sabato 4 maggio 2013

Paesi lucani. 4. Aliano e Alianello nel Settecento


La terra di Alianello discosta dalla sopradetta (Missanello) miglia 4 perché ritrovasi situata dalla parte superiore del fiume Agri. Giornalmente riceve detri-mento per il richiamo che fa detto fiume dal territorio, per il di cui effetto tutta-via va cadendo e si rende sempre più disabituabile. È composta di cento e non più abitanti, tutti dediti alla fatica e coltura dei terreni. Viene ella posseduta dall’illustre Principe di Stigliano D. Ferdinando Colonna avendovi di rendita sopra della medesima che ricava dall’affitto del Pantano, taglio di legne ed al demanio da ducati 200 circa. Sta compresa nella Diocesi del Vescovo di Tricarico essendovi una sola parrocchia con un Sacerdote per la cura delle anime contribuendoli l’Università tomolo 24 di grano l’anno per raggion di decima, delle quali tomola sei vanno in beneficio del suddetto Vescovo di Tricarico. Vi sono due cappelle juspatronati, una senza rendita e l’altra che è sotto il titolo di S. Antonio di Padova, possiede dieci tummole di territorio del di cui fruttato ne ricava l’utensili per la medesima Cappella.
[…]
La terra di Aliano è composta di 112 fuochi e li cittadini d’essa vi vivono con le proprie personali fatiche in coltivare il terreno. Detta terra vien posseduta dall’illustre Principe di Stigliano che vi tiene di rendita da circa ducati 1000, ritrovandosi nello spirituale sottoposto alla Diocesi del Vescovo di Tricarico alla cui messe rende da ducati 30 l’anno essendovi una sola Chiesa Parrocchiale con facente rendita per il mantenimento del clero.

FONTE: T. PEDIO, La Basilicata borbonica,Venosa, Osanna, 1986, p. 56

venerdì 3 maggio 2013

Risorgimento lucano. 6. Rocco De Petrocellis. Da Missanello per l'Unità d'Italia


Rocco De Petrocellis nacque a Missanello il 15 ottobre 1815 da Pierluigi de Petrocellis junior e Cristina Marotta. Di ricca famiglia gentilizia, fu iscritto nei ruoli fondiari per un imponibile di 140,91 ducati. Affiliato alla Carboneria, nel 1848 militò nella corrente radicale e favorì i moti contadini. Capitano della Guardia Nazionale di Missanello, nel giugno del 1848 si recò a Castronuovo e si mantenne in corrispondenza con i parenti Vitelli e Lacava. Fu ospite di Pietrp Lacava e proprio a casa sua apprese la notizia dell’insurrezione scoppiata in Calabria e principalmente in Cosenza: proprio dopo aver preso contatti con gli insorti calabresi, tornò a Missanello, organizzandovi un reparto armato per sostenere il movimento insurrezionale al fine di costruire un Governo a Potenza. 
Intensi furono i rapporti tra i patrioti lucani che in contatto con le direttive del Circolo Costituzionale Lucano si preparavano per la chiamata del 10 luglio, come stabilito nel convegno del 25 giugno. Ma vani furono i tentativi e le spinte motivazionali che portarono i missanellesi, di numero venti, capitanati da Rocco de Petrocellis e dal primo tenente Francesco Paolo Di Pietro a raggiungere i gallicchiesi, un’ottantina, capitanati da Giambattista Robilotta e Giuseppe Robertella, il più battagliero tra i patrioti, alla volta di Armento, Montemurro, Corleto. In nessuno dei tre paesi menzionati si riuscì a reclutare gente per formare quella truppa che avrebbe successivamente marciato su Potenza. Il tentativo insurrezionale fallì e il giorno 8 luglio tutti ritornarono alle loro case. Nel 1849 Rocco de Petrocellis aderì alla setta dell’Unità Italiana e, ricercato dalla polizia borbonica, sfuggi alla cattura rendendosi latitante fino alla primavera del 1850, quando fu fermato e rinviato a giudizio della Gran Corte Speciale di Basilicata per rispondere di «cospirazione e attentato ad oggetto di distruggere e cambiare la forma del legittimo Governo eccitando i sudditi ed abitanti del Regno ad armarsi contro l’autorità Reale». 
Il 13 giugno del 1849, iniziò il processo contro i reati politici commessi nel 1848 da Rocco De Petrocellis insieme a Giuseppe Robertella e altri. Domenico Juliana, giudice della Gran Corte Criminale fu mandato direttamente da Napoli per giudicare i reati commessi a Potenza e Provincia. Un processo che non fu imparziale. Nella lunga fase istruttoria raccolte le varie testimonianze degli accusatori del De Petrocellis si arrivò alla decisione d’arresto di cinque gallicchiesi e due missanellesi. Prima del processo, De Petrocellis usufruì della sovrana indulgenza del 17 gennaio 1852 e ottenne la libertà provvisoria. La condanna al carcere fu tramutata con provvedimento del 20 febbraio di quello stesso anno in arresto domiciliare ma, nonostante fu sottoposto a stretta vigilanza dalla polizia, mantenne sempre rapporti con i liberali lucani. 
Il 16 agosto 1860, De Petrocellis fu a capo degli insorti missanellesi che accorsero a Potenza per sostenere il Governo prodittatoriale. Tra gli insorti che accorsero a Corleto Perticara insieme a Rocco De Petrocellis e seguirono la I colonna delle forze insurrezionali lucane che operò al comando di Giuseppe Domenico Lacava bisogna ricordare, oltre al figlio Pier Luigi, che nel 1910 pubblicò un breve articolo di Ricordi Storici, almeno l’avvocato Giuseppe Alianelli, figlio di Nicola, che aveva studiato a Potenza. O ancora, Antonio Labella, nato da una famiglia distintasi con quell’Antonio ricordato dall’Alianelli come insigne pittore morto in Missanello. Fu avviato agli studi giuridici e a Napoli ebbe rapporti con elementi del movimento liberale.
De Petrocellis fu incaricato, per la zona di Sant’Arcangelo, di svolgere funzioni di «commissario installatore della Giunta insurrezionale». Furono, questi, giorni di grande impegno politico: infatti il 25 agosto 1860 nominò la Giunta a Missanello, e nominò, oltre a se stesso, altri due componenti, Andrea Alianelli e Costantino Pandolfo. Incaricò come sostituto cancelliere Carlo De Sanctis, già incluso tra gli «attendibili» politici e sottoposto a «sorveglianza di polizia». 
A seguire istituì la Giunta ad Armento e Gallicchio il 27 agosto, a Gorgoglione il 28 agosto, mentre a Guardia, quello stesso giorno, trovò la Giunta già organizzata dal commissario Paolo Pizzicara. Il 29 agosto fu a Cirigliano, il 31 a Stigliano, l’1 settembre ad Aliano, il 3 settembre a S. Arcangelo, il 4 settembre a Roccanova e il giorno seguente a Castronuovo. Prevalentemente il criterio di valutazione nella scelta dei componenti delle Giunte Insurrezionali fu la precedente partecipazione alla rivoluzione del 1848.
Dopo il 1860, Rocco De Petrocellis ricoprì la carica di Primo cittadino e partecipò alla repressione dei moti l i legittimisti scoppiati in Basilicata nell’aprile del 1861, distinguendosi a San Chirico e dando la caccia ai briganti. Eletto, altresì, Consigliere Provinciale di Basilicata, mantenne fede agli impegni presi risolvendo molteplici problemi riguardanti il proprio collegio. Aderì, inoltre, al Comitato di Provvedimento a Garibaldi per Roma e Venezia. 
Estremamente importante fu l’influsso di Rocco De Petrocellis e della sua famiglia nella diffusione della Massoneria a Missanello. Aggregato già dal 1849 alla setta massonica per l’Unità d’Italia, con il grado di alto dignitario massonico Rocco De Petrocellis organizzò a Missanello un’energica Loggia, «La Insurrezione Lucana», fondata nel 1871. Proprio a Missanello egli morì il il 12 ottobre 1885.



giovedì 2 maggio 2013

La Basilicata moderna. 6. Bibliografia essenziale

- ALBERTI L., Descrittione di tutta Italia, Vinegia, presso Altobello Salicato, 1588.
- ANGELINI G., La cartografia storica, in G. DE ROSA-A.CESTARO (a cura di), Storia della Basilicata, 3. L’Età moderna, a cura di A. Cestaro, Roma-Bari, Laterza, 2000.
- ANTONACCI N., Dinamiche del territorio, reti urbane e trasformazione delle città in Puglia e Basilicata dall’antico regime all’Unità. Un percorso bibliografico-interpretativo, in «Storia Urbana», XXI (1997).
- BOCHICCHIO M. A., Conventi e ordini religiosi mendicanti in Basilicata dal XVI al XVII secolo, in AA.VV., Società e Religione in Basilicata, Roma, D’Elia, 1978.
- CESTARO A., La feudalità ecclesiastica, in G. DE ROSA-A. CESTARO (a cura di), Storia della Basilicata. 3. L’Età moderna, a cura di A. Cestaro, Roma-Bari, Laterza, 2000.
- CHIOSI E., Il Regno dal 1734 al 1799, in Storia del Mezzogiorno, diretta da G. Galasso e R. Romeo, vol. IV/2, Il Regno dagli Angioini ai Borboni, Napoli, Edizioni del Sole, 1986.
- D’ANDREA G., La parrocchia lucana tra feudalità e trasformazione sociale, in La parrocchia del Mezzogiorno dal Medioevo all’età moderna, Napoli, Edizioni Dehoniane, 1980.
- DE CRISTOFARO M. A., La Diocesi di Muro Lucano nei  secoli XVII e  XVIII, in AA.VV., Società e Religione in Basilicata, Roma, D’Elia, 1978.
- EAD., I Seminari della Basilicata, in «RSSR», XXIX (2000), n. 58.
- DE FREDE C., I vicerè spagnoli di Napoli. 1503-1707, Roma, Newton, 1996. 
- DE MARTINO A., La nascita delle Intendenze. Problemi dell'amministrazione periferica nel Regno di Napoli. 1806-1815, Napoli, Jovene, 1984.
- DE ROSA G.-CESTARO A., (a cura di), Territorio e Società nella storia del Mezzogiorno, Napoli, Guida, 1973.
- DIGIORGIO P. M., La pianificazione del territorio in Basilicata durante il decennio francese, in LERRA A. - CESTARO A. (a cura di), Il Mezzogiorno e la Basilicata fra l’età giacobina e il Decennio francese, Venosa, Osanna, 1992.
- DI LEO A., La Proprietà ecclesiastica attraverso i sinodi diocesani dal XVI al XVIII secolo, in AA.VV, Società e Religione in Basilicata, Roma, D’Elia, 1978.
- GALASSO G., Mezzogiorno medievale e moderno, Torino, Einaudi, 1965.
- ID., Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno spagnolo (1494-1622), in Storia d’Italia, diretta da G. Galasso, Torino, UTET, 2005, vol XV/2.
- GALASSO G.-MUSI A. (a cura di), Carlo V, Napoli e il Mediterraneo, Napoli, Società napoletana di storia patria, 2001.
- GIURA LONGO R., La Basilicata dal XIII al XVIII secolo, in Storia del Mezzogiorno, diretta da G. Galasso e R. Romeo, vol. VI, Le province del Mezzogiorno, Napoli, Edizioni del Sole, 1987.
- ID., Le finanze dei comuni meridionali dagli “Stati Discussi” del Tappia alla Giunta Austriaca del Buongoverno, in «Bollettino della biblioteca Provinciale di Matera. Rivista di cultura lucana», VII (1986), n. 12.
- ID., Fortuna e crisi degli addetti feudali dalla congiura dei baroni (1485) alla rivoluzione del 1647-48, in G. DE ROSA-A. CESTARO (a cura di), Storia della Basilicata, 3. L’Età moderna, a cura di A. Cestaro, Roma-Bari, Laterza, 2000.
- GIUSTINIANI L., Dizionario geografico - ragionato del Regno di Napoli, Napoli, Simoniana, 1795-1805, t. VI.
- INTORCIA G., I problemi del governo provinciale: l’Udienza di Basilicata nel Seicento, in «ASPN», CII (1984).
- LERRA A., All’alba della nuova Italia. La Basilicata napoleonica, Potenza, EditricErmes, 2012.
- ID., L’albero e la croce. Istituzioni e ceti dirigenti nella Basilicata del 1799, Napoli, ESI, rist. 2004.
- ID., Chiesa e società nel Mezzogiorno. Dalla “ricettizia” del sec. XVI alla liquidazione dell’asse ecclesiastico in Basilicata, Venosa, Osanna, 1996.
- ID., Per uno studio delle città basilicatesi in età moderna, in G. GALASSO (a cura di), Le città del Regno di Napoli nell’età moderna. Studi storici dal 1980 al 2010, Napoli, Editoriale Scientifica, 2010.
- MAZZELLA S., Descrittione del Regno di Napoli, Napoli, Ad istanza di Gio. Battista Cappelli, 1586.
- MORANO M., Un vescovo meridionale tra riforma cattolica e controriforma: Giovanni Michele Saraceno, in G. DE ROSA-A. CESTARO (a cura di), Il Concilio di Trento nella vita spirituale e culturale del Mezzogiorno tra XVI e XVII secolo, Venosa, Osanna, 1988.
- ID., Storia di una società rurale. La Basilicata nell'Ottocento, Roma-Bari, Laterza, 1994.
- MUSI A., Mezzogiorno spagnolo. La via napoletana allo Stato moderno, Napoli, Guida, 1991.
- MUTO G., Istituzioni dell’Universitas e ceti dirigenti locali, in Storia del Mezzogiorno, diretta da G. Galasso e R. Romeo, vol. XV, Aspetti e problemi del Medioevo e dell’età moderna, Napoli, Edizioni del Sole, 1993.
- NOVIELLO F. (a cura di), Matteo Cristiano e la rivolta del Regno di Napoli (1647-1648), Venosa, Osanna, 1990.
- PACICHELLI G. B., il Regno di Napoli in prospettiva diviso in XII province, Napoli Parrino e Mutio, 1703.
- PALESTINA C., L’arcidiocesi di Potenza Muro e Marsico, Potenza, STES, 2000.
- PEDIO T., La Basilicata dal XV al XVIII secolo negli studi e nelle più recenti storie municipali, in «BSB», I (1985), n. 1.
- ID., La Basilicata dal XV al XVIII secolo, in «BSB», VII (1991), n. 7.
- ID., Dizionario dei patrioti lucani. Artefici e oppositori (1700-1870), Trani, Vecchi, 1972.
- ID., L’ordinamento delle Università della Basilicata nel secolo XVIII, in «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», X (1940).
- ID., La R. Udienza Provinciale di Basilicata dalla sua istituzione alla scelta della sua sede a Matera (1642-1663), in «BSB», VII (1991), n. 7.
- ID., Vita di una cittadina meridionale nel Medio evo e nell'età moderna (note ed appunti), Potenza, Dizionario dei Patrioti Lucani, 1968.
- ID., Uomini, aspirazioni e contrasti nella Basilicata del 1799. I rei di Stato lucani, Matera, Montemurro, 1973.
- PORZIO C., Relazione del Regno di Napoli al Marchese di Mondesciar, viceré e capitan generale nel Regno di Napoli, in G. DE ROSA-A. CESTARO, Territorio e società nella storia del Mezzogiorno, Napoli, Guida, 1973.
- RACIOPPI G., Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, Loescher, 1902.
- RAO A. M., La prima restaurazione borbonica, in Storia del Mezzogiorno, diretta da G. Galasso e R. Romeo, vol. IV/2, Il Regno dagli Angioini ai Borboni, Napoli, Edizioni del Sole, 1986.
- EAD., La Repubblica napoletana del 1799, in Storia del Mezzogiorno, diretta da G. Galasso e R. Romeo, vol. IV/2, Il Regno dagli Angioini ai Borboni, Napoli, Edizioni del Sole, 1986.
- RUSSO T., Minoranze etniche, linguistiche e religiose: albanesi, greci e schiavoni, in Storia della Basilicata, a cura di G. De Rosa e A. Cestaro, 3. L’Età moderna, a cura di A. Cestaro, Roma-Bari, Laterza, 2000.
- SANNINO A. L., Vescovi e Diocesi, in G. DE ROSA- A CESTARO (a cura di), Storia della Basilicata, 3. L’Età moderna, a cura di A. Cestaro, Roma-Bari, Laterza, 2000.
- SANTORO L.- ZAMPINO L., Castelli e torri, in G. DE ROSA-A.CESTARO (a cura di), Storia della Basilicata, 3. L’Età moderna, a cura di A. Cestaro, Roma-Bari, Laterza, 2000.
- SCIROCCO A., Dalla seconda restaurazione alla fine del Regno, in Storia del Mezzogiorno, diretta da G. Galasso e R. Romeo, vol. IV/2, Il Regno dagli Angioini ai Borboni, Napoli, Edizioni del Sole, 1986.
- STIGLIANO G., Feudi, feudatari ed istituzioni ecclesiastiche con loro rendite nella «Relazione Gaudioso» sulla Basilicata (1736), in «BBPM», VIII (1987), n. 13.
- UGHELLI F., Italia Sacra sive de episcopis Italiae et insularum adiacentium, Venetiis, apud Sebastianum Coleti, MDCCXXI, t. VII.
- VILLANI P., Il Decennio francese, in Storia del Mezzogiorno, diretta da G. Galasso e R. Romeo, vol. IV/2,  Il Regno dagli Angioini ai Borboni, Napoli, Edizioni del Sole, 1986.
- ID., Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione, Roma-Bari, Laterza, 1974.
- VILLARI R., La rivolta antispagnola a Napoli. Le origini (1585-1647), Roma-Bari, Laterza, 1976.
- VISCARDI G. M., I Sinodi, in G. DE ROSA-A.CESTARO (a cura di), Storia della Basilicata, 3. L’Età moderna, a cura di A. Cestaro, Roma-Bari, Laterza, 2000.
- VOLPE F., Territorio e popolazione, in G. DE ROSA-A.CESTARO (a cura di), Storia della Basilicata, 3. L’Età moderna, a cura di A. Cestaro, Roma-Bari, Laterza, 2000.

martedì 30 aprile 2013

Feudatari di Basilicata. 2. I feudi ecclesiastici


A fronte della quasi assenza della microsignoria, che con lo 0,60% di fuochi di vassalli poneva la Basilicata al livello di presenza più basso fra le province del Mezzogiorno, la media signoria registrava il 43,07%, con 13.429 fuochi incardinati, e la grande signoria, con i suoi complessivi 17.558 fuochi,  colpiva il  56,31%  della popolazione  provinciale infeudata.  
Dunque, si trattava, a metà Cinquecento, di 50 signorie per 98 villaggi e un totale di 31.175 fuochi di vassalli. Un dato percentuale che poneva la provincia della Basilicata al penultimo posto tra le province del Regno. 
Importante, poi, era la feudalità ecclesiastica, sia quella riconducibile a titoli vescovili, sia quella esercitata da ordini religiosi. Nella Basilicata della prima età moderna, infatti, erano investiti di titoli feudali i vescovi di Anglona e Tursi (barone del feudo di Anglona), di Campagna e Satriano (conte di Castellaro e Perolla), di Melfi e Rapolla (conte di Salsola e barone di Gaudiano, con rispettivi castelli e territori), il vescovo di Tricarico, barone di Armento e Montemurro. 
A livello di ordini religiosi esercitavano giurisdizioni feudali i benedettini della Ss.ma Trinità di Cava (a Tramutola), i basiliani, cistercensi, certosini e gesuiti, presenti nella parte meridionale della provincia, peraltro in un’area a diffusa presenza feudale laica di alcune tra le più grandi casate feudali del Regno, dai Sanseverino di Bisignano (a Chiaromonte) ai Doria (a Tursi) ai Pignatelli (a Casalnuovo, Cersosimo, S. Costantino Albanese, Senise, S. Giorgio Lucano, Noja), ai Carafa (Colobraro, Roccanova, S. Chirico Raparo, Sant’Arcangelo).  In tale contesto, erano, poi, presenti i complessi monastici dei Basiliani di S. Elia di Carbone, dei Certosini di  S.Nicola in Valle di Chiaromonte, dei Cistercensi di S. Maria del Sagittario, tutti nell’ambito della diocesi di Anglona-Tursi, titolari di antichi feudi rustici. Inoltre,  nella stessa diocesi i Gesuiti erano titolari dell’esteso feudo di Policoro, a poca distanza, ma ricadenti nella diocesi di Acerenza-Matera, la Certosa di Padula possedeva San Basilio e Santa Maria di Pisticci. Nell’area a nord-est della provincia era il feudo della Badia di Banzi, dipendente dal cenobio di Montecassino fino al 1475, cui subentrarono gli Agostiniani nel  1536 e i Minori riformati nel 1665.
Solo in parte ricadente in Basilicata era, ancora, il peculiare feudo ecclesiastico di Castellaro e Perolla, quasi un’enclave all’interno del più vasto feudo di Satriano, nel quale si susseguirono le signorie dei Sanseverino, dei Caracciolo di Brienza e dei principi di Stigliano fino a quando, nel 1697, fu devoluto al regio fisco ed acquistato per 37.000 ducati dai Laviano, già baroni di Salvia.
In realtà molti esponenti della feudalità ecclesiastica provenivano alle grandi famiglie feudali: alla famiglia dei Carafa era legato il nome di alcuni illustri ecclesiastici del tempo come quello di Oliviero Carafa, abate commendatario della badia di Monticchio, troviamo lo stesso legame anche per la famiglia dei Caracciolo. Questo intreccio tra potere feudale e potere religioso portò a creare nell'età moderna inestricabili reti di nepotismo e parentela
 

lunedì 29 aprile 2013

Risorgimento lucano. 5. Rocco Brienza: un patriota "dietro le quinte"


Rocco Brienza nacque a Potenza il 1º settembre 1818 da Luigi e Isabella Laguardia. Il padre era un carbonaro e uno zio sacerdote, nello stesso anno in cui nacque Rocco, era morto in seguito alle sevizie cui era stato sottoposto per essere stato giansenista e per aver preso parte alla lotta armata contro i sanfedisti del cardinale Ruffo nel 1799.
Il Brienza studiò prima a Napoli e poi nel collegio e nel seminario di Potenza: ordinato sacerdote, dopo essere stato rinchiuso per punizione nel convento dei frati cappuccini di Picerno, fu nominato professore con funzioni di vicerettore e, anche in questa occasione, si distinse per aver procurato - come egli stesso scrive - i libri "più scomunicati politicamente ed i più gravati di condanna per santificare co' miei compagni le ore di ozio".
Inviato, dietro sua richiesta, a predicare nei comuni della provincia, venne a contatto con la setta dell'Unità italiana e, incluso fra gli "attendibili", venne arrestato il 9 aprile 1849 sotto l'imputazione di "eccitamento senza effetto a' sudditi del Regno ad armarsi contro l'Autorità Reale nel 1848" e condannato il 17 luglio 1852 a diciannove anni di ferri, pena ridotta a tredici anni nel 1854 e scontata parte a Nisida e parte a S. Stefano. Amnistiato nel 1859, il 10 luglio il Brienza era a Potenza, dove collaborava prima alla sottoscrizione per l'acquisto del milione di fucili, e poi con il centro insurrezionale di Corleto. Il 18 agosto 1860 prese parte attiva all'insurrezione di Potenza e il 19 agosto fu nominato segretario del Governo Prodittatoriale, incarico che tenne fino al 26 dello stesso mese quando fu inviato nell'Irpinia per promuovervi l'insurrezione. Si trattava di un incarico delicato e difficile: il 30 agosto stabiliva ad Ariano la sede del governo provvisorio, ma la reazione scatenatasi il 4 settembre lo costringeva a trasferirsi a Buonalbergo (un resoconto di queste vicende fu pubblicato dal Brienza col titolo L'insurrezione irpina, Potenza 1861).
Raggiunta Napoli, vi ebbe l'incarico di membro della commissione per la riforma dei luoghi penali, nonché quella di membro della commissione di vigilanza negli ospedali. Ma nel novembre 1860 lasciava la città, amareggiato per l'espulsione di Mazzini e per lo scioglimento del Comitato d'azione, e tornava a Potenza dove veniva nominato segretario della commissione elettorale lucana, dalla quale si dimetteva quasi subito perché - come egli scriveva - "riunioni così fatte l'uguaglianza non serbano e il diritto calpestano".
Numerosi furono gli incarichi che ebbe: segretario del sottocomitato per la Esposizione internazionale di Londra; segretario della commissione per la repressione del brigantaggio; membro della commissione per la riduzione delle feste religiose; segretario (1866) e poi presidente (1869)del comitato provinciale del Consorzio nazionale e del Comitato agrario; membro del Consiglio sanitario, si distinse durante la epidemia di colera che colpì Potenza nel 1867-68, tanto da avere una menzione onorevole, che egli respinse scrivendo al ministro: "Nulla feci, e se molto avessi fatto, avrei scevrato il principio umanitario, che non ripone in questo, od in altro, la sua ricompensa".
Eletto consigliere comunale nel 1861, fu segretario del Consiglio provinciale scolastico e deputato all'Annona. Ma dopo cinque anni si dimise, in contrasto con la classe dirigente locale, perché il Consiglio comunale "non rappresentava più gli interessi del popolo, ma bensì la gelosia dei partiti, l'avidità d'illeciti guadagni".
Nel 1862 si era fatto promotore dell'associazione "Emancipatrice del clero italiano", che si proponeva di lottare contro la Chiesa di Pio IX per un ritorno al Vangelo "nella purezza dei suoi principi". L'associazione veniva però ostacolata dalle autorità perché, pur rilevando in essa aspetti positivi, la ritenevano una affiliazione delle associazioni garibaldine. Sempre nello stesso periodo egli si dette a costituire logge massoniche; nel 1869 partecipò a Napoli all'anticoncilio dei liberi pensatori, contrapposto al Concilio vaticano, a Firenze alla Costituente e nel 1871 fu eletto a comporre il Grande Oriente.
Dedicò gli ultimi anni della sua vita alla stesura di numerosi scritti che ci forniscono una ricca messe di notizie sulle vicende del movimento risorgimentale e sulla vita civile e politica postunitaria in Lucania (Il martirologio della Lucania, 2ed., Potenza 1882; La mia croce, Potenza 1890; Il 2 giugno e 6 luglio in Potenza, Potenza 1891), e una biografia di Andrea Serrao (Sulla vita di mons. A. Serrao vescovo di Potenza,Potenza 1874). La richiesta da lui fatta d'una cattedra al ministero della Pubblica Istruzione non venne accolta. Il Brienza morì a Potenza il 17 febbraio 1900.

FONTE: voce di A. D'ALESSANDRO in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1972, vol. 14.

sabato 27 aprile 2013

La Basilicata medievale. 1. Giovanni Albino da Castelluccio, storico aragonese


Nato probabilmente a Castelluccio, Giovanni Albino si diede alla vita ecclesiastica, ricevendo anche un'accurata educazione umanistica alla scuola del Pontano e del Panormita, secondo quanto racconta la tradizione erudita napoletana.
Nei documenti aragonesi risulta dal 1478 bibliotecario, e poi bibliotecario maggiore, di Alfonso, duca di Calabria, che lo impiegò anche come segretario e, ben presto, come suo oratore e persona di fiducia nei più vari negoziati politici.
Fu perciò tra il 1478 e il 1487 più volte a Ferrara, a Firenze, a Urbino, a Roma: tra gli affari più importanti da lui sbrigati si ricorda il viaggio in Albania, dopo l'espulsione dei Turchi da Otranto, per ottenere la consegna del pascià di Valona, che aveva organizzato la spedizione contro Otranto e che in Albania era stato appunto sconfitto e catturato (settembre 1481), e il prestito di diecimila ducati fatto da Firenze e da Lorenzo de' Medici al re Ferrante (luglio 1484). Inoltre, egli fu tramite di re Ferrante presso Innocenzo VIII, al momento della crisi provocata dalla congiura dei baroni.
La sua abilità di diplomatico e le sue qualità di letterato gli conciliarono la stima e l'amicizia, tra gli altri, di Lorenzo de' Medici, che lo chiamò "caro quanto fratello",e di papa Innocenzo VIII; lo resero carissimo ai sovrani aragonesi, per il cui intervento fu nominato abate commendatario di S. Pietro di Piedimonte in Caserta e di S. Angelo a Fasanella, in Lucania.
Ritiratosi nella quiete della terra natia, intraprese a scrivere sulla base dei suoi ricordi e dei molti documenti, che, secondo l'uso dell'epoca, eran rimasti presso di lui, una storia dei suoi tempi tra gli anni 1478 e 1495, divisa in sei libri, di cui due andarono perduti assai presto, come ci informa il nipote dell'Albino, Ottavio Albino, nell'edizione delle opere dello zio del 1598.I quattro libri superstiti, De bello Hetrusco (1478-1480), De bello Hydruntino (1480-81), De bello intestino (1486-87), De bello gallico (1494-95), sono interessanti sia come diretta testimonianza della partecipazione dell'Albino agli avvenimenti, sia come espressione, assai spesso, del punto di vista e degli interessi della corte aragonese; meno alto il valore letterario, perché il paludamento umanistico di cui l'Albino avvolge il racconto dei fatti non raggiunge il livello dell'arte nè il significato di opera storica, che superi la cronaca.
Dell'attività letteraria dell'Albino sono anche testimonianza una raccolta di sentenze ricavate dalle Vite parallele di Plutarco messe insieme nel 1481 e giunte fino a noi in due manoscritti, l'Oratio composta nel 1494 in occasione dell'incoronazione di Alfonso d'Aragona (pubblicata dallo stesso A. nel 1495) e infine il ricordo di alcune sue composizioni poetiche.
Dalla quiete e dagli studi lo distolse l'invasione francese di Carlo VIII, che gli confiscò i beni "come notorio rubello"; ciò significa che l'Albino rimase fedele ai suoi sovrani anche nell'avversa fortuna. Al ritorno degli Aragonesi ebbe un beneficio proprio a Castelluccio, ma dové renderlo al precedente possessore, che aveva fatto ricorso al re. Dopo queste vicende, del dicembre 1497, nulla più noi sappiamo di lui.
I quattro libri superstiti sopra ricordati, col titolo complessivo Ioannis Albini Lucani De gestis regum Neapolitanorum, qui extant libri quatuor, furono editi a Napoli nel 1589 "apud Iosephum Cacchium" da Ottavio Albino, che vi aggiunse un'appendice di documenti, che sono in realtà i resti dell'archivio personale dell'Albino, perché raccoglie solo lettere, dispacci ed atti riguardanti direttamente l'Albino. Questa edizione fu ristampata integralinente nel tomo V della Raccolta di tutti i più rinomati scrittori dell'istoria generale di Napoli,a cura di Giovanni Gravier, Napoli 1769.

FONTE: Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1960, vol. 2.

venerdì 26 aprile 2013

Feudatari di Basilicata. 1. XIII-XV secolo


La rete feudale, a metà Cinquecento, faceva della Basilicata una provincia di media e grande signoria, in cui alcune importanti famiglie legavano la Basilicata con la rete feudale di altre province limitrofe. Infatti la media signoria in Basilicata comprendeva il 43,07%, con 13.429 fuochi, e la grande signoria raggiungeva il 56,31%, con 17.558 fuochi, della popolazione provinciale infeudata. Un dato che poneva la provincia della Basilicata al penultimo posto tra le province del Regno per la presenza di città regie, la maggior parte dei territori della provincia erano in mano ai feudatari.
I primi e più potenti signori della Basilicata furono i Sanseverino, che esordirono organizzando in Basilicata e in Calabria bande armate filoangioine contro la casa sveva e dopo la sconfitta di quest'ultimi ampliarono di molto il loro dominio giungendo a possedere tutta la parte centro-meridionale, dove il fulcro del loro potere era la contea di Chiaromonte, con centri importanti come Senise e Sant'Arcangelo. Il loro territorio comprendeva anche le valli dell'Agri e del Sinni, da Lagonegro allo Ionio, per giungere anche a Tricarico, Stigliano, Miglionico e Salandra, ed infine si estesero fino al Tirreno. Persino Potenza conobbe per beve tempo il loro diretto dominio. 
Accanto ai Sanseverino troviamo altre due grandi famiglie feudali che controllavano il territorio della Basilicata. 
Una era la famiglia degli Orsini Del Balzo che in Basilicata occuparono prevalentemente la zona verso la Puglia dove ebbero in possesso Andria, Canosa, Gravina, Altamura e Taranto, mentre in Basilicata ottennero Montescaglioso, Pomarico, Matera, Irsina, Genzano, Acerenza, Venosa, Lavello e Montemilone, procedendo verso il centro della regione, dove controllavano le terre di Cancellara, Pietragalla, Laurenzana e, soprattutto, Muro Lucano, che era una importante e prestigiosa sede vescovile. Raimondo Orsini Del Balzo era capitano generale di Carlo II d'Angiò e fu beneficiato per i suoi servigi resi al re ottenendo, così, i possedimenti feudali in Basilicata, e soprattutto in Puglia e Campagna. 
La terza grande famiglia feudale in Basilicata fu quella dei Caracciolo, di origine napoletana. Costoro, a partire dal XV secolo furono tra i protagonisti della vita politica della capitale. Sergianni Caracciolo, ministro della regina Giovanna II e uomo assai potente ed influente alla corte angioina, ebbe in Basilicata molte terre, ottenne quasi tutto il territorio lucano del Vulture con la signoria su Melfi, Atella, Lagopesole, Forenza e San Fele. E oltre il Vulture possedettero anch'essi per un periodo Cancellara, Avigliano, Abriola, Brienza, Sasso e Pietrafesa, e per alcuni periodi Vietri e Marsico.

Orazio. 7. L'ode a Virgilio tradotta da Cesare Pavese

( Carmina , IV 12) Già i venti di Tracia compagni della primavera, e mitigatori del mare, spingono innanzi le vele, già il gelo è sparito da...