giovedì 7 agosto 2025

L'antica Lucania. 20. La villa romana di Marsicovetere (Donato Donnino)

Le ricerche archeologiche in Val d’Agri hanno avuto inizio nel 2000, con l’avvio dei lavori Eni relativi alla Rete di Raccolta e all’Oleodotto Viggiano-Taranto. I territori interessati, per l’alta valle dell’Agri, sono quelli di Grumento Nova, Marsiconuovo, Marsicovetere, Montemurro, Paterno, Tramutola e Viggiano. La villa di Barricelle venne individuata nel settembre 2006. La direzione scientifica dello scavo è di Alfonsina Russo, con la collaborazione di Maria Pina Gargano, che conduce le indagini sul campo, mentre lo studio delle iscrizioni su instrumentum e della ceramica è a cura di Helga Di Giuseppe.

Una villa ritrovata si trovava in località Barricelle, in un’area prospiciente la valle, dominata a nord dal monte Volturino e lambita ad est dal torrente Molinara, affluente dell’Agri. Il complesso edilizio venne abitato durante il lungo periodo compreso tra la fine del II secolo a.C. e il VII d.C.

La vita della villa, dunque, si snodò in molte fasi. Durante la prima, l’edificio s’impronta su un’area già frequentata (come visto), nel periodo lucano tra la fine del IV ed il corso del III secolo a.C., come dimostra la ceramica a vernice nera residua rinvenuta nei livelli rimaneggiati su cui s’impianta la struttura monumentale. Gli strati di abbandono della prima fase della villa, databili tra la fine del II ed il terzo quarto del I secolo a.C., forniscono gli elementi necessari per capire che inizialmente si trattasse di un complesso edilizio costituito da un unico ambiente a pianta rettangolare di notevole estensione collegato nella parte sud con il settore produttivo, laddove s’individuano un ampio piano di cottura e numerosi frammenti di dolia (recipienti di argilla), nonchè un vasetto miniaturistico a crema che rimanda a culti domestici. 

Nella II fase, il complesso edilizio di Barricelle è una villa rustica a doppia vocazione, cioè residenziale e produttiva. Il nuovo edificio, realizzato in età augustea, continuò ad essere occupato ininterrottamente fin oltre la metà del I secolo d.C., quando la vita di questo edificio di seconda fase si interruppe a causa di eventi sismici. 

Dopo un breve periodo di abbandono, la villa nel corso del II secolo venne ricostruita, conoscendo il periodo di maggior splendore, in quanto visse una vera e propria monumentalizzazione ed una riorganizzazione degli spazi, che interessava in particolare la zona settentrionale. I bolli sulle tegole riportavano il nome di Gaius Bruttius Praesens, sicché la villa apparteneva alla famiglia lucana dei Bruttii Praesentes, nota per aver dato i natali oltre che a consoli e senatori, anche a Bruttia Crispina, detta «imperatrice lucana» perché andata in sposa, nel 178 d.C., all’imperatore Commodo, che, poi, l’avrebbe fatta esiliare ed uccidere a Capri per adulterio nel 187 d.C.

Questa terza fase della villa fu distrutta da un terremoto tra la fine del II e gli inizi del III secolo. Tuttavia la felice posizione geografica della villa fece sì che la villa venisse subito ricostruita nel III, pur subendo profondi rimaneggiamenti, soprattutto nella pars urbana, che, infatti, si trasformò da quartiere residenziale in quartiere artigianale.

Fra la seconda metà del IV e la fine del V secolo, la villa di Barricelle vide la sua ultima frequentazione, prima di essere abbandonata, presumibilmente e soprattutto a causa di dissesti di natura idrogeologica, dato che il torrente la Molinara, oggi distante 140 metri dall’impianto, era anticamente più vicino. 




sabato 26 luglio 2025

La Storia al tempo dell'oggi. Un talk con il prof. Francesco Benigno


Il 25 luglio 2025, a Rionero in Vulture, durante la prima serata di Eminalis, abbiamo avuto il piacere di dialogare con il prof. Francesco Benigno, Ordinario di Storia Moderna nella Scuola Normale Superiore di Pisa, sul suo volume del 2024 La Storia al tempo dell'oggi, edito da Il Mulino. Abbiamo avuto modo di approfondire temi cruciali sulla storiografia contemporanea, discutendo di come la storia si relaziona con il presente e di quanto sia fondamentale comprenderla per navigare il nostro tempo. 

L'interesse e la partecipazione del pubblico hanno reso l'evento ancora più stimolante, confermando l'importanza di queste riflessioni, che vi offriamo nel video che segue.


Un'altra breve riflessione, successiva al talk, è stata restituita dal professor Benigno ai microfoni del TGR Basilicata. Secondo il Professor Francesco Benigno, il ruolo dello storico è intrinsecamente legato alle sfide del nostro tempo, un'epoca in cui la "memoria storica" spesso sovrasta la disciplina accademica tradizionale. Benigno sottolinea come questa "memoria" tenda a costruire narrazioni emotive e talvolta arbitrarie del passato, concentrandosi su eventi traumatici o identitari con un forte impatto mediatico, creando un legame quasi mistico tra il presente e tali accadimenti.
Per contrastare questa tendenza e riaffermare il valore della storia, Benigno insiste sulla necessità per lo storico di tornare a una rigorosa critica concettuale. Nel suo lavoro, come dimostra in "Parole nel tempo", egli analizza in profondità termini chiave quali "violenza", "cultura popolare", "opinione pubblica", "rivoluzioni", "identità", "potere", "generazioni" e "terrorismo". Questo esame mira a svelare la formazione e l'evoluzione di questi concetti nel pensiero moderno, mettendo in discussione le modalità con cui sono stati impiegati fino ad oggi.
La storia, per Benigno, è sempre un'interpretazione, e in quanto tale, è inevitabilmente condizionata dal contesto socio-politico in cui viene elaborata. È quindi cruciale che lo storico sia consapevole delle potenziali manipolazioni del passato, usate per sostenere determinate narrazioni o ideologie, e operi con lucidità per cogliere le implicazioni più profonde di questi fenomeni. Sebbene la storia possa faticare a spiegare il presente in tempo reale, la sua utilità per comprenderlo rimane innegabile. Lo storico ha il compito di interrogarsi sul mondo attuale e dimostrare come le proprie competenze possano offrire risposte concrete, evitando di ridurre la disciplina a un mero esercizio accademico.
Benigno invita inoltre a una profonda riflessione sulla crisi dello schema evolutivo e progressivo della storia, che ha storicamente interpretato le rivoluzioni come snodi cruciali. In un'epoca dove si nutrono dubbi su un futuro necessariamente migliore del passato, lo storico deve interrogarsi su cosa rimanga delle rivoluzioni e su come esse si inseriscano nel complesso panorama del conflitto politico. In definitiva, la visione di Benigno spinge lo storico verso un approccio più consapevole e criticamente engaged, capace di affrontare le sfide del presente, di rivisitare i fondamenti concettuali della disciplina e di dimostrare la sua pertinenza per la comprensione del mondo contemporaneo, mantenendo al contempo una necessaria distanza critica dalle narrazioni emotive e strumentali della "memoria".

giovedì 24 luglio 2025

Il Mezzogiorno moderno. 28. Il "Corriere d'Europa" nella Napoli del 1799

A Napoli, già il 9 febbraio 1799 circolò l’annuncio di un nuovo periodico, il «Corriere d’Europa», con cui Angelo Coda, riproponendo una testata già nota, riprese la sua attività editoriale. Una prima versione del «Corriere d’Europa» fu pubblicata da Coda in collaborazione con Giovanni De Silva già a partire dal 28 agosto del 1798, per offrire al pubblico notizie di affari e di commercio. 

Inizialmente il «Corriere» era conosciuto solo per una notizia riportata dal «Monitore»: più tardi, Giovanni Beltrani entrò in possesso occasionalmente dell’intera raccolta, acquistandola presso il libraio Casella di Napoli. Beltrani, nel 1921, segnalò l’opera pubblicando un Manifesto di annuncio con un indice cronologico. L’intera collezione entrò nuovamente nel circuito commerciale nel 1939 e fu acquistata, presso il libraio Ruggiero, da Benedetto Croce.

La pubblicazione del «Monitore» e la promulgazione, il 5 febbraio, della legge che riconosceva la libertà di stampa, risvegliarono l’istinto giornalistico del De Silva e l’interesse imprenditoriale del Coda, i quali si ripresentarono al pubblico, professando l’impegno di assumere il linguaggio della verità. Direttore del periodico fu De Silva, dotto canonico, che dal 1783 al 1785 aveva pubblicato una rivista letteraria, che comprendeva saggi di letteratura, di poesia e di scienze. 

La collezione completa del periodico è costituita da ventisei fascicoli ordinari e uno supplementare, che furono pubblicati con una cadenza bisettimanale nei giorni di sabato e martedì, dal 16 febbraio al 26 maggio. 

Il «Corriere», dalla sede di S. Gregorio Armeno, si propose come una finestra sull’Europa e diffuse notizie di avvenimenti politici e militari, utilizzando sia corrispondenze con gli altri Stati europei sia, presumibilmente, periodici stranieri che giungevano a Napoli. I curatori del «Corriere d’Europa» espressero la volontà di servire il pubblico e per questo motivo aprirono ogni numero con un articolo riguardante la vita e le istituzione della Repubblica napoletana, riportando anche proclami e atti del governo.

Il «Corriere», proprio per la sua “europeità”, non seguì la quotidianità dei problemi connessi alle trasformazioni apportate dalla Repubblica, ma preferì soffermarsi su quegli avvenimenti o temi ritenuti di interesse generale, come quelli finanziari, religiosi, morali, o problemi come quelli derivanti dalle insorgenze, dalla coscrizione militare, dalla feudalità, dalla nomina degli amministratori pubblici. Ad esempio, per introdurre la pubblicazione della legge sull’eversione della feudalità sul «Corriere» apparve un annuncio semplice, ma significativo: 

La felicità della Repubblica è fondata sulla legge dell’eguaglianza. A questo grande oggetto il governo si è occupato con molte leggi. Di gran momento e la più interessante si è considerata sempre quella dell’abolizione de’ feudi tanto desiderata da tutta la nazione. Finalmente ha veduto la luce. 

Il «Corriere» sostenne uno spirito di tolleranza e di integrazione culturale e religiosa, come si evidenzia dalla proposta tesa a favorire gli ebrei e il loro culto, liberandoli da ogni sopruso. Infatti, in un articolo del 26 marzo venne riportato il discorso del ministro di polizia all’ambasciatore Bertholio in Roma:

Se mi fosse lecito proporre un mio particolare sentimento, io vorrei che si togliesse questa diversificazione degli Ebrei con farli partire dal ghetto acciocché eglino perdessero le loro maniere, e non fossero più disgiunti dall’altro popolo. La famigliarità e l’uso farebbero dimenticare la ridicola inimicizia di religione, la cui rivalità particolarmente fomentata dai Capi de’ loro culti, dai Rabbini cioè, e dai Preti verrebbe a mancare insensibilmente colla indistinta abitazione e commercio.

Il «Corriere d’Europa» si interessava, come detto, soprattutto agli avvenimenti esteri, proprio nella consapevolezza che il futuro della Repubblica napoletana e delle altre Repubbliche giacobine in Italia fosse legato al conflitto in atto tra le potenze europee: con la corrispondenza da Parigi, volle tranquillizzare i propri lettori riguardo alle sorti di Napoli, cercando di scongiurare il pericolo di un possibile utilizzo della Repubblica come pedina di scambio per equilibrare il peso delle diverse forze in campo. 

L’“europeismo” del periodico venne sostenuto anche dalla solida formazione letterario-scientifica del De Silva, che dichiarò non solo di essere aperto a temi artistici, letterari e scientifici, ma anche di interessarsi alle attività agricole e commerciali, anche se solo raramente si incontrano riferimenti al commercio, con pochi esempi riguardanti le difficoltà finanziarie di alcuni Stati o della marineria di corsa. Gli altri interessi manifestati, invece, non furono nemmeno toccati, a meno che non si consideri, per una caratterizzazione letteraria, qualche piccolo annuncio della costituzione, a Torino, di una società letteraria o a pubblicazioni napoletane di vario genere; o, per una caratterizzazione scientifica, la notizia del caso di un longevo norvegese, morto a Londra all’età di 160 anni, o qualche bollettino meteorologico da Parigi con riferimenti ad un esperimento di “freddo artificiale”. Molto probabilmente il disimpegno non fu da imputare ai collaboratori, che avrebbero dovuto garantire le rispettive rubriche annunziate, ma al riguardo per il «Giornale letterario di Napoli», diretto da Aniello Nobile, interessato specificamente a temi letterari e artistici, del quale fu uno dei principali collaboratori Luigi Targioni, noto per i suoi scritti di storia dell’economia. 

BIBLIOGRAFIA

- Napoli 1799. I giornali giacobini, a cura di M. Battaglini, Napoli 1988.

- A. D'ANDRIA, La libertà trionfante. Il «Corriere di Napoli e di Sicilia» del 1799, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2020.

giovedì 17 luglio 2025

EMINALIS. Il festival della Storia a Rionero (25-27 luglio 2025)

La pratica di contrassegnare tegole e mattoni con appositi bolli risale all’età imperiale, quando le manifatture ceramiche (figlinae) venivano insediate in prossimità di giacimenti di argilla e di corsi d’acqua, al fine di ottimizzare le fasi di produzione e distribuzione. Tali impianti erano spesso di proprietà di famiglie influenti, talora collegate direttamente alla domus imperiale. La documentazione epigrafica rinvenuta sui laterizi consente di ricostruire, almeno in parte, l’organizzazione produttiva e la struttura proprietaria di questi complessi. Il bollo “Eminalis”, attestato nel territorio di Rionero, rappresenta uno degli esempi di queste attestazioni. Nel corso dei secoli, i bolli laterizi hanno subito un’evoluzione formale e tipologica: dalle prime versioni rettangolari con iscrizioni lineari, si passa sotto Claudio a forme semicircolari, sotto Domiziano a configurazioni “a mezzaluna”, e successivamente a esemplari di forma circolare o nuovamente rettangolare. Le iscrizioni potevano indicare diverse informazioni: il nome della fabbrica, del proprietario o dell’appaltatore, l’origine dell’argilla, il nome del capofficina, e in alcuni casi un motto. A partire dal regno di Adriano, con la riorganizzazione statale della produzione per i grandi cantieri di Roma, divenne prassi l’inserimento anche dell’anno di fabbricazione. Nei secoli seguenti, il controllo delle fornaci si accentrò progressivamente, con un coinvolgimento diretto dell’amministrazione imperiale.

Il festival “Eminalis”, in programma dal 25 al 27 luglio presso Palazzo Fortunato a Rionero in Vulture, si propone di recuperare e reinterpretare questo segno antico come emblema identitario e culturale della comunità locale. L’iniziativa, promossa dall’ArcheoClub del Vulture, si inserisce nel solco della valorizzazione del patrimonio storico-archeologico della regione, proponendosi come momento di riflessione e condivisione collettiva. L’antico bollo “Eminalis” si trasforma così in un logo e in un nome carico di significati simbolici, capace di connettere la memoria storica del territorio con le pratiche culturali del presente.

sabato 12 luglio 2025

La Basilicata contemporanea. 48a. Internamento e confino in Basilicata durante il fascismo: una geografia della repressione

Durante il ventennio fascista, la Basilicata fu integrata nella rete nazionale dei luoghi di confino politico e dei campi di internamento civile e militare, attivati prima come strumento di controllo dell'opposizione interna, poi come misura repressiva durante la Seconda guerra mondiale. Questo processo, che coinvolse numerosi piccoli centri lucani, rivela come l’apparente marginalità geografica della regione si sia trasformata in uno degli elementi cardine della politica di isolamento e repressione adottata dal regime.

Il confino politico, misura alternativa alla detenzione carceraria, venne intensificato nel corso degli anni Trenta e trovò nella Basilicata una delle sue sedi privilegiate. Il territorio lucano, ritenuto dal fascismo arretrato, isolato e controllabile, fu ritenuto particolarmente adatto a neutralizzare l’influenza degli oppositori del regime. In questo contesto si colloca il caso di Carlo Levi, confinato ad Aliano tra il 1935 e il 1936, che trasformò la sua esperienza in testimonianza letteraria e civile nel celebre Cristo si è fermato a Eboli. Nelle sue memorie, Levi descrive il paesaggio fisico e umano di quella Lucania profonda: «Ad Aliano non c'era nulla che potesse assomigliare a una consolazione: né luce, né comunicazioni, né scambi. Ma c'erano gli uomini. Quegli uomini antichi, inerti e tragici come le loro colline». Il medico e pittore torinese racconta l’isolamento, ma anche il lento fiorire di un rapporto umano profondo con la popolazione contadina locale, che nulla aveva a che fare con il fascismo.

Oltre ad Aliano, anche centri come Grassano, Melfi, Rionero in Vulture, Tricarico e Campomaggiore furono luoghi di soggiorno coatto per antifascisti, sindacalisti, repubblicani e comunisti provenienti da tutta Italia. I confinati, pur non soggetti a regime carcerario, erano sottoposti a sorveglianza stretta, a restrizioni nei movimenti e al controllo continuo delle autorità locali e della Milizia fascista. Il confinato napoletano Mario Vinciguerra, inviato a Tricarico nel 1934, annotava: «Non posso scrivere liberamente, né leggere ciò che desidero. Eppure mi sento più libero tra questi contadini che tra i miei giudici».

Con l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940, il sistema repressivo si estese anche ai cosiddetti “internati civili nemici”, ovvero cittadini stranieri considerati ostili per ragioni etniche, religiose o politiche. In particolare, la Basilicata ospitò numerosi ebrei stranieri, antifascisti slavi, greci, albanesi e prigionieri di guerra alleati, provenienti soprattutto dal fronte mediterraneo. Paesi come Ferrandina, Tursi, Montescaglioso, Matera e Genzano di Lucania furono utilizzati per sistemare questi internati, talvolta alloggiati in edifici civili riconvertiti all’uso detentivo, come ex conventi, caserme dismesse o palazzi municipali. Le condizioni di vita erano spesso precarie: mancavano servizi igienici adeguati, le restrizioni alla libertà personale erano severe, e l’alimentazione era insufficiente. 

L’ebreo jugoslavo Josip N. internato a Ferrandina nel 1941 scriveva alla moglie rimasta in Croazia: «Dormiamo su pagliericci stesi a terra, il cibo è scarso e la posta arriva con mesi di ritardo. Ma i bambini ci sorridono, e i vecchi del paese ci portano pane e olive». Alcune lettere, conservate presso l’Archivio Centrale dello Stato, testimoniano che, nonostante la sorveglianza, si instaurarono in alcuni casi rapporti di solidarietà con la popolazione locale.

Questa geografia dell’internamento evidenzia come, nel cuore della provincia italiana, si sia svolta una parte significativa della strategia fascista di isolamento politico e “contenimento” dei soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza dello Stato. La Basilicata, in questo senso, rappresenta un osservatorio privilegiato per comprendere le modalità concrete attraverso cui il regime ha agito sulla società civile, utilizzando la marginalità come risorsa politica. In una testimonianza raccolta nel dopoguerra, una donna di Genzano di Lucania raccontava: «Quei poveretti non avevano colpe. Noi li aiutavamo come potevamo. Poi, un giorno, vennero i tedeschi e li portarono via. Alcuni non tornarono mai più».  Recuperare la memoria di questi luoghi significa restituire dignità a quanti vi furono relegati e riscoprire una pagina ancora poco conosciuta della storia italiana del Novecento.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE 

* Petricelli, Emilio, Internati e confinati in Basilicata (1940–1943), Matera, Libreria dell'Arco, 2002.

* Giovagnoli, Agostino, Il fascismo e la questione meridionale, Il Mulino, Bologna, 1981.

* Baldissin Molli, Matteo, I campi del duce. L'internamento civile nell'Italia fascista (1940–1943), Bollati Boringhieri, Torino, 2001.

giovedì 26 giugno 2025

La Basilicata contemporanea. 48. Giustino Fortunato e la ferrovia Rionero-Potenza

 Nella inaugurazione del tronco di ferrovia da Rionero a Potenza

(21 settembre 1897) 

Mi è grato, onorevoli Ministri de’ lavori pubblici, delle finanze e della giustizia, signori del Consiglio provinciale di Basilicata e della Società per le strade ferrate Meridionali, di dare a voi tutti il saluto de’ miei conterranei del Circondario di Melfi, - oggi più che mai consapevoli di quale benefizio essi siano debitori allo Stato, che questa loro ferrovia ha voluta, alla Pro-vincia, che l’ha sussidiata, alla Società, che l’ha eseguita. Voi, o quelli fra voi che più intimamente mi conoscono, potete comprendere da quanta commozione sia vinto l’animo mio nell’ adempiere, dinnanzi a voi, un così affettuoso, doveroso mandato. 


Sono diciotto anni, proprio in questo scorcio del settembre, che un anonimo, il migliore più dimestico de’ miei amici, scriveva da un comune del Vùlture a un giornale di Roma le seguenti parole: «se per saggezza di popolo e di governi l’Italia godrà tale un periodo di pace operosa e di provvido raccoglimento da potere tradurre in atto tutto quanto il disegno ferroviario del 29 luglio 1879, che in caso contrario resterà documento e monumento di leggerezza parlamentare, il Circondario di Melfi avrà raggiunta la mèta e assicurata la sua rigenerazione ». 

Or io non so fino a che punto e popolo e governi abbiano corrisposto alle previsioni dell’anonimo di diciotto anni addietro, all’augurio di saggezza, alle speranze di pace e di raccoglimento; ma questo io so che l’Italia, nonostante le tempeste della sua //74// vita politica, le terribili sue ore di angoscia e di affanno, ha mantenuta, religiosamente, la fede promessa. Il tronco di ferrovia, che di qui a poco percorreremo, è l’ultimo della rete complementare decretata nel 1879, l’ultimo de’ quindici mila chilometri, costruiti dopo il 1860, l’ultimo della fitta maglia di ferro, tessuta da un capo all’altro del Regno intorno a Roma, ove già convergevano, presso l’aurea colonna miliare di Augusto, tutte le antiche strade della penisola. Così il voto della generazione cui dobbiamo l’unità della patria, è sciolto nel giorno dopo l’anniversario di Porta Pia: sciolto, anche prima del ventennio prescritto, in queste remote valli, in questi estremi gioghi dell’Appennino meridionale! 

Per ciò, o signori, l’importanza morale del fatto eccede di gran lunga qualsiasi benemerenza di persone, qualsiasi calcolo di utilità immediate. A ben altre considerazioni, in un’ora tanto solenne, giova inspirare e l’animo e la mente. Noi non festeggiamo qui la vittoria di un interesse locale, non siamo qui per dare o ricevere congratulazioni e lodi per l’opera compiuta. 

Che cosa mai valgono i titoli di merito dell’uno o dell’altro fra noi, che cosa mai importa lo stesso tornaconto della terra natale, dinnanzi alla grande affermazione che l’Italia, guardando fiduciosa nell’avvenire, non sorretta da altro se non da fini altamente ideali, ha fatta, mediante le ferrovie, della sua unificazione politica? 

L’unificazione politica! Pareva, più che un sogno, una follia, data la singolare configurazione del nostro paese. Certo, non vi è regione come l’Italia che abbia un’individualità fisica più netta e distinta; ma, in tanta armonia esteriore, quanti ostacoli da un versante all’altro dell’Appennino, quali contrasti dal Piemonte e dal Veneto alle Puglie e alla Sicilia ! Nessun paese è meno accentrato del nostro, nessuno ha più difficili le vie naturali di comunicazione interna, nessuno un maggior numero, una maggiore varietà di distretti geografici: un vero semenzaio di staterelli, obbligati, per vivere, a creare, a fomentare il disgregamento //75// politico della nazione. Cosi la struttura della penisola è stata causa principale della nostra debolezza, e tutta la nostra storia ne ha risentite le dolorose conseguenze. L’Italia assimilò o respinse i molti elementi che le affluirono da tutti i valichi delle Alpi, da tutte le prode de’ suoi mari; ma essa, dacché fu rotto il fascio di Roma imperiale, non giunse mai più a ricomporsi in unità, a salvare la sua indipendenza. Che anzi uno strano dualismo, una fatale divisione si andò via via accentuando tra il Settentrione e il Mezzogiorno; e toccò a noi meridionali, tagliati fuori da tutte le correnti della civiltà, scontare più duramente il funesto privilegio dell’autonomia. Non abbiamo noi forse, anche oggi, due Italie in una? La impressione del viaggiatore, che percorre la penisola dal Po alle Calabrie, non è forse, anche oggi, quella di passare in pochi giorni, in poche ore, dall’ Europa a’ paesi di Levante? Non avete voi stessi, questa mane, lasciando Napoli e la Campania, attraversate intere plaghe deserte, i cui villaggi, in cima alle alture, sono tuttora come chiusi entro mura feudali? 

E però, se il moto unitario del 1860, frutto di un processo meramente letterario e della buona fortuna, ha potuto, malgrado tutto, avere consistenza e vitalità, ciò è dovuto all’impulso di un fatto assolutamente artificiale, all’efficacia di una causa esclusivamente tecnica: le ferrovie. L’unificazione politica non è stata possibile una seconda volta, senza l’unificazione geografica. Le strade ferrate, correggendo il vizio di conformazione, e seguendo le stesse tracce delle grandi vie lastricate, di cui il genio di Roma volle solcata l’Italia, hanno compiuto il miracolo. Gl’ingegneri, i costruttori e gli operai valsero, per l’unificazione della patria, non meno de’ màrtiri, degli statisti e de’ soldati. 

Esse l’han fatta, ed esse, ho fede, le daranno vigore e durata, sia suscitando il comune sentimento della vita nazionale, sia improntando di un solo significato la nostra storia avvenire. 

La rivoluzione intellettuale, per esse, io spero, sarà pari alla rivoluzione sociale, e le due Italie, più presto che non si immagini, si fonderanno spiritualmente in una, ricambiandosi la miglior parte di sé, la parte più nobile della loro coscienza. - //76//

Un gran cattivo affare finanziario, senza dubbio, le leggi ferroviarie del 1879 e del 1888! 

Un cattivo affare, quello delle strade ferrate, a cui sono stati trascinati, come pare, tutti i popoli civili della terra... Non sono ancora trascorsi settant’anni dalla prima locomobile a vapore di Stephenson, e già da un capo all’altro del mondo si stendono settecento mila chilometri di ferrovie, de’ quali duecento cinquanta mila ne’ soli Stati di Europa. La trasformazione subitanea de’ mezzi di comunicazione, che ha avuto per effetto di accelerare prodigiosamente i trasporti, riducendone il costo e scemandone i pericoli ; questa enorme diminuzione delle distanze, che è certo il maggiore avvenimento del secolo, sbalordisce. 

Ieri appena, nell’ arrischiare un viaggio per le nostre contrade, non bisognava forse a’ padri nostri quell’aes triplex, di cui Orazio diceva corazzato l’animo de’ primi navigatori ? 

Tutto è mutato, nel corso di due sole generazioni. L’universale livellamento de’ prezzi non è più un’allucinazione di mente inferma, e nella lista delle miserie umane più non figura la carestia: il monopolio della rendita fondiaria è scemato, e la bonifica delle terre meno fertili è resa possibile. Arago scriveva, nel 1838: « non si redime una provincia né si allieta una re- gione, piantandovi delle rotaie di ferro ». Eppure in un quarto di secolo le strade ferrate hanno risanata la Sologna, in un decennio estesa la sicurezza delle campagne a tutta quanta l’Italia meridionale, a cui tante volte e in tanti modi queste povere strade ferrate sono state rinfacciate e rimproverate. 

Thiers profetizzava, nel 1856: «la vaporiera non darà la pace a’ regni, né la giustizia a’ popoli ». Eppure non mai come ora i regni paventano la guerra, non mai come ora i popoli aborrono dalla frode e dalla violenza. Dacché mondo è mondo, niente ha contribuito di più a una minore ineguaglianza delle condizioni sociali quanto la odierna mobilità di uomini e di cose, che desta i cuori a una maggiore capacità di intendere e di sentire, che eleva il pensiero a una più larga //77// contemplazione, a una più retta aspirazione della vita. Certo, vi è pure chi ha la malinconia di rimpiangere, in tutto o in parte, il passato. Ma, almeno, finché l’ora non è suonata della grande apocalisse, predetta o temuta dagl’ideologi, sia lecito a me, non ottimista, ma non ignaro né immemore della profonda tristezza de’ tempi andati, di ripetere ancora una volta, qui, tra’ miei comprovinciali, che l’Italia di oggi è incomparabilmente più buona dell’ Italia di ieri, e quella dell’avvenire migliore della presente, perché il dominio della ragione, piaccia o non, si va sempre più diffondendo ne’ motivi morali, negli abiti intellettuali delle nostre moltitudini. 

Vi si diffonde e penetra con la stessa ansia, la stessa alacrità, con cui la macchina del treno inaugurale, or ora, ascenderà e traverserà l’Appennino di Avigliano. Non gli avi lontani, ma noi stessi, pochi anni addietro, non avremmo potuto immaginar tanto! Sappiamo noi forse che cosa sarà mai il domani? Vi è nota la storia di quell’archeologo, che in una tomba egiziana scopri un pugno di grano, rimasto cinque mila anni, accanto alla mummia, senza mai rivedere il sole. Potevano i germi di que’ chicchi appassiti ridare le spighe a’ venti? Pareva di no. Ma il grano de’ Faraoni, sparso nelle zolle e fecondato dalle acque del Nilo, tornò a sbocciare i teneri steli alla carezza dell’aria nativa. Chi può dire che dal seno inesauribile di questa madre antica, la dolce terra d’Italia, non debbano erompere, premio all’ardimento della generazione che tanto osò per noi, che per noi e per queste nostre ferrovie dell’Ofanto né mosse da fini di lucro né lesinò il pubblico danaro (I); chi può dire non debbano erompere, un giorno, frutti di vita nuova e di giovinezza? 

Ah no, non può il mondo avere speso cento ottantaquattro miliardi circa, non può l’Italia averne dati via cinque, nelle //78// costruzioni ferroviarie, senza la speranza, senza il presentimento di una più felice età futura! Que’ cinque miliardi a noi non rendono, è vero, se non l’uno e mezzo per cento. Ma il sagrifizio sarà stato lieve, e benedetti coloro che han saputo affrontarlo, se noi otterremo che il primo e immediato scopo dell’opera, lo spirito di coesione nazionale, sia interamente raggiunto; se non dimenticheremo che il nuovo Stato unitario è un ente politico ancora assai debole : debole, soprattutto, per il difetto di fiducia, per la mancanza di consenso da parte de’ lavoratori della terra. La salute è in noi, nel morale rinnovamento di tutto il costume, di tutta l’anima nostra, qualora da questo gran dramma, che è la vita sociale moderna, noi vorremo trarre, sul serio, forza alla religione del dovere, nutrimento alle più pure energie del carattere. Quel che occorre, principalmente, è una visione schietta, un senso preciso della realtà penosa e dura, del vero quale proprio esso è, non quale, per vecchio abito di rettorica, noi lo sogniamo o ci lusinghiamo che sia. Troppo crediamo ancora nel pregiudizio delle ricchezze latenti, della feracità di suolo, della bontà di clima di tanta parte del nostro paese: troppo mostriamo ancora ignorare che il terzo di tutto il reddito lordo della nazione è assorbito, ormai, dalle imposte, i quattro quinti del bilancio dello Stato e de’ Corpi locali da spese, per un verso o per l’altro, intangibili. Or se è bene esser temuti all’estero, è anche meglio poter vivere sicuri e laboriosi all’interno. Vogliamo giungere in porto e scongiurare il pericolo? Rammentiamoci, al punto ove siamo, che data la nostra potenzialità effettiva, ogni aumento di pubblici gravami è una colpa, ogni nuovo debito, sotto qualunque forma e per qualsiasi motivo, un delitto: ciò che vale, in lingua povera, far punto con tutte le illusioni, con tutte le ubbie. L’ Italia agricola, risoluto il problema della viabilità, in cui è la massima sua guarentigia, non ha bisogno se non di questo: che l’interesse del capitale sia, il più che possibile, mite; ciò che importa, semplicemente, libera disponibilità del risparmio nazionale. Questo, o l’inganno e la rovina. E la rovina, per noi classi dirigenti, vorrà dire il rammarico, forse anche il rimorso che tanta //79// genialità e tanta virtù furono invano, che fu invano tutto il dolore, tutto l’amore nostro per l’unificazione politica della patria. . . 

Onorevoli Ministri, signori consiglieri provinciali e rappresentanti la Società, nel nome a me caro del Circondario di Melfi, la bella e ricca plaga del Vùlture, onde si diffusero lungi le prime glorie, le prime leggi della monarchia meridionale; nel nome suo, e con l’animo infinitamente devoto, io alzo il bicchiere e bevo allo Stato italiano, alla sua saldezza, alla sua prosperità !

FONTE: G. Fortunato, Delle strade ferrale Ofantine, scritti e discorsi (1880-1897), Firenze, tip. G. Barbèra, 1898.

Principato Citra. 1. Storici moderni del Principato (secoli XVI-XVIII) (Gianvito Martino)

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