Visualizzazione post con etichetta Documenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Documenti. Mostra tutti i post

giovedì 8 ottobre 2026

Principato Citra. 3. La storia di Salerno di Antonio Mazza (Gianvito Martino)


Salerno, come città principale della Provincia, nonostante la minore consistenza demografica ed un più ridotto sviluppo dell’industria manifatturiera rispetto ad altri centri, fungeva da polo di attrazione commerciale per l’intero commercio del Principato Citra in virtù dei suoi tre mercati settimanali, specie per il commercio del grano pugliese transitante da Avellino, «della quale Saler-no rappresentava il naturale sbocco al mare» . 

Uno dei prodotti più importanti in tal senso fu l’Historiarum epitome de rebus Salernitanis del medico Antonio Mazza, priore dell’Almo Collegio Medico . L’opera, strutturata secondo l’ormai canonico schema delle storie municipali, si presentava di notevole importanza per una decisa polarizzazione della rappresentazione cittadina intorno alla nobiltà ed alle emergenze del ceto togato, incentrato sull’Almo Collegio medico, relegando la maggiore gloria cittadina, l’essere sede della Regia Udienza provinciale, in  un breve capitolo. D’altro canto, Mazza non toccava argomenti di tipo economico, assai scottanti per la perdita d’importanza e la riduzione dei traffici commerciali salernitani, ma decisamente poco consoni all’immagine di città di cultura che l’opera intendeva offrire. 

In effetti, come medico, Mazza metteva soprattutto in evidenza lo Studio ed il Collegio salernitano, espressione culturale ed ideologica della migliore nobiltà cittadina, che intendeva mostrarsi, attraverso l’opera di Mazza, come istituzione a vocazione internazionale ed alla ricerca di una specifica identità rispetto allo Studio napoletano  attraverso una serie di riforme miranti ad implementare la residenzialità degli allievi nella città e ristrutturare i corsi per renderli concorrenziali rispetto alla nuova fisionomia delle professioni che privilegiava l’aspetto pratico dell’exercitium sulla formazione teorica.

Antonio Mazza, secondo il topico modulo della trattatistica napoletana umanistica, invece, espose queste virtù civiche in un vero e proprio trattato de nobili-tate. In esso, l’autore divideva la popolazione di Salerno in tre classi, prima delle quali era quella dei nobili di seggio; la seconda era composta dai patrizi more nobilium viventes, fuori dai Seggi ma «famosi per armi, lettere, dignità, feudi e molte celebri opere dei loro antenati»; la terza, quella dei mercanti, artigiani e plebe, gli artifices. Mazza, dunque, abbozzava uno schema di società d’ordini molto simile a quelli circolanti nella contemporanea trattatistica degli ordini. 

Ovviamente, si trattava di una schematizzazione piuttosto abbozzata, anche perché, nel trattatello di Mazza, manca la dialettica interna degli ordini, anche se, si potrebbe pensare, tale mancanza fu voluta, in vista della collocazione di Salerno all’interno di un rigido centralismo quale quello della vicina capitale del Regno e, dunque, volto a mantenere l’idea di fedeltà assoluta della periferia al centro.

BIBLIOGRAFIA:
A. MAZZA, Historiarum epitome de rebus Salernitanis, Neapoli, ex typographia Io: Franci-sci Paci, 1681
A. MUSI, Il patriziato a Salerno nell’età moderna, in «Rassegna Storica Salernitana», VII (1990), fasc. 2, pp. 55-92.
D. COSIMATO, Salerno nel ‘600. Economia e società, Salerno 1989.

giovedì 11 giugno 2026

La Basilicata moderna. 45. La situazione geo-economica nel 1860

 

FONTE: G. DE LUCA, Il reame delle due Sicilie: descrizione geografica, storica, amministrativa, Napoli, Stabilimento Tipografico dei Classici Italiani, 1860, pp. 320-321.

giovedì 26 marzo 2026

Bibliografie essenziali. 46. I Banchi di Napoli

Tra la fine del secolo XVI e il 1640, erano sorti a Napoli ben otto “banchi pubblici”, in seno ad altrettante opere pie, tranne uno: il Monte e Banco della Pietà (1584), il Monte e Banco dei Poveri (1606), il Banco della Santissima Annunziata o Ave Gratia Plena (1587), il Banco di Santa Maria del Popolo (1589), il Banco dello Spirito Santo (1590), il Banco di Sant’Eligio (1592), il Banco di San Giacomo e Vittoria (1597); ultimo in ordine di tempo, per iniziativa degli amministratori della gabella della farina, il Banco del Santissimo Salvatore (1640, diventato pubblico nel 1661). Il Banco dell’Annunziata fallì nel 1702. 

Cfr. D. DEMARCO, Il Banco di Napoli. L’archivio storico. La grammatica delle scritture, Napoli, ESI, 2000; R. FILANGIERI, I Banchi di Napoli. Dalle origini alla costituzione del Banco delle Due Sicilie (1539-1808), Napoli Tipografia degli Artigianelli, 1940; C. MAIELLO, La crisi dei banchi pubblici napoletani. 1794-1806, Genève, Librairie Droz, 1980; E. DE SIMONE, Il Banco della Pietà di Napoli. 1734-1806, Napoli, Arte Tipografica, 1987; P. AVALLONE, Stato e banchi pubblici a Napoli a metà del ‘700. Il Banco dei Poveri: una svolta, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1995; C. MAIELLO, L’indebitamento bancario della nobiltà napoletana nel primo periodo borbonico (1734-1806), Napoli, Istob, 1986; E. NAPPI, Banchi e finanze della Repubblica Napoletana, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Arte Tipografica, 1999; D. CICCOLELLA-L. DI MATTEO (a cura di), Nei banchi pubblici napoletani. Repertorio dei titolari dei conti con maggiore movimentazione tra il 1734 e il 1804, Napoli, Cnr edizioni, 2021.

martedì 16 dicembre 2025

La Basilicata moderna. 44. 16 dicembre 1857: il terremoto secondo Giacomo Racioppi

Ma ne paure, né pressure di polizia avrebbero tenuto a lungo interrotte le fila dell’organismo; se ai miserandi tremuoti del 16 dicembre 1857, scrollate fieramente terre e città di quasi mezza provincia, sepolte diecimila vittime, rapito ogni schermo di abitazione pel crudo inverno a più che cinquantamila anime di popolo, rase al suolo così che, da tre edifizii infuori, nell’altro restasse in pié alla popolosa terra di Montemurro, operoso centro di liberali impulsi, non fossero venute negli animi dell’universale, con la pietà e lo sgomento, le necessità prime della vita e del focolare domestico.

Della quale sciagura e de’ danni infiniti parlò chi scrive, in altre carte; e dei soccorsi governativi e della carità ufficiale discorse uno scrittore straniero con animo, se avessero al governo di Napoli, non però alla verità.

Certo è che il governo di Napoli sovvenne a tanta jattura scarsissimo e male; e il male men per trista indole o tristo proposito, che per la condizion delle cose stesse, per la sciagura larghissima, e per l’azione deleteria di un governo ignavo nei tempi tranquilli ai civili progressi. La Basilicata non ligata al centro dello Stato, né solcata allo interno da strade carreggiabili, non ebbe, né aver poteva gli aiuti, che il tempo e la qualità del caso richiedevano. Carichi di tavole e tende non giunsero che ai disfatti paesi del Salernitano, accessibili a ruote, e alla città di Potenza; ove, fu detto, servirono meno a ricetto dé poveri che a riparo di lusso: e i soccorsi in tele e coperte e vestimenta non giunsero, che quando già uno schermo avevano rizzato alla intemperie le migliaia d’infelici.

E di quelle, come di provende opere e moneta, fecero i distributori ufficiali cotale un uso infedele, che ei fu noto a tutti, come la brutta piaga, che ha brutto nome e dà bruttissima fama alla napoletana società, non fosse mancata a si nuovi e pietosi eventi. Alle migliaia di sepolti sotto le ruine di Montemurro, di Saponara, di Viggiano, adequate al suolo, e di Marsico, Carbone, Castelsaraceno, Guardia Perticara e trenta altri sobbalzati paesi, non fu potuto recare soccorso di vita che scarsissimo e tardo; perché le braccia mancavano a tanto danno; e le mercedi alla illimitata richiesta balzarono senza misura e termini, che la morale condanna. La pubblica autorità provvide non organando legioni operai da paesi men tocchi; ma affin che venissero legioni soldati. E vennero di questi un cinquecento; ma, poiché la burocrazia non ha le ali ai piedi a correre spedita, se giunsero tardi a salvare la vita di chi era già spento di stenti nelle cieche viscere dell’ammontate ruine, potevano ai superstiti salvare dalla jattura masserizie, derrate e ricchezze sepolte; e non fu. Il soldato lavorando di mala voglia a lavori non proprii; tolto ai freni della disciplina o per scema vigilanza o per tristo esempio dei capi, non fece che maggiori ruine, a pretesto men che ragione l’urgenza della sicurezza pubblica; non fece che maggiori danni, quando, a ragione le necessità proprie, abbruciò senza misura ogni sorta legname, che sospinti su a galla, quasi da vorticose onde, covrivano il mare delle macerie.


A sollievo di tanta miseria il governo chiese conforti dalla carità pubblica, forastiera e domestica. La quale non fruttò per vero gran fatto, se gittò un 177,000 ducati; colpa senza dubbio la poca simpatia, e la minor fiducia di probità, che si godeva nell’Europa civile il governo chiuso e intollerante del re. E a prova della poca fiducia il molto danaro che raccolsero nella città di Napoli i commercianti stranieri, massime inglesi, non commisero alle case governative; ma deputarono un onta loro a dispensarlo sui luoghi. E questi che fu un signor Major inglese venne e tornò; lasciando appresso il popolo esempio di quanto valga l’efficacia della carità privata sopra le burocratiche fasce dell’uffizial carità, e di quanto erano al di sotto delle private associazioni gli uffiziali del governo.

Costui la polizia invigilava; ne ebbe sospetto come inglese ch’egli era; sdegno, come rampogna vivente alla pigra azion del governo: a lui protestante recò brighe lo zelo permaloso dell’alto clero e del sovrano cattolicissimo. Come egli ebbe dispensati larghi e continui soccorsi in vettovaglie e moneta; e rizzate ai poveri in gran numero capanne; provvisto Saponara di farmaci, e, primissime necessità, di calcare e tegolaie; come ebbe largito a Brienza mille ducati, perché dai lavori di una sua strada carreggiabile traesse pane e profitto il minuto popolo e il paese, volle alquanti fanciulli orbi di famiglia salvare dalla miseria della ignoranza e del vizio. Ma il Re comandò fosse tolta cotesta briga allo zelo di lui; perché le anime tenerelle non pericolassero sullo sdrucciolo del protestantismo! Questo il ceto di liberi commercianti: e non altrimenti anche il Vescovo di Modena, poiché, a partire le collette di sua diocesi, volle deputato non altri che il Vescovo di Marsico e potenza. Né questa, per verità, fu diffidenza ingiuriosa al governo napoletano, quando ci fu nota la distribuzione che esso ebbe fatta del limosinato danaro. Del quale il piissimo Monarca volle assegnati ducati 20, 159: 65 a restaurazione di chiese, di cappelle e monasteri di ricchissime suore; e 20,000 ducati a colonizzare un territorio pantanoso nel Salernitano: così nella pienezza di sua potestà, invertendo in limosina allo Stato l’obolo, che i pietosi non dettero al povero, perché sopperisse a servigii che erano obbligatorii al bilancio dello Stato ed alla Mensa del Vescovo. Di altri 18,000 ducati dotarono alcuni monti di pegni; che fu buona intenzione d’instituti invecchiati: e 19,479 alla casa delle Girolomine nella città di Potenza, perché ricoverasse otto orfane giovinette; opera meritoria di carità, se a minor prezzo mercata.

FONTE: G. RACIOPPI, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermine nel 1860, Napoli, Morelli, 1867, pp. 79-81.

giovedì 25 settembre 2025

Storici lucani. 15. Pietro Antonio Corsignani da Venosa

A parte, nella storiografia lucana moderna, resta la trattazione parastoriografica inserita dal vescovo Pietro Antonio Corsignani negli atti del Sinodo celebrato a Venosa nei giorni tra 4 e 6 aprile 1728. 

Corsignani, proveniente da una tradizione storiografica ed erudita già avviata con un De viris illustribus Marsorum, decise di inserire in appendice agli atti sinodali una breve trattazione dei monumenta historica perché ogni cosa risulterà più luminosa agli occhi dei lettori se, prima di tessere le lodi della Cattedra Venosina «parlerò della origine della città di Venosa, dei suoi progressi e delle sue sventure».

In verità, Corsignani, in questa archeologia ‘ecclesiastica’, mostrò di utilizzare disinvoltamente le fonti in quanto, pur conoscendo le trattazioni sull’origine romana della città, ne attribuiva il merito ai popoli preromani, spostando la fondazione nelle nebbie del mito e legandola a Venilia, madre dell’eroe virgiliano Turno. L’autorità alla quale Corsignani si appoggiava era Jacopo Filippo Foresti, autore di una non troppo precisa opera pubblicata nel 1503, Novissime historiarum omnium repercussiones noviter a reverendissimo Patre Jacovo Philippo Bergomense ordinis eremitarum edite que Supplementum supplementi Cronicarum nuncupatur. Incipiendo ab exordio mundi usque in annum salutis nostre MCCCCCII (Venetiis, impr. Georgii de Rusconibus, 1503), in pieno ‘fervore’ genealogistico-mitografico: si trattava di una sorta di cronaca universale, ricca di miti trattati evemeristicamente, insieme a ‘eroi cultuali’ cristiani.

Resta, dunque, sconcertante tale ricorso all’antico mitico, sebbene nobilitato dall’aggancio al mito eneadico. Tale riferimento a Venilia avrebbe sicuramente legato, nella memoria del lettore, Venosa a Roma già nel mito, quindi dovrebbe spiegarsi come il tentativo del vescovo venosino di legare la propria città non tanto all’idea imperiale di Roma, quanto alla fidelitas cristiana, in uno spregiudicato riuso del concetto di fedeltà ab antiquo a fini cattolici.

Tale ipotesi può essere l’unico appiglio per spiegare una così vistosa presa di posizione rispetto alla tradizione venosina precedente, che Corsignani, in quanto vescovo e in quanto storico egli stesso, non poteva non conoscere. Lo proverebbe il fatto che, come d’obbligo in una simile, inusitata, trattazione, peraltro non riscontrabile altrove in atti sinodali, amplissimo spazio, probabilmente seguendo da vicino le orme del seicentesco Giacomo Cenna, viene dato ai luoghi del potere ecclesiastico.

BIBLIOGRAFIA: 

R. COLAPIETRA, Per la storia della Basilicata negli ultimi secoli, in «ASCL», LXI (1994), pp. 166-169

giovedì 11 settembre 2025

giovedì 26 giugno 2025

La Basilicata contemporanea. 48. Giustino Fortunato e la ferrovia Rionero-Potenza

 Nella inaugurazione del tronco di ferrovia da Rionero a Potenza

(21 settembre 1897) 

Mi è grato, onorevoli Ministri de’ lavori pubblici, delle finanze e della giustizia, signori del Consiglio provinciale di Basilicata e della Società per le strade ferrate Meridionali, di dare a voi tutti il saluto de’ miei conterranei del Circondario di Melfi, - oggi più che mai consapevoli di quale benefizio essi siano debitori allo Stato, che questa loro ferrovia ha voluta, alla Pro-vincia, che l’ha sussidiata, alla Società, che l’ha eseguita. Voi, o quelli fra voi che più intimamente mi conoscono, potete comprendere da quanta commozione sia vinto l’animo mio nell’ adempiere, dinnanzi a voi, un così affettuoso, doveroso mandato. 


Sono diciotto anni, proprio in questo scorcio del settembre, che un anonimo, il migliore più dimestico de’ miei amici, scriveva da un comune del Vùlture a un giornale di Roma le seguenti parole: «se per saggezza di popolo e di governi l’Italia godrà tale un periodo di pace operosa e di provvido raccoglimento da potere tradurre in atto tutto quanto il disegno ferroviario del 29 luglio 1879, che in caso contrario resterà documento e monumento di leggerezza parlamentare, il Circondario di Melfi avrà raggiunta la mèta e assicurata la sua rigenerazione ». 

Or io non so fino a che punto e popolo e governi abbiano corrisposto alle previsioni dell’anonimo di diciotto anni addietro, all’augurio di saggezza, alle speranze di pace e di raccoglimento; ma questo io so che l’Italia, nonostante le tempeste della sua //74// vita politica, le terribili sue ore di angoscia e di affanno, ha mantenuta, religiosamente, la fede promessa. Il tronco di ferrovia, che di qui a poco percorreremo, è l’ultimo della rete complementare decretata nel 1879, l’ultimo de’ quindici mila chilometri, costruiti dopo il 1860, l’ultimo della fitta maglia di ferro, tessuta da un capo all’altro del Regno intorno a Roma, ove già convergevano, presso l’aurea colonna miliare di Augusto, tutte le antiche strade della penisola. Così il voto della generazione cui dobbiamo l’unità della patria, è sciolto nel giorno dopo l’anniversario di Porta Pia: sciolto, anche prima del ventennio prescritto, in queste remote valli, in questi estremi gioghi dell’Appennino meridionale! 

Per ciò, o signori, l’importanza morale del fatto eccede di gran lunga qualsiasi benemerenza di persone, qualsiasi calcolo di utilità immediate. A ben altre considerazioni, in un’ora tanto solenne, giova inspirare e l’animo e la mente. Noi non festeggiamo qui la vittoria di un interesse locale, non siamo qui per dare o ricevere congratulazioni e lodi per l’opera compiuta. 

Che cosa mai valgono i titoli di merito dell’uno o dell’altro fra noi, che cosa mai importa lo stesso tornaconto della terra natale, dinnanzi alla grande affermazione che l’Italia, guardando fiduciosa nell’avvenire, non sorretta da altro se non da fini altamente ideali, ha fatta, mediante le ferrovie, della sua unificazione politica? 

L’unificazione politica! Pareva, più che un sogno, una follia, data la singolare configurazione del nostro paese. Certo, non vi è regione come l’Italia che abbia un’individualità fisica più netta e distinta; ma, in tanta armonia esteriore, quanti ostacoli da un versante all’altro dell’Appennino, quali contrasti dal Piemonte e dal Veneto alle Puglie e alla Sicilia ! Nessun paese è meno accentrato del nostro, nessuno ha più difficili le vie naturali di comunicazione interna, nessuno un maggior numero, una maggiore varietà di distretti geografici: un vero semenzaio di staterelli, obbligati, per vivere, a creare, a fomentare il disgregamento //75// politico della nazione. Cosi la struttura della penisola è stata causa principale della nostra debolezza, e tutta la nostra storia ne ha risentite le dolorose conseguenze. L’Italia assimilò o respinse i molti elementi che le affluirono da tutti i valichi delle Alpi, da tutte le prode de’ suoi mari; ma essa, dacché fu rotto il fascio di Roma imperiale, non giunse mai più a ricomporsi in unità, a salvare la sua indipendenza. Che anzi uno strano dualismo, una fatale divisione si andò via via accentuando tra il Settentrione e il Mezzogiorno; e toccò a noi meridionali, tagliati fuori da tutte le correnti della civiltà, scontare più duramente il funesto privilegio dell’autonomia. Non abbiamo noi forse, anche oggi, due Italie in una? La impressione del viaggiatore, che percorre la penisola dal Po alle Calabrie, non è forse, anche oggi, quella di passare in pochi giorni, in poche ore, dall’ Europa a’ paesi di Levante? Non avete voi stessi, questa mane, lasciando Napoli e la Campania, attraversate intere plaghe deserte, i cui villaggi, in cima alle alture, sono tuttora come chiusi entro mura feudali? 

E però, se il moto unitario del 1860, frutto di un processo meramente letterario e della buona fortuna, ha potuto, malgrado tutto, avere consistenza e vitalità, ciò è dovuto all’impulso di un fatto assolutamente artificiale, all’efficacia di una causa esclusivamente tecnica: le ferrovie. L’unificazione politica non è stata possibile una seconda volta, senza l’unificazione geografica. Le strade ferrate, correggendo il vizio di conformazione, e seguendo le stesse tracce delle grandi vie lastricate, di cui il genio di Roma volle solcata l’Italia, hanno compiuto il miracolo. Gl’ingegneri, i costruttori e gli operai valsero, per l’unificazione della patria, non meno de’ màrtiri, degli statisti e de’ soldati. 

Esse l’han fatta, ed esse, ho fede, le daranno vigore e durata, sia suscitando il comune sentimento della vita nazionale, sia improntando di un solo significato la nostra storia avvenire. 

La rivoluzione intellettuale, per esse, io spero, sarà pari alla rivoluzione sociale, e le due Italie, più presto che non si immagini, si fonderanno spiritualmente in una, ricambiandosi la miglior parte di sé, la parte più nobile della loro coscienza. - //76//

Un gran cattivo affare finanziario, senza dubbio, le leggi ferroviarie del 1879 e del 1888! 

Un cattivo affare, quello delle strade ferrate, a cui sono stati trascinati, come pare, tutti i popoli civili della terra... Non sono ancora trascorsi settant’anni dalla prima locomobile a vapore di Stephenson, e già da un capo all’altro del mondo si stendono settecento mila chilometri di ferrovie, de’ quali duecento cinquanta mila ne’ soli Stati di Europa. La trasformazione subitanea de’ mezzi di comunicazione, che ha avuto per effetto di accelerare prodigiosamente i trasporti, riducendone il costo e scemandone i pericoli ; questa enorme diminuzione delle distanze, che è certo il maggiore avvenimento del secolo, sbalordisce. 

Ieri appena, nell’ arrischiare un viaggio per le nostre contrade, non bisognava forse a’ padri nostri quell’aes triplex, di cui Orazio diceva corazzato l’animo de’ primi navigatori ? 

Tutto è mutato, nel corso di due sole generazioni. L’universale livellamento de’ prezzi non è più un’allucinazione di mente inferma, e nella lista delle miserie umane più non figura la carestia: il monopolio della rendita fondiaria è scemato, e la bonifica delle terre meno fertili è resa possibile. Arago scriveva, nel 1838: « non si redime una provincia né si allieta una re- gione, piantandovi delle rotaie di ferro ». Eppure in un quarto di secolo le strade ferrate hanno risanata la Sologna, in un decennio estesa la sicurezza delle campagne a tutta quanta l’Italia meridionale, a cui tante volte e in tanti modi queste povere strade ferrate sono state rinfacciate e rimproverate. 

Thiers profetizzava, nel 1856: «la vaporiera non darà la pace a’ regni, né la giustizia a’ popoli ». Eppure non mai come ora i regni paventano la guerra, non mai come ora i popoli aborrono dalla frode e dalla violenza. Dacché mondo è mondo, niente ha contribuito di più a una minore ineguaglianza delle condizioni sociali quanto la odierna mobilità di uomini e di cose, che desta i cuori a una maggiore capacità di intendere e di sentire, che eleva il pensiero a una più larga //77// contemplazione, a una più retta aspirazione della vita. Certo, vi è pure chi ha la malinconia di rimpiangere, in tutto o in parte, il passato. Ma, almeno, finché l’ora non è suonata della grande apocalisse, predetta o temuta dagl’ideologi, sia lecito a me, non ottimista, ma non ignaro né immemore della profonda tristezza de’ tempi andati, di ripetere ancora una volta, qui, tra’ miei comprovinciali, che l’Italia di oggi è incomparabilmente più buona dell’ Italia di ieri, e quella dell’avvenire migliore della presente, perché il dominio della ragione, piaccia o non, si va sempre più diffondendo ne’ motivi morali, negli abiti intellettuali delle nostre moltitudini. 

Vi si diffonde e penetra con la stessa ansia, la stessa alacrità, con cui la macchina del treno inaugurale, or ora, ascenderà e traverserà l’Appennino di Avigliano. Non gli avi lontani, ma noi stessi, pochi anni addietro, non avremmo potuto immaginar tanto! Sappiamo noi forse che cosa sarà mai il domani? Vi è nota la storia di quell’archeologo, che in una tomba egiziana scopri un pugno di grano, rimasto cinque mila anni, accanto alla mummia, senza mai rivedere il sole. Potevano i germi di que’ chicchi appassiti ridare le spighe a’ venti? Pareva di no. Ma il grano de’ Faraoni, sparso nelle zolle e fecondato dalle acque del Nilo, tornò a sbocciare i teneri steli alla carezza dell’aria nativa. Chi può dire che dal seno inesauribile di questa madre antica, la dolce terra d’Italia, non debbano erompere, premio all’ardimento della generazione che tanto osò per noi, che per noi e per queste nostre ferrovie dell’Ofanto né mosse da fini di lucro né lesinò il pubblico danaro (I); chi può dire non debbano erompere, un giorno, frutti di vita nuova e di giovinezza? 

Ah no, non può il mondo avere speso cento ottantaquattro miliardi circa, non può l’Italia averne dati via cinque, nelle //78// costruzioni ferroviarie, senza la speranza, senza il presentimento di una più felice età futura! Que’ cinque miliardi a noi non rendono, è vero, se non l’uno e mezzo per cento. Ma il sagrifizio sarà stato lieve, e benedetti coloro che han saputo affrontarlo, se noi otterremo che il primo e immediato scopo dell’opera, lo spirito di coesione nazionale, sia interamente raggiunto; se non dimenticheremo che il nuovo Stato unitario è un ente politico ancora assai debole : debole, soprattutto, per il difetto di fiducia, per la mancanza di consenso da parte de’ lavoratori della terra. La salute è in noi, nel morale rinnovamento di tutto il costume, di tutta l’anima nostra, qualora da questo gran dramma, che è la vita sociale moderna, noi vorremo trarre, sul serio, forza alla religione del dovere, nutrimento alle più pure energie del carattere. Quel che occorre, principalmente, è una visione schietta, un senso preciso della realtà penosa e dura, del vero quale proprio esso è, non quale, per vecchio abito di rettorica, noi lo sogniamo o ci lusinghiamo che sia. Troppo crediamo ancora nel pregiudizio delle ricchezze latenti, della feracità di suolo, della bontà di clima di tanta parte del nostro paese: troppo mostriamo ancora ignorare che il terzo di tutto il reddito lordo della nazione è assorbito, ormai, dalle imposte, i quattro quinti del bilancio dello Stato e de’ Corpi locali da spese, per un verso o per l’altro, intangibili. Or se è bene esser temuti all’estero, è anche meglio poter vivere sicuri e laboriosi all’interno. Vogliamo giungere in porto e scongiurare il pericolo? Rammentiamoci, al punto ove siamo, che data la nostra potenzialità effettiva, ogni aumento di pubblici gravami è una colpa, ogni nuovo debito, sotto qualunque forma e per qualsiasi motivo, un delitto: ciò che vale, in lingua povera, far punto con tutte le illusioni, con tutte le ubbie. L’ Italia agricola, risoluto il problema della viabilità, in cui è la massima sua guarentigia, non ha bisogno se non di questo: che l’interesse del capitale sia, il più che possibile, mite; ciò che importa, semplicemente, libera disponibilità del risparmio nazionale. Questo, o l’inganno e la rovina. E la rovina, per noi classi dirigenti, vorrà dire il rammarico, forse anche il rimorso che tanta //79// genialità e tanta virtù furono invano, che fu invano tutto il dolore, tutto l’amore nostro per l’unificazione politica della patria. . . 

Onorevoli Ministri, signori consiglieri provinciali e rappresentanti la Società, nel nome a me caro del Circondario di Melfi, la bella e ricca plaga del Vùlture, onde si diffusero lungi le prime glorie, le prime leggi della monarchia meridionale; nel nome suo, e con l’animo infinitamente devoto, io alzo il bicchiere e bevo allo Stato italiano, alla sua saldezza, alla sua prosperità !

FONTE: G. Fortunato, Delle strade ferrale Ofantine, scritti e discorsi (1880-1897), Firenze, tip. G. Barbèra, 1898.

giovedì 10 ottobre 2024

Santi di Basilicata. 6. San Rocco

San Rocco sarebbe nato a Montpellier fra il 1345 e il 1350 e morto a Voghera fra il 1376 ed il 1379. Intorno ai vent’anni di età perse entrambi i genitori e decise di vendere tutti i suoi beni, per cui si affiliò al Terz’ordine francescano e, indossato l’abito del pellegrino, fece voto di recarsi a Roma a pregare. Nel luglio 1367 era ad Acquapendente, una cittadina in provincia di Viterbo, dove chiese di prestare servizio nel locale ospedale mettendosi al servizio degli ammalati di peste. L’arrivo a Roma è databile fra il 1367 e l’inizio del 1368. Qui sarebbe avvenuto il più famoso miracolo di San Rocco: la guarigione di un cardinale, liberato dalla peste dopo aver tracciato sulla sua fronte il segno di croce. Fu proprio questo cardinale a presentare San Rocco al pontefice.


Nel luglio 1371 è a Piacenza presso l’ospedale di Nostra Signora di Betlemme. Qui proseguì la sua opera di conforto e di assistenza ai malati, finché scoprì di essere stato colpito dalla peste, rifugiandosi in un bosco vicino Sarmato, in una capanna vicino al fiume Trebbia. Qui un cane lo trova e lo salva dalla morte per fame portandogli ogni giorno un tozzo di pane, finché il suo ricco padrone seguendolo scopre il rifugio del Santo. 

Dopo la guarigione San Rocco riprende il viaggio per tornare in patria. Le antiche ipotesi che riguardano gli ultimi anni della vita del Santo non sono verificabili. La leggenda ritiene che San Rocco sia morto a Montpellier, dove era ritornato o ad Angera sul Lago Maggiore, il 16 agosto

San Rocco è patrono dei comuni di Pisticci, Venosa, Montescaglioso, Ferrandina, Senise, Ruoti, Tolve, Salandra, Baragiano, Grottole, Satriano di Lucania, Roccanova, San Chirico Nuovo, Montemurro, San Giorgio Lucano, Savoia di Lucania, Ruvo del Monte, Castelmezzano, Sasso di Castalda, San Paolo Albanese. 

domenica 4 agosto 2024

Personaggi. 32a. Mario Trufelli, storia del Giornalismo Lucano

Nato a Tricarico il 5 luglio del 1929, Mario Trufelli era di origine marchigiana. A Tricarico la sua formazione viene influenzata dalla stretta conoscenza con tre grandi uomini del luogo, Monsignor Delle Nocche, Rocco Scotellaro e Rocco Mazzarone.

Lasciata Tricarico, dopo alcuni anni trascorsi alla redazione del Popolo e dell’Avvenire di Roma,  fu chiamato dalla RAI per organizzare la redazione della nuova sede della Basilicata, nata nel 1960. Dal 1961, dagli studi della RAI di viale della Pineta, condusse il telegiornale della Basilicata delle ore 14.00. Il 23 novembre 1980, in diretta radiofonica, annunciò il sisma, informando l’Italia intera della gravità dell’evento soprattutto, nei giorni successivi, con reportage, tra i quali famoso quello a Balvano, per i cui morti scrisse la celebre Lamento per Rosetta.

Trufelli fu responsabile della sede Rai Basilicata dal 1969 al 1994, collaboratore della trasmissione Rai Check-Up, autore di numerosi reportage all’estero, oltre che Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Basilicata e Amministratore unico dell’Apt Basilicata. 

Importantissima anche la sua attività letteraria. La produzione poetica raccolta in Prova d’addio (Scheiwiller, 1991), ha vinto il superpremio Ennio Flaiano e il Regium Julii; suoi racconti sono in Lo specchio del comò (Alfredo Guida Editore, 1990); prose di viaggio sono raccolte nel volume L’ombra di Barone. Viaggio in Lucania (Osanna Edizioni, 2003); da ricordare, infine, il “romanzo” Quando i galli si davano voce (Edizioni della Cometa, 2013). Ha pubblicato anche Amore di Lucania, in collaborazione con G. Appella (Edizioni della Cometa, 1983) e L’erbavento (Rocco Curto Editore, 1997), rispettivamente serie d’interventi sulla cultura lucana e antologia di scritti vari.

Mario Trufelli muore a 95 anni, nella sua casa di Potenza, il 3 agosto 2024. 

giovedì 13 giugno 2024

La cultura meridionale. 5. Giacomo Racioppi e il Risorgimento lucano

«Il periodo veramente democratico della storia politica dei popoli comincia con il 1789. Da allora in poi entrano in campo le masse, i popoli, le città, a produrre, ad apparecchiare, a modificare, a perturbare avvenimenti e imprese, prima non altrimenti dovute che all’impulso di un individuo, re, ministro, feudatario, o generale che fosse: allora una nuova era incomincia; e negli ordini politici fa capolino il popolo, negli ordini sociali la democrazia, negli ordini statuali la nazione.

I caduti del 1799 risorsero vincitori nel 1806 […]. L’assetto della società contemporanea napoletana ebbe principii e impulsi da questo attuoso periodo di tempo del governo dei due Napoleonidi, Giuseppe e Gioacchino Murat, che mutò di smisurato progresso ordini civili, militari, economici, usi, abitudini, vestimenta, sentimenti, tutto. 

Alla nuova restaurazione degli ordini assoluti la Basilicata fu teatro di scene luttuosissime […]. In questi eventi, che ebbero un’eco ripercossa oltre i confini della provincia, emersero tre nomi; e furono del capitano Giuseppe Veniti di Ferrandina, del capitano Domenico Corrado di Potenza, e di Carlo Mazziotti di Calvello: men noto quest’ultimo dei due primi ricordati nelle storie del reame, ma forse più degno di memoria. I fatti per sconsigliato impeto e per luttuose conseguenze notevoli e miserandi, avvennero a Laurenzana e a Calvello. […] Gl’intramatori delle rivoluzioni nella città di Napoli facevano, per la Basilicata, grande assegnamento sul capitano Veniti, che lo si sapeva deciso uomo, animoso e in gran nome alla provincia; e di poco minore nome, non di ardimenti, il capitano Corrado […]. L’associazione della “Lega Europea” s’ingegnava di disciplinare e indirigere ad unità di intenti e di atti cotesti impronti spiriti di libertà. Aveva spinto i primi, più che propagini, tentacoli in Basilicata per mezzo di Carlo Mazziotti, medico di Calvello; che, battezzato, a moda del tempo, nel nome di Marco-bruto, era fatto Commissario generale della Lega per la provincia […]. Nello spiccio processo molti, a paure e lusinghe, piegarono […]. Carlo Mazziotti, dignitoso e sereno, deviò le inchieste del giudice inquisitore; e all’accusa di non avere rivelato il Veniti, ricoverato in sua casa quando era già messo al bando dalla legge sulle liste dei pubblici inimici, rispose che le leggi dell’ospitalità erano per lui anche più sacre […]. Il […] 13 marzo del 1822, ad ore 18, caddero spenti di moschetto, in Calvello, il capitano Giuseppe Veniti e suo fratello Francesco […] e, degno del perenne ricordo della nostra storia, Carlo Mazziotti, medico. […] Tre giorni innanzi era caduto spento della stessa pena, dello stesso piombo […] il capitano Corrado. […] La cronaca paesana ricorda ancora le fiere parole, che egli profferiva, avviandosi, alta la fronte, al supplizio: “Io sono un uomo d’onore e un patriota; e voi calderari abietti” aggiunse all’indirizzo di quelli che, sogghignando plebeamente, villanamente, miserabilmente l’oltraggiarono.

Rifiorì l’albero della libertà in Napoli l’anno 1848; e per verità non per opera di sette […]. Grande colpa ebbe il re, che fu sleale, e mancò ai giuramenti di re, alla parola di galantuomo: ma non minore colpa ebbe la parte liberale, e, maggiore di ogni colpa, la dissennatezza. Divisa, come egli accade, e fin dai principii, in parte più o meno spinta di propositi, più infocata o meno di aspirazioni ideali e dottrinarie, […] taceva, lasciava fare, in bilico tra il sì e il no […] unicamente per non perdere, per non isminuire la popolarità che veniva dalla piazza. Mai fu parte politica più inetta al politico magistero dello Stato quanto la parte moderata napoletana del 1848! E questo mostra – il dirò io? – l’impreparazione del paese, delle classi dirigenti del paese alle condizioni della libertà.

Al 1860 finisce un’epoca; un’altra incomincia: erompe un nuovo ordine di cose, che investe, agita e trasforma la società nella pienezza della sua vita: si apre un nuovo periodo di storia, che succede, ma non continua il periodo precedente. Nasce nuovo ordine di tempi! Possa la storia avvenire dar materia a racconti di più lieti fatti, di più onorate imprese, di più saggi propositi, di più veraci, sane e giuste utilità, che non ha saputo esporre, a chi legge, lo scrittore di queste carte!».

Fonte: G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Loescher, Roma 1889, 2, pp. 256, 288, 290, 293-294, 304.

giovedì 16 maggio 2024

Personaggi. 30. Giambattista Pentasuglia, da Matera per l'Unità


(Matera, 3 novembre 1821-4 novembre 1880) 

Giovan Battista Pentasuglia  nacque da Giuseppe e Concetta Buonsanti. Dopo gli studi in Seminario, lasciò Matera per Napoli e si iscrisse all’Università (scienze fisiche e matematiche), entrando in contatto con ambienti massonici e antiborbonici.

Era ancora studente quando nel 1848 fu tra i volontari napoletani nella I Guerra d’Indipendenza in Veneto e fu ferito al braccio destro per un colpo di baionetta a Treviso, conseguendo il grado di ufficiale. Dopo la sfortunata campagna, si diresse a Torino dove ritrovò molti amici napoletani, sposando la soluzione piemontese.

Si arruolò nel genio militare piemontese, diventando istruttore degli allievi telegrafisti e venne incaricato di redigere un manuale di telegrafia e di ispezionare gli uffici telegrafici. Riprese anche gli studi e nel 1854 si laureò in fisica.

Nel 1859 partecipò alla II Guerra d’Indipendenza e fu assegnato al quartier generale di Napoleone III, con la mansione di sovrintendenza ai servizi telegrafici. Nel 1860, unico lucano, partecipò alla spedizione dei Mille: allo sbarco dell’11 maggio a Marsala assieme a Giacinto Bruzzesi ebbe il compito di impadronirsi del telegrafo per evitare il diffondersi della notizia dello sbarco e nei giorni seguenti ebbe il compito di interrompere i tutti collegamenti telegrafici tra Palermo e Trapani.

Nel 1861 fu eletto deputato e realizzò il cavo telegrafico sottomarino tra Sicilia e Calabria e tra Sicilia e Sardegna e di quello tra l’isola d’Elba e la terraferma. Partecipò anche alla realizzazione del collegamento tra l’Italia e la Turchia.

Nel 1879, ormai malato, tornò a Matera dove morì.

A proposito della sua partecipazione alla spedizione garibaldina, Raffaele De Cesare annota: 

«Garibaldi aveva dato ordine a Crispi, a Castiglia, ad Andrea Rossi e a Pentasuglia di prender terra immediatamente, sia per disporre quanto occorreva allo sbarco, sia per impossessarsi del telegrafo elettrico, del municipio, delle carceri e della tesoreria. […] 

Pentasuglia corse al telegrafo, e puntando un revolver sul petto dell’impiegato, s’impossessò della macchina. L’impiegato aveva già trasmessa a Palermo la notizia dello sbarco, con quei particolari che poté procurarsi. Il telegrafo elettrico era in diretta comunicazione col luogotenente, anzi la macchina dell’ufficio di Palermo stava proprio nel gabinetto del Galletti, il quale aveva alla sua immediazione un telegrafista di fiducia, chiamato De Palma, tuttora vivo. Furono chieste da Palermo maggiori notizie, e soprattutto se la città era tranquilla, al che il Pentasuglia rispose: “Tranquillissima: i due vapori arrivati sono vapori nostri”. La contraddizione lampante con le prime notizie e l’osservazione fatta al Galletti dal De Palma, che era cambiata la mano del telegrafista, persuasero il primo che lo sbarco di Garibaldi era avvenuto e il telegrafo già passato in mano di lui». (Fonte: R. De Cesare, La fine di un regno (Napoli e Sicilia), Lapi Tipografo-Editore, Città di Castello 1900, parte II, p. 208)

giovedì 18 aprile 2024

Le perle lucane. 4. Maratea

 «Dal Porto di Sapri, che aperto è fama inghiottisse la celebre Velia, raccordata dal Poeta dopo Palinuro, nel golfo di Policastro, à dodeci miglia ne’ confini del Superior Principato prende nome, la Marina, e piccola, Spiaggia di Maratea, volta à Libeccio in Basilicata. È Città per privilegio, così detta per la superstition de’ Gentili alla Dea del Mare, situata nelle falde, e cime di un monte per un miglio di camin disastroso, che scherza, e sollieva con le acque perenni dell’Undavo. Ubbidisce al Monarco di Spagna, il cui Governatore, allo spesso nationale, regge i due corpi di lei separati, che chiamano Città alta, e bassa. 

Più antica è la prima, chiusa con mura per mille passi, e munita d’inespugnabili Bastioni, e vari pezzi di Artiglieria, con due Porte, esposta alla furia de’ venti, e le Case picciole di un sol Quarto, nominandosi volgarmente il Castello: si scosta per due miglia di tortuoso passeggio l’altra, e si distingue con le maniere più dolci de gli Habitanti […]. 

Promiscuo è il Territorio della parte bassa, de’ cui molini si vale; mancati quegli à vento, e seccate le Cisterne, per le quali supplisce il Fonte del Pizzarrone mezo miglio distante. […] Più si distende l’Inferiore, all’aspetto del Settentrione, cresciuta colla spopolazion del Castello, e sostituita alle fabriche disfatte, frà le quali la Chiesa picciola di San Vito, già Madrice. Si misura hoggi oltre à due miglia, con Case, e Palazzi più comodi che in qualsisia Città vicina. […] 

Quattro alte montagne concatenate, colme di Olivi, e di Mirti, ottimi per concia le pelli, fanno à lei vaga, e forte Corona. Tien dal lato Occidentale nel Mare l’oggetto, ed à fronte la Costiera di Policastro fino al Capo degl’Infreschi, rallegrando in sommo l’occhio, e la fantasia» 

(Pacichelli, Il Regno di Napoli, vol. I, pp. 288-290).

«Venuti alla sassosa marina di Maratea, un miglio verso la collina trovasi la Città posta sotto le radici d’un altissima montagna, ed all’opposto di un’altra, niente men alta; ond’è che da’ principj d’Ottobre, fino a Febbrajo affatto non v’entra il sole: Con tutto ciò ella è d’ottima aria, ed abitata da ricca industriosa gente […]. 

Questa Città è il solo luogo sul mare infero, che sia compreso, secondo la moderna divisione, nella Provincia di Basilicata […]. 

Sulla montagna, che sovrasta a Maratea è posta un’altra Terra murata, chiamata Maratea Soprana, la qual dimostra esser alquanto antica per le sue mura, che pajono di circa al decimo secolo. L’aria, che si gode da’ piani, che qui sono, è così perfetta, che non si può dir di più, e la veduta si stende fino a Capri da occidente, e all’Isola di Strongoli in Sicilia al mezzo giorno, per ogni altro lato lontanissima» 

(G. Antonini, La Lucania. Discorsi, appresso Francesco Tomberli, in Napoli 1795, I, pp. 436-437)


giovedì 21 marzo 2024

Le perle lucane. 3. Lagopesole

«Lo stile somiglia a quello di Castel del Monte presso Andria, ma tranne pochi ornamenti alle finestre, archi di porta e cornicioni non esiste altro di quell’epoca. […] Un tempo il castello era collocato nel mezzo del bosco, nel punto in cui si riconoscono chiaramente le zone disboscate. 

Da monte Carmine d’Avigliano, M. Caruso, M. Pierno fin oltre verso l’Agromonte si estendeva la riserva di caccia imperiale. 

In una buona mezz’ora si giunge da qui al lago di Pesole dal quale nasce il Bradano, uno dei più grandi fiumi della Basilicata. Le rive del fiume, che solo al lato nord sono ancora ricoperte di boschi, offrono poche bellezze e ovunque è profonda melma. […] Il lago è ricco di anguille e di ottime tinche. Le isole galleggianti di questo lago erano un tempo famosissime, ed un bosco che natava di qua e di là deve infatti aver offerto una incredibile veduta. Da 25 anni tuttavia queste isole hanno messo in gran parte radici e soltanto alcune superfici senza bosco galleggiano su e giù» 

(K. W. Schnars, La terra incognita. Diario di un viaggiatore tedesco in Basilicata, trad. it. di S. Fornaro e M. P. Masturzo, Osanna, Venosa 1991, pp. 51-52).


«Lagopesole, castello di circa 1.000 abitanti, già prima aggregato alla città di Atella, oggidì è unito al comune di Avigliano dal quale è distante 16 chilometri. Molto interessante è questo magnifico e bel castello, edificato al più tardi dai principi Normanni signori della città non lontana di Melfi. Gradito luogo di delizia e di trattenimento per le loro cacce, su di una delle colline del monte Carmine, in bellissimo sito quasi a due miglia dal bel lago del medesimo nome, era centro a quell’epoca di boschi interminabili abbondantissimi di cacciagione. 

L’edifizio di architettura gotica, attualmente può dirsi ancora ben conservato in paragone di molti altri, e lo deve certamente al sito appartato nel quale trovasi lontano da centri popolosi. Vi sono grandissime sale, adorne di sculture, con porte e finestre gotiche in buono stato; la sola porta principale è nella parte superiore nascosta da una moderna costruzione […]. Il castello ha una sola torre quadrata grande e solida, la quale non manca nel suo fondo di cupi sotterranei incavati nel granito ad uso di prigioni. 

Poco discosto è il lago che prendeva il nome da un’isoletta natante, che oggi è ferma ed attaccata alla sponda, laonde perduta la forma ellittica, il laghetto è divenuto irregolare e poco profondo; in esso ha la principale sorgente il fiume Bradano. Vasto è ancora il bosco di Lagopesole, e nella parte più prossima al castello, osservasi una grande spianata di figura ellittica, quasi tutta circondata di alberi secolari, la quale probabilmente adopera vasi agli armeggiamenti ed alle giostre» 

(A. Bozza, Il Vulture ovvero Brevi notizie di Barile e delle sue colonie con alcuni cenni dei vicini paesi, Tipografia di Torquato Ercolani, Rionero in Vulture 1889, pp. 98-99).


«Grandi selve su per il dòsso di un gran valico tra il Vulture, a settentrione, e le valli del Bradano e del Basento, a scirocco: questa la topografia di Lagopesole, sentinella avanzata or del piano contro il monte e or del monte verso il piano, che per tempo decise delle sue sorti medievali, durante i molti secoli di lotte fra bizantini di Puglia e Longobardi di Acerenza. […] Il casale di Lagopesole sorgeva al sommo del valico, lungo il versante di un colle isolato, alto 830 metri sul mare, e in cima a cui oggi siede il castello: due rivoli, originati dal “Carmine” di Avigliano, ne cingono i fianchi e vi confondono le acque a Isca Lunga, dando inizio al Triepi, la odierna fiumana di Atella. 

Ad oriente, su la china superiore di Mont’Alto, che si eleva tra le sorgenti del Bradano a mezzogiorno e quelle del Bradanello – provenienti dal lago – a settentrione, stendevasi il casale di Monte Marcone, tuttora non così raso al suolo che non riesca possibile rinvenirne le tracce: una capanna, quando io vi fui, era piantata su la stessa “terra santa” dell’antica chiesa parrocchiale, già vòlta con le spalle al lago, il quale, non più artificialmente chiuso alla foce, è oggi poco meno che un padule, ricoperto di canne; il margine del lago è di trenta metri inferiore alla spianata del castello, l’uno e l’altro interamente staccati per via di un’aperta, profonda vallea. […] 

Il castello di Lagopesole [è…] un edificio, soggiungo io, i cui immensi dormitorii non contraddicono, anzi convalidano il carattere storico del luogo: quello, cioè, di essere stato, per tanti secoli, un grande alloggiamento di soldati. È un vasto rettangolo, con un cortile centrale, fiancheggiato dagli angoli sporgenti da torri quadrate. Nessuna mostra, nessuno sfoggio di arte; e in molte cose lo stile non è sempre puro. […] L’opera fu certo concepita e menata innanzi di getto, ab imis fundamentis: forse, non interamente compiuta. Da chi, e quando? Se nulla si sa dell’artefice, essendo affatto immaginario quel Fuccio fiorentino, di cui parla il Vasari nella vita di Niccolò Pisano, sicurissima ne è la data: Lagopesole è coevo di Castel del Monte. […] C’è qualcosa nell’edifizio, per chi si faccia a visitarlo con diligenza, che tradisce, in più parti, una brusca, improvvisa sospensione de’ lavori: su quelle mènsole, su quelle tante bellissime mènsole che sono incastrate nelle pareti interne delle sale, e che si fanno riscontro da un lato all’altro, non poggiaron mai le grandi arcate a sesto acuto, le quali avrebbero poi dovuto sostenere le lunghe travi del tetto. L’ala della morte, non quella del tempo, passò triste per Lagopesole. Il disegno rimase a mezzo, né il grande imperatore vide terminata questa ultima tra le maggiori sue opere!» 

(G. Fortunato, Il Castello di Lagopesole, V. Vecchi Tipografo-Editore, Trani 1902, pp. 11, 40-41, 47-48, 50-51).