giovedì 16 settembre 2021

Risorgimento lucano. 38. Il Memorandum del 1848

FONTE: ARCHIVIO DI STATO DI POTENZA, Processo per la Setta dell’Unità d’Italia, b. 3, f. 5, "Memorandum delle province confederate", 25.06.1848

giovedì 9 settembre 2021

Personaggi. 26a. Petruccelli della Gattina romanziere

Petruccelli della Gattina è noto come giornalista e scrittore politico, ma la sua attività fu anche scandita da romanzi che all'epoca fecero un certo scalpore. 
Nel 1845, attingendo alla grande enciclopedia medievale, pubblicò a Napoli il suo primo romanzo, di ispirazione gotica, Malina. Storia napoletana del secolo quattordicesimo, cui seguì nel 1847 a Parigi Ildebrando. Cronache del secolo undicesimo, che, con la sua radicale critica al potere temporale dei papi, fu ristampato dall’editore milanese Daelli nel 1864 con il titolo Il re dei re. Convoglio diretto nell’XI secolo. Francesco Torraca lo definì «uno dei più strani che abbia mai letti».
La sua opera letteraria più nota, Memorie di Giuda (Milano 1870), fu prima pubblicata a Parigi nel 1867 con il titolo Les mémoires de Judas, e tradotta da lui stesso in italiano. In questo particolare romanzo storico la materia dei Vangeli fu ripresa inserendo una quantità di personaggi d'invenzione e presentando un Cristo del tutto umano; alla narrazione erano mescolati frequenti riferimenti al presente, nella decisa prevalenza della dimensione politica del racconto. Memore dei suoi studi giovanili presso Rosini, Petruccelli spacciò il testo per il volgarizzamento di un codice apocrifo del Nuovo Testamento ritrovato tra i papiri di Ercolano da parte del giovane Fabrizio. Un simile ‘Giuda rivoluzionario’ scatenò inevitabilmente le ire del mondo clericale.
Ancora, degli anni Settanta sono Il re prega (Milano 1874), Il sorbetto della regina (1875) e I suicidi di Parigi (Milano 1876); Giorgione (1879), che, con il successivo Imperia (188I pinzoccheri. Scene della rivoluzione francese, I-II, Bologna 1892.
0), segna il ritorno al romanzo storico della giovinezza. Postumo apparve il romanzo

Su di lui come romanziere pesa, forse, ancora la stroncatura che nel 1937 ne diede, impietosamente, Benedetto Croce:

"Quale delusione nello sfogliare i volumi di giornalisti che ebbero un tempo gran numero di lettori am-miranti e che parvero fontane zampillanti di vivacissimi spiriti ; quale sproporzione tra la pomposa risonanza del loro nome e l’effettiva povertà delle loro parole stampate ! Chi può ora sostenere la lettura dei romanzi dovuti alla penna del focoso giornalista-epigrammista che fu Ferdinando Petruccelli della Gattina: Il re prega, Il sorbetto della regina e altrettali, che vorrebbero dare quadri della Napoli borbonica e danno un cumulo di cose enormi, di delitti tenebrosi, di stranezze, di scempiaggini, senza disegno e senza stile, con una disinvoltura e un brio di maniera, meccanici e falsi? Le Memorie di Giuda del medesimo autore, scritte più abilmente, offrono l’ordinario ciarpame di lussuosità, lussuria, voluttà e crudeltà, che è d’obbligo nei romanzi sull’età imperiale, e par che contino sullo sbalordimento dei lettori nel leggere che Gesù aveva una sorella di nome Ida, la quale era stata venduta ai piaceri di Ponzio Pilato ed era fidanzata a Giuda, e aveva anche uno zio chiamato Barabba, e che egli fu bensì crocifisso ma tolto ancor vivo dalla croce e risanato e segretamente condotto a Roma, dove morì tre anni dopo di consunzione, assistito da Giuda e da Pilato; e simili stravaganze. Il pezzo forte del romanzo è la scena del furore di Claudia, moglie di Pilato, che fa gettare Ida nella vasca delle murene:

Appena il corpo di Ida cadde nel bacino, quelle centinaia di serpenti, come in un sol gruppo, si scagliarono sopra di lui. Ida si rialzò, e tentò di stare in piedi. L’acqua la copriva sino al. petto. Cominciò a strappare colle sue mani le murene che, come enormi sanguisughe, le si attaccarono con la bocca tutta aperta, formando un disco armato di succhiatoi, e la morsero... 
Ida ricadeva e spariva sotto l’acqua per un istante: poi si rilevava. Il suo collo e le sue guance erano stati invasi e morsicati. Si sarebbe detta una testa di Medusa. Le mani le braccia erano avvinghiate da quegli orribili mostri. Era divenuta una sola piaga: l’acqua arrossava. In quel punto una murena le saltò alle labbra. Ida piegò. Altre le si ap-presero agli occhi. Gettò un grido: fece uno sforzo supremo per sbarazzarsi da quelle morse viventi, da quei ferii divoratori, e riuscì a sbrattarne per un istante ancora il suo bel viso, orribilmente lacerato, poi vacillò e si abbiosciò ..." (da B. CROCE, Aggiunte alla “Letteratura della nuova Italia”, in «La Critica», n. 35 (1937), pp. 291-292).

giovedì 2 settembre 2021

Il Mezzogiorno moderno. 18. I De Cardenas: una famiglia potente

I De Cardenas avevano origini spagnole. 
Un ramo fu importato in Sicilia da Giovanni, Pretore di Palermo, nel 1321-22. Ne fu capostipite il nobiluomo spagnolo Fernando, originario di València, che aveva sposato una discendente diretta della Casa Reale di Castiglia e Leon. 
Tra i membri della famiglia si annoverano Giovanni, governatore della Camera sotto la regina Elisabetta; Alfonso, Castellano di Piazza e Marchese di Laino; Ferdinando, Principe del Sacro Romano Impero, tenente colonello di fanteria e Governatore di Milazzo nel 1723. 
Lo stemma araldico della famiglia era costituito da un’arma d’oro, due lupi passanti l’uno sull’altro, posti in fascia e la bordatura rossa, caricata di otto conchiglie e otto S maiuscole d’oro, alternate.
I Cardenas, in Basilicata, possedettero il feudo di Pisticci per oltre due secoli, dal 1593 a tutto il 1806 .
Precisamente, la presa di possesso della Terra di Pisticci venne registrata il 10 luglio 1593, con atto del notaio Camillo Positano di Bari. Quale primo atto vennero avviati gli interventi di ristrutturazione e ampliamento del castello, che divenne “castello degli Acerra”, dal momento che i De Càrdenas erano feudatari anche di Acerra e di Laino. Il castello, opportunamente fortificato, continuò a svolgere le funzioni di dimora della famiglia, dei governatori, di agenti e ospiti. Fu sede di uffici amministrativi e giudiziari e, nei piani inferiori, fu dotato di ambienti per il corpo di guardia. Solo per un breve periodo il feudo di Pisticci fu trasferito a Camillo De Curtis, proveniente da un’antica famiglia di origini longobarde, nel 1594, per poi essere nuovamente riacquistato, nel 1595, da don Bernardino De Càrdenas.
Patrizio napoletano, don Bernardino aveva sposato Fulvia Caracciolo, figlia di don Ferrante I duca di Airola, preferendo sempre la vita tranquilla di Pisticci al lusso e agli intrighi della capitale. Dopo la sua morte, avvenuta  il 14 gennaio 1625 a Pisticci, dove si era definitivamente stabilito, il feudo passò al figlio Giovanni, che ereditò il titolo paterno di Signore di Pisticci. Entrambi furono tumulati nella chiesa del Convento francescano di santa Maria delle Grazie (come si rileva ancora oggi dalle lapidi dei due sepolcri all’interno della stessa chiesa) .


FONTE: G. RECUPERO, Esame, e rischiaramento di altri dritti della corona sulle provincie del regno di Napoli, Napoli, Presso Gioacchino Milo, 1793, p. 96. 

giovedì 26 agosto 2021

Paesi lucani. 60. Pisticci: la frana del 1688

Già tra i secoli XVII e XVIII  Pisticci si estendeva su un territorio di 23.000 ettari circa, compreso tra i fiumi Basento, a Est, e Cavone, a Ovest, che lo separavano, rispettivamente, dai comuni di Bernalda e Montalbano. Le tre colline su cui sorgeva il centro storico, Serra Cipolla, San Francesco e Monte Como, erano situate sul versante occidentale, dove la natura del terreno era in prevalenza argillosa e silicea. I versanti delle colline erano caratterizzati da ripide scalanature, i calanchi. Proprio a causa della componente argillosa del terreno, l’abitato di Pisticci è stato spesso interessato da vari fenomeni di dissesto idrogeologico, smottamenti e movimenti franosi. 

Buona parte della storia di Pisticci è legata fortemente  alle frane che nel corso dei secoli ne hanno modificato il territorio .
I frequenti dissesti del sottosuolo comportarono una serie di fenomeni franosi, in cui videro il crollo intere parti dell’abitato. Nel corso del Seicento, la contrada di Casalnuovo, la più popolosa dell’intero centro urbano, fu anche la più duramente colpita dai fenomeni di smottamento del terreno.
Senza dubbio, tra le frane che, nei secoli, tormentarono il territorio pisticcese, quella del 1688 fu la più disastrosa e le sue conseguenze restarono, nei secoli, visibili all’interno della struttura urbana . 
L’evento del 9 febbraio 1668 restò impresso, nella memoria collettiva, come la "notte di Santa Apollonia". Buona parte del centro urbano del tempo, costituito dalle contrade della Terravecchia-Casalnuovo, si divise in due parti. Il movimento franoso si fermò solo quando trovò un ostacolo insormontabile nella mole delle fondamenta della Chiesa Madre, zona chiamata per questo Palorosso. La frana rase al suolo palazzi gentilizi, abitazioni comuni e parte della piazza antistante la Chiesa Madre, punto nevralgico del paese , provocando la completa rovina dell’antica struttura urbana. L’unico edificio risparmiato dal crollo fu  la chiesa dell’Immacolata Concezione . La lenta riedificazione fu tutta ad opera dei cittadini che, nei successivi decenni di incessante lavoro, fecero largo uso del materiale ricavato dalla frana, per ricostruire le zone distrutte. Già nell’ultimo decennio del secolo, i pisticcesi cominciarono la lenta opera di ricostruzione dell’abitato, che si tradusse nel secolo successivo nell’intensa urbanizzazione del pianoro di San  Francesco e nel sorgere di nuovi rioni .
Il periodo a cavallo fra gli ultimi anni del Seicento e i primi decenni del Settecento fu caratterizzato da un’intensa attività di ricostruzione, che vide impegnati i pisticcesi nel ripristino dell’assetto urbano della vasta area della città distrutta nel 1688. La circostanza della frana rappresentò un elemento fortemente condizionante nello sviluppo urbano dei secoli successivi, poiché ne modificò radicalmente la direzione di espansione . 
Nei mesi seguenti alla notte di Santa Apollonia, il marchese di Laino, della potente famiglia dei De Cardenas , feudatari di Pisticci, offrì, con intento speculativo, un vasto territorio in località Caporotondo, precisamente sul pianoro delle Amendole (a circa sei chilometri dal vecchio centro abitato), per la ricostruzione e il trasferimento totale del paese . Gli eletti e il Sindaco, più vicini all’anima del popolo, decisero di riedificare i luoghi franati di Pisticci sulle rovine della zona sprofondata. Fortunatamente, la Cattedrale e parte della piazza antistante, centro nevralgico della vita civile e spirituale del paese, furono risparmiate dalla frana. La cattedrale e il campanile del XIII secolo rimasero intatti e fu proprio da quest’area che partì la ricostruzione .

BIBLIOGRAFIA:

D. D’ANGELLA, Saggio storico sulla città di Pisticci, Pisticci, Tip. I.M.D. lucana, 1978.
C. SPANI, Cronache pisticcesi, Roma, Luigi Spani editore, 1990.
G. CONIGLIO, Notte di santa Apollonia. 9 Febbraio 1688. Frana Rione Dirupo-Pisticci, Pisticci, Tip. I.M.D. Lucana, 2009.
M. R. PIZZOLLA, Pisticci: Storia urbana, Potenza, EditricErmes, 2003.

giovedì 12 agosto 2021

Materiali didattici. 56. La rivoluzione del 1860 in una testimonianza di quei giorni

I municipi del cessato governo, le stesse autorità amministrative e giudiziarie non esitarono un istante per riconoscere il nuovo governo, ed offrire ad esso la propria ed efficace cooperazione. Docili i popoli, docilissime le autorità parve che la rivoluzione tanto temuta e calunniata da’ retrivi fosse servita a ristabilire la pace pubblica, ed a riconsolidare la interna tranquillità, e l’ordine delle più ci-vili nazioni. E se la nostra Città vedesi irta di barricate per tutelarsi da inattese aggressioni di regi predoni, nella nostra Città spira quella calma, e quella sicurezza che derivano dalla forza del diritto, dalla giustizia dell’operato, e dalla grandezza dell’impresa.
Operosi, attivi, solerti provvengono i nuovi impiegati, commisti con molti de-gli antichi a quanto richiede l’urgenza del momento, ma con somma modestia, e silenziosamente. Non vessazioni di sospettosa polizia, non ricerche minuziose, ed incomode; il cittadino di Potenza o del regno intiero non deve dar conto tra noi dei suoi atti ai Magistrati se non quando gli atti si verificassero opposti alle leggi, o attentatori al supremo diritto della ricostituzione nazionale.
I governi deboli, ed usurpatori dei diritti del popolo temono di tutto, paventa-no fino delle ombre, delle parole, del sospiro, dei sogni medesimi; un governo forte come il nostro perché istituito dalla volontà generale, ed appoggiato dalla concorde cooperazione dei cittadini di tutte le classi non teme non paventa di alcuno, e corre spedito per la via tracciatagli dall’opinione pubblica, cioè riconoscere GARIBALDI come supremo Duce, e Dittatore della grande impresa nazionale, preparare ogni mezzo per coadiuvare la riuscita, allargare la rivoluzione nelle vicine provincie e posare le basi le più solide della futura ricostruzione nazionale.
Tali furono e sono i prodromi, e la storia della nostra rivoluzione, che passando ammirata, ed incontaminata fra i posteri ci farà ricordare dei medesimi portenti avvenuti nel 1820.

FONTE: «Corriere Lucano. Giornale Ufiziale dell'Insurrezione», n. 5 (1 settembre 1860), p. 19.

giovedì 5 agosto 2021

Il Mezzogiorno moderno. 17c. Il Corriere Lucano del 1860

L’esperimento comunicativo fu pienamente attuato, invece, con la rivoluzione del 1860, un’operazione pianificata, che non casualmente vide confluire nella città capoluogo Potenza patrioti organizzati e non. L’eccezionale esperimento del Governo Prodittatoriale, gli assetti e gli indirizzi politici, la pratica politico-istituzionale che lo caratterizzarono, portarono ad un esperimento di compartecipazione al progetto politico che fece della comunicazione, attraverso il «Corriere Lucano», uno strumento di rilievo.
Il «Corriere Lucano. Giornale Ufiziale della Insurrezione» fu pubblicato a partire dal 23 agosto 1860, il martedì, giovedì e sabato. Il giornale constava generalmente di un editoriale, proclami e atti del Governo Prodittatoriale, informative sugli sviluppi militari e, con minore regolarità, «cronachette interne» della vita del capoluogo.
Secondo una formula che, in ultima analisi, rinviava ai tradizionali fogli volanti a larga tiratura e ad ampia diffusione, come nel caso dei già citati «Giornale Patriottico» e del «Circolo Costituzionale Lucano», il numero di pagine era limitato a sole quattro. Il giornale si presentò fin da subito come organo ufficiale della Prodittatura, recando, infatti, l’indicazione esplicita che la redazione fosse situata nel «Palazzo Prodittatoriale», quel palazzo Ciccotti dal quale Giacinto Albini e Nicola Mignogna avevano proclamato, il 19 agosto, l’insediamento del nuovo governo . Inoltre, proprio in tale direzione, ossia come voce ufficiale e super partes dell’insurrezione, gli editoriali non recavano alcuna firma. 
In base a tali direttive, è presumibile che autore di gran parte degli editoriali fosse lo stesso Giacinto Albini, che a Napoli aveva avuto, nel biennio precedente, esperienze di giornalista per il «Corriere di Napoli» . Gli unici «compilatori» – attestati solo nel primo numero e che, si può presumere, si assunsero l’onere di redigere le notizie giornaliere – furono Giovanni Giura, Giorgio Saverio Favatà e Luigi Masci. Si tratta-va di collaboratori di rilievo, con importanti esperienze professionali e di cultura politica, a partire dal Giura, avvocato nato a Chiaromonte che fece parte, oltre che della Commissione per la redazione del «Corriere Lucano», anche della Legazione per le vettovaglie e vetture . 
Per quanto concerne il Favatà, anch’egli uomo di formazione giuri-dica, ancora studente, nel 1853, era stato incluso tra gli «attendibili» po-litici e sottoposto a sorveglianza di polizia, «relegato» in domicilio coatto a Potenza e, dopo il 1857, a Ruoti. Nell’esercizio della sua professione a Potenza aveva destato sospetti per i suoi rapporti con i fratelli Tiberio, Orazio ed Emilio Petruccelli e, nel giugno del 1859, era stato arrestato perché autore di un opuscolo ritenuto «scandaloso»; scarcerato nel luglio, venne relegato a Lauria, dove aveva fatto parte del locale comitato insurrezionale . Un’esperienza, dunque, di cultura e di pratica politica in senso decisamente democratico, quasi a equilibrare il moderato Giura. 
Infine, Luigi Masci che, nato a Potenza nel 1810, era stato impiegato dell’Intendenza di Basilicata. Personaggio dal forte profilo comunicati-vo, aveva pubblicato poesie d’occasione e, il 15 luglio 1859, aveva tenuto, a Potenza, il discorso ufficiale per la morte di Ferdinando II. Dopo il 1860 sarebbe stato impiegato nella Cancelleria della Corte d’appello di Potenza, ottenendo la direzione dell’Archivio Provinciale per il quale aveva già lavorato in precedenza .
Ai tre collaboratori segnalati dal primo numero, fu aggiunto, sul secondo numero del «Corriere», in data 25 agosto, Francesco Paolo Ambrosini, dottore in utroque jure originario di Armento e anch’egli uomo di comprovata attività «cospirativa».
Fin da subito, dunque, si organizzò una redazione costituita da componenti di comprovata esperienza nel campo della comunicazione politica. 
La stampa del giornale fu affidata a Vincenzo Santanello, in continuità con il precedente snodo del 1848-49, nel corso del quale il tipografo-editore, di origini napoletane, aveva prestato la propria opera per stampare proclami, tra i quali il noto Memorandum e il «Circolo Costituzionale Lucano». Santanello, già componente del decurionato potentino, fu, in effetti, nominato stampatore ufficiale del nuovo governo.

Risorgimento lucano. 38. Il Memorandum del 1848

FONTE: ARCHIVIO DI STATO DI POTENZA, Processo per la Setta dell’Unità d’Italia , b. 3, f. 5, "Memorandum delle province confederate...