giovedì 23 giugno 2022

Il Mezzogiorno contemporaneo. 1. L'operazione antropologica di Giuseppe Pitrè

Anche in ragione di quanto accadeva fuori d’Italia, a fine Ottocento c’erano ormai le condizioni perché gli studi di tradizioni popolari si configurassero come disciplinate. Ed è questa l’impresa cui si dedicò Giuseppe Pitré, medico. 


In materia di poesia popolare, Pitré restò legato a concezioni romantiche cui aggiunse una notevole carica di «sicilianismo»: non certo chiuso e campanilistico come quello che rimproverò a un altro raccoglitore di canti siciliani, Lionardo Vigo, ma in ogni caso sempre volto a sottolineare, accentuare, esaltare la peculiarità e l’autoctonia siciliana dei canti raccolti nell’isola. Ma per altri aspetti Pitré si fece portatore delle prospettive comparativistiche europee. Così in Pitré convivono l’aspirazione antropologica derivata dagli indirizzi positivistici europei, e gli interessi di storia patria (o locale) che nascono dalle propensioni romantiche e dal suo amore per i canti e per la Sicilia. 

Egli non si limitò semplicemente a fare opera descrittiva, o comunque soltanto erudita, sia nel commentare sia nel procedere a raffronti tra le tradizioni siciliane e quelle di altre regioni o nazioni; ma delle tradizioni stesse pose in luce il significato etnico e l'importanza storica e soprattutto diede, oltre alla raccolta, i principî per l'avviamento allo studio della demopsicologia (come egli chiamò la sua scienza): il che egli ottenne, ora premettendo ai proverbî, ai giuochi, agl'indovinelli, saggi introduttivi, che informano sullo stato delle ricerche e sulle principali questioni; ora facendo seguire alle leggende e ai canti studî critici che sono il frutto di ampie e profonde investigazioni.

Va notato che nella demopsicologia di Pitré non trovano gran posto i problemi politico-sociali del tempo (questione meridionale, emigrazione, mafia ecc.); e anche in seguito, con rare eccezioni, i modi culturali e le condizioni di vita del mondo contadino restano oggetti d’indagine reciprocamente separati.

Decine di raccolte di canti, racconti, usi, credenze furono generate dall’impulso di Pitré e dal clima dell’epoca: a questa attività demologica regionale si collega (ma ne supera decisamente i confini) anche l’opera di vari romanzieri veristi o immediatamente postveristi, con i nomi di Giovanni Verga e Luigi Capuana per la Sicilia, di Grazia Deledda per la Sardegna, di Matilde Serao per Napoli e di Gabriele D’Annunzio per l’Abruzzo. E, fuori del regionalismo veristico o delle influenze di Pitré, qualche utilizzazione di forme e modi della poesia popolare fu fatta anche da poeti quali Giosue Carducci, Giovanni Pascoli, Severino Ferrari.


giovedì 9 giugno 2022

Il Mezzogiorno moderno. 23. Una traduzione napoletana da Tacito



A Napoli veniva pubblicato, nel 1810, l’Agricola tradotto in italiano da Giuseppe De Cesare, del resto figura notevolissima di studioso e patriota e, come il Gargiulli, attore e spettatore di tutta l’età napoleonica.

Il napoletano De Cesare, infatti, aveva partecipato al governo repubblicano del 1799 come componente del Corpo municipale, mentre il fratello minore Francesco militava nell'esercito repubblicano. Entrambi avevano partecipato all’ultima difesa di Castel Sant'Elmo e, dopo la capitolazione, erano stati rinchiusi con altri “patrioti” nelle carceri della Vicaria. Il De Cesare fu infine condannato all'esilio e alla confisca di tutti i beni posseduti nel territorio del Regno. In esilio a Firenze, il De Cesare aveva pubblicato proprio la traduzione della Vita di Agricola di Tacito, che ben presto ebbe, tra i lettori, letterati del calibro di Monti e Cesarotti. A questi anni risale anche l’Esame della Divina Comedia, pubblicato a Napoli nel 1807 e che, come la traduzione tacitiana, ottenne un lusinghiero successo. 

Nel 1807, il De Cesare ottenne dal conte Agar de Mosbourg la carica di capo divisione nel ministero delle Finanze a Napoli, continuando la sua attività letteraria su diverse riviste letterarie locali. Collaborò, inoltre, alla progettazione del nuovo sistema finanziario, ricoprendo dal 1812 al 1820 la carica di amministratore generale dei Dazi indiretti. 

Perché l’Agricola? Lo esplicitava De Cesare stesso nella prefazione alla prima edizione del testo:

"Tutti converranno meco facilmente, che sia questa la più bella produzione di Tacito, ed il più bel pezzo di biografia dei Latini [...]. Tutto vi respira infatti la virtù più la più pura, le idee le più liberali e moderate nel tempo stesso, il santo amor della Patria, ed il più santo amore dell’Uman Genere tiranneggiato e vilipeso da Roma [...]. Quante riflessioni ci presentano i fatti che egli ci racconta! Quante applicazioni possiamo noi farne alle vicende dei tempi posteriori [...]".

De Cesare, dunque, ai due estremi dell’età napoleonica e, anzi, come “superstite” di essa fino all’età ferdinandea inoltrata, come testimone di una generazione che non arrivò, nemmeno in campo culturale, «prossima a morire alla storia», ma seppe intelligentemente adattare le direttive napoleoniche sull’educazione recuperando classici spesso non ben accetti dalla corte e dall’imperato-re stesso. Il classicismo “imperiale” e non più “repubblicano” diventava, dunque, un modo, in consonanza con la cultura politica del tempo, per “esemplarizzare” virtù civiche e morali che avrebbero dovuto servire da guida per la condotta nell’azione politica. 

giovedì 19 maggio 2022

La Basilicata moderna. 43. Le tipologie urbane a metà Settecento

 Dalla relazione Gaudioso emerge, in primo luogo, un quadro alquanto variegato delle tipologie urbane. La provincia comprendeva, infatti, 117 centri abitati distribuiti in quattro “Ripartimenti”. Era, in effetti, una provincia piuttosto vasta, che, fino a quell’epoca, era nota sostanzialmente attraverso la descrizione datane, ad inizio del secolo, dal Pacichelli:

"Opportuno è il passaggio dall’Hirpinia nella Lucania, Terra questa, anzi fra l’uno, e l’altro partimento delle due Provincie distesa, che a quella unita, ò congionta; la maggior parte però più inchiusa, e con qualche portion della Puglia, e Grecia grande, volgarmente detta Basilicata. Vogliono i seguaci di Leandro Alberti, e del Pontano, che questo nome sia sorto da’ Veleni suoi naturali, ò dal Greco Imperadore, che ne dotò la figliuola, ò da un tal Basilio, che col suo valore ne scacciò i Greci: e taluni molto meglio stimano, per la sua Signoria rilevata, sendo che la sua voce Greca, significa propriamente Regale, forsi perché al Regal Dominio da tempo lungo sia ella appartenuta, à differenza delle due precedenti de’ Prencipi  di Benevento, ò Salerno. […] La dividono gli Apennini dalla minor parte della Lucania, che resta nell’Ulterior Principato, hà per limiti dal lato di Greco e Tramontana le Terre, di Bari, e di Otranto, con la Provincia di Capitanata per la Riviera dell’Ofanto, dall’Oriente e Libeccio il Mare Ionio, ò di Taranto, dall’Africo alquanto il Tirreno, e dal Mezogiorno, col fiume Lao, la Calabria inferiore. In questa circonferenza dunque si ferma la particella de gl’Hirpini avvanzata al superior Principato, un taglio della Puglia Daunia, e Peucetia fra l’Ofanto, e il Bradano verso i rigagni loro, ed il lembo maritimo della Grecia grande […]. Hoggi è Matera Sede Arcivescovale, e Risdenza insieme de’ Regali Ministri per la Giustizia, e Finanze in Basilicata. I Vescovadi suffraganei sono, Lavello, Marsico vecchio, Melfi, Montepeloso, Muro, Rapolla, Tricarico, Tursi, e Venosa, Eccedono il centinajo nella Provincia le Terre, e Castelli: e con tredeci Torri guarda i due Mari. Ella viene inaffiata particolarmente da’ Fiumi, Braciano, Acalandro, ò Roseto, Siri, ò Seno, e Taciri, e da altrettanti Laghi non nominati da gli Eruditi. È Paese assai montuoso, non però inameno per la giocondità de’ suoi fruttiferi campi".

In quest’ampia provincia, i Ripartimenti avevano una consistenza piuttosto omogenea. Quello di Tursi comprendeva 31 centri abitati e si spingeva da Montescaglioso e da Ferrandina, sino ai confini della Calabria e da Terranova del Pollino sino a Gallicchio. Quello di Maratea comprendeva 30 centri abitati e comprendeva le zone dalla costa tirrenica fino a Viggianello, a Miglionico e a Corleto Perticara. Quello di Tricarico, con 29 centri abitati, comprendeva Potenza e i paesi del basso Potentino, estendendosi sino a Pietrafesa e da Sasso sino ai centri dell’alta valle dell’Agri, da Montemurro a Tramutola. Il Ripartimento di Melfi, infine, comprendeva 28 centri abitati, a nord di Potenza. 

Oltre a questi centri. Risultavano quasi delle énclaves i feudi di San Basile e Policoro, situati nel Ripartimento di Tursi.

I 117 centri abitati distribuiti nei 4 Ripartimenti della Basilicata erano, comunque, piccoli nuclei abitati con una popolazione inferiore ai mille abitanti. Oltre a Matera (13382 abitanti), Potenza (8000) e Lauria (6000) soltanto tre centri superavano i 5000 abitanti: Melfi (5523), Avigliano (5500) e Ferrandina (5000). Sette superavano i 4000 abitanti: Laurenzana (4800), Pisticci e Tursi (4200), Muro, Rivello, Tricarico e Viggiano (4000). Sei i 3000: Calvello e Venosa (3700), Moliterno (3500), San Fele (3200), Montepeloso (3071), Rionero (3050).


Da quanto sinora riportato risulta di per sé evidente come una provincia interna, qual era la Basilicata, mostrasse una netta sproporzione tra la vastità del suo territorio e le tipologie insediative, cosa di cui lo stesso Carlo doveva essersi accorto, pur attraversandone la parte meno montuosa e forse più omogeneamente abitata. Infatti, a fronte di un semplice 17% degli abitati costituito da città statutariamente tali, ben il 92% degli insediamenti basilicatesi rientrava nell’ambito delle Terre. Una provincia, dunque, del resto peculiare anche per l’intreccio, sul versante istituzionale, di Università, Feudo e Chiesa che, spesso in concorrenza tra loro, erano i tre fondamentali livelli che di fatto esprimevano l’amministrazione del potere locale, tramite conflitti, ma anche forti intrecci. Un connotato, questo, che, in alcuni centri, tra i quali Matera, Venosa, Potenza assunse dimensioni e forme di esercizio concreto ancora più particolari e alquanto significativi rispetto al contesto circostante.


giovedì 5 maggio 2022

La Basilicata moderna. 42. Il dossier di Rodrigo Maria Gaudioso


La rapida visita fatta in Basilicata nel gennaio del 1735, sulla via di Messina, indusse Carlo di Borbone a disporre una inchiesta sulle condizioni di questa regione e Bernardo Tanucci incaricò a tal proposito Rodrigo Maria Gaudioso, avvocato fiscale dell’Udienza di Matera, di raccogliere dati e notizie per stilare una relazione sulle condizioni economiche e sociali di questa provincia:

"Illustrissimo signor mio padrone colentisimo

In questa settimana essendomi capitata una stimatissima carta di Vostra Illustrissima de 19 del cadente aprile con mi si è servito comandarmi per il serviggio di S. M e per le occorrenze che allo stesso vengono le facessi un’esatta discrittione di questa provincia avvisandole minutamente il sistema d’essa ne i propri termini che si è servita comandarmelo; ond’io in altro che accuso il ricivo di tal riverentissimo ordine di V.S.V., passo a parteciparle che sarà da me subbito ubbedito e eseguito colla celerità più possibile nella propria maniera che si e servita imprimelo, ed impritanto rinnovando a V. S V.I.I.I. sempre più rispettosa la mia cita osservanza con devotissimo inchino verso immutabilmente".

Gaudioso, segretario fiscale della Regia udienza di Basilicata e Marchese di Camporeale, già il 30 aprile rispose che avrebbe provveduto con celerità, inviando agli amministratori delle università di Basilicata una lettera per sollecitarli alla stesura delle singole relazioni, soprattutto gli amministratori inadempienti entro sei giorni. Il Gaudioso inviò, quindi, una lettera a tutti gli amministratori delle università chiedendo di stendere una relazione sullo stato dei propri centri indicandone posizione, abitanti, produzione, giurisdizione, amministrazione, introiti e tasse.

Un successivo sollecito fu inviato dal Gaudioso a molte Università:

"Matera 30 aprile 1735

Signor. Regente d. Bernardo Tanucci

Segretario di giustizia presso S. M

Miles. D. Rodrigo Maria Gaudioso ex marchionibus Campi Reali Regi Fisci […] provinciae Basilicate […]

Magnifici sindaci, eletti cancellieri, ed ogni altro a chi spetta dell’università di tutti luoghi di questa provincia di Basilicata vi significo che fra il ternime  di giorni io avessimo rimesso in nostro potere fede veridica del numero degl’abitanti dai vostri rispettivi luoghi, vescovadi colle loro entrade e plebende, badie, conventi dè frati, parrocchie,baroni con loro entrade, i nobili di ciaschè d’una città con loro entrada, prodotti del terreno, marina, meccanica, entrade rege, tribunali con loro ministri, e salari di ciascuno,usanze, leggi,stili particolari ed inclinazioni dei popoli. E’ perché finora non abbiate curato ubbidire, abbiamo perciò fatto urgente, col quale vi dicemo ed avvertimo che precisamente […] tra il termine d’altri giorni 6 lo dobbiate remettere in risposta della fede di quel tanto vi è nei singoli rispettivi luoghi.

Matera, li’ 8 gennaio 1736

Rodrigo Maria Gaudioso".

Rodrigo Maria Gaudioso inviò a Napoli un voluminoso dossier diviso, sostanzialmente, in due parti: la prima (cc. 1r-38v) era la relazione propriamente detta, nella quale l’avvocato fiscale aveva riassunto e rielaborato le relazioni inviategli dalle Università, organizzandole secondo le rubriche richieste agli amministratori e ponendo particolare rilievo nella registrazione delle entrate; la seconda parte (cc. 52r-416) raccoglieva le relazioni redatte dai cancellieri delle singole Università della provincia e dalle quali il Gaudioso aveva, appunto, tratto il materiale per la sua descrizione. La relazione del Gaudioso e quelle delle Università furono, poi, raccolte in un unico volume attualmente conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli. 

Quale immagine della Basilicata emerge da queste pagine? Una rappresentazione, tutto sommato, molto meno stereotipata di quanto si possa pensare. Infatti, pur con tutti i limiti evidenti di un’inchiesta condotta sostanzialmente a tavolino, senza adeguati strumenti di rilevazione, l’indagine del Gaudioso ebbe l’indubbio merito di essersi avvicinata a restituire un’immagine più realistica della Basilicata che, come ha scritto Valeria Verrastro, "che è, sì, quella regione aspra e dai precipitosi monti di cui ci parla l’Alberti: il vero attestano sindaco ed eletti di Brindisi quando ci descrivono territori “di aspera coltura per le spine, pietre ed altri intoppi, per essere, tali territori, la maggior parte montuosi, e non piani, e le vigne per essere in terreno duro”. Emerge anche, una Basilicata che in alcune sue zone pure si identifica con quella regione fertile descrittaci dal Mazzella: “con profitto gli abitanti dell’antica Montepeloso s’industriano alla semina dé grani, e biade in un territorio che è tanto quanto fertile, ed è sufficiente per lo mantenimento del paese”. Una regione, dunque, non del tutto priva di risorse, ma dove le stesse sono letteralmente falcidiate dalla perversità del sistema fiscale napoletano che, se da una parte indebita le Università, dall’altra aumenta a dismisura la rendita baronale e quella regale a tutto svantaggio dei ceti più umili. Quest'ultimi sottoposti a una infinita serie di contribuzioni su generi di consumo di prima necessità, di corresponsioni dovute alla feudalità laica (duchi e principi) come a quella ecclesiastica (Ordini religiosi e vescovi), così numerose da metterli nelle condizioni, come amaramente si legge nella già citata relazione su Brindisi, “di non aver più cosa propria che non sia soggetta ai suddetti pesi”. Una regione dove il ceto civile, che pure altrove va faticosamente facendosi strada, stenta a formarsi: “pochi i dottori di legge”, pochi pure i “dottori fisici”.

Ma più che la Relazione grande interesse rivestono le informative che furono spedite al Gaudioso dagli amministratori delle singole Università, per la grande mole di notizie in esse contenute e che il marchese di Camporeale ritenne, forse, opportuno tacere o inglobare nel più generale contesto “a volo d’uccello” della Provincia.

giovedì 21 aprile 2022

La Basilicata moderna. 41. Un sovrano in Basilicata

Nell’ambito del più generale contesto relativo al «tempo eroico» del Regno di Napoli, come fu definito da Bernardo Tanucci, ossia l’istituzione del Regno autonomo sotto la dinastia dei Borbone, solo da alcuni anni la storiografia ha ripreso ad analizzare il primo ventennio del riformismo borbonico, relativo ad una risistemazione della compagine statale e ad una ridefinizione delle direttrici di sviluppo del Mezzogiorno d’Italia. Certamente, dopo i fondamentali lavori generali di Michelangelo Schipa, Benedetto Croce, Raffaele Ajello, Raffaele Colapietra e Pasquale Villani, un nuovo impulso è stato dato da studiosi della scuola di Giuseppe Galasso e di Augusto Placanica, con nuovi, approfonditi, studi relativi alla persona di Carlo di Borbone al di là della tradizionale mitizzazione del “padre fondatore” del Regno quale fu imposta dalla pubblicistica fin dal cruciale 1759, alla sua partenza per la Spagna.

Particolare interesse, in tale direzione, riveste lo studio delle realtà provinciali nel corso del primo trentennio del XVIII secolo, un’epoca solo da pochi anni rivalutata e studiata a livello provinciale, con uno scavo archivistico ancora, certamente, agli inizi, ma che evidenzia come il Viceregno austriaco e i primi anni del regno carolino vadano ancora “dissodati” per scoprire le articolate realtà delle province che uscivano dalla crisi generale del Seicento con variegati contesti politico-istituzionali e socio-economici.

In una provincia interna come la Basilicata, era ancora prevalente, all’interno delle singole comunità rurali, dunque, un’organizzazione chiusa e fortemente gerarchizzata, nella quale il sacerdote-amministratore svolgeva un ruolo di primaria importanza. Intorno a questa figura ruotavano, come detto, non solo interessi religiosi, ma anche di carattere economico, attraverso censi sulle case e sui terreni, di concessioni e fitti per il pascolo come anche sui piccoli appezzamenti di terra coltivata. Tale tipologia di società a “grappolo” non era esclusiva delle chiese ricettizie, ma propria anche dei  nuovi gruppi dirigenti rappresentati da pochissimi proprietari, e dagli amministratori dei beni del feudatario. 

Al 1729, quasi tutti i bilanci delle Università lucane, comunque, presentavano un disavanzo, per così dire, “fisiologico”, mentre il rapporto tra le imposte di consumo e le altre imposte era mutato: infatti, si registrò un notevolissimo spostamento tra il gettito ottenuto dalle gabelle e quello ottenuto dal nuovo catasto, con un generale trend di riequilibrio della pressione fiscale e un calo della tradizionale, gravosissima, gabella della farina, che era stata il perno della fiscalità spagnola. Infine, l’operato della Giunta del Buongoverno aveva, altresì, creato una decisa riduzione delle somme sulle quali gravava l’ipoteca dei baroni, tradizionali creditori delle Università, pur se rimaneva, in sostanza, inalterata la percentuale delle locali finanze per il Regio Fisco. In realtà, ferma restando la pressione fiscale del Centro sulla periferia, le uscite ipotecarie per il baronaggio si erano ridotte, in Basilicata, almeno del 50%, sicché le Università poterono investire somme più consistenti per le spese amministrative o sociali.

In alcuni casi, l’affrancamento dalle ipoteche baronali produsse positivi trend, che crearono un circolo virtuoso notevolissimo per la crescita di un centro e del suo hinterland. È il caso di Tolve, dove il riscatto di 40.826 ducati che l’università versò alla principessa Pignatelli apportò un notevole contributo, tanto economico quanto politico, alla definizione del potere locale. Se in alcune famiglie si ebbero segni di crisi dovute alla parte di quota versata per il riscatto, altre trassero enormi benefici che ne accrebbero il prestigio. Sul versante demografico si registrò un incremento, dovuto in parte anche all’arrivo di famiglie (ben 115) provenienti da altri centri, attirati dai terreni finalmente disponibili, tanto che Tolve sarebbe passata dai 2550 abitanti del 1736 ai 3382 del 1794. Il nuovo massiccio incremento di terre coltivabili derivate dai beni feudali, ora in mano all’Università, ne scatenò la corsa all’occupazione: da un lato l’alleanza del nascente ceto degli ex «camparoli», che riuscirono ad aggiudicarsene l’affitto, dall’altro, però, i più poveri, che videro gradualmente svanire l’opportunità di coltivare un fazzoletto di terra di loro proprietà.

Tali situazioni creavano le premesse per gravi tensioni popolari, pronte ad esplodere in qualsiasi momento, come si era verificato, a Matera, proprio nel 1733, quando era giunta notizia delle vittorie di Carlo di Borbone. Popolo e detenuti nelle carceri dell’Udienza si unirono in un moto popolare diretto contro il Preside della Provincia, il marchese Sanfelice che, rifugiatosi nella Cattedrale sotto la protezione dell’arcivescovo Mariconda, riuscì a scampare al linciaggio e, come recita un documento dell’epoca, conservato nell’archivio vescovile «fugam arripuit, ut relatum fuit, et Viennae de Austria perrexit, sub cuius potestatem mansit usque ad eius obitum».

Nel 1735, fu lo stesso sovrano, diretto a Palermo per esservi incoronato ufficialmente rex utriusque Siciliae, a sostare in Basilicata. Il 14 gennaio, partito da Ascoli Satriano, Carlo e la corte, accompagnati dall’esercito guidato dal Montemar, fecero tappa a Venosa, dove, come riferisce un cronista dell'epoca, "Ritrovò essergli uscita allo ‘ncontro in muta a 6, e con tutta pompa l’Udienza in corpo della Città di Matera, Metropoli di quella provincia, unitamente con una buona quantità di Nobili, a presentargli i dovuto omaggio; e dopo aver questa inchinato con riverenti modi la M. S., montati sì il Preside che gli Uditori e Nobili su buoni cavalli, andaron sempre così servendola all’intorno […] per fin’entro della lor residenza di Matera".

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La corte risiedette, poi, in una casa di campagna in possesso dei Minori Osservanti, distante sei miglia da Matera, nella quale Carlo fece un trionfale ingresso alle 22, accompagnato dal vescovo Mariconda con il clero del Capitolo Cattedrale e i rappresentanti dell’Università, per fermarsi nel palazzo vescovile.

Dopo essersi fermato a Matera anche il giorno seguente, 18 gennaio, il sovrano e la sua corte si diressero, poi, verso la costa ionica, con due tappe, presso il Casale di S. Marco, nel territorio di Bernalda, ed infine nel castello di Policoro. 

Tra il 18 e il 20 gennaio, il sovrano si fermò a Montescaglioso, festeggiando nel grande monastero di San Michele Arcangelo anche il proprio compleanno. Il re e il proprio seguito occuparono buona parte del monastero: al sovrano furono attribuite le camere più sontuose, ovvero l'appartamento dell'Abate, al Conte di Santo Stefano furono assegnate alcune camere volte a sud. Altri ambienti e camere furono predisposti per le altre persone della corte, quali Lelio Carafa, Capitano della Guardia del Corpo, il principe Corsini, il marchese Acciajoli, il marchese della Miranda ed il marchese Malaspina. Le camere predisposte per la corte risultarono essere 36 al piano superiore, Al piano di sotto e nei chiostri furono sistemate le persone di servizio ed i reparti militari. 

Il giovedì 20 gennaio, come detto, Carlo volle celebrare il suo ventesimo compleanno. Dalle proprie camere si recò in chiesa, accompagnato dai monaci sotto il baldacchino e seguito dai nobili e dai generali della corte. In chiesa sedette sul trono dell'abate assistendo alla messa cantata celebrata dal Priore. Dopo la messa, lo scoppio dei mortaretti e la fucileria della guardia personale, il Reverendo Priore intonò il Te Deum di ringraziamento e impartì la benedizione. La giornata trascorse tra caccia e banchetti. Successivamente il Priore presentò a Carlo una supplica affinché volesse accogliere il monastero sotto la sua protezione. Il giorno dopo, al momento della partenza, il Sovrano manifestò tutto il proprio gradimento per l'accoglienza ricevuta e, in merito alla supplica del Priore, il Conte di Santisteban, udito il re, sul portone d'ingresso dell‘Abbazia, al momento del commiato, poté solennemente dichiarare: «Il padre Abate è già servito».

giovedì 7 aprile 2022

Potenza. 4. Una sfilata per il conte Guevara

Alfonso II Guevara, sesto conte di Potenza, fu un uomo di cultura, molto interessato alla filosofia ed alla medicina e, quando risiedette a Potenza, amò accogliere a palazzo letterati e poeti come Francesco Teleo e Pietro de Cannutis. Il suo nome è noto, nella storia di Potenza, per l’occasione in cui entrò per la prima volta in città a prendere possesso del feudo: infatti, il 16 marzo del 1578, per ottenere gli Statuti che avrebbero regolamentato l’ordinamento cittadino e la dispensa dall’obbligo di ospitare militari (opzione gravosa per l’ordine sociale e le casse cittadine), il Parlamento potentino aveva deciso di offrire ai Guevara duemila ducati, metà dei quali per onorare Alfonso II per la sua prima entrata in città, di cui era giunta notizia. Si stabilì l’ordine dei portatori del Palio che, insieme alla cavalleria della città (comandata da Orazio Teleo), avrebbero per primi accolto il conte. 

Da marzo a giugno del 1578, la città si impegnò alacremente a prepararsi per accogliere degnamente Alfonso, che giunse, finalmente, il 24 giugno. Tre miglia fuori dalle mura, il conte assistette ad una parata della fanteria, che inscenò una battaglia, con una sfilata di cittadini vestiti da Turchi che si scontrarono con i cavalieri, finendo catturati e incatenati, per ricordare l’impresa di Algeri cui aveva partecipato l’avo del conte, Carlo. 

Quando Alfonso giunse in vista delle mura, gli andarono incontro numerosi bambini vestiti di bianco e con cartelli di elogio per la famiglia, tra le acclamazioni del popolo e i rulli di tamburo; a quel punto, entrando da Portasalza, il conte fu accolto da Francesco Centomani, Mastrogiurato della città, accompagnato dagli eletti cittadini e dal clero locale e che gli consegnò le chiavi di Potenza, richiedendo la Carta degli Statuti. 

Subito dopo, Alfonso II entrava nelle mura sotto un Palio di taffetà e teletta d’oro retto dagli Eletti e che fu la causa di un piccolo screzio tra il conte e il governo potentino: infatti, una volta entrato in Cattedrale, Alfonso ordinò, tramite il suo portavoce, di consegnargli il Palio o pagare, come dono al nuovo conte, mille ducati. Quando, però, il feudatario si accorse che gli animi si erano scaldati, ordinò che il Palio rimanesse alla città di Potenza. 

Tuttavia, Alfonso II Guevara aveva trascurato il fatto che don Francesco Centomani gli avesse chiesto a gran voce, alla sua entrata, di concedere ai cittadini la Carta degli Statuti; la richiesta non aveva ottenuto risposta e, in una seduta del Parlamento potentino, il 7 luglio 1578 il nuovo Mastrogiurato, Agostino Carsia e gli Eletti avevano chiesto nuovamente di confermare gli antichi privilegi di Potenza, decidendo, in una seconda seduta, di inviare ad Ariano, altro feudo dei Guevara, una delegazione con il compito di ritirare una copia del locale Statuto per poter modellare su esso la Carta di Potenza. Le trattative sembrarono concludersi il 17 gennaio del 1579, quando Carsia comunicò agli amministratori che i Guevara avevano deciso di accogliere la richiesta previo compenso straordinario di tremila ducati. Una richiesta che, tutto sommato, era prevista dall’uso feudale dell’epoca, ma che metteva di fatto in ginocchio l’economia di Potenza, tanto che, tre giorni dopo, Carsia si recò a Napoli per chiedere al conte Alfonso di limitare la richiesta. 

Alla fine, il 20 marzo del 1579, lo Statuto fu concesso dai Guevara e letto al popolo potentino convocato in pubblico Parlamento in Piazza del Sedile. Si chiudeva, così, una lunga trafila che avrebbe, comunque, lasciato ai potentini una tradizione di cui parleremo, la sfilata dei Turchi. 

Il Mezzogiorno contemporaneo. 1. L'operazione antropologica di Giuseppe Pitrè

Anche in ragione di quanto accadeva fuori d’Italia, a fine Ottocento c’erano ormai le condizioni perché gli studi di tradizioni popolari si ...