giovedì 31 gennaio 2019

La Basilicata moderna. 29. Il brigantaggio negli anni 1806-1808

Con la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone Bonaparte si risolse ad occupare il Regno di Napoli, dichiarando decaduta la dinastia borbonica che pochi mesi prima era entrata nella terza coalizione antifrancese. E già verso la fine del gennaio 1806 un esercito di quarantamila uomini, al comando del generale Massena, si dirigeva alla volta di Napoli, costringendo i contingenti inglesi e russi ad abbandonare il regno, mentre Francesco, nominato vicario dal Ferdinando IV, si rifugiava in Calabria per organizzarvi la resistenza. Il 15 febbraio, i francesi entravano vittoriosi a Napoli. 
Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, diventava il nuovo re di Napoli, senza problemi né ostacoli. Anzi da tutte le province giungevano delegazioni locali per onorare il nuovo sovrano e giurare fedeltà. E nuovi sudditi arrivavano anche dalla Basilicata, dove le famiglie più rappresentative e influenti avevano accolto come liberatori i francesi, per conservare i benefici acquisiti e una posizione di preminenza. Sul piano opposto, si collocavano intanto le famiglie della media borghesia e le classi medio-basse delle popolazioni che vedevano i francesi come invasori e null’altro. Per i francesi i pericoli provenivano non tanto dai pochi oppositori interni ma dagli inglesi che erano sbarcati in Calabria. Dopo la sconfitta di Maida del 4 luglio i francesi rientravano in Basilicata dove erano in corso sommosse da parte di reparti borbonici con l’appoggio delle popolazioni.
 Il governo del regno intanto era stato assunto temporaneamente dalla nobiltà e dalla ricca borghesia che delegavano il marchese Corrado Malaspina e il duca Ottavio Morbile di Campochiaro a trattare le condizioni della resa. I francesi si proponevano almeno inizialmente di mantenere nei loro ruoli i funzionari civili, giudiziari e amministrativi, una mossa strategica per non rompere del tutto gli equilibri interni e infondere così nella popolazione sentimenti di vicinanza e amicizia.
A Giuseppe Bonaparte, nominato re, dopo la partenza del fratello Napoleone, va il merito di aver intrapreso alcune importanti e sostanziali riforme nel campo politico, economico, amministrativo, finanziario, sociale e religioso, con la creazione di nuovi organi con poteri distinti e specifici. Giuseppe si trovò subito a fronteggiare i primi moti di rivolta e i fermenti antifrancesi che non tardarono a manifestarsi nelle varie province del regno e soprattutto in Basilicata e Calabria, dove tornò ad organizzarsi la resistenza antinapoleonica guidata dal colonnello Alessandro Mandarini di Maratea. Il compito di sedare tutte le forme di ribellione, da qualsiasi parte provenissero, fu affidato al generale Andrè Messena che agli inizi del suo mandato controllò soprattutto i territori di Gaeta e Civitella sul Tronto e il confine calabro-lucano, dove, erano concentrate le armate napoletane agli ordini del gen. Roger Dumas, contro cui fu inviato il gen. Reynier, al comando di dodicimila uomini, mentre il reparto del colonnello Remaker si spingeva verso Lagonegro, presidiata da oltre duemila uomini comandate dal maresciallo Minutolo. 
E la guerra assunse sin dai primi scontri toni cruenti, provocando morti da una parte e dall'altra. In Basilicata, dopo la conquista e il sacco di Lagonegro, il generale Massena rivolse le sue maggiori attenzioni alla città di Lauria, diventata un vero focolaio di rivolta alla ripresa delle ostilità tra i regnanti della casa di Borbone e gli occupanti francesi. Nei pressi del paese, tra il 7 e il 9 agosto, vennero barbaramente trucidati dai Napoleonici circa mille cittadini che si erano ribellati, rei di aver sostenuto la causa borbonica, evento passato alla storia come il «massacro di Lauria». Ma non potevano bastare il saccheggio e la strage; occorrevano punizioni molto più severe che servissero da monito. Così per ritorsione verso la città ribelle e sulla base della legge n. 132 dell'8 agosto 1806 Lauria fu privata del titolo di capoluogo di Circondario e della sede di Giudicato, a tutto vantaggio di Lagonegro che pure contava un numero minore di abitanti e si trovava in posizione decentrata rispetto al territorio. 
Altro scontro sanguinoso si svolse nei pressi di Campotenese con l’esercito francese che prevalse sui Borboni che pure erano guidati da due abili ed esperti condottieri, Sciarpa e Rodio. E alcuni giorni dopo furono conquistate anche Cosenza e Reggio. Gli incendi di interi paesi, masserie e villaggi, le fucilazioni di massa, i soprusi e i frequenti saccheggi commessi dai soldati francesi suscitarono dovunque l’indignazione, il malcontento e la reazione delle popolazioni e quindi favorirono la costituzione delle prime bande armate di insorgenti. Tra i primi paesi ad insorgere nel giugno del 1806 Crotone, Savelli, Cerenza, Longobucco, Corigliano in Calabria, ma la rivolta si estese gradualmente anche nelle altre province del Regno. 
I primi mesi dell’insediamento di Giuseppe Bonaparte furono caratterizzati da un’intensa attività legislativa. Con il decreto n. 71 del 15 maggio 1806 fu poi istituito il Consiglio di Stato, che ebbe all’inizio un ruolo prettamente consultivo, esprimendo i propri pareri su qualsiasi argomento,soprattutto in materia tributaria. Successivamente le sue funzioni furono ampliate e con il decreto del 5 luglio 1806 il Consiglio di Stato fu diviso in quattro sezioni: legislazione, giustizia e culto, finanza, interno e polizia, guerra e marina. I diversi progetti di riforma delle istituzioni, tentati senza successo nella seconda metà del Settecento dai governi ispirati dagli intellettuali illuministi, trovarono concreta e rapida attuazione nel “Decennio francese”. Tuttavia ciò fu possibile soltanto mediante la forza e la determinazione di una potenza straniera sorretta pur sempre da un esercito invasore.
La comprensione di questo aspetto è fondamentale per riconoscere alcuni vantaggi delle innovazioni introdotte dai francesi nel Regno di Napoli, che non furono una semplice ripresa delle riforme settecentesche e della «Prima Restaurazione», come potrebbe far pensare il coinvolgimento di uomini quali Galdi, Cuoco o Zurlo a Napoli. Infatti le riforme del “Decennio” furono caratterizzate da immediatezza e decisione nell’introdurre le innovazioni come anche dalla contemporaneità di esse nei vari settori della vita civile. Gioacchino Murat completò, specialmente nel campo politico e amministrativo, le iniziative del suo predecessore, preoccupandosi anzitutto della legislazione riguardante la disciplina e l’esecuzione delle norme generali. Tuttavia la gestione del potere nel regno di Napoli fu particolarmente difficile per le condizioni e i limiti posti dallo stesso Napoleone Bonaparte sull’operato del Murat. I rapporti fra i due furono abbastanza difficili, caratterizzati da alterne fasi di difficoltà, crisi e riconciliazioni.
Nonostante il diffondersi in maniera più o meno capillare di forme varie di protesta e di guerriglia, che animavano parte delle popolazioni lucane, in un primo momento, il nuovo scenario politico non sembrò avere particolari ripercussioni in Basilicata, dove molti notabili si dimostravano ben disponibili e favorevoli al nuovo ordine né preoccupava più di tanto i francesi la presenza di retroguardie dell’armata borbonica stanziate alle falde della catena del Pollino. Tuttavia quando alcune manifestazioni antifrancesi vennero promosse a Pescopagano e a Muro Lucano, ad opera di anziani giacobini del 1799, si capì che la situazione in Basilicata non era da sottovalutare, anche se i vari rapporti di polizia risultavano contradditori e controversi circa il comportamento mantenuto dalle popolazioni. 
Ed i sospetti non erano infondati: Calvello era insorta su iniziativa della famiglia de Porcellinis, che estendeva la sua sfera di influenza e di azione anche a Sasso di Castalda e sul versante lucano del Pollino, nella valle del Sarmento, mentre, nei paesi della costa ionica e in quelli delle valli del Sinni, dell’Agri e del Sauri e sul massiccio della Lata, suscitava molta apprensione nelle autorità la presenza di Francesco Antonio Rusciani, già capomassa del cardinale Ruffo nel 1799. 
Ma dopo l’arresto del Rusciani, ad opera di una colonna mobile francese inviata a Terranova del Pollino, e la distruzione delle bande che dal Vallo di Diano minacciavano la provincia, la Basilicata non sembrava suscitare più eccessive preoccupazioni anche se emissari borbonici ed inglesi continuavano a raggiungere i paesi delle valli dell’Agri, del Sinni e del Sarmento dove si doveva organizzare una grande rivolta armata contro i francesi. Nuovi focolai stavano intanto sorgendo a Muro Lucano, Avigliano, Vignola, Laurenzana, Corleto Perticara, Tito, Vaglio, Cancellara, dove capipopolo del 1799 riprendevano armi e divise per promuovere rivolte e congiure. Nel successivo mese di dicembre, il colonnello Alessandro Mandarini, ricevuto ordine dai Borbone di riorganizzare le forze legittimiste e opporre una resistenza all'avanzata francese, fu protagonista di un lungo scontro nei pressi del castello di Maratea, assediato dal generale Jean Maximilien Lamarque.
Mentre era in atto la guerra, la proclamazione del nuovo regno trovò invece fieri sostenitori nei giacobini della Repubblica Napoletana del 1799 che così salutarono con grande soddisfazione la sconfitta dei Borbone, i principali responsabili della feroce precedente repressione. 
I nuovi amministratori, dal canto loro, dimostrando una grande abilità diplomatica, continuavano a servirsi non solo di esperti funzionari francesi ma anche dei napoletani che pure erano stati fedeli servitori del regime borbonico. La monarchia dei Napoleonidi non cercava la repressione per i nemici e rivali ma adottò sempre la politica dell'efficienza amministrativa e quella delle riforme, con l’istituzione, tra l'altro, del Codice napoleonico, che conteneva una serie di nuove norme sulla proprietà e sul possesso, decretando la fine del feudalesimo e quindi l’avvento di nuove classi emergenti di amministratori.
La lotta al brigantaggio costituì ad ogni modo, l’altra rilevante fase storica che caratterizzò il decennio francese. I Napoleonidi, per debellare e reprimere il particolare fenomeno, sferrarono un forte attacco alle bande, ai collaboratori, protettori e manutengoli. Il brigantaggio d’altra parte era in forte evoluzione, favorito, alimentato e sostenuto dai Borbone in esilio, che con la complicità del governo inglese, si riproponevano di riappropriarsi del loro Regno, come già era avvenuto nel 1799.
La presenza di comitive brigantesche, guidate da esperti e fanatici capibanda, era particolarmente diffusa in Basilicata, nel Lagonegrese, nella zona di Maratea, in Valbasento. 
Solo dopo tre anni di aspri combattimenti e guerriglie, condotti a tutto campo, quello che la storia definisce primo brigantaggio poteva ormai considerarsi vinto, con i principali capi uccisi, altri assicurati alla giustizia e passati per le armi dopo sommari processi.
Ma il brigantaggio era stato anche l’espressione della rivolta dei poveri contadini, privati di quel poco che avevano e ai quali erano state negate le assegnazioni di terreni promesse. Anche se il governo francese distribuì delle terre demaniali, il malcontento dei molti esclusi prese il sopravvento determinando atteggiamenti e moti di ribellione. 
Uno tra i fatti di sangue più gravi, forse il più drammatico e cruento del Materano, si registrò il 28 febbraio 1808 a Pisticci, assalita dalla banda capitanata da Nicola Abalsamo, detto Pagnotta, coadiuvato dal fratello-prete Pasquale, entrambi di Terranova del Pollino (Terra di S. Giorgio Lucano) e dal vicecapo Francesco Antonio Vicino, proveniente da Oriolo.
Ma la reazione delle autorità militari non si fece attendere e alcuni giorni dopo, il generale Louis Franceschi, responsabile dell'ordine pubblico nel Materano, fece fucilare alcuni cittadini di Pisticci, che, a suo giudizio, avevano collaborato con i briganti. Stessa sorte di Pisticci sarebbe toccata anche a Montalbano, che Pagnotta intendeva assalire subito dopo ma i cittadini, venuti a conoscenza dei suoi propositi, corsero subito alle armi per impedire ai briganti di entrarvi. La banda Pagnotta, tra il 1807 e il 1808, imperversò per tutto il Materano con ruberie, incendi e ricatti e per il governo francese era ormai diventato un grave ostacolo al processo di democratizzazione. Per cui furono mobilitati ingenti contingenti armati per averne ragione. 
Dopo il saccheggio di Pisticci, un altro capo brigante, già noto al governo francese, di nome Taccone, si rese protagonista del sacco di Abriola nel 1809, al comando di circa sessanta uomini armati che si abbandonarono ad una serie di efferati delitti, di furti e di violenze.

giovedì 24 gennaio 2019

Storici Lucani. 13. Bonifacio Petrone, detto Pecorone, di Saponara

Nato a Saponara (odierna Grumento Nova), il 2 aprile 1679 da Francesco e Porzia Petitti, Bonifacio Pecorone studiò fino ai 13 anni a Saponara, per poi essere inviato a Napoli per studiare "canto figurato" nel Conservatorio di Sant'Onofrio. 
Vi rimase otto anni, diplomandosi in "voce di basso", oltre ad essere al servizio del principe Carlo Sanseverino di Bisignano, e poi entrò nel Regal Conservatorio di Santa Maria di Loreto come abate, dal 1706; nel 1727 fu nominato musico della Real Cappella di Napoli.
Nel 1729 pubblicò le Memorie di d. Bonifacio Pecorone della Città di Saponara (Napoli, nella stamperia nuova di Angelo Vocola), dedicate a Gianfrancesco Sanseverino di Bisignano, patrono della chiesa di S.M. di Loreto. L'opera, che interessa la storiografia locale solo per le poche notizie comprese nelle pagine iniziali, è di tipo autobiografico e fornisce notevoli particolari sui Sanseverino di Bisignano durante il periodo del Viceregno austriaco, oltre a comprendere, come appendice, l'agiografia di san Laverio, tratta da Ughelli (pp. 101-120). 

domenica 13 gennaio 2019

Paesi lucani. 46b. Potenza tra XVIII e XIX secolo

«Per dovunque si giunge, per molto spazio distante questa città con quattro elevatissimi campanili ed una elevatissima torre, che a guisa di superstiti Titani par che minacciano il cielo, maestosa si vede». Così Gerardo Picernese, a metà del Settecento, nelle sue annotazioni ed aggiunte alla Istoria seicentesca del Rendina, descriveva Potenza che, alla fine di questo secolo, si presentava come uno dei centri più importanti della provincia, tanto che l’erudito Emanuele Viggiano, nel 1805, quindi alla vigilia della grande stagione del riformismo napoleonico, scriveva: «Non v’ha in Basilicata città veruna grande e ragguardevole […]. Potenza è fralle poche che tutte le altre sorpassano; e se non toglie il primato a Melfi ed a Venosa, che le migliori sono, si dia in parte la colpa alla mancanza delle strade consolari […] le vince però in popolazione […] e nel numero delle case religiose».
L’agro potentino si estendeva per 40.000 tomoli e, di questi appezzamenti, solo la metà era coltivata per mancanza di manodopera, ed apparteneva alla Chiesa ed al conte Loffredo, peraltro corrispondente ed allievo di Antonio Genovesi; solo pochi lotti appartenevano all’Università e la piccola proprietà privata era gravata da censi e canoni, senza possibilità di affrancamento.
Gli anni compresi tra il 1730 e il 1760, comunque, fecero registrare un discreto incremento demografico: dal Catasto onciario del 1753, infatti, risultano censiti 7721 abitanti, dei quali 2195 erano lavoratori: il 59,5% nel settore agricolo, il 16% nell’allevamento, l’11,4% era composto da piccoli artigiani. Questa situazione iniziò a registrare un trend negativo a partire dagli anni Sessanta, con la cri-si economica che impose, di fatto, un aumento esponenziale dei prezzi dei beni di prima necessità, nonostante l’autorità regia avesse imposto a tutte le Università la provvista annonaria: in effetti, il grano non era sufficiente, anche perché alcuni possidenti avevano sottratto dai magazzini grandi quantità di cereali, imponendo poi il loro pane a prezzo maggiorato. La situazione, dunque, costrinse, a Potenza come in altre realtà del Mezzogiorno interno, la popolazione a soddisfare le esigenze del vitto con un’alimentazione a base di verdure o, in alcuni casi, come documentabile dai registri delle locali chiese, di erbe selvatiche, il che provocò un’impennata di morti tra il 1763 e il 1764, con il decesso di ben 1200 persone. La situazione migliorò solo nel 1765, quando arrivò grano da Lecce a prezzo contenuto, innescando un brusco e deciso calo della mortalità che durò per 15 anni. L’effetto “carestia-mortalità” si reinnescò, infatti, nel 1782, con un raccolto scar-so e la nuova crisi di tutto il sistema annonario, registrata anche nel 1785 e nel cruciale 1799. 
Dai registri parrocchiali dei nati e dei morti delle parrocchie di San Michele e di San Gerardo, comunque, risulta che il saldo nati-morti nella parrocchia di San Michele fosse di stasi, mentre nella cattedrale i nati superarono i morti; ciò si può spiegare a causa dalle diverse condizioni di vita in questi rioni e delle condizioni igienico-sanitarie: infatti, nel rione costituito dalle abitazioni attorno alla chiesa di San Michele abitavano contadini che vivevano perlopiù nei sottani, mentre i ceti privilegiati e il locale patriziato dimoravano nei pressi della cattedrale di San Gerardo.
Anche questa cittadina di provincia, infatti, fu interessata da peculiari dinamiche socio-economiche legate a quella che è definibile “borghesia agraria”, nata all’ombra del feudo e della cattedrale e che a Potenza, nel 1751, durante un pubblico parlamento, si oppose al conte rifiutando di votare i nomi da lui proposti. Questa borghesia era formata per la maggior parte da massari che, attraverso un’intensa attività delle loro aziende agricole, erano riusciti a raggiungere una notevole indipendenza economica (tanto che in alcuni casi erano più ricchi degli stessi nobili). Alcuni esponenti di queste poche famiglie riuscirono, grazie ad accorte politiche matrimoniali, strategie familiari ed investimenti, a inserirsi nel governo della città già a partire dal 1799. La crescita della borghesia agraria potentina è riscontrabile, in effetti, anche dalla crescita della città verso est, cioè verso il cosiddetto Castello e verso palazzo Loffredo, quest’ultimo punto di riferimento per quelle famiglie benestanti che di volta in volta avevano mirato a scegliere o costruire le proprie dimore nei pressi di esso: gli Addone e i Ciccotti abitarono addirittura nella Cavallerizza, mentre numerosi altri avevano potuto stabilire la propria residenza nelle vicinanze del palazzo comitale e del Sedile, caratterizzando quest’area urbana come la parte centrale – anche dal punto di vista sociale – della città.

giovedì 10 gennaio 2019

L'antica Lucania. 16. Atleti in Magna Grecia

Dal VI secolo in poi, gli atleti della costa ionica (Policoro, Metaponto, Taranto) si distinsero per la loro partecipazione ed i risultati nei giochi panellenici.
Infatti, tra il 576 e il 428 a.C., sono noti atleti magnogreci come Cleombroto, Alessidamo, Dorieo, Icco, Milone, aiutati dalle poleis, che dalle loro vittorie traevano lustro e, partecipando in delegazione ad Olimpia, potevano discutere di politica. 
Cleombroto di Sibari, il cui nome è ricordato su una lamina di bronzo, dedicò, come olimpionico, una statua di se stesso ad Atena (Senofane, fr. 2 W).
Alessidamo vinse nella lotta ai Giochi Pitici e gli fu dedicata un'ode, per la vittoria, da Bacchilide (Epinici, XI).
Dorieo era il figlio più giovane e di maggior successo dell'atleta di Rodi Diagora. Attivo sia nella boxe che nel pancrazion e pluripremiato vincitore, ai giochi olimpici vinse il pancrazio negli anni 432, 428 e 424 a.C. Più volte fu vincitore ai giochi Pitici e fino a otto volte agli Istmici e sette volte ai giochi Nemei. Dopo la sua carriera da sportivo Dorieo divenne un politico influente: appartenne, infatti, al partito anti-ateniese a Rodi e guidò la rivoluzione di Rodi contro l'egemonia ateniese. Le tre città-stato indipendenti dell'isola di Rodi furono unite nel 408/407 a.C., probabilmente anche sotto l'influenza di Dorieo, che, durante la guerra del Peloponneso, combatté al fianco degli Spartani, con le navi che finanziava personalmente. Nel 395 a.C., quando Rodi cambiò posizione, fu fatto prigioniero dagli Spartani e fu giustiziato.
Icco di Taranto vinse durante gli LXXXIV Giochi Olimpici (444 a.C.). È considerato il padre della dietologia atletica, poiché si preparò fisicamente prima di competere secondo concetti pitagorici etico-religiosi. astenendosi dai rapporti sessuali e con una dieta frugale appositamente preparata, che poi iniziò ad insegnare (L. Stroppiana, L’Arte ginnica di Icco da Taranto nel contesto socio-culturale della Magna Grecia, in "Medicina nei Secoli arte e Scienza", 1 (1989), pp. 3-12).
Milone di Kroton ebbe un numero impressionante di vittorie: sei ai giochi olimpici, una delle quali nella categoria juniores, sette ai giochi Pitici, incluse anche una junior, dieci ai giochi Istmici e nove ai giochi Nemei. Per un periodo di trent'anni fu il grande favorito, prima tra i ragazzi, poi tra gli uomini. A quarant'anni, perse, infine, contro il suo giovane cittadino Timateo; a quel punto, si ritirò dallo sport e divenne un politico: nel 511/510 a.C., Milone fu nominato generale e sconfisse la vicina città di Sibari.

giovedì 3 gennaio 2019

La Basilicata contemporanea. 29. Il dibattito giornalistico sull'istituzione dell'Università in Basilicata (1970-1980)

  • F. Panetta, Il problema dell'Università, in «Realtà del Mezzogiorno», n. 8-9 (1971), pp. 791-807.
  • I. Talia, L'Università in Basilicata, in «Nord e Sud», n. 138 (1971), pp. 39-43.
  • Linee orientative per l'Istituzione dell'Università in Basilicata, Potenza, FORMEZ, 1979, con appendice legislativa a cura di Sabino Cassese. 
  • Università in Basilicata, un diritto incontestabile, in «Basilicata Regione», n. 2 (1973), pp. 31-34. 
  • L'Università lucana entra in Parlamento, in «Basilicata Regione», n. 3/4 (1973-74), pp. 18-32.
  • R. Cantore, Quale Università?, in «Territorio», n. 8-9 (1975), pp. 16-17.
  • C. Rutigliano, Curriculum di mia proposta, in «Territorio», n. 3 (1975), pp. 15-16.
  • Circolo Lucano Universitario, Progetto di Università in Basilicata, Potenza, s.e., 1979.


giovedì 27 dicembre 2018

Il Mezzogiorno moderno. 2. L'Archivio borbonico dei Bianchi della Giustizia

Sin dalle origini, i confratelli della Compagnia dei Bianchi della Giustizia si erano assunti il triste compito di confortare i condannati a morte, disporne funerali e messe di suffragio ed assistere le famiglie. Nel corso dei secoli i Bianchi provvidero a rafforzare le proprie attività istituzionali ed a consolidare la vita interna del sodalizio, fino al 1862, quando gli eventi socio-politici ponevano, di fatto, fine alla sua attività di tipo "socio-spirituale" nei confronti di omicidi, ladri e colpevoli di lesa maestà. 
Un notevole impulso all'attività dei Bianchi si ebbe nel periodo borbonico (1734-1860), come emerge dalla seguente tabella:
Periodo
Condannati
Carlo di Borbone
(1734-1759)
148
Ferdinando IV di Borbone
(1759-1799)
72
Repubblica Napoletana
(21/1-13/6/1799)
28
Restaurazione borbonica
(1799-1805)
121
Decennio napoleonico
Giuseppe Bonaparte
(1806-1808)
Gioacchino Murat
(1808-1815)

108

82
Ferdinando I delle Due Sicilie
(1815-1825)
61
Francesco I delle Due Sicilie
(1825-1830)
17
Ferdinando II delle Due Sicilie
(1830-1859)
24
Francesco II delle Due Sicilie
(1859-1860)
0

domenica 23 dicembre 2018

La Basilicata contemporanea. 28b. Il generale Giuseppe Pennella: le operazioni dell'VIII Armata (Antonio Cecere)

Con lo stesso identico animo dell'esordio, Giuseppe Pennella passò al comando della 35ª Divisione in Macedonia, poi al XI Corpo d'armata, successivamente alla 4ª Armata, all’8ª Armata ed infine al XII Corpo d'armata. Questo fu Pennella, un uomo dalle capacità tattiche fuori dal comune, candidato al comando dell'intero esercito dopo Cadorna. Ma, come in tutte le cose, c'è chi alza la pietra e chi si ruba il gambero. 
C’è un esempio che ben si adatta a tutte le battaglie della prima guerra mondiale, specie quelle sul fronte orientale. È quello della cosiddetta “onda del mare”, sarebbe in parole povere l’allungamento della logistica e quindi dei rifornimenti rispetto ad un punto in maniera esagerata a svantaggio delle truppe in espansione stessa. Vale a dire quello che vi mostro ora in mappa del caso specifico che vorrei trattare questa sera con voi: la Battaglia del Solstizio e più specificatamente del Montello. Come possiamo vedere dopo Caporetto la linea del fronte italiano arretra sul Piave a vantaggio/svantaggio di quella austriaca. La logistica austriaca avrà seria difficoltà a portare viveri, vettovaglie e tutto ciò di cui ha bisogno un esercito in battaglia diuturnamente. Al contrario le retrovie per gli italiani sono molto agevoli. 
C’è un punto in cui la canzone della Leggenda del Piave è particolarmente emblematico ed è il seguente: 

Si vide il Piave rigonfiar le sponde, e come i fanti combattevan l’onde …

C'è da interrogarsi su questo binomio: Piave ingrossato quindi in piena e fanti che combattevano le stesse onde. Chiaramente è qualcosa di metaforico.  Partiamo dalla premessa. Tale canzone musicata da Ermete Giovanni Gaeta fu composta precisamente dopo la vittoria di Giuseppe Pennella sul Montello al comando dell’VIII armata. Tale vittoria rappresenterebbe il contraltare di Caporetto ed a sua volta il termine ante quem a Vittorio Veneto. Ma per ritornare al mio interrogativo … davvero è da ascrivere alla piena del Piave la vittoria ed il respingimento degli austriaci al di là degli argini del Sacro Fiume? In verità no. È da ascrivere totalmente all’VIII armata comandata dal rionerese Peppino Pennella. Si andò diffondendo infatti all’indomani della pesante sconfitta inflitta alle truppe austro – ungariche durante la battaglia del Solstizio da parte dell’esercito regio italiano la leggenda del rigonfiamento del fiume per minimizzare il più possibile le capacità tattiche di offensiva reali delle nostre truppe. Così mi sono andato a cercare i dati idrometrici del fiume nei giorni della battaglia rilevati dalla stazione di Nervesa, praticamente sotto il Montello, dove operava Pennella.
Emerge visibilmente che non fu l’ingrossarsi del Piave a determinare la vittoria. Sono state certamente le capacità fuori dal comune di Pennella e dei suoi immediati sottoposti a mettere in rotta l’esercito austriaco. Deve essere sottolineato che non tutti avevano intuito che proprio al Montello gli austriaci avrebbero tentato di sfondare la fronte italiana. 
Fortunatamente non tra questi vi era Pennella, che ben sapeva che avrebbero concentrato le forze il quel punto. In questo caso le trincee vennero erette a regola d’arte. Durante la battaglia fu quindi strategico il coordinamento della fanteria del XXVII corpo d’armata del comandante Di Giorgio, del VIII corpo d’armata del comandante Gandolfo Asclepia, della riserva d’armata del colonnello Giacchi con l’artiglieria del comandante Giuliano Ricci. Tale connubio venne immortalato perfino sui giornali stranieri dell’epoca e l’esempio più famoso è costituito dal francese «Petit Journal». 
Ma c’è un aneddoto che merita di essere raccontato. 
Supporto all’artiglieria del comandante Ricci lo diede anche “l’aviazione” o meglio il prototipo di aviazione dell’epoca considerando che gli aerei erano stati inventati meno di quindi anni prima. Un eroe perì proprio in quella circostanza: Francesco Baracca. Il mitico aviatore ed asso della aviazione italiana con la carlinga del suo aereo decorata con il cavallino rampante (simbolo del 2º Reggimento cavalleria "Piemonte Reale" dal quale egli stesso proveniva) destinato ad essere mitizzato, fu colpito da una scarica di mitragliatrice austriaca mentre era in volo esattamente sul Montello il 19 giugno 1918. Dopo la sua scomparsa, il simbolo fu donato dalla famiglia Baracca ad Enzo Ferrari che lo scelse, consegnandolo alla gloria, per la sua casa automobilistica di Maranello.    
Ma, per ritornare a noi… Cadorna viene rimosso dopo Caporetto quasi alla fine della guerra, Pennella stravince sul Montello ed i meriti sono del geloso Diaz che, non appena termina la battaglia del Solstizio, assegna a Pennella il comando di un corpo d'armata, il XII, ben al di sotto dell'VIII armata da cui proveniva. Evidentemente c'è  qualche cosa che non quadra. Invidia, gelosia, astio? Non lo sapremo mai. Quel che sappiamo è che il migliore generale dell'epoca sia per tattica che per rigore militare, amato alla follia dalle sue truppe, venne di colpo silurato e progressivamente allontanato dalla carriera attiva. Ma sappiamo anche altro. Facciamo per un attimo un passo indietro nel tempo. Soltanto di qualche mese. Torniamo alla 12esima battaglia dell’Isonzo meglio conosciuta come Caporetto. Tutti sappiamo che Caporetto fu considerata, ed è tutt’oggi, sinonimo di sconfitta disastrosa. Perché? Lo storico dell’esercito italiano il colonnello Gatti scrisse nel diario all’indomani della sconfitta che Caporetto «è un sogno e non ci posso credere». Personalmente non condivido il messaggio dal momento che 
● se invece di Caporetto lo chiamiamo Soissons e se invece di Piave diciamo Marne e se invece di 1918 mettiamo 1914 otteniamo esattamente la stessa identica cosa con la differenza che né i francesi e né dopo i tedeschi, in altre occasioni, considerarono quelle avanzate e quel retrocedere di centinaia di km come delle sconfitte epocali … gli italiani lo fecero, perché? Perché l’esercito italiano è arrivato in guerra, a mio parere, con un complesso di inferiorità pazzesco che sarebbe svanito soltanto proprio grazie a Caporetto. Il fondo era stato toccato. Così la paura degli italiani cadde e si arrivò alla vittoria nel Solstizio e poi a Vittorio Veneto; 
● che basiamo, sbagliando, tale idea, sul cinema o sulla letteratura. 
Addio alle armi di Hemingway ad esempio è scritto da uno che aveva come totale esperienza sul fronte italiano 1 mese come ambulanziere diciannovenne sul fronte del Piave ferito alle gambe da un mortaio austriaco mentre stava portando della cioccolata ai reparti di prima linea. È questa l’esperienza militare di Hemingway che prese una medaglia d’argento al valore militare soltanto perché  bisognava far vedere in quel preciso istante che c’erano gli americani che combattevano al nostro fianco. Per inciso le uniche truppe americane combattenti sul fronte italiano ammontavano ad un reggimento. Quindi potete immaginare. In Addio alle armi descrive la ritirata di Caporetto come il caos più totale. In verità il caos riguardò soltanto la seconda armata. Dico io, secondo voi un esercito intero che si ritira nel caos, dopo quindici giorni è in grado di ricomporsi totalmente sul Piave e sconfiggere dopo pochi mesi un esercito vittorioso come quello austriaco che era arrivato sul Fiume Sacro con il morale al massimo? Evidentemente no!  
Tuttavia la sconfitta di Caporetto provocò immediatamente la sostituzione del generale Cadorna con Armando Diaz ed un nuovo assestamento delle truppe sul fronte del Piave dove, come già abbiamo avuto modo di vedere, gli italiani vinsero alla grande. Quando per la prima volta venni a sapere della sostituzione con degradazione del generale Pennella dopo la battaglia del Solstizio mi interrogai sul perché di tale gesto. Ipotizzai ci potesse essere un collegamento con la battaglia di Caporetto ed iniziai alcune ricerche. 
A Caporetto l’armata italiana che le prese brutalmente dagli austriaci e che poi si diede alla fuga fu la seconda. Questa armata è ricordata dagli storici come quella che sempre fu più sbilanciata delle altre sull’attacco… dei fanatici, degli “incoscienti spregiudicati” disse qualcuno che poco si preoccupavano della retroguardia e delle riserve. Anche anni dopo durante il fascismo continuò, tale armata, a mostrare questa tendenza. A confermare questa tesi sarà il suo simbolo con l’aquila fascista protesa in avanti, la cavalleria all’assalto ecc. Il comandante in capo di questa armata era il tenente generale Luigi Capello. Un personaggio particolare, dal momento che ogni qual volta Cadorna dava un ordine lui faceva esattamente l’opposto. Ma con lui chi c’era? In prima linea vi erano due signori che, successivamente, si ricopriranno di gloria. Non di certo per i meriti (?) di Caporetto. Al comando del XXVII corpo d’armata il tenente generale Pietro Badoglio ed al comando del XXIV corpo d’armata il tenente generale Enrico Caviglia. Questi due tizi si rivelarono in quella occasione dei perfetti incapaci. C’è da dire, comunque, che se per Badoglio la battaglia vera e propria non era cosa sua, in altre occasioni successive rivelerà la sua indole da ottimo riorganizzatore strategico e logistico (penso alla riorganizzazione sullo stesso Piave). Dopo Caporetto quel che resta della II armata dove era confluito? Esattamente nell’VIII comandata dal gen. Pennella che operò, in questo caso, un riordino da manuale con estremo rigore, rendendo quell’armata una vera e propria corazzata. Facile è ora immaginare il perché della punizione inflitta a Peppino Pennella da parte di Diaz all’indomani della epocale vittoria sul Solstizio. Badoglio fece pressioni sul Capo di Stato Maggiore, probabilmente perché invidioso delle capacità tattiche e militari del rionerese, affinché lo rimuovesse dall’incarico. Ed una volta ottenuto ciò? Il sostituto di Pennella fu niente di meno che… Caviglia! Il collega di Badoglio nella disfatta di Caporetto. Tanti indizi fanno una prova. A conferma della non totale affidabilità che riponeva Diaz nel duo Badoglio – Caviglia sta il fatto che al comando dell’VIII armata il Generalissimo Diaz affiancò a Caviglia un altro generale, l’inglese Cavan. Insomma un sol uomo non faceva Pennella, ce ne vollero ben tre. Ma la strada verso la vittoria il Nostro Peppino l’aveva già spianata.
Per ultimo, ma non per importanza va sottolineato un appunto al quale non si è quasi mai fatto accenno. Ovvero della presenza nella battaglia del Solstizio di un altro rionerese che merita assolutamente di essere citato. Parliamo dell’Ingegnere Giuseppe Catenacci che tra le fila del genio  militare (fu poi nominato maggiore) combatté proprio sul Montello e ricevette il 23 giugno 1968, in occasione delle celebrazioni per i 50 anni dalla vittoria dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, per il significativo apporto dato alla Patria, la cittadinanza onoraria da parte della cittadina di Giavera del Montello. L’Ingegnere perdette in guerra, sul San Gabriele nel 1917, il suo amato fratello Michele, tenente dell’esercito e medaglia d’argento al valor militare. 

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