mercoledì 17 marzo 2021

Centotrent’anni da uno dei più drammatici naufragi della storia: il piroscafo Utopia (Gianni Palumbo)

Il piroscafo Utopia salpò, carico di emigranti italiani, dal porto di Napoli (provenendo da Fiume e Trieste), il 12 marzo del 1891 in direzione New York, per il suo undicesimo viaggio verso Ellis Island e la Statua della Libertà, inaugurata alcuni anni prima.

Tra venti di prua e mare agitato l’Utopia giunse il 17 marzo di centotrenta anni fa, in un pomeriggio tempestoso, a Gibilterra. Appena il piroscafo superò la Punta Europa per cercare un ricovero nella Baia del protettorato inglese, accadde qualcosa di tragico e - forse - di imprevedibile.  Il vento impetuoso da sud-ovest, la pioggia e la foschia densa, condizionarono l’entrata nella rada della Baia, oltre il porto militare. A questo si aggiunga la sorpresa del Capitano, John Mac Keague, che non si aspettava di trovarsi con le navi militari così appresso, in particolare due corazzate, la Anson, molto vicina alla punta del molo e, più distante, la Rodney. Mac Keague pensò di superarle per cercare un approdo dietro la poppa delle navi militari, ma a quel punto, forse anche disturbato dai raggi di luce elettrica, proiettati dalle altre navi, che squarciavano il buio, non si accorse dello sperone sottomarino che sporgeva dalla corazzata Anson. La prua aveva superato lo sperone ma la poppa fu presto squarciata, per alcuni metri, dal rostro metallico e in pochi minuti il piroscafo si sarebbe inclinato tra i 60 e i 70 gradi, inabissandosi rapidamente la poppa. Fu tale la pendenza che coloro che si trovarono sul ponte precipitarono in mare senza possibilità di aggrapparsi a qualcosa.


Forse, in quel momento, il corno da nebbia emise quel cupo, greve e lungo suono, segnalazione di pericolo, che presagiva il peggio. Impossibile calare in mare le scialuppe di salvataggio; la burrasca imperversava. Erano da poco passate le 18.30 e il peggio stava avvenendo senza che i più, quasi tutti passeggeri di terza classe tranne tre, si accorgessero di cosa stesse drammaticamente accadendo perché intrappolati nel ventre oscuro del piroscafo, appena sopra le stive, ma già normalmente sotto il livello del mare durante una normale traversata. Dalle navi ancorate al porto partirono lance di salvataggio per i naufraghi ma, in pochi minuti, i marosi inghiottirono gran parte tra coloro finiti in mare e l’intero piroscafo sprofondò negli abissi lasciando all’esterno soltanto la punta degli alberi dove un tempo, prima del vapore, la stessa Utopia issava le proprie vele!

Furono circa 600 le vittime dimenticate di quel naufragio, quasi tutte dell’Italia meridionale, moltissimi i lucani provenienti da diversi luoghi, in particolare da Pomarico, Calvello, San Paolo Albanese, Rionero, San Fele e alcuni altri. Poco più di 300 i superstiti, immediatamente soccorsi dalle popolazioni spagnole e dalle autorità inglesi.


A centotrent’anni ricordiamo quel suono oscuro, col quale il mare trascinava negli abissi, senza facoltà di ritorno, centinaia di emigranti, tra i quali tanti lucani, che erano partiti per cercare l’America, naufragando con l’Utopia. A Gibilterra esiste un piccolo monumento a memoria della fossa comune nella quale finirono i corpi recuperati dal mare nel corso dei giorni successivi al naufragio.

giovedì 11 marzo 2021

Risorgimento lucano. 37a. L'eccidio Gattini del 1860 a Matera

Ma in questa l’onda fremente del popolo giunge e recinge le case di lui (del conte Gattini, ndr), si odono gagliardi colpi di scure ad atterrare l’uscio da via. A calmare le briache ciurme fu chi riversa dalla finestra una zanellina di monete spicciole, ma la industria, non che di frenarle le accende; traggono colpi di pietra e di moschetto, cresce l’urto e il furore, l’uscio cede e si sfonda e l’onda mugghiante si riversa e allaga il palazzo. Rovesciano, infrangono, fiutano per covi e solai: - il padrone è fuggito! - un urlo di rabbia scoppia dalle fauci affamate. Ma non guari di poi un urlo di gioia selvaggia annunzia che la caccia è scovata, un antico familiare di casa Gattini volle il plauso di aver scovato il covo, ove quegli erasi trafugato. Ghermito, or trascinato or sospinto, arriva in sulla piazza che già gronda sangue da quattro ferite: disfatto in volto e nella persona boccheggia e chiede un gotto d’acqua. Uno, tra i tristi men tristo, va e ne reca, ma un manigoldo il rovescia e - Cristo ebbe veleno - urla e la ciurma briaca applaude.

Non vo’continuare di queste ignobili quanto nefande manifestazioni non dell’umana, ma della ferina natura dell’uomo. Non dirò come assisero la vittima disfatta su un alto poggio a dileggio delle turbe, come ripetutamente gli chieggono in sul viso le carte del demanio ed un libro di cinquanta rotoli, urlavano, dove era scritta a loro giudizio la pruova dei comunali diritti, come una parte tornasse a frugare per carte e scritture in casa Gattina e come, indugiando a comparire il famoso libro e le aspettate carte, la impazienza riavvampa il furore, le belve si lanciano sulla preda cui di ulteriori strazii giunge liberatrice al morte. E non fu solo!

FONTE: G. RACIOPPI, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermine nel 1860, Napoli, Morelli, 1867, pp. 151-152.

lunedì 1 marzo 2021

I moribondi di Palazzo Carignano (a cura di L. Beneduci, Salerno, Francesco D'Amato Editore, 2020)

Ferdinando Petruccelli della Gattina, personaggio di respiro europeo, giornalista brillante, uomo d’azione. Un uomo della modernità nel nostro Risorgimento, non solo meridionale.  Petruccelli della Gattina, infatti, va compreso come scrittore a trecentosessanta gradi, non semplice giornalista, non puro romanziere, non solo “storiografo” e anticlericale: questo lo sa bene Luigi Beneduci, Dottore di Ricerca dell’UniSa, che in questa edizione del 2020 per i tipi di Francesco D’Amato (tra l’altro in un comodo formato paperback) lo colloca degnamente nel contesto culturale dell’epoca, con una doviziosa premessa biografica (p. 5-40) ed una bibliografia ragionata (p. 66-76).  Elementi fondamentali, questi dati biobibliografici, per inserire appieno l'autore in un milieu di tutto rispetto, che comprende nomi come Federico De Roberto e Luigi Capuana e che lo vide tra i grandi protagonisti del dibattito giornalistico, accanto a colleghi pure illustri come Ferdinando Martini e Edoardo Scafoglio. Eppure, “di questo personaggio si sono perse le tracce all’interno del dibattito storico e letterario nazionale più recente” (p. 7), facendone una sorta di "solitario di Moliterno". Da Torraca a Fortunato, da Racioppi a Indro Montanelli, il caustico e onesto giornalista e romanziere lucano suscitò certamente notevole interesse nei decenni immediatamente successivi alla sua morte; ostracizzato dal giudizio perentorio di Croce (p. 38-39), fu conosciuto più per l’aneddotica legata al suo carattere diretto e scevro da compromessi, salvo che per I moribondi di Palazzo Carignano, un instant book di grande successo, scritto come una serie di medaglioni ed impressioni del Parlamento italiano da uno che c’era stato. Petruccelli, come inviato speciale dall’interno, delineava per il pubblico vizi e virtù dei nuovi protagonisti della vita politica, non semplicemente per darli in pasto all’opinione pubblica, ma proprio perché i lettori (prima quelli francesi de “La Presse”, su cui aveva composto questi medaglioni tra 1861 e 1862) si facessero un’idea il più realistica e meno oleografica possibile.

È naturale che questo testo rimanesse un best seller all’epoca e che venisse puntualmente ripreso nel corso del “secolo breve”, fino a diventare uno stereotipo legato al nome di Petruccelli, anche in recenti, barocche e roboanti “riletture” (tra l’altro sponsorizzate con rulli di tamburi istituzionali, in uno stile che avrebbe acceso di sdegno la penna petruccelliana) che del lucano fanno capire ben poco – forse perché dell’uomo di Moliterno non hanno compreso nulla nemmeno loro. Ben intitolata, dunque, la premessa, che presenta il testo come “sfida letteraria e politica all’antipolitica”, laddove in quella E si condensa la sua interpretazione di Petruccelli. Beneduci evidenzia come le due dimensioni del volume siano evidentemente intrecciate fin dal titolo, che evidenzia la sua capacità di scrivere in presa diretta un reportage capace di catturare il lettore non solo con la finezza della sua analisi critica, ma soprattutto di alzare il sipario sulle miserie dei parlamentari con uno stile modernissimo, fatto di frasi incalzanti, aforismatiche, pointe tipiche di certo giornalismo d’autore – e che oggi avrebbero da insegnare a molti pennivendoli, accademici e giornalisti, che si barcamenano tra barocchismi e stili da post di Twitter. Luigi Beneduci, in una prefazione rapida e serrata, ma completa, evidenzia, con dovizia di particolari e finezza da italianista "informato", la complessità e la modernità della scrittura e del messaggio testo, che va, come egli stesso puntualizza, ad essere un tassello della produzione di Petruccelli, ma non deve essere interpretato disgiuntamente da essa. 

Un’edizione, quindi, che ci restituisce la freschezza di un documentario giornalistico di uno di quei “delusi” che di lì a poco avrebbero amaramente constatato che il loro apporto di seconda fila non aveva portato a nulla. Anche I moribondi sarebbero stati uno dei modi di fare gli Italiani.



 

giovedì 25 febbraio 2021

L'antica Lucania. 18b. L'elephas antiquus di Atella (Antonio Cecere)

 


Il Mezzogiorno moderno. 14. Donne in campo tra Sette e Ottocento (Luisa Rendina)

Il sistema dell’istruzione pubblica era ancora lontano dall’offrire alcunché di innovativo, specie per l’istruzione secondaria. L’istruzione della donna, nella letteratura e nella precettistica sul tema, era dominata qua-si senza soluzione di continuità dall’apologetica cattolica, peraltro diffusa in modo sempre più capillare da predicatori e catechisti, la cui metodologia pastorale poteva contare ora su una maggiore specializzazione operativa, acquisita grazie alla frequenza delle Congregazioni sacerdotali e alla crescente diffusione del libro religioso. Di fatto, le donne erano escluse dai circuiti dell’istruzione. 
Anche nell’ambito dei riformatori napoletani era proprio nei confronti della donna che emergevano le maggiori zone d’ombra. Genovesi e Filangieri ritenevano che essa andasse comunque esclusa dai piani di istruzione pubblica e, anche di fronte a progetti di più ampio respiro, non si andava al di là di una esaltazione del suo ruolo di madre ed educatrice delle nuove generazioni. 
Su questo contesto rifletteva, nel 1792, la commedia di Francesco Mario Pagano, Emilia, appunto dedicata al tema dell’educazione della donna. In questa direzione riflessivo-pedagogica, come ormai assodato, va letto l’intero teatro di Francesco Mario Pagano che, lungi dall’essere puro ‘teatro giacobino’, riassume in forma dialogica le sue convinzioni etico-politiche. In effetti, come già notava Solari, «il Pagano scriveva [...] negli ozi che la professione forense gli concedeva, sotto lo stimolo di circostanze esterne, senza preoccupazione di successo, per finalità non teoretiche, ma di educazione». Se gli Esuli Tebani sono la più riuscita ed organica delle tragedie, gli elementi di riflessione etica non mancano, sia pure in forma più discontinua nel Gerbino (riuscita, ancorché fredda, messa in scena dell’opposizione tra tiranno ed eroe, ma indice dell’evoluzione del Pagano verso l’uso di un teatro “pedagogico”) e, in modo più organico, nella stessa Emilia, definita da Benedetto Croce il miglior lavoro drammatico dell’autore. 
Il tema dell’opera riguarda la protagonista, una ragazza buona donna di casa e, cosa piuttosto problematica per l’epoca, colta, piena di pensieri e sentimenti nobili. La completa il suo innamorato, il militare Leandro, che vorrebbe sposarla, nonostante l’opposizione del padre di lei, il conte Argiro, uomo all’antica e pieno dei pregiudizi di antico regime, che invece vuole per Emilia il cavaliere Artemio, nobile senza patrimonio e infatuato delle mode francesi. Emilia, in questa lotta contro il padre, ha il sostegno dello zio Anselmo e della cameriera Lisetta. 
Il lieto fine, d’obbligo, si pone al termine di un intreccio assai lieve, fondato essenzialmente sul dialogo e sulle scene farsesche; tuttavia quello che interessa di questa commedia è proprio il tema dell’educazione e delle mode, in una modernissima contrapposizione tra uomo e donna, laddove l’uomo, ossia il cavaliere Artemio, è il classico uomo alla moda, quello che all’epoca si sarebbe definito come “uomo di spirito”. 

Dunque, la caratteristica di una donna “filosofa”, ancora all’inizio degli anni Novanta, era una sorta di mostruosità nel panorama dell’epoca, in cui la donna era, e restava, una buona massaia, al limite con una buona infarinatura poetica, ma non una testa pensante. Un tracciato percettivo e di rappresentazione, questo, che neanche in Età napoleonica, con tutto il decisivo avvio di modernizzazione di idee ed istituzioni, avrebbe avuto uno sviluppo diverso. 
Donne come la principessa Faustina Pignatelli, che intratteneva gli ospiti del suo salotto con dissertazioni di fisica e matematica, o come la poetessa Eleonora Fonseca Pimentel, sono pur sempre da considerarsi delle anomalie. Proprio a proposito di quest’ultima, ne vanno rilevati, oltre che i talenti poetici, gli indubbi interessi di tipo economico e giuridico, poi riflessi nella grande fatica del «Monitore Napoletano»: intorno al 1786 aveva scritto un libro su un progetto di Banca Nazionale, non pervenuto e il trattato-traduzione Niun diritto compete al sommo Pontefice, mandato alle stampe nel 1790 con il falso luogo di  Alethopoli e preceduta da una disamina sui precedenti storico-giuridici della questione della “chinea” ed arricchita da varie note esplicative a piè di pagina. 

Né solo arcade, né solo riformatrice, né solo «Camilla giacobina», la Fonseca Pimentel risulta, dall’analisi del suo percorso di vita e di cultura politica, rilevante conferma di quella “crisi di coscienza” che contraddistinse la sofferta maturazione di molti dei riformatori napoletani da “moderati” a repubblicani. 
Non solo arcade, in quanto già nelle poesie “arcadiche” ella aveva utilizzato l’ormai topico rivestimento mitologico-allegorico per veicolare il progetto di uno sviluppo del Mezzogiorno d’Italia attraverso l’implementazione dell’agricoltura e delle arti. 
Non solo riformatrice astratta, come apparirebbe dalla ripresa dell’anticurialismo giannoniano o dalle lodi per San Leucio: infatti, come Francesco Mario Pagano, la Pimentel si connota come esponente di una cultura inizialmente ancora progettuale, ma destinata a maturare la convinzione di una necessaria “rifondazione etica” del Regno in base all’azione riflessiva ed all’educazione del popolo. La progressiva chiusura della Corona al dialogo stava, infatti, dando nuovo impulso all’affermazione di un modello operativo di tipo fattuale, legato, dunque, all’azione contro il governo borbonico che, rinunciando al dialogo ed ai propri doveri di garante del bene comune, si andava ponendo, via via sempre più, sulla strada dell’illegalità e dell’immoralità. Fallito il progetto di una collaborazione con la Corona sulla base delle direttrici indicate dal Genovesi, anche la Pimentel sarebbe giunta alla conclusione che una rigenerazione totale del Regno avrebbe potuto avere concretizzazione innovando in primo luogo il progetto di cultura politica e le strategie della sua attuazione. 
Non solo giacobina, infine, perché ella, lungi dall’entusiastica ed incondizionata esaltazione dei valori repubblicani, aveva ben compreso il ruolo critico dei giornali per la veicolazione delle “direttive culturali” dirette al popolo, vero perno della Repubblica napoletana. 
Il «Monitore Napoletano», infatti, oltre ad informare, segnalava, attraverso i suoi precisi e lucidi editoriali, la necessità di coinvolgere in una riflessione globale sulla società napoletana tutti i “patrioti”, in primis i Governi della Repubblica, reclamando una radicale rigenerazione della società, evidenziando la necessità di correggere il tiro nelle scelte, confuse e spesso contraddittorie, da parte di quei patrioti che avevano come propria “bandiera” una concezione della democrazia da costruire e da praticare ricordando gli errori borbonici. Cosicché il giornale, diretto da una donna, voleva essere non solo strumento d’informazione, ma anche e soprattutto di formazione, affinché i cittadini della neonata Repubblica potessero esercitare appieno i diritti che derivavano dalla cittadinanza. Si voleva che essi divenissero partecipanti attivi e consapevoli della vita politica e per fare ciò era assolutamente necessario avvicinare il popolo alle idee repubblicane e fargli comprendere il valore della libertà acquisita. Per avvicinare il popolo alle idee repubblicane, la Pimentel proponeva, tra l’altro, che si tenessero delle civiche allocuzioni «destinate particolarmente a quella parte di esso che chiamasi plebe, proporzionata alla costei intelligenza, e ben anche al costei linguaggio» e, poiché il popolo minuto non comprendeva che il dialetto, ella credeva fosse di giovamento la pubblicazione di un giornale in «vernacolo napoletano» da doversi leggere pubblicamente. La Pimentel svolgeva con estrema serietà il proprio compito di cronista e, nonostante la sollecitazione ad agire con maggiore prudenza, ella sosteneva: «Incarico mio è di riferire le publiche notizie ed i publici fatti», anche quando tali notizie gettavano discredito sui “liberatori” francesi. Al riguardo, in più di un’occasione ella denunciò ruberie compiute a danno di privati, nonostante la prudenza suggerisse il contrario. Con il progressivo declino della parabola politica della Repubblica napoletana risulta via via più politicamente accentuato il ruolo soggettivo della Fonseca Pimentel, che, fra l’altro, cominciò a firmare alcuni dei suoi “pezzi”, quasi a voler testimoniare un’ufficiale distanza politica dagli indirizzi governativi. 
Una figura, dunque, quella di Eleonora Fonseca Pimentel, il cui percorso può certamente dirsi una “vita culturale”, ossia da sottrarre al topos accomodante di «Camilla» o «marchesa» giacobina, improvvisamente trasformatasi da poetessa fuori dal tempo in accesa democratica, per collocarla, più correttamente, nella graduale, sofferta, lacerante maturazione di un’intera generazione ormai cosciente del fatto che la rinascita socio-economica e politica del Regno di Napoli doveva passare per un consapevole e mai avventato progetto politico. Il cui valore continuò ad essere fermamente sostenuto fino alla tragica conclusione della parabola della Repubblica napoletana, alimentandone solida “memoria” per i posteri, proprio attraverso un più intenso ed alto richiamo ai più rilevanti esempi rivenienti dall’antichità. Proprio l’antichità, con i suoi stereotipi femminili di mogli e madri, perpetuò l’immagine di una donna confinata, di un sapere “velato” limitato alla sfera individuale e, per quanto concerne l’elemento pubblico, presentato come moglie e madre. Nel «Corriere di Napoli e Sicilia» del 23 marzo 1799, a tal proposito, si riportava una declamazione di Domenico Sgambati nella Sala d’Istruzione Patriottica, in cui si affermava: 

«Le donne sono nella società ciocché son i fiori in un giardino: ma essendo spesse volte assai pericolose per l’uomo, si potranno per mezzo dell’educazione ridurre ad Esseri degni di partecipar degli allori di quello, dirigendo verso il retto scopo gli sforzi delle loro passioni. Educandole repubblicanamente, diverranno esse l’ornamento più prezioso delle nostre feste Nazionali». 

Né preziosa come l’Emilia di Pagano, né ignorante, la donna educata sarebbe stata la sposa e madre di “buon senso”, moderatamente istruita, la cui destinazione restava solo quella della cura e delle responsabilità domestiche. Si spiegano, così, in quest’ottica “monolitica”, per così dire, i richiami della stessa Eleonora Fonseca al ruolo di Luisa Sanfelice, involontaria scopritrice di una congiura anti-giacobina, come “madre della patria”, o l’immagine di donne impegnate per il bene della Patria, rapportate alle Spartane che presentavano ai figli lo scudo col celebre «torna o con questo, o su questo», nonché alle ragazze desiderose, come le Sannitiche, di «esser per mano della patria dat(e) in premio al più forte».  Ciò con precisi richiami a Plutarco, nel primo caso, e a Strabone, per mostrare il ruolo forte della donna nel contesto familiare, non in quello sociale. Anche nella simbologia repubblicana restava questa separazione dalla sfera dell’azione pubblica. Si pensi alle allegorie repubblicane presenti sulle carte della Repubblica: una donna classicamente abbigliata, con il seno scoperto ad indicare il suo ruolo materno, ma scarsamente armata, se non di simboli di pacificazione. Di contro, la sessualità esagerata ed anomala della regina Ma-ria Carolina divenne un topos politico ricorrente con ossessività mania-cale nella pubblicistica rivoluzionaria del 1799. Ossessività spiegabile alla luce dell’interesse morale e pedagogico per la figura del sovrano ideale mostrata dall’élite pre-giacobina nel decennio precedente e alla luce dell’impressione profonda che aveva fatto l’atteggiamento decisionista della sovrana nei fatti della congiura giacobina del 1794, di fronte alla passività di Ferdinando IV. O ancora, la sirena Partenope, figura eponima della capitale, che va intesa interpretazione di un antico simbolo piegato agli usi letterari e, soprattutto, politici: le virtù morali dei mitici fondatori diventavano virtù politiche, segno tangibile ab initio della lealtà politica di un corpo civile direttamente geminato dal suo fondatore. 

giovedì 18 febbraio 2021

L'antica Lucania. 18b. Un'imperatrice lucana (Leonardo Pisani)

Il 31 dicembre 192 fu assassinato Lucio Elio Aurelio Commodo, figlio dell'imperatore filosofo Marco Aurelio, associato al trono nel 177, succedendo al padre nel 180. Commodo è ricordato soprattutto per il film Il Gladiatore che si ispira con molta fantasia alle sue vicende ma che ricorda come personaggio forse più Caracalla che non il vero Commodo; innanzitutto non uccise il padre Marco Aurelio, anzi fu associato da lui al trono e la sua successione fu apprezzata dal popolo per il quale si esibiva anche come gladiatore facendosi chiamare l’Ercole romano e dall’esercito al quale aveva elargito consistenti somme di denaro, riuscì a mantenere il potere tra numerose congiure.

Nel film di Ridley Scott, Commodo viene ucciso in un combattimento gladiatorio dal Massimo Decimo Meridio, nel Colosseo. Commodo fu realmente ucciso da un gladiatore : L'attentato venne messo in atto il 31 dicembre 192, vigilia dell'insediamento dei nuovi consoli, durante un banchetto. L'Imperatore, però, credendo di sentirsi appesantito dal lauto pasto chiese ai domestici di aiutarlo a vomitare, salvandosi così inconsapevolmente. A quel punto, avendo mancato il bersaglio e temendo di poter essere presto scoperti, i congiurati si rivolsero al maestro dei gladiatori Narcisso, istruttore personale dell'Imperatore, il quale, spinto dalla promessa di una ricca ricompensa, strangolò quella sera stessa Commodo nel bagno.

Proprio nel 192 Commodo divorziò da Bruzia Crispina, facendola esiliare a Capri , con l’accusa di  adulterio; l’ex imperatrice seguì l’anno seguente la sorte di Commodo, fu uccisa e colpita da damnatio memoriae. Bruzia Crispina in latino: Bruttia Crispina; proveniva da una famiglia di origine lucana  i Bruttii Praesentes forse originaria di Volcei (Buccino) ma presenti in tutta la regione e molto potente, infattidiedero all’impero molti senatori. Per la sua origine Bruzia Crispina era chiamata “l’imperatrice lucana”. 



Crispina era  figlia di Lucio Fulvio Gaio Bruttio Presente, console nel 153 e poi ancora nel 180, a sua volta figlio di Gaio Bruttio Presente, console nel 139, e di Laberia Crispina, il cui padre, Manio Laberio Massimo, era stato console nel 103.

Crispina sposò nell'estate 178 , Commodo, all'epoca diciassettenne. Nel 180 suo padre esercitò il secondo consolato, l'imperatore Marco Aurelio morì, e Commodo salì al trono. Nel 187 il fratello di Crispina, Lucio Bruttio Quinto Crispino, fu nominato console.

In Lucania si trovano loro epigrafi nell’antica  Venosa, la Venusia dei romani , nella villa di masseria Ciccotti di Oppido Lucano e altre testimonianze ancora come a Polla e nel Vallo di Diano, all’epoca Lucania.

Per inciso Venusia, situata sulla Via Herculea, fu un importante centro romano come lo era Grumentum  il cui territorio  era attraversato da due importanti vie pubbliche che s'incrociavano proprio davanti alla porta principale della città: la Via Herculea proveniente da Venusia e Potentia e diretta a Heraclea o Taranto e la via Popilia che continuava verso Nerulum dove s'incontrava con la Capua-Reggio.  Proprio in questo territorio negli ultimi anni è stata ritrovata un’ antica villa appartenente alla famiglia Bruttii Praesentes in località località Barricelle di Marsicovetere,. Rinvenuta per puro caso nel 2006 durante la realizzazione della rete di raccolta Eni-Shell verso il Centro Olio Val d’Agri  è una delle più rilevanti testimonianze archeologiche dell’occupazione del territorio dell’antica Lucania e si sviluppa nel lungo periodo compreso tra l’età augustea e l’alto medioevo composto.

La struttura corrisponde al modello di villa rustica residenziale ed è suddivisa in tre aree: la pars rustica, destinata al personale di servizio; la pars fructuaria, comprendente gli impianti dedicati alla produzione soprattutto di olio di oliva e tessuti di lana; la pars urbana, molto ampia e riccamente decorata, comprendente le residenze dei proprietari e degli amministratori della tenuta. Il sito, di interesse nazionale, è oggetto di un protocollo d’intesa tra Eni-Shell e la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Basilicata al fine di valorizzare l’area e di inserirla in un circuito turistico della Val d’Agri.

FONTE: http://leonardopisani.blogspot.com/2014/12/bruzia-crispina-limperatrice-lucana.html

Principato Citra. 1. Storici moderni del Principato (secoli XVI-XVIII) (Gianvito Martino)

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