese di agosto si aggiunsero sollevazioni a Grottole ed a Marsico, la cui popolazione diede l’assalto al locale palazzo del principe Pignatelli, catturando 14 uomini ai quali fu tagliato il capo sulla pubblica piazza, minando, nel contempo, con un barile di polvere il palazzo baronale, né risparmiando le case degli appaltatori di gabelle. D’altra parte, se a Latronico, incendiato il palazzo baronale, furono uccisi a colpi di scure il conte Revischiaro e il fratello, nella vicina Carbone, tra i pochi centri - come si è detto- a feudalità ecclesiastica, fu tagliata la testa ad un monaco del locale monastero basiliano. Nel contempo, a Bernalda furono occupate terre della Certosa di Padula e nella vicina Matera, ancora in Terra d’Otranto, la sollevazione popolare costò la vita ad un esattore delle imposte, mentre il regio consigliere Luigi Gamboa fu costretto a riparare a Ferrandina e la civica amministrazione a sopprimere le gabelle. Di più peculiare rilevanza fu, nel contempo, la rivolta promossa a Vaglio, presto capeggiata dal conte Francesco Salazar che, scarcerato a Napoli, si unì presto a Matteo Cristiano, con l’obiettivo di trasformare le rivolte locali in movimento rivoluzionario più generale. Così, mentre le loro truppe si spingevano verso il confine pugliese, ulteriormente allarmando i baroni che da Minervino, il 21 novembre, annunciavano al viceré che in Basilicata c’era ormai un “gran numero di popolazione sollevata”, le bande guidate da Vincenzo Pastena, fratello di Ippolito, assediavano, il 6 dicembre, Melfi e il Griffo, ufficiale dell’armata di Matteo Cristiano, giungevano a Montalbano, sul versante jonico. Si aggiungeva la sollevazione della popolazione di Tricarico, ad iniziativa del capopopolo Vincenzo Vinciguerra, e il saccheggio di Pisticci. Cosicché, in un crescendo di realtà locali via via conquistate alla causa dell’affrancamento dal potere feudale, a fine gennaio del 1648 Matteo Cristiano raggiungeva direttamente Matera, dove fu festosamente accolto. 
Da tale postazione strategica, rispetto a Terra d’Otranto e Terra di Bari, nonché forte del controllo militare dei centri abitati più rilevanti della provincia di Basilicata, ormai quasi fulcro del sistema offensivo della Real Repubblica, Matteo Cristiano e Francesco Salazar furono nella condizione di puntare su Altamura, da dove il primo si sarebbe poi mosso in direzione dell’importante piazza navale di Taranto e il secondo di Gravina, anche per l’affiorare delle prime discordie fra i due, presto trasformatesi in rottura, con conseguenti riflessi sugli esiti stessi del loro più generale piano strategico.
In effetti ancora una volta in significativo parallelismo con il conflitto di poteri che si andava manifestando nella capitale, anche in aree provinciali di decisiva importanza strategica come quelle battute dal Cristiano, un intreccio di rivalità e conflittualità spesso alimentate anche da un oscuro sottobosco di piccole e grandi ambizioni personali, concorse non poco a complicare notevolmente la stessa gestione militare delle faticose conquiste della Real Repubblica. Il che, in aggiunta alla persistente, generale, fragilità delle forme e dei modi di coordinamento politico e amministrativo fra centro e periferia, nonché al mancato raccordo tra cosiddetta “guerra contadina” e movimento localmente promosso dagli stessi amministratori delle Università, meglio concorre a far leggere i tempi e la varietà dell’articolato processo di “derepubblicanizzazione” in provincia, oltre che la crisi stessa della breve esperienza repubblicana napoletana ben prima dell’ingresso trionfale degli Spagnoli a Napoli, il 6 aprile del 1648.
Comunque, nella storia della Basilicata la rivolta del 1647-48, che in vari casi vide anche sindaci ed amministratori locali guidare i contadini nei pur episodici sommovimenti contro i privilegi feudali, segna il punto più alto della lotta antifeudale combattuta con le armi, evidenziando, per la portata delle popolazioni coinvolte e per gli obiettivi a base del movimento, una svolta negli obiettivi politici delle forze in lotta, pur solo in parte riconosciutesi nell’anello istituzionale di base, le amministrazioni locali appunto. 
Se rispetto alle attese contingenti e di base i risultati non furono quelli sperati, non c’è dubbio che proprio la rivolta del ’47-48 concorse in modo rilevante ad accelerare la scelta di dare alla provincia di Basilicata un’Udienza stabile sul proprio territorio, individuando, di lì a pochi anni, nella città regia di Matera, ancora in Terra d’Otranto, la sede più adeguata per tale fondamentale istituzione dopo un ventennio di peregrinazioni (da Stigliano a Tolve, a Potenza, a Vignola, a Montepeloso) a causa dell’opposizione dei vari feudatari locali, che fermamente respingevano la presenza di un potere statale forte nell’ambito dei territori ove esercitavano la propria giurisdizione.

giovedì 3 giugno 2021

La Basilicata moderna. 39a. La rivolta del 1647 in Basilicata: le premesse

Tra i fattori che nel 1647-48 concorsero a connotare la Basilicata per un livello di lotta antifeudale ampiamente partecipata e diffusa sul territorio, nonché più duratura che altrove, nelle stesse province, fu certamente l’ancora marginale fragilità della presenza statale sul suo territorio, la debolezza strutturale della stessa organizzazione feudale (pur a fronte dell’enorme portata del suo irrobustito e diffuso potere), il gravoso stato di sofferenza del suo complessivo sistema universitario, peraltro su un territorio caratterizzato da una frazionatissima rete di piccoli luoghi abitati, ancora per oltre il 90% ricadenti in ambiti territoriali a giurisdizione feudale.
Del resto, come risulta efficacemente evidenziato nelle stesse Descrizioni del Regno più attente agli elementi identitari portanti dei territori provinciali, il contesto politico-istituzionale della Basilicata, ancora negli anni Quaranta del Seicento, e nonostante gli indirizzi perseguiti dal governo spagnolo di dotare le province di un’amministrazione istituzionalmente forte, il contesto politico-istituzionale della Basilicata risultava connotato da una robustissima presenza feudale non bilanciata da adeguata rete periferica del potere centrale, in modo particolare rispetto alle articolazioni relative ai comparti della giurisdizione civile e criminale e della difesa militare, mentre prevalente, fra le funzioni proprie assegnate alle province, era quella della fiscalità. 
Un contesto provinciale, quello lucano, privo fino agli anni Quaranta del Seicento, persino di un’autonoma Udienza sul proprio territorio, nonché di città di particolare importanza strategica a governo regio. Assenza, dunque, di un’entità istituzionale, concreta e percepibile, referente di indirizzo unitario di governo del territorio, tanto più precondizionante alla luce della più generale mancanza, nel rapporto Centro-periferia, di un organismo di coordinamento politico, oltre che amministrativo, delle varie funzioni delegate periferiche, da ricondurre, per il periodo considerato, allo spazio e ai caratteri particolari della mediazione amministrativa nel Mezzogiorno, che era ben presente alla pratica politica del governo centrale, notoriamente attento a non oltrepassare le proprie sfere d’azione , nel rispetto proprio di quel particolarismo tradizionale che caratterizzava lo stesso terreno della conflittualità sociale.
Cosicché, in realtà provinciali come, appunto, la Basilicata particolarmente difficile continuò ad essere la coesistenza di esercizio dei vari poteri locali, largamente egemonizzati dalla robustissima rete feudale, prevalentemente connotata da media e grande signoria, in cui alcuni importanti complessi feudali esprimevano ancora situazioni di prossimità territoriale con stati feudali di altre province, concentrati tra le più grandi famiglie del Regno. A ciò si aggiunga la certo più marginale, ma peculiare, presenza della feudalità ecclesiastica, sia quella riconducibile a titoli vescovili, sia quella esercitata da ordini religiosi. 
Si consideri, nel contempo, che eccezion fatta per pochi, più consistenti, centri abitati, ove la rappresentanza istituzionale universitaria era ufficialmente determinata dall’organizzazione cetuale in seggi, nella quasi generalità delle terre e città la nomina degli amministratori locali scaturiva, certo, dai parlamenti cittadini, che, però, di fatto si limitavano ad accettare quelli indicati dal barone nelle terre feudali o dal rappresentante del potere e centrale in quelle demaniali, che – come si è detto – erano numericamente ridottissime. 
Inoltre, per la contemporanea, capillare, presenza di una peculiare struttura ecclesiastica quale la chiesa-azienda ricettizia, gli stessi locali capitoli clerali erano caratterizzati da assetti di governo fortemente corporativi, espressione di un clero particolarmente attento alla crescita della sua quota capitolare, oltre che interessato a conservare inalterato l’equilibrio dei poteri. 
Cosicché, quasi ovunque, nei centri abitati lucani, oltre e accanto al robusto esercizio, diretto e indiretto, del potere baronale, poche altre famiglie, attraverso la presenza di propri componenti nel governo delle università e nei locali capitoli clerali ricettizi, continuavano a solidamente controllare gli stessi processi di elezione delle rappresentanze istituzionali di base, pur nel quadro di contesti a diffusa conflittualità sociale. 
Si trattava, dunque, di un’ancor più peculiare dimensione di assetti di poteri periferici, oggettivamente funzionale alla conservazione di lungo periodo dello status quo, all’interno del quale solo marginalmente si era riusciti a scalfire nel tempo il più forte e incisivo potere feudale, verso il quale pur continui e via via più conflittuali si erano già in più occasioni manifestate posizioni e azioni condotte sia da parte degli amministratori locali, sia da parte dei capitoli clerali ricettizi, interessati, com’erano, i primi alla riduzione di pesi e prestazioni varie (dati i magrissimi bilanci universitari), i secondi, che guardavano a Napoli più che a Roma, a difendere con i denti i propri patrimoni e le proprie, autonome, prerogative statutarie. 
La crisi, generale e locale, via via accentuatasi nei primi decenni del Seicento, vide moltiplicati i suoi effetti in una realtà socio-economica come la Basilicata, rendendo tra l’altro ancora più sofferente la condizione finanziaria delle Università, che, già caratterizzate da un “atrasso” pari al 53%, rispetto ad una media nel Regno di poco superiore al 37%, disponevano ormai di scarsissime entrate, per di più rivenienti per ben l’83% da tassazioni sui beni di prima necessità. Il che in aggiunta agli effetti delle varie forme di vera e propria offensiva feudale più intensamente esercitata in questa fase sul piano del diritto e sul terreno della pressione tributaria, diretta e indiretta, si tradusse presto in generalizzato stato di malessere economico e sociale dei microcontesti urbani e rurali, facendo assumere alla rivolta del 1647-48 in Basilicata dimensioni di largo trascinamento sociale e con prevalente dimensione di lotta antifeudale, ma che, come altrove, non riuscì a tenere insieme l’iniziativa e l’azione dei contadini con quella direttamente promossa e condotta dagli stessi amministratori locali. 

giovedì 27 maggio 2021

Bibliografie essenziali. 39. I Francescani in Basilicata (Rosangela Restaino)


P. Coco, I Francescani in Basilicata. Introduzione, “Studi Francescani”, n. s. XI (XXII), n. 3 (1925): pp. 283-318; 
Id., I Francescani in Basilicata, “Studi Francescani”, n. s. XII (XXIII), n. 2(1925): pp. 200-215 ovvero Registrum Bullarium Provinciae Observantis Basilicatae
Id., I Francescani in Basilicata. Documenti inediti, “Studi Francescani”, n. s. XIII (XXIV), n. 2 (1927): pp. 181-216; 
Id., La riforma francescana in Basilicata: appunti e documenti, “Studi Francescani”, IV, n. 29 (1932): pp. 343-362; 
M. A. Bochicchio, L’origine e lo sviluppo della regolare osservanza in Basilicata 1472-1593 (Firenze 1977); 
Francescanesimo in Basilicata, Atti del Convegno (Rionero in Vulture, 7-10 maggio 1987), a cura di C. Bove – C. Palestina – L. Pietrafesa (Napoli 1987); 
Insediamenti francescani in Basilicata. Un repertorio per la conoscenza, tutela e conservazione, voll. 1-2 (Matera: Basilicata Editrice, 1988); 
C. Cenci, Itinerario in Puglia e Basilicata per la visita canonica dei Minori osservanti negli anni 1487-1488, “Bollettino Storico di Terra d’Otranto”, 4 (1994): pp. 85-106; 
L. Pellegrini, I Frati minori in Basilicata: un’eccezione da interpretare, in Storia della Basilicata a cura di G. De Rosa - A. Cestaro, vol. 2. Il Medioevo, a cura di C. D. Fonseca (Roma-Bari: Laterza, 2006); 
C. Biscaglia, I Frati Minori e le Clarisse in Basilicata nei secoli XIII-XIX (Galatina: Congedo editore, 2016).

giovedì 20 maggio 2021

La Basilicata moderna. 37. Alphonse Bernoud e le prime foto della Basilicata dell'Ottocento (G. Ferrari)

Quando nella notte del 16 dicembre 1857  uno dei più disastrosi terremoti della storia sismica italiana devastò e portò la morte in un’ampia area del Vallo di Diano e dell’alta Val d’Agri, probabilmente anche Alfonse Bernoud a Napoli sentì violentemente il terremoto. Giusto il tempo che si sapesse, dalle prime frammentarie notizie, la drammatica gravità dell’evento e Bernoud senza indugio si preparò a intraprendere la prima campagna fotografica di un terremoto mai realizzata al mondo. Fra la fine di dicembre 1857 e gennaio 1858 compì tre spedizioni per documentare le distruzioni causate dal terremoto.
Con la liberalizzazione della dagherrotipia da parte di François Arago, annunciata a Parigi il 19 agosto 1839, nacque l’arte della fotografia, la tecnica per dipingere con la luce. Un gran numero di operatori muniti di tutti gli strumenti necessari varcò le Alpi per cercare di diffondere nelle città italiane non solo la “divina scoperta”, ma anche per avere un’affermazione economica e commerciale, sfruttando tempestivamente i grandi entusiasmi suscitati dallo “specchio dotato di memoria” come lo aveva definito, con molta proprietà e con espressione quanto mai felice, Oliver Wendel Holmes. D’altra parte le fotografie delle città d’arte e dei monumenti italiani avrebbero rappresentato una fonte sicura di guadagno fuori dall’Italia. Nato nel 1820 a Meximieux (Lione), Jean Baptiste (in arte Alphonse) Bernoud verso il 1845 giunse in Italia per intraprendere il “mestier nuovo” e raggiunse ben presto una fama tale da divenire il fotografo della corte reale borbonica e poi del re d’Italia, Vittorio Emanuele II di Savoia. Dopo aver operato per anni in diverse città tra cui Genova, Firenze, Livorno, Siena e Roma, dal luglio 1858 Bernoud si stabilì a Napoli. In quel periodo egli mise a punto un nuovo metodo per colorare i dagherrotipi così reclamizzato: “Ritratti fotogenici all’acquerello. Metodo nuovo e tutto speciale di Alphonse Bernoud professore di fotografia”. Le prove fino a ora rintracciate (un dagherrotipo stupendo è conservato nella collezione Malandrini degli archivi Alinari) sono sempre di altissimo livello. In questi anni Bernoud raggiunse una grande qualità tecnica e partecipò ad alcune esposizioni in Italia (Toscana 1854) e all’estero Parigi (1855 e 1857) dove venne premiato con due ambitissimi riconoscimenti. Sull’onda di questa giusta notorietà Bernoud si portò prima a Roma dove quasi sicuramente scattò molte fotografie, anche in formato stereoscopico, dei monumenti più importanti di questa città e poi a Napoli, che divenne la sua sede operativa più importante, dove aprì due atelier. A seguito della fama raggiunta per la sua abilità tecnica e artistica esplicata nell’esecuzione di ritratti e di vedute, ebbe un’affermazione ampia e incondizionata nel pubblico napoletano e soprattutto nell’ambiente assai vivace e internazionale della corte borbonica. A Napoli Bernoud rivelò tutta la sua complessa personalità. Oltre a una straordinaria dinamica di spostamenti, da un luogo a un altro per essere al posto giusto nel momento giusto, Bernoud ebbe la sottile capacità di intuire i fatti salienti del suo tempo dei quali fu spettatore e cronista. Egli non conobbe ostacoli: aiutato da una robusta salute e da una prestanza fisica eccezionale poté affrontare con relativa facilità i disagi dei viaggi lungo tutta la penisola o recarsi all’estero. Per questo suo contatto frequente con l’estero, Bernoud fu tra i primi in Italia ad introdurre le novità fotografiche e tutti i miglioramenti apportati alla tecnica fotografica, in quegli anni di grande evoluzione. Nel campo della stereoscopia Bernoud fu un vero pioniere, come testimoniano le sue vedute effettuate con questo mezzo. Come tutti gli stereoscopisti di quel periodo, egli in un primo momento impiegò una sola macchina scattando prima un’immagine e, dopo uno spostamento di pochi centimetri, pressappoco come a distanza pupillare, la seconda immagine.
Appresa la notizia del terremoto del 16 dicembre, fra il 21 e il 22 dicembre, Bernoud partì per una prima ricognizione, come testimoniato da una lettera di raccomandazione al Ministro della Polizia borbonica:

“recasi in cotesta Provincia il fotografo Signor Alfonso Bernoud, al fine di ritrarre delle vedute su’ luoghi di disastri che hanno testé desolato le contrade della Basilicata. […] la prego che a quest’ultimo Signor Bernoud vengano usate tutte le agevolazioni” (Lettera di Trojano Folgori al direttore del Ministero della Polizia generale, Napoli 20 dicembre 1857).

Partire per una campagna fotografica a quel tempo era molto impegnativo sia dal punto di vista tecnico e logistico sia dal punto di vista delle autorizzazioni e della sicurezza personale. Le fotografie venivano realizzate su lastre fotografiche con l’uso di ingombranti e pesanti macchine fotografiche di legno, metallo e vetro ottico. Le operazioni di inserimento delle lastre fotografiche negli appositi caricatori (chassis) dovevano avvenire al riparo della luce sotto apposite tende. Per questo Bernoud aveva con sé un aiutante con uno zaino che riportava la scritta “A. Bernoud Photographe”. Questo zaino figurava spesso nelle fotografie e rappresenta una sorta di firma anti-pirateria, come diremmo oggi. 
Muoversi con questa attrezzatura era già complicato in condizioni normali, figuriamoci in zone impervie dell’entroterra lucano devastato dal terremoto e insicuro per non rari episodi di brigantaggio. Nonostante ciò, Bernoud fu in grado in pochi giorni di spingersi fino ai paesi più colpiti del Vallo di Diano (Lucania occidentale o interna) e rientrare il 28 di dicembre a Napoli.
Le prime immagini divennero famose soprattutto attraverso il settimanale parigino L’Illustration, che le pubblicò il 9 gennaio 1858 in una corrispondenza inviata da Napoli dal giornalista e scrittore Marc Monnier, con notizie dettagliate della grave calamità. Per poterle pubblicare, le fotografie dovettero essere trasformate in incisioni. Così Monnier ricorda la prima missione di Bernoud:

“Un fotografo di grande abilità, il Signor Bernoud […] è accorso immediatamente nella città distrutta. È ritornato ieri (28 dicembre) con parecchie fotografie stereoscopiche sviluppate in gran fretta: vi invio le più caratteristiche.” (L’llustration, Journal Universel 9 gennaio 1858).

Fra la fine di dicembre 1857 e la seconda metà di gennaio 1858 Bernoud completò le sua campagna fotografica, spingendosi ad Auletta, Atena Lucana, Tito, Vignola (Pignola), Paterno, Marsico Nuovo e Potenza. Alcune di queste fotografie furono pubblicate dall’llustration e sull’Illustrated London News.
Con il supporto di un finanziamento di 150 sterline da parte della Royal Society di Londra, il 27 gennaio 1858 l’ingegnere irlandese Robert Mallet partì dalla capitale inglese per studiare il terremoto che aveva devastato alcune aree interne del Regno di Napoli. Mallet arrivò a Napoli il 5 febbraio 1858, quando Bernoud aveva già portato a termine ben tre ricognizioni fotografiche esponendone i risultati in uno dei suoi studi. In quei giorni, oltre a trovare accompagnatori, attrezzature e viveri per il suo viaggio, Mallet vide le immagini di Bernoud che trovò, pur artistiche ma di scarsa utilità per la scienza. Ottenuto finalmente il permesso di proseguire verso l’interno del regno, il 10 febbraio Mallet partì per le zone colpite dal terremoto. In una lettera del 18 febbraio a Charles Lyell, Mallet spiegò l’importanza che il mezzo fotografico avrebbe potuto avere per la sua missione scientifica e, rammaricato di non aver potuto portare con sé un fotografo, chiese all’amico di intercedere presso la Royal Society per un ulteriore finanziamento di 50 sterline al fine di  affidare a “un signore francese” oppure a un altro eccellente fotografo a Napoli, la documentazione fotografica degli oggetti e delle vedute che lui reputava interessanti e di cui stava stilando un elenco.

Sarebbe valsa una qualsiasi somma se avessi potuto portare con me un fotografo come avevo tanto desiderato – un signore francese è stato in alcuni dei paesi ma le sue vedute sono di scarsa utilità per la scienza – il modo migliore sarebbe stato di poterlo dirigere al momento della veduta da riprendere – spesso sarebbe di parti degli interni – di statue o di immagini e di altri oggetti spostati o scagliati ecc.  Io ho fatto un elenco strada facendo degli oggetti principali e delle vedute di quelli che sarebbero ancora molto interessanti da fotografare, e ho l’intenzione ritornando a Napoli entro circa otto giorni da oggi di tentare di accordarmi sul contratto con il francese per ripercorrere le mie tappe e fotografare queste vedute.  Robert Mallet  (Lettera di R. Mallet a Ch. Lyell, Tramutola 18 febbraio 1858).

L’eccellente fotografo di cui parla Mallet è certamente Bernoud, mentre il “signore francese” con cui prese accordi è dimostrato essere Claudio Grillet (ma che Mallet cita come Grellier, probabilmente confondendo il nome), di cui scrive il 6 marzo 1858 a Lyell che “si era già recato nelle Province (e allo stesso tempo e in alcuni dei luoghi in cui ero stato)”. Eppure, delle 156 fotografie che Mallet utilizzò nel redigere il suo Rapporto (Mallet 1862), almeno 57 sono di Bernoud  (Bechetti e Ferrari 2004). Quelle allegate al manoscritto del Rapporto, conservato presso la Royal Society di Londra, sono le prime fotografie degli effetti di un terremoto, oltre che di molti dei paesi ritratti. In particolare, costituiscono i primi documenti scientifici per la nascente sismologia e un rilevante patrimonio di informazioni grazie al quale oggi è possibile ricostruire molte delle trasformazioni paesaggistiche intercorse negli ultimi 160 anni.
Le fotografie allegate al manoscritto del Rapporto di Mallet si possono dividere in due gruppi a seconda del formato: il primo gruppo è composto da 36 foto monoscopiche, realizzate su commissione di Mallet, da C.Grillet, mentre le restanti 120 sono stereoscopiche montate su cartoncini di vario tipo e attribuibili solo in parte a Bernoud in maniera certa, anche se le foto furono tutte commissionate da Mallet a Grilllet. Si è ipotizzato che Grillet, non riuscendo a completare un così complesso e rischioso reportage fotografico, abbia spedito a Mallet anche foto di Bernoud, rendendole anonime. Ma non del tutto, infatti in alcune delle fotografie compare l’assistente di Bernoud con uno zaino sul quale è scritto chiaramente “A.Bernoud Photographe”.
Bernoud fece molte più foto stereoscopiche di quelle presenti nella collezione conservata alla Royal Society di Londra. L’archivio privato di Salerno, in particolare, conserva la più completa raccolta di foto di Bernoud del terremoto del 1857 finora reperita e comprende 71 fotografie stereoscopiche numerate dallo stesso Bernoud. Lo studio comparato delle fotografie di Bernoud note e delle 120 immagini stereoscopiche allegate al manoscritto del Rapporto di Mallet ha permesso di identificare alcuni elementi distintivi dello stile fotografico dell’illustre fotografo francese: la frequente presenza dello zainetto con la scritta “A.Bernoud Photographe” e di persone chiaramente in posa, il cartiglio firmato, le annotazioni sul fronte in lingua italiana. Inoltre, 18 delle fotografie allegate al Rapporto di Mallet coincidono con altrettante foto note di Bernoud. Per contro, le foto verosimilmente realizzate da Grillet per Mallet sono prive di persone e il cartiglio è anonimo, mentre le scritte sono sempre in francese. È così risultato che 57 fotografie (48%) sono attribuibili a Bernoud e 38 (32%) a Grillet, mentre le restanti 25 non sono risultate attribuibili sulla base dei parametri a disposizione.


giovedì 13 maggio 2021

Bibliografie essenziali. 38. Il terremoto del 1857 in Basilicata (Rosangela Restaino)

  • L. DEL RE, Lettera al “Giornale del Regno delle Due Sicilie” (17 dicembre 1857), in Studio, su base macrosismica del terremoto della Basilicata del 16 dicembre 1857, a cura di A. BRANNO – E. ESPOSITO – A. MURTURANO – S. PORFIDO – V. RINALDIS, “Bollettino della Società dei Naturalisti di Napoli” (1983), pp. 249-338
  • G. RACIOPPI, Sui tremuoti della Basilicata nel Dicembre 1857, “L’Iride”, a. II, n. 41 (Napoli 1858)0.
  • N. CARAMEL, Il terremoto lucano del 1857 e la nascita della sismologia, articolo online www.storiain.net.
  •  M. LEGGERI, I terremoti, in Potenza Capoluogo (1806-2006), (S. Maria Capua Vetere: Edizioni Spartaco, 2008), vol. I, pp. 29-41.
  •  M. BARATTA, I terremoti d’Italia (Torino 1901)
  • Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 461 a.C. al 1990, a cura di E. Boschi – G. Ferrari – P. Gasperini – G. Valensise (Bologna: ING-SGA, 1997)
  • E. GUIDOBONI, I terremoti del passato: dati preziosi per la sismologia e la storia dei luoghi. L’aquilano come caso di studio, “Rendiconti Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL – Memorie di Scienze Fisiche e Naturali”, 127 (2009), vol. XXXIII, parte II, t. I, pp. 177-201, bibliografia pp. 199-201
  • G. FERRARI, I terremoti nella storia: il terremoto del 16 dicembre 1857 in Basilicata, uno dei più distruttivi della storia sismica italiana, articolo online https://ingvterremoti.wordpress.com/2014/
  • E. GUIDOBONI – G. FERRARI – D. MARIOTTI – A. COMASTRI – G. TARABUSI – G. VALENSISE, Catalogue of strong earthquakes in Italy (461 B.C. – 1997) and Mediterranean Area (760 B.C. – 1500). An Advanced Laboratory of Historical Seismology, INGV-SGA, articolo online http://storing.ingv.it/cfti4med/
  •  E. GUIDOBONI – G. FERRARI, Il grande terremoto del 16 dicembre 1857 e gli effetti di altri eventi sismici nel Vallo di Diano e nella Val d’Agri, in Viaggio nelle aree del terremoto del 16 dicembre 1857, a cura di G. Ferrari (Bologna 2004-2009), vol. 1, pp. 111-186
  •  R. MALLET, Il terremoto Napoletano del 1857. Primi principi di Sismologia Osservazionale, ristampa anastatica e traduzione di Great Neapolitan earthquake of 1857, in Mallet’s Macroseismic Survey on the Neapolitan earthquake of 16th december 1857, a cura di E. Guidoboni – G. Ferrari (Bologna: SGA, 1987)
  • Viaggio nelle aree del terremoto del 16 dicembre 1857: l’opera di Robert Mallet nel contesto scientifico e ambientale attuale del Vallo di Diano e della Val d’Agri, a cura di G. Ferrari, voll. I-II (Bologna: SGA, 2004)

giovedì 6 maggio 2021

Personaggi. 21. La banda Masini di Marsicovetere

Con l’Unificazione, sancita dai Plebisciti del 21 ottobre, i contrasti non erano pacificati. Anzi, dopo le sommosse legittimiste, sembrò che si ravvivassero simpatie borboniche, anche perché, di fatto, a partire dal 1861 i più colpiti sul piano dei danni alle persone e alle proprietà furono specialmente le famiglie liberali benestanti, che da subito avevano aderito alla rivoluzione unitaria ed erano stati premiati dal Governo Prodittatoriale con cariche di sindaco o di capitano della Guardia nazionale. 
Già nel 1861 nel territorio di Marsicovetere si costituì una banda composta da Giuseppe Parisi Pezzullo, Giuseppe Varallo “Pazzo” e Berardino Galotta, mentre, nello stesso anno, la banda di Angelantanio Masini, detto “Cinoccolo”, Giuseppantonio Nigro detto “Masciorino”, Nicola Masini e Antonio Curcetti, di Paterno, sequestrò Giuseppe Cutinella.
L’anno dopo, Nicola ed Angelantonio Masini furono processati per aver assaltato Nicola Durante ed Ignazio Logiovine a scopo di estorsione; Angelantonio Masini, tra l’altro, risulta essere il capo della banda, favoreggiata da Francesco Nasca, Domenica Sangone, rea, tra l’altro, di incitamento alla prostituzione, Maria Rosa Marinelli, Nicola Nigro: la banda si rese colpevole anche di un sequestro, ai danni di Francesco Saverio Fratantuono, e di rapina a mano armata contro Michele Amato e Martino Conti.
Proprio Angelantonio Masini, nato nel 1837 a Marsicovetere, aveva disertato dall’esercito borbonico nei mesi della rivoluzione del 1860, costituendo una banda di circa novanta componenti. Tra essi numerose donne, quali Maria Rosa Marinelli, contadina, già dal 1862 amante del capobanda, o ancora la vivandiera Reginalda Rosa Cariello, ventiquattrenne contadina di Padula, rapita da un brigante del proprio paese e che vestiva come un uomo: la Cariello sarebbe stata assolta nel 1865 per mancanza di prove, quindi condannata in appello a 4 anni; Filomena Cianciarullo, rapita dal cugino di Masini, Nicola “Colicchione”, dal quale ebbe due figli, il secondo dei quali partorito in carcere, nel 1866 e condannata a 3 anni. 
La banda si spinse fin nel Vallo di Diano ed ebbe numerosi scontri con la Guardia Nazionale. Nel 1862, ad esempio, il Masini sconfisse, proprio a Marsicovetere, la Guardia Nazionale di Anzi, comandata da Francesco Pomarici. La banda Masini imperversò, nel giro del triennio 1861-1864, anche nel territorio di Marsiconuovo e di Calvello, rendendosi colpevole di «grassazione, percosse, maltrattamenti con minaccie nella vita» ed arrivando addirittura ad assaltare le Regie Poste. Questo, anche con la connivenza di numerose famiglie - tra le quali i Votta di Marsiconuovo e la stessa cugina del capobanda, Caterina Giampietro, «imputata di manutengolismo» - e in raccordo, a partire dal 1864, con la banda del brigante Parise e, fino al 1864, con la banda Cianciarulo di Marsiconuovo, giungendo anche ad attentare alla vita del sindaco Alessandro Gianpietro.
Eppure, un episodio curioso testimonierebbe una pur primitiva “fede” della banda Masini alla Madonna di Viggiano, che nel 1863 inviò alla Chiesa madre viggianese un’offerta di 70 piastre, certamente dopo aver disperso un reparto di carabinieri e di guardie di Armento. Addirittura, in agro di Paterno, la banda Masini riuscì a disperdere, nell’agosto di quell’anno, un reparto dell’LXXX Reggimento Fanteria, per poi dirigersi su Marsiconuovo, dove, tra il 20 ed il 21 ottobre, fu massacrato, nel convento cappuccino, il padre guardiano:

Nè i briganti avevano riguardo a carattere religioso o ad innocente età, perchè le bande riunite di Masini, Scoppettiello e dei Corletani in compagnia di quella di Giuseppe Antonio Franco, che si aggiravano fra i circondari di Potenza e Lagongeo, ed in una parte della confinante provincia di Salerno [...] nel bosco di Pierfaone, verso Marsico, sequestrarono ed uccisero Padre Antonio di Tolve, Guardiano dei Cappuccini del monastero di Marsico. 


Il territorio d’azione della banda Masini, comprese dapprima la val d’Agri tutta, per poi spingersi fino a Terra d’Otranto, passando per il Materano, il Lagonegrese ed il Vulture-Melfese, teatro di numerosi scontri con le forze italiane. Il Prefetto Veglio di Castelletto, nel 1864, descrisse al generale Lamarmora ed al generale Avenati lo scontro fra la banda e un drappello misto di componenti della guardia nazionale e di carabinieri in perlustrazione nel territorio di San Mauro. L’esito del conflitto, ad appannaggio del Masini, riportò ben sette uomini seviziati ed uccisi a sangue freddo dopo la cattura ad opera dello stesso.
Come conseguenza di questo episodio cruento vi fu l’aggiornamento della taglia del Masini, che passò dalle 9.000 alle 12.000 lire, consegnando alla storia il Masini come il terzo brigante più pericoloso di Basilicata, preceduto solo da Carmine Crocco - taglia di 20.000 lire - e Giuseppe Nicola Summa, detto «Ninco Nanco» - taglia di 15.000 lire. Probabilmente questo fu l’apice della parabola criminale del Masini, considerato un pericolo pubblico e che poteva contare su di una numerosa ed agguerrita banda a cavallo ed i favori di molteplici manutengoli, sparsi nel territorio lucano e non. Difatti, l’azione della banda, grazie all’aiuto di compiacenti famiglie, si spinse sino al tenimento di Sala Consilina, dove la famiglia Acciari accolse nel proprio palazzo Rosa Maria Marinelli e Filomena Cianciarulo, quest’ultima in stato di gravidanza, trattate con tutti gli onori del caso; la stessa famiglia regalò al Masini un cannocchiale di estremo valore, ordinato ad un rivenditore specializzato di Napoli. 
L’escalation della banda Masini ebbe, infatti, un durissimo colpo quando, il 22 maggio 1864, Masini fu colto di sorpresa nei piani dell’Avellana, subendo perdite rilevanti ad opera dei bersaglieri: decimata la banda, Angelantonio Masini fu ucciso nella sera del 20 dicembre 1864 nel territorio di Padula, nella masseria del manutengolo Gerardo Ferrara, in un'imboscata tesa dalla Guardia Nazionale del posto, comandata da Filomeno Padula, e da un reggimento di fanteria del regio esercito, guidato dal capitano Francesco Fera. Con il Masini era la Marinelli, che, riuscì a fuggire saltando sui tetti delle case vicine. La Marinelli vagò di notte sfuggendo ai briganti che aveva sempre seguito, sino a raggiungere Padula, dove il sacerdote, Don Luigi Parente, incaricò Nunziato Laino di Paterno, a ricevere la fuggitiva. La mattina seguente, si sarebbe costituita. 
Maria Rosa Marinelli era nata a Marsicovetere nel 1853, figlia di Angelo e Domenica Langone. La famiglia non versava in condizioni agiate e dunque sin da piccola la Marinelli lavorò come filatrice e bracciante agricola. Il padre, inoltre, fu accusato di essere un manutengolo. La relazione fra lei ed il Masini fu considerata da alcuni come un rapporto di sottomissione della Marinelli nei confronti del capobrigante, altri invece sottolineano la volontà della stessa a seguire il bell’Angelo Antonio, così come emerge dalla testimonianza dello zio materno Stefano Langone, nella quale durante il processo che si tenne nei confronti della madre Domenica Langone e dello zio Francesco Nasca, accusati di aver favorito la prostituzione della giovane proprio con il capo banda Masini, emerge una figura consapevole e decisa a voler seguire ed intraprendere il brigantaggio. A dar forma e sostanza a questa tesi è il secondo ed ultimo processo al quale partecipò la Marinelli, questa volta da imputata, al termine della sua vita da brigantessa, accusata di complicità nello stupro di Augustalia Aliano, grassazioni, sequestri di persona, assassinio del frate Antonio da Tolve e ruberie varie.
Con la morte del capobrigante, la sua banda venne decimata e i suoi giustizieri vennero decorati ed onorati. Filomeno Padula ricevette un premio di 2.857 lire mentre Francesco Fera ricevette un'onorificenza dell'ordine militare di Savoia e fu elogiato dal ministro della guerra Agostino Petitti di Roreto. La sua banda, priva di guida, si costituì nel giro di pochi giorni. 
Dopo la morte del Masini, il processo che ne seguì scagionò la Marinelli, che, difesa dal sottotenente Antonio Polistina, ricevette l’assoluzione nel 1865. A salvarla, comunque, da morte certa per i crimini commessi fu la sua decisione di rinnegare tutto ciò che era sempre stata, fuggendo da quelli che, sino alla morte del Masini, erano stati i suoi compagni e trovando rifugio nel clero. Sino alla fine la figura di Maria Marinelli risulta dunque essere controversa, rivestendo comunque un ruolo di primo piano nella vicenda del brigantaggio legata a Marsicovetere ed alla banda Masini, sicuramente alla luce del rapporto tra questa ed il capobrigante.
Nicola Masini, detto Corchione o Chirchirru, numero due della banda e parente e complice del capobanda, cercò inutilmente di ricostituire la banda ed operò qualche sortita criminosa fino alla piana di Santaloia, nel territorio di Tito, ma, fallito il tentativo, si costituì il 12 gennaio del 1865 e, processato il 24 aprile, fu condannato a vent’anni di lavori forzati.

FONTI:
ARCHIVIO DI STATO DI POTENZA, Atti e Processi di Valore Storico, vol. 232, fasc. 7;  vol. 233, fasc. 1, vol. 307, fasc. 24; vol. 308, fascc. 4-5, 7-8¸ vol. 350, fascc. 5-6; vol. 371, fasc. 3; vol. 392, fascc. 18, 19, 21-25; vol. 365, fasc. 8.
M. Restivo, Ritratti di brigantesse. Il dramma della disperazione, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 1997.
F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Milano, Feltrinelli, 1964.

giovedì 22 aprile 2021

Personaggi. 26. Medici potentini a fine Ottocento

Giovanni Paladino fu il massimo esponente di quella cultura medico-scientifica profondamente radicata a Potenza e stimolata, a partire dai tardi anni Sessanta del XIX secolo, dall’operato di Federico Ferdinando Gavioli che, imparentato con gli Addone, aveva aperto un Dispensario Oftalmico e, dal 1869, era stato eletto componente del Consiglio Sanitario Provinciale e Comunale. Gavioli aveva fondato un mensile, «La Lucania Medica» che, ancorché durato per soli 12 numeri, espresse notevoli interessi nel campo chirurgico ed epidemiologico, ospitando anche contributi di Michele Lacava e di medici calabresi. 
Tra i suoi collaboratori anche Paladino. Egli, nato nel 1842, coetaneo di Grippo e Branca, visse da ragazzo gli eventi del 1860, che avrebbe ricordato nel 1911, da senatore, in un articolo de «Il Lucano» per il cinquantenario dell’Unità d’Italia.  Di Paladino, comunque, si può ricordare il giudizio di Vincenzo Marsico nei suoi Medici Lucani: «fu il più insigne fisiologo ed istologo del tempo […]. Si deve a ragione ritenere il fondatore della Fisiologia moderna a carattere sperimentale». 
Questo suo interesse può essere ricondotto, probabilmente, alla conoscenza con il medico Bonaventura Ricotti, cultore di Scienze Naturali e insegnante di Storia e Geografia nel Liceo potentino, che nel 1861 scrisse una breve memoria sull'insurrezione lucana, forse nota a Paladino, che pare riecheggiarla.
Della generazione successiva a Paladino furono i fratelli Giuseppe Ferruccio Montesano (nella foto a sinistra), nato nel 1868, assistente effettivo a Roma nell'Istituto di Igiene e di Psichiatria, rinomato psichiatra e Deputato Provinciale di Basilicata, o Vincenzo Montesano, nato nel 1874, anatomopatologo e batteriologo, nonché specialista in dermatologia. 
O ancora, Giovanni Pica, nato nel 1860, medico provinciale ed autore, nel 1889, di un’inchiesta sulle condizioni igienico-sanitarie della Basilicata; proprio Pica, nel 1906, in occasione dei festeggiamenti per il centenario dell'elevazione di Potenza a capoluogo della Basilicata, scrisse, per il numero speciale del periodico "Il Lucano", un pezzo in cui affrontava la questione dell'emergenza igienica in città a seguito del sovrappopolamento postnapoleonico. 
Infine, va ricordato Edoardo Salvia, classe 1858, docente, a Napoli, di Semeiotica e Diagnostica, oltre che di Pediatria chirurgica e pioniere nell'ortopedia, genero del professore Carlo Gallozzi, Rettore coreggente dell'Università di Napoli  negli anni 1902-1903.

La Basilicata moderna. 39b. La rivolta del 1647 in Basilicata: sviluppo e conseguenze

Protagonisti incontrastati dei vari punti di rivolta rimasero di fatto, quasi ovunque, locali capipopolo, non sempre, peraltro, in raccord...