venerdì 15 marzo 2013

La Basilicata napoleonica. 1. I nuovi amministratori

Fin dalla prima metà del Settecento Potenza era ritenuta “una delle cittadine più progredite dell’allora provincia per il numero degli uomini di lettere e per le condizioni generali della sua popolazione”, seppur mal collegata con il resto della provincia e del Regno. Dunque, la scelta di Potenza capoluogo non fece che evidenziare politicamente la positiva impressione dei francesi per la cittadina arroccata lungo la collina, centro periferico ma già connotato da significative presenze d’ordine culturale.
Questa scelta avrebbe rappresentato un fattore determinante nella percezione stessa del contesto urbano, che non presentava specifici connotati non solo a livello d’esercizio di funzioni, ma anche di quadri istituzionali-amministrativi e socio-economici. L’andamento degli avvenimenti politici che nel corso del 1799 coinvolsero le popolazioni basilicatesi, infatti, scompose e rideterminò ruoli e funzioni dei rispettivi ceti dirigenti, oltre che degli stessi assetti istituzionali-amministrativi, nonché di luoghi e modi d’esercizio del potere locale, con notevoli riflessi socio-economico-religiosi e di autopercezione da parte degli stessi gruppi dirigenti.
Nella città di Potenza, la costituzione della cui Municipalità repubblicana era stata espressione di un’ampia e partecipe base sociale, oltre che frutto di concause per vari aspetti legate anche a locali gruppi massonico-giacobini e di cultura politica più riformista; i noti avvenimenti del 24 febbraio (nel corso dei quali furono tragicamente uccisi il vescovo Andrea Serrao e il direttore del locale Seminario, Antonio Serra), non riuscirono comunque nell’obiettivo di cancellare l’esperienza amministrativa repubblicana, pur condizionandone la successiva attività. L’epilogo del 1799, infatti, accanto alla caduta ed al rinvio di tante speranze di cambiamento, segnava rideterminazioni e ricollocazioni di ruoli e di poteri, che andarono a sconvolgere precedenti assetti e gerarchie e, con essi, tipologie e funzioni, da parte di ceti e gruppi dirigenti nei diversi contesti.
Cosicché in conseguenza del nuovo ruolo, alla classica stratificazione funzionale e sociale della Potenza settecentesca andarono via via subentrando, di necessità, nuove forme di classificazione e di presentazione di sé che il nuovo capoluogo offriva al potere centrale. All’antica ripartizione degli ambiti spaziali per parrocchie, infatti - rappresentata, ancora nel 1805, da quel tardo epigono della storiografia locale che fu Emmanuele Viggiani-, subentrò un modello gerarchico basato sugli spazi pubblici, che faceva capo a via Pretoria e alle tre piazze poste lungo il suo percorso, che raggruppavano le sedi d’espletamento delle nuove funzioni della città capoluogo, peraltro ancora contenuta nel perimetro delle antiche mura, con un tessuto estremamente compatto, come rilevava lo stesso Viggiani e come, quasi a fine XIX secolo, avrebbe evidenziato Raffaele Riviello nella sua Cronaca.
 Così, se nella piazza del Sedile si andavano ora concentrando le funzioni fondamentali della vita collettiva (i pubblici parlamenti, il mercato settimanale, le feste popolari e religiose), erano però assenti le infrastrutture a rete, creando nel centro urbano una forte pressione, certamente non tollerabile per una città che aspirava finalmente a diventare “polo di attrazione cittadina”, in diretta concorrenza con la configurazione degli spazi sviluppatisi a Matera nel corso del suo lungo esercizio delle sue funzioni di capoluogo.  
Diametralmente, Matera subì non senza contraccolpi il passaggio dei poteri amministrativi sin dal 1806, in quanto, come noto, le forme del potere giudiziario che si traducevano nel tribunale straordinario rimasero presenti nell’antico capoluogo fino al 1811: se il tribunale straordinario rappresentava  l’ultimo baluardo materiale della condizione di privilegio sulla provincia pregressa, contemporaneamente, seguirono alla perdita della funzione di capoluogo insistite proteste manifestatesi in una sorta di autorappresentazione tra “descrizione” e ripercorrenza della “gloriosa vita passata”, in seconda battuta almeno per la conservazione dei Tribunali. 
Colpiscono, nelle forme di tali richieste,  i dettagliati e puntigliosi richiami a solidi elementi di  fedeltà al sovrano, oltre che a ragioni connesse con una serie di considerazioni sul contesto strutturale e di servizi che meglio connotava al ruolo  la città di Matera rispetto a quella di Potenza, con una sorta di “colpo di coda” ancora una volta rinviante alla tradizionale forma di autorappresentazione legata alle storie locali. Si poneva, infatti, in risalto la netta differenza dei due contesti urbani anche in termini di strutture, posizione geografica, condizioni di vivibilità.
Di fatto, proprio l’età napoleonica avrebbe rappresentato una fase fortemente caratterizzante nella storia politico-istituzionale delle due città, invertendone la stessa veste delle relative forme di gerarchizzazione rispetto, peraltro, ad un debolissimo sistema urbano provinciale.

 Emblematico è il caso, per Potenza, di Basileo e Nicola Addone. I due fratelli, dottori in utroque jure, avevano partecipato alla costituzione della Municipalità potentina del 3 febbraio ma erano stati successivamente coinvolti, non senza ambiguità, nei sanguinosi eventi che avevano portato all’assassino del vescovo Serrao e di Antonio Serra, cui aveva fatto seguito lo scioglimento della Municipalità. Al riguardo, era stato redatto un pubblico documento in loro favore, perché sospettati di essere mandanti degli assassini del vescovo: il documento aveva inteso testimoniare la loro eroica difesa contro gli uomini della guardia civica sospettati di averli assaliti nel loro palazzo.  La processione per “la Reliquia del Sangue di Cristo” del 27 febbraio avrebbe poi avvolto di nuovi dubbi la condotta degli Addone, rivelandosi come uno stratagemma ordinato dagli stessi assassini del vescovo con l’obiettivo di eliminare gli Addone e di saccheggiare le loro case: secondo l’atto pubblico, era stata cura degli stessi Addone, scoperto il complotto, eliminare definitivamente queste “avanguardie sanfediste”. Durante la restaurata Municipalità, Basileo e Nicola Addone avevano, inoltre, attivato una corrispondenza con i più «distinti soggetti attaccati alla Francia», legati com’erano da vincoli di parentela con le maggiori famiglie ed avendo, inoltre, nel clero, alcuni familiari con posizioni di tutto riguardo.
I fratelli Addone furono – come è stato detto -  tra i protagonisti del movimento repubblicano e protagonisti politici di prima fila durante il Decennio. In ogni caso,  il documento relativo ai fatti dell’omicidio Serrao, che al tempo stesso li aveva scagionati durante il semestre repubblicano, permise loro di rappresentarsi come “moderati” durante la prima restaurazione borbonica e come “patrioti del ‘99” durante il Decennio, permettendo loro un dignitoso adattamento nel susseguirsi diversi contesti politici, senza comprometterne l’immagine pubblica.

3. Se nelle due città troviamo forme più articolate di autorappresentazione, nei centri minori risultano essersi seguite strategie più elementari, ma comunque di autolegittimazione da parte, in genere, di singole, poche famiglie, quelle che da lungo corso erano state protagoniste nell’esercizio del potere locale.  
Caso emblematico fu, tra gli altri, quello di Tolve, già connotata da un’alta conflittualità socio-politica nel corso del semestre repubblicano del 1799.
 Qui colpisce una vera e propria emulazione tra ceti diversi, che ricoprirono un decisivo ruolo nella scena politica, ripresentandosi con le connotazioni politico-sociali e culturali dell’esperienza repubblicana. Tra i tanti esempi, emerge quello del notaio Vincenzo Cavallo, nominato il 27 febbraio 1799 segretario della Municipalità da Oronzo Albanese ed incluso nel “Notamento dei rei di Stato” dopo la caduta della Repubblica: nonostante la condanna per i fatti del 1799, Cavallo continuò a svolgere la propria attività di notaio in Tolve; messo da parte dai filo-borbonici subito dopo la caduta della Repubblica, ritornò alla ribalta della politica locale tolvese con il nuovo Governo francese. Infatti, allora ricoprì per alcuni anni, a partire dal 1° gennaio 1807, la carica di sindaco, così come quella di decurione in quelli successivi e, addirittura, durante la seconda Restaurazione. Altro nome significativo è quello di Giuseppe Albanese, il quale, nel 1799, aderì al movimento repubblicano, seguendo lo zio Oronzo Albanese a Vaglio e a Potenza. Arrestato dopo la caduta della Repubblica napoletana, fu condannato “a straregno per anni 20”. Riparato in Francia, partecipò, poi, alla campagna d’Italia del 1800. Rientrato in Tolve, fu capitano della Guardia Civica del suo paese e decurione negli anni 1810, 1812 e 1813. E ancora, il Dottore fisico Francesco Paolo Mona, che nel 1799 partecipò al movimento repubblicano nel Potentino; arrestato dopo la caduta della Repubblica napoletana, fu “sfrattato da’ Reali Domini” ed “esportato a Marsiglia”. Rientrato in Italia meridionale dopo la pace di Firenze, ricoprì nel 1810, 1812 e 1813 la carica di decurione.

Si nota, dunque, la forte volontà esercitata essenzialmente da parte della media borghesia dei liberi professionisti di “inserirsi” nella gestione del potere, facendo prevalentemente leva su competenze pratiche, come nel caso di Tolve, ma comunque attestate da autoreferenzialità, come emerso dal caso Addone.

giovedì 14 marzo 2013

Onofrio Tataranni. 1. Un intellettuale organico


Onofrio Tataranni nacque a Matera il 19 ottobre del 1727. Ebbe come padrini di battesimo i nobili Giovan Battista Ferraù e Giovanna Cordova.  A quel tempo Matera era il capoluogo della Basilicata, città regia sotto il diretto controllo del re da più di un sessantennio ed era quindi anche sede della Regia Udienza con funzioni giuridiche e fiscali.
Il Tataranni intraprese la via del sacerdozio presso il seminario istituito dal vescovo Lanfranchi. Nel 1751 divenne insegnante dell’Istituto che l’aveva visto alunno e canonico del Capitolo Cattedrale che, all’epoca, rientrava in quella particolare istituzione ecclesiastica (non contemplata nel diritto canonico e civile) propria dell’Italia meridionale e parte integrante del territorio, denominata chiesa ricettizia. Quest’istituzione era un’associazione di preti locali, il cui patrimonio, di natura laica, era costituito da famiglie gentilizie, da famiglie locali benestanti e dalle Università. Essa si caratterizzava per l’indole privata di tali beni, gestiti in massa comune dai preti nativi del luogo, che avevano il privilegio di diventare “partecipanti” o “porzionari”, status  che si acquisiva automaticamente per anzianità di servizio e man mano che qualche partecipazione fosse resa vacante. La nomina di partecipanti era di patronato laicale e spettava per titoli antichi di fondazione o ai comuni o a famiglie locali. Solo a decisione avvenuta interveniva l’ordinario diocesano che aveva il compito di accertare l’idoneità dei prescelti sotto il profilo spirituale. La chiesa ricettizia poteva essere: numerata o innumerata (il numero dei partecipanti veniva fissato negli atti di fondazione o in antichi statuti e convenzioni con i rispettivi patroni), semplice o curata (a seconda o meno che avessero la cura delle anime, affidata statutariamente all’intero collegio di sacerdoti e dei chierici); era una corporazione chiusa e gelosa dei propri privilegi e prerogative, ostile ad ogni ingerenza e ad ogni  controllo esterno; costituiva l’asse portante ecclesiastico. Il suo status si rifletteva e si coniugava con le esigenze proprie delle comunità locali, dove le vie di comunicazione erano carenti e dalle quali il vescovo rimaneva lontano. Questa istituzione aveva un’altra particolarità: ogni chiesa ricettizia possedeva linee portanti,  statuti, indirizzi e forme di governo differenti all’interno dello stesso ambito diocesano, sia negli “organici”che nei tempi e nei modi d’accesso e di conseguimento della partecipazione, nell’espletamento del servizio ed dell’assolvimento della cura delle anime e nella gestione della massa in comune. 
Il Tataranni fu chiamato a Napoli da Michele Imperiali, principe di Francavilla, per divenire il direttore della sua Paggeria. Quest’incarico gli permise di approfondire i suoi studi di filosofia e matematica e di conoscere gli esponenti del riformismo illuminato, entrando a far parte dei circuiti culturali cittadini, particolarmente vivaci nel periodo 1770-1790. Siamo nella terza fase del Settecento riformatore in cui si sente la necessità di un ruolo più incisivo della filosofia che va in soccorso dei governi, dando soluzioni ai vari problemi che infliggevano la società. La filosofia divenne la chiave di volta per escogitare delle soluzioni efficaci tramite  l’elaborazione di progetti di miglioramento che investirono tutti i campi della conoscenza umana ed anche la stessa monarchia. Si passò dall’azione del progetto alla pratica politica. Gli intellettuali diedero la loro collaborazione attiva affinché potessero davvero essere messe in pratica le riforme per il miglioramento della società, che diventò lo scopo di molti scienziati napoletani. Nacque, per loro, l’impulso ad una nuova scienza, ci si orientava verso il potenziamento delle istituzioni scientifiche e culturali che avessero per l’appunto anche un ritorno pratico-operativo. I maggiori rappresentanti della scuola napoletana furono Antonio Genovesi (1713-69), Francesco Mario Pagano (1748-1799) e Gaetano Filangieri (1752-88).
Il Regno di Napoli divenne la culla dell’economia politica, la prima cattedra universitaria in questa materia fu assegnata a Genovesi nel 1754 che pubblicò Le lezioni di commercio, appunti delle lezioni che svolse a Napoli ed un trattato di diritto intitolato Sul giusto e sull’onesto. Genovesi nei suoi studi cercò una soluzione per poter evitare le crisi e permettere un incremento delle eccellenze dello stato. Per implementare l’economia dello stato bisognava innanzitutto incrementare l’economia agraria, utilizzando la tecnologia e accrescendo i terreni da coltivare, attraverso l’agricoltura estensiva che avrebbe permesso a più persone di godere di un reddito e grazie alla tecnologia si sarebbe evitato il depauperamento del terreno. Egli affermò anche la necessità di sviluppare il commercio mercantile  aprendo nuove vie commerciali marittime oltre a Napoli. Anche Filangieri diede il suo contributo all’economia politica con il trattato Della Moneta e con Dialoghi sul commercio dei grani. Filangieri fu importante soprattutto per la sua opera Scienza della legislazione (1780-88), nella quale prospettò una rivoluzione pacifica che portasse ad un miglioramento dello stato, con l’abbattimento delle vecchie strutture tradizionali non più adatte poiché si basavano sul privilegio. Bisognava razionalizzare le amministrazioni, eliminare tutte quelle forze che contrastavano il progresso come il baronaggio e l’istituzione ecclesiastica. I baroni dovevano essere trattati come gli altri sudditi. Affermò che ogni stato doveva avere la propria legislazione  la quale doveva essere calibrata sul contesto di riferimento e,  per quanto concerne il rapporto fra torto e pena ribadiva la necessità di tener conto dei contesti in cui si opera per l’assegnazione della pena. Avvalorava la necessità di educare i cittadini per trasformarli da sudditi a cittadini per formare un popolo. L’educazione doveva essere pubblica, libera e gratuita con i sovvenzionamenti dello stato e trovando i fondi con l’incameramento dei beni dei baroni e del clero. 
Molto importante, come abbiamo già detto in un altro post, fu Mario Pagano, allievo del Genovesi, che contribuì al rinnovamento del processo e della legislazione criminale. Opere di rilievo furono i Saggi politici dei principi, progressi e decadenze della società, nei quali formulò una teoria della storia, sulla scoperta delle dottrine di Vico, interpretandole però alla luce e nello spirito dell’Illuminismo. Fu un esponente attivo per la realizzazione della Repubblica Napoletana, per la quale preparò il disegno di costituzione repubblicana mai messa in atto.
Lo stesso Tataranni non fu da meno e, trascinato da questo gran fervore culturale, partecipò attivamente alla cultura politica riformatrice, fiducioso nella possibilità di trasformazioni interne allo stesso sistema  monarchico. Elaborò tracciati culturali e progettuali in base alla nuova politica riformatrice, formulando delle prime opere di profilo teorico, il cui nucleo portante sarebbe stata la base dell’impostazione argomentativa del Catechismo Nazionale pe’l Cittadino. Opere di questo periodo furono: il Saggio d’un filosofo politico amico dell’uomo, sempre in linea con l’intento di una proposta progettuale per la società, costituito da cinque tomi e pubblicato dal 1784 al 1788; un opuscolo intitolato Ragionamento sul carattere religioso di Carlo III umiliato a Ferdinando IV re delle Due Sicilie. Dal fedelissimo ed ossequiosissimo suddito il canonico Onofrio Tataranni del 1789; Il Ragionamento sulle sovrane leggi della nascente popolazione di San Lèucio umiliata alla maestà di Ferdinando IV re delle due SicilieBrieve memoria sull’educazione nazionale della nobile gioventù guerriera umiliata alla maestà di Ferdinando IV re delle due Sicilie dal fedelissimo ed Ossequiosissimo Suddito il caninico Onofrio Tataranni (1790). 
Il Catechismo fu una sintesi scientifico-culturale del precedente percorso teorico, aggiornato al nuovo contesto politico-istituzionale repubblicano, che ben presto fu soppresso ferocemente dalla stessa monarchia. Il Catechismo Nazionale pe’l Cittadino è l’ultima e la più importante fra tutte le opere redatte dal Tataranni, Catechismo ufficiale della Repubblica napoletana,  pubblicato il 12 febbraio 1799 ed ha il compito di educare i sudditi a divenire cittadini. 
Con la fine della Repubblica napoletana, avvenuta il 13 giugno del 1799, il Tataranni fu costretto a ritornare a Matera, sua città natale, per sfuggire al pesante regime di repressione messo  in atto dal restaurato governo borbonico; Tataranni morì a Matera il 27 marzo del 1803.

Materiali didattici. 1. Podestà e sindaci a Potenza. 1940-1946

In Italia il regime fascista introdusse la figura del podestà con la legge 4 febbraio 1926, n. 237, una delle cosiddette leggi fascistissime.
Dal 21 aprile 1927 al 1945 gli organi democratici dei comuni furono soppressi e tutte le funzioni in precedenza svolte dal sindaco, dalla giunta e dal consiglio comunale furono trasferite al podestà, nominato con Regio decreto per cinque anni e in ogni momento revocabile. Nei comuni con popolazione superiore a 5.000 abitanti il podestà poteva essere affiancato da uno o due vice-podestà (a seconda che la popolazione fosse inferiore o superiore a 100.000 abitanti), nominati dal Ministero dell'Interno. Il podestà era inoltre assistito da una consulta municipale, con funzioni consultive, composta da almeno 6 consultori, nominati dal prefetto o, nelle grandi città, dal Ministro dell'Interno.
Un ordinamento speciale fu invece previsto per la città di Roma alla cui amministrazione venne preposto un governatore.

Il periodo fascista comporto per la città di Potenza  una ridefinizione degli spazi urbani, mentre a capo dell’amministrazione cittadina si alternarono vari podestà. Nell’estate del 1942 un primo segno della ripresa della vita democratica si ebbe con l’incontro regionale, a Potenza, delle componenti parrocchiali cittadine, sotto l’impulso dato negli anni precedenti dai vescovi lucani, per fornire un indirizzo alla vita democratica e sociale in vista della caduta del regime fascista.
Successivamente, nel 1943, quando podestà era Giovanni Cristalli, otto ragazzi fondarono nel capoluogo il circolo del Partito azzurro, che contestava il fascismo e la sua alleanza con la Germania, sostenendo l’impossibilità del predominio sovietico in Italia una volta conclusasi la Seconda guerra mondiale.
Con la firma dell’armistizio stipulato con gli Alleati, il capoluogo subì il bombardamento del 9 settembre 1943: gli Alleati entrarono il 20 settembre, affidando l’amministrazione cittadina al commissario Vito Reale che, nominato sottosegretario agli Interni, fu sostituito da Umberto Lapenna, coadiuvato dall’indipendente Michele Riviello, dal socialista Antonio Colombo, dal comunista Basilio Napoli e dal nittiano Antonio Tamburrini. Intanto, la vita democratica cittadina rinasceva con l’apertura, nel 1943, della sezione comunista con il contributo di Michele Mancino, mentre la Democrazia cristiana aveva costituito la sua sezione con il sostegno del vescovo Augusto Bertazzoni e di don D’Elia e i socialisti si erano riorganizzati sotto la guida di Enzo Pignatari. Forte sostegno ebbe la Democrazia cristiana dalla Chiesa, che ebbe il suo punto di riferimento in Emilio Colombo, vicepresidente dell’Azione cattolica, mentre il partito nittiano del capoluogo era guidato da Vito Reale. Il 3 gennaio 1944 divenne commissario cittadino, con nomina prefettizia, Michele Riviello, che, dopo il passaggio della città dall’amministrazione alleata a quella italiana, nel successivo giugno fu nominato sindaco. La Giunta provvisoria, insediatasi alla presenza del maggiore Hoover delle forze alleate, era composta dal socialista Francescantonio Colombo, dal democristiano Nicola Lamorgese, dal comunista Napoli, dal nittiano Antonio Tamburrini e dai supplenti Mazzoccoli, comunista, e Padovani, socialista. Il sindaco e la Giunta chiesero una verifica dalla quale, però, non emersero irregolarità: nonostante ciò il Riviello, gli assessori Tamburrini e Colombo si dimisero. Fu quindi avviato l’ennesimo commissariamento del Comune con la nomina a commissario di Giovanni Guaiana, in carica fino alle elezioni del 31 marzo 1946.


1940  Podestà: Cav. Avv. Giovanni Cristalli (PNF)

1941  Podestà: Cav. Avv. Giovanni Cristalli (PNF)     

         Vice Podestà Avv. Domenico Labbate

1942  Podestà: Cav. Avv. Giovanni Cristalli (PNF)

         Vice Podestà Avv. Domenico Labbate

NB Dal 30 maggio è Commissario Prefettizio il Comm. Rag. Nicola Pergola (PSI).

1943 Commissario Prefettizio Comm. Rag. Nicola Pergola (PSI)

           Dal 3 aprile è Commissario Prefettizio il Comm. Avv. Enrico Vita, che dal 24 aprile 1943 si firma come Podestà.

NB Dal 9 ottobre 1943 gli atti sono firmati dal Commissario Prefettizio Avv. Vito Reale (Partito Democratico del Lavoro [nittiano]), che dallo stesso giorno viene indicato come Podestà. Tale alternanza di titolatura continua fino al 30 ottobre.

Dal 10 novembre 1943 è Commissario Prefettizio il Comm. Dott. Umberto Lapenna (socialista nittiano), fino al 30 dicembre.

1944  dal 3 gennaio è Commissario Prefettizio il Prof. Michele Riviello (indipendente), che si firma Sindaco dal 4 marzo 1943, ma viene nominato Sindaco il 7 giugno dal Prefetto, su designazione del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale.

1945  Sindaco: Prof. Michele Riviello.

          Dal 22 marzo firma le delibere della Giunta il Commissario Prefettizio Comm. Rag. Giovanni Guajana, fino alle elezioni del 31 marzo 1946.

1946 Dal 29 aprile firma come Sindaco l’Avv. Pietro Scognamiglio (DC), fino al 31 dicembre.

1947  Sindaco: Pietro Scognamiglio (DC)

1948  Sindaco: Pietro Scognamiglio (DC). Dal 28 febbraio 1948 firma le delibere il Sindaco Notaio Giuseppe Sivilia (DC), che resta in carica fino al 15 settembre 1949.

1949 Avv. Vincenzo Torrio (PSIUP, poi PCI).


Fonti consultate presso l’Archivio Storico Comunale di Potenza (ASCP)

Fondo Amministrazione, Deliberazioni del Podestà:

- voll. 183, 184 (1941-1942)

Fondo Amministrazione, Deliberazioni del Commissario Prefettizio:

- voll.196, 197, 198 (1943-1944)

Fondo Amministrazione, Deliberazioni della Giunta:

-voll. 260, 261, 262, 263 (1945-1949)


Bibliografia consultata

- L. Calabrese, La città di Potenza tra il crollo del fascismo e la nascita della Repubblica (1943-1948). Contesto politico-istituzionale e assetti amministrativi, in «Bollettino Storico della Basilicata», xxi (2006), n. 22.

mercoledì 13 marzo 2013

I rei di Stato lucani del 1799. 4. Val d'Agri: l'ora delle municipalità

Il 19 gennaio 1799, al solo annuncio che il generale Championnet con l'armata francese era in marcia verso Napoli, ad Avigliano numerosi borghesi, popolani e religiosi si riunirono inneggiando alla libertà e all'uguaglianza. Il 23 gennaio 1799 la truppe francesi, superate le resistenze dei lazzari, cioè della plebe realista militarmente organizzata, entrarono in Napoli, dove già da due giorni i giacobini avevano proclamato la Repubblica napoletana.
In contrapposizione all'albero della libertà, simbolo dell’avvenuta repubblicanizzazione, troviamo la croce dei sanfedisti, che formavano la cosiddetta «Armata Cristiana e Reale», comandata dal cardinale Fabrizio Ruffo, vicario del re, incaricato di organizzare la controrivoluzione.
Il primo dei simboli repubblicani ad essere colpito era proprio l'albero, che veniva abbattuto, bruciato e sostituito dalla Santa Croce; le insegne, coccarde e bandiere repubblicane venivano distrutte e nuovamente sostituite dalle insegne regie, e di nuovi si celebrava il Te deum, questa volta in onore della Monarchia. Considerato che lo scontro tra sanfedisti e repubblicani aveva assunto gli aspetti di una guerra civile, al di fuori di regole militari, è ragionevole supporre che da ambo le parti ci siano stati episodi di rilevante violenza, anche se gli aspetti più tragici siano stati ingigantiti dall'immaginario popolare.
Il primo albero della libertà fu innalzato il 3 febbraio a Potenza e fu benedetto dal vescovo Serrao. La democratizzazione della città ebbe vita molto effimera, anche perché cominciò a diffondersi nel popolo potentino uno stato di delusione: i contadini attendevano la divisione delle terre, un provvedimento che non venne attuato immediatamente, sicché, l’albero fu abbattuto il 24 febbraio, con la barbara uccisione del vescovo Serrao.
Fin dai primi giorni di febbraio l'innalzamento dell'albero della libertà si estese rapidamente nella parte meridionale della Basilicata. In Val d'Agri, fu Montemurro il primo centro a democratizzarsi ad iniziativa del commissario Francesco Antonio Ceglia. Seguirono San Chirico, Viggiano, Moliterno, Sarconi, Marsicovetere, San Martino, Tramutola, Spinoso e Saponara. I centri di più solida fede repubblicana furono Moliterno e San Chirico: nel primo operò un giovane studente universitario, Domenico Cassino, nel secondo la figura emergente fu Giuseppe Magalli.
Non mancarono, però, in questa zona elementi di spicco votati alla causa borbonica. Di questi ricordiamo Michele Parisi, Michele Ceramelli di Marsicovetere e Antonio Durante di San Chirico, destinato a diventare uno dei referenti ufficiali del cardinale Ruffo con l'incarico di Comandante Generale delle forze sanfediste per il comprensorio della Val d'Agri e del Lagronegrese. Eppure in quest'area avevano dato adesione alla causa rivoluzionaria il vescovo di Marsico Nuovo, Bernardo Maria La Torre, l'arciprete di Marsicovetere, Flavio De Marino, quasi tutti i feudatari della zona: Girolamo Pignatelli di Moliterno, Capitano del Popolo e componente del Governo Provvisorio di Napoli; Vincenzo e Diego Pignatelli del Vaglio, principi di Marsico Nuovo; Giovanni e Giuseppe Riario Sforza, marchesi di Corleto; Tommaso Sanseverino, conte di Saponara; e Francesco Caracciolo, duca di Brienza.
In Basilicata, dove era stata opposta strenua resistenza alla avanzata sanfedista (eccetto la Val d'Agri), fu inviato, come visitatore, il marchese della Valva, che iniziò la propria attività poliziesca diretta ad individuare e a punire i nemici della corona.
Suddivisa la provincia in vari “riparti”, in ognuno di questi fu delegato un assessore con il compito di procedere alla cattura dei rei. A differenza delle altre province del Regno, in Basilicata il movimento repubblicano aveva assunto vaste proporzioni e, con l'ausilio delle forze contadine, aveva coraggiosamente resistito alla avanzata sanfedista. Di conseguenza, il visitatore destinato in Basilicata dovette indagare non soltanto tra la borghesia, ma anche e sopratutto nel ceto contadino che, con gli esponenti della borghesia radicale, aveva attivamente partecipato alla resistenza opposta agli uomini di Ruffo e di Sciarpa.
I vari assessori chiamati ad indagare sulla attività svolta da ogni cittadino durante i fatti del 1799 ricorsero ad ogni mezzo perché nessuno rimanesse impunito, al repubblicano che denunciava i suoi compagni era promessa l'impunità, al delatore premi, cariche, impieghi. Completato l'elenco dei «rei di Stato», ben 1307 cittadini, in gran parte popolani, furono schedati come nemici della Corona e i loro nomi distinti per paese. Successivamente, quando al marchese della Valva subentrò, come visitatore, Gaetano Ferrante, l'elenco fu completato.
A Sant'Arcangelo furono schedati diversi repubblicani, il più importante dei quali fu Francesco Scardaccione, che nel gennaio del 1799 promosse la Costituzione della Municipalità Repubblicana in Sant'Arcangelo. Di tendenze moderate, si oppose alla promessa spartizione delle terre demaniali a quella popolazione. L'atteggiamento assunto dallo Scardaccione provocò una violenta e sanguinosa manifestazione popolare: il 24 febbraio 1799 venne minacciato il saccheggio dell'abitazione dell'arciprete Francesco Satriani ed invasa quella dei fratelli Giuseppe e Carlo Pastore e quella del notaio Michele Torraca ove vennero massacrati una figliuola sedicenne, Cherubina, ed un cognato del Torraca, Nicola Maria Ferrara. Per opporsi alla corrente radicale del partito repubblicano, lo Scardaccione prese contatti con Filippo Durante, che da San Chirico Raparo organizzava le forze sanfediste della regione ed il 5 marzo 1799, riuniti in casa dell'agente del principe di Stigliano, dottor Simone Izzo, l'arciprete Satriani, il dottor Giovanni Andrea Giocoli e altri preti e galantuomini, decisero a unanime di scuotere la repubblica e sottomettersi al Governo del Monarca e, con una azione di forza, recisero l'albero della libertà innalzando, al suo posto, la croce. Nonostante questo suo atteggiamento, Francesco Scardaccione venne incluso nel Notamento dei Rei di Stato.
A Missanello, Giuseppe Pandolfo aveva, precedentemente al 1799, promosso in Missanello una manifestazione popolare diretta ad occupare un bosco di proprietà di quel clero. Deferito al Tribunale Militare di Basilicata per la sua partecipazione ai fatti svoltisi in Missanello nel 1799, venne incluso nel Notamento. Anche Michelangelo Pandolfo venne deferito alla Regia Udienza Provinciale per violenze consumate a Missanello nel 1799. Il terzo dei Pandolfo, Senatro Antonio, aveva partecipato, precedentemente al 1799, alla manifestazione popolare diretta all’occupazione del bosco di proprietà del locale clero del suo paese. Partecipò, inoltre, alla difesa armata contro la forze sanfediste e fu ferito in uno scontro a Sarconi. Per la sua partecipazione ai fatti del 1799 venne deferito anche al Tribunale Militare di Basilicata per rispondere tra l'altro, di “assassinio”.
A Gallicchio, spiccano diversi nomi: Nicola Conte Nicola, il medico Leonardo Robilotta e Fulgenzio Gaudioso, padre Agostiniano di Gallicchio, che girò i centri della zona con il Commissario Antonio Salvadore e, addirittura, propose alle monache di Muro se volessero uscire dal monastero.
Altro ecclesiastico “repubblicano” fu, a Roccanova, l’arciprete Vito Nicola Tornese, che, tra l’altro, fece togliere dalla chiesa i ritratti dei reali, si occupò di insegnare al popolo i principi repubblicani.
Notevole fu l’attività dei repubblicani di Senise: Scipione Andreotti, Domenico Cascino, Giovanni Cristiano, Giovanni Battista Crocco, Nicola Crocco (quest’ultimo già nei quadri dirigenti della locale università con Francesco Antonio Ceglia), promotori delle prime manifestazioni popolari della Municipalità. Fu, però, Pasquale Antonio Crocco, fratello di Nicola, a convocare il Parlamento per la piantagione dell'albero, insieme al dottore fisico Pasquale della Ratta, il quale improvvisò una serie di canti repubblicani. Suo fratello Nicola, sacerdote, trasferitosi a Napoli, fu esiliato a Marsiglia.
Vincenzo Maria Fortunato, sindaco nel 1773, era legato da amicizia con il dottore Francesco Antonio Ceglia, sin dall'epoca in cui questi era governatore di Senise e, grazie alle notizie del figlio, studente a Napoli, mantenne i contatti tra Senise e la capitale. Tra i repubblicani senisesi fu anche Giosuè Sole, nonno del poeta Nicola.
Il sacerdote Giuseppe Antonio Sole, invece, fu tra i promotori dell’innalzamento dell'albero della libertà, oltre ad infiammate prediche pubbliche «encomiando lo Stato democratico».
Da questo elenco è ben evidente che il centro più attivo nel movimento repubblicano fu Senise, in un contesto di generale debolezza della Val d’Agri, segnato da profonde divisioni sul problema della terra e da un più incisivo svolgersi della controffensiva sanfedista.

martedì 12 marzo 2013

Matera. 1. Arcangelo Copeti (Veronica Robertini)


Antonio Copeti apparteneva a una famiglia originaria di Montecorvino; ma Donato Antonio, un esponente del nucleo di Montecorvino, si macchiò di un fatto di sangue e le conseguenze ricaddero su tutta la famiglia. I Copeti furono costretti a scappare e si rifugiarono a Tursi dove ottennero protezione dalla famiglia Doria; infatti, si ha traccia della loro presenza nella cittadina lucana, grazie ad un istrumento rogato del notaio Donadio datato 2 maggio 1605.

Con l’istituzione della Regia Udienza nella città di Matera, la famiglia abbandonò Tursi; infatti, la loro presenza nella capitale, è confermata dalla notizia che nel 1674 il sacerdote don Carmenio Copeti ordinò a Venezia una statua in pietra di San Nicola che fece sistemare nella chiesa di Santa Maria de Armeniis.

Nel 1754, i Copeti riuscirono ad essere aggregati alla nobiltà locale dopo aver dimostrato di essere nelle condizioni ideali, cioè occorreva dimostrare che nella famiglia per almeno tre generazioni si fossero susseguiti laureati in legge o in medicina senza essersi macchiati di alcun delitto.

Da Carlo nacque Arcangelo senior che fu un famoso dottore di Trani e grazie alla sua fama divenne uno dei medici più celebri. Il figlio Ludovico fu anch’egli un dottore ed esercitò la professione principalmente a Matera.

Da Ludovico e Agnese Franzese nacque il 22 aprile 1757 Arcangelo junior che, a differenza del padre e del nonno, intraprese l’attività giuridica; dapprima studiò nelle scuole private e poi nelle scuole pubbliche istituite nel 1770 (le scuole pubbliche o regie scuole furono istituite nel 1770 dal ministro Bernardo Tanucci, per colmare il vuoto creatosi dopo la cacciata dei gesuiti dal regno di Napoli). Si trasferì a Napoli dove frequentò la facoltà di giurisprudenza e nel 1779 conseguì la laurea; tra il 1780 e il 1781 fu ancora a Napoli per sue ricerche e poi rientrato nella sua città natale inizio l’attività legale. La sua vita trascorse tra complesse vicende caratterizzate prima, da una certa tranquillità, poi da irrequietezze politiche e infine da contrasti nell’esercizio professionale. Per tutta la vita manifestò «in maniera eccessiva fedeltà al Re e alla monarchia umiliando questi sentimenti in tutte le suppliche inviate al “Real Soglio” per fatti personali o inerenti la sua professione».

Fin dalla giovane età, gli furono affidati diversi incarichi che assolse con grande impegno tanto da esserne confermato per diversi anni. Fu deputato del S.S. Crocifisso della Carità nel 1776, nel 1779, nel 1788 e nel 1799; nobile razionale della Cappella della SS. Trinità nel 1783 e nel 1788; il 31 maggio 1783 fu posto in terna per Governatore Regio della città di Carbona; negli anni 1786, 1790 e 1794 fu Deputato della tassa del tabacco e delle strade di Puglia e il 17 agosto 1788 fu eletto Camerlengo. Durante lo svolgimento di queste cariche egli mise in evidenza preparazione e buona volontà, cosi il 10 maggio 1808 fu eletto sindaco di Matera.

Nel 1823 ricevette il decreto di nomina a Regio Giudice e fu destinato al circondario di Pisticci, dove si insediò il 12 aprile. A Pisticci si fermò per un triennio, durante il quale amministrò la giustizia con zelo e scrupolosità tanto da essere apprezzato non solo a Pisticci ma in tutto il Circondario. Ma, questo stato di cose non durò a lungo poiché, la delinquenza recò disagi al giudice con lo scopo di scoraggiarlo e poter riprendere ad agire indisturbata. Si mise in evidenza «il netto contrasto tra il conservatorismo di Copeti – il quale, dopo la scabrosa parentesi repubblicana del 1799, aveva accentuato i suoi sentimenti di fedeltà al “Real Soglio” - e le idee innovative serpeggianti anche in quel Circondario». Infatti, i fermenti furono ritenuti prima frutto di facinorosi ma, successivamente, «fu sospettato essere opera di “settari” , non era la solita delinquenza ma, intervenivano cause di altra natura».Tutta questa serie di avvenimenti spinse il giudice Copeti a chiedere il trasferimento a Matera, ma i cittadini di Pisticci sottoscrissero una petizione nella quale mettevano in risalto l’onestà del giudice e gli impedirono di trasferirsi.

Il 24 gennaio del 1825 il magistrato chiese nuovamente il trasferimento a causa di ulteriori episodi verificatesi da parte dei faziosi e, questa volta la richiesta fu accolta allo scadere del triennio. Copeti fu nominato Consigliere Distrettuale con regio decreto dell’otto marzo 1824 prima in rappresentanza del Circondario di Pisticci e poi di Matera. Il distretto aveva un certo ruolo, come si capisce in base agli argomenti trattati: per esempio, «esaminò e studiò la costruzione della strada carrozzabile fra Matera e Potenza, il miglioramento delle carceri, la costruzione del magazzino di sale a Matera, la possibilità di dare una scorta più consistente “agli esattoti di fondiaria per li pericoli di ladri”». Non sappiamo con precisione fino a che anno svolse l’attività di giudice ma, forse, fino al 1828, anno in cui riprese la libera professione di legale in collaborazione con il figlio Ludovico. Morì all’età di ottantotto anni nella sua casa del «Piscullo» dove fu sempre accudito e circondato dall’affetto della famiglia.

Nel 1789, Copeti scrisse L’ordine dei giudizi civili, opera che, secondo le sue parole, «per renderla più palpabile, ho voluto renderla nel volgare, e nazionale idioma»; parole rivolte a coloro che stavano per intraprendere l’attività forense e che mettono in risalto la figura morale di Arcangelo Copeti «convinto assertore della giustizia umana da non disgiungere da quella divina».

Nel 1792 scrisse in latino un saggio intitolato Scrutinium Procuratorum iuxta odierna praxim, rimasto, però, allo stato di manoscritto.

Ma l’opera di maggior sforzo e che gli ha procurato fama, tanto da giungere fino a noi, è anteriore a questi lavori. Nel 1780, infatti, cominciò a scrivere Notizie della città, cittadini e della famiglia de’ Sig.ri Copeti di Matera. Egli aveva intenzione di usare questi appunti per scrivere una storia della sua città, ma il brogliaccio rimase in questa forma e la storia non fu scritta; si preoccupò di raccogliere le notizie una dietro l’altra senza ordine di data e di argomento, quasi sottoforma di appunti, per non dimenticarle. Inoltre, non pensava di far conoscere la sua opera e ciò si deduce dal fatto che nella prima pagina aveva scritto: «Questo manoscritto non si dà a leggere a veruna persona per non fare contro la carità sapere li fatti delle famiglie». Il figlio Ludovico aggiunse ulteriori notizie e le interpolazioni si notano sia per la diversità dell’inchiostro sia per la mano più ferma del giovane; inoltre, non distrusse l’opera ma tentò di cancellare tutto ciò che potesse compromettere qualche famiglia in vista.
Il Copeti iniziava i suoi scritti con la sigla I.M.I., cioè Iesus Maria Ioseph, un monogramma d’invocazione diffuso da San Bernardino da Siena e di solito apposto dai credenti sugli scritti. Lo stile del Copeti non è sempre limpido e scorrevole e spesso diventa contorto poiché, trattandosi di appunti, egli li scrisse per suo piacere e senza correggerli. Trattandosi di notizie prese sotto forma di appunti, Copeti si occupa di una varietà di argomenti che permettono di conoscere la storia locale attraverso dettagli spesso tralasciati.


Egli offre una panoramica della famiglie nobili più in vista a Matera, dove, per privilegi di Ferdinando I si fecero due distinte separazioni di ceto, cioè nobili ex origine e di privilegio da un parte e popolare dall’altra. Tra queste ricordiamo quelle secondo cui la famiglia Copeti discende da Montecorvino e si diramò a Matera dopo che Donato dovette fuggire a causa di un omicidio; questa famiglia si distingue da quella de La Cupeda che proveniva da Rocca di Noto di Calabria. L’impresa materana della famiglia Copeti è composta da due stelle con tre sbarre al campo celeste e sopra un’aquila coronata al campo d’oro con la fiaccola dove chiude l’impresa; nel primo quarto si descrive l’impresa della famiglia (i Copeti), nel secondo quello dell’ava paterna (Tomasini di Bari), nel terzo quello della madre (Franzesi di Rotigliano) e nel quarto quello dell’ava materna (Migliacci).

La famiglia Gattini può vantare la sua nobiltà fin da un secolo prima della venuta di Cristo e Quinto Metello donò il palazzo e la torre che ancora oggi portano il loro nome. Nel 1070 Goffredo, figlio di Roberto, prese in moglie Adelisina Gattini, sorella di Scipione che fu contessa di Matera, Tricarico e Montescaglioso, donò molti beni e confermò alla famiglia la preminenza nella chiesa cattedrale. Tra le personalità della famiglia Gattini ricordiamo Emmanuello Gattini che fu nominato guardia del corpo nel 1260, da Manfredi, figlio di Federico II e successivamente fu nominato cavaliere distinto dell’ordine di S. Maria; nel 1391 Alessandro Gattini fu cavaliere Gerosolimitano nell’isola di Rodi; nel 1531 Eustachio Gattini fu contraddistinto da Carlo V a trasportare armi tanto difensive che offensive.

La famiglia Malvinni ha origini a Brindisi di Montagna, poi si trasferì a Ferrandina e successivamente a Grottole, dove possedeva grandi proprietà terriere. I matrimoni con gente di rango superiore la fece avanzare nel panorama sociale e, in particolar modo, il matrimonio tra Giulio Malvinni e Tomasetti che portò in dote alcuni feudi urbani.

Tra le personalità della famiglia si distinsero Giulio Malvinni che intervenne durante l’elezione dei rappresentanti della Municipalità nel 1799; Federico Malvinni che, dopo aver reso servigi al re, ebbe due feudi nel territorio di Ferrandina nel 1492,detti la Codola e le Caporre, ed il palazzo reale; e, Achille Malvinni che fu tesoriere nel 1549 e sposò Beatrice Forza di Conversano che ebbe come dote 950 ducati e alcuni territori di Matera. 

Poi il Copeti passa in rassegna alcune tra le personalità, che in ambiti diversi tra loro, hanno messo in risalto la città di Matera. Egli ricorda tra i religiosi, S. Giovanni da Matera «abbate pulsanese che nacque il 20 giugno 1050 e  morì di anni 89 nel 1139»; «Eugenia abbadessa di S.Benedetto in S.Lucia di Matera la quale sta sepelita nella chiesa di San Eustachio ora le monacelle e se ne morì nel 1093» e «il beato Ilario di Matera fu nell’ordine di S. Benedetto uomo ripieno d ‘ogni virtù e di vita santa».
Nella poetica cita Tommaso Stigliani, nato a Matera nel 1573 e morì a Roma il 27 gennaio 1651; fu mandato dai genitori a Napoli per studiare medicina ma, si diede alla poesia, e ne cita Il Polifemo. Nell’ambito della giurisprudenza sottolinea le figure di Ascanio Persio, che tenne la cattedra di filosofia nello studio di Bologna e coltivò con successo le lingue latine, greca e volgare. Antonio, fratello di Ascanio, fu filosofo matematico e medico e teologo. E Orazio, nipote dei precedenti due, fu un uomo di ampia cultura e valente giureconsulto oltre che poeta.
Nella medicina, richiama la figura del nonno, il dottor arcangelo Copeti senior che ebbe la prima piazza di medico a Trani nel 1718, dove «fè prodiggi grandi nella sua professione, faceva da indovino e profetizzava li morbi e divinamente prognosticava infermità mortali». Il Copeti, a tal proposito, riporta un episodio per sottolineare queste doti: «un giorno incontra un uomo che andava a cavallo sebbene malaticcio avendolo questo informato del suo malore, esso Copeti gli soggiunse di fare li sagramenti giacché tra altri otto giorni dovete morire, come infatti avvenne». Egli cita anche il dottor Mauro Padula, parente di Copeti e, il Dottor Giuseppe Festagallo coetaneo del dottor Arcangelo Copeti ma, non del suo stesso grado.

Infine, il Copeti passa in rassegna i monasteri diffusi su tutto il territorio. A Matera gli insediamenti benedettini risultavano essere otto: monastero di Santa Lucia e Agata, monastero della Madonna delle Virtù, monastero di Santa Maria della Valle o la Vaglia, monastero dello Spirito Santo, monastero di S. Eustachio, monastero di S .Maria di Picciano, monastero si S. Salvatore in Timbari e monastero di S .Maria de Armenti. La prima badessa del monastero di S. Lucia e Agata fu Eugenia e prima del 1093, anno della sua morte, non abbiamo notizie. Successivamente si fece monaca una certa Mattias, baronessa di un certo castello nuovo vicino al territorio di Spinazzola e donò, per sua dote, quel castello con i suoi  territori di circa 25 miglia.
Nel 1785-86 i padri benedettini se ne andarono dal convento di S. Angelo di Montescaglioso e andarono a Lecce dove si accomodarono in un convento comprato dai gesuiti che furono espulsi dal re. Il 18 ottobre 1656 l’arcivescovo di Matera Vincenzo Lanfranco fondò il seminario di Matera e lo designò nel convento dei carmelitani; il seminario fu ingrandito da Monsignor Vincenzo Lanfranchi. Inoltre, vi erano due congregazioni, una dei nobili al piano e una degli artigiani nel cortile dell’ospedale a S. Maria la Nova; la prima sotto il nome della Beata Vergine, la seconda sotto il nome di Gesù Flagellato. Nel settembre 1809, furono soppressi gli ordini domenicani, francescani e agostiniani per opera del re di Napoli, Gioacchino Murat.
Infine, il Copeti riporta notizie e curiosità che ci permettono di conoscere la realtà materana. Ad esempio, il 7 maggio 1774 ci fu una gran vincita al gioco del lotto; o ancora, «nel 1787 e 1788 vi fu una siccità in Matera e in altri luoghi, e carestia e si andava ad empire l’acqua nel Iorio abbasso a la Gravina». Ancora, il Copeti riferisce che i Libri delli battesimi cominciarono a comparire dopo il Concilio di Trento; prima venivano registrati dai parroci in semplici cartoscelle e il primo libro che conserva la Cattedrale di Matera per i battesimi è del 1562. Il primo di San Pietro Caveoso è del 1575; quello di San Pietro Barisano è del 1564 e quello di San Giovanni Battista è del 1600.
«Quando in Matera si viene a vendere cosa da’ forastieri deve stare esposta in piazza per comodo del pubblico per ventiquattro ore e poi è lecito di vendere in sano a’ ricattieri, se supera cosa». «In Matera si vive a gabella e si paga per tomolo carlini cinque; il prete ha 20 tomoli franchi di gabella, cioè dieci docati annui».
«Anticamente, o per sicurezza o perché si estingueva una famiglia dava a conservare le scritture, istrumenti e carte in archivio di qualche luogo pio come capitoli monasteri o conventi». Ciò ha permesso, allo stesso Copeti, di recuperare notizie e offrirci un quadro, seppur non completo, di famiglie e avvenimenti.

domenica 10 marzo 2013

Nicola Fiorentino. 1. Un illuminista lucano


Nicola Fiorentino nacque a Pomarico il 3 aprile 1755, primo di cinque figli, da Giuseppe gentiluomo di Montalbano Jonico, e da Giulia Sisto, appartenente ad una famiglia gentilizia di Pomarico.
Il padre facoltoso medico di Montalbano, si occupava anche di compravendita di terreni immobili e commerciava in prodotti agricoli. Molto presto la famiglia si trasferisce a Montalbano, dove Nicola compì i primi studi. All’età di dieci anni si trasferì a Tricarico, sede di un seminario diocesano istituito agli inizi del Seicento, e nel 1767 fu a Napoli nelle scuole del Salvatore diventando allievo di Marcello Cecere, insegnante di matematica. Aveva solo quattordici anni, quando vinse la cattedra di matematica presso il liceo dell’Aquila, ma venne costretto a rinunciare all’insegnamento, poiché non aveva compiuto i quindici anni richiesti dalla legge. Conseguì di lì a poco la laurea in giurisprudenza a Bologna. Nel 1770, in seguito alle riforme sull’istruzione attuate da Ferdinando IV, su proposta di Antonio Genovesi, sorsero nelle principali città del Regno (l’Aquila, Bari,Catanzaro, Matera ecc.), altri collegi Reali che non avevano, però, la facoltà di rilasciare un titolo di studio come la laurea, poiché rimaneva una prerogativa della Regia Scuola di Napoli. Con la nascita della Regia Scuola di Bari, Nicola Fiorentino ottenne nel 1775, la cattedra di matematica e filosofia razionale. Fu, in seguito, Soprintendente della stessa scuola, quindi governatore di Calabria e Campania, mentre negli stessi anni avviava una fiorente attività commerciale di prodotti coloniali come spezie, cacao ecc. Nel 1793 pubblicò a Napoli i Principi di Giurisprudenza criminale, una Dissertazione sopra alcuni punti di giurisdizione criminale e, nel 1785 le Istituzioni di pratica criminale. Scrisse un saggio Sulla Quantità Infinitesima e sulle forze vive e morte, mentre nel 1794 pubblicò a Napoli le Riflessioni sul Regno di Napoli. La sua formazione, come testimoniano i suoi scritti, si ispirava ai principi riformatori dell’Illuminismo: conosceva Rousseau e il Contratto Sociale, ma era ancora legato alla monarchia quando, nel 1794, a Mario Pagano veniva affidata d’ufficio la difesa di alcuni congiurati accusati di aver cospirato contro il re. Tra i cospiratori vi erano anche Vincenzo Vitaliani, Galiani e De Deo , che vennero giustiziati il 18 ottobre 1794. Il momento cruciale per la scelta definitiva di Nicola Fiorentino fu la fuga del re Ferdinando, davanti alle truppe francesi , che apparve come un vero e proprio tradimento; così come un tradimento venne considerato dal Foscolo, un anno dopo, il trattato di Campoformio. La sua adesione ai principi rivoluzionari venne sottolineata da un Inno a S. Gennaro e da un’incitazione Ai giovani studiosi, con i quali Fiorentino intendeva incoraggiare alla mobilitazione. Fiorentino, a questo punto, anche se in ritardo rispetto agli eventi, diventò consapevolmente un giacobino e andò ad allargare le fila dei repubblicani; tra questi c’erano anche molti dei suoi amici e colleghi e suo cugino Francesco Lomonaco. La sua decisione non fu mossa dalla volontà di salire sul carro del vincitore, bensì dalla consapevole scelta di conseguire la pubblica felicità. Poiché il sovrano aveva abbandonato il suo popolo, l’unica via d’uscita era rappresentata dal movimento rivoluzionario, incarnato dai giacobini. Mantenne, comunque, un atteggiamento sempre critico e moderato nei confronti di quanto stava accadendo con uno sguardo particolare al popolo, il quale non aveva tratto nessun vantaggio, dalla Repubblica; e un atteggiamento altrettanto comprensivo nei confronti di quanti, pur avendo all’inizio dimostrato un atteggiamento favorevole alla monarchia, avevano poi con coerenza dimostrato la propria adesione incondizionata alla Rivoluzione. Il Colletta, suo compagno, di cella riporta infatti il discorso veemente con cui Fiorentino rispose all’indomani della sua cattura, allorché interrogato dal Giudice Guidobaldi, rispondendo «mi governai con le leggi e con la necessità, legge suprema» e, incalzato dal giudice, proseguì, accusando il re di aver dichiarato guerra ai francesi, di aver abbandonato il proprio popolo alla mercé dei conquistatori e che la tirannide, ormai instaurata, perseguiva la vendetta e non la giustizia. Nicola Fiorentino venne condannato il 5 dicembre 1799 dalla Giunta di Stato, e i suoi beni confiscati. L’accusa fu di essersi opposto alle forze del re, aver pubblicato un commento sulla Costituzione Repubblicana, un Inno a S. Gennaro per la conservazione della libertà e due proclami, uno indirizzato alla gioventù studiosa, l’altro contenente un Ragionamento su la tranquillità della Repubblica. La condanna venne eseguita il 12 dicembre 1799.

sabato 9 marzo 2013

La Basilicata moderna. 1. Territorio e popolazione dal Cinquecento al Settecento



Lungo il ciclo della modernità l’ambito territoriale della Basilicata è stato modificato, ampliandosi, in due determinanti periodi, quello spagnolo e quello napoleonico. Fu nel corso dell’età spagnola, infatti, che nel 1643, dopo una riunione del Consiglio del Collaterale, il viceré Medina decise di istituire la nuova Udienza di Basilicata, affidandola a Carlo Sanseverino, conte di Chiaromonte, e fissandone la sede a Stigliano, feudo di sua moglie Anna Carafa. Numerose difficoltà logistiche, comunque, nonché decisi rifiuti dei vari signori feudali, imposero una situazione ventennale di mobilità, definitivamente conclusa nel 1663, quando Matera fu staccata da Terra d’Otranto ed aggregata alla Basilicata . D’altra parte, fu solo nel corso del decennio francese, con la riorganizzazione territoriale attuata da Giuseppe Bonaparte, che, con legge dell’8 agosto del 1806, il capoluogo di provincia sarebbe stato spostato a Potenza, fornendo la provincia di Basilicata e le due Calabrie di un Tribunale straordinario di prima istanza civile e penale. 
Quasi tutti i centri urbani lucani erano fortemente integrati in un tessuto dominato dalle campagne e presentavano quindi caratteri “monofunzionali”, in un fondamentale e stretto rapporto tra popolazione e territorio, probabilmente uno dei caratteri originali nella storia della Basilicata . Del resto, la conformazione geografica della provincia era improntata all’interno, con una vocazione molto scarsa all’aggregazione cittadina e, data l’orografia accidentata, agli interscambi.
Un’efficace rappresentazione della Basilicata nel Cinquecento fu offerta da Camillo Porzio, che, pur sinteticamente, evidenziava i principali elementi dello status geografico e politico-istituzionale della Basilicata: 

«La provincia di Basilicata è quasi tutta dentro di terra, fra la Calabria, Terra di Otranto e di Bari, ed ha solamente verso l’oriente, nel golfo di Taranto, dove finisce la Calabria, un piccolo spazio di mare. […] 
Questa provincia per esser dentro di terra è senza gran città e senza uomini guerrieri. I re di Napoli non pensarono mai di farvi delle fortezze, sì che sarebbe preda di qualunque esercito, che fusse padrone della campagna. […] 
Il re vi possiede due piccole terre di demanio: Lagonegro e Tramutole. Vi ha fanti del battaglione 1537. 
I vescovati sono: Potenza, Venosa, Anglona, Tricarico, Montepeloso, Muro, Melfi, Marsico. A nominazione del re è Potenza. 
I baroni titolari di questa Provincia sono: il Principe di Melfi, il Principe di Stigliano, il Principe di Venosa, il Marchese di Lavello, il Marchese di Riolo, il Marchese di Turso, il Conte di Potenza, il Conte di Saponara.
Il Governatore di Basilicata è l’istesso di Principato Citra».

Le caratteristiche orografiche della Basilicata favorivano, comunque, lo stabilirsi in essa di presidi interni. La popolazione, infatti, era portata ad addensarsi in un numero più ristretto di centri abitati, ovviamente creando, in tal modo, le condizioni per una forte ascesa demografica, comune, del resto, a tutto il Regno. La ripresa demografica registrata nel 1505, infatti, può essere riportata alle mutate e più favorevoli condizioni generali venutesi a determinare a partire dalla metà del XV secolo, quando l’intera penisola visse un periodo sufficientemente lungo di pace, che nel Mezzogiorno d’Italia coincise con l’ascesa al trono di Napoli della monarchia aragonese. 
A tale ascesa contribuirono anche diversi movimenti di etnie straniere, richiamate in Italia dall’instaurarsi di una monarchia, quale, appunto, quella aragonese, attenta ai ceti mercantili - una politica, questa, continuata dal Cattolico -: non va trascurato l’apporto della comunità ebraica lucana, tradizionalmente insediata in molti centri basilicatesi, tra i quali Venosa e Matera. 

Dopo una stagnazione nei primi decenni del Cinquecento, si giunse a circa 230.000 abitanti sul finire del secolo. L’incremento fu particolarmente significativo attorno alla metà del secolo, tanto che, nel 1561, in tutto il territorio provinciale, la popolazione aveva già superato di oltre il 70% i livelli del 1505. Inizialmente furono le aree più forti a risentire più favorevolmente dei benefici effetti della ripresa e del ripopolamento. Ad esempio, nel Vulture si registrò un aumento pari al 100% tra il 1532 ed il 1595, essendo allora la popolazione di questa parte settentrionale della provincia passata da 19.000 a quasi 40.000 abitanti. Venosa, Lavello, Melfi, del resto, ed in genere tutte le terre circostanti erano state investite in modo particolare dal flusso migratorio suddetto, e ciò, insieme ad altre cause di carattere più generale, aveva contribuito a restituire compattezza e dinamicità ad una zona provata dal periodo di crisi durato fino al XV secolo. La costante tendenza ascendente della popolazione, dunque, è spiegabile con l’attenuazione di guerre, pestilenze e carestie, oltre che con l’interesse del potere centrale e dei baroni per le campagne. Tuttavia, già alla fine del Cinquecento si affacciavano i segni di una prima incrinatura all’interno di questo relativo equilibrio faticosamente mantenuto e, accanto a comunità che sembravano mantenere ancora intatta la propria capacità di espansione, risultano altre che anticiparono almeno di mezzo secolo il generale declino di metà Seicento: le vicende demografiche del secolo successivo, infatti, erano destinate a registrare quasi ovunque una tendenza al saldo negativo. 
Si ebbe, infatti, nuova ondata di crisi demografica che si registrò dopo la metà del XVII secolo, esplodendo nella peste del 1656, di cui tutta la Basilicata subì gli effetti negativi. La crisi incise scarsamente sulle popolazioni di Principato Citra e Terra di Bari, mentre la Basilicata appariva colpita più duramente, forse perché le province confinanti erano collegate o vicino alla capitale e, quindi, in condizioni di dare e ricevere aiuti, limitando gli effetti della crisi. 
All’epoca dell’arrivo a Napoli di Carlo di Borbone la provincia di Basilicata rimaneva una delle più vaste, ma anche meno conosciute, del Regno, con una popolazione complessiva di circa 250.000 abitanti, distribuiti in 116 luoghi abitati, solo 16 dei quali regi, non soggetti cioè a giurisdizione feudale, che ancora riguardava l’86% della popolazione. 

La città di Matera contava circa 13.000 abitanti ed era il centro abitato più popolato della provincia, mentre Rionero (ancora casale di Atella) ne contava 3.000 e Avigliano e Potenza rispettivamente avevano una popolazione di circa 6.000 e 8.000 abitanti.
La Basilicata, inoltre, era la più gravata, fra le dodici province del Regno, dal sistema feudale e dal fiscalismo. Oltre ad un’incisiva rete feudale, notevole era la presenza ecclesiastica, con 2.377 chiese “ricettizie”, di origine e carattere laicale, fulcro della locale attività agricola, con una composizione sociale prevalentemente costituita da braccianti e contadini, pastori, artigiani, piccola e media borghesia professionale legata alla terra.
La Basilicata, anche a causa dell’orografia tormentata del suo territorio, si era sempre trovata in condizioni di marginalità, per non dire di un vero e proprio “isolamento” rispetto alla Capitale, dato anche l’assetto viario praticamente inesistente, con un tracciato stradale che non comprendeva l’attraversamento trasversale tra Tirreno e Ionio, nessun collegamento con la fascia ad ovest dell’Agri ed il basso Lagonegrese, ancora serviti da un tracciato che risaliva, nelle sue linee fondamentali, all’impianto della rete viaria romana. Si consideri che in Basilicata esistevano 400 chilometri di strade, in genere non carrozzabili, mentre 91 centri abitati ne erano ancora del tutto privi. La strada di Puglia, la più importante del Regno, che da Napoli, attraverso la valle dell’Ofanto, si dirigeva verso Foggia e da lì a Bari e Lecce, all’altezza di Avellino, con una diramazione per Melfi e Venosa, non «rotabile», costituiva il cammino del “procaccio”. La «consolare delle Calabrie» collegava Napoli con Cosenza e Reggio Calabria ed una sua arteria toccava il lembo occidentale della Basilicata fino a giungere a Lagonegro; da essa, all’altezza del fiume Sele, si dipartiva un ramo che da Campagna, attraverso Castelgrande e Muro, giungeva fino ad Atella. Un’altra diramazione della strada di Calabria prevedeva un collegamento con Potenza attraverso Auletta e Vietri.
Il Materano, più pianeggiante, era, invece, solcato da una serie di cammini naturali, tratturi e “tratturelli”, vie della transumanza che, dal Tavoliere, giungevano fino alle marine dello Ionio, lungo le quali si organizzavano i commerci.
A causa di questi ritardi e della mancanza di istituzioni fondamentali, la Basilicata, dunque, rimaneva, in un certo qual modo, molto più isolata delle altre province, anche nello stile di vita, ancora legato ad istituzioni di tipo patriarcale e pastorale.


Orazio. 7. L'ode a Virgilio tradotta da Cesare Pavese

( Carmina , IV 12) Già i venti di Tracia compagni della primavera, e mitigatori del mare, spingono innanzi le vele, già il gelo è sparito da...