sabato 11 maggio 2013

Risorgimento lucano. 8. Domenico Asselta di Laurenzana. Una vita per l'Unità

Domenico Asselta nacque a Laurenzana (Potenza) il 30 luglio 1817 da Francesco e da Violante Asselta. Sua madre era figlia di un omonimo Domenico Asselta, che, capomassa nel 1799 al seguito del cardinale Ruffo, aveva aderito invece dopo il 1806 al nuovo regime e, nel 1820, era divenuto alto dignitario della carboneria, partecipando al moto costituzionale.
Iniziato dal nonno materno, l'Asselta aderì giovanissimo alla carboneria e assunse posizioni radicali nei moti del 1848-49. Ricco proprietario terriero e capitano della Guardia nazionale del suo paese, arruolò a proprie spese una compagnia di ottanta volontari che, destinati in Lombardia, vennero invece posti alle dipendenze del Circolo costituzionale lucano: scoppiata nel maggio 1848 l'insurrezione in Calabria, egli fu fautore della partecipazione armata a sostegno di essa e, nel luglio, fu coinvolto nel tentativo diretto a costituire un governo provvisorio a Potenza. Sottoposto a processo nel 1849, rimase latitante fino al 1856 e subì poi solo una relegazione, prima a Melfi per diciotto mesi, poi a Lagonegro per sei.
Nel 1859 Asselta promosse in Laurenzana la costituzione di un comitato insurrezionale aderente al comitato dell'ordine: inviato a Potenza, nell'agosto del 1860, dal Comitato di Corleto, con ben 108 armati da Laurenzana, fu ferito nello scontro che le forze insurrezionali sostennero il giorno 18 con le truppe borboniche in quella città. Chiamato a far parte del governo prodittatoriale lucano, venne assegnato al comitato di Finanza. Colonnello e ispettore della Guardia nazionale, represse i primi moti reazionari scoppiati nell'ottobre dei 1860 a Carbone, Castelluccio ed Avigliano, distinguendosi poi, nel novembre dell'anno successivo, nella repressione del brigantaggio e sostenendo ad Accettura ed a San Mauro Forte scontri con le bande dello spagnolo Borjès.
Nel 1861 aderì al Comitato di provvedimento destinato a raccogliere fondi e armi per la liberazione dello Stato pontificio e del Veneto, e ne fu tra i maggiori esponenti nella regione. Sindaco di Laurenzana, fu. consigliere e vice presidente del consiglio provinciale di Basilicata. Eletto deputato al parlamento nazionale il 28 genn. 1866 per il collegio di Corleto Perticara, vide il 16 ottobre annullata la sua prima elezione per constatata irregolarità, ma i suoi elettori gli confermarono il mandato nelle elezioni del marzo successivo. Rimase così alla Camera ancora per un anno, militando nelle file della Sinistra costituzionale: si dimise il 10 marzo 1868 per consentire a Pietro Lacava l'ingresso nella politica attiva.
Domenico Asselta morì a Laurenzana l'8 maggio 1873.

FONTE: voce di T. PEDIO in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1962, vol. 4.

La Basilicata moderna. 8. Diocesi e vescovi

Le diocesi nella provincia di Basilicata, nell'età moderna, erano undici: Anglona e Tursi, Campagna e Satriano, Lavello, Marsico, Matera e Acerenza, Melfi e Rapolla, Montepeloso, Muro Lucano, Policastro, Potenza e Tricarico. Alcune di queste diocesi esercitavano la loro giurisdizione anche su paesi appartenenti alle province limitrofe: come ad esempio quella di Policastro che comprendeva anche comuni della Campania, o quelle di Marsico, di Campagna e Satriano che si estendevano in Principato Citra. Le diocesi lucane non erano omogenee tra di loro: alcune erano molto piccole come quelle di Montepeloso, Venosa e Lavello, che comprendevano solo il centro abitato, altre, al contrario, erano estremamente ampie come quelle di Tursi, Tricarico, Matera e Acerenza. Nel caso di Acerenza vi era anche una discontinuità territoriale della diocesi, che si intersecava con paesi sottoposti alla giurisdizione vescovile di Gravina, Montepeloso e Tricarico.
A questa frammentazione territoriale delle diocesi lucane si aggiungeva anche la pessima viabilità che unita al clima, freddissimo d'inverno, soffocante e malarico d'estate, e al pericolo delle incursioni barbaresche lungo le coste, faceva si ché le sedi vescovili della Basilicata non furono mai molto ambite e la loro complessa realtà territoriale finì per limitare l'azione pastorale dei vescovi che risiedevano nelle diocesi.
Dopo il Concilio di Trento, non solo il vescovo aveva obbligo di risiedere all'interno della diocesi, ma anche una serie di compiti tra cui migliorare la preparazione del clero e il livello religioso delle masse, diffondere la dottrina cristiana, proteggere i dogmi della fede dalle pratiche magiche e da abusi di ogni genere e di difendere la giurisdizione ecclesiastica. Compito non certo facile in una realtà come quella della Basilicata dove tutto era contro, dalla difficoltà di viaggiare e dunque raggiungere la popolazione, all'arretratezza di quest'ultima e del clero.
I seminari, previsti dal Concilio per migliorare la formazione del clero, in Basilicata ne nacquero soltanto tre nella seconda metà del Cinquecento, quello di Muro Lucano nel 1565, quello di Policastro nel 1591 e quello di Melfi nel 1597, mentre altri ne sorsero nel secolo successivo. Alcuni vescovi nel frattempo misero a spese proprie scuole di grammatica. Comunque i seminari lucani non ebbero mai vita facile a causa delle difficoltà economiche in cui si trovavano le diocesi lucane, dovuto dalla tenuità delle rendite del clero, in quanto erano questi a dover provvedere al mantenimento dei seminari attraverso una specifica tassa.
Riguardo le visite pastorali, anch'esse previste dal Concilio, vi era l'intenzione da parte dei vescovi di mettere in pratica tale impegno ma purtroppo questi, nelle varie generazioni, si scontrarono con un peggioramento della situazione della popolazione lucana che ne condizionò e spesso vanificò ogni buona intenzione dei vescovi. Sull'azione pastorale influirono negativamente, non solo le difficoltà territoriali e climatiche, ma anche le condizioni demografiche, sociali ed economiche della Basilicata, rese più drammatiche dalle crisi agrarie del Seicento e l'aumento della pressione fiscale. A risentirne maggiormente di queste difficoltà erano le grandi diocesi, mentre quelle piccole riuscivano meglio ad organizzarsi con poche risorse.

venerdì 10 maggio 2013

La Basilicata moderna. 7. Matteo Cristiano

Di famiglia originaria di Pavia, trasferitasi nel Regno nel XV secolo, Matteo Cristiano nacque nel 1616 a Castelgrande (Potenza) da Fabrizio, dottore in legge, e da Beatrice Polino, di Muro Lucano. Come d’uso per i figli dei professionisti, compì studi giuridici e forse esercitò, come il padre, la professione di avvocato.
Proclamata a Napoli, nell'ottobre del 1647, la Real Repubblica Napoletana, il Cristiano si unì al partito popolare probabilmente già dall'autunno del 1647. Agli inizi di dicembre pare che egli abbia dato man forte al capopolo salernitano Ippolito Pastena, che da Napoli aveva qualche difficoltà a rientrare a Salerno. Il 23 dicembre partecipò al fatto d'armi che a Marsicovetere vide Francesco Caracciolo, duca di Martina, vicario generale per le province di Salerno, Principato Citra e Basilicata, sconfitto, fuggire abbandonando i carriaggi e le suppellettili. Il duca allora cercò di rifugiarsi a Picerno, ma anche questa città si consegnòal Cristiano che unì le sue forze a quelle di Giovanni Grillo, marchese di Montescaglioso, assediando e conquistando Rocca Imperiale, Pisticci e Ferrandina. I successi ottenuti dal Cristiano fecero sì che il duca di Guisa gli riconoscesse la carica di governatore generale nella provincia di Basilicata.
Associatosi con Francesco Salazar, conte dei Vaglio, comandante delle forze popolari per le province di Otranto e Bari, il Cristiano si volse prima verso Matera, che occupò, quindi verso Altamura e successivamente verso Gravina. La successiva mossa avrebbe dovuto avvenire contro Taranto, ma la situazione era tutt’altro che certa, visto che nella città c'era effettivamente un partito popolare, capeggiato da Donato Altamura, che aveva promesso di consegnare Taranto al Cristiano, purché a lui fosse concessa la castellania. Mentre il duca di Martina era rifugiato a Francavilla, la città in effetti si sollevò, ma il 13 febbraio essa ritornava in mano ai regi. Del resto il Cristiano, impegnato prima ad assediare in Gravina il conte del Vaglio, e avendo desistito poi per ordine del duca di Guisa, si era ritirato e fortificato ad Altamura, donde lo snidò il duca di Martina, che riuscì a ricondurre tutta la Basilicata all'obbedienza regia.
Non furono solo i contadini nelle campagne ad insorgere contro il potere baronale, ma anche le università, che volevano liberarsi dal giogo feudale. Fu nuovamente la città di Matera a dare inizio alle lotte comunali contro i baroni agli inizi del XVI secolo, a cui seguirono altre città come Pisticci, Tramutola, Pomarico, Montescaglioso, Brienza, Senise, Sant'Arcangelo, ect. Da queste lotte tra università e baroni, i comuni non ottennero la libertà dal potere feudale, ma riuscirono a strappare ai baroni grazie ed esenzioni per migliorare le condizioni economiche e sociali della popolazione.
Cadevano intanto Napoli e quindi Salerno, mentre il Cristiano era riuscito, al contrario del conte del Vaglio, a sottrarsi alla cattura. Quando Altamura si era data al duca di Martina i cittadini avevano preteso che il Cristiano ne divenisse, governatore e capitano di guerra, ma egli non si era fidato di quel compromesso ed era fuggito. Egli respinse anche le proposte del Caracciolo di arrendersi, che lo raggiunsero nel Melfese, da cui si recò nel Salernitano, dove nell'agosto avveniva il tentativo di sbarco da parte del principe Tommaso di Savoia. Qui il Cristiano aveva conquistato alla sua causa il marchese Pietro Concublet e con lui risalì verso il Nord, riparando in Abruzzo. Solo nell'agosto del 1653 egli veniva arrestato, insieme con il Concublet e con Damiano Tauro, dai comandanti Acquaviva e Tuttavilla, che conducevano dal 1648 una vasta campagna di repressione in Abruzzo.
Furono condotti a Napoli alla Vicaria e qui condannati a morte il 20 agosto, con giudizio sommario. All'esecuzione fu data ampia pubblicità; i condannati furono condotti su tre carri al Mercato. Agli occhi della folla strabocchevole il Cristiano fu descritto alto, "d'aspetto civile", riccio e rosso di capelli. Era il 23 agosto 1653: per grazia speciale del viceré morì decapitato, anziché sulla forca.

giovedì 9 maggio 2013

La Basilicata contemporanea. 3. 1900-1930


Il primo Novecento costituì un momento di passaggio fondamentale verso la modernità per la Basilicata: proprio nei primi anni del nuovo secolo, infatti, si posero le basi da cui spiccò il volo (al netto delle guerre mondiali e, in parte, del periodo fascista) la nazione. Proprio nel limitare della crisi di fine secolo, iniziarono a delinearsi nuovi assetti, in una fase politica che  tentava l’avvio dello sviluppo capitalistico e industriale del Regno.
Rispetto ad altre aree del paese, comunque, la Basilicata manteneva tratti di arretratezza, con un senso di perenne emergenza che aveva avviato un deciso impegno dell’élite politica lucana che, dall’interno delle istituzioni centrali, operò affinché si avviasse qualcosa per riscattare dalla miseria la Basilicata. Perciò, in tale direzione, tra fine Ottocento e primo Novecento, si erano moltiplicate le indagini che tentavano di inserire la realtà lucana all’interno della questione meridionale e nazionale. Gli studi più significativi del tempo furono in primo luogo, dopo l’indagine di Enrico Pani-Rossi, La Basilicata libri tre. Studi politici, amministrativi e di economia pubblica (Coi tipi di Giuseppe Civelli, Verona 1868), l’inchiesta del senatore Jacini, I risultati dell’inchiesta agraria: relazione pubblicata negli atti della Giunta per l’Inchiesta Agraria (con la Relazione Branca sulla Basilicata del 1883) e la relazione dell’ingegnere Sanjust, Relazione a Sua Ecc. il Cavaliere Giuseppe Zanardelli, Presidente del Consiglio dei Ministri sopra i provvedimenti da adottarsi a favore della Basilica. Si assistette, quindi, ad una notevole fioritura di analisi, ricerche e inchieste che, per un verso, partivano dal bisogno manifestato dalle istituzioni centrali di conoscere più approfonditamente una provincia posta ai margini dei processi di sviluppo economico, mentre dall’altro verso riconoscevano, per la Basilicata, la necessità di provvedimenti straordinari.

Le difficili condizioni del territorio e, di conseguenza, della viabilità erano l’espressione più evidente delle precarie condizioni socio-economiche della regione, determinate innanzitutto da vincoli ambientali che Giustino Fortunato aveva sempre indicato come causa primaria di una sorta di «genetica» inferiorità.
L’impervio territorio lucano, dominato in prevalenza dalla montagna e dalla collina, come detto, segnava, dunque, inevitabilmente ogni possibile ipotesi di sviluppo. La ridotta e difficile infrastrutturazione della regione è prevalentemente imputabile proprio agli ostacoli rappresentati dall’impenetrabilità del territorio: infatti, la dorsale appenninica che taglia quasi a metà la regione tra le due porzioni di occidente ed oriente demarca una sorta di barriera sostanziale tra la zona montana e quella più collinare della provincia materana, digradante progressivamente a sud-est per esitare nella piana del Metapontino.
La provincia di Potenza, al contrario del Materano (più prossimo alla realtà pugliese), rappresentava il vero punto debole della regione; fatta eccezione per l’area collinare interna e per quella del Melfese (fin nelle sue propaggini in territorio di Lavello), il paesaggio lucano, nella prima metà del Novecento, presentava tratti di estrema povertà, con modesti insediamenti abitativi isolati, dato che le barriere naturali costituite dai monti rappresentavano, in uno scenario in prevalenza spopolato, ostacoli insormontabili alle comunicazioni: sicché bene Pietro Lacava, in un suo scritto pubblicato nei primissimi anni del Novecento, aveva descritto questa condizione naturale del territorio e dei paesi che «gli uni agli altri [sono resi] estranei».
E sarebbe stato Giuseppe Zanardelli che al termine del celebre viaggio del 1902 avrebbe sintetizzato in poche battute la dura realtà lucana:

Si correva per ore ed ore senza trovare una casa, ed al desolato silenzio dei monti e delle valli succedeva il piano mortifero dove i fiumi sconfinati scacciarono le culture e, straripando, impaludarono. E vidi ad esempio il letto dell’Agri, e l’acqua vagante non avere quasi corso in quelle sterminate arene.


Proprio la fisiologia del territorio lucano, pertanto, e l’azione dell’uomo erano all’origine dello sfascio legato all’instabilità geologica e della conseguente irregolarità dei corsi d’acqua. Anni di dissennato disboscamento (che, per ragioni diverse, sarebbe andato avanti fino al secondo decennio del Novecento), avevano prodotto un innaturale assestamento dei terreni e compromesso la loro tenuta: donde la facilità, per i corsi d’acqua, di eroderne gli argini naturali e provocare inondazioni e allagamenti proprio in quelle poche porzioni di piano dove le coltivazioni potevano essere più facilmente praticate. Le esondazioni dei fiumi, inoltre, erano state e continuavano ad essere causa principale dell’impaludamento dei terreni, soprattutto nelle zone attraversate dai fiumi lucani. Per tali ragioni si sarebbero aperte varie stagioni di intervento pubblico (con la legge speciale del 1904 e con i provvedimenti del periodo fascista) per l’esecuzione dei lavori di bonifica. Nella prima metà del Novecento, infatti, per arginare i contagi malarici, si misero in atto strategie di contrasto alla diffusione della malattia che andavano dagli interventi sanitari di profilassi (mediante l’impiego del chinino) ai tentativi di risanamento e disinfestazione in prossimità dei centri abitati.
Già il consigliere provinciale Nicola Salomone aveva osservato, comunque, come il dato relativo alla popolazione riferisse dei limiti e delle povertà del territorio lucano, soprattutto riguardo alla dimensione abitativa, che in Basilicata aveva una densità dimezzata rispetto alla media delle altre regioni meridionali e di circa un terzo rispetto allo stesso dato delle province settentrionali.

Le dinamiche evolutive della popolazione lucana, in effetti, risentivano della morsa costituita dalla significativa mortalità (soprattutto infantile e i cui effetti erano in qualche misura «mitigati» dalla elevata natalità) e dall’esodo migratorio che inferse un colpo durissimo ad una già prostrata provincia del Regno: dopo aver registrato una leggera ma costante crescita dall’Unità agli anni Ottanta dell’Ottocento, l’andamento della popolazione fece registrare un trend decrescente e altrettanto progressivo che sarebbe durato fino al primo dopoguerra.
Ovviamente, le considerazioni fatte finora sono applicabili ad un quadro di sintesi riferito alla regione, mentre le due province di Potenza e Matera come anche alcune aree interne ove risultava più agevole la coltivazione e che risentivano di influssi esterni che determinavano maggiori dinamismi economici (Vulture-Meflese, piana di Lavello o della collina materana), presentavano una configurazione demografica di tipologia differente: a fronte della contrazione della popolazione dell’8% tra il 1881 e il 1931 nella provincia di Potenza, infatti, si registrò un aumento vicino al 10% nella provincia di Matera.

mercoledì 8 maggio 2013

La Basilicata contemporanea. 2. Raffaele Giura Longo, storico, politico, uomo di lettere


Nato a Matera nel 1935, Raffaele Giura Longo apparteneva ad un'antica e prestigiosa famiglia che aveva dato a Matera nei secoli molti amministratori onesti e capaci. Si laureò in Lettere e Filosofia all'Università di Bari nel 1959 e, tornato a Matera, fu prima insegnante alle scuole medie fino al 1972, per poi diventare preside degli istituti di istruzione superiore. Fin da giovanissimo fece parte del gruppo di intellettuali che diede vita alla rivista "Basilicata", e successivamente collaborò con le riviste "Questitalia", "Studi Storici", "Critica Marxista", "Rassegna Storica del Risorgimento", "Risorgimento e Mezzogiorno" (della quale fu vice-direttore e componente di redazione), "Archivio Storico Pugliese" e "Bollettino Storico della Basilicata" (della quale è stato anche direttore). Successivamente passò all'insegnamento di storia del Risorgimento all'Università di Bari, cattedra che avrebbe tenuto fino al 2005. 
In ambito accademico, fu presidente del Consorzio Universitario Materano e della Deputazione di Storia Patria per la Lucania, nella quale fu tra i primi 30 deputati fondatori, divenendone, appunto, Presidente dal 27 ottobre 2001 alla morte.
In qualità di Presidente della Deputazione, tenne più volte a sottolineare come, citando Le Goff, compito dello storico fosse quello liberare l’uomo dal proprio passato, dall'evitare di creare "stereotipi micidiali che impediscono di fatto la conoscenza storica nella sua complessità e nella sua dinamicità", affermando la necessità di una "res condenda, cioè sostanzialmente storia ancora da fare, perchè la storia è, per definizione, cambiamento".
Dopo essere stato eletto consigliere comunale di Matera nelle file del PCI, Giura Longo fu eletto prima deputato alla Camera (dal 1976 al 1983) e poi senatore (dal 1983 al 1987): fu, in tale ambito, segretario dell'ufficio di presidenza della Camera dei Deputati sotto la presidenza di Nilde Jotti, poi componente della commissione inquirente, impegnandosi con successo per la legge n. 771 sui Sassi di Matera. Proprio in tale direzione, nonostante gravi problemi di salute, si sarebbe candidato senza successo alla carica di sindaco di Matera nelle elezioni del 2007. Morì il 16 marzo 2009.
Tra le sue pubblicazioni: I beni ecclesiastici nella storia economica di Matera, Matera, Montemurro, 1961; Matera, sassi e secoli, Matera, Galleria studio, 1966; Clero e borghesia nella campagna meridionale, Matera, Basilicata, 1967; Breve storia della città di Matera, Matera, BMG, 1981; Le fonti della storia: demani e prefetti "comunisti" nella Basilicata dell'Ottocento, Matera, BMG, 1988; La Basilicata moderna e contemporanea, Napoli, Edizioni del Sole, 1992; A. VON HUMBOLDT, Saggio politico nella Nuova Spagna, a cura di R. Giura Longo e P. Rossi, Bari, Edipuglia, 1992; La Basilicata: i tempi, gli uomini, l'ambiente, a cura di F. Boenzi-R. Giura Longo, Bari, Edipuglia, 1994; Con Malaspina nei mari del Sud, a cura di R. Giura Longo e P. Rossi, Bari, Graphis, 1999; La storiografia pugliese nella seconda meta dell'Ottocento, a cura di R. Giura Longo e G. De Gennaro, Bari, Levante, 2002.

martedì 7 maggio 2013

La Basilicata contemporanea. 1. Giustino Fortunato, padre nobile della politica lucana


Giustino Fortunato nacque il 4 settembre 1848 a Rionero in Vulture (Potenza) da Pasquale e Antonia Rapolla, in una famiglia caratterizzata da solida lealtà alla dinastia borbonica.
Frequentò un convitto di gesuiti a Napoli fino al 1860, quando venne ricondotto a Rionero, ove si provvide privatamente alla sua istruzione. Nel 1861, mentre infuriava la rivolta filoborbonica, che ebbe il suo centro proprio nel Melfese, due zii paterni, Gennaro e Giuseppe, furono arrestati con l'accusa di cospirazione contro il nuovo Regno e di intese con i capi briganti. In seguito fu arrestato anche il padre del Fortunato, per oltraggio all'ufficiale che aveva eseguito i mandati di cattura. Da questa accusa i Fortunato furono assolti per insufficienza di prove nell'agosto 1862.
Nell'autunno del 1862 tornò a Napoli, insieme con il fratello Ernesto, per studiare nel collegio degli scolopi di S. Carlo alle Mortelle. Uscito dal collegio nel 1865, visse con la famiglia a Napoli; conseguita la licenza si iscrisse, insieme col fratello, alla facoltà di legge dell'università cittadina, dove si laureò nel dicembre del 1869. Non mostrò, però, particolare passione per gli studi giuridici, preferendo quelli storici. Seguì anche i corsi di Settembrini, di cui divenne intrinseco.
Dopo la laurea il Fortunato era ancora incerto sul suo avvenire. Attratto dall'arte, avrebbe voluto seguire i corsi dell'Accademia diretta da G. Morelli, ma i familiari non gliene diedero il permesso. Intraprese allora lo studio del tedesco, in sintonia con la cultura napoletana della seconda metà dell'Ottocento; ma sempre più urgente si faceva in lui l'interrogativo, di natura morale e politica, circa l'inferiorità del Mezzogiorno. Il desiderio di chiarire questo "primo enimma" (Carteggio, II, p. 271), lo portò a diverse e complementari esperienze attraverso le quali doveva maturare la sua visione definitiva del problema.
Nel 1872 venne fondata a Napoli la sezione del Club alpino italiano. Qui, sotto la guida del professor N.A. Pedicino, botanico, e ancor più del suo assistente A. Jatta, il Fortunato cominciò ad acquisire cognizioni precise sulle terre meridionali.
Dal 1872 al 1876 seguì all'università i corsi di letteratura di F. De Sanctis di cui assorbì profondamente l'insegnamento e da cui trasse la convinzione della pochezza della storia d'Italia: un paese privo di grandi tradizioni politiche e civili, il cui emblema era il letterato attento solo ai suoi interessi, l'uomo del Guicciardini. Nel 1872, dopo due anni di pratica legale, il fratello Ernesto decise di dedicarsi alla conduzione e all'amministrazione delle terre. Dal gennaio 1873 si trasferì a Gaudiano per rimettere ordine nelle proprietà dissestate e riuscì a trasformarle in un'azienda modello, assicurando con il suo lavoro il sostentamento a tutta la famiglia.
Rispetto a tale scelta il Fortunato si sentì chiamato a cercare una propria strada; in quel periodo cominciò a collaborare in maniera sempre più assidua a giornali moderati quali La Patria e l'Unità nazionale. Nel 1873 vinse il concorso per il ruolo dei funzionari di prefettura cui, però, rinunciò; a Napoli, sempre più assorbito dall'attività giornalistica, fu in contatto costante con P. Turiello, con cui instaurò un rapporto di grande amicizia; su sollecitazione di questo tradusse, nel 1873, la parte del Viaggio in Italia di Goethe relativa a Napoli, pubblicandola nella primavera successiva come "appendice" sull'Unità nazionale. Dal Turiello mutuò anche un maggior interesse e una più precisa conoscenza dei problemi locali, dalla situazione igienico-edilizia di Napoli alle convenzioni ferroviarie, dall'emigrazione agli istituti di previdenza.
Nel 1874 il Fortunato pubblicò Ricordi di Napoli (Milano; rist. Napoli 1987), una raccolta di brevi scritti composti negli anni precedenti, a partire dal 1870, caratterizzati da una descrizione artistica e paesaggistica d'ispirazione goethiana nella contemplazione unitaria dei fenomeni naturali e artistici.
L'esperienza giornalistica, intanto, gli aveva aperto una nuova strada. Il 6 febbraio 1874 aveva pubblicato su l'Unità nazionale un lungo articolo sulla nuova banca di credito popolare di Rionero: una forma societaria utile per introdurre il credito in regioni devastate dall'usura, consentendo la formazione di capitali. In un successivo editoriale del 27 febbraio il giornale fece propria la tesi dell'articolo e il 2 marzo, alla riunione dell'Associazione unitaria meridionale, fu insediata una commissione incaricata di studiare il problema e proporre le migliori soluzioni. Membro della commissione e poi relatore fu il Fortunato, la cui relazione - un'autentica monografia - venne pubblicata con il titolo: Delle società cooperative di credito (Napoli 1875; 2ª ed., Milano 1877).
Nell'estate del 1875 lesse - e discusse a lungo col Turiello - il libro a doppia firma di L. Franchetti, Condizioni economiche ed amministrative delle provincie napoletane, e S. Sonnino, La mezzeria in Toscana (Firenze 1875); pochi anni dopo (ibid. 1878) comparvero Le lettere meridionali di P. Villari. Queste pubblicazioni diedero al Fortunato l'impressione di esser partecipe di una corrente d'opinione in cui anche altri indirizzavano in senso analogo al suo la loro riflessione. A partire dal 1878, su indicazione del Villari, divenne corrispondente della Rassegna settimanale di S. Sonnino e L. Franchetti, pubblicandovi un insieme di contributi critici che denotano la sua accresciuta capacità di analisi sociale e politica.
La candidatura alle elezioni del maggio 1880 fu lo sbocco quasi inevitabile di questa lunga stagione di studi e di indagini. Il Fortunato - appoggiato soprattutto a Rionero che lo votò compatta, ma riuscendo a far breccia anche nel resto del collegio - risultò eletto. Come farà fino al 1892, non si presentò nel collegio durante la campagna elettorale, ma espose le sue idee in una lettera-appello agli elettori.
In Parlamento il Fortunato si riconobbe, all'inizio, nel piccolo gruppo dei cosiddetti "rassegnati". Nonostante la giovane età, l'ampia conoscenza dei problemi gli consentì di intervenire da subito con autorevolezza in materia di Monti frumentari e di demani. La necessità di sintesi, legata al ritmo della vita politica, lo portò, inoltre, a precisare i motivi ispiratori del suo impegno, e a riassumere e definire con chiarezza la sua impostazione del problema meridionale.
Il primo intervento del Fortunato su di un argomento di politica generale si ebbe nel marzo del 1881, in occasione della discussione sulla nuova legge elettorale, quando prese posizione contro lo scrutinio di lista. Il F. si mosse anche in favore delle richieste del suo collegio: dall'aggregazione del casale di Sterpito al Comune di Avagliano alla delimitazione dei Comuni di Rionero e Avella, dal riconoscimento dell'istituto tecnico di Melfi alla strada rotabile del Vulture, alla ferrovia ofantina, iniziativa che lo tenne impegnato fino al 1897.
Il F. acquistò presto reputazione di deputato scrupoloso e autorevole, dotato di indipendenza di giudizio, un aspetto, questo, che si sarebbe accentuato con il passar del tempo. Nello stesso periodo strinse numerose amicizie, divenendo intrinseco di un gruppo di deputati genovesi, fra cui N. Mameli, nonché intimo di F. Martini, cui sottoponeva il testo dei suoi discorsi, e abituale frequentatore del suo salotto.
Se il F. appoggiò A. Depretis, pur non condividendo la decisione di chiudere anticipatamente la legislatura nel 1886, al momento del varo del governo Crispi non ne sostenne, come Sonnino e Franchetti, la politica. La sua opposizione riguardò le garanzie liberali non meno della politica economica. Anzitutto espresse contrarietà al dazio sul grano, una presa di posizione liberoscambista che non attenuava il suo statalismo. Contemporaneamente si affacciavano nel F. preoccupazioni sull'assetto finanziario dello Stato, che resteranno poi sempre al centro della sua attenzione.
Avvicinatosi a G. Zanardelli, di cui condivise le scelte politiche di fondo e a cui rimase legato, il F. risultò, però, sempre più isolato nell'arena parlamentare. All'indipendenza di giudizio manifestata in ogni occasione e all'atteggiamento al tempo stesso schivo e anticonformista si aggiungeva il rifiuto, pur se più volte sollecitato, di entrare in un ministero. L'unico incarico che ebbe fu quello di segretario alla presidenza della Camera dal 1886 al 1897.
L'attività parlamentare, per quanto intensa, non era esaustiva degli impegni del F. e, anzi, si alimentava in un ampio retroterra civile e sociale. Accanto all'impegno per il collegio, indirizzato a ricondurre a richieste di carattere generale le sollecitazioni minute, il F. tenne nei confronti dei suoi elettori un atteggiamento sempre attento e sollecito. La sua casa napoletana di via Vittoria Colonna era aperta ai visitatori, e i comprovinciali vi trovavano mensa ospitale; il suo salotto era un luogo di incontro vivace.
Il centro morale e spirituale della sua attività, comunque, restava sempre Gaudiano, dove si recava tutte le volte che poteva. L'azienda familiare, guidata dal fratello, era per il F. anche un modello economico e sociale. Molte delle sue idee, richieste e proposte politiche traevano origine dall'osservazione dell'esperienza di Gaudiano. 
Nonostante la situazione di isolamento il F. non dismise l'impegno su temi specifici. Nel 1901, su invito del ministro dell'Agricoltura, preparò un disegno di legge per la risoluzione della questione demaniale. Il progetto - che non ebbe seguito - riprendeva la posizione espressa venti anni prima sulla Rassegna.
In occasione della discussione parlamentare sulla malaria del luglio 1898 tornò a caldeggiare questa richiesta; di lì a poco, il 14 luglio, nasceva a Roma, promotori il Franchetti e il F., la Società per gli studi della malaria. Nella lotta, che portò all'approvazione di una prima legge sul chinino di Stato il 23 dic. 1900, il F. - che tenne anche per due periodi la presidenza dell'associazione - fu in prima linea e si prodigò anche in seguito per ottenere che le leggi sulla malaria fossero adeguatamente applicate.
Quando, dal febbraio del 1901 ai primi di novembre del 1903, lo Zanardelli assunse la presidenza del Consiglio, il F. tornò, dopo molti anni, a votare a favore del ministero.
Su sua sollecitazione il presidente del Consiglio venne in visita ufficiale in Basilicata; tuttavia il F. non condivise la successiva legge speciale a favore della regione in quanto contrastava con la politica di risparmio e di riduzione, o di non aumento, delle tasse che aveva sempre sostenuto. La legge speciale e l'interesse a essa mostrato nella provincia contribuirono, poi, a rendere meno salda la fiducia nel collegio e nel suo esserne adeguato rappresentante che sempre avevano accompagnato la sua attività politica. Nel 1903 la sopravvenuta scomparsa di Zanardelli lo privava, inoltre, del principale referente politico. Benché si fosse infine convinto a porre nuovamente la sua candidatura alle elezioni sopraggiunte all'improvviso, precisò che quella sarebbe stata la sua ultima legislatura.
Tale condizione psicologica di distacco si riverberò anche nell'attività parlamentare, che lo vide meno presente del consueto. In questo periodo, però, produsse due scritti che costituirono un notevole sforzo di riflessione e di sistemazione delle proprie idee.
Nello scritto con cui il F. si congedava dagli elettori nel 1909 (I servizi pubblici e la XXII legislatura: lettera agli amici del collegio di Melfi, Roma) il punto di partenza era, come sempre, la debolezza strutturale dell'edificio unitario che bisognava rafforzare.
Per questo occorreva il suffragio universale, con l'ammissione alle urne anche dei contadini. Un elemento nuovo era costituito dalla preoccupazione per la sindacalizzazione estesa anche ai dipendenti dei servizi pubblici. Qui il F. faceva propria l'analisi di G. Mosca sul pericolo di un feudalesimo funzionale che avrebbe portato a una segmentazione della società in tanti corpi autonomi e non più governabili. In più aggiungeva un giudizio critico sui risultati del socialismo, passato a difendere la piccola borghesia impiegatizia.
Ribadita l'avversione alle leggi speciali e agli ampi lavori pubblici come all'affidamento di nuovi compiti allo Stato, il F. proponeva una politica che favorisse il risparmio e l'aumento della ricchezza (Il Mezzogiorno…, p. 635).
Prima delle elezioni, nell'aprile del 1909, il F. venne nominato senatore per la 3ª categoria ("deputati per tre legislature").
Nei lunghi anni della deputazione, come anche in quelli dell'apprendistato giornalistico e politico, il F. non aveva dismesso i giovanili interessi per gli studi storici. Nel 1875 era stato tra i fondatori della Società napoletana di storia patria. Successivamente, come deputato, era stato membro del Consiglio per gli archivi dal 1893 al 1904. Ma, soprattutto, sempre aveva seguitato a frequentare biblioteche e archivi, a raccogliere notizie e a copiare documenti su argomenti relativi alla storia dell'Italia meridionale. 
La riflessione e il ripensamento seguiti all'abbandono della politica attiva non segnarono però una stasi nella sua attività. Nel suo salotto di Napoli la discussione rimase sempre viva e da essa venivano nuovi stimoli, inoltre poté dedicarsi più liberamente alla corrispondenza privata che costituì un suo particolare modo di azione e di presenza politica e civile.
Sollecitato dagli amici, il F. si convinse a raccogliere e ristampare i suoi principali discorsi politici, destinando il ricavato all'ANIMI (Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d'Italia), creata nel 1910, di cui fu socio fondatore e presidente onorario dal 1918 fino alla morte. L'opera recava il titolo, suggerito dal Croce, Il Mezzogiorno e lo Stato italiano (Bari 1911; 2ª ed., Firenze 1925). Questa raccolta segnò la consacrazione della fama del F., in quanto consentì a una nuova generazione di pubblicisti e di studiosi di conoscere il suo contributo politico e intellettuale.
In quel periodo il F. entrò in contatto con G. Salvemini, di cui apprezzava gli articoli pubblicati su La Voce. Egli sperò di poter diffondere grazie a questa rivista le sue idee sul problema meridionale. Quando si accorse che all'interno della Voceprevaleva un diverso orientamento, accolse con entusiasmo la proposta di un nuovo settimanale. Nell'ottobre del 1911, Salvemini, presenti anche G. Luzzato e G. Petraglione, concordò con il F. il nome della nuova testata e il sottotitolo: L'Unità. Problemi della vita italiana.
Questa nuova stagione politica del F. doveva però interrompersi bruscamente di lì a non molto per un sommarsi di motivi personali prima e di ragioni politiche poi. Nel 1913 morì repentinamente, e senza lasciare eredi maschi, il fratello Luigi, unico a essersi sposato, secondo il costume familiare. Nell'estate si ammalò a un occhio Ernesto, che lasciò Gaudiano per potersi curare a Napoli.
L'anno successivo, allo scoppio della prima guerra mondiale, il F. si schierò sul fronte neutralista. Sostenne il giornale promosso dal Croce, Italia nostra, e manifestò più volte la sua solidarietà a G. Giolitti. Una posizione che lo portò in conflitto con l'interventismo democratico del Salvemini. 
Intimamente, però, si sentiva inquieto e preoccupato. Gli anni di guerra furono anni di ripiegamento interiore e di tristezza, appena attenuata dall'operosità consueta. Sul piano privato il decorso della malattia del fratello si faceva sempre più penoso. E anche la salute del F. peggiorava e i suoi vari malanni si cronicizzavano. Sul piano politico la guerra segnava la fine di quell'esperimento di chiarificazione e di educazione politica che per lui era l'aspetto più interessante e valido dell'Unità.
Terminata la guerra il F. tornò a difendere la sua impostazione dei problemi meridionali. Nel corso del 1919 si batté contro l'istituzione dei consorzi antianofelici, ribadendo la necessità, per debellare la malaria, di diffondere l'uso del chinino anche a scopo preventivo, permettendone la vendita anche nelle rivendite delle privative di Stato.
Nel 1910 aveva perso l'uso dell'occhio sinistro e l'altro si sarebbe indebolito progressivamente. Dal 1919 non si mosse più da Napoli e dovette disertare le sedute del Senato.
Il 6 dic. 1921 morì il fratello Ernesto. Questo significò il doversi addossare la responsabilità totale dell'amministrazione dell'azienda, già dissestata e aggravata dalle onerose tasse di successione e dalla necessità di dotare le numerose nipoti.
In questi anni difficili il maggior conforto gli venne dalla corrispondenza e dalle conversazioni con gli amici. Lettore attento e appassionato fino all'ultimo, il F. entrò in contatto con numerosi esponenti della nuova generazione e poi oppositori del fascismo. Fra gli altri e più noti vale la pena di ricordare P. Gobetti, N. Rosselli, G. Dorso, M. Rossi Doria. Con Salvemini i rapporti rimasero affettuosi, ma le divergenze temperamentali, più che i dissensi di opinione, non consentirono la ripresa di una collaborazione. Si legò particolarmente a G. Ansaldo e a U. Zanotti Bianco, animatore dell'ANIMI, il quale lo convinse a ristampare i suoi scritti nella collezione meridionale da lui diretta per l'editore Vallecchi.
A questa cupa visione portò un raggio di luce la Storia d'Italia dal 1871 al 1915 del Croce che suscitò il suo entusiasmo. Un atteggiamento logico se si riflette che quell'opera, in cui il Croce rifaceva la storia d'Italia dopo l'Unità, si avvicinava alla concezione della storia come strumento di educazione civile che il F. aveva sempre sostenuto. Inoltre, il libro valorizzava le conquiste del cinquantennio liberale, che il F. considerò sempre la sola parte degna della storia italiana.
Un altro momento di soddisfazione fu l'approvazione, nel 1927, della legge sui demani, che accoglieva in gran parte le tesi che aveva propugnato da quasi un cinquantennio.
In genere, però, furono anni tristi e affannosi. Ai problemi amministrativi e ai malanni fisici si aggiunse il dolore per la scomparsa del nipote prediletto, Alberto Viggiani, suicidatosi nel 1928. Ma, nonostante tutto, il F. continuò a lavorare. Oltre alla fitta corrispondenza pubblicò numerosi opuscoli su vari argomenti (demani, occupazione coattiva e poi bonifica integrale dei pascoli di Gaudiano, ristampa delle recensioni ai suoi studi di storia medievale).
Nel novembre 1931 le sue condizioni si aggravarono e andarono poi man mano peggiorando. Morì a Napoli il 23 luglio 1932.


lunedì 6 maggio 2013

Risorgimento lucano. 7. Giacomo Racioppi, lo storico dei popoli di Lucania e Basilicata


Giacomo Racioppi nacque il 21 maggio 1827 a Moliterno da Francesco (insegnante di materie giuridiche e giudice di pace, che, in quanto liberale e carbonaro, aveva avuto una parte importante nei moti del 1820) e da Anna Teresa Padula. In tenera età Giacomo continuò la sua istruzione  sotto la guida di uno zio, l’abate Antonio Racioppi , con lui si trasferì prima a Cirigliano poi a Spinoso e infine a Napoli dove orientò i suoi interessi verso gli studi umanistici, coltivando al tempo stesso sentimenti liberali.

Nel 1845 il padre, che nel 1842 era stato sindaco di Moliterno e nel 1843 consigliere distrettuale, morì lasciando una situazione economica familiare molto critica di cui il figlio Giacomo dovette farsene carico. Come da tradizione familiare, Racioppi fu sempre antiborbonico; non partecipò direttamente ai moti del 1848 ma, il 22 febbraio del 1849 venne arrestato perché nel suo domicilio,  tra i vari documenti, venne trovata qualche copia della famosa Protesta di Luigi Settembrini contro i Borbone. Il caso venne discusso dal Consiglio di Guerra nel 1851: Racioppi fu rinchiuso a Napoli nelle carceri di Santa Maria Apparente dove, accanto ai delinquenti comuni, ritrovò altri detenuti politici come Antonio Scialoja, Luigi Settembrini, Michele Pironti, Francesco Trinchera e Giuseppe Vacca. Nel luglio del 1852 fu trasferito alle carceri  centrali di Potenza, il 7 giugno 1853 fu rilasciato, iscritto nel registro degli attendibili politici e obbligato al domicilio coatto a Moliterno dove visse fino al 1860. Nel comune nativo Racioppi riprese i suoi studi di storia ed economia e sposò Vincenzina Gilberti, da cui in seguito ebbe tre figli.

Nell'agosto del 1860 fu nominato Direttore dell’Amministrazione provinciale e municipale-affari demaniali (4 Ufficio) del Governo Prodittatoriale di Basilicata, istituito il 18, e si occupò in maniera capillare, con circolari e dispacci, dei demani e delle amministrazioni comunali.
Racioppi fu, inoltre, dopo la nomina di Giacinto Albini a governatore di Basilicata (5 settembre), nominato segretario della provincia. Presentatosi come candidato al parlamento in tre collegi (Lagonegro, Tricarico e Chiaromonte) perse nel primo, ma vinse negli altri due; tuttavia rinunciò al seggio, dovendo, per incompatibilità, scegliere tra l'elezione e l'incarico di segretario. L'8 settembre 1860 divenne consigliere della prefettura di Potenza e in questa veste si trovò, a partire dal 23 dicembre, alla guida della Basilicata fino al 28 aprile 1861 quando venne nominato governatore il piemontese Giulio De Rolland. De Rolland ebbe seri dubbi sull'operato di Racioppi, sospettando presunte omertà e ambiguità sugli eventi relativi al brigantaggio, oltre ad un'eventuale connivenza con il brigante Carmine Crocco. Racioppi, comunque, si dimise dall'amministrazione prefettizia ritirandosi a vita privata e vivendo nel suo paese natale fino al 1874. Nel 1867 a Napoli uscì la sua Storia dei moti di Basilicata e delle province contermine nel 1860 dedicata al comune di Corleto Perticara. Nel 1874 fu nominato direttore della Statistica al Ministero dell'agricoltura e si dedicò a completare la monumentale Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, pubblicata nel 1889 ed elogiata dallo stesso Benedetto Croce; successivamente fu reggente del Banco di Napoli (fino al 1896), in seguito consigliere di Stato e, infine, senatore nel 1905. Si spense tre anni dopo.
Tra le sue opere: Sui tremuoti di Basilicata nel dicembre 1857. Memoria, Napoli, Stab. Tipografico della Gazzetta dei Tribunali, 1858; La spedizione di Carlo Pisacane a Sapri. Con documenti inediti, Napoli, Giuseppe Marghieri, 1863; Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermine nel 1860, Napoli, Tipografia di Achille Morelli, 1867; Antonio Genovesi, Napoli, A. Morano, 1871; Storia della denominazione di Basilicata  per Homunculus, Roma, Tipografia Barbera, 1871; Paralipomeni della storia della denominazione di Basilicata  per Homunculus, Roma, Tipografia Barbera, 1875; Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata,  Roma, E. Loescher e C. , 1889.


Orazio. 7. L'ode a Virgilio tradotta da Cesare Pavese

( Carmina , IV 12) Già i venti di Tracia compagni della primavera, e mitigatori del mare, spingono innanzi le vele, già il gelo è sparito da...