Un incontro straordinario ha animato le aule del Liceo delle Scienze Umane Rosa-Gianturco: lo storico e saggista Giovanni Codovini ha guidato le classi quinte in un viaggio attraverso la memoria, il diritto internazionale e i conflitti del presente. Una giornata che ha dimostrato, ancora una volta, come la storia non sia mai solo passato.
Il Liceo potentino ha avuto il privilegio di ospitare il professor Giovanni Codovini, storico, saggista e formatore di fama nazionale.
A introdurre l'ospite, in un incontro moderato dal prof. Domenico Venezia, è stata la prof. Piera Pistone, che ha portato anche il saluto del Dirigente Scolastico, il professor Mario Lanzi, impossibilitato a essere presente perché impegnato in questi giorni in un progetto Erasmus+ in Ungheria — ulteriore testimonianza del respiro internazionale che caratterizza il nostro istituto.
Giovanni Codovini è uno dei nomi più noti nel panorama della didattica della storia in Italia. Coautore, insieme ad Antonio Desideri, del manuale "Storia e Storiografia — Per la scuola del terzo millennio", adottato in migliaia di licei su tutto il territorio nazionale, Codovini non si è mai limitato al solo mondo dell'editoria scolastica. La sua produzione comprende saggi accademici di grande profondità, tra cui studi approfonditi sulla geopolitica del conflitto arabo-israeliano-palestinese, pubblicati con Mondadori Bruno, che testimoniano un'attenzione costante ai grandi nodi irrisolti della storia contemporanea e alle loro radici profonde.
È inoltre formatore attivo per i docenti della scuola secondaria di secondo grado, collaborando con le principali case editrici del settore. Per Codovini, insegnare bene la storia non è soltanto una questione metodologica: è una responsabilità civile, un atto politico nel senso più alto del termine. La sua convinzione di fondo — che ha animato ogni momento dell'incontro con le quinte — è che la storia non sia una disciplina mnemonica fatta di date da imparare a memoria, ma un metodo, uno strumento vivo e potente per leggere il presente, capire le dinamiche del mondo e formarsi come cittadine consapevoli.
Il professor Codovini ha aperto il suo intervento affrontando un tema fondamentale e spesso trascurato: il rapporto tra storia e memoria, e il concetto di uso pubblico della storia.
Essere storici, ha spiegato, significa prima di tutto essere testimoni del proprio tempo e narratori responsabili di ciò che è accaduto. Ma la narrazione storica non può prescindere dalla memoria: essa stessa — ha sottolineato con forza — è una fonte storica a tutti gli effetti, con le sue potenzialità e i suoi limiti. La memoria è soggettiva, è frammentaria, è attraversata da emozioni, da rimozioni, da interessi. Proprio per questo lo storico ha il compito ineludibile di contestualizzarla, di interrogarla criticamente, di inserirla all'interno di una ricostruzione storiografica rigorosa.
In questo quadro si inserisce il concetto di public history — la storia pubblica, introdotta dal prof. Antonio D'Andria — ovvero quella dimensione della ricerca e della divulgazione storica che si rivolge non solo agli specialisti ma alla società nel suo insieme: musei, documentari, romanzi storici, social media, commemorazioni. Uno spazio sempre più ampio e sempre più esposto al rischio di manipolazione, semplificazione e strumentalizzazione politica. Il compito dello storico serio, ha detto Codovini, è presidiare questo spazio con rigore e con coraggio.
Il nucleo centrale e più atteso dell'incontro ha riguardato uno dei conflitti più dolorosi, controversi e discussi del presente: la guerra a Gaza. Una scelta non casuale, come ha spiegato lo stesso Codovini: il conflitto israelo-palestinese rappresenta un caso storicamente paradossale e umanamente straziante, in cui le vittime della più grande persecuzione della storia moderna — gli ebrei, sopravvissuti alla Shoah — si trovano oggi al centro di accuse gravissime da parte della comunità internazionale riguardo all'uso della forza militare contro la popolazione civile palestinese.
Affrontare questo tema con gli studenti non significa prendere partito, ha precisato il professore, ma significa dotarle degli strumenti concettuali e giuridici per comprendere di cosa si stia parlando quando si usano parole come genocidio, crimine di guerra, diritto internazionale umanitario. Parole che circolano ogni giorno sui media e sui social, spesso senza la necessaria precisione.
Per arrivare a comprendere il presente, Codovini ha condotto le classi in un percorso storico-giuridico lucido e ben strutturato, ripercorrendo le tappe fondamentali attraverso cui l'umanità ha tentato — con fatica, contraddizioni e risultati imperfetti — di porre dei limiti alla barbarie della guerra.
Il punto di partenza sono le Convenzioni dell'Aja del 1899 e del 1907, i primi strumenti di diritto internazionale volti a regolamentare i conflitti armati: la tutela dei feriti in battaglia, le restrizioni sull'uso di certe armi, la protezione dei prigionieri. Il principio alla base era rivoluzionario per l'epoca: anche in guerra esiste una soglia di dignità umana che non può essere violata.
La vera svolta, però, arriva con la Seconda guerra mondiale e con i processi di Norimberga, che segnano un discrimine netto nella storia del diritto internazionale. Prima del 1945, il ricorso alla forza armata era sostanzialmente considerato una prerogativa sovrana degli Stati. Dopo Norimberga, per la prima volta nella storia, individui — non solo Stati — vengono giudicati e condannati per crimini commessi in nome di uno Stato. Nascono i concetti di crimine contro l'umanità e di crimine di guerra come categorie giuridiche autonome e universalmente vincolanti.
A questo si aggiunge lo Statuto delle Nazioni Unite, il cui articolo 2, paragrafo 4, sancisce in modo esplicito la non liceità della minaccia e dell'uso della forza nelle relazioni internazionali — un principio cardine che è oggi al centro del dibattito giuridico sull'attuale conflitto a Gaza.
La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948, a sua volta, diventa fonte del diritto internazionale umanitario introducendo il concetto di gross violations — violazioni gravi e sistematiche dei diritti fondamentali — tra cui il genocidio, l'apartheid, la tortura, le esecuzioni di massa e la schiavitù.
Le Convenzioni di Ginevra completano questo quadro, introducendo il concetto di combattente legittimo e rafforzando in modo cruciale la tutela della popolazione civile, attraverso la cosiddetta clausola Martens — contenuta nell'articolo 3 comune a tutte le Convenzioni — che impone il rispetto dei principi di umanità anche nelle situazioni non espressamente previste dai trattati.
Uno dei momenti più importanti dell'intervento è stato dedicato alla definizione giuridica di genocidio, termine spesso usato in modo improprio nel dibattito pubblico.
Codovini ha illustrato con precisione come il genocidio trovi la sua definizione giuridica autonoma nell'articolo 6 dello Statuto di Roma del 1998, che istituisce la Corte Penale Internazionale. Secondo questa definizione, il genocidio è classificato come core crime — uno dei crimini più gravi previsti dal diritto internazionale — e si distingue dagli altri crimini di guerra per la presenza di un elemento intenzionale specifico: la volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale.
Questa precisione giuridica non è un dettaglio tecnico: è fondamentale per capire di cosa si stia davvero discutendo quando questo termine viene applicato al conflitto di Gaza, oggetto di procedimenti in corso sia davanti alla Corte Internazionale di Giustizia che alla Corte Penale Internazionale.
Forse il momento più significativo dell'intera giornata è stato quello del dibattito finale. Gli studenti del Rosa-Gianturco non si sono limitati ad ascoltare: hanno dialogato, hanno posto domande, hanno dimostrato una maturità e una consapevolezza che hanno visibilmente colpito lo stesso professor Codovini.
Tra le molte questioni sollevate, una in particolare ha spiccato per profondità: come si fa a sviluppare un autentico senso critico di fronte alla complessità della storia e all'overdose di informazioni — spesso contraddittorie, spesso di parte — che caratterizza il nostro tempo? Una domanda che va ben oltre i confini di una lezione di storia e tocca il cuore della formazione di una cittadina consapevole nel XXI secolo.
Codovini ha risposto con la generosità intellettuale che lo contraddistingue, offrendo riferimenti bibliografici e giuridici precisi ma accessibili, indicando strumenti concreti per orientarsi in un panorama informativo sempre più complesso. Il messaggio finale è stato coerente con tutta la sua impostazione: la storia si studia per capire il presente, e capire il presente è il primo passo per non esserne travolti.



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