giovedì 22 luglio 2021

Il Mezzogiorno moderno. 17a. I giornali in Basilicata tra 1806 e 1840

Il giornalismo in Basilicata iniziò nel 1808, anno in cui, in seguito a quanto stabilito dalla riforma murattiana della pubblica amministrazione, ogni capoluogo di provincia del Regno ebbe l’obbligo di dotarsi di una tipografia attraverso la quale poter stampare e diffondere gli Atti dell’Intendenza: si trattava di una modalità attraverso la quale il governo centrale rendeva possibile ai sudditi la conoscenza delle leggi, dei decreti e delle informative attraverso le rappresentanze territoriali e i loro giornali ufficiali. Il 20 agosto 1808 la Basilicata ebbe il suo primo «Giornale degli Atti dell’Intendenza», che nacque come quindicinale, ma ebbe periodicità irregolare e testata mutevole, con l’ultimo numero nel 1832. Fu con il «Giornale degli Atti dell’Intendenza» che la Basilicata si aprì a nuovi obiettivi culturali e l’obbligatorietà dell’abbonamento per tutti i Comuni segnò «l’apertura di spazi, di ambizioni, di prospettive culturali» .
Nella provincia vi erano, dunque, le premesse per l’avvio di una stampa periodica, progetto che trovò difficile accoglienza in una realtà socio-economica come quella della Basilicata del tempo. La Restaurazione completò il quadro di «resistenza» culturale, «poiché caduto il Regno murattiano, un nuovo regime di assolutismo politico, sospettoso verso ogni manifestazione di pensiero e soprattutto verso la stampa, si instaurò e fece tragicamente rientrare, fra l’altro, ogni speranza di pubblicare liberamente giornali e riviste» . Tra il 1815 e il 1820 il panorama editoriale nella Basilicata non fu incrementato, registrando anzi un passo indietro rispetto agli anni murattiani e alle aspettative suscitate dal «Giornale dell’Intendenza». 
La censura dilagò ovunque, nel Mezzogiorno e ancor più in Basilicata: dopo il Congresso di Vienna e la Restaurazione mancò una stampa popolare, in quanto «la borghesia meridionale non aveva ancora maturato grande interesse al progresso dell’industria e dell’agronomia, che la popolazione era quasi analfabeta e, infine, che il Governo dei Borbone mostrava scarsa attenzione alla cultura» . Nel corso della rivoluzione del 1820-21 in Basilicata fu edito un notevolissimo periodico, il «Giornale Patriottico della Lucania Orientale» , che, pubblicato a Potenza a partire dal 10 luglio 1820 con cadenza decadale, esaurì la sua funzione informativa rapidamente all’indomani della concessione della libertà di stampa, voluta dal Parlamento napoletano il 26 luglio. Esso può considerarsi, dunque, data la breve esistenza e la mancanza di seguito, dopo l’entusiasmo rivoluzionario, alla stregua di una prova di giornalismo politico. Il «Giornale», in effetti, si situa al limitare dell’età napoleonica, con la quale condivide il carattere di comunicazione altamente politicizzata, pur se ancora in senso piuttosto retorico che informativo, certamente su influsso di periodici come la nota «Minerva Napoletana» . Dopo i giornali editi durante il 1820-21, ci fu un lungo periodo di silenzio per la stampa lucana. Fu solo dal 1830 che il nuovo sovrano Ferdinando II permise la pubblicazione, accanto ai fogli ufficiali, di testate indipendenti come il «Giornale Economico Letterario della Basilicata», un periodico trimestrale, che, pubblicato per la prima volta nel 1838, nell’ex tipografia dell’Intendenza, pubblicava non solo articoli tecnici, ma si occupava anche di argomenti letterari e culturali. 

BIBLIOGRAFIA: 
Antonio CATERINO, La Basilicata e la sua stampa periodica. Bibliografia: 1808-1996, Bari, Catalogo Unico delle Biblioteche Apulo-Lucane, 1968.
Pantaleone SERGI, Storia del giornalismo in Basilicata, Roma-Bari, Laterza, 2010.

giovedì 15 luglio 2021

Il Mezzogiorno moderno. 16. Opere di Eleonora Fonseca Pimentel

a) Poemetti 
- Il tempio della Gloria. Epitalamio nell’augustissime nozze di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie con Maria Carolina Arciduchessa d’Austria, di Eleonora de Fonseca Pimentel, tra i Filaleti Epolnifenora Olcesamante, in Napoli, presso Giuseppe Raimondi, MDCCLXVIII.
- La nascita di Orfeo. Cantata per l’Augustissima Nascita di S.A.R., Il Principe Ereditario delle Due Sicilie, di Eleonora de Fonseca Pimentel, fra gli Arcadi Altidora Esperetusa, in Napoli, presso i Raimondi, MDCCLXXV.
- Il trionfo della Virtù. Componimento drammatico dedicato all’Eccellenza del Signore Marchese di Pombal, primo ministro, segretario di Stato ecc. ecc. del Re fedelissimo, Napoli, s.e., 1777, ripubblicato con documenti a cura di Joaquim de Araujo, Livorno, Giusti, 1899.
- La gioia d’Italia. Cantata per l’arrivo in Napoli delle LL.AA.RR. il Gran Duca, e la Gran Duchessa delle Russie, di Eleonora de Fonseca Pimentel nei Tria de Solis, Altidora Esperitusa, Napoli, s.e.,1782.
- Il Vero omaggio, Cantata per celebrare il fausto ritorno delle Loro Maestà di Eleonora de Fonseca Pimentel, Napoli, s.e., 1785.
- La fuga in Egitto, Oratorio Sacro dedicato a S.A.R. D. Carlotta di Borbone, principessa del Brasile, Napoli, s.e., 1792. 

b) Sonetti vari:
- La dea, ch’in Pafo e in Amatunta impera, 1770, in DE LISO D. et alii (a cura di), Una donna tra le muse: la produzione poetica, Napoli, Loffredo, 1999, pp.83-84.
- Allor che sciolto da’ mortali affanni, 1771, Ivi, pp. 86-87.
- Vago usignol, che ne’ soavi accenti, 1773, Ivi, pp. 89-90.
- Verrà Donna Real, è in ciel prescritto, 1773, Ivi, pp. 92-93.
- Cruccioso Amore un giorno al cielo ascese, 1775, Ivi, pp. 94-95.
- Cugin, due mesi son che non scrivete, 1776, Ivi, pp. 96-98.
- Sonetti in morte del suo unico figlio, 1779, Ivi, pp.100-105.
- Ode elegiaca per un aborto, 1779, Ivi, pp. 210-223.
- Scese vergine Dea al mondo infante, 1780, Ivi, pp. 107-109.
- Il genio degl’Imperi ei che primo, 1782, Ivi, pp. 110-112.
- Sonetto napoletano, E biva lo Re nnuosto Ferdenanno, 1788, Ivi, pp. 114-115.
- Sonetto I e II, in Componimenti poetici per le Leggi date alla nuova Popolazione di San Leucio da Ferdinando IV re delle Sicilie, Napoli, Stamperia Reale, 1789, in E. URGNANI, La vicenda letteraria e politica di Eleonora Fonseca Pimentel, Napoli, La città del Sole, 1998, pp. 98-99.

c) Epigrammi latini, 1771, Ivi, pp. 104-106.

d) Opere in prosa
- CARAVITA N., Nullum ius pontificis maximi in regno neapolitano dissertatio historico-giuridica, Alethopoli, 1707. ID., Niun diritto compete al sommo Pontefice, Dissertazione storico-legale del Consigliere Caravita tradotta dal latino con varie note da Eleonora Fonseca Pimentel, Alethopoli, 1790.
- PEREIRA DE FIGUEIREDO A.,  Analyse da profissão de fè do Santo Padre Pio IV, Lisbona, na Officina de Simão Thadeu Ferreira, 1791. ID., Analisi sulla professione di fede di Pio IV, deputato della Real Mensa della commissione generale per l’esame e censura de’ Libri. Stampata in Lisbona presso Simone Taddeo Ferreyra l’anno 1791 con permissione della suddetta Real Mensa. Tradotto dal portoghese con alcune delucidazioni. Preceduta da un prefazione “ A’ benigni lettori” di Gennaro Cestari, Napoli, Nicola Russo, 1792.
- «Monitore Napoletano», in A. LERRA (a cura di), Monitore Napoletano (2 febbraio – 8 giugno). L’antico nella cultura politica rivoluzionaria, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2006, pp. 1-413.

e) Lettere
- a Michele Lopez, 19 ottobre 1776,  in E. URGNANI, La vicenda letteraria e politica di Eleonora Fonseca Pimentel, Napoli, La città del Sole, 1998, pp. 274-276.
- a Sua Maestà e al Consigliere Tontulo, 1784-1785, Ivi, pp. 277-278.
- ad Alberto Fortis, 1785, Ivi, p. 280. 
- al Marchese Tontulo, 7 giugno 1785, Ivi, p. 283.
- a fr. Manuel de Cenaculo, 1786, Ivi, pp. 285-286.
- al Duca Michele Vargas Macciucca, 20 novembre 1789, Ivi, p. 289.
- alla Contessa Silvia Curtoni Verza, 8 luglio 1790, Ivi, pp. 290-291.
- a Padre Antonio Pereira de Figueiredo, Ivi, pp. 292-296. 

giovedì 8 luglio 2021

La Basilicata moderna. 40. Ruolo e incidenza dei Benedettini

Nel corso dell’Età moderna, anche in Basilicata notevole, se non quasi “monocratica”, fu la rilevanza assunta dalla Chiesa, che assunse una posizione tutt’altro che statica nei confronti della società, adoperandosi per stabilire rapporti solidi con il mondo laico, conformando la propria azione in vita di un reale, incisivo, inserimento all’interno dei quadri dirigenti locali . In effetti, la Chiesa seppe garantirsi una rilevante base patrimoniale, tanto più in coincidenza con il difficile periodo attraversato negli anni della Controriforma, soprattutto perché essa gestiva gran parte dell’agro lucano. 
Se, in effetti, l’«azienda clerale» ricettizia fu il perno socio-economico della provincia, anche in Basilicata gli ordini religiosi ebbero notevole rilevanza nella “riconquista” delle anime e, in realtà, la tenuta del clero sul territorio lucano fu garantita proprio da monasteri e grancie, tra le quali spiccano quelle dei Benedettini, che vi lasciarono una traccia profonda. 
Notevoli sono, infatti, le testimonianze e i dati.  
La presenza di monasteri, italogreci e benedettini, è attestata in Basilicata a partire dall'VIII secolo con la diffusione di monasteri, chiese, grancie, prova evidente del contributo della regione ad una forte identità culturale del Mezzogiorno. L'insediamento e la diffusione capillare di quelle comunità monastiche, inoltre, testimonia non solo la forte religiosità delle popolazioni lucane, ma anche la capacità di quegli ordini di organizzare il territorio, determinarne l'assetto degli abitati e dare un apporto significativo allo sviluppo dell'agricoltura, del commercio e dell'industria del territorio. Gran parte degli edifici e delle fabbriche monastiche sono ormai ridotti a ruderi, e di alcuni non vi è più traccia, distrutti da eventi naturali o dall'azione dell'uomo, anche se le fabbriche più importanti, come la Santissima Trinità di Venosa e Monticchio, hanno conservato parti significative degli edifici.  
Il monastero della SS. Trinità di Venosa sarebbe stato istituito nel 942, per iniziativa di Gisulfo I principe di Salerno, su richiesta di un suo parente, il nobile Indulfo, che ivi successivamente divenne monaco . La maggioranza degli studiosi ritiene che a questo testo, certamente frutto di una falsificazione o di una interpolazione nella forma in cui ci è pervenuto, debba essere ugualmente riconosciuta una sostanziale attendibilità, soprattutto in base all’analisi architettonica, che ha rivelato e rivela nel monumento una complessa stratificazione strutturale, con riconoscibili frasi prenormanne. Tuttavia le scoperte più recenti, come pure il reimpiego nella costruzione di parti murarie impostate ad una quota che sembra essere pertinente a strutturare tardoantiche, inducono a ritenere che l’impianto chiesastico sia precedente al X secolo e danno credito alla tradizione, raccolta anche dell’Ughelli , secondo la quale la chiesa della Ss. Trinità sarebbe stata, per un certo periodo, la cattedrale cittadina, rimettendo in discussione la fondazione abbaziale del 942. Comunque, sia stata preesistente soltanto la chiesa o la stessa comunità benedettina, l’interessamento del normanno Drogone verso quest’ultima, testimoniato dalla bolla di Niccolò II del 25 agosto 1059, non sembra limitato all’intervento di carattere edilizio in essa esplicitamente ricordato, monasterium Sancte Trinitatis de veteri civitate Venusia labore extructum a Dregone comite, restaurari ceptum per te [abate Ingilberto], ma assume il carattere di una vera e propria fondazione de novo, in quanto la conferma pontificale non solo definisce le grandi linee della disciplina religiosa e la condizione del monastero, ma stabilisce anche la misura stessa dei censi dovuti alla Santa Sede4.  
Sono notevoli gli edifici conservatisi dall’abbazia medioevale, cioè la «chiesa anteriore», la «foresteria» e la grandiosa «chiesa incompiuta» . Un accurato bilancio di queste ricerche storico-artistiche e delle loro proposte, spesso contrastanti, per la datazione delle fasi costruttive è stato tracciato da Corrado Bozzoni  che attribuiva la «chiesa anteriore» all’epoca dei primi Normanni (1043/6-1085), indicando come inizio della costruzione della grande «chiesa incompiuta» il decennio tra il 1170 e il 1180, quando l’abbazia venosina, sotto l’abate Egidio, avrebbe raggiunto «nuovamente un’eccezionale potenza e prestigio» . Questa tesi è, però, stata contrastata recentemente, quando si è ipotizzato che la «chiesa incompiuta» fosse stata progettata e iniziata già sotto l’abate normanno Berengario, cioè nella seconda metà del secolo XI o al più tardi all’inizio del secolo successivo, cioè all’epoca di Ruggero Borsa (1085-1111). 
Anche per quanto riguarda la cosiddetta «foresteria», le cui origini erano state attribuite all’epoca longobarda , recentemente sono state avanzate nuove proposte di interpretazione: sulla base della funzione della S.S. Trinità come chiesa sepolcrale dei primi Altavilla , la «foresteria» dovrebbe risalire, nella sua forma odierna, a due fasi costruttive. Nella prima fase, attribuibile all’epoca di Roberto il Guiscardo (1085), sarebbe stato costruito il nucleo dell’edificio destinato a ospitare gli Altavilla quando si recavano in visita all’abbazia. Nella seconda fase costruttiva, attribuita al XIII secolo, l’edificio sarebbe stato modificato e allargato, e solo allora esso avrebbe assunto la funzione di foresteria, nel senso di «ospizio» per i pellegrini. Le recenti indagini archeologiche hanno messo in evidenza come la chiesa (anteriore) della SS. Trinità di Venosa, poi trasferita in altro luogo (cioè in corrispondenza dell’odierno castello allora non ancora esistente), fu oggetto di numerosi restauri promossi da Drogone di Altavilla alla metà dell’XI secolo .  
Il primo importante contributo descrittivo e critico sull’abbazia della Trinità deve essere indicato nell’opera di Heinrich W. Schulz, che accanto ad una sintesi delle vicende storiche del monumento, derivate dalla letteratura precedente e dalle fonti epigrafiche, pubblicò per primo una planimetria del complesso (tuttavia incompleta e imprecisa) ed alcuni notevoli disegni di capitelli e di uno dei portali. Secondo lo studioso tedesco, le residue strutture della chiesa incompiuta, cioè l’impianto planimetrico con deambulatorio e cappelle radiali, di chiara derivazione francese, dovevano essere ritenute il frutto di una ricostruzione progettata alla fine del XIII secolo; mentre la chiesa anteriore rappresenterebbe ancora l’edificio innalzato dai primi normanni.  
La storia del monastero di san Michele Arcangelo di Montescaglioso ha inizio, almeno per quella parte che trova riscontro in documenti e fonti verificabili, intorno all’anno Mille, in quanto le leggende locali, riferite anche dallo storico del monastero, l’abate Tansi , vogliono la comunità 
monastica esistente già nel 534 sotto la regola basiliana. Il Tansi, nel riferire la leggenda, scrive che in quell’anno Placido, uno dei discepoli di san Benedetto, nel corso del suo viaggio verso Messina si sarebbe fermato a Montescaglioso ospite dei monaci che, impressionati dai miracoli del santo, chiesero ed ottennero di poter vivere secondo la regola di Benedetto. 
L’elemento significativo della vicenda narrata, che non trova alcun riscontro documentario, non è tanto il preesistente a quello benedettino, in un contesto territoriale dove, antecedentemente alla conquista normanna ed anche oltre, sono numerosi sia i monasteri basiliani, sia le comunità e i vescovadi che conservano il rito greco.  
Giuseppe Gattini, erudito materano, parlando della città di Montescaglioso e delle sue remote origini, asserisce che l’abbazia assurse ad una certa importanza anche prima del Mille, sia per la posizione, sia per il numero degli abitanti, sia «per celebrato monastero, che pria d’aver la regola di S. Benedetto era probabilmente un cenobio basiliano» . L’ipotesi, quindi della preesistenza di un insediamento basiliano a Montescaglioso, pur non trovando verifica nelle fonti, non va del tutto trascurata soprattutto in base a considerazioni suggerite dal contesto territoriale e culturale, fino a tutta la metà dell’XI secolo, fortemente permeato da influssi bizantini. Ma a segnare la vera nascita della locale comunità benedettina a Montescaglioso sarebbe stato l’ingente patrimonio formatosi a seguito delle donazioni dei Normanni che, nel disegno di costruzione di un loro Stato e nel tentativo di integrazione con le popolazioni locali, oltre a fondare nuove comunità religiose (nel 1097 eressero l’altra grande abbazia del Metapontino, S. Maria del Casale a Pisticci ) avrebbero dotato le preesistenti di cospicue rendite e vasti possedimenti. L’atteggiamento dei Normanni sarebbe stato rispettoso verso le singole realtà locali, ormai consolidate e l’appoggio alla cattedra romana consigliava un concreto impegno nei confronti dei grandi monasteri latini del Vulture, di Banzi, Matera e Montescaglioso.  
I documenti pubblicati dall’abate Tansi nel 1746 ricostruiscono, per il monastero di Montescaglioso, il susseguirsi delle donazioni che ebbero inizio nel 1065, con la cappella urbana di S. Maria in Platea, oggi Madonna delle Grazie, proseguendo con il casale di S. Maria del Cornu sul Basento nel 1078. Il patrimonio dell’abbazia si accrebbee anche con donazioni da parte di alcuni cittadini di Montescaglioso, sicché il monastero si trovava al centro di un vasto e articolato sistema territoriale che organizzava e disegnava tutta l’area metapontina con una rete di casali e insediamenti mantenutasi intatta sino ai primi decenni del XIX secolo, quando solo le leggi sull’abolizione della feudalità riuscirono a smantellare un complesso patrimoniale valutato, da una Relatione del 1650, pari a circa diecimila 
ettari.  
Gli abati Stefano, Simeone, Crescenzo, e Guarino che all’inizio si succedettero nel governo del monastero, si posero essenzialmente due obiettivi: ampliare le fabbriche del complesso e consolidare il cenobio nel possesso dei propri feudi e casali continuamente minacciati dalle mire dei potenti confinanti. Si registrarono, quindi, numerosi diplomi e privilegi che meglio definivano i confini e la natura dei possedimenti benedettini o che confermavano a questi la proprietà dei feudi e casali concessi dai conti normanni : inoltre, l’abbazia fu inclusa nel perimetro murario edificato dai Normanni sulla sommità della collina di Montescaglioso .  
La parabola discendente del monachesimo benedettino tra Tre e Quattrocento vide le nuove congregazioni degli Olivetani, Celestini e Silvestrini protagoniste di fermenti rinnovatori e riformatori che spinsero verso una vita più distaccata dal mondo, tentando un ritorno alla Regola. Il monastero di Montescaglioso, pur riuscendo a sopravvivere, si dibatté tra infinite difficoltà, con una lunga serie di contenziosi riguardanti le usurpazioni nei feudi e la definizione dei confini di San Salvatore a Torre a Mare, che indussero gli abati a concedere, per amor di pace, i casali e le relative pertinenze in affitto ai feudatari dei centri vicini o ai potenti confinanti.  
Nello studio che il Circolo “La Scaletta”  ha effettuato sulle grandi masserie ubicate nel territorio rientrante approssimativamente nei confini amministrativi della provincia di Matera sono emersi, inoltre, alcuni complessi agricoli legati direttamente all’insediamento monastico benedettino; particolarmente interessata da questa presenza fu l’area bradanica e buona parte del Metapontino che, comunque, prima dell’arrivo dei Normanni era sotto l’influenza del monastero basiliano di Sant’Elia a Carbone, che comprendeva fra i suoi possedimenti il tempio di Sant’Andrea in Rotondella, la chiesa di San Filippo in Teana, la chiesa di San Lorenzo a Craco, di Santa Marina e Santa Barbara in Montalbano, di San Giacomo in Sarconi, di san Simeone in Bari, di San Bartolomeo in Taranto e vaste estensioni di terreni con le colonie agricole di Policoro, Ischinzana e San Basilio. 
Il 1087 fu una data fondamentale ai fini di studio dell’area e degli insediamenti metapontini ed è una data certa documentata da un atto di donazione conservato negli archivi storici e da un graffito, tuttora leggibile, sul prospetto principale della chiesa di Santa Maria del Casale di Pisticci. Il prestigio e la fama di questo insediamento benedettino ben presto si diffusero oltre i confini del feudo normanno e nel 1133 il re Ruggero II, nella città di Gravina, donò al monastero, nella persona dell’abate pro tempore, la chiesa con l’annesso feudo di San Basilio. 
Fu questo un atto importante ai fini della conoscenza della storia di San Basilio, che confermò l’esistenza di un feudo costituito dai Normanni su vecchio cenobio basiliano ed acquisito, per donazione, dai Benedettini che vi costituirono una grancia dipendente dal monastero di Santa Maria del Casale. Un feudo che, unitamente al privilegio concesso all’abate don Pietro da Roberto, figlio del re Ruggero II, fu costituito da possesso perpetuo del dominio «su alcuni uomini di Pisticci e sui loro figli e sui loro beni», e che estese l’autorità e l’influenza religiosa e politico-economica della comunità benedettina da Pisticci fino alla marina ionica .  
La grancia di San Basilio non fu esente da contestazioni ed usurpazioni se fu necessario, nel 1222, una conferma della donazione da parte dell’imperatore Federico II. Dall’esame dei documenti emerge che, anche dopo tale imperiale conferma, i padri benedettini di Santa Maria del Casale non ebbero vita facile nella conservazione del feudo di San Basilio che, ad esempio, usurpato da Bonifacio dell’Aquillara, li costrinse, nel 1226, a ricorrere in giudizio presso il giustiziere Sperone che aveva corte, all’epoca, nella città di Melfi. Una vertenza giudiziaria più lunga e complessa fu quella che vide contrapposti i Padri di Santa Maria del 
Casale contro i basiliani del cenobio di Sant’Elia in Carbone e che, titolari del feudo  della Scanzana del Metapontino, confinante con San Basilio, contestavano il possesso di alcuni territori inglobati nel feudo benedettino. 
Una vertenza che si svolse con alterne vicende per oltre un secolo e che ebbe termine con un accordo definitivo nel 1306.  
In circa quattrocento anni di presenza benedettina San Basilio divenne, con il lavoro costante, paziente e competente della Comunità un’oasi con oliveti, vigneti ed alberi di ogni specie di frutta. Una grancia agricola residenziale di primissimo piano che assunse anche un’importanza notevolissima come struttura difensiva contro le scorrerie corsare e le bande brigantesche e che nel tempo, pur cambiando di proprietà, conservò una sua tipica efficienza giungendo fino con la stessa funzione, anche se con la nuova denominazione di masseria-castello.  
Nel febbraio del 1451, su disposizione del papa Nicolò V, il monastero di Santa Maria del Casale di Pisticci passò sotto la giurisdizione dei Padri certosini facenti capo alla certosa di San Lorenzo in Padula e conseguentemente fu incorporato dalla stessa comunità anche il feudo di San Basilio, che, trasformatosi in una grande abbazia certosina, subì nelle strutture edificatorie modificazioni interne che lasciarono, comunque, relativamente intatta la struttura perimetrale esterna.  
Questo “dominio” durò fino alla fine del XVIII secolo e segnò il suo declino con le leggi murattiane contro la feudalità . Ma mentre il monastero di Santa Maria del Casale di Pisticci, completamente abbandonato dopo il 1830, cadde in rovina la grancia di San Basilio, anche se in tono dimesso, continuò ad esistere, in virtù di una forte integrazione con il territorio circostante. Infatti, come centro di un vasto feudo agricolo San Basilio rappresentava, nell’economia benedettina, la grancia, ma accanto a questa funzione aveva anche il compito di struttura difensiva in quanto, specialmente nel XVI secolo, divenne parte integrante di un sistema di avvistamento e difesa della costa ionica contro le scorrerie barbaresche . 
L’originario impianto benedettino, come detto, pur con modifiche ed ampliamenti avvenuti nel corso dei secoli, è tuttora perfettamente leggibile, sicché si può individuare l’originario perimetro con il chiostro centrale sul quale si affacciavano i locali adibiti a refettorio, cucina, a dormitorio, unitamente alla biblioteca, all’archivio, alla sala capitolare e la chiesa. Proprio il chiostro, l’attuale corte interna della masseria-castello, era il perno centrale e determinante dell’organismo distributivo intorno al quale erano ubicati gli ambienti essenziali alla vita religiosa ed agricola della comunità. Ad un attento esame può ancora essere individuata la disposizione dei vani interni, vasti, rispondenti alla concezione benedettina nella quale sia le attività che il riposo notturno erano collettive; una concezione che richiedeva ambienti non molto numerosi, ma vasti abbastanza per soddisfare le esigenze della comunità.  
Nel 1451, con il già citato passaggio di San Basilio dai Padri benedettini ai Padri certosini, si ebbe una modifica della struttura planimetrica degli edifici, non tanto nell’esterno, quanto nella distribuzione dei vani interni. 
La regola di clausura che organizzava la vita quotidiana del padre certosino, infatti, richiedeva la suddivisione degli spazi in una serie di comparti isolata e distinti ognuno dei qual era destinato ad accogliere un “fratello”. Queste celle erano qualcosa di più della semplice cella per il riposo e la preghiera, come fissato nella tipologia del convento, in quanto il certosino non usciva dalla spazio a lui assegnato se non pochissime volte all’anno, durante le riunioni che avvenivano nel refettorio comune. Ciò comportava la creazione di una «cella abitativa»  con più ambienti per soddisfare le esigenze della vita religiosa e di quella quotidiana.  
Se la concezione unitaria benedettina è riscontrabile tuttora nella struttura edificatoria della masseria-castello, il tipo certosino formato da unità minori autosufficienti e difficilmente rilevabile probabilmente, perché sotto la giurisdizione di questo ultimo Ordine monastico si accentuò la funzione di San Basilio come grancia, con un elemento agricolo di gran lunga preminente su quello residenziale monastico. Quattro edifici rettangolari racchiudenti una corte interna formano la struttura originaria della masseria; sull’angolo sud-ovest, all’interno, si erge la torre quadrata normanna preesistente al complesso monastico. Probabilmente nella prima metà del XV secolo fu aggiunta al complesso una costruzione rettangolare, come un braccio fuoriuscente dalla cinta originaria, un edificio, quest’ultimo, fortificato successivamente , tra fine XV e prima metà del XVI secolo, con l’inserimento di una torre cilindrica casamattata nell’angolo est. Probabilmente nello stesso periodo furono inseriti negli angoli sud ed ovest, del perimetro murario, delle torrette casamattate poste in isporto e poggianti su grossi mensoloni. 
Sono, infine, del XVIII secolo la chiesa esterna inserita nell’angolo formato dall’edificio aggiunto al perimetro originale e la facciata d’ingresso del complesso . Tre sistemi in pietra sovrastanti il portale d’ingresso raffigurano il San Michele Arcangelo dei benedettini, la «graticola» di San Lorenzo della Certosa di Padula ed il disegno araldico della famiglia Berlingieri; stemmi che racchiudono i tre passaggi storici del complesso agricolo-residenziale di San Basilio.  
La torre quadrata, immagliata nel perimetro interno della masseria, risale quasi certamente al periodo normanno, tra la fine dell’XI e la prima metà del XII secolo, pur se la sua origine non è suffragata da alcun documento: tuttavia, tenendo presente la tipologia costruttiva ed architettonica della stessa ed essendo documentata la costituzione del feudo normanno di San Basilio, il tutto lascia presupporre la quasi certezza della datazione. Tipologicamente la torre presenta la parte inferiore con un alto basamento in pietra dura, lievemente scarpato, diviso dalla parte superiore, che si sviluppa ad asse verticale, da un toro marcapiano piatto formato da pietra calcarea. La pare superiore della torre è in mattoni di grosso formato in argilla cotta; il coronamento, privo di merlatura, poggiante su di una serie di beccatelli, è munito di saettiere e caditoie. L’asse della merlatura tradizionale, rimasta valida nelle opere fortificate fino al XIII secolo, lascia presumere un aggiornamento della corona terminale successivo alla diffusione delle nuove concezioni difensive importate dall’Oriente dopo le esperienze militari delle Crociate nel XII secolo. Una scala a chiocciola, in pietra, interna, collega il vano posto alla base della torre con la sommità; a vari livelli si aprono feritoie a strombatura interna e vani di servizio . Tre vasti ambienti sovrapposti dividono la torre in diversi piani; essi risultano pavimentati in cotto, presentano un ampio camino ed una finestra imbussolata in un arco tondeggiante.  
L’ingresso esterno, ricavato a circa un terzo dell’altezza totale della torre, era munito di ponte levatoio, del quale si notano ancora le scanalature nel muro per l’alloggiamento delle due travi girevoli e che è sovrastato da una finestrella di guardia. Attualmente, comunque, l’entrata si presenta rimaneggiata ed al ponte levatoio è stato sostituito un ponte di muratura ad arco che collega stabilmente la torre con il fabbricato perimetrale interno alla masseria, mentre un ingresso è stato ricavato successivamente all’altezza di base della torre per accedervi dalla corte. La volta terminale della torre è terrazzata e si notano, fuoriuscenti, il terminale della scala protetta da una copertura esagonale, un arco campanario con campana e due grossi comignoli dei quali uno solo intatto. La simmetria dei mattoni sulle facciate esterne è interrotta, inoltre, da una serie di fori quadrangolari lasciati per il montaggio delle impalcature per la manutenzione della struttura .  
La principale difesa della torre era affidata ai proiettili, che venivano accumulati sul piano più elevato e lasciati cadere dall’alto: proprio per realizzare questo proposito il parapetto di sommità si presenta sporgente e nel ballatoio a sbalzo sono ricavate le caditoie che permettevano ai proiettili di precipitare in aderenza al muro. 
La torre si sviluppa per 18 metri di altezza dalla linea della corte alla corona con una larghezza di base di 11 metri; nove metri e mezzo è la larghezza nella parte superiore. Partendo dall’attuale ingresso i primi tre vani sovrapposti presentano la volta a botte ed il terzo a crociera .  
Ormai distrutta è, inoltre, l'abbazia di Santa Maria dello Juso a Irsina, fondata nel secolo XI e annessa all'abbazia di Chaise de Dieu di Clermont Ferrand, in Francia, al quale facevano capo la cattedra vescovile della città e l'officiatura della cattedrale, di cui si conserva un campanile gotico, opera degli stessi monaci . Appartenne, invece, all'ordine benedettino pulsanense il monastero di San Pietro in Cellaria, a Calvello, sorto nella seconda metà del XII secolo, soppresso nel XVI secolo e poi concesso alla basilica di Santa Maria Maggiore a Roma , così come sono rimasti ormai solo i ruderi, in agro di Chiaromonte, del monastero e del campanile appartenuti all'abbazia di Santa Maria del Sagittario dove si insediarono, intorno al 1202, i monaci provenienti dall'abbazia di Casamari .  

giovedì 1 luglio 2021

Materiali didattici. 55. La Basilicata nelle Descrizioni del Regno di Napoli

In Età moderna sono le descrizioni a restituire, più che l’autorappresentazione interna, la percezione che della Basilicata si aveva da parte di Napoli. E ciò soprattutto perché le descrizioni del Regno ebbero carattere di ampia interferenza tra storie locali e storie “definitive”: le descrizioni, accanto a questi grandi modelli generali, fungevano, il più delle volte, da manualistica più “spicciola”, in quanto nate con uno scopo ben definito, quello di mostrare al lettore i vari aspetti sociali, economici e geografici del Regno, giungendo infine in maniera compiuta ad autoregolamentarsi come un genere analitico e propositivo, sfaccettato nei caratteri, ma fondamentalmente unitario nello scopo perseguito, ben oltre l’apparete intento di semplice periegesi che ancora caratterizzava le opere umanistiche.

a. Descrizioni generali


In realtà, di descrizioni generali specificamente dedicate all’intera Basilicata non si può parlare in senso stretto, a differenza di altre province vicine, come Principato Ultra o Terra d’Otranto, perché la tradizione umanistica, appunto, nonché quella politico-istituzionale, non presentava caratteri unitari. Solo la zona dell’antica Lucania, compresa tra il Vallo di Diano e la zona del Potentino, conservò caratteri di unitarietà tali, in entrambi i campi, da permettere, tra Sei e Settecento, la redazione di opere dedicate. 
In primo luogo, l’opera dell’agostiniano Luca Mandelli, La Lucania (L. MANDELLI, La Lucania, ms., trascrizione del 1792, in BNN, Manoscritti, coll. X-D-1/2.), con eruditi riferimenti al diritto romano e agli autori periegetici classici ed umanistici, trattava, in due parti, della zona compresa tra Cilento e Vallo di Diano, utilizzando, come detto, il modello periegetico delle descrizioni del Regno. Essa, nonostante, o proprio per il suo carattere di serbatoio erudito, ebbe notevole influenza sul medico Costantino Gatta e sul barone Giuseppe Antonini. 
Il Gatta, medico, autore delle Memorie topografiche-storiche della provincia di Lucania (C. GATTA, Memorie topografiche-storiche della provincia di Lucania, compresa al presente nella provincia di Basilicata, e di Principato Citeriore, colla genealogia de’ serenissimi principi di Bisignano dell’illustre famiglia Sanseverino, Napoli, Stamperia del Muzio, 1732; II ed., postuma ed accresciuta, a cura del figlio Gherardo Saverio, con il titolo Memorie topografiche-storiche della provincia di Lucania, colle notizie dell’antico e venerabile tempio dedicato alla ss. Vergine, nel territorio della città di Saponara, e d’un sepolcro de’ gentili presso l’antica città di Consilina, in Napoli, Stamperia del Muzio, 1743.), una puntigliosa presentazione dello stato naturale e civile dell’antica Lucania, con particolare attenzione al Vallo di Diano. La zona subprovinciale del Principato Citra, lungi dall’essere presentata solo sulla scorta delle autorità classiche, veniva descritta con attenzione alla storia politica, con dettagli rilevanti di carattere sociale ed economico ed un particolareggiato elenco genealogico delle famiglie nobili.
Di simile impianto, ancorché non esente da notevoli errori e tendenziosità, la Lucania (G. ANTONINI, La Lucania. Discorsi, in Napoli, nella Stamperia di Raffaello Gessari, 1745) di Giuseppe Antonini, avvocato e feudatario di San Biase e Regio Auditore di Basilicata e Abruzzo Ultra. Antonini, utilizzando il metodo corografico-antiquario tipico delle descrizioni, esaminava, in nove Discorsi, la geografia e la storia antica del Cilento e del Vallo di Diano, soffermandosi, altresì, su parte della Basilicata, pur rimanendo nell’ambito della storia antica e della descrizione erudito-periegetica, compilando, fondamentalmente, uno zibaldone di schede geografiche, con dati spesso non documentati e non collegati in organica sintesi come nel mosaico del Gatta.

b. Descrizioni della Basilicata nel Regno

Se queste “descrizioni generali” restituiscono l’immagine, erudita e distante, dell’antica Lucania, per avere un’idea di come davvero fosse percepita la Basilicata in età moderna bisogna ricorrere ai più volte citati descrittori del Regno, ponendo particolare attenzione a Scipione Mazzella e a Giambattista Pacichelli, rispettivamente apripista e “snodo” del modo di fare descrizione delle province.
Mazzella iniziava la sua descrizione spiegando che «una parte de’ luoghi di Montagna, già detta Lucania, un’altra di Puglia, furono anticamente sotto un sol nome chiamate Basilicata». Tale toponimo potrebbe essere derivato dal fatto che il territorio della Lucania, di dominio bizantino, fu dato da un imperatore di Costantinopoli come dote a una sua figlia o che il nome potrebbe essere derivato da Basilio, «huomo già fortissimo in arme, che possedé in quei tempi tutti questi luoghi, e da essa Regione, e da terra d’Otranto con sua industria, e valore discacciò i Greci,e i Cartaginesi, che la possedevano».
Poi passa alla descrizione dei confini e all’origine del popolo lucano che deriverebbe da un capitano di nome Lucano capitano, che «con una Colonia de’ Sanniti, venne in quello luogo ad habitare».
Dopo le necessarie trattazioni sul nome della provincia, si prosegue con la descrizione dal punto di vista del territorio e dell’economia locale: 

È questa Regione la maggior parte montuosa, ma però molto fertile d’ogni sorte di biade, e produce buonissimi vini, peroche crescono le viti in ampissima grandezza, il che aviene per l’amenità dell’aere, e del terreno dove sono piantate […] Fioriscono […] due volte l’anno gli alberi, e le rose, dove per tutto si vede abondanza grande di diversi saporiti, e dolci frutti; sonovi bellissimi giardini, […] producono bellissimi cedri, aranci e limoni.               

La descrizione comincia «dalla bocca del fiume Sile, ove mette capo nel mare, infino al fiume Lavo, ove sbocca nella marina» e continua con la descrizione di varie città, a ciascuna delle quali l’autore dedica poche righe, per conclude con la descrizione degli abitanti, presentati secondo un topos di rusticità e forza di carattere legata all’asperità dei luoghi che abitano e dell’attività di contadini e pastori e con l’insegna della provincia, «una mez’Aquila fulva chiara coronata con tre ondi di sotto di color azurro, tutto il resto del campo è d’oro», a simbolo della vittoria dei lucani. Infine elenca le «torri che tengono guardata la presente provintia di Basilicata» che sono sette, e l’elenco dei «nomi delle città, terre, e castella […] con la nota de’ fuochi che ciascuna di essa fa, e delle terre di Dominio, che vi sono, e dell’imposizioni, che alla Regia Corte pagano». L’immagine che emerge della Basilicata non è quella di una terra propriamente connotata dal punto di vista amministrativo o culturale, quanto, piuttosto, di una provincia di raccordo tra nord e sud del Regno di Napoli, una sorta di territorio selvaggio e senza grande storia contemporanea, ma, piuttosto, legato agli antichi fasti dei Lucani e della Magna Grecia. Tanto è vero che molte parti della descrizione di Mazzella sono, di fatto, la traduzione di passi del geografo augusteo Strabone, che nel V libro della sua Geografia aveva dedicato spazio alla Lucania: non a caso, i luoghi descritti della Lucania sono gli stessi della rappresentazione straboniana. 
Mazzella aveva, quindi, armonizzato la breve descrizione delle città più importanti della provincia nel tessuto di quella dell’intero contesto provinciale, introducendo, di fatto, un modo di descrivere la Basilicata che sarebbe rimasto pressoché invariato nei suoi epigoni, come Enrico Bacco e Ottavio Beltrano. La descrizione di Pacichelli, invece, si poneva non tanto nel solco delle descrizioni secentesche, ridotte a puri manuali popolari, quanto, piuttosto, le superava in uno sforzo di osservazione più diretta, meno mediata dall’erudizione e dal principio di autorità che erano stati alla base di precedenti descrizioni. Il Regno di Napoli in prospettiva superava l’impostazione manualistica, quasi da almanacco “corografico”, basata su schemi ripetitivi, ma andava a esaminare in modo capillare, con l’ausilio della rappresentazione cartografica e di numerose incisioni delle più importanti cittadine del Regno di Napoli, il quadro politico-istituzionale delle province facendo, altresì, perno non solo su tale canonico schema, ma anche sulle potenzialità economiche del territorio e sulle peculiarità geografiche dei singoli centri. La canonica tradizione di descrivere origine e sito della città, dunque, si trasformava in un’analisi che, ancorché non definibile “scientifica”, puntava a focalizzare, in un contesto geografico, i caratteri più originali della realtà locale, facendo leva non più, o non soltanto, sulle autorità classiche, relegate, per così dire, alle note, quanto soprattutto su costruzioni e coltivazioni, con una particolare attenzione ai segni delle reti dei poteri locali.Nella consueta sezione relativa al toponimo “Lucania” o “Basilicata”, l’autore inizia con le diverse ipotesi, aggiungendo, a quelle già citate da Mazzella e dai suoi epigoni, le teorie di Alberti e Pontano, basate su paretimologie. paretimologie. Tale consuetudine, di origine antica e medievale, si fondava sul principio del carattere non arbitrario dei nomi, della possibilità di trovare con l’etimologia l’origine e il senso delle cose, laddove tacessero le fonti. Il legame tra nome e felicitas del luogo era evidenziato, ad esempio, nel caso di Matera, dalla falsata derivazione greca di Matera da metéoron o da Quinto Metello, che, fuggito da Roma, scelse il sito per la sua «inespugnabilità» dando alla città il proprio nome (Metello> Mateola> Matera), o ancora dal fatto che la città traesse origine dalle «reliquie» di due colonie distrutte, rispettivamente, Metaponto e Heraclea e che i cittadini sopravvissuti, non sapendo scegliere tra l’uno o l’altro nome, avessero chiesto una soluzione a Pitagora, il quale, prese tre lettere da entrambi i toponimi, avrebbe composto il nome di Mat-Hera, da cui Matera.
Rispetto alle descrizioni seicentesche, poi, Pacichelli decide di dare più spazio alle singole realtà urbane, scegliendo quelle che, a suo dire, risultavano maggiori per caratterizzazione economica e politica, con una netta prevalenza della prima sulla seconda, ovviamente per i fini fiscali della Capitale del Regno. Sicché, le città descritte sono, a parte la sede della Regia Udienza, Acerenza, Lavello, Marsico “vecchio”, Melfi, Montepeloso, Muro, Potenza, Rapolla, Tricarico, Tursi, Venosa, la Certosa di San Lorenzo di Padula, Anzi, Atella, Bernalda, Colobraro, Ferrandina, Forenza, Francavilla, Laurenzana, Lauria, Maratea, Moliterno, Montemilone, Montescaglioso, Oppido, Picerno, Ruvo, Salandra, Saponara, Spinazzola, Stigliano, Trecchina. 
Risulta interessante il fatto che le prime dodici cittadine descritte siano sedi vescovili e, quindi, con un’importanza notevole dal punto di vista politica, vista la già citata incidenza delle realtà ecclesiastiche nel contesto di una provincia interna come la Basilicata. Nel prosieguo della selezione delle realtà urbane, Pacichelli mostra di descrivere le cittadine di passaggio, che sicuramente deve aver toccato quando «egli girava pel nostro Regno, (e) raccolse le più mirabili memorie di ciascheduna città, e terra principale, co’ prospetti delle medesime, e co’ piani topografici delle provincie […] e l’opera cominciò a manipolarsi nel principio del 1695». Quindi, Potenza e realtà vicine come Picerno o la Certosa di Padula o Laurenzana e Anzi e, di seguito, quelle della Val d’Agri e del Lagonegrese, come Saponara, Lauria, Maratea, Moliterno, Francavilla. Una notevole sezione è, ancora, dedicata alla zona di passaggio ed economicamente assai rilevante del Vulture-Melfese, con Atella, Forenza, Montemilone, Ruvo, Spinazzola, mentre ben poco spazio riceve una realtà decisamente eccentrica come quella del Materano, con pochi cenni a Montescaglioso, Ferrandina, Salandra, Bernalda, Colobraro.
Di peculiare rilevanza è il corredo cartografico, finora mai utilizzato nelle descrizioni, che quindi eleva quella di Pacichelli su un piano un po’ più alto rispetto alla schematicità popolare di Bacco e Beltrano. Non si può parlare di una sorta di “guida” per il turista o il viaggiatore, ma del desiderio dell’autore di approfondire delle realtà che gli sembrano più rilevanti dal punto di vista socio-economico. Le incisioni, eseguite da Francesco Cassiano da Silva, oscillano tra il vedutismo abbastanza preciso, come nel caso di Matera o Montepeloso, e la schematicità, spesso grossolana, di vedute come Acerenza, Lavello, Potenza, di cui vengono riprodotti gli elementi urbani fondamentali. Si può ipotizzare che Cassiano dedicasse particolare attenzione alla città più grandi come Matera, Montepeloso, Melfi, Moliterno, che avevano una posizione ed un’economia tale da giustificarne non solo un’ampia descrizione, ma anche una veduta. Fa eccezione Trecchina, che Pacichelli deve aver visitato rapidamente ma che aveva una posizione strategica tra basso Lagonegrese e Tirreno. 

c. Descrizioni “di servizio”


A parte si situano, infine, due descrizioni nate senza intenti divulgativi, tra l’altro entrambe poste quasi a inizio e fine del ciclo della modernità, quali quella di Camillo Porzio e quella di Rodrigo Maria Gaudioso.
Porzio scrisse una relazione sul Regno dopo l’arrivo a Napoli, nel 1575, del viceré Iñigo López de Mendoza, marchese di Mondejár. Si tratta di una descrizione accurata della posizione geografica, della divisione in province, delle condizioni economiche e di alcune annotazioni storiche riguardanti il Regno, fino alla «disposizione degli animi de’ regnicoli verso il presente dominio». Sulla Basilicata egli si sofferma molto brevemente:

La provincia di Basilicata é quasi tutta dentro di terra, fralla Calabria, Terra di Otranto, e di Bari, ed ha solamente verso l'oriente nel Golfo di Taranto, dove finisce la Calabria, un piccolo spazio di mare. Abitarono già in essa Greci e Lucani. Abbonda di grano, di bestiame grosso, e di formaggi.
I paesani vivono e vestono grossamente; sono più inclinati all’agricoltura e ad altri servigi personali, che al maneggiar l'armi; e non potendo per mare cavar fuori della provincia tutto il loro frumento, insieme cogli uomini di Principato lo portano a schiena di mulo a’ popoli vicini che ne hanno bisogno, e conducono anco in Terra di Bari di molte some di galle che di là si navigano a Venezia per tingere i panni.
Questa provincia per esser dentro di terra è senza gran città e senza uomini guerrieri. I Re di Napoli non pensarono mai di farci delle fortezze; sì che sarebbe preda di qualunque esercito che fosse padrone della Campagna.
Corrono per essa il fiume Vasento sino [...] 
È numerata dalla Regia Corte in fuochi 38743.
II Re vi possiede due piccole terre di Demanio, Lagonegro e Tramutole.
Vi ha fanti del Battaglione 1537.
I Vescovati sono Potenza, Venosa, Anglona, Tricarico, Montepeloso, Muro, Melfi, Marsico. A nominazione del Re è Potenza.
I Baroni titolati di questa provincia sono il Principe di Melfi, il Principe di Stigliano, il Principe di Venosa, il Marchese di Lavello, il Marchese di Riolo, il Marchese di Turso, il Conte di Potenza, il Conte di Saponara.
Il Governatore di Basilicata é l’istesso di Principato Citra.

In questo solco si situa quella “relazione” che Carlo di Borbone commissionò al Tanucci dopo una rapida sosta nella zona del Materano e della fascia jonica nel lungo viaggio con l’armata per raggiungere Palermo, sede dell’incoronazione sul trono di Sicilia. 
Il Tanucci, a sua volta, incaricò, come già detto, il segretario della Regia Udienza basilicatese, il marchese di Camporeale Rodrigo Maria Gaudioso, di stendere una relazione dettagliata che informasse il sovrano delle tipologie abitative delle Università e, soprattutto, delle caratteristiche e degli introiti derivanti dai feudi laici ed ecclesiastici e dagli enti ed istituzioni religiose. Il voluminoso dossier inviato dal Gaudioso a Napoli, con il titolo DESCRIZIONE DELLA PROVINCIA DI BASILICATA fatta Per ordine di Sua Maestà, che Dio Guardi, da Don RODRIGO MARIA GAUDIOSO Avvocato Fiscale Proprietario della Regia Udienza di detta Provincia, è conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli, nella sezione Manoscritti ed è una testimonianza notevole non solo del modus operandi di un funzionario provinciale, come da più decenni era noto attraverso la pubblicazione della relazione propriamente detta ma, soprattutto, apre uno spiraglio notevolissimo sulla situazione delle Università della Basilicata, i cui ceti dirigenti furono responsabili della compilazione dei resoconti da inviare al Gaudioso e che contengono una mole maggiore rispetto a quanto abbreviato e, in più parti, omesso dall’avvocato fiscale materano. 
Come emerge dalla “relazione Gaudioso”, la crescita della popolazione e il senso generale di espansione che emergeva nella stessa Basilicata spingeva alla rivendicazione, contro lo strapotere economico della “casta”, dei terreni comuni e all’estensione delle terre coltivabili, in mano a ristretti gruppi di feudatari e alle onnipresenti ricettizie. Le stesse tipologie urbane in ridefinizione, specie nelle aree della Basilicata più in comunicazione con le province contermini e gli snodi commerciali, indicano che la Basilicata che emerge nella nuda relazione dell’avvocato fiscale Gaudioso era un territorio variegato, ricco di potenzialità, un mare magnum e decisamente “incognito” che il sovrano aveva appena toccato e che, probabilmente, era curioso di conoscere a livello fiscale per avere un’idea di come procedere nel “resettaggio” e riavvio della complessa macchina tributaria. 
Quale immagine della Basilicata emerge da queste pagine? Una rappresentazione, tutto sommato, molto meno stereotipata di quanto si possa pensare. Infatti, pur con tutti i limiti evidenti di un’inchiesta condotta sostanzialmente a tavolino, senza adeguati strumenti di rilevazione, l’indagine del Gaudioso ebbe l’indubbio merito di essersi avvicinata a restituire un’immagine più realistica della Basilicata. 

giovedì 24 giugno 2021

La Calabria. 6. La regione nella seconda metà del Settecento (F. Campennì)

La situazione della Calabria tra gli anni Trenta e gli anni Novanta del Settecento presenta un problema di ridefinizione dei ruoli delle classi dirigenti cittadine. 
A cominciare dai capoluoghi, il notabilato si mostra incapace di reggere le tradizionali leve del potere e al tempo stesso preoccupato di conservare il monopolio della vita pubblica locale. A Cosenza, capitale della Calabria Citeriore, il patriziato è occupato in accesissime dispute sull’aggregazione di nuove famiglie al sedile dei nobili e a quello degli onorati e nella difesa dei tradizionali privilegi di ceto (la privativa sul governo e sulla ripartizione fiscale). Il popolo urbano e dei casali, invece, difende una microeconomia di autosussistenza e i suoi problemi riguardano principalmente il peso delle gabelle e il prezzo dei generi di consumo. 
Nel 1762 scoppiano tumulti per la mancanza di biade: il popolo cosentino assalta i forni e i magazzini dei maggiori proprietari e negozianti (i baroni Giannuzzi Savelli, i De Martino, i Monaco, tutti esponenti del patriziato). Il 1764 è ancora annata di carestia. Nel frattempo, la vita intellettuale e la scienza giuridica prosperano in città: di fronte alla minaccia delle crisi alimentari e del pauperismo una frangia importante dell’élite urbana tenta di promuovere un sapere «utile al popolo», attraverso un programma accademico aperto tanto alle sessioni letterarie che alle dottrine agrarie. 
Accanto all’Accademia Cosentina, a metà secolo ne è fondata una nuova, detta dei Pescatori Cratilidi, intesa a pro-muovere una riforma del diritto pubblico e della pubblica economia in cui si vorrebbe coinvolgere la classe diri-gente locale e regionale. Esponenti di spicco di questa società intellettuale sono impegnati nelle carriere burocratiche, come Salvatore Spiriti, giudice della Vicaria nel 1762, consigliere della Camera di Santa Chiara nel 1772, scrittore prolifico. L’accademia tenta di trasformarsi nel 1784 in Istituto di Agricoltura e Commercio, anche se il progetto non avrà seguito .
Altre città demaniali della Calabria, vere e proprie repubbliche aristocratiche, sono scosse nel corso del secolo da movimenti sociali, urbani e rurali. 
A Reggio, nel 1792, la plebe tumultua contro l’abolizione dell’assise sui generi (ovvero il calmiere dei prezzi che il municipio fissava dopo aver appaltato il rifornimento dei generi ai negozianti), abolizione decretata dal governatore regio; mentre la municipalità, in mano a un’oligarchia guidata dal sindaco dei nobili, disputava col ceto civile sull’esclusiva abilitazione alle cariche e si scontrava con l’autorità dei rappresentanti regi sul rispetto dei privilegi cittadini. 
Anche a Tropea il patriziato ha conservato un potere oligarchico, che tuttavia appare ormai minato dalle tensioni col popolo urbano degli artieri e dai rumori che si levano nel contado. Ripetutamente (nel 1722, e sempre più spesso nella seconda metà del secolo, fino al 1799) i contadini dei suoi 23 casali assediano la città e pongono le proprie condizioni su temi antichi: la ripartizione dei donativi regi, l’ingerenza dei percettori comunali, l’eccessivo aggravio, negli anni di carestia, dei censi dovuti ai proprietari cittadini.
Spinta dalla difficile congiuntura locale e chiamata a fronteggiare la crescente ingerenza degli apparati del governo centrale, la classe dirigente cittadina si sente investita di un’urgente responsabilità sui temi dell’ordine pubblico e del buon governo. Essa torna a riflettere sui propri ordinamenti, riscopre la tradizione classica e rinascimentale di un pensiero politico e giuridico incentrato sulla tutela delle libertà comunali e sull’unità morale delle componenti sociali. 
I patriziati demaniali, in particolare, teorizzano una forma di repubblicanesimo interno alla monarchia, il cui fine ideale è consentire ai gruppi sociali, in città e nel contado, di convivere nella giustizia, nel libero esercizio dei reciproci diritti e doveri, sotto l’autonomo governo delle leggi e delle consuetudini locali . Nei centri infeudati questo programma politico dei ceti dirigenti si traduce per tutto il secolo in una rinegoziazione delle autonomie municipali con l’autorità feudale e in una messa in discussione dei diritti proibitivi dei baroni, denunciati come «soprusi» ai danni delle po-polazioni. 
A Bisignano, Corigliano, Cirò, Castelvetere, Nicastro, Monteleone, Gerace, Terranova, Gioia, Scilla e in altri centri, le università, spesso indebitate, rette da un governo di notabili, strappano capitolazioni o muovono liti alle principali dinastie feudali della regione: i Sanseverino, i Saluzzo, i Carafa, gli Spinelli, i d’Aquino, i Pignatelli, i Grimaldi, i Ruffo .

FONTE: F. CAMPENNI', Patrizi, patrioti, patriarchi: l’oratoria municipale di Antonio Jerocades, in L'associazionismo politico nel Mezzogiorno di fine Settecento, a cura di A. Lerra, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2018, pp. 439-441.


Bibliografie essenziali. 40. La Massoneria meridionale

J.G. FINDEL, Histoire de la Franc-maçonnerie depuis son origine jusq’à nos jours, traduit de l’allemand par E. Tandel, Paris 1866, vol. I, p. 427. 
F. T. e B. CLAVEL, Storia della Massoneria e delle Società Segrete, trad. di C. Sperandio, Napoli 1873, passim; 
M. D’AYALA, I Liberi Muratori di Napoli nel secolo XVIII, a cura di G. Giarrizzo, Napoli 1998 (riedizione in volume dell’opera – per più versi ancora oggi fondamentale – apparsa nell’«Archivio Storico per le Province Napoletane» del 1897-98); 
E. STOLPER, La Massoneria nel regno di Napoli, in «Rivista Massonica», dicembre 1974, pp. 591-603, e nov. 1975, pp. 527-534; 
C. FRANCOVICH, Storia della Massoneria in Italia dalle origini alla Rivoluzione francese, Firenze 1975, pp. 75-131, 187- 211, 267-269, 406-429; 
F. BRAMATO, Napoli massonica nel Settecento. Dalle origini al 1789, Ravenna 1980; 
E. CHIOSI, Nobiltà e massoneria a Napoli. Il regno di Carlo di Borbone, in Signori, patrizi, cavalieri in Italia centro-meridionale nell’età moderna, a cura di M. A. Visceglia, Roma 1992, pp. 326-39; 
R. DI CASTIGLIONE, Alle sorgenti della Massoneria. Contributo per una storia dell’istituto latomistico napoletano dal 1728 al 1749, Roma 1988; 
ID., La Massoneria nelle Due Sicilie e i “Fratelli” meridionali del ‘700, Roma 2008 (straordinario e imprescindibile repertorio biografico); 
N. PERRONE, La Loggia della Philantropia. Un religioso danese a Napoli prima della rivoluzione, Palermo 2006; 
A.M. RAO, La massoneria nel regno di Napoli, in Storia d’Italia, Annali 21, La Massoneria, Torino 2006, pp. 513-42;
G. GIARRIZZO, Massoneria e illuminismo nell’Europa del Settecento, Venezia 1994; 
La Massoneria. La storia, gli uomini, le idee, a cura di Z. Ciuffoletti e S. Moravia, Milano 2004; 
M. C. JACOB, Massoneria illuminata. Politica e cultura nell’Europa del Settecento, Torino 1995.

giovedì 17 giugno 2021

Il Mezzogiorno moderno. 15. Le Scienze e la Rivoluzione del 1799

Il ruolo fondamentale avuto dagli scienziati durante la Rivoluzione del 1799 è un fatto noto, già evidenziato da storici coevi come Vincenzo Cuoco. Ciò che è mancato finora è un’indagine approfondita del fenomeno, riguardante sia i personaggi minori e talvolta sconosciuti, sia il rapporto tra indirizzo e finalità della scienza negli anni Settanta-Ottanta del XVIII secolo e lo sviluppo del giacobinismo. Allo stato attuale delle ricerche si può affermare con certezza che, pur mancando a Napoli un ‘partito’ sul modello degli idéologues, la presenza degli scienziati fu notevole e contribuì a incrementare, soprattutto attraverso l’insegnamento, il numero dei seguaci delle idee rivoluzionarie. Non a caso fu numerosa la partecipazione di giovani e studenti agli eventi del 1799. Un fattore non secondario dei rapidi mutamenti politici e culturali di fine Settecento fu infatti la componente generazionale: “... l’irruzione giovanile sulla scienza politica in quegli anni di sviluppi drammatici e originali inaugura anche a Napoli la connessione fra ‘giovinezza’ e ‘rivoluzione’ che sarà poi una costante dell’epoca contemporanea” (G. Galasso). 
In questa prospettiva va sottolineato il peso che ebbe nella diffusione del pensiero giacobino l’Accademia di chimica aperta nel 1792 da Carlo Lauberg e Annibale Giordano. Il primo fu un convinto seguace, non solo sul piano scientifico, delle idee di Lavoisier, il cui Traité élémentaire de chimie venne tradotto e pubblicato a Napoli proprio nel 1791-92; il secondo fu un brillante e precocissimo matematico. L’Accademia, a partire dal novembre 1792, prese “l’aspetto di un ‘gran collegio’, in cui si accoglieva la gioventù di talento, invitata parte dall’esempio e parte dalla persuasione degli antichi accademici, ognuno de’ quali era intento a far proseliti” (B. Croce). Lauberg e Giordano fecero parte anche della Società patriottica (1793-1794), una delle più importanti organizzazioni segrete del primo giacobinismo napoletano, alla quale fu iscritto con posizione di rilievo un altro scienziato, Teodoro Monticelli, il futuro segretario dell’Accademia delle scienze. 
Anche Pietro Napoli Signorelli, segretario perpetuo della stessa Accademia fino al giugno del 1799, fu costretto all’esilio in Francia per essere stato nominato dai francesi membro della Commissione legislativa. Significativo fu l’apporto di giovani nobili usciti dall’Accademia militare, dove aveva insegnato fra l’altro proprio Lauberg, e degli studenti della facoltà di medicina, particolarmente quelli che frequentavano il Collegio dell’ospedale degl’Incurabili, che fu poi chiuso da Ferdinando IV, una volta ripreso il potere, per essere stato un covo di “politicanti e rivoluzionari”. In una sentenza della Giunta di stato del 28 gennaio 1800 si legge che il 22 gennaio dell’anno precedente un gruppo di studenti innalzò nel cortile dell’ospedale “l’albero della libertà al suono di musica, ballando e gridando in lode della democrazia e malmenando la monarchia”. 
La stessa sorte  del Collegio degl’Incurabili era toccata all’Accademia militare, soppressa nel luglio del 1799 con l’intento di stabilire regole che ostacolassero per il futuro la formazione di ufficiali simpatizzanti delle idee giacobine e costituzionali. La medicina fu la scienza che offrì, in Francia e in Italia, gli strumenti conoscitivi più idonei per evidenziare i limiti del riformismo illuminato. Soprattutto negli anni Ottanta furono avviate nella capitale del Regno una serie di ricerche (F. Baldini, G.M. Galanti, L. Targioni, C. Palermo, F.A. Salfi e altri) che investivano problemi di grande rilevanza sociale inerenti alla sanità pubblica, alle difficili condizioni di vita dei contadini e degli artigiani, per non parlare di quella dei detenuti. Le diagnosi risultarono molto negative e preoccupanti. Soprattutto gli ospedali e le carceri apparvero molto spesso come luoghi del tutto inidonei ad accogliere esseri umani. Gaetano Filangieri parlò, a questo proposito, di “tristi monumenti delle miserie degli uomini, e della crudeltà di coloro, che li governano”; e Giuseppe Maria Galanti di “cloache di una nazione, le quali disonorano e degradano la specie umana”. Negli intellettuali rimase comunque ferma la convinzione che un’accorta e lungimirante politica del governo avrebbe portato qualche rimedio in questi settori. Eppure nei Discorsi Accademici di Domenico Cirillo, significativamente usciti nell’anno della Rivoluzione francese e ripubblicati nel 1799, si avvertiva già nel linguaggio che qualcosa cominciava a mutare. Si notava una radicalità di analisi e di denuncia che non rientrava più nei classici schemi del riformismo di antico regime. Un’attenzione per la sensibilità, l’entusiasmo e le passioni, per concetti come umanitarismo e fratellanza, che attestavano le simpatie di Cirillo per la cultura francese. Se la sua partecipazione alla Repubblica napoletana fu, com’egli stesso scrisse in un’accorata ma dignitosa lettera del 13 luglio 1799 a Lady Hamilton, quasi un obbligo per le pressioni ricevute dai francesi, il suo pensiero era certamente vicino a quella degli altri giacobini, pur non avendo una marcata dimensione politica. Cirillo fu giustiziato il 29 ottobre 1799, insieme con Mario Pagano, che lo aveva definito “il napoletano Democrito”, con Ignazio Ciaia e con Giorgio Vincenzo Pigliacelli. A nulla era valsa la domanda di grazia alla Hamilton nella quale aveva scritto, fra l’altro, che nella breve vita della Repubblica “le poche leggi votate... furono soltanto quelle che potevano riuscire benefiche per il popolo...”. 
Se molti scienziati parteciparono alle vicende rivoluzionarie, molti altri ne rimasero fuori. Le scelte, certamente sofferte, in un caso o nell’altro non furono facili. Basti ricordare, a questo proposito, la posizione di Domenico Cotugno, anatomista di fama europea, riformatore della medicina e delle istituzioni mediche, tra i più prestigiosi scienziati italiani dell’epoca. Amico non solo di Cirillo, ma di Delfico, Serio, Caracciolo, si tenne lontano dai moti rivoluzionari. Quando si progettò l’Istituto Nazionale sul modello di quello francese, Cotugno figurò nell’elenco degli uomini di cultura che dovevano farne parte. Chiamato a Palermo per assistere la regina Maria Carolina ammalata, vi si recò senza tentennamenti. 
Per la considerazione di cui godeva presso il sovrano, aiutò quando e come poté i perseguitati dalla reazione borbonica. La posizione di Cotugno è indicativa di una concezione dello scienziato come tecnico puro, non direttamente impegnato nella politica. La sua formazione culturale e le sue scelte esistenziali  non gli avrebbero mai permesso di accettare il cosiddetto ‘giacobinismo medico’, sviluppatosi in quegli anni soprattutto in Italia settentrionale, né tanto meno rivolgimenti sociali e istituzionali di tipo rivoluzionario. Il suo orizzonte politico e intellettuale rimase legato all’insegnamento genovesiano e al riformismo illuminato. 
Al di là delle vicende personali dei singoli scienziati, il giacobinismo contribuì negli anni Novanta  allo sviluppo delle scienze naturali in senso baconiano, accentuandone ulteriormente il carattere antimetafisico e i risvolti applicativi. A Napoli fu, ad esempio, notevole la diffusione del sensismo lockiano, del quale furono sostenitori oltre a Gian Leonardo Marugi, coinvolto nella Rivoluzione, anche Giordano e Lauberg. Dalla presentazione dei Principi analitici delle matematiche (Napoli 1792), volume scritto in collaborazione dai due scienziati, emerge come la loro concezione filosofica e scientifica fosse in sintonia con quella dei giacobini di altre zone della Penisola e d’Europa: “... se la Fisica, se la Metafisica, la Morale, la Politica altro non sono, che l’analisi degli effetti dell’attività della materia, della sensibilità relativamente al bisogno medesimo, come è l’analisi delle quantità; essendo questa una scienza esatta, dovranno altresì tali riguardarsi le prime, quando vogliono considerar senza mistero, e nel giusto loro punto di veduta”. 
I progetti abbozzati nei pochi mesi della Repubblica napoletana trovarono il loro naturale proseguimento nel decennio francese, quando furono poste le basi delle istituzioni e delle future strutture tecnico-scientifiche del Regno. Furono chiamati a organizzarle e gestirle molti personaggi che avevano partecipato all’esperienza rivoluzionaria di fine secolo, alcuni appartenenti ancora, come si è accennato, alla grande stagione della cultura illuministica.

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