giovedì 5 maggio 2022

La Basilicata moderna. 42. Il dossier di Rodrigo Maria Gaudioso

 La rapida visita fatta in Basilicata nel gennaio del 1735 indusse Carlo a disporre una inchiesta sulle condizioni di questa regione e Bernardo Tanucci incaricò a tal proposito Rodrigo Maria Gaudioso, avvocato fiscale dell’Udienza di Matera, di raccogliere dati e notizie per stilare una relazione sulle condizioni economiche e sociali di questa provincia:

"Illustrissimo signor mio padrone colentisimo

In questa settimana essendomi capitata una stimatissima carta di Vostra Illustrissima de 19 del cadente aprile con mi si è servito comandarmi per il serviggio di S. M e per le occorrenze che allo stesso vengono le facessi un’esatta discrittione di questa provincia avvisandole minutamente il sistema d’essa ne i propri termini che si è servita comandarmelo; ond’io in altro che accuso il ricivo di tal riverentissimo ordine di V.S.V.!!!, passo a parteciparle che sarà da me subbito ubbedito e eseguito colla celerità più possibile nella propria maniera che si e servita imprimelo, ed impritanto rinnovando a V. S V.I.I.I. sempre più rispettosa la mia cita osservanza con devotissimo inchino verso immutabilmente".

Gaudioso, segretario fiscale della Regia udienza di Basilicata e Marchese di Camporeale, già il 30 aprile rispose che avrebbe provveduto con celerità, inviando agli amministratori delle università di Basilicata una lettera per sollecitarli alla stesura delle singole relazioni, soprattutto gli amministratori inadempienti entro sei giorni. Il Gaudioso inviò, quindi, una lettera a tutti gli amministratori delle università chiedendo di stendere una relazione sullo stato dei propri centri indicandone posizione, abitanti, produzione, giurisdizione, amministrazione, introiti e tasse.

Un successivo sollecito fu inviato dal Gaudioso a molte Università:

"Matera 30 aprile 1735

Signor. Regente d. Bernardo Tanucci

Segretario di giustizia presso S. M

Miles. D. Rodrigo Maria Gaudioso ex marchionibus Campi Reali Regi Fisci […] provinciae Basilicate […]

Magnifici sindaci, eletti cancellieri, ed ogni altro a chi spetta dell’università di tutti luoghi di questa provincia di Basilicata vi significo che fra il ternime  di giorni io avessimo rimesso in nostro potere fede veridica del numero degl’abitanti dai vostri rispettivi luoghi, vescovadi colle loro entrade e plebende, badie, conventi dè frati, parrocchie,baroni con loro entrade, i nobili di ciaschè d’una città con loro entrada, prodotti del terreno, marina, meccanica, entrade rege, tribunali con loro ministri, e salari di ciascuno,usanze, leggi,stili particolari ed inclinazioni dei popoli. E’ perché finora non abbiate curato ubbidire, abbiamo perciò fatto urgente, col quale vi dicemo ed avvertimo che precisamente […] tra il termine d’altri giorni 6 lo dobbiate remettere in risposta della fede di quel tanto vi è nei singoli rispettivi luoghi.

Matera, li’ 8 gennaio 1736

Rodrigo Maria Gaudioso".

Rodrigo Maria Gaudioso inviò a Napoli un voluminoso dossier diviso, sostanzialmente, in due parti: la prima (ff. 1r-38v) era la relazione propriamente detta, nella quale l’avvocato fiscale aveva riassunto e rielaborato le relazioni inviategli dalle Università, organizzandole secondo le rubriche richieste agli amministratori e ponendo particolare rilievo nella registrazione delle entrate; la seconda parte (ff. 52r-416) raccoglieva le relazioni redatte dai cancellieri delle singole Università della provincia e dalle quali il Gaudioso aveva, appunto, tratto il materiale per la sua descrizione. La relazione del Gaudioso e quelle delle Università furono, poi, raccolte in un unico volume attualmente conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli. 

Quale immagine della Basilicata emerge da queste pagine? Una rappresentazione, tutto sommato, molto meno stereotipata di quanto si possa pensare. Infatti, pur con tutti i limiti evidenti di un’inchiesta condotta sostanzialmente a tavolino, senza adeguati strumenti di rilevazione, l’indagine del Gaudioso ebbe l’indubbio merito di essersi avvicinata a restituire un’immagine più realistica della Basilicata che, come ha scritto Valeria Verrastro, "che è, sì, quella regione aspra e dai precipitosi monti di cui ci parla l’Alberti: il vero attestano sindaco ed eletti di Brindisi quando ci descrivono territori “di aspera coltura per le spine, pietre ed altri intoppi, per essere, tali territori, la maggior parte montuosi, e non piani, e le vigne per essere in terreno duro”. Emerge anche, una Basilicata che in alcune sue zone pure si identifica con quella regione fertile descrittaci dal Mazzella: “con profitto gli abitanti dell’antica Montepeloso s’industriano alla semina dé grani, e biade in un territorio che è tanto quanto fertile, ed è sufficiente per lo mantenimento del paese”. Una regione, dunque, non del tutto priva di risorse, ma dove le stesse sono letteralmente falcidiate dalla perversità del sistema fiscale napoletano che, se da una parte indebita le Università, dall’altra aumenta a dismisura la rendita baronale e quella regale a tutto svantaggio dei ceti più umili. Quest'ultimi sottoposti a una infinita serie di contribuzioni su generi di consumo di prima necessità, di corresponsioni dovute alla feudalità laica (duchi e principi) come a quella ecclesiastica (Ordini religiosi e vescovi), così numerose da metterli nelle condizioni, come amaramente si legge nella già citata relazione su Brindisi, “di non aver più cosa propria che non sia soggetta ai suddetti pesi”. Una regione dove il ceto civile, che pure altrove va faticosamente facendosi strada, stenta a formarsi: “pochi i dottori di legge”, pochi pure i “dottori fisici”.

Ma più che la Relazione grande interesse rivestono le informative che furono spedite al Gaudioso dagli amministratori delle singole Università, per la grande mole di notizie in esse contenute e che il marchese di Camporeale ritenne, forse, opportuno tacere o inglobare nel più generale contesto “a volo d’uccello” della Provincia.


giovedì 21 aprile 2022

La Basilicata moderna. 41. Un sovrano in Basilicata

Nell’ambito del più generale contesto relativo al «tempo eroico» del Regno di Napoli, come fu definito da Bernardo Tanucci, ossia l’istituzione del Regno autonomo sotto la dinastia dei Borbone, solo da alcuni anni la storiografia ha ripreso ad analizzare il primo ventennio del riformismo borbonico, relativo ad una risistemazione della compagine statale e ad una ridefinizione delle direttrici di sviluppo del Mezzogiorno d’Italia. Certamente, dopo i fondamentali lavori generali di Michelangelo Schipa, Benedetto Croce, Raffaele Ajello, Raffaele Colapietra e Pasquale Villani, un nuovo impulso è stato dato da studiosi della scuola di Giuseppe Galasso e di Augusto Placanica, con nuovi, approfonditi, studi relativi alla persona di Carlo di Borbone al di là della tradizionale mitizzazione del “padre fondatore” del Regno quale fu imposta dalla pubblicistica fin dal cruciale 1759, alla sua partenza per la Spagna.

Particolare interesse, in tale direzione, riveste lo studio delle realtà provinciali nel corso del primo trentennio del XVIII secolo, un’epoca solo da pochi anni rivalutata e studiata a livello provinciale, con uno scavo archivistico ancora, certamente, agli inizi, ma che evidenzia come il Viceregno austriaco e i primi anni del regno carolino vadano ancora “dissodati” per scoprire le articolate realtà delle province che uscivano dalla crisi generale del Seicento con variegati contesti politico-istituzionali e socio-economici.

In una provincia interna come la Basilicata, era ancora prevalente, all’interno delle singole comunità rurali, dunque, un’organizzazione chiusa e fortemente gerarchizzata, nella quale il sacerdote-amministratore svolgeva un ruolo di primaria importanza. Intorno a questa figura ruotavano, come detto, non solo interessi religiosi, ma anche di carattere economico, attraverso censi sulle case e sui terreni, di concessioni e fitti per il pascolo come anche sui piccoli appezzamenti di terra coltivata. Tale tipologia di società a “grappolo” non era esclusiva delle chiese ricettizie, ma propria anche dei  nuovi gruppi dirigenti rappresentati da pochissimi proprietari, e dagli amministratori dei beni del feudatario. 

Al 1729, quasi tutti i bilanci delle Università lucane, comunque, presentavano un disavanzo, per così dire, “fisiologico”, mentre il rapporto tra le imposte di consumo e le altre imposte era mutato: infatti, si registrò un notevolissimo spostamento tra il gettito ottenuto dalle gabelle e quello ottenuto dal nuovo catasto, con un generale trend di riequilibrio della pressione fiscale e un calo della tradizionale, gravosissima, gabella della farina, che era stata il perno della fiscalità spagnola. Infine, l’operato della Giunta del Buongoverno aveva, altresì, creato una decisa riduzione delle somme sulle quali gravava l’ipoteca dei baroni, tradizionali creditori delle Università, pur se rimaneva, in sostanza, inalterata la percentuale delle locali finanze per il Regio Fisco. In realtà, ferma restando la pressione fiscale del Centro sulla periferia, le uscite ipotecarie per il baronaggio si erano ridotte, in Basilicata, almeno del 50%, sicché le Università poterono investire somme più consistenti per le spese amministrative o sociali.

In alcuni casi, l’affrancamento dalle ipoteche baronali produsse positivi trend, che crearono un circolo virtuoso notevolissimo per la crescita di un centro e del suo hinterland. È il caso di Tolve, dove il riscatto di 40.826 ducati che l’università versò alla principessa Pignatelli apportò un notevole contributo, tanto economico quanto politico, alla definizione del potere locale. Se in alcune famiglie si ebbero segni di crisi dovute alla parte di quota versata per il riscatto, altre trassero enormi benefici che ne accrebbero il prestigio. Sul versante demografico si registrò un incremento, dovuto in parte anche all’arrivo di famiglie (ben 115) provenienti da altri centri, attirati dai terreni finalmente disponibili, tanto che Tolve sarebbe passata dai 2550 abitanti del 1736 ai 3382 del 1794. Il nuovo massiccio incremento di terre coltivabili derivate dai beni feudali, ora in mano all’Università, ne scatenò la corsa all’occupazione: da un lato l’alleanza del nascente ceto degli ex «camparoli», che riuscirono ad aggiudicarsene l’affitto, dall’altro, però, i più poveri, che videro gradualmente svanire l’opportunità di coltivare un fazzoletto di terra di loro proprietà.

Tali situazioni creavano le premesse per gravi tensioni popolari, pronte ad esplodere in qualsiasi momento, come si era verificato, a Matera, proprio nel 1733, quando era giunta notizia delle vittorie di Carlo di Borbone. Popolo e detenuti nelle carceri dell’Udienza si unirono in un moto popolare diretto contro il Preside della Provincia, il marchese Sanfelice che, rifugiatosi nella Cattedrale sotto la protezione dell’arcivescovo Mariconda, riuscì a scampare al linciaggio e, come recita un documento dell’epoca, conservato nell’archivio vescovile «fugam arripuit, ut relatum fuit, et Viennae de Austria perrexit, sub cuius potestatem mansit usque ad eius obitum».

Nel 1735, fu lo stesso sovrano, diretto a Palermo per esservi incoronato ufficialmente rex utriusque Siciliae, a sostare in Basilicata. Il 14 gennaio, partito da Ascoli Satriano, Carlo e la corte, accompagnati dall’esercito guidato dal Montemar, fecero tappa a Venosa, dove, come riferisce un cronista dell'epoca, "Ritrovò essergli uscita allo ‘ncontro in muta a 6, e con tutta pompa l’Udienza in corpo della Città di Matera, Metropoli di quella provincia, unitamente con una buona quantità di Nobili, a presentargli i dovuto omaggio; e dopo aver questa inchinato con riverenti modi la M. S., montati sì il Preside che gli Uditori e Nobili su buoni cavalli, andaron sempre così servendola all’intorno […] per fin’entro della lor residenza di Matera".

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La corte risiedette, poi, in una casa di campagna in possesso dei Minori Osservanti, distante sei miglia da Matera, nella quale Carlo fece un trionfale ingresso alle 22, accompagnato dal vescovo Mariconda con il clero del Capitolo Cattedrale e i rappresentanti dell’Università, per fermarsi nel palazzo vescovile.

Dopo essersi fermato a Matera anche il giorno seguente, 18 gennaio, il sovrano e la sua corte si diressero, poi, verso la costa ionica, con due tappe, presso il Casale di S. Marco, nel territorio di Bernalda, ed infine nel castello di Policoro. 

Tra il 18 e il 20 gennaio, il sovrano si fermò a Montescaglioso, festeggiando nel grande monastero di San Michele Arcangelo anche il proprio compleanno. Il re e il proprio seguito occuparono buona parte del monastero: al sovrano furono attribuite le camere più sontuose, ovvero l'appartamento dell'Abate, al Conte di Santo Stefano furono assegnate alcune camere volte a sud. Altri ambienti e camere furono predisposti per le altre persone della corte, quali Lelio Carafa, Capitano della Guardia del Corpo, il principe Corsini, il marchese Acciajoli, il marchese della Miranda ed il marchese Malaspina. Le camere predisposte per la corte risultarono essere 36 al piano superiore, Al piano di sotto e nei chiostri furono sistemate le persone di servizio ed i reparti militari. 

Il giovedì 20 gennaio, come detto, Carlo volle celebrare il suo ventesimo compleanno. Dalle proprie camere si recò in chiesa, accompagnato dai monaci sotto il baldacchino e seguito dai nobili e dai generali della corte. In chiesa sedette sul trono dell'abate assistendo alla messa cantata celebrata dal Priore. Dopo la messa, lo scoppio dei mortaretti e la fucileria della guardia personale, il Reverendo Priore intonò il Te Deum di ringraziamento e impartì la benedizione. La giornata trascorse tra caccia e banchetti. Successivamente il Priore presentò a Carlo una supplica affinché volesse accogliere il monastero sotto la sua protezione. Il giorno dopo, al momento della partenza, il Sovrano manifestò tutto il proprio gradimento per l'accoglienza ricevuta e, in merito alla supplica del Priore, il Conte di Santisteban, udito il re, sul portone d'ingresso dell‘Abbazia, al momento del commiato, poté solennemente dichiarare: «Il padre Abate è già servito».

giovedì 7 aprile 2022

Potenza. 4. Una sfilata per il conte Guevara

Alfonso II Guevara, sesto conte di Potenza, fu un uomo di cultura, molto interessato alla filosofia ed alla medicina e, quando risiedette a Potenza, amò accogliere a palazzo letterati e poeti come Francesco Teleo e Pietro de Cannutis. Il suo nome è noto, nella storia di Potenza, per l’occasione in cui entrò per la prima volta in città a prendere possesso del feudo: infatti, il 16 marzo del 1578, per ottenere gli Statuti che avrebbero regolamentato l’ordinamento cittadino e la dispensa dall’obbligo di ospitare militari (opzione gravosa per l’ordine sociale e le casse cittadine), il Parlamento potentino aveva deciso di offrire ai Guevara duemila ducati, metà dei quali per onorare Alfonso II per la sua prima entrata in città, di cui era giunta notizia. Si stabilì l’ordine dei portatori del Palio che, insieme alla cavalleria della città (comandata da Orazio Teleo), avrebbero per primi accolto il conte. 

Da marzo a giugno del 1578, la città si impegnò alacremente a prepararsi per accogliere degnamente Alfonso, che giunse, finalmente, il 24 giugno. Tre miglia fuori dalle mura, il conte assistette ad una parata della fanteria, che inscenò una battaglia, con una sfilata di cittadini vestiti da Turchi che si scontrarono con i cavalieri, finendo catturati e incatenati, per ricordare l’impresa di Algeri cui aveva partecipato l’avo del conte, Carlo. 

Quando Alfonso giunse in vista delle mura, gli andarono incontro numerosi bambini vestiti di bianco e con cartelli di elogio per la famiglia, tra le acclamazioni del popolo e i rulli di tamburo; a quel punto, entrando da Portasalza, il conte fu accolto da Francesco Centomani, Mastrogiurato della città, accompagnato dagli eletti cittadini e dal clero locale e che gli consegnò le chiavi di Potenza, richiedendo la Carta degli Statuti. 

Subito dopo, Alfonso II entrava nelle mura sotto un Palio di taffetà e teletta d’oro retto dagli Eletti e che fu la causa di un piccolo screzio tra il conte e il governo potentino: infatti, una volta entrato in Cattedrale, Alfonso ordinò, tramite il suo portavoce, di consegnargli il Palio o pagare, come dono al nuovo conte, mille ducati. Quando, però, il feudatario si accorse che gli animi si erano scaldati, ordinò che il Palio rimanesse alla città di Potenza. 

Tuttavia, Alfonso II Guevara aveva trascurato il fatto che don Francesco Centomani gli avesse chiesto a gran voce, alla sua entrata, di concedere ai cittadini la Carta degli Statuti; la richiesta non aveva ottenuto risposta e, in una seduta del Parlamento potentino, il 7 luglio 1578 il nuovo Mastrogiurato, Agostino Carsia e gli Eletti avevano chiesto nuovamente di confermare gli antichi privilegi di Potenza, decidendo, in una seconda seduta, di inviare ad Ariano, altro feudo dei Guevara, una delegazione con il compito di ritirare una copia del locale Statuto per poter modellare su esso la Carta di Potenza. Le trattative sembrarono concludersi il 17 gennaio del 1579, quando Carsia comunicò agli amministratori che i Guevara avevano deciso di accogliere la richiesta previo compenso straordinario di tremila ducati. Una richiesta che, tutto sommato, era prevista dall’uso feudale dell’epoca, ma che metteva di fatto in ginocchio l’economia di Potenza, tanto che, tre giorni dopo, Carsia si recò a Napoli per chiedere al conte Alfonso di limitare la richiesta. 

Alla fine, il 20 marzo del 1579, lo Statuto fu concesso dai Guevara e letto al popolo potentino convocato in pubblico Parlamento in Piazza del Sedile. Si chiudeva, così, una lunga trafila che avrebbe, comunque, lasciato ai potentini una tradizione di cui parleremo, la sfilata dei Turchi. 

giovedì 24 marzo 2022

Potenza. 3. Tra Medioevo ed Età moderna


Alfonso d’Aragona, il 12 giugno 1435, concesse Potenza come possesso feudale a Inigo de Guevara. La cura da parte del conte per il miglioramento e la fortificazione della cinta muraria fu certamente una risposta a una reale situazione di degrado, pur rientrando nell’ambito di un più vasto programma strategico-militare del governo aragonese. 

Sotto la dominazione dei Guevara furono, infatti, ricostruiti la chiesa di Santa Maria del Sepolcro e il chiostro di San Francesco, ma ci furono anche interventi edilizi di maggiore interesse pubblico, come le ricostruzioni del palazzo del Seggio e di quello baronale e infine, nel 1453, la costruzione di un acquedotto, voluto dalla marchesa de Guevara, moglie del conte Inigo. La cinta delle mura venne ampliata, infatti, quando Inigo, nel 1445, dispensò i cittadini dal pagamento dei tributi al Regio fisco, donando ai cittadini dieci tarì per la ricostruzione, “rifare le muraglie”. Nelle mura furono aperti nuovi accessi come la Porta Mendola, il Portiello de lo Mancoso, la Porta Bucceria o Beccheria, la Porta della Trinità o Tassiello, la Portasalza, vicina ad un forte pendio e, perciò, dotata di un ponte levatoio da cui prese il nome. Il tracciato della cinta, rifatto su ordine del conte Inigo, resta in parte visibile ancora oggi a partire dall’attuale piazza XVIII agosto, per proseguire fino alla Torre, che dal nome della famiglia è nota come Torre Guevara, in posizione strategica di vedetta sulla vallata che guarda verso il pianoro dell’Epitaffio. 

Altra parte delle mura, che ingloba il Palazzo Vescovile, mostra come la cinta giungesse a svilupparsi lungo l’altra estremità, comprendendo Porta San Giovanni e finendo a Portasalza. Inigo permise anche l’aumento della popolazione grazie all’immigrazione di contadini e artigiani, che si insediarono nella zona occidentale del centro, mentre la popolazione tradizionale rimaneva concentrata nella zona orientale, intorno ai fondamentali poli della cattedrale e del palazzo, oltre che alla piazza del Sedile, sede dell’assemblea cittadina, di botteghe e locali commerciali e del mercato settimanale. 

Nel 1456, Inigo Guevara ebbe un contrasto legale con il principe di Melfi, che stabilirono come confine tra i loro territori la chiesa di san Nicola di Pietragalla e la strada che ne usciva tra Potenza e Pietragalla. Il secondogenito di Inigo, Antonio, ereditò la contea alla morte del padre, nel 1471, e nel 1483 ebbe dal re Ferrante il possesso anche di Pignola, Vietri e Anzi. 

Suo figlio Giovanni, poi, aggiunse alla contea anche Rocca Imperiale, Torre di Mare (Metaponto) e Vietri. Secondo le cronache, Giovanni partecipò alla guerra di Urbino e di Ravenna, alla presa della Mirandola e all’assedio di Pavia; si distinse, inoltre, nell’invasione fatta da Lautrec nel Regno di Napoli, quando fece fondere la sua argenteria per pagare i soldati. 

Anche il figlio di Giovanni, Carlo, fu un valente uomo d’armi, che partecipò alla presa di Ugento e all’impresa di Algeri con Carlo V, oltre a difendere Taranto dai Turchi, uccidendone, secondo le cronache, circa trecento. Fece costruire, inoltre, molti forti lungo le coste, ampliò le strade pubbliche e si occupò di combattere il banditismo. Carlo viene, inoltre, ricordato per una ventennale controversia con il clero per incamerare quanto le chiese e alcuni privati avevano riscosso, fino al 1542, sulle terre di Rivisco, sostenendo che facevano parte di antichi beni feudali. Dopo vent’anni di cause, il vescovo Nino de Ninis portò la questione davanti alla Regia Camera della Sommaria, tribunale speciale della Capitale, dove il feudatario potentino rischiò una scomunica e il pagamento delle spese del processo. Il conte, a quel punto, ritirò formalmente la causa, dichiarando che i beni contestati erano sicuramente di pertinenza feudale, ma che, in nome delle antiche tradizioni familiari, le lasciava in beneficio al clero. Carlo sposò Porzia Tolomeo del Balzo, dalla quale ebbe cinque figli; con Alfonso II Guevara, suo nipote, si estinse il ramo potentino della famiglia, poiché il conte, che aveva sposato Isabella Gesualdo, non ebbe eredi maschi e lasciò la contea a Porzia, che sposò Filippo II De Lannoy, principe di Sulmona, morto nel 1600, dopo aver confermato nel 1596 gli statuti cittadini già accordati dal suocero nel 1579. Ma questa, come diciamo sempre, è un’altra storia.

giovedì 10 marzo 2022

Potenza. 2. L'età medievale

Passeggiando nel centro storico di Potenza si scoprono tante vestigia del travagliato Medioevo che Potenza ebbe a vivere. 

Infatti, già se si percorre Via Pretoria, si comprende il tracciato della “strata pubblica”, affiancato da un nuovo collegamento dalla cattedrale alla chiesa di San Michele. Al Duecento, poi, risale la testimonianza della costruzione di una Porta Nova, che si aggiungeva a quelle verosimilmente edificate nel periodo romano e che faceva parte dei beni della parrocchia di San Gerardo, probabilmente situata tra il monastero di San Luca e la cattedrale. 

La cinta muraria, che faceva di Potenza un centro estremamente compatto, quasi chiuso, aveva, poi, numerosi accessi che mettevano la città in comunicazione con il contado. Delle sei porte medievali di Potenza, due, i cosiddetti “portielli “(Porta Mendola e Porta Iola), erano porte minori situate rispettivamente sul lato meridionale e settentrionale della collina; altre due (Porta Nova e Porta Canonica) non furono più utilizzate dopo il Trecento. Le entrate maggiori nella città erano Porta San Luca, importante sbocco sul versante meridionale verso il borgo di San Rocco; Porta Salza, nella parte occidentale del pianoro, abbattuta il 2 ottobre 1817 e limite estremo dell’espansione cittadina; Porta San Giovanni e Porta San Gerardo, entrambe sul versante settentrionale, con l’importante funzione di porte maggiori della città. La prima, dal pendio nord, scendeva verso la cappella della Santissima Annunziata fino ad arrivare alla chiesa di Santa Maria del Sepolcro. Porta San Gerardo, invece, fungeva da entrata preferenziale per chi potesse attraversare i possedimenti del vescovo. 

Ulteriore polo di aggregazione era la chiesa di San Michele, intorno alla quale si sarebbe sviluppato, nell’ultimo quarto del Quattrocento, un borgo extramurale. Oltre a San Gerardo e a San Michele, terzo polo della città era la centrale parrocchia della Santissima Trinità, anche se la maggiore concentrazione di edifici importanti era intorno all’antica parrocchia di San Gerardo, nella zona est di Potenza. 

Al limite estremo del centro abitato si trovava, infine, l’antico castello – risalente presumibilmente al periodo normanno –, del quale resta solo una torre cilindrica, probabilmente con una funzione di avvistamento e di controllo della vallata sottostante. 

Sin dalla metà del XII secolo Potenza venne insignita del titolo demaniale: nel 1157, infatti, repressa la rivolta che faceva capo al conte di Loretello, il re Guglielmo II la dichiarò città regia con Melfi e Acerenza, condizione che essa mantenne sotto gli Svevi. Tuttavia, nel dicembre 1220 Federico II ridimensionò l’autonomia cittadina e, nel 1240, ordinò alle comunità di Potenza e di Melfi di inviare i propri rappresentanti all’assise convocata a Foggia. Potenza rimase sempre fedele agli Svevi, insorgendo contro Carlo I d’Angiò e il suo vice Guglielmo de la Lande e parteggiando per Corradino. Dopo la battaglia di Tagliacozzo del 1268, tuttavia, nemmeno la sollevazione operata dal popolo contro l’aristocrazia filosveva capitanata dai conti di Rivisco valse a salvare la città dalla vendetta degli Angioini. Ne seguì la distruzione delle mura (di cui, infatti, restano pochissimi tratti), con la dispersione di molti potentini nelle terre circostanti. 

Il periodo della crisi della dinastia angioina e dell’ascesa degli Aragonesi (1382-1443) fu, poi, tumultuoso anche per Potenza, possesso del conte Ugo Sanseverino, che nel 1384 vi riunì i baroni napoletani filoangioini per giurare fedeltà a Luigi II contro la famiglia Angiò-Durazzo che, salita al potere, la passò di feudatario in feudatario, finché la città riconobbe come nuovo sovrano Alfonso d’Aragona che, nel 1444, la concesse a Inigo de Guevara. Ma questa, come si dice, è un’altra storia che vi racconteremo presto.

giovedì 24 febbraio 2022

Potenza. 1. La città antica

Com’era la città di Potenza nell’antichità? Non è facile rispondere: il soffio del tempo e le distruzioni degli uomini rendono difficile fare poco più che ipotesi. 

Sappiamo, comunque, che tra lo scorcio del IV e gli inizi del III secolo a.C., nella Lucania interna l’antica Potentia sarebbe sorta lungo la riva sinistra del fiume Basento. Tuttavia, è più probabile che si fosse sviluppata sul colle, decisamente più adatto a costituire uno stanziamento facilmente difendibile: certamente non era adatta alle finalità difensive di una colonia l’ubicazione in un luogo basso o lungo le pendici di un’altura. Inoltre, sarebbe stato anche poco salubre stanziare un insediamento lungo un corso fluviale, che presentava maggiori rischi di contrarre la malaria. Testimonianza di un originario nucleo abitativo sulla sommità del colle è la presenza di rilievi ed epigrafi e, ancora, nell’area più centrale del pianoro sul quale sorge Potenza, di parte di un selciato composto da grandi pietre quadrate e di tubi di piombo, probabilmente appartenenti a impianti idrici. 

L’antico nucleo abitato, dunque, collegato al centro fortificato di Serra di Vaglio, sarebbe stato, in origine, in linea con altri insediamenti indigeni, un avamposto di controllo, poi sviluppatosi in federazione di città-stato e divenuto colonia romana, come testimonia lo stesso toponimo Potentia, di origine romana, con ogni probabilità sorto e sviluppatosi dopo le guerre di Roma contro Pirro, nel III secolo a.C. 


L’insediamento romano era probabilmente compreso tra le attuali piazze Mario Pagano e Pignatari, ricalcando il modello generale delle cittadine romane di origine militare, con l’incrocio centrale tra il cardo maximus e il decumanus maximus, l’attuale via Pretoria, che attraversava tutta la città da est a ovest, mentre il cardo corrisponderebbe alla via che oggi sbocca all’ingresso di porta San Giovanni. Le porte principali dovevano trovarsi alle estremità del decumano maggiore e al termine del cardo  maximus, non molto lontano proprio dalla stessa porta San Giovanni.

L’odierna piazza Matteotti, invece, dovrebbe aver assolto la funzione di luogo del mercato pubblico e dell’amministrazione cittadina, un vero e proprio foro. Il nucleo abitativo più consistente si sviluppò, appunto, su tale pianoro, dalla forma allungata, che offriva un terreno stabile per la costruzione delle case ed era circondato da ripidi pendii che ne assicuravano una naturale difesa ma che condizionarono anche lo sviluppo urbano, in particolare sul versante settentrionale e meridionale, con una ripida pendenza che avrebbe impedito l’espansione da quel lato. 

Non è, inoltre, facile ricostruire il tracciato delle mura e, dunque, il perimetro della città romana, vista la frammentarietà delle testimonianze, come una maglia composta da isolati di regolare dimensione, tranne in alcuni punti nei quali tende ad allargarsi. Si trattava, comunque, di una colonia, nel successivo ordinamento augusteo facente parte della regio tertia Lucania et Bruttii e iscritta alla tribù Pomptina e che, fra tardo IV e VI secolo d.C., divenne sede vescovile, come testimoniato dalla menzione di un vescovo Erculenzio e di un Pietro, il primo dei quali avrebbe consacrato la chiesa di San Michele Arcangelo, fuori dalle mura. 

Altre testimonianze risalenti alla tarda antichità sono una basilica sorta nel luogo in cui dal IV secolo si venerava il martire Sant’Oronzio e la chiesa della SS. Trinità, edificata sull’antico tracciato. 

giovedì 17 febbraio 2022

Il Mezzogiorno moderno. 22. I Napoleonidi a Napoli

 Dopo l’ingresso delle truppe sanfediste in Napoli, gli insorti repubblicani, che si erano asserragliati in Castel Sant’Elmo, patteggiarono una resa onorevole il 21 giugno: fermo restando che soldati e patrioti sarebbero stati imbarcati per la Francia, la guarnigione francese si sarebbe arresa come prigioniera di guerra, pur conservando le proprie armi; inoltre, ogni proprietà individuale, a differenza di quelle pubbliche, sarebbe rimasta a ciascuno. Le Capitolazioni erano firmate dal comandante della guarnigione francese, Joseph Mèjan, dal Duca della Salandra, tenente generale dell’esercito borbonico, dal comandante inglese Thomas Troubridge e dal comandante dei russo-turchi Baillie.

Tuttavia, al riguardo, il Ruffo non aveva rispettato gli ordini di Maria Carolina, che aveva fermamente espresso al cardinale la volontà di non intavolare «nessuna trattativa coi ribelli vassalli […] non patteggiare con simili bassi e spregevoli scellerati». Così, tali direttive furono eseguite dal Nelson, che, giunto a Napoli, rifiutò di riconoscere le Capitolazioni e volle che i patrioti fossero tutti tradotti davanti al Tribunale dei rei di Stato. Iniziava, così, una repressione durissima, che si protrasse fino al settembre del 1800. In ciascuna provincia fu inviato un Visitatore con l’incarico di redigere l'elenco di coloro che avessero aderito al movimento rivoluzionario. 

Con la pace di Amiens (1802) il Mezzogiorno e la Sicilia furono provvisoriamente liberate dalle truppe francesi, inglesi e russe, e la corte borbonica tornava ad insediarsi ufficialmente a Napoli. Due anni più tardi furono riaperte le porte del Regno ai gesuiti, mentre già dal 1805 i francesi tornavano ad occupare il regno, stanziando in Puglia un presidio militare. A Schönbrunn, il 17 dicembre 1805, Napoleone avrebbe proclamato che «la dinastia di Napoli ha cessato di regnare. La sua esistenza è incompatibile con la pace dell’Europa e l’onore della mia corona». Nel giro di qualche giorno, con il cognato Gioacchino Murat, duca di Berg, e il fratello Giuseppe, che ebbe come luogotenente dell’imperatore il comando dell’esercito inviato a Napoli, Napoleone portò a termine il suo obiettivo di conquista del regno borbonico. Unici a rimanere pericolosi erano gli inglesi che, per superiorità navale e per il predominio in Sicilia, avrebbero potuto mettere in pericolo le truppe francesi che, tuttavia, già dai principi di febbraio erano entrate, come detto, nel Regno: con quarantamila uomini comandati dal generale Massena, il 14 febbraio 1806, i francesi entravano a Napoli, dove il giorno successivo Giuseppe Bonaparte fu accolto con tutti gli onori. Preso possesso del Regno, Giuseppe si fermò a Napoli per riorganizzare il governo e agli inizi di aprile fece un primo viaggio nelle province per mostrare con quanta energia e impegno i nuovi governanti intendessero operare. 

Il riassetto dell’ordinamento statale fu l’elemento che più caratterizzò gli anni napoleonici, dando avvio ad una stagione caratterizzante per il Mezzogiorno d’Italia. Giuseppe Bonaparte, infatti, seguendo le direttive di Napoleone, avviò le prime nomine ministeriali, chiamando presso di sé, affinché si automatizzasse il più possibile l’estensione degli ordinamenti francesi, esperti funzionari francesi, ai quali vennero affiancati, per assicurare e rendere il più evidente possibile la continuità tra novità francesi e consuetudini locali, alcuni ex patrioti napoletani rifugiatisi in Francia o nel Regno d’Italia dopo il fallimento della Repubblica napoletana. Tra i funzionari francesi, fu significativa la presenza di un autorevole personaggio come Alquier, che, dopo essere stato per anni rappresentante diplomatico della Francia a Napoli, era ritenuto un buon conoscitore del contesto napoletano e in grado di suggerire anche altri nomi sui quali fare affidamento, come Giuseppe Abbamonte, Giuseppe Raffaelli, Vincenzo Cuoco, Gian Battista Gagliardi, personalità, appunto, che avevano preso parte all’esperienza repubblicana del 1799. 

Le prime nomine ministeriali di Giuseppe Bonaparte, dunque, furono accompagnate dalla preoccupazione di affidare a fedeli collaboratori, in primo luogo francesi, i posti chiave, senza, però, presentare il ritorno dei francesi come una rivincita dei giacobini o dei patrioti del 1799. Per far ciò, al di là delle urgenze immediate di approvvigionamento dell’esercito, messo a rischio dalla costante presenza inglese, era necessario determinare innanzitutto larghe basi di consenso con un progetto di riforma che avesse come modello lo Stato amministrativo francese, ma che tenesse conto della larga varietà di situazioni delle province. Per questo motivo il periodo napoleonico nel Mezzogiorno, dove vigevano consolidati particolarismi politico-istituzionali, fu un continuum di novità e adattamenti molto spesso accettati con scarso entusiasmo, soprattutto laddove le novità andassero a toccare delicati e consolidati equilibri.

La volontà di cambiamento introdotta dai francesi era intesa soprattutto a regolare, e successivamente ad eliminare, il debito pubblico; per far ciò era necessaria una nuova distribuzione del carico fiscale, una riorganizzazione del territorio e dell’amministrazione della giustizia. Un insieme di iniziative che potevano, tuttavia, essere viste come «cosa disonorevole» in sede locale, ove con ritrosia veniva accettato il fatto che l’impulso principale dell’ordine nuovo venisse dagli stranieri. I primi e fondamentali provvedimenti che furono attuati da Giuseppe Bonaparte e che rimasero alla base del nuovo Stato furono, pertanto, l’eversione della feudalità, la riforma dell’amministrazione provinciale e cittadina e l’ammodernamento del settore finanziario. Provvedimenti, questi, strettamente connessi tra loro e che, seppur poi applicati solo nel corso degli anni successivi, furono emanati quasi tutti nell’agosto del 1806, anno che rimase segno indelebile della prima, forte, cesura con le istituzioni dell’ancien régime.

Alla vigilia dell’ingresso francese nel Regno di Napoli, il regime feudale, pur se di fatto in crisi, era ancora l’assetto portante del vecchio Stato e, pertanto, la sua abolizione rappresentava la premessa necessaria per rendere uniforme l’amministrazione dei comuni e per riformare il sistema finanziario e fiscale. In effetti, il “monolito” feudale era uno scoglio arduo da superare: «gli stati territoriali […] si accorpano tra Quattrocento e Cinquecento, sono investiti da processi di trasformazione tra XVI e XVII secolo, ma la loro connotazione più importante è la coesistenza tra vecchio e nuovo fino all’eversione della feudalità nel 1806 e anche oltre». 

La nuova amministrazione francese provvide subito ad abolire la feudalità con la legge del 2 agosto 1806, che proclamava: «La feudalità con tutte le sue attribuzioni resta abolita. Tutte le giurisdizioni sinora baronali, e i proventi qualunque che vi siano stati annessi, sono reintegrati alla sovranità, dalla quale saranno inseparabili».

Nella compagine meridionale, dunque, i beneficiari della grande riforma furono borghesi di varia estrazione, purché capaci di inserirsi nel macchinoso meccanismo statale e di sfruttare le occasioni che si prospettavano. Si determinò, così, un amalgama tra nobiltà di antico regime e nobiltà nuova di origine borghese, fornita di notevoli ricchezze; tale amalgama di ricchezza e nobiltà, suffragò il proprio status economico con cariche pubbliche, alle quali proprio il requisito economico garantiva l’accesso. Ne derivò che dopo il 1806, anno in cui venne promulgata la legge che aboliva la feudalità, si andasse configurando una società i cui valori primari divennero la proprietà fondiaria, la ricchezza, la gerarchia degli uffici.

Con la legge dell’8 agosto 1806 si provvedeva, poi, alla ripartizione del territorio in tredici province ed alla loro suddivisione in distretti aventi ognuno una «capitale», mentre con la legge dell’8 novembre 1806 venivano abolite le vecchie contribuzioni e sostituite con l’imposta fondiaria, principale e quasi unica imposta diretta, riscossa con criteri di certezza e stabilità sulla base di catasti geometrici già esistenti in Lombardia e così avviati rapidamente anche nel Mezzogiorno. Tale catasto fondiario, per il quale in tutta fretta si prepararono gli stati di sezione, che servirono poi di base al catasto descrittivo, portò in molti casi a divisioni erronee, determinando in alcune aree non pochi problemi nella riscossione del tributo. Il principio dell’imposta unica, calcolata sul prodotto netto dei terreni in base alla loro rendita, calcolata a sua volta in base ai proventi degli ultimi dieci anni, inoltre, non poté essere applicato in via esclusiva: infatti, per far fronte alle spese crescenti dell’amministrazione e dell’esercito fu necessario mantenere molte contribuzioni indirette. 

Di non minore rilievo fu il nuovo assetto dell’amministrazione provinciale e comunale. In particolare, innovazione fondamentale fu la netta separazione dell’amministrazione civile dal potere giudiziario, la cui confusione aveva in passato reso spesso ingovernabili le realtà locali. Nel Mezzogiorno, a capo delle province fu introdotta la figura chiave dell’Intendente, scelto talvolta tra «militari per le particolari difficoltà di ordine pubblico», vero e proprio intermediario fra realtà locale e governo centrale. Tale innovazione andava ad inserirsi in un contesto in cui esisteva una pregressa situazione di disordine amministrativo alla quale occorreva provvedere: non a caso, infatti, diversi intellettuali, ed in particolar modo Giuseppe Zurlo, avevano criticato l’incapacità degli organi collegiali e giudiziari, insediati nella capitale e gravati dalla grossa mole di lavoro, affermando, altresì, che con il sistema vigente non si riusciva ad assicurare «la buona elezione degli amministratori».

La legge dell’8 agosto 1806, con l’istituzione delle Intendenze e il riordinamento dell’amministrazione comunale e provinciale, pose fine a questa situazione e “liquidò” la Camera della Sommaria, organo amministrativo, giurisdizionale e consultivo dell’antico regime, che, a parere proprio dello Zurlo, era ormai da tempo arcaica e inefficiente nella sorveglianza delle elezioni dei sindaci e delle istituzioni. Così, grazie alla formazione della fitta rete legislativa comunale e provinciale, che ebbe come base decisionale i consigli, si poté andare sempre più verso una più netta difesa della collettività.

Fin dall’inizio, come già accennato, l’amministrazione periferica fu affidata in prevalenza a funzionari napoletani scelti tra elementi fidati, anche se già coinvolti nella Rivoluzione del 1799, ma significativa fu anche la presenza di militari e generali francesi nell’impianto della nuova amministrazione civile. Anche quando le Intendenze cominciarono a funzionare con sufficiente regolarità, non furono rari i conflitti con le autorità militari, che, in un regime più o meno di occupazione e di fronte alla minaccia di sbarchi inglesi ed al dilagare del brigantaggio, conservavano un potere rilevante.

L'intendente era subordinato al Ministro dell'Interno, esercitava l'amministrazione attiva e di tutela sui Comuni, era funzionario di polizia, disponeva della guardia provinciale e dell'esercito. Alla diretta dipendenza dell'intendente era il segretariato, a sua volta suddiviso in vari uffici che trattavano di affari interni, dell'amministrazione provinciale e dei lavori pubblici, dell'amministrazione comunale, di polizia generale, di guerra e marina, di finanze e contabilità, di giustizia e di affari ecclesiastici.

Nella nuova struttura organizzativa dell’amministrazione pubblica gli Intendenti furono posti a capo delle province del Regno, con compiti molto delicati, come il controllo della vita locale, dall’istruzione pubblica alla polizia, alla vigilanza sui Comuni. Essi dovevano avere cura di pubblicare le leggi e i decreti reali assicurandone l’adempimento; erano autorizzati a disporre, per l’esercizio delle proprie funzioni, della forza provinciale e, nel bisogno, di quella militare. Avevano, inoltre, il dovere di compiere ogni due anni la visita alle province «al fine di conoscere e proporre al Governo i mezzi di promuoverne la prosperità».

Per quanto riguardò l’organizzazione degli uffici delle Intendenze, non fu agevole trovare un manipolo di uomini destinato a dirigerli e, salvo qualche eccezione, le scelte caddero su personalità di rilievo e sempre con precedenti rivoluzionari. Ad esempio, Raimondo di Gennaro, Intendente della provincia di Napoli, era già stato rappresentante del sedile di Porto, quindi componente il Governo provvisorio della Repubblica e del Comitato dell’Interno. O ancora, Francesco Conforti, impegnato nell’organizzazione delle poste e in talune direttive del ministro dell’Interno, che aveva fatto parte della Commissione Legislativa. Anche Giuseppe Poerio, affermatosi come avvocato ed esponente del gruppo liberal-costituzionale, aveva fatto le sue prime esperienze amministrative e militari durante la Repubblica del 1799: nominato Intendente di Capitanata, implicato in un processo, gli fu revocata la carica durante la visita di Giuseppe Bonaparte nelle province pugliesi nell’aprile del 1807. Assolto in seguito, il Poerio sarebbe stato chiamato a far parte del Consiglio di Stato ed a svolgere importanti missioni. Pietro de Sterlich, dei marchesi di Cervignano, di formazione illuministica, era stato con il gruppo più rappresentativo dei riformatori napoletani degli ultimi anni del Settecento e preposto all’organizzazione dipartimentale su sollecitazione del generale Duhesme. Dalle file dell’esercito provenivano, poi, altri tre intendenti, Dionisio Corso, Vincenzo Palumbo e Giacomo Mazas: di questi, solo Mazas conservò la carica per quasi tutto il decennio napoleonico, mentre gli altri due, in seguito, sarebbero tornati nelle file dell’esercito. Gian Battista Ricciardi, destinato a Bari, fu sostituito, assieme al Sottintendente di Barletta, dopo il già citato viaggio di Giuseppe Bonaparte.

Tre furono i compiti essenziali, come detto, tra le molteplici funzioni attribuite alle Intendenze: la polizia e l’ordine pubblico, l’amministrazione civile e l’amministrazione finanziaria. «Lo sforzo di garantire dei rapporti efficienti fra il centro e la periferia […] conciliando l’autonomia e l’adeguata articolazione dell’amministrazione col più rigoroso centralismo è evidente, oltre che nel testo della legge», nelle istruzioni che il ministro dell’Interno Miot emanò nell’ottobre del 1806. In tale testo si stabiliva, infatti, «un assetto amministrativo fortemente gerarchizzato e centralizzato […] Il ruolo di fare da cerniera fra centro e periferia affidato alle Intendenze era delicatissimo, e per nulla meccanico. Si trattava, infatti, di operare una mediazione adeguata fra il primo governo centrale del Regno a carattere borghese e le amministrazioni comunali».

Il primato della nuova amministrazione non significò, tuttavia, unicamente il distacco dall’amministrazione precedente e la conseguente istituzione di nuovi apparati, ma anche, e soprattutto, la definizione di nuove funzioni, di nuovi compiti e uffici. 

Problemi gravi e spesso insolubili si presentarono quando si dovettero riempire i quadri intermedi dell'amministrazione e, soprattutto, quando si dovettero costruire ex novo le amministrazioni comunali. Il reclutamento del personale, che doveva essere omogeneamente presente sul territorio, fu, infatti, molto spesso faticoso e non meno la liberazione delle relazioni sociali dalle vecchie pratiche di governo. Gli attriti e le difficoltà che attraversarono il decennio napoleonico dipesero, sostanzialmente, dalla convivenza di aspetti militari/repressivi con quelli amministrativi/legislativi e dalla presenza, nel campo dell’amministrazione, non solo di amministratori, ma anche di militari che tendevano, con l’esercizio della pubblica autorità, ad agire con i modi della repressione nei confronti soprattutto degli ordini religiosi regolari e della feudalità, ovvero di quegli istituiti che più avevano contribuito a disciplinare e inquadrare, nell’antico regime, l’intera società meridionale.

I risultati amministrativi che si ottennero con tali modifiche furono tali che, nel 1815, quando Ferdinando IV tornò sul trono, si astenne da ogni atto di ostilità nei confronti di chi aveva servito i due Napoleonidi, evitando, in tal modo, di dare un carattere “traumatico” al cambiamento, che, dunque, se pure ci fu, non risulta essere stato nella forma di epurazione dei funzionari murattiani. Infatti, coloro che si trovarono a esaminare ciascuno dei settori in cui era stato suddiviso lo Stato ebbero modo di apprezzare la razionalità dell’impianto e, soprattutto, le mire di normalizzazione che avevano guidato le autorità francesi.

Quando, nel 1808 Gioacchino Murat salì sul trono come successore di Giuseppe, a cui fu concesso da Napoleone il trono spagnolo, sembrò che la linea da seguire fosse quella tracciata dalla costituzione di Baiona: attraverso l’istituzione di un Parlamento nazionale avrebbe potuto ampliare il sostegno al nuovo ordine e consentirgli la costituzione di una classe governativa capace di contribuire in modo determinante all’amministrazione del territorio. Il nuovo sovrano, infatti, per raggiungere tale scopo, se da un lato promosse i maggiorascati per accelerare la nascita di una nuova nobiltà, dall’altro, privilegiò nella costituzione del governo il personale locale, a discapito di quello francese. Sin dai primi mesi del 1809, quindi, vennero indicate le modalità di formazione dei collegi dei commercianti e dei possidenti e, allo stesso tempo, il ministro degli interni Zurlo si occupò di individuare nelle province gli eleggibili. La politica intrapresa da Murat indusse Napoleone ad intervenire. Il sovrano impedì l’avvio dei lavori, annullando il disposto del reggente riguardo la naturalizzazione napoletana di tutti i funzionari francesi in servizio nel suo regno. I rapporti tra i due furono abbastanza controversi. Da qui l’insofferenza di Murat per il blocco continentale, che sacrificava gli interessi commerciali del Regno napoletano, il disappunto nei confronti dell’Imperatore per il mancato sostegno nell’impresa in Sicilia e l’insofferenza per il rigido controllo dei funzionari francesi sul suo operato. Il nuovo re risultò essere l’oggetto di contesa tra chi da un lato sosteneva la stretta dipendenza da Napoleone per affermare l’identità politica del Regno e, dall’altro, chi sosteneva l’alleanza con la Francia, ma negava la subordinazione ad essa. Tra l’estate e l’autunno del 1810 Napoleone rese più rigido il blocco continentale e proprio a metà dello stesso anno iniziarono a vedersi nel Regno di Napoli i primi risultati delle riforme avviate da Giuseppe e continuate da Gioacchino: venne domato il brigantaggio; Zurlo portò avanti le leggi antifeudali e si occupò di controllare l’amministrazione e le finanze dei comuni; vennero rafforzati i quadri della magistratura e la riforma giudiziaria, fu controllato il clero; venne promossa la statistica murattiana per valutare le condizioni del Regno e vennero istituite in ogni provincia le società economiche. Forte del sostegno di quanti volevano l’indipendenza dall’Impero, mostrandosi come «il re dei napoletani», Murat potè avviare un contenzioso nei confronti di Napoleone resosi ancora più duro in seguito agli esiti della campagna di Russia (fine 1812) che lo convinsero, ritirandosi dalla guerra, ad opporsi alle richieste di aiuti da parte del cognato, in vista della ripresa delle ostilità in Germania. Murat entrò segretamente in contatto con l’Austria e l’Inghilterra. Tale atteggiamento gli fu suggerito dalla situazione politica che si era venuta a creare nel Regno, dove, in sua assenza, gli inglesi avevano favorito in Calabria e negli Abruzzi la nascita di focolai di dissidenza. Il re, quindi, a metà del 1813 in seguito ad alcuni episodi di insubordinazione che avevano mostrato una stretta collaborazione tra gli inglesi e alcuni gruppi di carbonari, fu persuaso a servirsi di tale società come sostegno al suo trono. Suggerì la scelta del coinvolgimento delle associazioni segrete nei nuovi indirizzi di governo il fatto che, essendo il regno minacciato dagli anglo-siculi e dovendo egli assentarsi da Napoli, era necessario coinvolgere quanti, pur favorevoli alla costituzionalizzazione del potere di Francia, fossero disposti ad opporsi agli inglesi e a negare qualsiasi compromesso con i Borbone. L’accordo con questa società fu oneroso per Murat in quanto prevedeva che il sovrano non ostacolasse i carbonari, rappresentanti i patrioti del 1799, che appoggiavano la monarchia costituzionale, ma, al tempo stesso, bramavano la democratizzazione della vita politica; in cambio, essi promisero aiuti contro la minaccia sicula. Quando Murat fece ritorno in Italia, dopo la sconfitta in Germania, non ebbe la possibilità di opporsi alla politica estera emersa nel regno durante la sua assenza, dove, grazie alla repressione di una congiura borbonica a danno di Zurlo e dei ministri francesi, emerse il gruppo di coloro che premevano per l’indipendenza nazionale . Di qui il voltafaccia di Murat nei confronti di Napoleone che aggravò la situazione in cui si trovava l’Imperatore, impegnato a fronteggiare gli eserciti coalizzati che entravano in Francia. Infatti, avendo già perso la Spagna, il Regno di Vestfalia e il Granducato di Berg, venuto meno anche il sostegno della borghesia francese, Bonaparte fu costretto ad abdicare nell’aprile del 1814 e a ritirarsi in esilio.

In questa situazione, si aprì il Congresso di Vienna allo scopo di dare all’Europa una sistemazione territoriale e politica che liquidasse per sempre l’eredità della rivoluzione francese e assicurasse una pace durevole, secondo le ideologie affermatesi durante le guerre anti napoleoniche. Murat, temendo di non poter riavere il trono di Napoli, che, secondo quanto stabilito a Vienna, sarebbe tornato al legittimo re Ferdinando IV, si alleò con il cognato che, approfittando della situazione di delusione generata dal ritorno dei Borbone in Francia, abbandonò l’Isola d’Elba per riprendere la strada della conquista del potere. Gioacchino denunciò l’inaffidabilità dell’Austria e, prima che Napoleone giungesse a Parigi, le dichiarò guerra (18 marzo 1815). Ciò perché riteneva che solo facendosi trovare in armi nella Penisola e vincitore degli austriaci, avrebbe potuto contrattare in una posizione di forza con Napoleone ed ottenere il titolo di re d’Italia. Invadendo Roma, le Marche e la Romagna, a Rimini, il 30 marzo del 1815, lanciò il notissimo Proclama agli italiani, nel quale promise all’Italia unità, indipendenza e una nuova costituzione sotto il suo scettro, per ricondurla al fianco della Francia napoleonica. Le speranze fallirono. Le forze austriache lo annientarono nella battaglia di Tolentino, nel maggio del 1815. Il giorno successivo fu costretto a firmare l’armistizio di Casalanza che pose definitivamente fine al sogno murattiano di unificare l’intera Penisola sotto il suo nome. La sconfitta di Murat, che anticipò di qualche settimana quella di Napoleone (Waterloo, giugno 1815), segnò la fine della lunga stagione rivoluzionaria e la restaurazione di modelli istituzionali e culturali dell’ antico regime.


La Basilicata moderna. 42. Il dossier di Rodrigo Maria Gaudioso

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