giovedì 13 giugno 2024

La cultura meridionale. 5. Giacomo Racioppi e il Risorgimento lucano

«Il periodo veramente democratico della storia politica dei popoli comincia con il 1789. Da allora in poi entrano in campo le masse, i popoli, le città, a produrre, ad apparecchiare, a modificare, a perturbare avvenimenti e imprese, prima non altrimenti dovute che all’impulso di un individuo, re, ministro, feudatario, o generale che fosse: allora una nuova era incomincia; e negli ordini politici fa capolino il popolo, negli ordini sociali la democrazia, negli ordini statuali la nazione.

I caduti del 1799 risorsero vincitori nel 1806 […]. L’assetto della società contemporanea napoletana ebbe principii e impulsi da questo attuoso periodo di tempo del governo dei due Napoleonidi, Giuseppe e Gioacchino Murat, che mutò di smisurato progresso ordini civili, militari, economici, usi, abitudini, vestimenta, sentimenti, tutto. 

Alla nuova restaurazione degli ordini assoluti la Basilicata fu teatro di scene luttuosissime […]. In questi eventi, che ebbero un’eco ripercossa oltre i confini della provincia, emersero tre nomi; e furono del capitano Giuseppe Veniti di Ferrandina, del capitano Domenico Corrado di Potenza, e di Carlo Mazziotti di Calvello: men noto quest’ultimo dei due primi ricordati nelle storie del reame, ma forse più degno di memoria. I fatti per sconsigliato impeto e per luttuose conseguenze notevoli e miserandi, avvennero a Laurenzana e a Calvello. […] Gl’intramatori delle rivoluzioni nella città di Napoli facevano, per la Basilicata, grande assegnamento sul capitano Veniti, che lo si sapeva deciso uomo, animoso e in gran nome alla provincia; e di poco minore nome, non di ardimenti, il capitano Corrado […]. L’associazione della “Lega Europea” s’ingegnava di disciplinare e indirigere ad unità di intenti e di atti cotesti impronti spiriti di libertà. Aveva spinto i primi, più che propagini, tentacoli in Basilicata per mezzo di Carlo Mazziotti, medico di Calvello; che, battezzato, a moda del tempo, nel nome di Marco-bruto, era fatto Commissario generale della Lega per la provincia […]. Nello spiccio processo molti, a paure e lusinghe, piegarono […]. Carlo Mazziotti, dignitoso e sereno, deviò le inchieste del giudice inquisitore; e all’accusa di non avere rivelato il Veniti, ricoverato in sua casa quando era già messo al bando dalla legge sulle liste dei pubblici inimici, rispose che le leggi dell’ospitalità erano per lui anche più sacre […]. Il […] 13 marzo del 1822, ad ore 18, caddero spenti di moschetto, in Calvello, il capitano Giuseppe Veniti e suo fratello Francesco […] e, degno del perenne ricordo della nostra storia, Carlo Mazziotti, medico. […] Tre giorni innanzi era caduto spento della stessa pena, dello stesso piombo […] il capitano Corrado. […] La cronaca paesana ricorda ancora le fiere parole, che egli profferiva, avviandosi, alta la fronte, al supplizio: “Io sono un uomo d’onore e un patriota; e voi calderari abietti” aggiunse all’indirizzo di quelli che, sogghignando plebeamente, villanamente, miserabilmente l’oltraggiarono.

Rifiorì l’albero della libertà in Napoli l’anno 1848; e per verità non per opera di sette […]. Grande colpa ebbe il re, che fu sleale, e mancò ai giuramenti di re, alla parola di galantuomo: ma non minore colpa ebbe la parte liberale, e, maggiore di ogni colpa, la dissennatezza. Divisa, come egli accade, e fin dai principii, in parte più o meno spinta di propositi, più infocata o meno di aspirazioni ideali e dottrinarie, […] taceva, lasciava fare, in bilico tra il sì e il no […] unicamente per non perdere, per non isminuire la popolarità che veniva dalla piazza. Mai fu parte politica più inetta al politico magistero dello Stato quanto la parte moderata napoletana del 1848! E questo mostra – il dirò io? – l’impreparazione del paese, delle classi dirigenti del paese alle condizioni della libertà.

Al 1860 finisce un’epoca; un’altra incomincia: erompe un nuovo ordine di cose, che investe, agita e trasforma la società nella pienezza della sua vita: si apre un nuovo periodo di storia, che succede, ma non continua il periodo precedente. Nasce nuovo ordine di tempi! Possa la storia avvenire dar materia a racconti di più lieti fatti, di più onorate imprese, di più saggi propositi, di più veraci, sane e giuste utilità, che non ha saputo esporre, a chi legge, lo scrittore di queste carte!».

Fonte: G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Loescher, Roma 1889, 2, pp. 256, 288, 290, 293-294, 304.

giovedì 16 maggio 2024

Personaggi. 30. Giambattista Pentasuglia


(Matera, 3 novembre 1821-4 novembre 1880) 

Giovan Battista Pentasuglia  nacque da Giuseppe e Concetta Buonsanti. Dopo gli studi in Seminario, lasciò Matera per Napoli e si iscrisse all’Università (scienze fisiche e matematiche), entrando in contatto con ambienti massonici e antiborbonici.

Era ancora studente quando nel 1848 fu tra i volontari napoletani nella I Guerra d’Indipendenza in Veneto e fu ferito al braccio destro per un colpo di baionetta a Treviso, conseguendo il grado di ufficiale. Dopo la sfortunata campagna, si diresse a Torino dove ritrovò molti amici napoletani, sposando la soluzione piemontese.

Si arruolò nel genio militare piemontese, diventando istruttore degli allievi telegrafisti e venne incaricato di redigere un manuale di telegrafia e di ispezionare gli uffici telegrafici. Riprese anche gli studi e nel 1854 si laureò in fisica.

Nel 1859 partecipò alla II Guerra d’Indipendenza e fu assegnato al quartier generale di Napoleone III, con la mansione di sovrintendenza ai servizi telegrafici. Nel 1860, unico lucano, partecipò alla spedizione dei Mille: allo sbarco dell’11 maggio a Marsala assieme a Giacinto Bruzzesi ebbe il compito di impadronirsi del telegrafo per evitare il diffondersi della notizia dello sbarco e nei giorni seguenti ebbe il compito di interrompere i tutti collegamenti telegrafici tra Palermo e Trapani.

Nel 1861 fu eletto deputato e realizzò il cavo telegrafico sottomarino tra Sicilia e Calabria e tra Sicilia e Sardegna e di quello tra l’isola d’Elba e la terraferma. Partecipò anche alla realizzazione del collegamento tra l’Italia e la Turchia.

Nel 1879, ormai malato, tornò a Matera dove morì.

A proposito della sua partecipazione alla spedizione garibaldina, Raffaele De Cesare annota: 

«Garibaldi aveva dato ordine a Crispi, a Castiglia, ad Andrea Rossi e a Pentasuglia di prender terra immediatamente, sia per disporre quanto occorreva allo sbarco, sia per impossessarsi del telegrafo elettrico, del municipio, delle carceri e della tesoreria. […] 

Pentasuglia corse al telegrafo, e puntando un revolver sul petto dell’impiegato, s’impossessò della macchina. L’impiegato aveva già trasmessa a Palermo la notizia dello sbarco, con quei particolari che poté procurarsi. Il telegrafo elettrico era in diretta comunicazione col luogotenente, anzi la macchina dell’ufficio di Palermo stava proprio nel gabinetto del Galletti, il quale aveva alla sua immediazione un telegrafista di fiducia, chiamato De Palma, tuttora vivo. Furono chieste da Palermo maggiori notizie, e soprattutto se la città era tranquilla, al che il Pentasuglia rispose: “Tranquillissima: i due vapori arrivati sono vapori nostri”. La contraddizione lampante con le prime notizie e l’osservazione fatta al Galletti dal De Palma, che era cambiata la mano del telegrafista, persuasero il primo che lo sbarco di Garibaldi era avvenuto e il telegrafo già passato in mano di lui». (Fonte: R. De Cesare, La fine di un regno (Napoli e Sicilia), Lapi Tipografo-Editore, Città di Castello 1900, parte II, p. 208)

giovedì 18 aprile 2024

Le perle lucane. 4. Maratea

 «Dal Porto di Sapri, che aperto è fama inghiottisse la celebre Velia, raccordata dal Poeta dopo Palinuro, nel golfo di Policastro, à dodeci miglia ne’ confini del Superior Principato prende nome, la Marina, e piccola, Spiaggia di Maratea, volta à Libeccio in Basilicata. È Città per privilegio, così detta per la superstition de’ Gentili alla Dea del Mare, situata nelle falde, e cime di un monte per un miglio di camin disastroso, che scherza, e sollieva con le acque perenni dell’Undavo. Ubbidisce al Monarco di Spagna, il cui Governatore, allo spesso nationale, regge i due corpi di lei separati, che chiamano Città alta, e bassa. 

Più antica è la prima, chiusa con mura per mille passi, e munita d’inespugnabili Bastioni, e vari pezzi di Artiglieria, con due Porte, esposta alla furia de’ venti, e le Case picciole di un sol Quarto, nominandosi volgarmente il Castello: si scosta per due miglia di tortuoso passeggio l’altra, e si distingue con le maniere più dolci de gli Habitanti […]. 

Promiscuo è il Territorio della parte bassa, de’ cui molini si vale; mancati quegli à vento, e seccate le Cisterne, per le quali supplisce il Fonte del Pizzarrone mezo miglio distante. […] Più si distende l’Inferiore, all’aspetto del Settentrione, cresciuta colla spopolazion del Castello, e sostituita alle fabriche disfatte, frà le quali la Chiesa picciola di San Vito, già Madrice. Si misura hoggi oltre à due miglia, con Case, e Palazzi più comodi che in qualsisia Città vicina. […] 

Quattro alte montagne concatenate, colme di Olivi, e di Mirti, ottimi per concia le pelli, fanno à lei vaga, e forte Corona. Tien dal lato Occidentale nel Mare l’oggetto, ed à fronte la Costiera di Policastro fino al Capo degl’Infreschi, rallegrando in sommo l’occhio, e la fantasia» 

(Pacichelli, Il Regno di Napoli, vol. I, pp. 288-290).

«Venuti alla sassosa marina di Maratea, un miglio verso la collina trovasi la Città posta sotto le radici d’un altissima montagna, ed all’opposto di un’altra, niente men alta; ond’è che da’ principj d’Ottobre, fino a Febbrajo affatto non v’entra il sole: Con tutto ciò ella è d’ottima aria, ed abitata da ricca industriosa gente […]. 

Questa Città è il solo luogo sul mare infero, che sia compreso, secondo la moderna divisione, nella Provincia di Basilicata […]. 

Sulla montagna, che sovrasta a Maratea è posta un’altra Terra murata, chiamata Maratea Soprana, la qual dimostra esser alquanto antica per le sue mura, che pajono di circa al decimo secolo. L’aria, che si gode da’ piani, che qui sono, è così perfetta, che non si può dir di più, e la veduta si stende fino a Capri da occidente, e all’Isola di Strongoli in Sicilia al mezzo giorno, per ogni altro lato lontanissima» 

(G. Antonini, La Lucania. Discorsi, appresso Francesco Tomberli, in Napoli 1795, I, pp. 436-437)


giovedì 21 marzo 2024

Le perle lucane. 3. Lagopesole

«Lo stile somiglia a quello di Castel del Monte presso Andria, ma tranne pochi ornamenti alle finestre, archi di porta e cornicioni non esiste altro di quell’epoca. […] Un tempo il castello era collocato nel mezzo del bosco, nel punto in cui si riconoscono chiaramente le zone disboscate. 

Da monte Carmine d’Avigliano, M. Caruso, M. Pierno fin oltre verso l’Agromonte si estendeva la riserva di caccia imperiale. 

In una buona mezz’ora si giunge da qui al lago di Pesole dal quale nasce il Bradano, uno dei più grandi fiumi della Basilicata. Le rive del fiume, che solo al lato nord sono ancora ricoperte di boschi, offrono poche bellezze e ovunque è profonda melma. […] Il lago è ricco di anguille e di ottime tinche. Le isole galleggianti di questo lago erano un tempo famosissime, ed un bosco che natava di qua e di là deve infatti aver offerto una incredibile veduta. Da 25 anni tuttavia queste isole hanno messo in gran parte radici e soltanto alcune superfici senza bosco galleggiano su e giù» 

(K. W. Schnars, La terra incognita. Diario di un viaggiatore tedesco in Basilicata, trad. it. di S. Fornaro e M. P. Masturzo, Osanna, Venosa 1991, pp. 51-52).


«Lagopesole, castello di circa 1.000 abitanti, già prima aggregato alla città di Atella, oggidì è unito al comune di Avigliano dal quale è distante 16 chilometri. Molto interessante è questo magnifico e bel castello, edificato al più tardi dai principi Normanni signori della città non lontana di Melfi. Gradito luogo di delizia e di trattenimento per le loro cacce, su di una delle colline del monte Carmine, in bellissimo sito quasi a due miglia dal bel lago del medesimo nome, era centro a quell’epoca di boschi interminabili abbondantissimi di cacciagione. 

L’edifizio di architettura gotica, attualmente può dirsi ancora ben conservato in paragone di molti altri, e lo deve certamente al sito appartato nel quale trovasi lontano da centri popolosi. Vi sono grandissime sale, adorne di sculture, con porte e finestre gotiche in buono stato; la sola porta principale è nella parte superiore nascosta da una moderna costruzione […]. Il castello ha una sola torre quadrata grande e solida, la quale non manca nel suo fondo di cupi sotterranei incavati nel granito ad uso di prigioni. 

Poco discosto è il lago che prendeva il nome da un’isoletta natante, che oggi è ferma ed attaccata alla sponda, laonde perduta la forma ellittica, il laghetto è divenuto irregolare e poco profondo; in esso ha la principale sorgente il fiume Bradano. Vasto è ancora il bosco di Lagopesole, e nella parte più prossima al castello, osservasi una grande spianata di figura ellittica, quasi tutta circondata di alberi secolari, la quale probabilmente adopera vasi agli armeggiamenti ed alle giostre» 

(A. Bozza, Il Vulture ovvero Brevi notizie di Barile e delle sue colonie con alcuni cenni dei vicini paesi, Tipografia di Torquato Ercolani, Rionero in Vulture 1889, pp. 98-99).


«Grandi selve su per il dòsso di un gran valico tra il Vulture, a settentrione, e le valli del Bradano e del Basento, a scirocco: questa la topografia di Lagopesole, sentinella avanzata or del piano contro il monte e or del monte verso il piano, che per tempo decise delle sue sorti medievali, durante i molti secoli di lotte fra bizantini di Puglia e Longobardi di Acerenza. […] Il casale di Lagopesole sorgeva al sommo del valico, lungo il versante di un colle isolato, alto 830 metri sul mare, e in cima a cui oggi siede il castello: due rivoli, originati dal “Carmine” di Avigliano, ne cingono i fianchi e vi confondono le acque a Isca Lunga, dando inizio al Triepi, la odierna fiumana di Atella. 

Ad oriente, su la china superiore di Mont’Alto, che si eleva tra le sorgenti del Bradano a mezzogiorno e quelle del Bradanello – provenienti dal lago – a settentrione, stendevasi il casale di Monte Marcone, tuttora non così raso al suolo che non riesca possibile rinvenirne le tracce: una capanna, quando io vi fui, era piantata su la stessa “terra santa” dell’antica chiesa parrocchiale, già vòlta con le spalle al lago, il quale, non più artificialmente chiuso alla foce, è oggi poco meno che un padule, ricoperto di canne; il margine del lago è di trenta metri inferiore alla spianata del castello, l’uno e l’altro interamente staccati per via di un’aperta, profonda vallea. […] 

Il castello di Lagopesole [è…] un edificio, soggiungo io, i cui immensi dormitorii non contraddicono, anzi convalidano il carattere storico del luogo: quello, cioè, di essere stato, per tanti secoli, un grande alloggiamento di soldati. È un vasto rettangolo, con un cortile centrale, fiancheggiato dagli angoli sporgenti da torri quadrate. Nessuna mostra, nessuno sfoggio di arte; e in molte cose lo stile non è sempre puro. […] L’opera fu certo concepita e menata innanzi di getto, ab imis fundamentis: forse, non interamente compiuta. Da chi, e quando? Se nulla si sa dell’artefice, essendo affatto immaginario quel Fuccio fiorentino, di cui parla il Vasari nella vita di Niccolò Pisano, sicurissima ne è la data: Lagopesole è coevo di Castel del Monte. […] C’è qualcosa nell’edifizio, per chi si faccia a visitarlo con diligenza, che tradisce, in più parti, una brusca, improvvisa sospensione de’ lavori: su quelle mènsole, su quelle tante bellissime mènsole che sono incastrate nelle pareti interne delle sale, e che si fanno riscontro da un lato all’altro, non poggiaron mai le grandi arcate a sesto acuto, le quali avrebbero poi dovuto sostenere le lunghe travi del tetto. L’ala della morte, non quella del tempo, passò triste per Lagopesole. Il disegno rimase a mezzo, né il grande imperatore vide terminata questa ultima tra le maggiori sue opere!» 

(G. Fortunato, Il Castello di Lagopesole, V. Vecchi Tipografo-Editore, Trani 1902, pp. 11, 40-41, 47-48, 50-51).


giovedì 29 febbraio 2024

Le perle lucane. 2. Lagonegro

«Partiamo da Lauria dopo avervi passata la notte, ma ancor troppo presto per poterne discernere la posizione; abbiamo fatto ventotto miglia alla vigilia, siamo andati avanti il giorno prima, ed un’ora dopo […]. Partiamo, dunque, due ore prima del far del giorno, temendo davvero di non poter trarre vantaggio del Paese singolare che ci avviamo a traversare, come gli strani cammini per i quali passiamo. 

Al crepuscolo ci troviamo in una vasta foresta, tra gli alberi dai quali intravediamo la cima dorata dell’Appennino, che in tutta questa parte dell’Italia, e soprattutto al levar del sole, forma il più maestoso e più imponente colpo d’occhio; infine, un po’ a piedi ed un po’ a cavallo, arrampicandoci di roccia in roccia, arriviamo in un posto chiamato Lago Negro, la cui posizione è veramente la più strana al mondo. 

Questo Borgo, costruito in mezzo a tutte queste Montagne e con un antico Castello posto sulla sommità stessa d’una Rupe a picco ed assolutamente isolata, ci procura, arrivando, una delle vedute più singolari e pittoresche che abbiamo incontrato in tutto questo Paese. Un piccolo Fiume, che si chiama Sargipiano, scorre ai piedi della Montagna. Lago Negro è, per il resto, assai ben costruito, e al contempo sembra assai popolato. Al centro della Città vi è una grande Piazza, che non resta che attraversare. Da Lago Negro per arrivare a Casal Nuovo, ci sono ancora altre otto miglia da percorrere, attraverso altre Montagne, ma che non hanno nulla di rimarchevole»

 (R. de Saint-Non, Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile. Troisième volume, contenant Le Voyage ou Circuit de la partie Méridionale de l’Italie, anciennement appellée Grande-Grèce, avec approbation, et privilége du Roi, à Paris 1783, 3, cap. 9, pp. 148-149, nostra traduzione)

giovedì 1 febbraio 2024

Le perle lucane. 1. Acerenza

Iniziamo, con questo post, la pubblicazione di alcune testimonianze relative ai luoghi storicamente, culturalmente e paesaggisticamente più significativi di Basilicata.


«Non hà per dir vero di considerevole hora, che il tempio, di vecchia, e sontuosa eleganza, con la Sagrestia ben guernita, dedicato nel 1082. all’Assuntion della Vergine, ed à S. Canione Martire, ove offitian, l’Arcidiacono, il Cantore, dodeci Canonaci, e vari Preti minori. Non hà simile nella vastezza dentro i confini della Provincia, partito in trè ale, con la forma della Croce, e ben alto. Vi è il sotterraneo, che chiaman Sagra Confessione, con trè Altari, nel primo de’ quali dicono, che il Vescovo Leone del 799. chiudesse il Corpo, che vi si adora del sudetto Santo Martire Protettore. Si venera egli al quinto decimo di Maggio, nel qual giorno sgorgano le sue ossa un dolce, e salubre liquore, usato proficuamente ne’ morbi. Vicino la Sagrestia, in un forame dell’Altar di marmo, ch’espone la statua del Santo, si vede, e tocca il suo Pastorale, che tal volta si ritira, e non si rinviene per molti mesi, dando cagione a’ prognostici dello sdegno del Signore» 

(Pacichelli, Il Regno di Napoli, vol. I, p. 268).

«Una sorta di cima meno elevata delle montagne circostanti divide in due parti il bacino quasi circolare che formano; è come un istmo posto fra i due fiumi per unire alla catena dell’ovest la montagna conica a pan di zucchero che li domina e si erge al centro della cerchia. […] Nulla di più curioso e sorprendente dell’aspetto di questo cono di diverse centinaia di metri d’altezza, con i fianchi in ripida pendenza, coperti di coltivazioni, soprattutto vigneti, meno sul lato sud, che sorge dal suolo di una larga e profonda conca di montagne aperta su un solo punto, e che ha sulla sommità una città appollaiata come un nido d’aquila, a mille metri di altitudine sul livello del mare. Questa città è Acerenza. Per giungervi, una volta discesi sul fondo della vallata, bisogna fare più di due ore di salita attraverso una strada dai numerosi interminabili tornanti. È circondata ancora dalla cinta smantellata degli antichi bastioni medioevali, sui quali in più punti si sono costruite case più moderne. In gran parte del loro perimetro questi bastioni sono come basamento di rocce scoscese; così la città non è accessibile che dal lato sud: è là che si apre l’unica porta innanzi alla quale si ricongiungono tutte le strade, da qualunque direzione provengano. La cattedrale si eleva immediatamente al di sopra del bastione all’estremità orientale della città che domina con la sua mole imponente e misteriosa. […] Situata com’è su un picco isolato, scoperta da tutti i lati, è veramente il regno del vento […]. In qualsiasi direzione se ne consideri la visuale, il paesaggio che si abbraccia dall’alto dei suoi bastioni è veramente pittoresco e di una originalità che colpisce, ma piuttosto austero» 

(F. Lenormant, Acerenza, Alfagrafica Volonnino, Lavello 1994, pp. 23-24).


giovedì 18 gennaio 2024

Orazio. 3. La biografia di Svetonio

Quinto Orazio Flacco di Venusia aveva per padre, come egli stesso scrive, un liberto che raccoglieva denaro alle aste; ma si crede che fosse commerciante di provviste salate, poiché un certo uomo in una lite così schernì Orazio: "Quante volte ho visto tuo padre asciugarsi il naso con il braccio!".

Orazio prestò servizio come tribuno dei soldati nella guerra di Filippi, su istanza di Marco Bruto, uno dei capi di quella guerra. Quando il suo partito fu sconfitto, fu graziato e acquistò la carica di impiegato del questore. Poi, riuscendo ad ingraziarsi prima Mecenate e poi Augusto, occupò un posto di rilievo tra gli amici di entrambi. Quanto Mecenate gli fosse affezionato è abbastanza evidente dal noto epigramma:

Se più della mia vita, caro Orazio,
io non ti voglio bene, tu vedere
possa l'amico tuo assai più secco
di Ninnio!

Ma in modo molto più forte si espresse nelle sue ultime volontà e testamento in questa breve osservazione ad Augusto: "Ricordati di Orazio Flacco come di me stesso". Augusto gli offrì il posto di segretario, come risulta da questa sua lettera a Mecenate: 

Prima di ciò avevo potuto scrivere le mie lettere ai miei amici di mia mano; ora, oberato dal lavoro e in cattiva salute, desidero portarti via il nostro amico Orazio. Verrà allora da quella tua tavola parassitaria al mio tavolo imperiale, e mi aiuterà a scrivere le mie lettere.

Anche quando Orazio rifiutò, Augusto non mostrò alcun risentimento e non cessò i suoi sforzi per guadagnarsi la sua amicizia. Disponiamo di lettere di cui allego alcuni brani a titolo di prova:

Goditi ogni privilegio in casa mia, come se lì stessi facendo la tua dimora; poiché sarà del tutto giusto e conveniente che tu lo faccia, in quanto ciò è stato il rapporto che avrei voluto avere con te, se la tua salute lo avesse permesso.

E ancora:

Quanto io ti ricordi, te lo può dire anche il nostro amico Settimio; infatti è capitato che parlassi di te in sua presenza. Anche se eri così orgoglioso da disprezzare la mia amicizia, non ricambio quindi il tuo disprezzo.

Oltre a ciò, tra gli altri convenevoli, lo chiamava spesso "un libertino immacolato" e "il mio affascinante ometto", e lo faceva bene con più di un atto di generosità. Quanto ai suoi scritti, Augusto li stimava così in alto ed era così convinto che sarebbero stati immortali, che non solo lo incaricò di scrivere il Carme Secolare, ma gli ordinò anche di celebrare la vittoria dei suoi figliastri Tiberio e Druso sui Vindelici. E così lo costrinse ad aggiungere un quarto ai suoi tre libri di Odi dopo un lungo silenzio. Inoltre, dopo aver letto diversi suoi Sermones, l'imperatore espresse così il suo disappunto per il fatto che non si facesse menzione di lui:

Devi sapere che non sono non contento di te, che nei tuoi numerosi scritti di questo genere non parli con me, piuttosto che con altri. Hai paura che la tua reputazione presso i posteri ne risenta perché sembra che tu fossi mio amico?

In questo modo costrinse Orazio alla lirica che inizia con queste parole:

Tanti e cosí grandi sono gli impegni 
cui da solo devi far fronte (difendere 
i domini dell'Italia con le armi, 
migliorarla nei costumi, guarirla con le leggi), 
che rubarti il tempo con un lungo discorso 
offenderebbe, Cesare, gli interessi del popolo. 

Di persona era basso e grasso, come viene descritto con la propria penna nelle sue satire e da Augusto nella lettera seguente:

Onisio mi ha portato il tuo volumetto, e lo accetto, piccolo com'è, in buona fede. Ma mi sembra che tu abbia paura che i tuoi libri siano più grandi di te stesso; ma è solo la statura che ti manca, non la circonferenza. Quindi puoi scrivere su un vaso da una pinta, che la circonferenza del tuo volume potrebbe essere ben arrotondata, come quello del tuo ventre.

Si dice che fosse eccessivamente lussurioso; infatti si racconta che in una stanza rivestita di specchi egli avesse disposte delle prostitute in modo tale che, dovunque guardasse, vedeva un riflesso di Venere.Visse per lo più in campagna, nella sua tenuta sabina o tiburtina, e la sua casa è segnalata vicino al boschetto di Tiburno.

Possiedo alcune elegie attribuite alla sua penna e una lettera in prosa, ritenuta una sua raccomandazione a Mecenate, ma penso che entrambe siano spurie; poiché le elegie sono comuni e la lettera è inoltre oscura, il che non era affatto uno dei suoi difetti.

Nacque il sesto giorno prima delle Idi di dicembre sotto il consolato di Lucio Cotta e Lucio Torquato, e morì il quinto giorno prima delle Calende dello stesso mese sotto il consolato di Gaio Marcio Censorino e Gaio Asinio Gallo, cinquantanove giorni dopo la morte di Mecenate, nel suo cinquantasettesimo anno. Nominò Augusto come suo erede a voce, poiché non poteva fare e firmare un testamento a causa dell'improvvisa violenza della sua malattia. 

Fu tumulato vicino alla tomba di Mecenate, nella parte più lontana del colle Esquilino.

La cultura meridionale. 5. Giacomo Racioppi e il Risorgimento lucano

«Il periodo veramente democratico della storia politica dei popoli comincia con il 1789. Da allora in poi entrano in campo le masse, i popol...