giovedì 4 agosto 2022

Potenza. 5b. Le tradizioni dei mestieri


Una volta raggiunta l’età per poter lavorare, il ragazzo in base al proprio stato badava o alla coltura dei campi, ad un mestiere o all’amministrazione dei beni e dell’industria campestre. Sul finire del XVIII secolo Potenza aveva ancora un aspetto medioevale, con rimasugli di signoria comitale e reggimento di Università, clero numeroso con ricchi monasteri, vita campagnola accompagnata da una forte credenza. La popolazione era suddivideva nei ceti di galantuomini, di massari, degli artigiani e dei bracciali. Non c’erano persone appartenenti al ceto gentilizio, ma taluni che si distinguevano tramite il titolo di Don. 

Dopo il governo francese e la politica anticlericale, che prevedeva la vendita dei beni ecclesiastici, nel nostro caso dei beni di S. Francesco e i successivi mutamenti di ordinamenti dopo il 1860 le cose cominciarono a cambiare. 

Nelle case dei possidenti, dei massari e dei contadini agiati si trovava tutto il necessario per la vita grossolana dell’epoca. La campagna costituiva l’unica fonte di ricchezza. 

Per trovare o dare lavoro ci si recava davanti alle chiese, perciò uscire nant a la chiesa significava mettersi a disposizione per chi ne avesse bisogno. Se la buona sorte era dalla loro parte si stringeva il patto o prezzo, quando poi un bracciale accettava il lavoro offerto si diceva promettere, mentre spromettere lasciare l’uno per aiutare l’altro; con la parola aiutare si intendeva offrire il proprio lavoro in cambio di merce, ma esprime anche la libertà del lavoratore e al contempo lo scopo sociale. 

Il prezzo era meschino, solitamente dai dodici ai tredici grani e spese, ma si poteva percepire anche di meno, variando in base all’importanza e alla stagione. Il lavoro più pesante era la semina, di qui il detto seminant in lacrymis. Nel periodo della mietitura invece, c’era un continuo via vai di gente, da formare una chiassosa ammuina; nel mese di luglio, i campi si riempivano di torme di braccianti, abbigliati con camicia e mutande oppure con ‘n cauzonette a petto nudo. Nel corso della giornata mangiavano sei o sette volte: la fedda (zuppa di pane, vino, cipolla), la culazione (soffritto, baccalà con carosiell’ o finocchi spigati) magnà (minestra con salame o legumi con pasta) mezzeo o boccone (pene, biscotti e vino), merenna (formaggio con verdura) e per la sera un’insalata con cipolla o qualsiasi altra cosarella. Ma ad allietare le fatiche era l’immancabile fiasca alla quale si beveva a cannedda o a lu cannett’, che si passavano di mano in mano. 

Giorno felice era quando si faceva trebbiatura, dove Monte Reale diventava un vero villaggio di frumento. 

Ma il giorno di vera e propria festa era il giorno della vendemmia, animata dalla presenza delle vendemmiatrici, o meglio delle vagnardedd’ che si chiamavano l’un l’altra per poter godere di buona e simpatica compagnia; infatti venivano escluse le giovincelle considerate brutte, vecchie, noiose, antipatiche, o che sdegnavano di stare cu la moffa del vecchiume. La vista delle flotte di giovani prisciannuole (giulive) che si avviavano verso la vigna, leggiadre e pulite, con i loro sottanielli e faccioletti ed una volta arrivate in fila cantavano in coro, allietava l’animo dei giovani vignaiuoli che, specie quando era culandriedd’ allegro, prendeva di mira le più belle, paffute e vivaci ragazze, che però si mostravano sdegnate e manesche verso il giovanotto. 

Per colazione bastava nu truopplo di pane, na chiappa di puparulo fritto, o all’aceto, o na cicoriella colta strada facendo nella vigna. A mezzogiorno, il pasto non era dissimile da quello del mattino: seduti per terra davanti sullo spianato della casa o in giro, con un piatto di cavatelli verdi cu la cirasella

A Potenza la vigna era un bene di lusso per via della costosa cultura, ma costituiva un bene primario perché capace di allietare le fatiche dei campi e di rallegrare i giorni felici con una gradita, spesso desiderata mbriacatura. 

Con il dominio francese e soppresso l’antico e ricco monastero dei Conventi di S. Francesco, sorsero i primi grossi proprietari terrieri e con la spartizione delle terre demaniali del Comune si crearono i piccoli proprietari. Ma dopo il 1860 per via delle ingenti tasse e la mancanza dei braccianti, la tenuta divenne difficile da mantenere diventando motivo di ingenti spese e di continui fastidi, inducendo molti o a lasciarla deserta oppure a farla diventare terreno per il seminato. Ma non dimentichiamo, come scrive lo stesso Riviello, che anche prima di questi cambiamenti, la proprietà privata era gravata da incensi e di canoni alla quale non ci si poteva sottrarre. 

Poi c’erano gli allevatori, che nel mese di maggio facevano pascolare per le verdi campagne le pecore, capre, buoi, giumente e vacche. Nei casoni i massari lavoravano le ricotte, muzzarelle, butirri, provoloni e caciocavalli, che pare avessero un ottimo sapore. 

Di artigiani, artieri o mastr’ non c’erano molti, predominavano li ferrari che forgiavano strumenti indispensabili per l’agricoltura e per il bestiame, un esempio comune è il ferro di cavallo. Per poi seguire: li mastridasc’, scarpari, cuscirori, fabbiarori, barbieri scarpillini, ‘mmastari e fornasciari, che rappresentavano meno di un quarto dell’intera popolazione. 

Le botteghe erano molto modeste, e spesso vi lavoravano insieme artigiani di diverso mestiere per mancanza di soldi, quali barbieri e scarpari. 

Ma coloro che conducevano una vita più agiata erano sicuramente gli artieri, famosi per la loro vanità e boria di classe. Se si avevano più di due figli maschi solo uno si casava, cioè sposava, mentre l’altro era destinato a diventare prete, anche se non mostrava una particolare propensione o vocazione per la carriera ecclesiastica. Il prete era cardine di speranze e di credito, segno di uno stato sociale prospero e civile, da qui il detto beata quella casa che ha la chierica rasa. Appena il giovane indossava l’abito talare o la zimorra gli veniva accreditato il titolo di Don, dominio oppure di Signore. Alle figure sacerdotali venivano accreditate caratteristiche insite come operosità d’interessi e spirito di vita cittadina, che derivavano della formazione tradizionale che questi ricevevano e dagli statuti delle innumerevoli chiese ricettizie, le cui associazioni e guadagno si ottenevano per diritto di cittadinanza e dal principio dello iure famulatus.  Quasi tutti i terreni potentini appartenevano allo stato della chiesa, che usualmente fittava “fondi” e masserie; così le famiglie in forza al legame di parentela che li univa a uno o più preti riuscivano ad ottenere un pagamento più facile e sicuro del fitto o dell’estaglio, con le porzioni che questi avevano dalla chiesa. Così prosperò la classe dei massari, che poi si trasformò nella classe dei ricchi e dei possidenti. Questi a loro volta o seminavano per conto proprio, oppure fittavano le terre ai bracciali. Ma una volta venduti i beni della Chiesa, resi i terreni privati e in mano a pochi, l’agricoltura ebbe un grosso collasso in quanto i bracciali erano stanchi e i proprietari delle terre senza la rendita tanto desiderata. 

Il sistema venutosi a creare rendeva i contadini quasi «schiavi alla romana e servi della gleba alla medioevo»: pertanto in cerca di più agiatezza e di fortuna cominciarono a emigrare verso le Americhe. 

giovedì 21 luglio 2022

Potenza. 5a. Le tradizioni relative all'infanzia



Ricordi e note su costumanze, vita e pregiudizio del popolo potentino, di Raffaele Riviello, si presenta come un compromesso tra aspetti della cultura liberale e il conservazionismo sociale. Di grande importanza per i contenuti antropologici raccolti all’interno, l’autore incita il popolo lucano a non lasciar andare le antiche tradizioni, anzi di preservale, per poter meglio condividere l’idea di patria, stretto dall’amore dei figli di un’unica terra. 

Il volume nasce da una serie di raccolte di novelle di tipo descrittivo che l’autore scriveva per alcuni periodici lucani tra gli anni Ottanta e Novanta del XIX secolo. In un secondo momento li raccolse in un unico scritto, di grande interesse antropologico, dove trova spazio anche un’appendice storica sulla città di Potenza. 

Diviso in dieci capitoli, l’opera tratta tutti gli aspetti, con usi, consuetudini, modi di pensare del contadino potentino, a partire dalla sua nascita fino alla morte, senza far mancare al lettore deliziosi regressi storici che raccontano come le abitudini siano mutate nel tempo, in corrispondenza con i cambiamenti politici che decretano talvolta la perdita di taluni usi. 

Nel primo capitolo tratta i tre punti salienti della vita del popolo potentino: la nascita e il battesimo, il matrimonio e la morte. Nel trattare la nascita si parla inevitabilmente della donna incinta, o per meglio dire “prena”, che era socialmente investita da un’aura sacra: a lei l’intera comunità riservava dei riguardi. Si avevano particolari attenzioni nel non farle avvertire desideri collegati al cibo, in quanto il desiderio non appagato avrebbe potuto causare dei danni al nascituro: le cosiddette vulii (voglie), ovvero macchie sulla pelle o nei, che pare fossero da collegarsi ai desideri inesauditi della donna nello stato di gravidanza. 

Se la donna affrontava l’ennesima gravidanza tutte le dolci attenzioni le venivano negate. Molte di loro, infatti dovevano continuare ad aiutare nella gestione della campagna e se si fossero rifiutate avrebbero subito l’ira del marito, con calci nei fianchi e qualche pugno nella schiena.

La nascita era un momento importantissimo, in base al sesso si stabiliva se essere lieti o meno dell’evento; infatti con la femmina nasce il duolo, con il maschio nasce l’augurio, soprattutto per i primi parti. Questo pregiudizio era in parte dovuto alla diceria che sin dalla sua nascita una bambina necessita di maggiori cure, arrecando mille fastidi alla famiglia. 

Nei giorni successivi si pensava al battesimo, alla scelta del compare e della comare e alla pulizia della casa della puerpera. In questo giorno di festa si faceva sfoggio del corredo sposalizio, si preparava anche il neonato, che veniva fasciato nella migliore biancheria, chiamato mbascianna con qualche merlettino decorativo sulle maniche, con una cuffia piena di nastri, dette fettuccine, con qualche spilla e collana d’oro. Il battesimo si celebrava all’interno della chiesa, un posto distinto veniva dato ai compari che spesso si vedevano al fianco dei genitori naturali, in quanto ricoprivano un ruolo analogo, nella parentela spirituale. Finita le cerimonia, il compare donava qualche moneta nel sacchetto dell’acqua santa, per poi tornare a casa del battezzato, dove si ricevano le viste per i dovuti auguri. Qui si offrivano li cumpliment’, ovvero delle leccornie che variavano in base allo stato economico della famiglia: prima si offrivano ceci o fave arrostite o cotte accompagnate da brocche colme di vino, mentre verso l’inizio del XIX si mutò nell’offrire i mustacciuoli (paste secce) accompagnati dell’acquavite, divenuti sinonimo di agiatezza e di manifattura casereccia. Alla mancanza di dolciumi si suppliva con l’utilizzo dell’acquavite, col mosto cotto e con il miele. 

Nell’infanzia il bambino veniva ricoperto di amuleti che doveva proteggerlo da una possibile iettatura o dal maluocchio, e quindi gli si facevano indossare abitini ripieni di immagini raffiguranti figure di santi, cornicielli, zanna di cinghiale incastonata in cerchietto di argento e qualsiasi altro amuleto ritenuto utile nell’intento. Tale superstizione sfociava anche nelle malattie: se al bambino fosse capitato quale malanno, si chiamava prima il prete o qualche donna esperta in arti magiche, che con qualche recitazione, orazione o lettura del vangelo di S. Giovanni avrebbe liberato il giovinetto da tutti i malanni. 

L’educazione era spartana, così com’era sparato l’abbigliamento costituito da una camicia e un abito sano che copriva tutto il corpo, fungendo da giacchetto, da panciotto e da calzone; e le calzature erano pressoché inesistenti. Non c’era cambio di vestiario in base alle stagioni, rimaneva immutato senza badare se ci fosse la neve o se picchiasse il sole. 

L’istruzione era scarsa e ristretta, le scuole pubbliche inesistenti e solo qualche prete fungeva da maestro e teneva scuola in casa, a volte poi veniva retribuito con qualche spicciolo alla mesata, altre con qualche gallina nelle feste sollenn o con quant’altro le povere famiglie riuscivano a donare per sdebitarsi. Come testo veniva utilizzato l’Abicidaria (abbecedario) e lu libr’ di li sett tromb (libro delle Sette Trombe). Saper leggere, riuscire a fare due “sgorbi” che ricordassero delle lettere era un vanto, ma l’esigenza di una adeguata istruzione non era sentita in quella vita che era scandita solo dalla generosità della terra. Si pensi che fino al 1860 la posta da Napoli era consegnata solo una volta a settimana, andandola a prendere il pedone Acierno da Auletta; nell’ufficio postale per tutta la provincia c’era solo un dipendente, il buonfantini che ne era Direttore e impiegato. 

L’educazione altrettanto spartana; nelle scuole si era soliti prendere a schiaffi, pugni, frustate e così via l’alunno per impartire la giusta educazione. La più barbara delle correzioni era la cavadda, ovvero si faceva prendere l’alunno sulle spalle da uno più grande, mentre il maestro scaraventava colpi feroci di frusta sulle spalle e sulle natiche del ragazzo, che incurante delle urla sempre più forti del giovane, talvolta provocate dell’uscita del sangue, continuava fin quado voleva. 

giovedì 7 luglio 2022

Il Mezzogiorno contemporaneo. 2. Studiosi-antropologi nel tardo Ottocento lucano

Gli studi attinenti le tradizioni popolari in Basilicata cominciarono grazie all’impegno dell’abate Francesco Paolo Volpe, storico materano, vissuto a cavaliere tra Settecento e Ottocento, che scrisse un notevole numero di opere con al centro la città di Matera, riguardanti non solo le vicende storiche della cittadina, ma anche studi legati all’aspetto religioso che sfociarono in studi sulle festività patronali. 

Nel 1867 Teodoro Ricciardi dedicò una monografia alla storia del centro di Miglionico con alcune pagine relative alle tradizioni della popolazione. Il canonico Teodoro Ricciardi nella Notizie storiche di Miglionico, infatti, ci fornisce la descrizione del costume festivo della popolana miglionichese che venne usato fino all’inizio del XIX secolo: 

"La maniera di vestire delle donne, sino a’ principii del secolo corrente, era tutta un costume greco, come vedesi tuttavia nella limitrofa Ferrandina: cioè, una gonnella a color rosso, detto perciò camicia rossa, con vestiseno a colore, ed una giacca a maniche corte ornata di galloni. Sulla testa poi un panno bislungo, con voce greca detta spargano, che copriva testa, spalla, e braccia".

Anche Pani Rossi nel suo scritto del 1868, La Basilicata libri tre, studi politico amministrativo e di economia pubblica, ci fornisce una descrizione del costume tradizionale di vari paesi: 

"[la donna lucana] veste tutta o parte di panno, di più colori: perso in Latronico e in Carbone, vario poi ne’ tempi di lutto: qua e là nerognolo e a doppia gonna: rosso a Ferrandina: verde a Ruoti, giallo a Maschito: blue a Lauria ed in Avigliano. Ora ha il capo ricuoperto pur di un panno riquadro, ch’è perso in Moliterno, listato bianco e nero in Viggiano: altrove in un lino bianchissimo e leggiadro in Avigliano […]. Anco il corpetto che si allaccia sul seno ed ha maniche distaccate offre gran vaghezza e varietà di colori: scarlatto in Moliterno, turchino a Lauria, perso in Carbone, Castelsaraceno e Latronico".

Rimpiangendo la scomparsa graduale del costume tradizione, parla anche della perdita delle processioni di lustrazione dei campi e propiziazione del raccolto, abolite perché considerate inefficienti per il fine che si prefiggevano vantandosi di averle abolite lui stesse. In effetti il tono malinconico sulla perdita di usi e costumi lo troviamo solo sulle “vestimenta”, mentre ci viene descritto con tono derisorio il credito popolare che veniva dato a credenze soprannaturali.

Della perdita o riduzione delle usanze legate alle feste campestri primaverili e autunnali parla anche Ricciardi, ma affronta il tema in chiave nostalgica, soffermandosi sul tema della scomparsa, rovina o distruzione di molte cappelle rurali che sorgevano all’esterno del paese e la sensibile riduzione delle feste a loro legate. Questo cambio fu in parte frutto delle ideologie permeate nel periodo francese, con le limitazioni anti-ecclesiastiche ma anche dell’instabile atmosfera che si era venuta a creare con il nascente Stato laico liberale. 

Molto interessanti sono, inoltre, gli studi storiografici di Angelo Bozza riguardanti l’area del Vulture-Melfese dove l’autore si soffermò su alcune minoranze etniche, occupandosi delle tradizioni popolari dei paesi albanesi della zona del Vulture. 


giovedì 23 giugno 2022

Il Mezzogiorno contemporaneo. 1. L'operazione antropologica di Giuseppe Pitrè

Anche in ragione di quanto accadeva fuori d’Italia, a fine Ottocento c’erano ormai le condizioni perché gli studi di tradizioni popolari si configurassero come disciplinate. Ed è questa l’impresa cui si dedicò Giuseppe Pitré, medico. 


In materia di poesia popolare, Pitré restò legato a concezioni romantiche cui aggiunse una notevole carica di «sicilianismo»: non certo chiuso e campanilistico come quello che rimproverò a un altro raccoglitore di canti siciliani, Lionardo Vigo, ma in ogni caso sempre volto a sottolineare, accentuare, esaltare la peculiarità e l’autoctonia siciliana dei canti raccolti nell’isola. Ma per altri aspetti Pitré si fece portatore delle prospettive comparativistiche europee. Così in Pitré convivono l’aspirazione antropologica derivata dagli indirizzi positivistici europei, e gli interessi di storia patria (o locale) che nascono dalle propensioni romantiche e dal suo amore per i canti e per la Sicilia. 

Egli non si limitò semplicemente a fare opera descrittiva, o comunque soltanto erudita, sia nel commentare sia nel procedere a raffronti tra le tradizioni siciliane e quelle di altre regioni o nazioni; ma delle tradizioni stesse pose in luce il significato etnico e l'importanza storica e soprattutto diede, oltre alla raccolta, i principî per l'avviamento allo studio della demopsicologia (come egli chiamò la sua scienza): il che egli ottenne, ora premettendo ai proverbî, ai giuochi, agl'indovinelli, saggi introduttivi, che informano sullo stato delle ricerche e sulle principali questioni; ora facendo seguire alle leggende e ai canti studî critici che sono il frutto di ampie e profonde investigazioni.

Va notato che nella demopsicologia di Pitré non trovano gran posto i problemi politico-sociali del tempo (questione meridionale, emigrazione, mafia ecc.); e anche in seguito, con rare eccezioni, i modi culturali e le condizioni di vita del mondo contadino restano oggetti d’indagine reciprocamente separati.

Decine di raccolte di canti, racconti, usi, credenze furono generate dall’impulso di Pitré e dal clima dell’epoca: a questa attività demologica regionale si collega (ma ne supera decisamente i confini) anche l’opera di vari romanzieri veristi o immediatamente postveristi, con i nomi di Giovanni Verga e Luigi Capuana per la Sicilia, di Grazia Deledda per la Sardegna, di Matilde Serao per Napoli e di Gabriele D’Annunzio per l’Abruzzo. E, fuori del regionalismo veristico o delle influenze di Pitré, qualche utilizzazione di forme e modi della poesia popolare fu fatta anche da poeti quali Giosue Carducci, Giovanni Pascoli, Severino Ferrari.


giovedì 9 giugno 2022

Il Mezzogiorno moderno. 23. Una traduzione napoletana da Tacito



A Napoli veniva pubblicato, nel 1810, l’Agricola tradotto in italiano da Giuseppe De Cesare, del resto figura notevolissima di studioso e patriota e, come il Gargiulli, attore e spettatore di tutta l’età napoleonica.

Il napoletano De Cesare, infatti, aveva partecipato al governo repubblicano del 1799 come componente del Corpo municipale, mentre il fratello minore Francesco militava nell'esercito repubblicano. Entrambi avevano partecipato all’ultima difesa di Castel Sant'Elmo e, dopo la capitolazione, erano stati rinchiusi con altri “patrioti” nelle carceri della Vicaria. Il De Cesare fu infine condannato all'esilio e alla confisca di tutti i beni posseduti nel territorio del Regno. In esilio a Firenze, il De Cesare aveva pubblicato proprio la traduzione della Vita di Agricola di Tacito, che ben presto ebbe, tra i lettori, letterati del calibro di Monti e Cesarotti. A questi anni risale anche l’Esame della Divina Comedia, pubblicato a Napoli nel 1807 e che, come la traduzione tacitiana, ottenne un lusinghiero successo. 

Nel 1807, il De Cesare ottenne dal conte Agar de Mosbourg la carica di capo divisione nel ministero delle Finanze a Napoli, continuando la sua attività letteraria su diverse riviste letterarie locali. Collaborò, inoltre, alla progettazione del nuovo sistema finanziario, ricoprendo dal 1812 al 1820 la carica di amministratore generale dei Dazi indiretti. 

Perché l’Agricola? Lo esplicitava De Cesare stesso nella prefazione alla prima edizione del testo:

"Tutti converranno meco facilmente, che sia questa la più bella produzione di Tacito, ed il più bel pezzo di biografia dei Latini [...]. Tutto vi respira infatti la virtù più la più pura, le idee le più liberali e moderate nel tempo stesso, il santo amor della Patria, ed il più santo amore dell’Uman Genere tiranneggiato e vilipeso da Roma [...]. Quante riflessioni ci presentano i fatti che egli ci racconta! Quante applicazioni possiamo noi farne alle vicende dei tempi posteriori [...]".

De Cesare, dunque, ai due estremi dell’età napoleonica e, anzi, come “superstite” di essa fino all’età ferdinandea inoltrata, come testimone di una generazione che non arrivò, nemmeno in campo culturale, «prossima a morire alla storia», ma seppe intelligentemente adattare le direttive napoleoniche sull’educazione recuperando classici spesso non ben accetti dalla corte e dall’imperato-re stesso. Il classicismo “imperiale” e non più “repubblicano” diventava, dunque, un modo, in consonanza con la cultura politica del tempo, per “esemplarizzare” virtù civiche e morali che avrebbero dovuto servire da guida per la condotta nell’azione politica. 

giovedì 19 maggio 2022

La Basilicata moderna. 43. Le tipologie urbane a metà Settecento

 Dalla relazione Gaudioso emerge, in primo luogo, un quadro alquanto variegato delle tipologie urbane. La provincia comprendeva, infatti, 117 centri abitati distribuiti in quattro “Ripartimenti”. Era, in effetti, una provincia piuttosto vasta, che, fino a quell’epoca, era nota sostanzialmente attraverso la descrizione datane, ad inizio del secolo, dal Pacichelli:

"Opportuno è il passaggio dall’Hirpinia nella Lucania, Terra questa, anzi fra l’uno, e l’altro partimento delle due Provincie distesa, che a quella unita, ò congionta; la maggior parte però più inchiusa, e con qualche portion della Puglia, e Grecia grande, volgarmente detta Basilicata. Vogliono i seguaci di Leandro Alberti, e del Pontano, che questo nome sia sorto da’ Veleni suoi naturali, ò dal Greco Imperadore, che ne dotò la figliuola, ò da un tal Basilio, che col suo valore ne scacciò i Greci: e taluni molto meglio stimano, per la sua Signoria rilevata, sendo che la sua voce Greca, significa propriamente Regale, forsi perché al Regal Dominio da tempo lungo sia ella appartenuta, à differenza delle due precedenti de’ Prencipi  di Benevento, ò Salerno. […] La dividono gli Apennini dalla minor parte della Lucania, che resta nell’Ulterior Principato, hà per limiti dal lato di Greco e Tramontana le Terre, di Bari, e di Otranto, con la Provincia di Capitanata per la Riviera dell’Ofanto, dall’Oriente e Libeccio il Mare Ionio, ò di Taranto, dall’Africo alquanto il Tirreno, e dal Mezogiorno, col fiume Lao, la Calabria inferiore. In questa circonferenza dunque si ferma la particella de gl’Hirpini avvanzata al superior Principato, un taglio della Puglia Daunia, e Peucetia fra l’Ofanto, e il Bradano verso i rigagni loro, ed il lembo maritimo della Grecia grande […]. Hoggi è Matera Sede Arcivescovale, e Risdenza insieme de’ Regali Ministri per la Giustizia, e Finanze in Basilicata. I Vescovadi suffraganei sono, Lavello, Marsico vecchio, Melfi, Montepeloso, Muro, Rapolla, Tricarico, Tursi, e Venosa, Eccedono il centinajo nella Provincia le Terre, e Castelli: e con tredeci Torri guarda i due Mari. Ella viene inaffiata particolarmente da’ Fiumi, Braciano, Acalandro, ò Roseto, Siri, ò Seno, e Taciri, e da altrettanti Laghi non nominati da gli Eruditi. È Paese assai montuoso, non però inameno per la giocondità de’ suoi fruttiferi campi".

In quest’ampia provincia, i Ripartimenti avevano una consistenza piuttosto omogenea. Quello di Tursi comprendeva 31 centri abitati e si spingeva da Montescaglioso e da Ferrandina, sino ai confini della Calabria e da Terranova del Pollino sino a Gallicchio. Quello di Maratea comprendeva 30 centri abitati e comprendeva le zone dalla costa tirrenica fino a Viggianello, a Miglionico e a Corleto Perticara. Quello di Tricarico, con 29 centri abitati, comprendeva Potenza e i paesi del basso Potentino, estendendosi sino a Pietrafesa e da Sasso sino ai centri dell’alta valle dell’Agri, da Montemurro a Tramutola. Il Ripartimento di Melfi, infine, comprendeva 28 centri abitati, a nord di Potenza. 

Oltre a questi centri. Risultavano quasi delle énclaves i feudi di San Basile e Policoro, situati nel Ripartimento di Tursi.

I 117 centri abitati distribuiti nei 4 Ripartimenti della Basilicata erano, comunque, piccoli nuclei abitati con una popolazione inferiore ai mille abitanti. Oltre a Matera (13382 abitanti), Potenza (8000) e Lauria (6000) soltanto tre centri superavano i 5000 abitanti: Melfi (5523), Avigliano (5500) e Ferrandina (5000). Sette superavano i 4000 abitanti: Laurenzana (4800), Pisticci e Tursi (4200), Muro, Rivello, Tricarico e Viggiano (4000). Sei i 3000: Calvello e Venosa (3700), Moliterno (3500), San Fele (3200), Montepeloso (3071), Rionero (3050).


Da quanto sinora riportato risulta di per sé evidente come una provincia interna, qual era la Basilicata, mostrasse una netta sproporzione tra la vastità del suo territorio e le tipologie insediative, cosa di cui lo stesso Carlo doveva essersi accorto, pur attraversandone la parte meno montuosa e forse più omogeneamente abitata. Infatti, a fronte di un semplice 17% degli abitati costituito da città statutariamente tali, ben il 92% degli insediamenti basilicatesi rientrava nell’ambito delle Terre. Una provincia, dunque, del resto peculiare anche per l’intreccio, sul versante istituzionale, di Università, Feudo e Chiesa che, spesso in concorrenza tra loro, erano i tre fondamentali livelli che di fatto esprimevano l’amministrazione del potere locale, tramite conflitti, ma anche forti intrecci. Un connotato, questo, che, in alcuni centri, tra i quali Matera, Venosa, Potenza assunse dimensioni e forme di esercizio concreto ancora più particolari e alquanto significativi rispetto al contesto circostante.


Potenza. 5b. Le tradizioni dei mestieri

Una volta raggiunta l’età per poter lavorare, il ragazzo in base al proprio stato badava o alla coltura dei campi, ad un mestiere o all’ammi...