giovedì 30 dicembre 2021

Il Mezzogiorno moderno. 21. La consegna dei Catasti Onciari lucani

 

Centro

Consegna

Marsiconuovo

1737

Brienza

1740-1747

Albano

1741

Ginestra

1742

Sant'Arcangelo

1742

Accettura

1743

Avigliano

1743

Calvera

1743

Cancellara

1743

Forenza

1743

Gallicchio

1743

Lauria inferiore

1743

Lauria superiore

1743

Marsico Vetere

1743

Missanello

1743

Montescaglioso

1743

Pietrafesa

1743

Pomarico

1743

San Chirico Nuovo

1743

San Giorgio

1743

San Martino

1743

San Mauro

1743

Castel Saraceno

1744

Cirignano

1744

Gorgoglione

1744

Brindisi

1745

Grassano

1745

Rotondella

1745

Tricarico

1745

Vietri di Potenza

1745

Lagonero

1746

Sarconi

1746

Vaglio

1746

Muro

1746-1752

Corleto

1747

Miglionico

1747

Calvello

1748

Colobraro

1748

Genzano

1748

Venosa

1748

Pietrapertosa

1748-1779

Armento

1749

Castelmezzano

1749

San Chirico Reparo

1749

Spinoso

1749

Vignola

1749-1754

Aliano

1750

Casalnuovo

1752

Cersosimo

1752

Garaguso

1752

Ripacandida

1752

Ruoti

1752

Tolve

1752

Tramutola

1752

Alianello

1753

Anzi

1753

Atella

1753

Baragiano

1753

Barile

1753

Bella

1753

Calciano

1753

Castelgrande

1753

Castelluccio inferiore

1753

Castelluccio superiore

1753

Chiaromonte e Fardella

1753

Craco

1753

Episcopia

1753

Francavilla

1753

Grottole

1753

Guardia

1753

Latronico

1753

Lavello

1753

Maratea inferiore

1753

Maratea superiore

1753

Maschito

1753

Montemilone

1753

Montemurro

1753

Montepeloso

1753

Noia

1753

Oliveto

1753

Picerno

1753

Potenza

1753

Rapolla

1753

Rapone

1753

Rivello

1753

Roccanova

1753

Rotonda

1753

Ruvo

1753

Salandra

1753

San Costantino

1753

Sasso

1753

Senise

1753

Terranova

1753

Trivigno

1753

Pescopagano

1753-1755

Montalbano

1753-1762

Tito

1753-1772

Bernalda

1754

Bollita

1754

Matera

1754

Melfi

1754

Moliterno

1754

Pisticci

1754

Stigliano

1754

Teana

1754-1760

Ferrandina

1755

Oppido

1755

Acerenza

1758

Palazzo

1759

Saponara

1759

Tursi

175..

Abriola

1761

Trecchina

1763

Rionero

1769

Balvano

-

Carbone

-

Favale

-

Pietragalla

-

Santo Fele

-


FONTE: ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI, Regia Camera della Sommaria. Patrimonio. Catasti Onciari, “Inventario sommario”, n. 452.

giovedì 23 dicembre 2021

giovedì 16 dicembre 2021

Il Mezzogiorno moderno. 20. Il Catasto Onciario

 Il catasto onciario (dall’unità di misura fiscale, l’oncia, che equivaleva a 6 ducati), che doveva censire i beni dei sudditi connuovi e più razionali criteri di accertamento patrimoniale per una più equa distribuzione del carico fiscale, fu voluto dal sovrano del Regno di Napoli, che asseriva: «Che i pesi sieno con uguaglianza ripartiti, e che il povero non sia caricato più delle sue deboli forze, ed il ricco paghi secondo i suoi averi» (Carlo di Borbone, 17 marzo 1741). Il catasto Onciario fu ordinato da Carlo di Borbone con dispaccio del 4 ottobre 1740 e regolato da una serie di disposizioni emanate dalla Regia Camera della Sommaria tra il 1741 ed il 1742, per un totale di 12 Prammatiche riunite tutte sotto lo stesso titolo Forma censualis, et capitationis, sive de catastis, la prima delle quali è del 17 marzo 1741, l’ultima del mese di settembre 1742. Accanto alle precise istruzioni relative alla formazione degli Onciari venne disposto, fra l’altro, che anche i feudatari dovessero esibire le rivele di tutti i loro beni, affinché questi potessero essere accatastati rispettando tutte le formalità stabilite dalle Prammatiche
stesse. 

Nelle “Prime Istruzioni” erano contenute le prime indicazioni riguardanti solo il procedimento di catastazione, di competenza delle Università: modalità di compilazione degli atti preliminari, dell’apprezzo e delle rivele. Mancavano quelle relative alla procedura di formazione dell’onciario vero e proprio, inizialmente di competenza dell’amministrazione centrale. Con le “Seconde Istruzioni”, anche la compilazione dell’onciario venne affidata alle Università del Regno. Con concordato stipulato con la Santa Sede furono regolarizzate le modalità di tassazione dei beni ecclesiastici: per intero quelli acquisiti posteriormente al Concordato stesso, per metà quelli posseduti prima del 1741.

Nella società del tempo alcuni soggetti non erano tenuti a subire accatastamento o a causa di norme privilegiate (la Chiesa e i feudatari, ma solo in parte) o per inesistenza o eccessiva esiguità del reddito. Nonostante le buone intenzioni l’obiettivo di una maggiore equità fiscale, come vedremo, non fu mai raggiunto del tutto e anzi rimase d’attualità ancora negli anni a venire se Domenico Caracciolo, vicerè di Sicilia, nel 9 ottobre 1783, soleva sostenere: «Certamente l’affare porta qualche difficoltà, ma è possibile di guarire piaghe vecchie di due secoli senza dolore, senza gridi, senza alcuna difficoltà?», mentre il cardinale Fabrizio Ruffo, vicario generale del regno di Napoli, il 23 marzo 1799, ancora affermava: «Desidero riformare l’unciario come quello che è ingiusto e formato per cabala dei ricchi».

L’onciario non descriveva gli immobili, rustici o urbani, riportati negli atti notarili del tempo, ma offriva molti altri dati: la composizione delle famiglie del dichiarante, la determinazione delle fonti di reddito (da terreni, da case, da lavoro, da capitali, da rendite, da animali, ecc.) ed eventuali debiti contratti.

L’immenso fondo dell’onciario quindi, conservato nella sala catasti dell’Archivio di Stato di Napoli, rappresenta forse la fonte documentaria più rilevante per la ricostruzione storica della vita socio-economica del Mezzogiorno d’Italia, prima del risorgimento.

Il documento conclusivo dell’onciario era corredato da una serie di atti preliminari che ne erano alla base, rivele dei dichiaranti, apprezzi delle autorità accertanti, che integravano gli atti finali. 

Nello specifico, sulla base della prammatica istitutiva del catasto, dovendosi ripartire i tributi fra i cittadini, ogni comune invitava ciascun capofamiglia a dichiarare la composizione del suo nucleo familiare, i redditi in godimento e gli immobili tenuti in proprietà, con la descrizione di ciascun cespite e delle partite passive (rivela); successivamente l’autorità comunale provvedeva a una propria valutazione dei redditi e dei pesi in contraddittorio con l’interessato (apprezzo, ecc.); alla fine si stabiliva il reddito imponibile, secondo la valutazione dei redditi annui effettivi o con vari tassi di capitalizzazione per le proprietà, e si determinava in once (antica moneta di conto) il gravame fiscale. 

I dati che si possono trarre dai documenti sono di natura demografica (vero e proprio stato di famiglia), con indicazione, per ciascuna famiglia, di sesso, età e attività lavorativa dei membri, e con l’aggiunta dei conviventi, se pure estranei alla parentela. Per gli immobili urbani, la descrizione è sommaria con pochi dati catastali, per cui non è difficile una ricostruzione del quadro urbanistico-abitativo. Più completi sono invece i dati per individuare le case in fitto o in proprietà sul totale degli edifici, come anche la determinazione delle strutture architettoniche: case a un solo piano, a due piani, con o senza orto contiguo, “palaziate”, “solarate”, ecc. Per i fondi rustici, i dati catastali, anche se approssimativi, consentono in parte la ricostruzione del paesaggio agrario e dei rapporti sociali. È possibile ricostruire il quadro delle colture prevalenti, il livello di sfruttamento e di resa, e la proporzione con l’incolto produttivo; vengono anche chiariti i rapporti sociali nelle campagne, i rapporti tra le classi (proprietari, fittuari, massari, coloni, braccianti) e le contemporanee forme di reddito: lavoro dipendente, impresa diretto-coltivatrice, proprietà coltivatrice, affittanza. Accanto agli immobili urbani e rustici, usati in proprio o concessi a terzi a titolo oneroso (fitti, canoni ed estagli colonici, contratti vari), e all’attività personale (industria), vi è poi la gestione di capitali con i relativi proventi, poi l’industria zootecnica e il possesso di servitù attive, infine i debiti per le cause più diverse (capitali ottenuti, maritaggi, censi passivi).

giovedì 9 dicembre 2021

Risorgimento lucano. 41. Carlo Pisacane tra Basilicata e Campania

Parlare di parabola del democratismo significa ripercorrere sessant’anni di percorsi spesso tortuosi, di stop and go e di progetti che, a partire dal 1799, coinvolsero le file più operative dei patrioti meridionali, quelle “seconde file” che, in modi e forme strettamente legate al territorio ed ai legami parentali e clientelari, avevano, quando più, quando meno, contribuito all’operatività delle diverse rivoluzioni succedutesi nel Mezzogiorno d’Italia e, in particolare, nelle aree interne: dalle municipalità repubblicane del Novantanove (con il notevolissimo esperimento del “Patto di Concordia” nell’area nordovest della Basilicata) alle azioni dei democratici delle zone di Calvello, Laurenzana e Potenza nello “strascico” della Rivoluzione del 1820-21 al contrasto tra democratici di Emilio Maffei e Ferdinando Petruccelli della Gattina e moderati di Vincenzo D’Errico nel biennio 1848-1849.  

Il democratismo, anche nella provincia di Basilicata, era, quindi, diffuso ed aveva reti radicate su tutto il territorio, come evidenziato dal lavoro della Gran Corte Criminale, anche se il processo “potentino” e quello a carico degli associati lucani della Setta dell’Unità Italiana coinvolgevano principalmente il capoluogo. Le reti associative, infatti, riguardavano Potenza come testa di ponte verso le province vicine o, come nel caso di Maffei, in direzione di Napoli. Il processo, che coinvolgeva, altresì, i comuni di Missanello, Gallicchio, Armento, Montemurro e Corleto risponde a dinamiche diverse, come tentativo di stabilire una collaborazione tra i centri della Val d’Agri con l’intento di fermare i soldati borbonici di Auletta.

La rete coinvolgeva centri limitrofi con obiettivi strategici di “reti” di un web che contava su forze limitate ma tangibili, dando luogo, nei fatti, ad un esperimento di organizzazione più capillare in vista dell’unificazione e che, come ho avuto modo di evidenziare in altre sedi, avrebbe avuto il suo successo nella rivoluzione del 1860.

La spedizione di Carlo Pisacane del 1857 risulta, in tale contesto, un “fallimento” emblematico di tali “esperimenti” di stampo democratico: l’estrema velocità con cui sorse e tramontò, infatti, rispecchia l’idea della rivoluzione rapida, che basava molto sull’effetto sorpresa e la lenta risposta delle autorità borboniche. Eppure, in questa sede, risulta utile ripercorrerla proprio per liberarla dalle “incrostazioni” sedimentatesi a partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento, quando Pisacane assurse agli onori del “martirio” da parte di autori moderati come Giacomo Racioppi, che ne tracciò la parabola per mostrare in Pisacane non tanto un idealista, quanto, piuttosto, l’estremo rappresentante di quell’ideologia di “operatività fulminea”, come potrei definirla, che aveva prodotto esperimenti, come dicevo, di notevole rilevanza ma che, come si era visto, avevano radici troppo poco solide per avere presa sul territorio. D’altro canto, il canone risorgimentale si appropriò di questo tentativo democratico per mostrare come “gli altri” avevano fallito nel preparare la rivoluzione, fidando sulle idealità di una rivoluzione ideologica troppo distante dai modi e dalle esigenze popolari, rispettate nel corso del 1860 dall’epopea garibaldina. 

Le fondamenta della spedizione furono preparate, com’è noto, nel 1855 a Napoli, quando venne fondato il Compartimento del Sud, un gruppo d’ispirazione mazziniana guidato dall’esule Nicola Fabrizi. Il Comitato, ispirato dalle idee repubblicane, iniziò a prendere contatti con le province di Salerno e di Basilicata, dove i contatti erano i fratelli Nicola e Giacinto Albini, Fortunato Giliberti e Giovanni Matera.

Ad intuire la possibilità di un’azione su queste province, sfruttando la spinta delle rivendicazioni contadine, fu, dalla fine del 1856, Carlo Pisacane, sostenitore di un’azione rapida, al fine di evitare la riorganizzazione delle milizie e la necessità di colpire i centri strategici prima che si chiudessero per difendersi.

Il 1857 fu, dunque, l’anno dell’azione, a partire dal primo bimestre, quando Pisacane, informato del lavoro del Compartimento del Sud, vi entrò in contatto con esso, anche perché l’azione dei fratelli Albini, suoi conoscenti, stava facendo ben sperare nel supporto di una rete associativa forte e ben organizzata. I contatti sono testimoniati, come afferma Racioppi, da un fitto carteggio, anche se Pisacane si discostava in maniera peculiare dal progetto mazziniano, che individuava in Genova e Livorno le città che avrebbero dovuto supportare la rivoluzione.

Per il patriota napoletano, il Mezzogiorno, invece, sembrava una soluzione plausibile, tanto che le sue pressioni avevano convinto Mazzini che, da Londra, faceva prsente come l’unico freno fosse la consapevolezza di una più profonda preparazione, per non compromettere l’intero movimento.

La preparazione logistica fu spostata, comunque, proprio nella Val d’Agri e nel Vallo di Diano, dove operavano, rispettivamente, gli Albini e Vincenzo Padula: inoltre, il golfo di Policastro pareva più percorribile, con la previsione di tappe intermedie per recuperare armi e uomini. Infatti, sbarcati a Sapri, gli insorti avrebbero risalito il Vallo per raccogliere drappelli locali, per poi dirigersi verso Auletta, punto di raccolta dei drappelli del Potentino e ripartire alla volta del Cilento, di Avellino ed Eboli, verso Napoli. Tuttavia, vero punto di forza era considerata l’insurrezione della Basilicata, provincia nella quale si sarebbero raccolti, a tempo debito, i patrioti Pateras, Rosiello e Cosenz con drappelli da tutte le zone della provincia.

Tuttavia, Giacinto Albini sollevò subito delle perplessità su Auletta come punto di raccolta, in quanto in luogo troppo aperto rispetto alle naturali fortezze montuose della Basilicata e l’insurrezione non aveva un cronoprogramma definito. In realtà, i dubbi di Albini erano fondati, come risultò dal fatto che l’esperimento d’insurrezione, preventivato improvvisamente nel periodo tra aprile e maggio, non si avviò per la mancanza di un battello con il quale sbarcare a Sapri, dovuta alla mancanza di fondi. Inoltre, una fuga di notizie aveva portato all’arresto di alcuni congiurati il 16 aprile: infatti la corrispondenza di Vincenzo Padula con lucani e calabresi fu intercettata dalla gendarmeria di Montemurro e lo stesso Padula venne trattenuto e, poiché egli era l’unico referente delle direttive per la provincia di Salerno, si dovette scegliere una nuova data, spostata al 13 giugno. Pasquale Magnone, uomo di fiducia del Comitato a Sapri avrebbe fatto da guida e informatore; tuttavia, nella notte tra l’8 e il 9 giugno, la goletta di Rosolino Pilo, già requisita, affondò al largo di Genova, con munizioni e fucili. Il Mazzini, a quel punto, autorizzò la partenza di Pisacane per Napoli, dove arrivò proprio il 13 giugno e, in accordo con il Comitato, cercò una soluzione per trasportare nuove armi, fornite dal Fabrizi, dal porto di Castellammare a Pantelleria.

Espletati gli ultimi preparativi, si stabilì il 25 giugno come data d’azione in cui Pisacane, a capo di circa due dozzine di insorti, avrebbe dirottato il Cagliari, barca della compagnia Rubattino, sostando nell’isola di Ponza, per liberare e arruolare i carcerati della prigione borbonica, requisire armi e munizioni. Il giorno successivo alla partenza una lettera avrebbe informato Napoli ed effettivamente il 26 venne data la notizia ma, per un “effetto latenza” non calcolato, la missiva giunse a Napoli nella tarda sera del 27.

Inoltre, Fanelli non riuscì ad avvertire della mancata partenza del veliero contenente le armi da Castellammare; non si ebbe la notizia della mancata informazione delle province interessate e, ancor peggio, Magnone aveva ricevuto la notizia solo il 29, sicché nessuna guida li avrebbe attesi a Sapri, mentre Pateras e Rosiello, che si erano diretti verso la Basilicata, vennero respinti da posti di blocco.

Il 25 giugno Pisacane, Nicotera e Falcone si imbarcarono sul Cagliari con altri ventuno insorti e, due ore dopo la partenza, dirottarono, facendo rotta verso Portofino dove aspettavano Pilo, venti uomini e le armi. Tuttavia, i due gruppi non si incontrarono mai a causa della nebbia era troppo fitta: tuttavia, i tre capi sul Cagliari convennero di procedere, rifornendosi in seguito a Ponza, dove giunsero il pomeriggio del 27. Scesi al porto un gruppo attaccò immediatamente il posto di guardia doganale e un secondo drappello salì nella piazza al grido di «Viva l’Italia, Viva la libertà», riuscendo a liberare i reclusi, vista la scarsa resistenza dell’esigua guarnigione locale: ripartirono in 323, ma, contrariamente ai progetti, i volontari non avevano trovato né l’ampia schiera di insorti che ci si aspettava, né armi e munizioni sufficienti. 

Inoltre, la possibilità che le autorità borboniche venissero informate si trasformarono quasi in una certezza: alcuni militi fuggiti dopo l’assalto all’isola raggiunsero Gaeta il 28 e, il giorno dopo, la gendarmeria di Caserta inviò rinforzi.

Intanto, la sera del 28, lo sbarco a Sapri fu un altro colpo, poiché ad attenderli non c’era nessuno, dato che Magnone, come detto, non aveva potuto allertare i contatti cilentani. Il giorno dopo, da Sapri i trecento si spostarono verso la vicina Torraca, dove molti erano fuggiti verso le campagne per paura del loro passaggio e chi non aveva avuto il tempo di abbandonare l’abitato era rimasto barricato in casa. Da Torraca, il drappello si spostò verso il Fortino, crocevia tra la Principato Citra e Basilicata, dove furono accolti da pochi uomini.

A quel punto, restavano due soluzioni: la prima prevedeva di passare attraverso la Basilicata per reclutare uomini secondo il modus operandi mazziniano, come suggerito da Nicotera e Falcone; oppure seguire il piano prestabilito, risalire il Vallo di Diano e raccogliere i volontari, passare per il Lagonegrese per unirsi ai patrioti locali, fare rotta su Auletta e rispettare il rendez vous con i volontari potentini per poi puntare su Napoli via Eboli.

Pisacane decise di seguire un cammino diverso, avviandosi su Padula, dove, confidava, la spinta rivoluzionaria avrebbe potuto scatenare un moto di popolo. Tuttavia, per toccare il territorio di Padula bisognava attraversare prima Casalnuovo, che, comunque, rimase inerte.

La sera del 30 il drappello giunse a Padula, dove, grazie a segnali incoraggianti dai contatti, ci si aspettava una situazione migliore e, quindi, un possibile sconvolgimento delle forze a disposizione. In contemporanea, sul fronte delle forze borboniche, i movimenti per intercettare gli sbarcati a Sapri erano quanto mai decisi, come evidenziato dai rapporti conservati negli archivi di Salerno e Potenza e nell’archivio comunale di Sala, che ho potuto consultare in aggiunta a quanto già noto. Grazie al supporto del telegrafo, infatti, gendarmi e guardie nazionali si erano riunite nella zona di Trinità di Sala, comandate dal maggiore De Liguori, che, comunque, aveva potuto raccogliere poche guardie urbane, impegnate nella zona sottostante Sala per il raccolto.

A Padula, solo una dozzina di uomini tra preti e “galantuomini” li attendeva, raccolta dai fratelli Scolpini. Il Pisacane e i suoi capicolonna si riposarono, dopo aver mangiato i pochi viveri forniti in tale centro e venendo assicurati che si sarebbero trovati altri volontari il mattino seguente e la possibilità di forgiare proiettili con il piombo reperito in loco.

La mattina del 1 luglio i rivoltosi, infatti, si recarono nelle officine di Pietro Volpe e forgiarono le munizioni, mentre altri girarono per il centro abitato alla ricerca di viveri. Ma intanto De Liguori aveva radunato gli uomini a sua disposizione muovendo da Sala verso la vicina Padula. A quel punto, Pisacane schierò le sue forze, facendoli dislocare sulle colline di San Canione: tuttavia, 53 degli insorti caddero, con solo quattro perdite di parte borbonica, mentre i restanti si davano alla macchia. 

Un nucleo di circa novanta uomini si strinse attorno a Pisacane, dirigendosi, lungo i boschi di castagne, verso Buonabitacolo, fino a portarsi in prossimità di Sanza, raggiunta il 2 luglio. Un rumore cupo, accompagnato dalle campane suonate in segno di allarme, li interruppe e, senza il tempo di orientarsi, una folla armata di arnesi da campo e armi improvvisate, li travolse. I pochi sopravvissuti cercarono inutilmente la fuga: nei giorni successivi tutti furono rintracciati dalle autorità regie e arrestati, mentre lo stesso Pisacane cadeva finito a bastonate, accolto come un brigante, secondo le notizie diffuse dalla Sottintendenza di Padula.

Come detto, l’interpretazione che si diede di questa “morte annunciata” fu, come detto, da subito falsata da un lato o dall’altro: un martire, certamente riconosciuto, della causa unitaria, ma un martire idealista. Eppure, come ben rilevava Antonio Gramsci nel Quaderno 17 (IV, § 28), non bisogna considerarlo, come già faceva Adolfo Omodeo, un «frammento del 48 francese inserito nella storia d’Italia», in quanto il rapporto tra Pisacane e le masse plebee va visto nell’espressione di tipo giacobino. Non gli va rimproverata una mancanza di programma, poiché in Pisacane non ci furono programmi definiti, quanto piuttosto una «tendenza generale» più definita che in Mazzini. Ogni specificazione «concreta» di programma e ogni determinazione del processo tecnico per conseguirne i punti presuppongono un partito selezionato e omogeneo, che mancava sia a Mazzini che a Pisacane. Anche per la visione strategica della rivoluzione unitaria, non si tratta, come fatto già da Racioppi, di contrapporre Pisacane a Mazzini, quanto a Gioberti, che aveva una visione strategica non nel senso strettamente militare, quanto piuttosto politico-militare. Nel 1860 la situazione era completamente mutata e bastò, come affermava Gramsci, la passività per immobilizzare i Borbone, mentre nel 1857 la passività e i quadri sulla carta erano inefficienti, data una mutata situazione «internazionale», perchè, in effetti, il successo della rivoluzione del 1860 dipese da questo mutamento, visto che, come ancora rilevava Gramsci, come organizzazione nel ‘60 si stesse peggio che nel ‘57 per la reazione avvenuta. Di fatto, la vicenda di Pisacane fu l’occasione per i moderati, anche quelli che osservavano dall’estero, di imporre il proprio punto di vista per un’arma più sicura verso l’Unificazione: la diplomazia.


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