giovedì 18 aprile 2013

Materiali didattici. 4. Descrizione generale della provincia di Basilicata e del suo capoluogo (1736)


//1r// La Provincia di Basilicata è una delle più spaziose del Regno. Da Settentrione confina con quella parte della Capitanata che dagli Antichi fu chiamata Iapigia e Messapia ed ora dalla Città di Otranto ha preso il nome di Terra di Otranto. Si stende poi verso mezzo giorno in un lunghissimo tratto terminando nel Mar Tirreno ed in quella parte della Calabria che chiamasi Brutii. Da Levante è bagnata dal mar Ionio. Da Ponente termina con quel tratto di Puglia che dicesi Peucezia. Contiene sotto di sé molte Città, Terre, Castelli e Villaggi. Il paese è quasi tutto montuoso, contenendo spesso fiumi, e però si rende poco praticabile in tempo d’inverno; è abbondante di vini, biade e di armenti. Vi sono delle buone cacce di caprii, cervi ed altre fiere selvagge. Detta provincia viene divisa in quattro  ripartimenti denominati il primo di Tursi, il secondo di Maratea, il terzo di Tricarico e il quarto di Melfi. La Città che da il nome alla Provincia è Matera, della quale, come anche dell’altre, qui appresso se ne descrive qualche particolarità.
Questa città di Matera si gloria di essere dagli scrittori numerata tra le cospicue ed antiche Città del Regno imperocchè se questi non accordano dalla sua prima origine, convergono però in dire che fosse stata edificata dai Greci, e poi ridotta sotto il dominio degli antichi Romani; Soffri da tempo in tempo varie fortune secondo le diverse mutazioni dei dominii, or sotto l’imperadori Orientali, or sotto i Longobardi, Normanni,Aragonesi e Serenissimi Re di Spagna. Cominciò a rendersi più illustre e populata nel decimo secolo, quando unita colla Chiesa Arcivescovile d’ Acerenza e residendo sempre in essa gli Arcivescovi si accrebbe in un modo meraviglioso.
E’ situata sopra un alto colle con due valli all’intorno tutte abitate onde avviene che l’aere non sia tutto eguale, sebene si esperimenta comodo per gli abitanti per essere tem- //1v// perato. E’ circondata alla parte di mezzo giorno da Monti e Valli, mentre per quella parte si stende quasi tutta la provincia di Basilicata:quattro miglia distante vi scorre il fiume Canapro volgarmente detto il Bradano. Da Ponente vi sono numerosissimi vigneti, oliveti,e spaziose campagne seminatorie con casini.Da Settentrione vi è la pianura della Puglia, onde avviene che detta Città abondi di copiosi e buon vini, di oglio, latticini e più di tutti di grano, venendo per tal effetto denominata il granaio della Puglia.
Tiene a vista di essa sopra una collinetta un Castello di fabbrica antica, consistente in tre torrioni con picciole stanze al di dentro e di fuora con baloardi, fossate e strade sotterranee delle quali appena presentemente se ne veggono le vestiggia, essendo state disperse dal tempo.
In detta Città vi dimorò Ferdinando primo Re di Napoli per molti mesi in tempo della guerra  di Otranto con i Turchi e promulgò ivi la Prammatica prima de Blasphemantibus colla data in Civitate Matherae 21 Aprilis 1481 Regnum Nostrum anno 24 con la sottoscrizione Rex Ferdinandus.
Viene abitata da quattordecimila anime in circa,gente per lo più impiegata alla coltura della campagna e all’industria d’ogni sorta d’animali porgendole tal comodo uno spazioso territorio che possiede di quaranta miglia, e forse più di circuito
Il popolo si divide in Nobili e Plebei, vivendo i primi colle di loro industrie di campi e masserie e fra ‘ Nobili vi è la Famiglia de Malvini de’ Duchi di Candida, de’ quali molti son passati all’Abito di Malta.
L’università predetta tiene di rendite da docati sedicimila ricavando la maggior parte dalla Gabella della farina, che si paga alla Raggiore dei carlini cinque il tomolo; all’in- //2r// contro tiene di peso annui docati 2269 e grana 32 e ne corrisponde alla Regia corte docati 8513 e grana 40 a beneficio dell’Illustre marchese De Cos Balvases Patrone di Genova ed il rimanente dell’introito universale di sopra descitto,
dedottene le spese forzose, si divide fra creditori instrumentarii. Viene governata da un Sindico e sei Eletti, dovendo detto Sindico essere alternativamente un anno della Piazza de’ Nobili, e l’altro di quella del Popolo regolandosi colli loro Statuti, seu Capitoli per l’amministrazione suddetta congregandosi per tal effetto in un pubblico Sedile con cancellata adorno di mediocri lavori e statue.
Nel miglior luogo e più frequentato di detta città vi è il palazzo ove si raduna il tribunale collegiato della Regia Udienza di Basilicata colle carceri e Cammeroni, residendovi in esso un Preside, tre Uditori e l’Avvocato Fiscale che amministrano Giustizia a tutta la Provincia colla provvisione di  ducati  cinquanta il mese a detto Preside e di docati venticinque per ciascheduni di detti Ministri che si sodisfa loro dal Regio Percettore Provinciale.
Vi è la Corte Regia composta da un Governatore ed un Giudice colla provvisione al primo di docati dieci il mese,ol Tre di altri lucri certi,ed al secondo di docati sei che li Vengono attribuiti dall’Università. Vi è similmente il l’Arcivescovo D.Alfonso Mariconda della Congregazione Cassinese, il di cui Arcivescovado è unito alla Chiesa dell’Acerenza e vien composto oltre delle suddite te due Città da 24 altri luoghi che son la Terza,Ginosa, Montescaglioso, Bernalda,Pisticci, Ferrandina, Pomarico, Miglionico, Grottole, Oppido, Pietragalla, Cancellara, Vaglio, Brindisi,
Anzi, Calvello, Laurenzana Pietrapertosa, Castelmezzano, Trivigno, Tolve, Santo Chirico, Genzano e Palazzo, tenendo per suoi Suffraganei cinque Vescovi, cioè di Gravina, Venosa, Potenza, //f.2v// Tricarico e Tursi. Detto Arcivescovado sebbene intitolato del le due Diocesi di Matera ed Acerenza, tutta volta risiede con tenuamente in Matera avendo di rendite che ricava cosi da Tutti i sopraccennati luoghi, come dalle decime,strena, visita ed altro da docati quattromila incirca, essendovi bensì imposta la pensione di docati 1285 annui. Il Re  nostro signore 
ha il jus di nominare all’Arcivescovo suddetto in tempo di sede vacante in vigore di concessione fatta da Leone VII alla Maestà dell’Imperador Carlo V.
Tutto il clero fra sacerdoti ed altri chierici ascende al numero di quattrocento, dei quali la maggior parte è aggregata ad uno de quattro  capitoli che vi sono in detta città .Il primo è quello della chiesa Cattedrale dedicata alla Vergine della Visitazione di esquisita architettura gotica a tre navi; il Collegio dei Canonici e Dignità ascende al numero di trentatrè, tenendo l’Indulto Apostolico di portare le cappe e Rocchietti, oltre altri cinquantadue preti che si dicono partecipanti, tenendo di rendita annuale, che ricava  dai fitti di stabili, annue Entrate, censi ed altro, dedottine   tutti li pesi da docati incirca 3360, esigendo  altresì in ogn’anno da suoi territorii da 700 tomola di vettovaglie quali similmente si distribuiscono agli sopradetti Partecipanti, col peso di officiare quotidianamente avendo di più il Mentovado Collegio di 3 dignità, e trenta canonici alcune messe assignate e da docati nove per cadauno per distribuzio ne quotidiana o sia prebenda. Il secondo è quello della parrocchial Chiesa  di S. Pietro Caveoso celebrando in ogni giorno li divini officii a somiglianza della Cattedrale, facendo il suo Superiore, che chiama si l’Arcipèrete  con 28 partecipanti ed ha di rendita che ricavava fitti di case e vigne,censi e da docati 900 circa, oltre al tomolo di 300 di grano. Il terzo è quello di San Pietro Barisano, 4 partecipanti sono 19 ed ha di rendita da docati 830 circa che percepisce da fitti di case, annui, oltre di tomolo 30 di grano.
Il quarto detto di S. Giovanni Battista con 72 partecipanti e tiene di rendita docati 350. Vi sono sei conventi di regolari,il primo dei P.P. Francescani,che tiene la famiglia di 50 e più frati avendo di rendita che si ricava da fitti e censi di ducati 2000, oltre di altri docati 2000 circa che ricava dall’industrie di masserie di campo, pecore e vacche. 
Il secondo dei Pii domenicani ha di rendita certa ducati 7000 oltre di quella che ricava dall’industrie di vigne. Il terzo è dei p.p. Agostiniani e tiene  rendita eguale ai Domenicani. Ci sono poi li P.P. Reformati, P.P. Cappuccini ed un piccolo ospedale de p.p. di s. Giovanni di Dio.
Vi sono tre monasteri di clausura di donne: il primo di S. Lucia ed Agata con 70 monache ed ha di rendita da docati 2000 che ricava da vari stabili che possiede. 
Il secondo sotto il titolo della Santissima Annunziata contiene oltre 62 monache ed  ha di rendita da docati 2000. Il terzo di S. Chiara con 60 religiose ha di rendita docati 600 che ricava da censi e fitti. In territorio della stessa città vi è la commenda di Malta detta di S. Maria di Viggiano con la rendita di docati 1200 l’anno.

FONTE: descrizzione della provincia di basilicata fatta Per ordine di Sua Maestà, che Dio Guardi, da Don rodrigo maria gaudioso Avvocato Fiscale Proprietario della Regia Udienza di detta Provincia, in BIBLIOTECA NAZIONALE DI NAPOLI, Manoscritti, xiv-ii-39, ff. 1r-3v.


Risorgimento lucano. 4. Pietro Lacava tra rivoluzioni e Stato unitario


Pietro Lacava nacque a Corleto Perticara, in Basilicata, il 21 ottobre 1835 da Giuseppe Domenico e da Brigida Francolino. Il padre era un avvocato di idee liberali, che ebbe una parte di rilievo nel moto rivoluzionario della Basilicata del 1848 e poi nella rivoluzione del 1860.
Il Lacava seguì le orme del padre: si laureò in giurisprudenza a Napoli, dove ebbe fra i suoi maestri il penalista E. Pessina, e qui entrò presto in contatto con gli ambienti patriottici. Nel 1857 fu, con G. Albini e G. Lazzaro, fra i fondatori del Comitato dell'ordine, che aveva come programma l'unità italiana con la monarchia sabauda. In veste di segretario del Comitato organizzò l'importante dimostrazione degli studenti universitari del 6 apr. 1860 e nei mesi seguenti, dopo l'avvio della spedizione dei Mille, fu tra gli artefici dell'insurrezione della Basilicata. Assunse poi la carica di segretario del governo prodittatoriale che si costituì a Potenza nell'agosto 1860 e il 7 settembre entrò a Napoli al fianco di Garibaldi.
Dopo la costituzione del Regno d'Italia iniziò la carriera nei ranghi delle pubbliche istituzioni: sottogovernatore di Melfi, successivamente consigliere di prefettura a Pavia, poi sottoprefetto a Palmi e Rossano. Ma la carriera si arrestò nel dicembre 1867, quando il Lacava, all'epoca questore di Napoli, arruolò segretamente volontari per l'impresa di Mentana, fornendo loro armi della pubblica sicurezza. Dimessosi, decise di dedicarsi alla vita politica e già nelle elezioni suppletive del 5 apr. 1868 fu eletto deputato nel collegio di Corleto Perticara, che rappresentò ininterrottamente alla Camera fino alla morte. Dal 1870 al 1876 fu inoltre presidente del Consiglio provinciale di Potenza.
In Parlamento sedette a sinistra e nel 1874 fu tra i firmatari del manifesto della Sinistra giovane, un documento col quale diversi esponenti dello schieramento progressista, per lo più di provenienza meridionale e non pregiudizialmente avversi ad accordi con la Destra, tentarono di dar voce a istanze più moderate e pragmatiche. Nel 1876, con l'avvento al potere della Sinistra, fu chiamato a ricoprire l'incarico di segretario generale del ministero dell'Interno, che resse fino al dicembre 1877. In tale veste coadiuvò il ministro Nicotera nella gestione delle elezioni del novembre 1876, che segnarono il pieno successo dei candidati della maggioranza. Vicino ad Agostino Depretis, che nel dicembre 1878 lo nominò segretario generale del ministero dei Lavori pubblici, nel luglio 1879 non esitò tuttavia a orientare contro di lui (nella fattispecie contro gli emendamenti governativi alla legge che aboliva la tassa sul macinato) il voto della deputazione lucana, contribuendo alla caduta del suo terzo governo.
Nel 1880 fece parte della commissione parlamentare incaricata di esaminare il progetto di legge di riforma elettorale, che fu approvato nel 1882. Il Lacava si batté per un ampio allargamento del suffragio, che individuasse nel saper leggere e scrivere il criterio fondamentale per acquisire l'elettorato attivo, e per l'introduzione dello scrutinio di lista. Riteneva infatti che tale dispositivo, combinato con l'estensione delle circoscrizioni elettorali, avrebbe favorito la nascita di due moderni partiti e di una rappresentanza autenticamente nazionale, svincolata dai campanilismi e dai clientelismi del sistema uninominale. Su questi temi pubblicò alcuni saggi (Sulla riforma della legge elettorale, Napoli 1881; Sulla rappresentanza delle minoranze, Roma 1882), che ebbero una certa risonanza.
Nel maggio 1881, nella crisi seguita alla caduta del governo Cairoli, fu tra i deputati della Sinistra che si dichiararono disposti a sostenere una nuova compagine ministeriale guidata da Q. Sella, capo della Destra. L'iniziativa, che non andò in porto, dimostrò la sua propensione a un accordo fra le varie anime dello schieramento liberale, che si concretizzò l'anno seguente con il varo del trasformismo. Inizialmente vicino a Depretis, si spostò poi sulle posizioni della Sinistra dissidente di cui condivise alcune scelte fondamentali: nel 1885 votò, insieme con Francesco Crispi, contro la legge sulla perequazione fondiaria, che giudicava fosse a esclusivo vantaggio dei grossi proprietari settentrionali e assai dannosa per i contadini del Mezzogiorno d’Italia. Dopo essersi espresso a favore delle convenzioni ferroviarie del 1885, nel marzo 1886 votò la sfiducia a Depretis sulla questione finanziaria.
Nel marzo 1889 Crispi, cui lo legava anche la comune adesione al Grande Oriente d'Italia, lo chiamò alla guida del nuovo ministero delle Poste e Telegrafi, che fu istituito trasferendovi i servizi delle due direzioni generali che erano state fino ad allora alle dipendenze del ministero dei Lavori pubblici. Il Lacava mantenne questa carica fino al febbraio 1891, quando la formazione del governo Rudinì lo vide rientrare nelle file dell'opposizione. Fu di nuovo ministro nel primo governo Giolitti, dal maggio 1892 al dicembre 1893, col portafoglio di Agricoltura, Industria e Commercio. In questo ruolo si trovò coinvolto nello scandalo della Banca romana, alla quale, mediante un disegno di legge presentato d'intesa col ministro del Tesoro Grimaldi, cercò di prorogare la facoltà di emissione dei biglietti. Scagionato dalla commissione parlamentare d'inchiesta (con la formula "non risulta"), restò privo di incarichi governativi per alcuni anni, durante i quali mantenne rapporti di amicizia e di collaborazione con G. Giolitti.
In questa fase si dedicò allo studio dei problemi della finanza locale, sulla quale nel 1896 pubblicò un importante saggio, che apparve dapprima nel periodico La Riforma sociale diretto da Francesco Saverio Nitti, poi riprodotto come volume a sé (La finanza locale in Italia, Torino 1896). In quest'opera avanzò alcune ipotesi, che avrebbe ripreso e sviluppato in un successivo studio (Finanza di Stato e finanza locale, Roma 1901), per risolvere le gravi difficoltà finanziarie in cui si dibatteva la maggior parte dei comuni italiani. Egli sostenne la necessità di sancire la responsabilità degli amministratori, di stabilire rigide incompatibilità negli uffici amministrativi e di sopprimere il sistema vigente, che imponeva gli stessi obblighi per i comuni, piccoli e grandi. Si dichiarò in favore di un ampio decentramento da realizzarsi mediante l'istituzione del referendum amministrativo, sostenne l'elettività del sindaco estesa a ogni comune, indipendentemente dal numero degli abitanti, e una drastica riduzione dell'ingerenza dello Stato. Infine perorò la causa della diminuzione delle spese obbligatorie a carico delle amministrazioni comunali e una drastica riforma dei tributi locali, che li rendesse meno gravosi per i contribuenti e più equamente ripartiti.
Nel giugno 1898 il L. ricoprì il dicastero dei Lavori pubblici nel primo governo Pelloux, formatosi dopo i fatti di Milano e composto prevalentemente di uomini della Sinistra costituzionale. Nel maggio 1899, quando Giolitti e Zanardelli decisero di ritirare il proprio sostegno al governo, non condividendone la svolta autoritaria e decretandone così la caduta, il Lacava non li seguì e votò a favore delle leggi liberticide proposte da Pelloux, il quale, su indicazione di Sidney Sonnino, gli confermò l'incarico anche nel suo secondo governo (maggio 1899 - giugno 1900). A sua volta, il Lacava, in occasione delle elezioni politiche del 1900, mobilitò tutte le sue risorse per garantire il successo dei candidati governativi a danno dei candidati giolittiani, di cui fino a quel momento era stato considerato il più autorevole esponente nel Mezzogiorno.
La formazione del governo Zanardelli, nel febbraio 1901, vide perciò il Lacava attestarsi inizialmente su una linea di intransigente opposizione, ma ben presto riemerse il suo viscerale ministerialismo. Ciò accadde quando cominciò a profilarsi l'ipotesi di interventi speciali a favore del Meridione. In un intervento alla Camera del dicembre 1901 egli invitò i deputati settentrionali a visitare le regioni del Sud per farsi un'idea precisa delle misere condizioni in cui esse versavano. Tale impegno fu assunto immediatamente da Zanardelli con la visita in Basilicata del 1902, che pose le premesse per la legge speciale a favore della regione approvata nel 1904. Essa rappresentò un indubbio successo personale del Lacava, che accompagnò Zanardelli nel suo viaggio in Basilicata e durante l'iter parlamentare della legge ebbe modo di riavvicinarsi anche a Giolitti.
Il Lacava raccolse i frutti di questa ennesima svolta della sua vita politica nell'aprile 1905, allorché fu eletto vicepresidente della Camera. Detenne questa carica fino all'aprile 1907, quando subentrò a Massimini come ministro delle Finanze nel terzo governo Giolitti. Nel 1908 le imponenti manifestazioni organizzate in suo onore, a Roma e in Basilicata, per festeggiare il quarantennale di vita parlamentare, rappresentarono un segno tangibile del ruolo di grande notabile che la classe politica italiana gli riconosceva.
Attivo sulla scena pubblica fino agli ultimi anni di vita (nel 1911 si schierò a favore dell'impresa libica e nel 1912 presiedette la commissione nominata per esaminare il trattato di Losanna con la Turchia), il Lacava morì a Roma il 26 dicembre 1912, dopo esser stato nominato ministro di Stato.

FONTE: voce di F. CONTI in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2004, vol. 63.

mercoledì 17 aprile 2013

Materiali didattici. 3. La popolazione della Basilicata nei 150 anni dall'Unità


Per chi analizzi gli aspetti territoriali e politici della Basilicata, risulta utile, nell’ambito di una ricostruzione puntuale, analizzare i dati dell’evoluzione demografica regionale, per aree e subaree.
La dinamica demografica è, infatti, seppure in modo indiretto, un indicatore piuttosto significativo dello sviluppo economico di un territorio in un determinato lasso di tempo. In tale ottica, risulta di notevole interesse l’analisi dei numerosi dati statistici che forniscono informazioni relative alle tendenze in atto onde evidenziare significati fenomeni di crescita o declino della popolazione anche in rapporto alle dinamiche presenti in altre aree di riferimento.
È evidente che la tendenza di un’area ad attrarre o respingere popolazione potrebbe essere legata in modo molto stretto alla vitalità economica di quel territorio. Non bisogna, però, trascurare altri fattori che potrebbero influenzare lo scenario demografico di una zona (ad esempio la costruzione di nuove infrastrutture che agevolano il collegamento di un territorio con i centri economici limitrofi).
Tenendo presente che la vivacità economica dei diversi centri e la presenza di infrastrutture che agevolano il collegamento con il capoluogo regionale sono fattori di notevole importanza nel determinare le dinamiche demografiche in atto nei singoli comuni, anche l’analisi degli indici di incremento naturale e migratorio della popolazione riveste particolare importanza per l’individuazione delle cause alla base dell’evoluzione demografica di un territorio.
Nei 150 anni dall’Unificazione nazionale, la Basilicata ha risentito fortemente di tali meccanismi di incremento e deflazione demografica, con una notevole altalenanza anche nel breve periodo. Tra i fattori più incisivi di queste fluttuazioni è l’emigrazione, vero nodo gordiano delle aree interne del Mezzogiorno e, in particolar modo, della Basilicata. In realtà, accanto ai tradizionali flussi migratori, ampiamente noti e studiati da decenni, risulta di notevole interesse l’esame della mobilità interna al Paese nell’ambito regionale. Tra il 1980 ed il 1992 i livelli di mobilità intraregionale erano diminuiti in Basilicata, come in tutte le regioni del Mezzogiorno, con una perdita migratoria piuttosto elevata, rimontante a 24.000 unità. A ciò si aggiunga la crescente capacità attrattiva della Basilicata nei confronti degli stranieri, con ben il 27% in media delle domande di ingresso tra il 2005 ed il 2007. 

POPOLAZIONE DELLA BASILICATA DAL 1861 AL 2001

Censimenti         Popolazione residente  (in migliaia) Variazione media annua per 1.000
31 dicembre 1861     509                                                                           0
31 dicembre 1871 524                                                                           2,9
31 dicembre 1881 539                                                                           2,9
10 febbraio 1901 492                                                                           -4,8
10 giugno 1911         486                                                                           -1,1
1 dicembre 1921 492                                                                           1,2
21 aprile 1931         514                                                                           4,6
21 aprile 1936         543                                                                           11,2
4 novembre 1951 628                                                                           9,3
15 ottobre 1961 644                                                                           2,6
24 ottobre 1971 603                                                                           -6,6
25 ottobre 1981 610                                                                           1,2
20 ottobre 1991 611                                                                           0,1
21 ottobre 2001 598                                                                           -2,1
(Fonte: dati ISTAT)

È, infatti, evidente come, nel primo cinquantennio dello Stato unitario, anche la Basilicata, al pari di numerose aree interne del Mezzogiorno, risentisse dello spopolamento causato da una serie molteplice di fattori, primo tra tutti quello della crisi agraria e dell’emigrazione oltremarina, scendendo dai 509.000 abitanti del 1861 ai 486.000 del 1911, con un decremento di ben 53.000 unità. 
La situazione sembra migliorare nel successivo quarantennio dal 1911 al 1951. Infatti, nonostante le due guerre mondiali, la popolazione lucana registrò un balzo in avanti di ben 142.000 unità, salvo poi regredire, al 2001, a 598.000 abitanti, nonostante la continua crescita registrabile fino agli anni Novanta. 

martedì 16 aprile 2013

Il Catasto Onciario: alle origini della dichiarazione dei redditi



La riforma del Catasto Onciario, trovava la sua raison d’etre nell’esigenza di provvedere al censimento sia della popolazione che della ricchezza prodotta nel Regno e di arginare in tal modo lo strapotere fino ad allora detenuto, in materia fiscale, dalla Regia Camera della Sommaria.
Con il Catasto Onciario si intendeva introdurre un sistema tributario maggiormente equo e uniforme, che sostituisse quello precedentemente in vigore, essenzialmente basato sulla tassazione degli abitanti e non su quella dei beni e della ricchezza in genere. Altra novità fu la tassazione dei beni ecclesiastici, prima non soggetti a imposte.

Per la formazione del catasto Onciario tutte le Università, eccettuati Napoli e i suoi casali, esentati da imposte, dovettero eleggere dei deputati e degli estimatori, incaricati degli “atti preliminari” e, rispettivamente, della valutazione («apprezzo») dei beni.
I cittadini e tutti coloro che possedevano beni erano invece tenuti alla redazione delle «rivele», vere e proprie autocertificazioni nelle quali, oltre ad elencare i componenti della famiglia con le relative attività, dovevano riportati i redditi e gli eventuali pesi deducibili ai fini del calcolo dell’imponibile. All’esito della raccolta delle «rivele», sostituite in mancanza dalle valutazioni degli estimatori, veniva redatto il libro del catasto, nel quale era riportato il calcolo della tassa a carico di ciascun nucleo familiare.
È importante ricordare che, ai fini di un preciso censimento della popolazione del Regno, fu richiesta l’opera dei parroci, che, mediante il cosiddetto “Stato delle Anime”, nel quale si registravano battesimi, matrimoni e funerali, erano i soli ad avere un quadro preciso della popolazione residente.
In quest’ottica, il Catasto Onciario, a prescindere dalle difficoltà e dalle resistenze opposte da molte Università, costituisce un antecedente dell’introduzione dello Stato Civile, poi voluta da Gioacchino Murat a partire dal 1809, e rappresenta comunque un documento di fondamentale importanza ai fini della ricostruzione delle condizioni economiche e sociali nel secolo XVIII. Esso, infatti, elenca analiticamente le singole famiglie, con indicazione dei nomi dei componenti, della loro età, dei rapporti di parentela, e i relativi possedimenti.
Prima della redazione del Catasto Onciario, le università del Regno di Napoli adottavano due metodi di esazione fiscale: esse, come si diceva, vivevano «a gabella» oppure «a battaglione». Con il sistema delle gabelle il prelievo fiscale consisteva esclusivamente in dazi che gravavano sui consumi. Con il sistema a battaglione, invece, veniva fatto l'apprezzo dei beni stabili di proprietà dei cittadini e dei redditi derivanti dalle loro attività, che, una volta detratti i pesi, vale a dire gli oneri finanziari ai quali erano assoggettati (censi, interessi, ecc.) erano sottoposti a prelievo fiscale.
Il catasto Onciario fu ordinato da Carlo con dispaccio del 4 ottobre 1740 e regolato da una serie di disposizioni emanate dalla Regia Camera della Sommaria tra il 1741 ed il 1742, per un totale di 12 Prammatiche riunite tutte sotto lo stesso titolo “Forma censualis, et capitationis, sive de catastis”, la prima delle quali è del 17 marzo 1741. Accanto alle precise istruzioni relative alla formazione degli Onciarii venne disposto, fra l’altro, che anche i feudatari dovevano esibire le rivele di tutti i loro beni, affinché questi potessero essere accatastati rispettando tutte le formalità stabilite dalle Prammatiche stesse. Il catasto Onciario, così chiamato per il fatto che le stime dei valori relativi alla ripartizione delle imposte venivano espresse in once, descrive attraverso i toponimi e con una certa precisione i confini dei vari demani.
L'esigenza di razionalizzare il prelievo fiscale attraverso la redazione di un catasto si inscrive nella nuova temperie culturale dell'età dei lumi ed è avvertita un po' dovunque: basti pensare al catasto teresiano della Lombardia ed a quello leopoldino della Toscana, coevi all'Onciario napoletano.
I lavori preparatori del Catasto incontrarono le resistenze dei maggiorenti locali, che furono più forti nelle università abituate a vivere a gabella, dove i proprietari erano più restii a fare le rivele dei propri beni.
L'ultima prammatica sui catasti del 28 settembre 1742 ordinava che i catasti fossero approntati entro quattro mesi. Più di dieci anni dopo, tuttavia, la redazione del catasto in molti comuni non era stata ancora completata. Il re, pertanto, nel maggio del 1753, emanò una nuova prammatica che prevedeva l'invio di commissari nelle università inadempienti per portare a termine i lavori: ciò spiega perché la maggior parte dei catasti onciari sia stata redatta tra il 1753 ed il 1754.
Ciò nonostante, non dovunque si arrivò al completamento del catasto: alla fine il sovrano fu costretto a cedere e ad accettare il principio che i comuni potessero scegliere a loro arbitrio se vivere a gabella oppure se fare il catasto. La denominazione di questo catasto deriva da oncia, che era una moneta di conto, non reale, in base alla quale si calcolavano i redditi e le relative imposte.
Nel 1749 Carlo III fece coniare una nuova moneta denominata oncia napoletana, del valore di sei ducati, che, tuttavia, ebbe scarsa diffusione, in quanto si continuarono ad usare il ducato ed i suoi sottomultipli: il carlino, che era la decima parte di un ducato, la grana, che era la centesima parte, ed il cavallo, che era la millesima parte.
Le imposte previste dall'Onciario erano di tre tipi: il testatico, che gravava sui capifamiglia, ad eccezione di coloro che avevano compiuto i sessant'anni, ed era uguale per tutti - in genere ammontava ad un ducato per fuoco -; l’imposta sui redditi da lavoro sull'industria che gravava sui soli maschi a partire dall'età di quattordici anni (dai quattordici ai diciott'anni si pagava la metà), che era calcolata in base al reddito presuntivo previsto per i vari mestieri e non in base al reddito reale; l’imposta sui beni, che gravava sugli immobili (case, terreni, mulini, frantoi, ecc.) sul bestiame e sui capitali dati in prestito ad interesse.
I proprietari erano divisi per categorie: i cittadini, le vedove e le vergini in capillis (vale a dire le nubili che non avevano preso i voti religiosi), i forestieri abitanti, i forestieri non abitanti «bonatenenti» (coloro che possedevano beni nel comune senza risiedervi), gli ecclesiastici secolari, tanto cittadini che forestieri, le chiese e i luoghi pii, sia locali che forestieri. Nell'ambito di ogni categoria i contribuenti sono elencati in ordine alfabetico per nome e non per cognome.
Il Catasto fornisce, a tutti gli effetti, dettagliate informazioni sui beni dei contribuenti: delle abitazioni è descritta la tipologia, l'ubicazione, spesso anche la grandezza («casa palaziata», «comprensorio di case di vani soprani e sottani»); dei terreni sono indicati i confini, l'estensione e la natura delle colture; vi è quindi la descrizione degli eventuali capi di bestiame.
All'elenco dei beni segue quello dei pesi, costituiti, in genere, dal pagamento di censi e canoni agli enti ecclesiastici e al feudatario e da interessi su capitali presi in prestito.
Il Catasto fornisce, altresì, dettagliate informazioni sui nuclei familiari, indicando, per ciascuno di essi, il numero dei componenti, la loro età, l'attività svolta ed il rapporto di parentela con il capofamiglia.
Dal testatico e dall'imposta sul lavoro erano esonerati coloro che vivevano more nobilium, cioè di rendita, o che esercitavano professioni liberali. Il Catasto si conclude, infine, con la collettiva delle once, vale a dire con l’elenco dei contribuenti, divisi per categoria, e delle rispettive rendite.
In ultima analisi, le difficoltà del Catasto furono evidenti: su quella prima applicazione l’introduzione delle nuove disposizioni fiscali sui beni immobili; l’imposta patrimoniale si affiancava alla tradizionale imposta personale del testatico e la povertà continuava ancora, soprattutto tra le classi più povere.
L’obiettivo principale con l’istituzione del Catasto fu quello di incrementare le pubbliche entrate aumentando, però, il numero di tributi e delle tasse da cui non furono esenti neanche ecclesiastici. Si cercò quindi, di conseguire una migliore giustizia sociale e tributaria ma si finì con l’incrementare il gettito dei tributi.

sabato 13 aprile 2013

Oronzo Albanese, patriota di Tolve. 2. Il rivoluzionario e il martire

Intanto che l’azione sanfedista si faceva sempre più oppressiva, a Tolve venne costituito un gruppo di armati ed allestito un Tribunale Rivoluzionario, in accordo a quanto previsto dal Patto di Concordia, che la Municipalità aveva sottoscritto assieme ad altri centri del Potentino. Tale “Patto”, una vera e propria lega di autosoccorso, prevedeva, tra l’altro, difesa reciproca dagli attacchi nemici; difesa in ogni comune della Repubblica; diffusione delle nuove idee negli altri centri; impedire il ricongiungimento delle truppe sanfediste di Ruffo e Sciarpa.
Fedele agli accordi presi, Albanese doveva sorvegliare l’area bradanica con postazioni armate di difesa che fecero deviare le truppe del cardinale Ruffo. Quando a marzo prima San Chirico poi Matera e Grassano, erano dichiaratamente antirivoluzionarie, la situazione divenne preoccupante. La restaurazione di San Chirico risultò possibile grazie all’aiuto dei realisti tolvesi; gli stessi, che rafforzatisi con l’arrivo di uomini da Grassano, si diressero verso Tolve nel tentativo di far cadere la Municipalità del posto. La Guardia Civica, nonostante il grosso dei suoi uomini si trovasse ancora sul Bradano, ne ebbe comunque ragione. Caduti i fratelli Perrone, organizzatori di quell’offensiva, le forze antirivoluzionarie cercarono di riparare alla volta di Macchia Orsini, dove furono disperse. Nell’occasione furono catturati alcuni realisti -tra gli altri Nicola D’Auria- in seguito giudicati dal Tribunale Rivoluzionario presieduto da don Oronzo.
Non potendo intervenire in tutta la Provincia, i repubblicani di Basilicata concentrarono le loro forze tra Muro, Calvello, Tolve e Palazzo San Gervasio, riconoscendo ampi poteri a Michelangelo Vaccaro, designato dal Governo Provvisorio al comando militare della zona. Per poter controllare quest’area, e soprattutto Potenza, occorreva riprendere San Chirico.
Le voci che giungevano da Napoli erano allarmanti; questa volta era il cuore stesso del sentimento democratico ad essere in pericolo; contingenti provenienti da tutte le Province, si diressero verso la capitale. Il sacerdote democratico di Tolve fece altrettanto, lasciati i presidi bradanici a Diomede Alicchio, si distinse, assieme ad altri tolvesi, nella difesa del Castello di S. Elmo.
Il 15 luglio fu catturato dai sanfedisti e dopo un breve soggiorno a Castel dell’Olmo venne trasferito nelle carceri di San Francesco a Matera, dove, dopo un processo dalla sentenza scontata, il 30 dicembre fu condannato alla pena capitale, all’età di 51 anni.
Dall’atto di morte, contenuto nei Registri dell’Arcipretura di Matera –pubblicato a suo tempo da Raffaele Riviello – si evidenzia l’atteggiamento, dagli aspetti complessi e addirittura sfiorante l’eresia, che l’Albanese tenne:
 
Anno 1799 die Mensis Decembris R.dus D.us Orontius Albanese Sacerdos Civitatis Tulbi anno actatis suae 51 circiter in vinculis detentus hujus Regiae Audientiae Basilicatae ob perduellionis crimina praecedentibus mensibus admissa, tempore inique Anarchiae, in Comunione S. Matris Ecclesiae humillime ita. ut omnibus non in certa praeberet verae contritionis signa ex Ecclesia Iesu Flagellis traditi, vulgo dicta degli artisti ductus fuit in pubblicam patibulum extra Portam Civitatis, praecedentibus Albis Confratribus Nobilibus Sanctae Mariae de Costantinopoli, ac nonnullis Sacerdotibus, ubi laqueo suspensus animam Deo reddidit, Sacrementis Poenitentiae et Eucharistiae presepe refectus, Sacramento Extremae Unctionis in voto suscepto, ac Ind. Plen. a R:mo Archip.te D. Dominico. Antonio Sarra prope idem patibulum munitus; (…) Cuius Corpus circa horam 23 ejusdem dici ipsius Mortis fuit asportatum in hanc Matr.nam Ecc.am, et humatum fuit in sepulcro Sacerdotum prope Aram S. Mariae de Bruna”.  
 
Condannato al patibolo, Albanese rifiutò i sacramenti dell’eucarestia, della penitenza e dell’estrema unzione per non identificarsi con quei religiosi che avevano, di fatto tradito le idee che avevano segnato la sua azione civile, oltre che religiosa.
 
Bibliografia:
N. MONTESANO, Se non fosse per quel santo. Tolve. La storia, il prete, il patrono, Matera, Altrimedia, 2012.

venerdì 12 aprile 2013

Oronzo Albanese, patriota di Tolve. 1. Da sacerdote a rivoluzionario

Oronzo Albanese, nato a Tolve  nel 1748 da Antonio e da Camilla Pappalardo, dopo aver studiato nel Seminario di Matera fu ordinato sacerdote nel 1766. La sua formazione fu strettamente legata alla sfera storico-giuridica, in stretto rapporto con la scuola napoletana di Mario Pagano e Domenico Cirillo, di cui forse era entrato in contatto.
Soggiornò a Potenza, anche se i collegamenti con il suo paese rimasero stretti; in primis per tutelare gli interessi economici della sua famiglia, e poi perché era componente del Gremio Capitolo, cioè del gruppo di preti che regolavano il buon governo della Chiesa tolvese. I rapporti con il Capitolo erano sempre stati buoni, e la considerazione che il clero aveva della sua persona era decisamente alta, soprattutto per le sue competenze giuridiche; infatti, era dottore in “ambo i diritti”, ovvero aveva conoscenze di diritto canonico e di diritto civile. Sovente il Capitolo aveva chiesto al Dottor Oronzo Albanese di esercitare la carica di Avvocato del Clero per tutelare le ragioni dei sacerdoti tolvesi.
In questi anni, tuttavia, la sua famiglia accusò delle difficoltà economiche, tanto che l’Albanese, assieme al fratello Giovanni, fece richiesta di un prestito di 323 ducati al Capitolo. E ciò nonostante i rapporti che la famiglia Albanese manteneva in diversi centri della Provincia, tra gli altri i Carelli di Picerno, don Prospero di San Chirico e i Tamburrino di Vaglio. Negli anni seguenti, don Oronzo fu tenuto a restituire la somma avuta in prestito che, così come prevedevano le consuetudini capitolari, gli venne detratta dalla tangente della Massa Comune e da quella di Massa di Cappella che annualmente riceveva in qualità di prete partecipante. La mancata entrata pesò certamente sul bilancio familiare, tanto che Albanese per alcuni anni fu costretto a celebrare messe nel paese – lui che prestava servizio vicariale a Potenza - richiedendone le spettanze relative.
Il 3 febbraio a Potenza, sotto la direzione del vescovo Serrao, venne innalzato l’albero della libertà, in concomitanza a quanto avveniva in altri centri vicini quali Tolve, Pietragalla, Cancellara e Vaglio. A Tolve l’innalzamento dell’albero della libertà, in largo Duomo, non creò scontri in giornata, che però si ebbero l’8 febbraio, quando un gruppo di realisti scatenò uno scontro a fuoco che portò alla morte di uno di loro, Andrea Becce, ed al ferimento, dimostratosi mortale, di Nicola Catenazzo, appartenente alla Guardia Civica comandata dal fratello di Oronzo, Domenico, ma in un primo tempo in contrasto con lo stesso Oronzo. L’indomani l’arciprete Matteo Grignetti ed esponenti della borghesia conservatrice dei ricchi proprietari terrieri promossero un moto popolare, ma l’intervento della Guardia Civica evitò fatti di violenza, non riuscendo, però, ad impedire che proprio coloro che avevano sperato in quella reazione popolare prendessero la direzione della nuova Municipalità.
Dopo il 24 febbraio, quando tra le strade di Potenza sfilò il macabro corteo con le teste del martire giacobino Serrao e del reggente del Seminario Antonio Serra, don Oronzo Albanese riuscì a riparare a Tolve sfuggendo all’ira assassina dei realisti. La Municipalità capeggiata dal Giorgio, affiancato dal Grignetti, era in rotta di collisione con la maggior parte delle famiglie patrizie, anche per via di comportamenti ambigui che sfioravano, in alcuni casi, il legittimismo borbonico.
Il ritorno di Oronzo fu accolto dai cittadini tolvesi, a lui vicini, con entusiasmo; il sacerdote, guidato dal suo giacobinismo schietto e protetto dalla fitta rete familiare che in lui vedeva la guida futura, ben presto riuscì a togliere dalle mani del Giorgio, dell’arciprete Grignetti, del Mattia, dei fratelli Filippo e Raffaele Perrone e di Nicola D’Auria, la Presidenza della Municipalità tolvese. Eletto Presidente il 27 febbraio, Albanese cercò da subito di attuare tutte le idee che lo avevano guidato in quegli anni, cercando la collaborazione dei diversi poteri esistenti nel paese.

giovedì 11 aprile 2013

Personaggi. 3. Vito Caravelli: da Irsina un matematico europeo

Vito Caravelli nacque a Montepeloso, oggi Irsina (Matera), nel 1724. Ancora giovane, divenne sacerdote e si dedicò allo studio e poi all'insegnamento della matematica; l'interesse di ricerca e quello didattico si presentano in lui strettamente associati, in quanto egli dedicò il meglio delle sue energie a semplificare e chiarire i procedimenti dimostrativi e la forma di presentazione degli argomenti matematici, con l'intento esplicito di fornire in un gruppo di opere una trattazione globale del pensiero matematico classico e moderno. Questo suo intento cominciò a realizzarsi a partire dal 1750, quando pubblicò a Napoli gli Euclidis elementa quinque postrema solidorum scientiam continentia,quibus velut elementum aliud adiectus est F. Flussatis liber de solidorum regularium cuiuslibet intra quodlibet comparatione.
Ponendosi nel solco della tradizione esegetica euclidea l'opera tenta di fornire una trattazione più breve, ed insieme più sistematica e intrinsecamente certa, della geometria solida. Vengono considerati i libri XI-XV degli Elementi del geometra alessandrino, ristrutturandoli con l'aggiunta di alcune proposizioni di Cristoforo Clavio e di un ulteriore libro di Francesco Flussate sul confronto tra solidi.
In seguito il C. proseguì regolarmente nel suo lavoro, pubblicando nel 1751 e 1752, sempre a Napoli, gli Archimedis theoremata de circuli dimensione,sphoera et cylindro,aucta ac faciliori methodo demonstrata,quibus accedunt theoremata Architectis perutilia de novis solidis sphoeroidalibus, e gli Elementa matheseos. Tomus primus qui Geometriam planam,seu priores sex libros Euclidis breviter demonstratos complectitur; quest'ultimo libro mira a perfezionare l'esposizione euclidea già avviata con la prima opera.
I tre lavori ebbero favorevole accoglienza e una certa risonanza anche all'estero, come mostrano le notizie datene dalla contemporanea Storia letteraria d'Italia dello Zaccaria e dal «Journal des savants». Essi inoltre misero in luce l'autore presso il governo borbonico, che volle valersi della sua competenza: già dal 1753 il Caravelli insegnò matematica, probabilmente in un istituto religioso, e nel 1754 Carlo di Borbone lo nominò professore nella Real Accademia di marina e presso il corpo volontario di artiglieria. D'allora, per molti anni, vi prestò la sua opera, continuando a scrivere libri che, se non presentano novità concettuali di rilievo, con la loro sobrietà e chiarezza espositiva contribuirono a svecchiare la cultura matematica nel Regno di Napoli e facilitarono l'apprendimento alle giovani generazioni; questo carattere della sua produzione non è incidentale: il Caravelli lo perseguì in modo pienamente consapevole, ed in diversi luoghi delle sue opere lo presenta come loro intrinseco motivo di giustificazione.
Il corso completo dei manuali matematici del Caravelli, alcuni dei quali costituivano la versione italiana di quelli latini già citati, comprese in tutto otto parti e fu pubblicato a Napoli a partire dal 1759 col titolo Elementi di matematiche. Con gli anni, le sue mansioni di docente nella scuola di artiglieria l'indussero a scrivere anche un manuale di balistica (Elementi dell'artiglieria, 2 voll., Napoli 1773) e uno sulle tecniche di fortificazione (Elementi dell'architettura militare, 6 voll., Napoli 1776). La sua produzione del periodo successivo mostra un ampliamento della tematica originaria, a partire dai Trattati del calcolo differenziale e del calcolo integrale per uso del regale collegio militare (Napoli 1786), scritti in collaborazione con un ex alunno, Vincenzo Porto, per giungere ad uno scritto sul parafulmine, tra i primi apparsi in Italia sull'argomento (Memoria pel conduttore elettrico che si pensa di mettere sulla cupola del tesoro di S. Gennaro, Napoli 1786), ed al Trattato d'astronomia (4 t., Napoli 1782-94). A queste opere sono da aggiungere gli Opuscoli stampati nel 1789, comprendenti otto brevi scritti d'argomento matematico, astronomico e geodetico, un Trattato della geometria sferica edito nel 1795 e gli Elementi di geometria pratica del 1799, tutti pubblicati a Napoli.
Nel 1786 Ferdinando IV nominò il Caravelli presidente della commissione d'esami per le scuole militari, e nel 1791 lo chiamò a corte affidandogli la preparazione matematica del figlio Francesco, duca di Calabria e futuro sovrano delle Due Sicilie. Vito Caravelli morì a Napoli il 25 novembre 1800.

Fonte: Voce di U. BALDINI in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1976, vol. 19.


Orazio. 7. L'ode a Virgilio tradotta da Cesare Pavese

( Carmina , IV 12) Già i venti di Tracia compagni della primavera, e mitigatori del mare, spingono innanzi le vele, già il gelo è sparito da...