giovedì 23 gennaio 2020

31 GENNAIO 2020 Presentazione del volume del prof. Carmine Pinto


Il 31 gennaio 2020, a Palazzo Fortunato a Rionero in Vulture, un evento straordinario per presentare  La Guerra per il Mezzogiorno del prof. Carmine Pinto. Una cornice significativa in una città fortemente interessata dagli eventi di quegli anni. 
Una serata fortemente voluta dal nostro blog e dall’UniLabor di Rionero in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, Editori Laterza, Mondadori Potenza e Libreria Ermes. 
VI ATTENDIAMO


La Basilicata contemporanea. 33. Eugenio Azimonti in Val d'Agri

In agro di Marsicovetere, all'inizio del XX secolo, operava Eugenio Azimonti, lombardo di nascita e lucano di adozione, nato a Cerro Maggiore, in provincia di Milano, il 31 dicembre 1878. In questo periodo, infatti, l’attuazione della legge speciale sul Mezzogiorno voluta da Zanardelli dopo la ricognizio-ne sul campo in Basilicata comportò anche per Marsicovetere una svolta decisa e netta per la modernizzazione soprattutto nella predisposizione di programmi organici di sviluppo per la difesa del territorio e la bonifica, nonché l’utilizzazione di risorse come boschi e acque. Uomini come Pasquale Indrio, Eugenio Azimonti, Nicola Miraglia si impegnarono in questi settori. 
Azimonti si inserì, infatti, in quella schiera di tecnici che operarono nel Mezzogiorno e per esso, contribuendo allo sviluppo dell'agricoltura . Proprio Azimonti introdusse l'allievo Manlio Rossi-Doria in casa di Giustino Fortunato, da cui sarebbe partito per approdare ad una radicale revisione dei metodi di analisi della nostra agricoltura e, più in generale, dei problemi del Mezzogiorno concretizzatasi in seguito con la costituzione, a Portici, del Centro di specializzazione e ricerche economi-co-agrarie per il Mezzogiorno. 
Del resto molti anni dopo, Rossi-Doria avrebbe commentato la sua amicizia con Azimonti: «So di avere avuto in lui più che un maestro e di aver maturato in Val d'Agri l'apertura necessaria a comprendere anche gente diversa da me» . 
Azimonti rimase molto colpito dal viaggio del bresciano Giuseppe Zanardelli in Basilicata nel 1902 e, nel 1905, accettò l'incarico di Direttore della Cattedra di Potenza e operò negli ambienti meridionali, dove prestò la sua opera di tecnico, agricoltore, politico e meridionalista per circa un quarto di se-colo. Si stabilì nella frazione di Pedali, l’odierna Villa d'Agri. Qui costituì una propria azienda agraria e iniziò le collaborazioni con «L'Unità» di Salvemini e il quindicinale napoletano «L'Agricoltore del Mezzogiorno». 
Con l’azienda agraria sperimentò ed accrebbe le conoscenze tecnico-pratiche: «prese in fitto e diresse la grande azienda agraria dei baroni Piccininni e alloggiò nel palazzo che era già stato dei Filangieri, dei Caracciolo e, poi, dei De Palma» . Egli stesso, nel 1909, si sarebbe occupato di indagare le condizioni seguenti all’emigrazione in specifica in-chiesta, pubblicata nel 1909 in qualità di delegato tecnico, in cui agli analizzava le condizioni del territorio e dell’economia agricola in base alla ricerca sul campo . 
La relazione Azimonti sulla Basilicata è stata tenuta presente nelle successive inchieste pubbliche e private di carattere agrario, sociologico e demologico, sia per la suddivisione zonale della regione, sia per la descrizione particolareggiata delle condizioni di vita e di lavoro dei contadini .
Tale ricerca sfociò, come detto, nella collaborazione a riviste, tramite la quale Azimonti diede maggiore incisività a quella che considerò sempre una missione, ossia liberare, di fatto, l'agricoltura del Mezzogiorno dall’immobilità ed inefficienza che gli venivano attribuite, dimostrando, con i fatti, che dietro la sua arretratezza si celavano fattori ben più seri .
A Marsicovetere, nel 1924, su insistenza del prefetto Spadavecchia, Eugenio Azimonti accettò dapprima di ricoprire la carica di commissario prefettizio e, due anni dopo, accettò di divenire podestà di Marsicovetere , carica che mantenne fino al 1930. In quell’anno, infatti, Azimonti si dimise per evitare ulteriori inasprimenti nella già calda lotta tra fazioni e notabili del paese. Tuttavia, in quello stesso 1930, la casa di Azimonti a Pedali e l’abitazione del nuovo podestà furono sottoposte a perquisizione per rinvenire carte e lettere riguardanti Rossi Doria, appena condannato a quindici anni di carcere per propaganda comunista: Rossi Doria, infatti, era stato ospite di Azimonti nelle estati dal 1926 al 1929 . La perquisizione non diede esito e, anzi, Azimonti ne uscì come un personaggio «di ordine e molto equilibrato», esponente, come detto, di quei «cultori di agraria e tecnici agricoli» che aveva dato vita ad un «fondo modello» .

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:
Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia, V. Basilicata e Calabria, t. 1, Basilicata, Relazione del delegato tecnico Eugenio Azimonti, Roma, Ber-tero, 1909.
M. Rossi-Doria, La gioia tranquilla del ricordo. Memorie, 1905-1934, Bologna, Il Mulino, 1991.
R. Giura Longo, Dall’Unità al fascismo, in G. DE ROSA-A. CESTARO (a cura di), Storia della Basilicata, 4. L’Età contemporanea, a cura di G. De Rosa, Roma-Bari, Laterza, 2002.

giovedì 16 gennaio 2020

La Basilicata moderna. 33a. Fra’ Antonio Maria Pallotta da Genzano e il terremoto del 16 dicembre 1857 (Rosangela Restaino)

Del sopralluogo nei conventi colpiti che, con paterna sollecitudine e “non curando né freddo, né fiumi, né monti, né tutti i pericoli immaginabili”, fra’ Antonio aveva pensato di compiere, considerando poi che “la nostra venuta non avrebbe potuto far altro, che aggiungere inu/tili lagrime al vostro pianto, inutile duolo alla vostra afflizione…” e assicurando “che al più presto possibile saremo tra voi, se il Signore ci conserverà in vita; come ci ha conservato per pura sua divina misericordia”, egli compì in realtà la sola visita a Santa Maria del Sepolcro a Potenza: “E già ci recammo a Potenza; ma quando (triste rimembranza!) vedemmo in quel Convento, che il quarto, il quale meno ispirava orrore era un corridoio caduto; quando vedemmo quei Frati afflitti, avviliti, sparuti, gittati a terra, come chi da immenso duolo è accorato; ah, sì! ci avvilimmo noi pure, e (lo confessiamo) ci scoraggimmo (sic). Poterono pure quei Frati darci animo, poterono dirci: oh! fac/cia Iddio, abbiamo la Chiesa quasi salva; il Sangue preziosissimo di Gesù Cristo qui ci vuole; Egli farà in modo, che col tempo, con la pietà dei Potentini, e più colla munificenza del nostro Gran Re Ferdinando II° (Deo Gratias) si giungerà a ristorare, ed a riergere due corridoi almanco”.

Nel 1847, esattamente dieci anni prima del terremoto, Cesare Malpica, giunto a Potenza durante il suo itinerario in Italia meridionale, aveva visitato il convento e la chiesa di Santa Maria così descrivendoli: “Il cenobio è tutto nitidezza come il cuore del Santo fondatore dell’ordine. La chiesa è decente, come tutte quelle dell’ordine. Noi saliamo a inchinare il P. Lettore e Provinciale Luigi da Laurenzana. Le sue stanze contengono una biblioteca mirabile per la scelta e per il numero delle opere e per la qualità delle edizioni; più un gabinetto di macchine pregevolissime. Vi convengono magistrati e letterati a ingannar le ore con piacevoli colloqui. E il buon romito accoglie tutti con franca cordialità”.
Si noti il rilievo dato da fra’ Antonio alla presenza nel convento potentino dell’altare che tutt’ora ospita la reliquia del Preziosissimo Sangue di Gesù Cristo. Reperita nel 1278 a Gerusalemme da Ruggero II Sanseverino, vicerè di Carlo I d’Angiò re di Napoli, la reliquia di Terra mixta cum sanguine Christi fu donata alla chiesa collegiata di Sant’Antonino di Saponara (oggi Grumento Nova, PZ) con atto del 24 settembre 1284, a noi noto nella trascrizione che ne fece Giovanni Battista Pacichelli. A seguito di un’aspra e plurisecolare contesa tra il clero saponarese e i vescovi di Marsico, nel 1647 il vescovo di Potenza Bonaventura Claverio si recò, come inviato del papa Innocenzo X, a Saponara e qui chiese ed ottenne una parte dell’insigne reliquia. Passati i moti di Masaniello, la reliquia, custodita privatamente dal Claverio, fu destinata alla chiesa dei Riformati di Santa Maria del Sepolcro, restaurata e abbellita con il soffitto ligneo della navata principale commissionato dallo stesso Claverio. Nel 1656 venne ultimato il sontuoso altare destinato ad accogliere la reliquia che, la mattina del 4 giugno, fu solennemente portata in processione dalla Cattedrale di San Gerardo. Nell’atto rogato per l’occasione dal notaio Gerardo Caporella, il vescovo predispose un triplice sistema di chiusura della custodia le cui chiavi consegnò alla Cattedrale, ai Riformati e alla famiglia Loffredo, feudataria della città di Potenza. La reliquia poteva essere esposta ai fedeli soltanto il Venerdì Santo. Il 16 novembre del 1886, su iniziativa di Giovanni Maria Sanna Solaro, il vescovo Tiberio Durante permise una ricognizione della reliquia costituendo una commissione che raccogliesse le testimonianze e i documenti che la corredavano. Nel frattempo, il 25 novembre 1717, la reliquia rimasta a Saponara era stata trafugata e si era persa per sempre: Ippolita Spinelli, moglie del conte di Saponara Luigi Sanseverino, la sostituì con una seconda, ugualmente portata da Ruggero nel 1284, che l’8 ottobre 1730 fu trasferita nella chiesa madre di Saponara. Alla protezione del Preziosissimo Sangue i Potentini ricorsero in occasione di varie calamità: la peste del 1656, i nubifragi agostani del 1773, i fatti del 1799. La presenza di questa reliquia scongiurò la sconsacrazione della chiesa e il suo passaggio completo al demanio dello Stato. Nel 1886 essa fu affidata dal Demanio al Municipio e quindi all’Arciconfraternita di San Nicola proprio perché in Santa Maria sorgeva l’altare ospitante la sacra reliquia. Per la ricostruzione del convento di Santa Maria del Sepolcro a Potenza il ministro provinciale, come leggiamo, fa affidamento alla pietà dei cittadini e alla munificenza dell’autorità regia poiché non ritiene sufficienti le entrate dei propri possedimenti. Scrive infatti: “Forseché (sic) avremmo potuto disporre di somme piccole, o grandi, che le si tolsero? avremmo potuto invertire le rendite annuali dei nostri feudi a beneficio delle nostre Case rovinate?... Dio buono!... Deh, potessero le forze quanto il cuore desidera!”
Oltre agli interessanti riferimenti allo stato di distruzione materiale in cui versavano i conventi della sua provincia, la lettera di fra’ Antonio contiene un’ampia sezione dedicata alla denuncia della noncuranza e rilassatezza morale che il sisma, quale manifestazione della giusta ira divina, aveva fatto emergere in alcuni frati. Qui il tono della missiva si allinea, anticipandole, alle espressioni usate da Pio IX nella Cum nuper sopra citata. Dopo aver richiamato i suoi frati a un severo esame di coscienza sostenuto, più che dalla paura, dal salutare timor di Dio, il ministro provinciale aggiunge: “È questa, è questa per noi, forte chiamata del Signore; è questa chiamata a penitenza; è questa chiamata all’adempimento dei nostri doveri; è questa chiamata all’observanza della S. Regola, che professiamo; è questa chiamata, che deve farci tremare, perché minaccia di presentarci in un subito, ed impreparati innanzi al trono di Dio, che vede tutto, conosce tutto, penetra nei nostri pensieri, si addentra fin nei più profondi segreti del nostro cuore, e tutto esamina, e tutto giudica, e tutto piacevolmente premia, ed inesorabilmente punisce”. Si domanda poi, inizialmente escludendo questa ipotesi, se possa esservi qualcuno tra i frati che sia disinteressato alla propria salvezza eterna: “Ma se pure (per una lontanissima ipotesi) taluno ci fosse […] noi saremmo costretti a riconoscere in lui non un figlio di Francesco di Assisi, ma un anatema, un riprovato, un membro reciso della casta Sposa di G. Cristo, la nostra Cattolica Chiesa”. Si tratta “di alcuni, i quali […] ci han dato a dividere la loro dispiacenza di rimanersi nel luogo della disgrazia, la loro poca curanza della rovinata casa, e la loro poca carità verso i disgraziati, chiedendo disposizioni, ed Ubbidienze per altri Conventi, ed anche per la propria famiglia!” A questi pusillanimi senza cuore, fra’ Antonio oppone “quei buoni P. Guardiani, e […] tutti quei buoni religiosi, che dopo la disgrazia, si rassegnarono ai voleri di Dio, e si diedero di premura ad osservare i danni ricevuti, ed a mettervi quel riparo, che la stagione permette, onde le fabbriche scosse non vadano a deperire, ed i Frati non manchino dell’abitazione necessaria”. Il ministro provinciale implora su “questi Padri […] questi Frati buoni, che neppure una parola di dispiacere han proferito, e che han cercato non di fuggire la casa del lutto, ma di dar coraggio ai deboli, di assistere gl’infelici, che tra le ruine chiedevano il sollievo della Religione, e di non rendere deserta la casa della loro Ubbidienza, anzi di racconciarla, di preservarla alla meglio da ulteriori danni […] con tutta l’effusione del nostro cuore […] dal Cielo tutti i beni di che il Signore suol esser largo ai veri figli del nostro S. Patriarca”. Quanto ai primi, prega il Signore “che ulteriori pene non mandi alla loro colpa, e che eccitatili a pentimento, li renda degni della sua misericordia!”
Sul finire della sua circolare, come già si è detto, fra’ Antonio Maria da Genzano notifica ai conventi della sua provincia la lettera del ministro generale che richiama tutti i religiosi ad una più stretta sequela della regolare osservanza e al rispetto delle costituzioni generali dell’Ordine e dei Regolamenti. “Vogliamo che dei 7 (sic) articoli ivi notati, ciascun Guardiano ne trascriva i primi cinque, che immediatamente riguardano l’andamento religioso della Comunità, ed insieme ai Regolamenti in ogni mese li faccia leggere in pubblica mensa. Vogliamo pure, che esattamente, ed alla lettera siano osservati; e noi ne prenderemo conto speciale nella Santa Visita, e saremo scrupolosi nel punirne i / trasgressori, e mandarne relazione speciale al P. Ministro Generale in Roma”. Di quali mancanze si tratti, il ministro provinciale di Basilicata fa cenno già nella sua prima lettera circolare laddove scrive: “Eppure (non conviene tacerlo) forse qualcuno di voi potrà dirci: e dov’è, Padre mio, così esatta, così pura, così splendida, ed in fiore la regolare osservanza? Ed è poi come / ci dite, così bene osservata e praticata in questa Provincia la Santa Regola professata? […] Non vedete, voi forse, che molti, per non dire tutti i Frati non amano più l’altissima povertà? Che vogliono dormire non dico sopra una nuda tavola, o su di un pagliariccio, usando a capezzale un sasso aspro, e duro, ma vogliono servirsi di materassi di lana, e di morbidi origlieri? E non vedete che tutti vanno calzati a genio loro? Che non danno un passo senza prima avere pronti i mezzi di trasporto convenienti più ai bisogni del secolo, che ad un povero Frate Minore? Dov’è più osservato quell’aureo precetto della nostra santa Regola, precetto che la riassume nella sua massima parte = Fratres nihil sibi approprient, nec domum, nec locum, nec aliquam rem? Dov’è più quell’obbedienza pronta, ilare, e disappassionata, la quale dev’essere il distintivo, la caratteristica di un buono, e, se si vuole, bene educato Religioso? Dov’è più quel riserbo, che un Frate debbe (sic) professare per fatti, che nel Chiostro si succedono, pei detti, che tra loro si scambiano? Dov’è quella prudenza, quella evangelica carità nel coprire, e nello scusare i difetti, ed i mancamenti del proprio fratello?” Prima delle richieste di suffragi per i frati e i loro parenti morti a causa del terremoto, leggiamo un appello che, stante la tragica situazione descritta, può sembrarci paradossale. Il ministro provinciale scrive: “Raccomandiamo poi caldamente ai Padri Guardiani per le loro Comunità, ed a ciascun frate in particolare, la compra delle opere, notificate dal medesimo Padre Ministro Generale. Chi volesse farne acquisto, ce ne scriva al più presto, affinché potessimo in uno commetterle ai Padri, che nella Circolare sono indicati. Valga lo stesso pel piccolo Breviario, che sta per uscire alla luce”. L’invito ai conventi e ai singoli religiosi a provvedere all’aggiornamento delle proprie collezioni librarie, significativo in quanto proveniente da un ministro provinciale lettore emerito di sacra teologia e di sacra eloquenza, può essere collocato nello sforzo di mantenere un elevato livello negli studi e nella preparazione delle nuove leve, nonché inquadrato nella preoccupazione, che lo stesso Pio IX manifestò di lì a poco, di contrastare i “propagatori di perverse dottrine”. “E poiché si pubblicano ovunque, emersi dalle tenebre, perniciosissimi libri per mezzo dei quali abilissimi fabbricatori di menzogne si sforzano di portare alla depravazione, con malvage opinioni di ogni genere, le menti e i cuori, confondendo ogni realtà umana e divina, onde far crollare le fondamenta stesse della cristiana e civile società, allora, Venerabili Fratelli, combattete con tutto il Vostro zelo per tener lontana il più possibile dal vostro gregge questa esiziale peste di libri. E affinché possiate più facilmente e con maggior sicurezza difendere la sana dottrina e i buoni costumi e chiudere l’adito ad ogni errore e alla corruzione, non trascurate di esaminare accuratamente tutti i libri, specialmente quelli che trattano di materie teologiche e filosofiche e di cose sacre, oltre che di diritto canonico e civile”.L’invito del ministro provinciale riveste inoltre una capitale importanza in relazione all’opera di dispersione patrimoniale, anche in campo librario, avvenuta nel decennio francese che fu alimentata da motivi non solo di natura fiscale ma anche d’ordine politico ed ideologico e fu stabilita attraverso le leggi di soppressione degli ordini religiosi. In particolare, nella circolare del 9 luglio 1808, il Ministro del Culto prescriveva la compilazione di inventari per i libri, gli arredi sacri e gli oggetti d’arte, ordine eseguito soprattutto nei conventi delle famiglie francescane degli Osservanti, Riformati e Cappuccini già nell’agosto di quell’anno. 
Il 17 agosto 1808, infatti, fra Carlo da Vaglio, vicario del convento di Santa Maria del Sepolcro a Potenza, per conto del padre guardiano Raffaele da Trivigno, consegnò a Giuseppe Viggiano, funzionario del sig. Cavaliere Vito Lauria Intendente di Basilicata, l’”Inventario di tutti i semoventi, industrie, sacri arredi, mobili, utensili, Biblioteca e Quadri” al cui interno si trova l’”Inventarium indicans libros omnes iuxta alphabeticam distributionem, et numeri dispositionem huius Bibliothecae Patres Reformatorum Sanctae Mariae Sepulchri Civitatis Potentinae Anno Domini 1753”. Dopo la bufera napoleonica, il Concordato tra la Santa Sede e il Regno di Napoli del 1818 permise la ricostruzione di molte biblioteche monastiche e conventuali mediante la restituzione di materiale ai legittimi proprietari o con l’accoglimento di una produzione più recente e di fondi provenienti da insediamenti soppressi. Da qui la già ricordata annotazione del Malpica, nelle sue Impressioni di viaggio in Basilicata edite nel 1847, sulla “biblioteca mirabile per la scelta e per il numero delle opere e per la qualità delle edizioni” contenuta nelle stanze del convento di Santa Maria del Sepolcro a Potenza. Di qui alcuni incunaboli e cinquecentine, già salvatisi dal saccheggio del 1799, andarono a costituire il nucleo antico della Biblioteca Provinciale di Potenza. L’inventario potentino suddivide i libri secondo un criterio topografico-alfabetico in “Scripturalia, Praedicabiles, Scholastici, Polemici, Sancti Patres, Morales, Historia Ordinis et Canonisti, Spiritualia, Miscellanea, Prohibiti”. Quello del convento dei Riformati di Avigliano elenca i testi in “eruditi, miscellanei, istoriali, scritturali, predicabili, legali, filosofici, panegirici, Santi Padri, Scolastici e dommatici, morali, spirituali”.
Prima di impartire la sua serafica benedizione fra’ Antonio Maria da Genzano scrive: vi preghiamo, e col merito di S. Ubbidienza v’im/ponghiamo (sic) di pregare il Signore, e la nostra Regina, e / patrona Maria Santissima Immacolata pel nostro piissimo, e munificentissimo Sovrano Ferdinando II, e per tutta la sua / Real Famiglia”. E se vi piace, non dimenticate nelle vostre orazioni, / che ora crediamo più frequenti, e più calde, non dimenticate Noi, / povero, ed afflitto vostro Superiore”.
La lettera di fra’ Antonio Maria Pallotta, ministro provinciale dei Francescani Riformati di Basilicata, come la successiva enciclica Cum nuper di Pio IX, leggono il terremoto del 16 dicembre 1857 quale giusta punizione divina per la decadenza dei costumi del clero e dei religiosi. Queste voci accorate, dagli accenti talvolta apocalittici, danno il tono di un’epoca peraltro impegnata nella ricerca di nuovi metodi di indagine sugli eventi sismici che il geologo irlandese Mallet poté perfezionare proprio in occasione della calamità che colpì la Val d’Agri.

giovedì 9 gennaio 2020

La Basilicata moderna. 33a. Fra’ Antonio Maria Pallotta da Genzano e il terremoto del 16 dicembre 1857 (Rosangela Restaino)


Il 16 dicembre del 1857 due violentissime scosse di terremoto, stimato dell’XI grado della scala Mercalli, tra i più forti scatenatisi in Italia, colpirono l’alta Val d’Agri e il Vallo di Diano causando gravi danni in numerose località delle attuali province di Potenza e Salerno e provocando circa 10.000 morti. L’evento tellurico è ben documentato grazie alla relazione scritta dall’ingegnere e studioso irlandese Robert Mallet per la Royal Society di Londra a seguito di un sopralluogo effettuato nel 1858 nelle terre colpite. Molti disegni e più di cento fotografie scattate dal fotografo francese Alphonse Bernoud, associato alla spedizione del Mallet, corredano questa importante testimonianza che pone la ricerca sulla conformazione geologica del suolo, sui materiali di costruzione, sul restauro degli edifici come basi del metodo di indagine sui terremoti. L’area colpita si estendeva nel Regno di Napoli su una superficie di oltre 20.000 kmq di cui 3.150 pertinenti a 30 centri che furono rasi al suolo. Le più ingenti perdite del patrimonio edilizio, delle infrastrutture agricole e degli animali si registrarono nella provincia di Basilicata, in particolare nei distretti di Potenza, Lagonegro e Melfi, e ben 9.732 morti si contarono negli attuali comuni di Montemurro, Grumento Nova (allora Saponara), Viggiano, Tito, Marsico Nuovo. La condizione di isolamento viario e commerciale che caratterizzava la vallata dell’Agri ostacolò i soccorsi e la decadenza politica ed economica del Regno dei Borbone nell’ultimo periodo della sua storia impedì, tranne poche eccezioni, efficaci investimenti pubblici mirati alla ricostruzione alla quale del resto non contribuì nemmeno l’inerzia del nuovo governo italiano che, nel 1861, tre anni dopo gli eventi sismici, aveva annesso l’ex Regno delle Due Sicilie. L’immane numero di morti, molti dei quali sepolti ancora sotto le macerie a distanza di tre mesi dal sisma, la gravità dei danni e il mancato intervento statale furono all’origine di una accesa polemica antiborbonica e anticattolica condotta soprattutto in Inghilterra. Mentre Mallet evocava la rassegnata attesa dei superstiti e polemicamente puntava il dito contro le tecniche costruttive primitive e l’utilizzo di materiali estremamente poveri, e Racioppi evidenziava la fragilità degli edifici costruiti su “mal fermo suolo di creta in balìa de’ torrenti che poco a poco sel portano via”, la Chiesa interpretava la calamità come evidente manifestazione dell’ira divina. 
Il 20 gennaio 1858 papa Pio IX, in risposta alle tragiche notizie sul terremoto, aveva promulgato l’enciclica Cum nuper indirizzata agli arcivescovi, vescovi e ordinari locali del Regno delle Due Sicilie in cui, invitando i suoi presuli a ricordare “i passi della Sacra Scrittura, che chiaramente e palesemente insegnano che tali castighi di Dio sono provocati dalle colpe degli uomini”, sosteneva anzitutto che il “Nostro carissimo figlio in Cristo il re Ferdinando II […] per la sua grande carità cristiana e il suo affetto per le popolazioni a lui soggette, non risparmiandosi negli interventi e nelle spese, non cessò di apportare aiuti e soccorsi alle popolazioni di dette città per sollevare la loro deplorevole condizione”. La corruzione dei costumi e delle idee veicolata dai cattivi esempi di molti ecclesiastici era per il papa una delle cause principali di quel flagello. Pertanto il pontefice invitava i vescovi a vagliare attentamente i candidati al sacerdozio: “E poiché, con Nostro e Vostro grande rammarico si trovano in codesto Regno anche degli ecclesiastici che, dimentichi della loro vocazione, con la loro riprovevole e malvagia condotta eccitano l’indignazione divina e diventano causa di morte spirituale del popolo cristiano, al quale dovrebbero essere guide per la vita, cercate di sradicare gli abusi e le corruzioni che si sono infiltrate nel costume del Clero […] Venerabili Fratelli, non avvenga mai che in una scelta così importante vi sia alcuno di Voi che, indulgendo a interessi d’altri, propensioni, favori e ragioni umane, voglia aggregare al Clero e promuovere alle dignità ecclesiastiche e agli Ordini coloro che, non essendo dotati delle qualità prescritte dai sacri Canoni, sono invece da respingere dal sacro ministero”. In particolare il papa raccomandava vigilanza in campo educativo attraverso l’ispezione delle scuole, sia pubbliche che private, perché in esse fosse impartita “un’istruzione sana e veramente cattolica” in grado di opporsi alle “arti molteplici e nefaste con le quali, in questi tempi scellerati, i nemici di Dio e dell’umanità si sforzano di corrompere e pervertire l’incauta gioventù”. Con energia, Pio IX sollecitava a difendere i fedeli “dal contagio di tanti errori ora serpeggianti […] per non lasciarsi ingannare e trarre in errore dai propagatori di perverse dottrine”.

Non erano ancora trascorsi venti giorni dalle prime tremende scosse quando, il 3 gennaio 1858, festa liturgica del Nome di Gesù, fra’ Antonio Maria da Genzano, al secolo Antonio Maria Pallotta, ministro provinciale dei Francescani Riformati di Basilicata, inviava dal convento di Santa Maria degli Angeli di Avigliano la sua seconda lettera circolare alla circoscrizione religiosa da lui amministrata: questa missiva è una significativa testimonianza degli effetti devastanti del sisma sugli insediamenti e sulla vita dei frati della sua provincia. Insieme alla circolare del ministro provinciale viaggiava quella del ministro generale dell’Ordine, datata 15 dicembre 1857 la quale, a causa degli eventi sismici, non era stata celermente spedita come di consueto. In calce alla lettera figurano le attestazioni di ricevuta, lettura e spedizione sottoscritte dai padri guardiani dei conventi della provincia secondo un itinerario che, incominciando e terminando da Avigliano, toccò Potenza, Cancellara, Grassano, Miglionico, Pomarico, Bernalda, Pisticci, Salandra, Sant’Arcangelo, Montemurro, Laurenzana, Caggiano, Sant’Angelo le Fratte, Oppido, Genzano, Banzi, Venosa, Forenza. 
Le lettere circolari dei ministri provinciale e generale, come si può vedere dall’allegata tabella, impiegarono circa quattro mesi a compiere il loro itinerario registrando dei rallentamenti nei passaggi da Salandra a Sant’Arcangelo e da qui a Montemurro, uno dei paesi più colpiti dal sisma, da Laurenzana a Caggiano e infine tra Banzi, Venosa e Forenza. La via di trasmissione della missiva procedeva in senso orario raggiungendo prima i conventi francescani intorno a Potenza, poi quelli oggi in provincia di Matera, quelli della Val d’Agri e, dopo uno “sconfinamento” nell’attuale provincia di Salerno, gli insediamenti della Basilicata settentrionale. La lettera di fra’ Antonio Maria da Genzano è un piccolo gioiello di sacra erudizione punteggiato da accenti accorati e fervidi richiami alla disciplina religiosa al cui rilassamento gli eventi sismici sembrano aver contribuito non poco. Ma presenta anche circostanziate notizie sulle vittime e i danni registrati in alcuni conventi della provincia.
Il ministro provinciale esordisce dolendosi per gli accenti luttuosi della lettera: “Avremmo voluto nel principio di questo nuovo anno, Padri e Figli dilettissimi, avremmo voluto venirne a voi felice nunzio di prosperità, e di gaudio nel nostro Signore Gesù Cristo. Ma quel / Dio nelle cui mani sono le sorti degli uomini, e che atterra, e suscita, e, come è giusto nei suoi infallibili giudizii (sic), l’affanno alterna colla consolazione su questa terra di esilio; ha disposto invece, che parole di lutto vi recasse questa nostra seconda Lettera Circolare. Incastonata in questo primo periodo è una citazione-parafrasi dei celebri versi finali dell’ode “Il cinque maggio” scritta da Alessandro Manzoni nel 1821: “…il Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola…”. Descrivendo lo stato di distruzione dei conventi le cui “rovine […] obbligano i nostri Frati al pericolo dell’intemperie, al disagio di una aperta campagna, allo incomodo di una Baracca” e che ormai giacciono in “un desolante silenzio” e nei quali sono “trascurati gli ufficii divini, non adempiti i religiosi doveri, abbandonati quegli stessi altari”, fra’ Antonio evoca le lacrime del profeta Geremia (9, 18) e l’apocalittico «“Angelo del Signore […] armato del flagello della divina giustizia” inviato a percuotere “terribilmente i molti Paesi della Lucania”. Per rappresentare lo spavento patito e lo stato di scoramento suscitato dalle relazioni dei padri guardiani, egli evoca, attraverso una prosa incalzante, il succedersi di nunzi di sventura peggiori di quelli che recavano a Giobbe notizie sulla infausta sorte del suo bestiame e dei suoi figli (Gb 1, 13-19): “Ed eccoti un messo di Santangelo (sic) Le Fratte, che ti dice che il Convento è un mucchio di rovine. Questo non finisce di parlare, ed eccotene un altro di Laurenzana, che ti dice: il Convento è scrollato tutto quanto, le sole sei piccole stanze del Chiericato sono abitabili, ma non vi ha luogo per salirvi. Questo non termina, ed eccoti l’altro da Montemurro, e ti dice: il paese non si raffigura, ed il nostro Convento ha sofferto assai, e la Chiesa è quasi adequata al suolo. Non finisce questo, ed eccoti da Venosa un altro, che ti dice: la Chiesa… ah! la Chiesa di quel Convento, che per le cure penose di quel degno Molto Reverendo Custode, sorge dalle ruine cagionate in esso dall’altro non meno terribile flagello di Dio, il quale distrusse Melfi, ed i dintorni di quella vaga, famosa, ed antica Città, quella Chiesa ha perduto la volta, che era costata non poco. E già sopraggiungono i giorni di posta, e Salandra ti dice: leggi, che quel Convento il più ampio, il più simmetrico di tutti è rovinato da’ capo a fondo, ed il solo mulino vecchio potrà dare ricetto ai Frati. Leggi, che Grassano non ha stanza, che non faccia orrore, l’arco della Chiesa / è spezzato, l’organo è caduto, e solo la Cappella di S. Pasquale ha un altare per offrirvi il sacrosanto Sacrifizio. Leggi, che Forenza ha un danno di 1200 ducati; leggi che Banzi è tutto lesionato; leggi, che Genzano ha perduto i due Cori, ed ha le stanze lesionate; leggi che Miglionico, che Pomarico, che Pisticci, che Santarcangelo (sic), che Caggiano, tutti, tutti chi più chi meno sono stati danneggiati. Leggi; e poi non affligerti (sic); leggi, e poi, se hai cuore, non piangere...”». Tra le innumerevoli vittime del terremoto il ministro provinciale raccomanda di elevare preghiere in particolare per “Padre Pasquale da Pietrapertosa [che] partì da questa terra di miserie, nel giorno, in cui il Verbo incarnato vi veniva a nascere per l’umana redenzione. Egli per la paura, che risentì nella orrenda notte, più che per naturale malattia fu trascinato al sepolcro. Suffragate senza indugio quell’anima benedetta, come pure quelle del nostro Procuratore di Spinoso, e delle Procuratrici di Montemurro ed Auletta, le quali furono misera preda delle precipitanti pareti delle proprie case. Ed infine della fu Madre dei Padri Luigi e Bernardino da Gallicchio, fratelli germani”.

giovedì 19 dicembre 2019

La Puglia. 2. Spinazzola napoleonica

Spinazzola, fino al 1806 in Basilicata, sarebbe nata come semplice stazione militare (oppidum) e come parte integrante di una colonia romano-venosina; in seguito divenne un castrum (fino a tutto il XII secolo), quindi rientrò nel novero delle Terre (fino ai primi decenni del XVIII secolo), ed infine nel 1735 – per grazia ricevuta dal re Carlo di Borbone – fu elevata al rango di città, ovvero un soggetto giuridico vero e proprio investito di potestà civili e istituzionali; in questo stesso periodo viene menzionata come «Spina aurea o Spinazzola» dal vescovo Pietro Antonio Corsignani nelle sue costituzioni sinodali del 1728. 
La cittadina si trovava in una posizione rilevante, estendendo il suo agro tra il territorio del Tavoliere, quello lucano e la Murgia barese: infatti essa distava 15 miglia da Gravina e da Montepeloso, sei da Minervino e 24 dalla zona adriatica, su una collina che dominava, altresì, la vallata sulla quale si affacciavano Monteserico, l’abbazia di Banzi e Palazzo. 
Spinazzola era, inoltre, direttamente collegata a Venosa tramite una strada che, oltrepassando la fiumara venosina, conduceva a Candela, per una lunghezza complessiva di 12 miglia. Tale strada coincideva con parte del «Regio Tratturo» da Melfi a Castellaneta, che «comincia dal territorio di Spinazzola, e finisce sopra le terre di Melfi» e «incominciando dalla strada che viene da Gravina, e proprio dove detta strada si parte in due. Una delle quali rivolta a mano destra a Spinazzola, et a mano sinistra per dirittura di Melfi». Nel reintegro settecentesco da parte del Governatore della Dogana di Foggia Ettore Capecelatro, su questo tratturo fu rinvenuta un’epigrafe del 1631, che testimoniava un tentativo di rifacimento “comunale” da parte dei marchesi di Spinazzola. Sicché, a livello di collegamenti viari,

confina con la Capitanata, et Bari distante dalla città di Napoli m. 96. Distante dalla Regia Audienza di Matera m. 40 da Gravina m. 18 da Montepeloso m. 14 da Gensano m.6 da Palazzo m. 4 da Venosa m. 12 da Montemilone m. 6 da Lavello m. 14 per il curso, e per la strada della carrozza m. 18. Dalla Cerignola dove da le lettere il Procaccio, et va il Procacciuolo a pigliarle m. 14 da Canosa m. 14 da Barletta, dove è la Marina m. 24. 

Dominava la Terra spinazzolese un castello, di probabile origine normanna, costruito proprio per dominare la piana, ricostruito verso la fine del XIX secolo dai principi beneventani e andato completamente distrutto nel 1936; sul costone di un piccolo pianoro a mo’ di sella di cavallo che si affaccia su ampi valloni, si ergeva, poco maestosamente, questo castello, che doveva apparire più un «palazzaccio» che un vero castello e che era rapidamente andato in decadenza in quanto non abitato dai locali feudatari.
Ulteriore elemento distintivo della struttura urbana di Spinazzola, similmente alla sede diocesana di Venosa, erano le numerose chiese nel territorio, evidenziate dal sinodo diocesano del 1589, che registrava le cappelle e le chiese visitate dal vescovo tra il 5 e l’8 maggio:

[5 maggio] Confraternitas Corporis Chiristi; postea cappella Sancti Antonij de Padua; deinde cappella Santae Luciae; Cappella Sancti Rocchi; cappella Sanctae Mariae de Costantinopoli; Cappella Sanctissimae Trinitatis; Cappella Sancti Blasij etEligij.
[6 maggio] Ecclesia Sanctae Mariae de la Civita; Cappella Sancti Lucae; Ecclesia Sancti Leonardi.
[7-8 maggio] Ecclesia Sanctissimae Annuntciationis; Cappella Rosarij; Cappella Sanctae Mariae della Coronata; Cappella Sanctae Mariae del carusino; Cappella Sanctae Mariae de li martiri; Cappella Sanctae Mariae della gratia; Ecclesia Sancti Sebastiani; Ecclesia Sancti Jacobi; Ecclesia Sancti Johanni Baptista; Ecclesia Sanctae Caterinae. 

Dai Capitoli di Spinazzola, per quanto concerne il territorio dell’hinterland, risulta che Alfonso I d’Aragona avesse concesso l’uso del bosco per il pascolo dei boves aratori, nonché il diritto di legnare e pascolare nei boschi di Banzi, Montemilone, Palazzo previo pagamento di una modica somma di 2 once all’anno. Ma soprattutto va ricordato Ferrante d’Aragona, che cedette nel 1477 il feudo di Muro a Mazzeo Ferrillo, capostipite della casata che nel 1495 sarebbe diventata feudataria anche di Spinazzola, ma, altresì, concesse numerose “grazie” alla locale Università, come quella relativa al procedimento giudiziario e alla pubblicità dei processi, le norme rivolte alla tutela del capitale e dei prodotti agricoli, l’abolizione delle esenzioni tributarie a favore di preti, il principio della equa ripartizione dei tributi in rapporto alla capacità contributiva di ogni cittadino, la soppressione delle immunità e dei privilegi per tutti quei chierici che fossero ammogliati o che comunque non attendessero esclusivamente alle incombenze religiose. Sono pure da menzionare le disposizioni normative riguardanti l’azione di rivendica – da parte delle Università – delle foreste e dei pascoli pubblici usurpati dai baroni, la facoltà di trattare liberamente la compravendita delle proprie derrate, il diritto di cittadinanza concesso a tutti i forestieri che volessero abitare in Spinazzola; infine, le “bollette di viandante”, che permettevano ad ogni lavoratore di spostarsi liberamente da un luogo all’altro. In effetti, a proposito dei boschi, va ricordato come la cittadina sorga su una terrazza circondata da scarpate affacciata sulla valle del torrente Locone. Nelle pendici delle scarpate sgorgano numerose sorgenti che facevano di Spinazzola un paese ricco d’acqua, in contrasto con la generale scarsità tipica della regione murgiana. Ad ovest del centro abitato, inoltre, vi erano proprio dei boschi latifoglie prevalentemente di roverelle: «sta edificata ad un sito piano nel intrare con uno poco di pendentia verso bascio, per la quale si mantiene asciutta d’inverno».
Tale peculiare e fruttuosa posizione, unita, appunto, al suo essere centro di interscambio tra tre subaree regionali comportarono una crescita costante, che mostra che essa partecipava del trend vulturino, come Melfi e, almeno fino a metà Seicento, Venosa. In tutto l’arco della Puglia murgiana, elementi sociali e culturali analoghi e talora equivalenti a quelli dei maggiori centri cittadini
erano tutt’altro che difficili a ritrovarsi, in quanto Spinazzola, sia pure politicamente in Basilicata, partecipava all’espansione di quel «terzo fronte urbano» della riviera barese dopo il litoraneo e il cosiddetto «osso», ossia la realtà della montagna alla quale apparteneva gran parte delle Terre basilicatesi, assai più soggette di Spinazzola a paurosi cali demografici e oscillazioni socio-economiche.

BIBLIOGRAFIA:

A. Capano, Venosa Lavello Spinazzola Minervino in età moderna, Melfi, UNLA, 1998. 
A. Capano, Venosa Maschito Atella Spinazzola Lacedonia Palazzo S. Gervasio in età moderna, Melfi, UNLA, 1999.
G. D'Angola, Spinazzola nella storia. Uomini e cose di un antico centro murgiano tra Basilicata e Nord-Barese; dalle origini fino al 1860. Monografia storica, Palo del Colle, Cassa Rurale ed Artigiana di Spinazzola, 1986.
G. Rossi, Vicende antiche della proprietà territoriale in Puglia (Spinazzola), Trani, Tip.Ed. Vecchi & C., 1907.
E. Sollazzo, Spinazzola e i suoi uomini, Lavello, Finiguerra, 1997.


giovedì 12 dicembre 2019

La Basilicata moderna. 33. Il Regolamento di Polizia di Potenza

Nel momento in cui Ferdinando IV di Borbone tornò al potere, nel 1815, fu obbligato dagli Austriaci, in cambio del loro appoggio, ad accettare condizioni specifiche: concedere l’amnistia generale, riconoscere le alienazioni dei beni demaniali ed ecclesiastici e i titoli concessi da Murat, conservare nei loro impieghi tutti i funzionari e gli ufficiali in servizio durante il Decennio. Tutto ciò significò accettare tutte le profonde trasformazioni che erano avvenute in quegli anni. In effetti, Ferdinando prese atto dei sostanziali mutamenti che erano avvenuti nel suo Regno e che era impossibile ripristinare lo status quo ante; mantenne la stessa divisione del regno, apportando modifiche non sostanziali, le stesse istituzioni e paradossalmente portò a compimento molte delle cose che i suoi nemici francesi avevano posto in nuce.
Il 12 dicembre 1816 venne emanata la Legge organica sull'amministrazione civile (in «Bollettino delle leggi e decreti del Regno delle Due Sicilie», n. 570 (12 dicembre 1816), pp. 423-502) in cui si confermavano le istituzioni già esistenti, apportandovi piccole modifiche. 
Vi si prevedevano come “mezzi per provvedere alla polizia amministrativa” i regolamenti, che diventarono lo strumento di controllo di ogni ambito della vita collettiva, espressione della progettualità politica ed esempio di pratica istituzionale-amministrativa.
Al riconfermato impianto istituzionale francese a “piramide” corrispondeva, a livello legislativo, un identico assetto piramidale e, come alla base delle istituzioni era il Comune, così alla base delle leggi c’erano i regolamenti, che andavano ad incidere in modo diretto la vita dei cittadini. I Decreti e le leggi emanate dallo Stato contenevano norme più generiche, mentre erano i regolamenti, scendendo nello specifico e disciplinando ogni ambito della vita sociale, a rendere effettiva l’applicazione della legge. 
«Dalla esistenza de’ regolamenti di polizia urbana e rurale, e dalla osservanza de’ medesimi può giudicarsi senza tema di errare dello stato in cui trovasi una popolazione.(…) Dove esistono buoni regolamenti di polizia amministrativa, e sono eseguiti, non han luogo disordini» (GIORNALE DEGLI ATTI DELL’INTENDENZA DI BASILICATA, (2° uffizio), 1831, Si sollecita la formazione de’ Regolamenti di Polizia urbana e rurale, pp. 229- 231): così scriveva il Segretario Generale d’Intendenza Chiarini, in un dispaccio del 12 agosto 1831 ai Sindaci della Provincia di Basilicata per invitarli a redigere o a rivedere i regolamenti.
Erano redatti dai Decurioni ma richiedevano l’approvazione degli Intendenti e rimanevano in vigore per cinque anni, scaduti i quali, o si deliberava la continuazione nella sua integrità, oppure si apportavano modifiche sottoposte nuovamente all’approvazione della longa manus dello Stato.  Essi avevano come obiettivo la «conservazione della tranquillità e dell’ordine pubblico; la legittimità ed esattezza de’ pesi e delle misure; la vigilanza sull’annona e su i venditori di generi annonarj; la vigilanza sulla conservazione e la nettezza delle strade, delle piazze e de’ pubblici stabilimenti; e la pubblica salute. Quelli di polizia rurale si propongono la salubrità, la sicurezza e la custodia delle campagne, degli animali, degli strumenti, e de’ prodotti di esse; la ripartizione e l’uso delle acque pubbliche, e degli acquedotti addetti al pubblico comodo». 
Alcune piccole realtà locali, comunque, emanarono regolamenti riproponendo antiche consuetudini, invece altre, presentarono nuove regole, figlie dei nuovi tempi ed espressione dei mutamenti avvenuti. 
La città di Potenza fu una di queste ultime: infatti il Regolamento di Polizia Urbana e Rurale non faceva nessun riferimento agli antichi statuti e alle vecchie consuetudini.
Il Regolamento potentino, pubblicato sul Supplemento del Giornale degli Atti dell’Intendenza di Basilicata nel 1817 (in GIORNALE DEGLI ATTI DELL’INTENDENZA DI BASILICATA, n. 2 (1817), Supplemento pp. 17-32), andava a regolamentare la vita dei cittadini, disciplinando in modo più capillare il centro urbano, meno il contado.
Era composto da quattro capitoli: 
Primo capitolo: conteneva 26 articoli e regolamentava il commercio e la vendita dei beni alimentari e prevedeva i requisiti e gli obblighi dei bottegarj;
Secondo capitolo: prevedeva 22 articoli e stabiliva norme igienico-sanitarie.
Terzo capitolo: aveva 9 articoli e disciplinava la vita rurale, la protezione dei poderi, degli animali e delle culture.
Quarto capitolo: 4 articoli e specificava a chi spettava l’obbligo di fare rispettare quanto previsto.

Il regolamento, come si legge in una delibera decurionale del 1824, fu approvato il 7 giugno 1817 e fu sottoscritto dai decurioni sua manu , quindi i firmatari erano tutti alfabetizzati, infatti non ci sono segni di croci. Rimase in vigore fino al 1831 quando venne redatto uno nuovo, ma quello del 1817 fu il modello sul quale si elaborarono tutti gli altri e che venne preso ad esempio per tutti i comuni che non avevano provveduto ad approntarlo. 
Tutto ciò grazie all’apporto dei nuovi funzionari pubblici e della nuova classe dirigente, di quegli uomini, di quella “generazione napoleonica” che dal 1799 al 1820-21, aveva trasformato e innovato il paese per idealità, azione politica e pratica istituzionale.
Molti dei programmi risalenti al Decennio napoleonico furono attuati più tardi ma previsti e disciplinati nel regolamento del 1817, come il progetto del 1812 dell’ingegnere Olivieri, che prevedeva vari interventi urbanistici - tra cui l’eliminazione di scale sporgenti sulla pubblica via – e che fu regolamentato dall’art. 12 Cap. II; in questo articolo si imponeva ai singoli cittadini, a proprie spese, l’eliminazione delle scale, pena una multa di sei ducati, a chi non adempiva all’obbligo, ciò al fine di rendere le strade “libere” e permetterne a tutti l’utilizzo. 
I cittadini erano coinvolti in prima persona nel decoro e nella trasformazione della città, con l’onere di pulire le strade davanti alla loro abitazione, di liberarle dal ghiaccio e dalla neve, di non occupare i pubblici spazi con cose private, di tenere in modo decoroso le proprie abitazioni e di sistemarle lì ove minacciavano rovine. Quest’articolo, come altri del medesimo capitolo e dell’intero regolamento, dava forma a quella che era l’idea napoleonica di città, trasformata in modo funzionale, con necessaria progettazione, pianificazione e regolamentazione di ogni intervento, con dotazione di sistemi stradali rettilinei, di piazze, di mercati, di opere di igiene pubblica come lavatoi, fontane, di cimitero fuori dell’abitato, di macello, di ospedali, ma anche di luoghi di educazione civile come teatri, musei, ecc. Il carattere strutturale della città derivava dai codici, dalle leggi e dai regolamenti e sotto questo aspetto la codificazione napoleonica segnò una rottura con le città dell’Ancien Regime.
Grande importanza fu data anche alle norme igienico-sanitarie in ossequio sempre all’impostazione francese garante dell’igiene e della salubrità. 
Il tema dell’igiene e della salute diventa uno strumento di controllo sociale e per questi motivi vennero consentiti usi diversi degli spazi pubblici: fu vietato, ad esempio di macellare gli animali nella piazza, (fino a quel momento gli animali venivano macellati a Largo Beccheria, adiacente alla piazza del Sedile e, poi, in un locale sottano di proprietà della chiesa di San Michele situato nel medesimo rione), ma evidentemente i macellai non rispettarono il divieto, se in alcune delibere decurionali (una del 7 settembre 1826 e un’altra del 24 agosto 1836) si vietava di macellare gli animali negli stessi locali di vendita o sulla pubblica piazza. Il «mandrone per lo scannaggio degli animali da macello» venne poi progettato nel 1854 dall’architetto Antonio Ferrara e come sito fu scelto uno esposto a nord, vicino al seminario, ma solo il 30 marzo 1876 fu approvata la costruzione del macello, prevedendo la somma di 167.590 lire per la sua realizzazione e il luogo scelto fu Santa Maria.
Era vietato anche introdurre greggi in città o detenere animali nelle abitazioni; era però permesso di avere i “neri”, cioè i maiali nelle stalle in città, da agosto a gennaio, per uso proprio, dato che il consumo di maiale era molto diffuso ed i potentini lo consideravano un asciament’, cioè un’agiatezza, poiché serviva da provvista per tutto l’anno. 
Anche il commercio dei “commestibili” era disciplinato per tutelare i cittadini da frodi alimentari e da truffe sui pesi. I commercianti alimentari, che dovevano essere muniti di autorizzazione sindacale, erano obbligati a tenere in negozio alcuni generi ritenuti beni di prima necessità a cui era imposto il prezzo. In una delibera decurionale del 22 agosto 1824, i decurioni facendo esplicito riferimento al Regolamento di polizia urbana del 7 giugno 1817, obbligavano i negozianti a tenere sempre in bottega questi alimenti e ne calmieravano i prezzi. Esisteva un mercato dei commestibili che si svolgeva in piazza del Sedile ma, dopo la realizzazione della piazza dell’Intendenza, il mercato della domenica si svolgeva lì e per questo motivo la piazza fu denominata inizialmente “piazza del Mercato”.
Si obbligavano tutti i titolari di pubblici esercizi a rimanere aperti fino alle due di notte e ad apporre davanti al loro uscio un lume, appare singolare che, prescrizioni simili, si trovano anche nel Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza del 1931 n. 773 tuttora in vigore.
Pochi articoli erano dedicati alla protezione dei poderi, ma improntati al rispetto della proprietà altrui e del bene pubblico.
Nell’ultimo capitolo all’art. 3, era previsto che gli introiti delle contravvenzioni servissero al mantenimento della polizia stessa. 
Il Regolamento di Polizia del 1817 fu precursore della modernità, figlio di quei tempi, specchio della realtà potentina, strumento di controllo della società; servì da modello a tutti quelli che si susseguirono, anche se nella seconda metà dell’Ottocento furono redatti due regolamenti: uno di polizia urbana (1869) e uno di polizia rurale (1868). In quello del ’17 si dà più importanza al centro urbano perché si deve dare l’impostazione delle regole di civile convivenza: utilizzo delle aree pubbliche, rispetto dell’igiene, tutela per il commercio. Nel momento in cui ci si rende conto dell’importanza della campagna proprio per la sussistenza della città, si avverte l’esigenza di regolamentare, in modo più profondo, la vita del contado, l’utilizzo del demanio comunale, il rispetto dei fondi altrui e delle norme igieniche.   

Risorgimento lucano. 38. L'insurrezione lucana dopo cinquant'anni (P. L. de Petrocellis)

FONTE: Da "Il Lucano", a. XVIII (1910), n. 23-24 aprile 1910, fasc. 595.