martedì 13 agosto 2013

Quinto Orazio Flacco. 1. Una visione a volo d'uccello

Orazio nacque a Venosa da padre libertinus nel 65 a.C., come egli stesso dice, e fu educato a Roma, dove ebbe come primo maestro Orbilio; compiuti i vent'anni si recò ad Atene, a completare gli studi retorici. 
Prima o dopo questo viaggio fu forse in Campania, dove venne in contatto con il circolo epicureo di Filodemo, in cui compì l'esperienza filosofica che rimase fondamentale nella sua vita; e certamente subì anche l'influsso del poema dottrinale di Lucrezio. In Atene aderì al mondo dei giovani romani che vi studiavano, e alle idee repubblicane e anticesariane tra loro diffuse. Perciò, dopo l'uccisione di Cesare, militò sotto Bruto come tribunus militum. Dopo Filippi rinunciò all'idea repubblicana, che rimase per lui solo un ricordo e un sogno della giovinezza. Dalla delusione morale e politica gli derivò una sottile amarezza che gli rimase poi sempre; per vivere si adattò al mestiere di scriba questorio, mentre proseguiva nell'approfondimento della pratica poetica già prima iniziata. Studiò la diatriba stoico-cinica, i poeti giambici greci, Ipponatte e Archiloco, e in genere la poesia lirica ellenistica classica e alessandrina. 
Incontratosi con Virgilio, giunto a Roma dopo l'esproprio del suo podere mantovano, fu da questo e da Vario presentato (38) a Mecenate, con il quale strinse un'amicizia decisiva per la sua vita. Lo seguì nel viaggio a Brindisi (37) per il rinnovo dell'accordo fra Ottaviano e Antonio; ritornato a Roma, divenne il centro del circolo poetico che si raccoglieva intorno al potente consigliere di Augusto; e Mecenate, comprendendo la natura schiva dell'amico, gli fece dono (nell'anno 31 circa) di una villa in Sabina, presso Licenza, che fu il rifugio e la consolazione di tutta la vita di Orazio. 
La produzione poetica di Orazio si estende attraverso uno dei periodi più difficili della storia romana: egli si forma nell'età dell'ultima guerra civile e muore quando la pace augustea è già da molti anni stabilita e la repubblica è sistemata da tempo nel nuovo
ordinamento del principato. Tuttavia non si può dire che Orazio abbia cercato di partecipare attivamente alle battaglie spirituali e politiche del suo tempo: tutt'altro che distaccato dalla vita, egli cercò di sottrarsi, per quanto era possibile, alla tempesta che travagliava la società e lo stato romano. Ma non rimase affatto insensibile ad essa, e lo testimoniano per esempio gli epodi, nei quali è possibile sentire la voce di una sincera passione civile, filtrata, però, da una sensibilità soprattutto moralistica. Via via che il tempo passa e la sua giovanile esperienza politica si allontana, Orazio si fa sempre più il poeta della vita quotidiana, nella quale entrano anche le passioni politiche in quanto motivo di gioia per le vittorie della parte cui egli ha aderito ormai senza riserve, quella di Augusto, o di sconforto (mai espresso in forma violenta) e inquietudine per le difficoltà e i dolori dell'uomo. Il suo animo è pacificato dalla profonda amicizia di Mecenate, ed egli può darsi tutto alla letteratura e a quella meditazione sugli uomini, sui loro costumi e caratteri, nella quale non si abbandona mai a toni amari, e che ama temperare con quella elegantissima ironia di cui è maestro. L'esperienza epicurea e quella stoico-cinica, che egli accoglie con eclettismo di artista, non preoccupato di coerenza filosofica, alimenta la sua naturale disposizione alla solitudine, nella quale è gradevole osservare il vano agitarsi degli uomini dietro ai loro meschini o grandi interessi, mentre egli ricerca intanto i piaceri dell'esistenza con la moderazione che toglie loro ogni aspetto di passione e permette di controllarli e di non esserne travolto.
Tra la Sabina e Roma egli visse poi sempre; e come egli stesso aveva predetto, non si allontanò dall'amico carissimo neppure nella morte; morì infatti pochi mesi dopo Mecenate, il 27 novembre dell'8 a.C. e fu sepolto sull'Esquilino presso il tumulo di lui. 
E' autore di Epodi, Odi, Satire ed Epistole. Gli Epodi e le Odi appartengono al genere lirico: sono scritti, cioè, nei metri della giambica (Epodi) e della lirica greca (Odi), già usati dai neoteri, ma condotti da Orazio a una regolarità di forme e a una perfezione che rimarranno poi classiche. Nelle odi prevalgono la strofe saffica e le varie strofe alcaiche, oltre le asclepiadee. Se Orazio cerca ispirazione direttamente nei lirici monodici dell'età classica (Archiloco, Saffo, Alceo, Anacreonte), risente però anche della nuova lirica alessandrina (Asclepiade) specialmente per l'estrema cura dell'espressione formale. 
Le Satire (propriamente Sermones) e le Epistole sono invece composizioni in esametri, metro che rimarrà quello proprio del genere. Orazio tratta l'esametro con libertà, spezzandone il ritmo epico e riconducendolo a una forma discorsiva, quasi di prosa, con raffinati procedimenti stilistici, rimasti insuperati. 
Epodi e Satire rappresentano la prima fase della sua produzione: forse, il suo primo componimento è l'epodo XIII, dell'epoca di Filippi, e il secondo la satira VII del 1° libro, di epoca poco posteriore. La composizione degli Epodi e delle Satire procede di pari passo: nel 35 appare il 1° libro delle Satire, dedicato a Mecenate; nel 30 il libro degli Epodi e il 2° delle Satire. A questo periodo di produzione giambico-satirica fa seguito il periodo lirico: nel 23 egli pubblica i primi tre libri delle Odi, dedicati anch'essi a Mecenate. Immediatamente dopo, Orazio torna al genere dei sermones, concepiti ora in forma di epistola poetica: intorno al 20 appare il 1° libro delle Epistole, dedicato a Mecenate. 
Nel decennio successivo componeva: il Carmen saeculare (nel 17), in occasione dei Ludi saeculares, su ordinazione di Augusto; il 4° libro delle Odi e il 2° delle Epistole (pubblicati nel 13), comprendente come terza la grande epistola ai Pisoni, nota come Ars Poetica. 
http://www.youtube.com/watch?v=88hHrMgRn_cLa disposizione osservatrice di Orazio, la sua incomparabile attitudine a commentare, descrivere, illuminare gli individui incontrati nella vita, si esprime completamente nei suoi sermones, nelle satire, cioè, e nelle epistole; soprattutto perfetti il primo libro delle Epistole (il secondo è piuttosto di contenuto dottrinale) e molte satire, specie del 1° libro. Il suo ideale di vita goduta con sapiente moderazione, in solitudine ma non in isolamento, si esprime nel suo amore per la villa in Sabina: qui egli vive non lontano dalla città, da Mecenate e da Augusto, nei quali ritrova l'appoggio e la protezione, non meno spirituale che materiale, e dal Foro e dalle vie, nelle quali incontra quell'umanità di cui è sempre curioso; ma nello stesso tempo può conservare tutta la sua indipendenza, e ritrovare il silenzio di cui ha bisogno. Personalità ricca di affetti ma non espansiva, guardinga ma non sospettosa, Orazio è perfettamente padrone della forma poetica, come lo è del suo modo di vivere. Nei sermones si manifesta pienamente la sua virtù di stile piano, fluido ma anche curato ad arte, minuzioso nei particolari, dotto di lingua e di metrica, ma sempre lontano dall'esibizione. Il suo temperamento sembra, ed è in certo senso, antilirico. La sua lirica, perciò, è lontanissima proprio da quei modelli che egli si proponeva, Alceo, Saffo, Anacreonte. Da essi Orazio ha tratto l'amore per la forma pura, la levigatezza e la perfezione nelle gradazioni e nei colori; ma non ne ha sentito il calore e la potenza espressiva. Lo stile oraziano delle Odi è molto diverso, naturalmente, da quello dei sermones: altrettanto elevato quello, quanto questo è volutamente dimesso. Rimane, però, identica la personalità del poeta, che aspira soprattutto alla limpidezza, e che sa frenare l'impeto passionale che talora affiora, velandolo o di sottile ironia o, quando l'ispirazione è più ricca, di composta tristezza, nella quale si ritrovano i motivi del pessimismo greco, la consapevolezza della caducità delle passioni terrene e dell'umana debolezza. 

lunedì 12 agosto 2013

Paesi lucani. 9. Pescopagano: una breve descrizione

PESCOPAGANO, terra in provincia di Basilicata  in diocesi di Соnza. Е' situata sopra di un monte. Già altrove fu detto che la voce Pesca ne' tempi di mezzo, volle indicare un castello edifícato su di un monte. Questo paese è assai dominate da' venti. In un luogo, che chiamano Idolari per esservisi ritrovati appunto diversi idoletti, spesso vi hanno ancora scavati delli marmi litterati poco o nulla curati, e fatti anzi quegli andare inconsideratamente a male. In uno fui assicurato , che vi si leggea SILVANO DEO. Sopra la sua porta detta Sibilia, vi è una statua a mezzo busto di pietra bianca, e vi si legge Januy, e dall'altra patte la Sibilla. Il suo castello è opera de' mezzi tempi.
Nel suo territorio vi passa il fiume, che chiamano Guana, il quale va a scaricarsi nell'Ofanto. Le produzinni consistono in grano, granone, vino, ed oltre dell'agricultura, i suoi naturali al numero di circa 4000, sono addetti anche alla pastorizia. Non vi manca la caccia di lepri, volpi, e di più specie di pennuti . Nel 1532 la tassa fu di fuochi 153, nel 1545 di 119, nel 156l di 306, nel 1595 di 354, nel 1648 di 392, e nel 1660 di 309, e sempre dicesi Piescopagano, e non già Pescopagano, come doveasi scrivere.
Nel dì 8 Settembre del 1654 si rovinò dal terremoto colla morte di 230 cittadini, e circa 300 feriti, come dal documento esistente nella Regia Camera da me altra volta citato.
Questa terra fu posseduta per lungo tempo dalla famiglia Gesualdo, che l'ebbe da Ronerto, e finalmente passò a quella de Andrea, che tuttavia possiede con titolo di marchesato. Il Reggente Gennаrо d'Andrea fratello di Ciccio, il di cui nome è celebre nella storia del foro Napoletano, nel 1697 la comprò dal monte de' Gesualdi. Eravi una badia, o sia feudo Abadiale di S. Lorenzo in Tofara, a cui sono annesse due grancie poste nella vicina terra di Calitri, e di Andretta, una detta di S. Nicola de' Callitri, e l'altra di S. Maria della Matina di Andretta. Nel 1633 ne fu dismembrata, e nel 1696 ne avea ottenuto il possesso il cardinal Pier Luigi Caraffa. Nel 1756" ne fu poi cercata la reintegrazione.

FONTE: L. GIUSTINIANI, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, Simoniana, 1805, t. VII, pp. 159-160.

venerdì 9 agosto 2013

Carmine Crocco: un brigante, non un alfiere di libertà

Nato a Rionero in Vulture (prov. di Potenza) il 5 giugno 1830 da Francesco, piccolo affittuario, e da Maria Gerardi, cardatrice di lana, ricevette da uno zio un'affrettata e modestissima istruzione, che lo mise in grado di leggere e scrivere stentatamente e a cui nondimeno egli attribuì, nell'autobiografia, l'origine della sua "smisurata tendenza a voler prevalere, a voler essere qualche cosa, sia pure un grande infame". Tale tendenza venne attizzata da un acre rancore contro la prepotenza signorile, che avrebbe provocato, secondo quanto narrò ancora il Crocco, lo sfacelo della sua famiglia; ma il suo racconto è reso poco credibile da amplificazioni dei fatti e da mere invenzioni, che s'ispiravano all'archetipo plurisecolare del contadino spinto a farsi brigante per vendicare gli oltraggi patiti e l'onore offeso.
Come pastore e come contadino il Crocco lavorò dall'età di sei anni in diverse masserie della Puglia e della Basilicata, finché, nel marzo 1849, fu chiamato alle armi: da Napoli seguì il suo reggimento di artiglieria in Sicilia, per partecipare alla repressione del moto separatista, e poi, nel dicembre 1851, a Gaeta, dove disertò poco dopo, con il grado di caporale. Tornato nella sua terra e datosi alla macchia, iniziò la carriera banditesca commettendo una serie di rapine nel corso del 1852 e del 1853; catturato e condannato a diciannove anni di ferri dalla gran corte criminale di Potenza (13 ottobre 1855), evase dal bagno penale di Brindisi, nel dicembre 1859, e ricominciò a ladroneggiare.
Quando, nell'imminenza dell'arrivo di Garibaldi, Potenza insorse contro i Borbone (18 agosto 1860), il Crocco si aggregò ai patrioti, sperando che il nuovo Stato unitario avrebbe dimenticato i suoi passati delitti. Presto, però, si avvide che le promesse dategli in proposito dai capi liberali potentini non venivano tenute in nessuna considerazione dall'autorità giudiziaria, sicché, per evitare la cattura, il 7 genn. 1861, si rese latitante e tentò invano di espatriare in Grecia da un porto pugliese. Arrestato a Cerignola (Foggia) il 27 gennaio, riuscì di nuovo ad evadere dopo solo otto giorni di detenzione grazie al favore della potentissima famiglia dei Fortunato. e si rifugiò nelle foreste del Vulture, dove si pose alla testa di una dozzina di grassatori.
Venne allora istigato dai gruppi borbonici attivi nel Melfese a fare della sua banda lo stato maggiore di un esercito sanfedista che accendesse la controrivoluzione nel circondario, e allo scopo gli furono procurati uomini e denaro; quantunque avesse "costantemente abborrito" Francesco II, il Crocco si lanciò tuttavia nell'avventura reazionaria, perché si sentiva "sicuro di ricavarne guadagno e gloria". Al termine di preparativi durati per tutto il marzo del 1861, tra il 5 e il 7 aprile, nel bosco di Lagopesole, si raccolsero sotto il suo comando circa cinquecento uomini armati inadeguatamente, che provenivano per lo più dallo sfascio dell'esercito napoletano. Sbaragliando deboli drappelli di guardie nazionali, questa colonna invase i paesi di Ripacandida (8 aprile), Venosa (10 aprile), Lavello (14 aprile), nei quali proclamò una effimera restaurazione borbonica, con la connivenza dei notabili legittimisti, e si sfrenò in saccheggi, distruzioni ed eccidi di liberali, con il concorso della plebe più misera.
Mentre scoppiavano sommosse in numerosi altri centri della provincia, la sera del 15 aprile Crocco entrò in Melfi, accolto trionfalmente dalla popolazione e dal governo provvisorio, già costituito dal 12, e vi si trattenne due giorni, durante i quali riordinò la sua masnada, che si era rapidamente accresciuta, in centurie agli ordini di capitani e in reggimenti agli ordini di colonnelli, riservando a se stesso il grado di generale. Fallita la presa di Rionero da un suo luogotenente, evacuò Melfi all'alba del 18 per effettuare, tra il 18 e il 22, una scorreria nell'alta Irpinia, con occupazione dei comuni di Monteverde, Carbonara, Calitri e Sant'Andrea. Il 23, per sfuggire all'accerchiamento delle truppe regolari e delle milizie civiche convergenti nella zona, ricondusse il nerbo delle sue schiere nel sicuro asilo di Lagopesole. Quali manutengoli del Crocco furono arrestati, tra gli altri, i più cospicui cittadini di Melfi, L. Aquilecchia e C. Colabella (20 apr. 1861), e di Rionero, P. Catena e i fratelli Fortunato (18 dic. 1861); ma vennero prosciolti in istruttoria sia i primi (7 genn. 1863) sia i secondi (8 luglio 1862), con sentenze che non eliminarono i sospetti della pubblica opinione. È difficile ormai misurare le responsabilità di costoro, anche perché molte carte processuali che li concernevano sono scomparse. Giustino Fortunato, che restò ossessionato dallo spettro del Crocco, raccolse "tutta una biblioteca di libri e mss. intorno a lui", ma non scrisse mai quell'opera sul brigantaggio del Melfese che vagheggiò a lungo di compilare, per dimostrare l'innocenza del padre, Giuseppe, e degli zii, Gennaro e Pasquale.
Quando l'ordine sembrava ristabilito in Basilicata dalla durissima repressione militare, il 10 agosto il Crocco mise a sacco Ruvo del Monte, e il 14 nella macchia di Toppacivita, respinse un assalto di fanti, bersaglieri e guardie nazionali, dopo un aspro combattimento in cui rivelò la propria abilità tattica. Ormai egli non rivestiva più con pretesti politici il suo agire brigantesco e affermava la sua preminenza su parecchi rinomati capibanda, quali G. Fortunato (Coppa), G. N. Summa (Ninco Nanco), G. Caruso, P. Cavalcante, T. Gioseffi (Caporal Teodoro), A. Sacchitiello, G. Schiavone, P. Serravalle, D. Tortora.
Il 22 ottobre Crocco s'incontrò nel bosco di Lagopesole con una quindicina di spagnoli, ex ufficiali del disciolto esercito carlista, che, al comando dell'ex generale José Borjes, erano stati inviati nel Mezzogiorno, per sollevarlo, dalla corte borbonica in esilio, e qualche giorno dopo fu raggiunto dall'avventuriero francese A. de Langlais, presumibilmente emissario di Napoleone III. Subito il C. manifestò un beffardo disprezzo per la fedeltà del Borjes all'ideale legittimista, ma aderì al suo progetto di riaccendere la rivolta reazionaria in Basilicata, confidando, anche in questa occasione, di "arricchire col saccheggio e coi ricatti".
Ebbe inizio così una spedizione micidiale che devastò, tra il 3 e il 16 novembre, Trivigno, Calciano, Garaguso, Salandra, Craco, Aliano, Stigliano, Cirigliano, Grassano, San Chirico, Vaglio. Il Borjes fornì il decisivo apporto della sua perizia guerresca nella conquista di questi paesi e nella vittoria contro le truppe regolari al mulino dell'Acinello (10 novembre), presso il torrente Sauro, ma non ebbe quasi nessuna autorità sui briganti, come continuò a lamentare nel suo diario. né poté impedire efferratezze che lo inorridirono. Il suo scarso prestigio svanì del tutto dopo l'insuccesso dell'attacco su Potenza - insuccesso cui non fu estraneo l'ambiguo contegno del C. - e la sconfitta di Pietragalla (17 novembre): egli e i suoi spagnoli vennero destituiti dai comandi (20 novembre) e come soldati semplici parteciparono alla invasione di Bella (22 novembre), Ricigliano (24 novembre), Pescopagano (26 novembre).
Ormai i duemila uomini dell'orda brigantesca erano stanchi, sazi di preda, minacciati dall'avanzare dell'inverno e incalzati da reparti della brigata Acqui: Crocco li ricondusse sul Vulture, dove ne disarmò e congedò la maggior parte (27 novembre), e divise i rimanenti in piccoli gruppi. Il Borjes, deluso, s'incamminò verso Roma con pochi compagni, ma venne catturato e fucilato, l'8 dicembre, a Tagliacozzo (L'Aquila). Dal fallimento del suo tentativo di promuovere nel Mezzogiorno la guerriglia in nome di Francesco II, emergevano netti i limiti del brigantaggio postunitario, affatto incapace d'indicare uno sbocco, nonché politico, neppure militare, alla protesta contadina, di cui restava peraltro un sintomo vistoso.
Dopo la partenza del Borjes, Crocco non osò più operazioni in grande stile e si restituì definitivamente al mero malandrinaggio, che praticò anche in danno di possidenti borbonici e in un'area estesa alla Puglia e al Molise. Alla testa, per lo più, di bande poco numerose, si dette a perpetrare razzie di bestiame e di vettovaglie, aggressioni di viandanti, assalti di corriere, saccheggi di masserie, evitando di scontrarsi con le truppe, tranne che non riuscisse ad attirare piccoli distaccamenti in imboscate sterminatrici, che replicavano atrocemente alle spietate misure repressive dell'esercito, autorizzate dalla legislazione eccezionale.
Dall'aprile al settembre del 1862, fiancheggiato spesso dal Sacchitiello, inflisse perdite gravissime a drappelli di fanti e di bersaglieri in alta Irpinia; il 4 novembre, insieme con il ferocissimo capobanda pugliese M. Caruso, trucidò una mezza compagnia del 360 reggimento di fanteria presso Santa Croce di Magliano (Campobasso); nel corso del 1863 massacrò due plotoni di cavalleggeri di Saluzzo tra Melfi e Venosa, il primo alla masseria Catapano (12 marzo), il secondo alla masseria Casella (26 luglio). Nonostante la condotta disumana di entrambe le parti in lotta, appena fu pubblicata la legge Pica (15 ag. 1863), s'intavolarono trattative che avrebbero dovuto condurre alla resa del Crocco, e invece non andarono oltre uno scandaloso convegno, tenuto a Rionero, tra i più noti capibriganti e le più alte autorità militari della regione (7 settembre).
All'inizio del 1864, dopo aver sgominato le bande del Beneventano e della Capitanata, il generale E. Pallavicini di Priola trasferì il suo quartier generale a Spinazzola (Bari) e cominciò ad aggredire il brigantaggio lucano, dal versante pugliese, con una strategia assai più dinamica di quella dei suoi predecessori. Quantunque il C. ricorresse a tutta la sua astuzia guerrigliera, che venne riconosciuta dallo stesso Pallavicini, si trovò presto in difficoltà; tra l'altro, in marzo, venne preso e ucciso Ninco Nanco, il più fedele dei suoi luogotenenti.
Nel giugno 1864 Pallavicini sostituì il generale Franzini nel comando della zona militare unificata di Melfi e Lacedonia, risoluto a sferrare il colpo finale, e allo scopo si avvalse spregiudicatamente della collaborazione offertagli da G. Caruso, ex luogotenente del Crocco; costui, infatti, consegnatosi nel settembre 1863, aveva messo a disposizione delle forze repressive la sua preziosa conoscenza di nascondigli, informatori e stratagemmi del suo antico capo. La banda del Crocco fu braccata senza tregua finché, il 25 luglio 1864, subì una disfatta rovinosa, insieme alla banda di Schiavone, sul fiume Ofanto, tra il ponte di S. Venere e il "passaturo" Canestrelli.
Scampato fortunosamente, Crocco giudicò persa la partita, e poiché non era posseduto da quella tenebrosa pulsione autodistruttiva che contrassegnava la psicologia di parecchi illustri briganti, si preoccupò innanzitutto di salvarsi. Il 28 luglio sì avviò verso lo Stato pontificio, seguito da una decina dei suoi, e vi giunse il 24 agosto con quattro superstiti e con una grossa somma di denaro. A Roma sperava di far valere le proprie benemerenze legittimiste, invece fu imprigionato con l'accusa di essere responsabile della morte del Bories. Assolto da tale imputazione, non riebbe la libertà, perché la sua scarcerazione avrebbe irritato il governo italiano; tuttavia non gli vennero contestati altri reati, perché si temeva che da un processo a suo carico emergessero le ingerenze pontificie nei moti reazionari lucani. Il governo romano cercò di liberarsi di questo scomodo prigioniero, imbarcandolo per l'Algeria nell'aprile 1867, ma il governo francese lo intercettò a Marsiglia e, dopo una breve detenzione, lo rispedi a Roma.
Nel settembre 1870 il C. fu trovato dalle truppe italiane nel forte di Paliano (Frosinone), da dove venne tradotto rielle carceri di Avellino (giugno 1871), e successivamente in quelle di Potenza (luglio 1872). Qui fu processato e condannato a morte con sentenza emessa dalla corte d'assise l'11 settembre 1872, ma con decreto reale del 13 settembre 1874 la pena capitale fu commutata, per soddisfare probabilmente "il volere francese", in quella dei lavori forzati a vita, che egli scontò nei penitenziari di Santo Stefano e di Portoferraio.
Durante la reclusione il Crocco ebbe modo di attendere all'autobiografia, di cui stese almeno due redazioni, assai diverse per contenuto: quella più nota, pubblicata dall'ufficiale di fanteria E. Massa, fu sottoposta, col consenso dell'autore, a una pedantesca emendazione della forma dialettale; dell'altra furono pubblicati dall'antropologo criminale F. Cascella alcuni frammenti che, non avendo subito nessuna revisione linguistica, conservano un singolare fascino letterario, proprio per la scrittura rudemente espressiva.
Entrambi i testi, rari documenti della mentalità brigantesca, offrono nel complesso una fondamentale testimonianza sulle vicende di cui l'autore fu protagonista e sulle ragioni della sua condotta: sebbene egli mentisse su taluni fatti e sorvolasse su altri, ad es. tacendo i nomi dei suoi manutengoli, fu sostanzialmente sincero nel parlare di se stesso. Con sfrontatezza confessò la propria vocazione al "libero ladroneggio", esente da qualsiasi ipoteca ideologica, e rimpianse di avere asservito tale vocazione a esigenze politiche altrui, ammettendo peraltro di essersi lasciato indurre a ciò, oltre che dall'avidità di bottino, da un ingenuo desiderio di grandezza.
Morì nello stabilimento penale di Portoferraio (prov. di Livorno) il 18 giugno 1905.

FONTE: voce di L. AGNELLO in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1985, vol. 31

giovedì 8 agosto 2013

L'antica Lucania. 9. Grumentum

1. Grumentum, antica città della Lucania, era situata nel centro della regione e in posizione strategica importante nella valle del fiume Agri, antico Aciris. Entrò con i Lucani nella federazione romana. Con i Lucani passò ad Annibale nella seconda guerra punica, durante la quale Grumento è menzionata per la prima volta nel 215 a. C., per un fatto d'armi avvenuto lì presso fra Romani e Cartaginesi in cui i Cartaginesi avrebbero avuto la peggio; ma il fatto è di dubbia autenticità. In seguito, sembra che parteggiasse per Annibale, perché egli stabilì un accampamento (207) ai piedi della città. Anche questa volta avvenne uno scontro fra i Cartaginesi e i Romani, comandati dal console Claudio Nerone, finito favorevolmente per i Romani.
Tornò quindi in potere dei Romani che ne fecero probabilmente una prefettura, annoverata dal Liber Coloniarum. Nell'età dei Gracchi
vi fu dedotta probabilmente una colonia, retta da praetores duumviri. Durante la guerra sociale passò agl'Italici; riconquistata dai Romani, non ne ebbe probabilmente mutata la condizione. Sotto S. Gregorio Magno fu sede episcopale. Non sappiamo quando fu abbandonata o distrutta, ma nel 1095 già il vescovo si era trasferito nella vicina Marsico.
L. Holstenio ne ha identificato il sito su una collina situata circa un chilometro a sud dell'odierna Saponara di Grumento (in provincia di Potenza) dove si trovano notevoli avanzi di fabbricati in opera reticolata, tra i quali si possono riconoscere un teatro, un piccolo anfiteatro, un acquedotto, oltre alle mura della città, che alcune iscrizioni ci dicono erette, o restaurate, tra il 57 e il 51 a. C. dagli edili locali a loro spese.
2. La prima menzione della città è dovuta a due episodi militari di scarso rilievo, accaduti durante la seconda guerra punica: nel 215 a. C. il console T. Sempronio Longo vi batté Annone (ma la notizia probabilmente non merita fede); nel 207 a. C. il console Claudio Nerone vi riportò un successo su Annibale. Durante la guerra sociale Grumento parteggiò per gli Italici ed ebbe a subire un duro saccheggio. La sua condizione di colonia, attestata epigraficamente in età imperiale, risale forse all'epoca dei Gracchi. Iscritta alla tribù Pomptina, era amministrata da praetores, duoviri, aediles e quaestores.
Sede episcopale sotto S. Gregorio Magno, venne abbandonata probabilmente nell'XI sec., quando il vescovo si trasferì a Marsico Nuovo.
L'abitato antico era presso l'attuale Grumento Nova (già Saponara). Restano notevoli avanzi delle mura in opera quasi reticolata, due tratti delle quali furono costruiti nel 57 e nel 51 a. C., come attestano due iscrizioni. Il teatro è stato oggetto di scavi recenti, che ne hanno fatto porre le strutture parte in età augustea, parte in età tiberiana. Si annoverano anche imponenti ruderi di un acquedotto, di un complesso termale, di un anfiteatro, di monumenti sepolcrali. Si ha notizia epigrafica di un portico eretto nel 43 a. C. dall'architetto T. Vettius.
Dal territorio di Grumentum vengono alcuni notevolissimi bronzi greci, come una statuetta arcaica di cavaliere, attribuita a fabbrica tarantina, e un rilievo a sbalzo con Ercole che combatte contro un'amazzone, ambedue ora nel British Museum.

mercoledì 7 agosto 2013

Materiali didattici. 6. Tra Calabria e Basilicata: proposte per una storia "globale"

La zona nord-occidentale della Calabria è stata ampiamente indagata per quanto concerne l'antichità magno-greca e romana, nonché per il problema del brigantaggio; manca, tuttavia, uno studio d'insieme atto ad individuarne le caratteristiche in età moderna e, soprattutto, il carattere di "microstoria dinamica" che tale area presenta tra il Quattrocento ed il Settecento. In tal senso, bisogna partire proprio dall'assunto che la zona in questione, che giunge ad inglobare nei suoi processi evolutivi anche Maratea, presenti un costante carattere di dinamicità non ancora del tutto compreso ed indagato. Ciò in una visione volta ad evidenziare in primo luogo gli assetti urbani e rurali, partendo da quelle spie più macroscopiche dell'evoluzione storica che sono monumenti ed assetti urbanistici, per poi concentrarsi sulle istituzioni e sull'iconografia sacra, altro importante specchio dei cambiamenti socio-culturali.
Un primo passo è quello di affrontare appunto l'evoluzione dei contesti, ottenuti in primo luogo tramite l'analisi delle istituzioni, ma anche dell'onomastica, che giunge in soccorso della ricostruzione storica quando mancano le fonti d'archivio, tramite l'osservazione delle sedimentazioni che danno misura del tempo e delle dominazioni sul territorio. Un secondo passo è quello di analizzare, inoltre, i monumenti come prove del loro essere punti di raccordo ed accentramento in aree a forte vocazione strategica come quella dell'alto Tirreno cosentino, che assume una forte valenza di controllo commerciale poi persa con lo sviluppo urbano post-normanno.
Se l'assetto rurale è analizzato tramite il ricorso alle fonti monumentali e toponomastiche, in un secondo momento bisogna mirare alla ricostruzione, nel microambiente calabrese, degli effetti dell'interazione tra poteri locali e direttive ecclesiastiche.
Soprattutto l'organizzazione ecclesiastica rivela come, dopo il Concilio di Trento, nell'area nord-occidentale della Calabria si vengano costituendo fondamentalmente delle "piccole repubbliche cristiane" con un assetto istituzionalizzato e di tipo sociale, che fanno di confraternite ed altre iniziative della Chiesa vere e proprie organizzazioni para-istituzionali e proto-democratioche, che - come l'autore rileva con dovizia di riferimenti - avrebbero dato, specie nel XVIII secolo, un forte impulso al giurisdizionalismo riformatore. L'assetto istituzionale, rigorosamente definito e volto a coprire le sempre più numerose mancanze del potere nei vari ambiti, si nota specialmente negli statuti, che appaiono come codifiche regolari di elezioni e cariche, basati su un burocratismo "positivo" evidente nella diversificazione dei compiti e soprattutto nella volontà di non assolutizzare un capo unico e fisso come nel governo centrale. 
Gli statuti delle associazioni e delle Università marcano anche la volontà unitaria degli intenti dei loro membri, diretti a diversificare gli obiettivi pur perseguendo uno scopo unitario: si spiega, così, l'attenzione alle più minute regole di organizzazione dei compiti e degli ambiti su cui operare. Le stesse confraternite, con le loro iniziative come i Monti di pietà, si pongono come veri e propri punti di interscambio tra politica e Chiesa, in cui la consonanza di vedute permette al potere ed alle organizzazioni ecclesiali di interagire e migliorarsi a vicenda, in un'ottica illuminata basata su codici di condotta armonica tra due dimensioni percepite come diversi aspetti del vivere civile e che creano un nuovo fedele integrato nella società.
Accanto alla ricostruzione basata sulle fonti archivistiche, altrettanto fondamentale, inoltre, risulta l'analisi sociale fondata sull'iconografia e sviluppata in special modo sul complesso snodo della regione monastica del Mercurion.
In quest'ambito, risulta utile una lettura sub specie imaginis dello sviluppo socio-economico dell'ampio territorio tra Maratea e Scalea tramite l'analisi dei repertori iconografici presenti nelle chiese e visti come espressione evidente, come "visibile parlare" di problemi che affiorano chiari pur nell'apparente astoricità del soggetto religioso. Nel caso del basilianesimo, vanno recuperate le frammentarie testimonianze di diversi siti basiliani di età tardo-medievale per far notare come l'eredità del monachesimo italo-bizantino si protragga fino al XVI secolo, con strascichi "ecistici" e, in generale toponomastici. L'importanza del fenomeno venne compresa dalla Controriforma, che recupera la vitale attività socio-spirituale dei basiliani per contrapporsi al devozionalismo "dinamico" dei protestanti. Esempi del dialogo tra Chiesa tridentina e basilianesimo sono dati dai vari recuperi di temi artistici di tipo bizantino, come nell'amplissima diffusione di martiri orientali come San Biagio a Maratea, patrono dei cardatori della lana in un'area a grande sviluppo agricolo, e san Leonardo, patrono della semina.
Da un simile e variegato discorso socio-politico potrebbe emergere un progetto di storia globale, in cui le direttrici della "grande" storia si rispecchiano ed arricchiscono di valenze in un'area tradizionalmente ritenuta priva di storia ed immobilizzata nel ricordo di ciò che fu l'antichità.

martedì 6 agosto 2013

L'amministrazione del Regno di Napoli sotto gli spagnoli. 2. Le province

Il territorio del Regno era diviso in dodici province: Abruzzo Ultra, Abruzzo Citra, Terra di Lavoro, Contado di Molise, Capitanata, Principato Ultra, Principato Citra, Terra di Bari, Terra d'Otranto, Basilicata, Calabria Citra e Calabria Ultra. La Regia Corte contava, secondo la numerazione focatica, 481.512 fuochi, senza la città di Napoli e il suo distretto e la città di Benevento, enclave pontificia .
Ferdinando il Cattolico prima e Carlo V poi cercarono di trovare un corretto circuito amministrativo e giurisdizionale che potesse trasmettere alle periferie la volontà del potere centrale: nacquero, così, le Udienze Provinciali .
Napoli e la sua provincia, Terra di Lavoro, erano sotto la giurisdizione degli organi centrali, mentre alcune province erano comprese in un'unica udienza: infatti, inizialmente le udienze non erano più di sei, comprendendo Abruzzi, Capitanata e Contado di Molise, Principato Ultra, Terra di Bari e Terra d'Otranto, Principato Citra e Basilicata, Calabria. Al vertice di questa istituzione era un governatore o preside (solitamente la carica di governatore veniva ricoperta in parte da esponenti della "nobiltà di spada"), che deteneva funzioni di comando militare e di amministrazione giudiziaria, affiancato da tre auditori, un avvocato fiscale, un procuratore fiscale, mastrodatti, algonzini e un capitano di campagna. Per quanto riguarda l'amministrazione finanziaria, essa era retta dai percettori che, in ogni provincia, si occupavano del prelievo fiscale ordinario e straordinario dalle Università per poi rimetterlo alla Tesoreria Generale, oltre ad effettuare pagamenti e assegnazioni dovute .
L'amministrazione delle province, tuttavia, non era solo in mano ad Udienze e percettorie, ma da un alto numero di uffici radicati su tutto il territorio: uffici per la salvaguardia degli scali e i porti, con a capo i mastri portolani; dogane e fondaci, con 209 addetti che si distribuivano in 48 città, attraverso vari funzionari come doganieri, credenzieri, fondachieri, portolani, misuratori, pesatori e guardiani .
In questo ricco panorama istituzionale, sono evidenti, tuttavia, due aspetti negativi come l'atomismo e la dispersione delle cariche, causate dalla mancanza di un centro di coordinamento e di controllo provinciale che rendeva difficile il lavoro della Sommaria nel gestire il rapporto vertice-base e, dunque, un adeguato controllo sull'operato dei magistrati periferici.

lunedì 5 agosto 2013

La Basilicata contemporanea. 5. Studi sulll'emigrazione




A differenza di altre regioni , in Basilicata l'emigrazione rappresentò sicuramente il fenomeno che, più di ogni altro, ne cambiò il volto, spopolandola ampiamente e privandola delle sue forze più importanti. Cause molteplici e concomitanti l'avevano fatta nascere e prosperarein Basilicata: dalla miseria di larga parte della popolazione alle condizioni dell'agricoltura, dalla distruzione quasi completa dell'attività di allevamento al disboscamento, dalle pessime condizioni idrogeologiche a quelle igieniche, dalla cattiva amministrazione locale alla pressione fiscale. Data la vastità del fenomeno, a cominciare dall'unità d'Italia, su di esso si incentrarono subito gli studi del tempo in concomitanza con l'attenzione nascente della classe politica per una provincia giudicata, a ragione, tra le più povere del Regno.
 Solo all'inizio del nuovo secolo, dopo la visita di Zanardelli, allora presidente del Consiglio, nel 1902, si diede vita ad un primo intervento legislativo teso a sollevare le tristi condizioni della provincia. Quasi in concomitanza con tali iniziative l'emigrazione era stata studiata, innanzitutto con taglio di ricerca sociale, proprio da coloro che dovevano fornire un quadro attendibile alle autorità di governo. È il caso di Ausonio Franzoni (Tavernola 1859-Roma 1934), inviato da Zanardelli in Basilicata, che in una sua relazione documenta lo spopolamento del territorio e la povertà dei ceti rurali. Dalle statistiche allegate risulta, infatti, che la popolazione lucana passa da 539.197 abitanti, secondo il censimento del 1881, a 491.558 nel censimento del 1901.
Questi studi sull'emigrazione lucana, pur nella loro diversità, sono indubbiamente condizionati da finalità pratiche e da richieste della "committenza" ed avvengono in un momento spesso caratterizzato da specifici ambiti sociali e politici. Così il lavoro del Franzoni, condotto tra il 12 novembre e il 14 dicembre 1902, non può non risentire della natura dell'incarico affidatogli dal Governo, all'interno di una iniziativa promossa dal Commissariato per l'Emigrazione al fine di porre un freno ad un fenomeno che cominciava a fare preoccupare per le sue vaste dimensioni.
L'impostazione metodologica di molti lavori divergeva profondamente da quella utilizzata in campo nazionale, più generale e prevalentemente statistica, concentrandosi su "un approccio di micro analisi in cui l'osservazione del minuscolo, l'analisi di singoli casi, la descrizione di vicende locali apparentemente insignificanti e talvolta aneddotiche" si erano mostrate, in realtà, "laddove comparate con processi più generali, di grande importanza sul piano della comprensione". Di qui la consapevolezza, "non sempre formalizzata o esplicitata", di indagare le cause e gli effetti dell'emigrazione non basandosi soltanto sugli approcci statistici e sui dati ufficiali ma recandosi direttamente nelle località interessate.
Da vent'anni a questa parte, numerosi lavori scandagliano il fenomeno migratorio dalla Basilicata collegandolo a tematiche storiche più ampie, nazionali ed internazionali. Insieme a questa impostazione più generale stanno aumentando le ricerche sulle aree di arrivo dei flussi e su quelle di partenza. Lavori come quelli di Maria Schirone, di Felice Lafranceschina, di Ugo Calabrese e di Lucia Coviello aprono, infatti, un discorso non solo sui processi di integrazione nelle diverse nazioni, ma anche sui flussi migratori della seconda metà del Novecento. Un tentativo di fare il punto della situazione degli studi è stato fatto nel 1998 con la pubblicazione del numero monografico della rivista del Consiglio regionale della Basilicata dal titolo Lucani nel mondo, che ha ospitato il contributo di numerosi studiosi ed ha acceso i riflettori sulla vita delle comunità lucane all'estero. Proprio su quest'ultimo punto le istituzioni regionali, con la costituzione nel 1990 della Commissione regionale di lucani all'estero, hanno intrapreso numerose iniziative per collegare le diverse realtà e promuovere le ricerche sulla loro storia.