giovedì 21 ottobre 2021

Il Mezzogiorno moderno. 19. La stampa periodica meridionale dal 1799 al 1848 (Antonio Cecere)


La stampa meridionale di tipo politico si può dire nasca con la rivoluzione del 1799, facendo sì che si celebrasse, secondo l’espressione di Benedetto Croce, «il Natale del giornalismo politico», riferendosi a quel giornalismo che nasceva allo scopo di educare il popolo alla vita democratica, ponendolo per la prima volta di fronte ai problemi di una “nazione” in trasformazione. Comunque, la libertà di stampa diede la possibilità a numerose testate giornalistiche di venire alla luce. Purtroppo, risulta molto difficile indicare in modo completo la produzione del ’99: molte pubblicazioni furono, infatti, distrutte, in seguito allo specifico editto che il 16 gennaio 1800 il principe del Cassaro, in qualità di luogotenente del Regno e su ordine di Ferdinando IV, fece pubblicare. Tra i diversi periodici pubblicati durante la breve vita della Repubblica Napoletana il «Monitore Napoletano», il periodico redatto da Eleonora Fonseca Pimentel, può essere considerato a ragione la memoria storica del tempo che efficacemente e in diretta restituisce la sensazione degli eventi. Se il «Monitore», comunque, si schierava come periodico semi-ufficiale e di prima fila nell’analisi e nel commento degli atti governativi, altri periodici fiorivano a Napoli, intendendo completare gli spazi lasciati vuoti dal periodico della Fonseca, quali gli aggiornamenti europei, i commenti non ufficiali sugli atti del Governo e gli “eventi” letterario-educativi. Ad esempio, già il 9 febbraio 1799 circolò l’annuncio di un nuovo periodico, il «Corriere d’Europa», con cui Angelo Coda, riproponendo una testata già nota, riprese la sua attività editoriale. Carattere esplicitamente “commentativo”, più che informativo, ebbe, invece, il «Corriere di Napoli e Sicilia», che si presentò ai lettori il 17 febbraio, considerandosi come l’unico periodico finanziato direttamente dal Governo repubblicano. Il «Corriere di Napoli e Sicilia» fu pubblicato dal 17 febbraio al 27 aprile, per venti numeri, con una cadenza variabile. Proprietario e direttore della testata fu Marcilly, che fu redattore con Mittois, per ordine del governo, del «Bollettino delle leggi della Repubblica Napoletana», in cui si raccoglievano tutti gli atti della pubblica amministrazione. Gli articoli e i servizi di cronaca erano divisi secondo una triplice classificazione: «Novelle Straniere», «Notizie Interne», «Varietà», presentate spesso in forma epistolare con corrispondenza da Parigi a Napoli e viceversa. I redattori del giornale assunsero come premessa la volontà, in un governo libero, di istruire il popolo, affinché fosse rispettato il diritto di ogni cittadino di conoscere l’operato di chi lo rappresentava: per questo motivo si proposero di pubblicare gli atti del governo, delle varie amministrazioni e del capo dell’Armata Francese; in quest’ottica, i redattori ritenevano che informare significasse anche esortare il popolo alla rettitudine e che ogni scritto dovesse considerarsi come un pubblico servizio, da incoraggiare quando realmente fosse indirizzato al bene del popolo, da censurare quando invece si allontanasse dai loro bisogni.

Nel Decennio napoleonico, invece, si diffusero periodici d’importazione, diremmo, riportanti notizie interne ed estere pubblicate su vari giornali francesi e tradotte dal francese all’italiano, come il Corriere di Napoli (16 agosto 1806 – 30 gennaio 1811, Napoli), che poi si fonde con il Monitore napoletano e continua con il Monitore delle Due Sicilie; il Giornale delle Due Sicilie (23 maggio 1815 – 9 dicembre 1816, Napoli), che è la continuazione del Monitore delle Due Sicilie e poi del Giornale del Regno delle Due Sicilie; Lo Spirito dei giornali politici (6 gennaio 1821 - 17 marzo 1821, Napoli); infine il Giornale degli amici della patria (1820, Napoli). Testate molto importanti furono anche altri giornali, stampati a Napoli, che riportavano notizie interne ed estere, scritte interamente in lingua francese:  L’Echo. Journal Politique, Commercial et Litteraire (1820, Naples); Journal de l’Empire ( 2 dicembre 1806 – 24 luglio 1807, Naples), che poi cambia il titolo in Journal Français (1807 – 31 dicembre 1813, Naples).

La stampa periodica napoletana, nel periodo compreso fra il 1820 e il 1821, impresse, invece, una visibile traccia negli intellettuali dell’epoca, nell’arco di un determinato momento storico, quale quello della Rivoluzione costituzionale, in cui le divergenze di carattere politico e letterario divennero sempre più diverse e marcate. In particolare, i giornali del 1820 -come accadde già nel 1799, anche se in circostanze diverse, in cui forte fu il sentimento dell’esperienza della Repubblica napoletana - hanno avuto il fine specifico di trasmettere e formare, negli animi dei lettori, una nuova coscienza politica nazionale: la Costituzione spinge l’uomo al bisogno necessario di sentirsi parte della Patria, all’interno di un più grande e compatto equilibrio europeo. I giornali furono, soprattutto, uno strumento di “ponte diretto” fra le ideologie maturate a Napoli e quelle affermatesi in nazioni straniere. 

Una tale determinatezza rivoluzionaria è emersa proprio nelle principali personalità, che sono stati i protagonisti delle vicende della Rivoluzione costituzionale del 1820. Ad esempio, Lorenzo De Concilj, deciso e fermo, scrivendo che «nella metà di giugno, che più non rimaneva tempo alla lentezza, incominciò la esecuzione del suo ardito progetto», come anche gli «eccellenti ufficiali» e «tra essi distinguevasi il giovane Morelli, calabrese di ardente spirito e di straordinario coraggio, al quale si diresse Luciani per indurlo ad agire e lo consigliò a profittare della risolutezza che dalla parte di Avellino manifestava de Concilj». 

A Michele Morelli premeva che si giungesse presto alla rivoluzione. A differenza di quanto scriveva Pietro Calà Ulloa su Morelli, definendolo «meno ardito e più scaltro» rispetto a Silvati, «noto per coraggio, non per acutezza», Morelli, invece, era fin troppo astuto nel pensare che, considerate anche le condizioni davvero complicate, bisognasse agire in poco tempo. Questo particolare profilo caratteriale di Morelli è, infatti, attestato da un interessante articolo pubblicato il 15 agosto 1820 sul Giornale politico-letterario La Voce del Popolo, in cui l’autore scrive, riferendosi a Morelli, che «il suo carattere fu pacifico e freddo, benché tenace e irritabile» anche se, egli aggiunge, «tutto interessa sul conto del nostro liberatore». 

Davvero interessante è, poi, la condizione di disagio collettivo, da un punto di vista politico e istituzionale (e qui iniziamo ad entrare nel vivo dell’analisi di questo lavoro scientifico), evidente in quanto scritto nel primo numero dell’agosto 1820 del giornale Voce del popolo, in cui, nella prima sezione, viene aperto un acceso dibattito, che - già dal titolo Che cosa è la libertà costituzionale? - manifesta chiaramente quello che l’autore stesso definisce «il bisogno di libertà». La particolare importanza di questo articolo risiede nel fatto che la discussione in esso riportata riprende un saggio, tradotto dal francese in italiano, pubblicato su La Minerve française, in cui Étienne Agnan riporta le opinioni di Benjamin Constant sulla libertà costituzionale e sul progresso della società dei popoli europei:

«Da che dipende che moltissimi uomini [...] faccian professione di odiarsi, pel solo motivo che differiscono per opinioni politiche; avegnachè questo non conosce altra via di salvezza, che nel governo costituzionale, mentre chè nella mente dell’altro l’autorità assoluta vien dipinta come il solo rimedio a’ disordini pubblici?».

Infine, si citano alcuni periodici di grande rilevanza di tipo storico-politico. Tra questi: La Minerva Napoletana (8 agosto 1820 – 10 marzo 1821, Napoli),  giornale ripreso e tradotto dal periodico francese La Minerve française; Voce del Popolo (1820, Napoli), che traduce testi pubblicati su La Minerve française e, poi, L’Amico della Costituzione (17 luglio 1820 - l7 marzo 1821, Napoli). Peraltro, nel corso della rivoluzione del 1820-21 in Basilicata fu edito un notevolissimo periodico, il «Giornale Patriottico della Lucania Orientale», che, pubblicato a Potenza a partire dal 10 luglio 1820 con cadenza decadale, esaurì la sua funzione informativa rapidamente all’indomani della concessione della libertà di stampa, voluta dal Parlamento napoletano il 26 luglio. Esso può considerarsi, dunque, data la breve esistenza e la mancanza di seguito, dopo l’entusiasmo rivoluzionario, alla stregua di una prova di giornalismo politico.

E in effetti, dopo i moti costituzionali del 20-21, fu solo dal 1830 che il nuovo sovrano Ferdinando II permise la pubblicazione, accanto ai fogli ufficiali, di testate indipendenti come, nella nostra provincia, il «Giornale Economico Letterario della Basilicata», un periodico trimestrale, che, pubblicato per la prima volta nel 1838, nell’ex tipografia dell’Intendenza, pubblicava non solo articoli tecnici, ma si occupava anche di argomenti letterari e culturali. 

Solo negli anni Quaranta apparvero i primi giornali politici, anche perché agli albori del 1848, comunque, due correnti di pensiero si fronteggiavano nel Regno delle Due Sicilie.  La prima, che si identifica nel progetto riformatore di Aurelio Saliceti, indicato dallo storico borbonico Pietro Calà Ulloa come  il capo indiscusso del movimento radicale nella città di Napoli, si caratterizzava per un’attitudine repubblicana-moderata. Il suo programma puntava a liberalizzare la società e le istituzioni attraverso un nuovo contratto sociale che fondasse, in termini leciti e senza capovolgimenti rivoluzionari, le strutture della democrazia politica. Questa cultura di governo, inoltre, divideva gli obiettivi politici da quelli sociali. Saliceti diffuse le sue idee principalmente attraverso la rivista «Le Charivari». 

La seconda tendenza faceva perno, invece, sulle necessità degli strati sofferenti della società di eliminare le disuguaglianze e le distanze sociali nonché di accedere in maniera più equa e giusta a migliori condizioni di vita. Suoi nemici dichiarati erano la corruzione e gli interessi non sempre leciti delle nuove classi agrarie ed affaristiche. 

Infine, quest’ultima linea di pensiero, se condivideva con la visione “moderata” di sinistra l’esigenza di un nuovo contratto sociale favorevole alla partecipazione del popolo al potere, non ne approva il carattere elitario di base né l’accentuato laicismo, condizionato com’era, dalle correnti del cattolicesimo liberale del tempo. 

Tale alveo radicale era presente in special modo nelle aree più deboli delle Due Sicilie. Esso rivestì un ruolo primario nell’ambito dei governi provinciali e più che ad amministratori della capitale del Regno fece capo ad importanti leader politici locali tra i quali i lucani Ferdinando Petruccelli della Gattina ed Emilio Maffei, il salernitano Costabile Carducci, il calabrese Benedetto Musolino, i pugliesi Francesco Raffaele Curzio e Francesco Cirielli. 

Dalle colonne del giornale è possibile ricavare il sistema di pensiero di Petruccelli in materia di governo. In termini analoghi ad altri radicali la concezione politica dell’intellettuale lucano si collegava in modo preminente ai principi illuministici che avevano finalmente determinato  il crollo irreversibile della vecchia Europa, «mondo di ineguaglianze sociale, di privilegi». Così, per il Nostro, l’insegnamento più importante lasciato dall’esperienza rivoluzionaria francese era l’affermazione dei diritti civili e l’uguaglianza di fronte alla legge. Minore simpatia veniva invece ravvisata nei confronti del successivo dominio bonapartista, del quale stigmatizzava in particolare modo la centralizzazione amministrativa, elemento, secondo lui, di soppressione di libertà individuali e  autonomie locali. 

Il senso più profondo del cambiamento ed il problema della democrazia ottocentesca dovevano consistere, per Petruccelli, nel limitare il potere politico e nell’eliminare i legami che ancora frenavano l’autonomia dell’individuo, nonché nell’allargamento delle libertà al popolo sino al conseguimento del traguardo ultimo, cioè la partecipazione della comunità alla politica della nazione. Per raggiungere questi obiettivi, soprattutto attraverso il suo giornale, Petruccelli iniziò una vera e propria battaglia che non si limitava alla denuncia delle questioni cruciali del rinnovamento del potere politico, ma tendeva a confrontarsi concretamente con i problemi della corruzione, delle disfunzioni e dell’inefficienza dello Stato.

Ma il problema sul quale si versarono fiumi di inchiostro era quello legato alla Costituzione ed alle modalità della sua elargizione. In particolare, in Mondo Vecchio e Mondo Nuovo veniva ribadita come inaccettabile la costituzione censitaria concessa per ‘volere sovrano’ il 12 gennaio e veniva confermata l’opportunità di ricostituire il nuovo stato sulle basi del consenso cittadino. 

Partendo, cioè, dalla convocazione dell’Assemblea costituente del Parlamento, atto politico preposto a rifondare le strutture della politica sulla base dell’adesione dei cittadini, si rivendicava a gran voce la necessità di attribuire al popolo il compito di riplasmare via via tutte le istituzioni. Solo in questo modo si sarebbe provveduto alla formazione del ‘vero’ cittadino quale parte attiva del Paese

giovedì 14 ottobre 2021

L'antica Lucania. 19. La vita quotidiana nell'Alto Impero

La Lucania dal II secolo a.C. viene densamente occupata dall’impianto di numerose villae che soprattutto nelle aree interne hanno prevalentemente carattere produttivo. Ora l’economia romana dal tipo pastorale passa al modello agricolo prima catoniano e poi varroniano; esso dà impulso alla diffusione delle ville a produzione schiavistica, funzionali ad attività produttive specializzate, come olive, frutta, ortaggi e legumi, nonché all’allevamento del bestiame ed alla lavorazione dei prodotti che ne derivavano, come lana, latte e formaggio . Accanto alla cella vinaria alcuni ambienti potevano essere adibiti a deposito per il foraggio .
Anche in Lucania le condizioni per questa forma di sfruttamento terriero erano evidentemente mature, e così i primi esempi di questo nuovo tipo di villae fecero la loro comparsa intorno alla metà del II secolo a.C.; a Monte Irsi (Irsina)  è stata rinvenuta una stalla, parte della villa rustica di una vasta proprietà , costituita da una serie di almeno nove stanze, per lo più aperte verso sudovest, che dovettero servire a ospitare i numerosi buoi utilizzati nei lavori di aratura .
Ugualmente importante sul piano economico continuava ad essere l’allevamento dei maiali. La Lucania era già nota per la sua salsiccia, conosciuta col nome di lucanica, ed è possibile che la carne di maiale venisse trasformata in salsicce e venduta fuori del territorio regionale .
Al II secolo a.C. si datano anche i resti di una villa più modesta in località Braida di Brienza, con i suoi locali addetti ad attività produttive . Ma essi spesso, a causa di eventi specifici e non sempre chiari che colpiscono i singoli impianti, non durano a lungo: a Monte Irsi, la prima fase della costruzione degli edifici domestici (solo parzialmente esplorati dallo scavo) si ebbe probabilmente dopo l’abbandono della stalla» nel I secolo d.C. 
L’immediato hinterland di Metaponto era ancora abitato, ma in misura molto ridotta. Ancora esistevano alcune masserie, ma la terra veniva impiegata in maniera sempre crescente per la produzione di foraggio. Varrone fa riferimento al saltus metapontino dove le pecore di C. Aufidio Ponziano, dopo esservi state trasferite dall’Umbria, vennero foraggiate prima di essere vendute al mercato di Eraclea .
Nell’antica Roma e negli anfiteatri provinciali, come a Venosa  e a Grumentum, ove ne rimane il ricordo in una epigrafe di II secolo d.C. , si organizzavano scontri tra gladiatori, o tra belve, o tra queste ed animali selvatici, o tra cani e selvaggina o tra cacciatori e belve; queste venivano ospitate in appositi locali al di sotto dell’arena, come a Venosa , o in carri muniti di gabbie, come a Grumentum, ove l’anfiteatro non era provvisto di tali locali ma di un corridoio frequentato da gladiatori e forse anche da belve . 
In Lucania prosperavano aceri, cipressi, querce, castagni, faggi, ed i cipressi con il loro frutto erano considerati anche un antidoto contro il morso di serpenti .
In epoca imperiale si diffuse l'allevamento di pesci in piscine e vivai, anche alimentati da acqua di mare lungo la costa. Alla fine del II secolo risale la nascita dei primi vivai di ostriche, costruiti proprio a Baia, località della costa campana, che riforniranno i ricchi possessori della Lucania (come quello della villa di San Giovanni di Ruoti). Il garum si produceva a Maratea nelle vasche dell’isola di Santo Ianni ; peschiere sono attestate anche a Licosa , oltre che nella stessa costa marateota, mentre saline, utili per la salagione del pesce e di ogni carne proveniente da allevamenti locali e non solo, erano in uso presso S. Marco di Castellabate (SA), ove funzionava un importante porto romano .
Molto più tardi della carne arrivò nell’alimentazione romana il pesce. Tra i pesci più mangiati troviamo l’orata, la triglia, la sogliola e il luccio.
 Essi erano accompagnati da verdure bollite, carni o fegati  e li troviamo illustrati, come altri animali, con significati diversi collegati anche al mito ed alle concezioni dell’al di là, anche nell’arte e nell’artigianato documentati nella Lucania romana in reperti sia locali che di importazione .
I bambini lucani e romani giocavano con carrettini provvisti di ruote e a forma di animali, gli stessi con cui convivevano quotidianamente nelle campagne lucane . Venivano usati come giocattoli anche i poppatoi che dovevano servire, oltre che ad attirare l’attenzione con forme avvincenti (spesso animali soprattutto cagnolini e maialini), con colori sempre molto vivaci e con il rumore che termina, una volta finita la poppata .

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
ADAMESTEANU D. (a cura di), Storia della Basilicata. 1. L’Antichità, Roma-Bari, Laterza, 1999.
DE LACHENAL L. (a cura di), Da Leukania a Lucania. La Lucania centro-orientale fra Pirro e i Giulio-Claudii, Venosa – Castello Pirro del Balzo 8 novembre 1992 – 31 marzo 1993, Roma 1993.
MAGALDI E., Lucania romana, Roma, Istituto Nazionale di Studi Romani, 1947.

giovedì 7 ottobre 2021

La Basilicata contemporanea. 38. L'emigrazione e i suoi contraccolpi

Una domanda centrale per quanto riguarda i flussi migratori di tardo Ottocento è se l’emigrazione di massa abbia esercitato una influenza nello sviluppo del Mezzogiorno e nella modernizzazione dei costumi. La dimensione del fenomeno, considerando anche i movimenti di ritorno, lascia il campo aperto a indagini sociologiche di comportamenti, di mentalità e di culture diversificate secondo aree geografiche. L’emigrazione sia transoceanica che continentale, specie nelle zone di più intenso esodo, continuava a distribuire in maniera relativamente bilanciata svantaggi e benefici.
Ascanio Branca, il relatore dell’Inchiesta Jacini per la Basilicata, scriveva: «È nello spirito di avventura, nell’impulso verso un miglioramento che tragga gli uomini dalle condizioni poco felici del paese nativo, piuttosto che una vera penuria o la mancanza di lavori, che deve riguardarsi il principale movente che spinge all’emigrazione i lavoratori delle campagne, braccianti coloni ed altri operai di mestieri e cittadini in copia anche maggiore» (Atti della Giunta per la Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola, vol. IX, Fascicolo I, Relazione del commissario A. Branca, provincia di Potenza, Roma, Forzani e C., Tipografi del Senato, 1883, p. 65).
Non c'è dubbio che il complesso di esperienze che tanti “americani” portavano con sé nei loro paesi di origine contribuì in qualche modo o tonificare l’atmosfera stagnante della società rurale del Mezzogiorno, a insidiare vecchie costumanze, a scalfire qua e là secolari rapporti di soggezioni dei contadini verso i “galantuomini”. Per costoro si realizza come migrare non sia soltanto partire o inse-rirsi, ma possa consistere nel semplice lavorare lontano da casa per un tempo determinato e poi torna-re a sfruttare le conoscenze e le capacità economiche acquisite durante il periodo all’estero. In effet-ti, la recente ricerca storica ha messo in evidenza i riflessi che il fenomeno emigratorio poteva avere sui movimenti operai dei paesi di origine .
Per la Basilicata c’è il caso del «monaco bianco» Luigi Loperfido, ex emigrato in America, che nel 1902, promuove a Matera un movimento formalmente religioso, ma che nella sostanza è un moto agrario capace di scioperi . Si pensi infine alla Calabria, dove il rientro di una parte dell’emigrazione transoceanica che ne aveva svuotato borghi e campagne negli anni a ridosso della Grande Guerra non solo migliora l’alimentazione e l’abbigliamento, ma favorisce la nascita delle prime esperienze organizzative di stampo classista . In alcune realtà locali, poi, il nesso fra emigrazione e crescita del socialismo è strettissimo: lo dimostra l’esempio di Morano Calabro, dove, come emerge dalle ricer-che di Vittorio Cappelli, il periodico socialista «Vita Nuova» fu pubblicato dal 1913 al 1915 grazie alle sovvenzioni dei lavoratori moranesi emigrati in America . Per tanti “americani” delle campagne del Sud vi è ormai l’incapacità di raffigurarsi una società contadina, che si tende a vedere come un qualcosa di statico e di inerte, da rifiutare e da sostituire con rapporti sociali più dinamici .

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE DI RIFERIMENTO:
F. P. CERASE, Sotto il dominio dei borghesi. Sottosviluppo ed emigrazione nell’Italia meridionale. 1860-1910, Assisi-Roma, Carucci, 1976.
D. SACCO, La febbre d’America. Il socialismo e l’emigrazione (1898-1915), Manduria-BariRoma, Lacaita, 2001.
G. DE ROSA, L’emigrazione italiana dall’Ottocento alla fine del Novecento, in «Ricerche di storia sociale e religiosa», XXX (2002), n. 62


giovedì 30 settembre 2021

La Basilicata contemporanea. 37. Un discorso di Fortunato nel 1897

Giustino Fortunato
Nella inaugurazione del tronco di ferrovia da Rionero a Potenza
(21 settembre 1897)


Mi è grato, onorevoli Ministri de’ lavori pubblici, delle finanze e della giustizia, signori del Consiglio provinciale di Basilicata e della Società per le strade ferrate Meridionali, di dare a voi tutti il saluto de’ miei conterranei del Circondario di Melfi, - oggi più che mai consapevoli di quale benefizio essi siano debitori allo Stato, che questa loro ferrovia ha voluta, alla Pro-vincia, che l’ha sussidiata, alla Società, che l’ha eseguita. Voi, o quelli fra voi che più intimamente mi conoscono, potete comprendere da quanta commozione sia vinto l’animo mio nell’ adempiere, dinnanzi a voi, un così affettuoso, doveroso mandato. 

Sono diciotto anni, proprio in questo scorcio del settembre, che un anonimo, il migliore più dimestico de’ miei amici, scriveva da un comune del Vùlture a un giornale di Roma le seguenti parole: «se per saggezza di popolo e di governi l’Italia godrà tale un periodo di pace operosa e di provvido raccoglimento da potere tradurre in atto tutto quanto il disegno ferroviario del 29 luglio 1879, che in caso contrario resterà documento e monumento di leggerezza parlamentare, il Circondario di Melfi avrà raggiunta la mèta e assicurata la sua rigenerazione ». 

Or io non so fino a che punto e popolo e governi abbiano corrisposto alle previsioni dell’anonimo di diciotto anni addietro, all’augurio di saggezza, alle speranze di pace e di raccoglimento; ma questo io so che l’Italia, nonostante le tempeste della sua //74// vita politica, le terribili sue ore di angoscia e di affanno, ha mantenuta, religiosamente, la fede promessa. Il tronco di ferrovia, che di qui a poco percorreremo, è l’ultimo della rete complementare decretata nel 1879, l’ultimo de’ quindici mila chilometri, costruiti dopo il 1860, l’ultimo della fitta maglia di ferro, tessuta da un capo all’altro del Regno intorno a Roma, ove già convergevano, presso l’aurea colonna miliare di Augusto, tutte le antiche strade della penisola. Così il voto della generazione cui dobbiamo l’unità della patria, è sciolto nel giorno dopo l’anniversario di Porta Pia: sciolto, anche prima del ventennio prescritto, in queste remote valli, in questi estremi gioghi dell’Appennino meridionale! 

Per ciò, o signori, l’importanza morale del fatto eccede di gran lunga qualsiasi benemerenza di persone, qualsiasi calcolo di utilità immediate. A ben altre considerazioni, in un’ora tanto solenne, giova inspirare e l’animo e la mente. Noi non festeggiamo qui la vittoria di un interesse locale, non siamo qui per dare o ricevere congratulazioni e lodi per l’opera compiuta. 
Che cosa mai valgono i titoli di merito dell’uno o dell’altro fra noi, che cosa mai importa lo stesso tornaconto della terra natale, dinnanzi alla grande affermazione che l’Italia, guardando fiduciosa nell’avvenire, non sorretta da altro se non da fini altamente ideali, ha fatta, mediante le ferrovie, della sua unificazione politica? 

L’unificazione politica! Pareva, più che un sogno, una follia, data la singolare configurazione del nostro paese. Certo, non vi è regione come l’Italia che abbia un’individualità fisica più netta e distinta; ma, in tanta armonia esteriore, quanti ostacoli da un versante all’altro dell’Appennino, quali contrasti dal Piemonte e dal Veneto alle Puglie e alla Sicilia ! Nessun paese è meno accentrato del nostro, nessuno ha più difficili le vie naturali di comunicazione interna, nessuno un maggior numero, una maggiore varietà di distretti geografici: un vero semenzaio di staterelli, obbligati, per vivere, a creare, a fomentare il disgregamento //75// politico della nazione. Cosi la struttura della penisola è stata causa principale della nostra debolezza, e tutta la nostra storia ne ha risentite le dolorose conseguenze. L’Italia assimilò o respinse i molti elementi che le affluirono da tutti i valichi delle Alpi, da tutte le prode de’ suoi mari; ma essa, dacché fu rotto il fascio di Roma imperiale, non giunse mai più a ricomporsi in unità, a salvare la sua indipendenza. Che anzi uno strano dualismo, una fatale divisione si andò via via accentuando tra il Settentrione e il Mezzogiorno; e toccò a noi meridionali, tagliati fuori da tutte le correnti della civiltà, scontare più duramente il funesto privilegio dell’autonomia. Non abbiamo noi forse, anche oggi, due Italie in una? La impressione del viaggiatore, che percorre la penisola dal Po alle Calabrie, non è forse, anche oggi, quella di passare in pochi giorni, in poche ore, dall’ Europa a’ paesi di Levante? Non avete voi stessi, questa mane, lasciando Napoli e la Campania, attraversate intere plaghe deserte, i cui villaggi, in cima alle alture, sono tuttora come chiusi entro mura feudali? 

E però, se il moto unitario del 1860, frutto di un processo meramente letterario e della buona fortuna, ha potuto, malgrado tutto, avere consistenza e vitalità, ciò è dovuto all’impulso di un fatto assolutamente artificiale, all’efficacia di una causa esclusivamente tecnica: le ferrovie. L’unificazione politica non è stata possibile una seconda volta, senza l’unificazione geografica. Le strade ferrate, correggendo il vizio di conformazione, e seguendo le stesse tracce delle grandi vie lastricate, di cui il genio di Roma volle solcata l’Italia, hanno compiuto il miracolo. Gl’ingegneri, i costruttori e gli operai valsero, per l’unificazione della patria, non meno de’ màrtiri, degli statisti e de’ soldati. 

Esse l’han fatta, ed esse, ho fede, le daranno vigore e durata, sia suscitando il comune sentimento della vita nazionale, sia improntando di un solo significato la nostra storia avvenire. 
La rivoluzione intellettuale, per esse, io spero, sarà pari alla rivoluzione sociale, e le due Italie, più presto che non si immagini, si fonderanno spiritualmente in una, ricambiandosi la miglior parte di sé, la parte più nobile della loro coscienza. - //76//

Un gran cattivo affare finanziario, senza dubbio, le leggi ferroviarie del 1879 e del 1888! 

Un cattivo affare, quello delle strade ferrate, a cui sono stati trascinati, come pare, tutti i popoli civili della terra... Non sono ancora trascorsi settant’anni dalla prima locomobile a vapore di Stephenson, e già da un capo all’altro del mondo si stendono settecento mila chilometri di ferrovie, de’ quali duecento cinquanta mila ne’ soli Stati di Europa. La trasformazione subitanea de’ mezzi di comunicazione, che ha avuto per effetto di accelerare prodigiosamente i trasporti, riducendone il costo e scemandone i pericoli ; questa enorme diminuzione delle distanze, che è certo il maggiore avvenimento del secolo, sbalordisce. 
Ieri appena, nell’ arrischiare un viaggio per le nostre contrade, non bisognava forse a’ padri nostri quell’aes triplex, di cui Orazio diceva corazzato l’animo de’ primi navigatori ? 

Tutto è mutato, nel corso di due sole generazioni. L’universale livellamento de’ prezzi non è più un’allucinazione di mente inferma, e nella lista delle miserie umane più non figura la carestia: il monopolio della rendita fondiaria è scemato, e la bonifica delle terre meno fertili è resa possibile. Arago scriveva, nel 1838: « non si redime una provincia né si allieta una re- gione, piantandovi delle rotaie di ferro ». Eppure in un quarto di secolo le strade ferrate hanno risanata la Sologna, in un decennio estesa la sicurezza delle campagne a tutta quanta l’Italia meridionale, a cui tante volte e in tanti modi queste povere strade ferrate sono state rinfacciate e rimproverate. 
Thiers profetizzava, nel 1856: «la vaporiera non darà la pace a’ regni, né la giustizia a’ popoli ». Eppure non mai come ora i regni paventano la guerra, non mai come ora i popoli aborrono dalla frode e dalla violenza. Dacché mondo è mondo, niente ha contribuito di più a una minore ineguaglianza delle condizioni sociali quanto la odierna mobilità di uomini e di cose, che desta i cuori a una maggiore capacità di intendere e di sentire, che eleva il pensiero a una più larga //77// contemplazione, a una più retta aspirazione della vita. Certo, vi è pure chi ha la malinconia di rimpiangere, in tutto o in parte, il passato. Ma, almeno, finché l’ora non è suonata della grande apocalisse, predetta o temuta dagl’ideologi, sia lecito a me, non ottimista, ma non ignaro né immemore della profonda tristezza de’ tempi andati, di ripetere ancora una volta, qui, tra’ miei comprovinciali, che l’Italia di oggi è incomparabilmente più buona dell’ Italia di ieri, e quella dell’avvenire migliore della presente, perché il dominio della ragione, piaccia o non, si va sempre più diffondendo ne’ motivi morali, negli abiti intellettuali delle nostre moltitudini. 

Vi si diffonde e penetra con la stessa ansia, la stessa alacrità, con cui la macchina del treno inaugurale, or ora, ascenderà e traverserà l’Appennino di Avigliano. Non gli avi lontani, ma noi stessi, pochi anni addietro, non avremmo potuto immaginar tanto! Sappiamo noi forse che cosa sarà mai il domani? Vi è nota la storia di quell’archeologo, che in una tomba egiziana scopri un pugno di grano, rimasto cinque mila anni, accanto alla mummia, senza mai rivedere il sole. Potevano i germi di que’ chicchi appassiti ridare le spighe a’ venti? Pareva di no. Ma il grano de’ Faraoni, sparso nelle zolle e fecondato dalle acque del Nilo, tornò a sbocciare i teneri steli alla carezza dell’aria nativa. Chi può dire che dal seno inesauribile di questa madre antica, la dolce terra d’Italia, non debbano erompere, premio all’ardimento della generazione che tanto osò per noi, che per noi e per queste nostre ferrovie dell’Ofanto né mosse da fini di lucro né lesinò il pubblico danaro (I); chi può dire non debbano erompere, un giorno, frutti di vita nuova e di giovinezza? 
Ah no, non può il mondo avere speso cento ottantaquattro miliardi circa, non può l’Italia averne dati via cinque, nelle 

(I) G. Fortunato, Delle strade ferrale Ofantine, scritti e discorsi (1880-1897), Firenze, tip. G. Barbèra, 1898. 

//78// costruzioni ferroviarie, senza la speranza, senza il presentimento di una più felice età futura! Que’ cinque miliardi a noi non rendono, è vero, se non l’uno e mezzo per cento. Ma il sagrifizio sarà stato lieve, e benedetti coloro che han saputo affrontarlo, se noi otterremo che il primo e immediato scopo dell’opera, lo spirito di coesione nazionale, sia interamente raggiunto; se non dimenticheremo che il nuovo Stato unitario è un ente politico ancora assai debole : debole, soprattutto, per il difetto di fiducia, per la mancanza di consenso da parte de’ lavoratori della terra. La salute è in noi, nel morale rinnovamento di tutto il costume, di tutta l’anima nostra, qualora da questo gran dramma, che è la vita sociale moderna, noi vorremo trarre, sul serio, forza alla religione del dovere, nutrimento alle più pure energie del carattere. Quel che occorre, principalmente, è una visione schietta, un senso preciso della realtà penosa e dura, del vero quale proprio esso è, non quale, per vecchio abito di rettorica, noi lo sogniamo o ci lusinghiamo che sia. Troppo crediamo ancora nel pregiudizio delle ricchezze latenti, della feracità di suolo, della bontà di clima di tanta parte del nostro paese: troppo mostriamo ancora ignorare che il terzo di tutto il reddito lordo della nazione è assorbito, ormai, dalle imposte, i quattro quinti del bilancio dello Stato e de’ Corpi locali da spese, per un verso o per l’altro, intangibili. Or se è bene esser temuti all’estero, è anche meglio poter vivere sicuri e laboriosi all’interno. Vogliamo giungere in porto e scongiurare il pericolo? Rammentiamoci, al punto ove siamo, che data la nostra potenzialità effettiva, ogni aumento di pubblici gravami è una colpa, ogni nuovo debito, sotto qualunque forma e per qualsiasi motivo, un delitto: ciò che vale, in lingua povera, far punto con tutte le illusioni, con tutte le ubbie. L’ Italia agricola, risoluto il problema della viabilità, in cui è la massima sua guarentigia, non ha bisogno se non di questo: che l’interesse del capitale sia, il più che possibile, mite; ciò che importa, semplicemente, libera disponibilità del risparmio nazionale. Questo, o l’inganno e la rovina. E la rovina, per noi classi dirigenti, vorrà dire il rammarico, forse anche il rimorso che tanta //79// genialità e tanta virtù furono invano, che fu invano tutto il dolore, tutto l’amore nostro per l’unificazione politica della patria. . . 

Onorevoli Ministri, signori consiglieri provinciali e rappresentanti la Società, nel nome a me caro del Circondario di Melfi, la bella e ricca plaga del Vùlture, onde si diffusero lungi le prime glorie, le prime leggi della monarchia meridionale; nel nome suo, e con l’animo infinitamente devoto, io alzo il bicchiere e bevo allo Stato italiano, alla sua saldezza, alla sua prosperità ! 

FONTE: G. FORTUNATO, Il Mezzogiorno e lo Stato italiano. Discorsi politici (1880-1910), Bari, Gius. Laterza & Figli, 1911, vol. 2.

giovedì 23 settembre 2021

Risorgimento lucano. 39. Imputati di reati politici in Basilicata per i fatti del 1848

FONTE: F. ECHANIZ, Atto di accusa e conclusioni date dal Procurator Generale del re Francesco Echaniz nella causa per reità di stato consumate in Potenza nel corso dell'anno 1848, Potenza, Tip. V. Santanello, 1852, p. 105.

giovedì 16 settembre 2021

Risorgimento lucano. 38. Il Memorandum del 1848

FONTE: ARCHIVIO DI STATO DI POTENZA, Processo per la Setta dell’Unità d’Italia, b. 3, f. 5, "Memorandum delle province confederate", 25.06.1848

giovedì 9 settembre 2021

Personaggi. 26a. Petruccelli della Gattina romanziere

Petruccelli della Gattina è noto come giornalista e scrittore politico, ma la sua attività fu anche scandita da romanzi che all'epoca fecero un certo scalpore. 
Nel 1845, attingendo alla grande enciclopedia medievale, pubblicò a Napoli il suo primo romanzo, di ispirazione gotica, Malina. Storia napoletana del secolo quattordicesimo, cui seguì nel 1847 a Parigi Ildebrando. Cronache del secolo undicesimo, che, con la sua radicale critica al potere temporale dei papi, fu ristampato dall’editore milanese Daelli nel 1864 con il titolo Il re dei re. Convoglio diretto nell’XI secolo. Francesco Torraca lo definì «uno dei più strani che abbia mai letti».
La sua opera letteraria più nota, Memorie di Giuda (Milano 1870), fu prima pubblicata a Parigi nel 1867 con il titolo Les mémoires de Judas, e tradotta da lui stesso in italiano. In questo particolare romanzo storico la materia dei Vangeli fu ripresa inserendo una quantità di personaggi d'invenzione e presentando un Cristo del tutto umano; alla narrazione erano mescolati frequenti riferimenti al presente, nella decisa prevalenza della dimensione politica del racconto. Memore dei suoi studi giovanili presso Rosini, Petruccelli spacciò il testo per il volgarizzamento di un codice apocrifo del Nuovo Testamento ritrovato tra i papiri di Ercolano da parte del giovane Fabrizio. Un simile ‘Giuda rivoluzionario’ scatenò inevitabilmente le ire del mondo clericale.
Ancora, degli anni Settanta sono Il re prega (Milano 1874), Il sorbetto della regina (1875) e I suicidi di Parigi (Milano 1876); Giorgione (1879), che, con il successivo Imperia (188I pinzoccheri. Scene della rivoluzione francese, I-II, Bologna 1892.
0), segna il ritorno al romanzo storico della giovinezza. Postumo apparve il romanzo

Su di lui come romanziere pesa, forse, ancora la stroncatura che nel 1937 ne diede, impietosamente, Benedetto Croce:

"Quale delusione nello sfogliare i volumi di giornalisti che ebbero un tempo gran numero di lettori am-miranti e che parvero fontane zampillanti di vivacissimi spiriti ; quale sproporzione tra la pomposa risonanza del loro nome e l’effettiva povertà delle loro parole stampate ! Chi può ora sostenere la lettura dei romanzi dovuti alla penna del focoso giornalista-epigrammista che fu Ferdinando Petruccelli della Gattina: Il re prega, Il sorbetto della regina e altrettali, che vorrebbero dare quadri della Napoli borbonica e danno un cumulo di cose enormi, di delitti tenebrosi, di stranezze, di scempiaggini, senza disegno e senza stile, con una disinvoltura e un brio di maniera, meccanici e falsi? Le Memorie di Giuda del medesimo autore, scritte più abilmente, offrono l’ordinario ciarpame di lussuosità, lussuria, voluttà e crudeltà, che è d’obbligo nei romanzi sull’età imperiale, e par che contino sullo sbalordimento dei lettori nel leggere che Gesù aveva una sorella di nome Ida, la quale era stata venduta ai piaceri di Ponzio Pilato ed era fidanzata a Giuda, e aveva anche uno zio chiamato Barabba, e che egli fu bensì crocifisso ma tolto ancor vivo dalla croce e risanato e segretamente condotto a Roma, dove morì tre anni dopo di consunzione, assistito da Giuda e da Pilato; e simili stravaganze. Il pezzo forte del romanzo è la scena del furore di Claudia, moglie di Pilato, che fa gettare Ida nella vasca delle murene:

Appena il corpo di Ida cadde nel bacino, quelle centinaia di serpenti, come in un sol gruppo, si scagliarono sopra di lui. Ida si rialzò, e tentò di stare in piedi. L’acqua la copriva sino al. petto. Cominciò a strappare colle sue mani le murene che, come enormi sanguisughe, le si attaccarono con la bocca tutta aperta, formando un disco armato di succhiatoi, e la morsero... 
Ida ricadeva e spariva sotto l’acqua per un istante: poi si rilevava. Il suo collo e le sue guance erano stati invasi e morsicati. Si sarebbe detta una testa di Medusa. Le mani le braccia erano avvinghiate da quegli orribili mostri. Era divenuta una sola piaga: l’acqua arrossava. In quel punto una murena le saltò alle labbra. Ida piegò. Altre le si ap-presero agli occhi. Gettò un grido: fece uno sforzo supremo per sbarazzarsi da quelle morse viventi, da quei ferii divoratori, e riuscì a sbrattarne per un istante ancora il suo bel viso, orribilmente lacerato, poi vacillò e si abbiosciò ..." (da B. CROCE, Aggiunte alla “Letteratura della nuova Italia”, in «La Critica», n. 35 (1937), pp. 291-292).

Il Mezzogiorno moderno. 19. La stampa periodica meridionale dal 1799 al 1848 (Antonio Cecere)

La stampa meridionale di tipo politico si può dire nasca con la rivoluzione del 1799, facendo sì che si celebrasse, secondo l’espressione di...