giovedì 25 aprile 2013

La Basilicata moderna. 5. La chiesa ricettizia: assetti e gestione


Le chiese ricettizie ebbero un ruolo primario non solo nella storia del clero ma anche nella storia della società meridionale. Ciò era più evidente per la Basilicata dove ricettizie non erano solo le parrocchie, ma anche i capitoli cattedrali di tutte le diocesi lucane. Le ricettizie erano associazioni di preti locali che gestivano in massa comune un patrimonio di natura laica, che poteva derivare o dai beni delle famiglie private o dalle università, e ciò era consentito solo dai preti nativi del luogo che avessero avuto il privilegio di diventare “partecipanti” o “porzionari”. La nomina dei partecipanti era di natura laicale e spettava o ai comuni, nel caso in cui le ricettizie erano dette anche “comunie”, o a famiglie locali, nel caso in cui erano dette “familiari”. Solo dopo l'avvenuta designazione interveniva l'ordinario diocesano che controllava l'idoneità dei prescelti sotto il profilo spirituale. Il numero dei partecipanti era fissato negli atti di fondazione o in antichi statuti, e in base alle indicazioni statuarie vi erano ricettizie numerate, le cui ascrizioni erano a numero chiuso, e ricettizie innumerate, il cui numero di sacerdoti e chierici era illimitato e aperto. Inoltre le ricettizie si distinguevano anche in curate e semplici, a seconda che avessero o meno la cura delle anime, affidata al collegio di sacerdoti e chierici.
Il clero ricettizio eleggeva un vicario curato che svolgeva le funzioni di parroco ma non a vita perché la nomina era movibile. Tale nomina era subordinata al giudizio di idoneità da parte del vescovo, ma non si trattava di un'istituzione canonica e, a differenza di altri parroci, il vicario curato non percepiva la congrua, ma una parte delle rendite della chiesa, pur se in misura maggiore rispetto a quella percepita dagli altri partecipanti.
Le chiese ricettizie si differenziavano per i tempi e i modi d'accesso e di conseguimento della partecipazione, nell'espletamento del servizio e assolvimento della cura delle anime e nella gestione della massa comune. Per la chiesa cattedrale di Matera, ad esempio, l'iter d'accesso allo status di partecipante alla massa comune, che nel primo anno veniva assegnata per metà quota, prevedeva un'attività gratuita di quattordici anni da parte del chierico. Presso il capitolo cattedrale di Potenza, che a partire dal 1221 fu costituito da tre dignità e nove canonici ai quali nel 1742 se ne aggiunsero altri sei, si accedeva ad un quarto di porzione dopo cinque anni di servizio nel coro, a metà quota dopo nove anni e all'intera partecipazione dopo undici.
Nella cattedrale metropolitana di Acerenza, il cui capitolo, agli inizi del Cinquecento era costituito da tre dignità e diciassette canonici, l'accesso alla partecipazione era consentito dopo un percorso di servizio gratuito novennale. Queste differenze d'accesso alla partecipazione riguardavano anche le chiese ricettizie di più piccole dimensioni, solitamente monoparrocchiali, che in genere erano formate da un'unica dignità, arciprete, al quale spesso si aggiungeva una seconda dignità, quella del cantore. Il ruolo dell'arciprete era da primus inter pares nei riguardi degli altri sacerdoti partecipanti, i quali accedevano secondo modalità e percorsi non sempre omogenei, anche in realtà locali ricadenti nello stesso ambito territoriale diocesano. Così se nella chiesa di Santa Maria della Platea di Genzano di Lucania il percorso d'accesso alla partecipazione era di sette anni, nella vicina ricettizia dei Santissimi Pietro e Paolo di Oppido il percorso era di otto anni, mentre in quella di Santa Maria del Carmine di Cancellara si prestava servizio gratuito in sagrestia per tre anni e un altro, sempre gratuito, di procuratore, prima di accedere alla partecipazione.
Il governo collegiale delle ricettizie avveniva attraverso due tipologie di assemblee, quella ordinaria e quella annuale. L'assemblea ordinaria veniva convocata ogni settimana, di solito il venerdì o di sabato, e la convocazione veniva affissa davanti la sagrestia, almeno un giorno prima, direttamente da parte dell'arciprete o, in sua assenza dal prete più anziano. La seduta era valida solo con la presenza di almeno metà dei componenti e aveva inizio con l'invocazione dello Spirito Santo. Dopo la discussione sui singoli punti all'ordine del giorno, si procedeva alla votazione il cui voto era segreto e si utilizzavano oggetti “di fortuna” come ad es. fave, ceci. Uno dei problemi più discussi durante l'assemblea era l'assolvimento della cura delle anime, che era prevista come collegiale. Ovunque, infatti, se la cura abituale era statutariamente riferita alla collegialità capitolare, di fatto era in genere legata a una sola delle dignità, di solito l'arciprete, che l'esercitava con l'aiuto di altri sacerdoti aggregati.
Il percorso formativo seguito dal clero partecipante non andava oltre l'apprendimento derivante dal servizio pre-partecipazione prestato nelle chiese ricettizie, nel cui ambito per secoli era avvenuta la formazione reale dei chierici presso i sacerdoti più anziani, i quali furono tra i più tenaci avversari dello steso versamento della tassa pro-seminario. Per molto tempo, in campo formativo, le ricettizie finirono per rappresentare di fatto un'alternativa ai seminari. Ciò spiega la prevalenza di un clero senza alcuna preparazione morale, né religiosa, un clero del resto che aspirando più alla partecipazione rinunciava alla dottrina e dove a conseguire tale status non erano sempre i migliori in quanto i canonici davano più riguardo alla parentela che ai meriti. 
Il clero ricettizio, non formatosi spesso per una vera devozione religiosa, si occupava di più della crescita economica e la possibile fruizione di beni e rendite della massa comune e con essa l'entità della propria quota capitolare annuale, peraltro con l'intento di poterla perpetuare per i propri familiari. Per questo veniva data particolare attenzione alla gestione patrimoniale, che di solito vedeva direttamente impegnati i sacerdoti. L' azienda clerale era organizzata in questo modo: il procuratore generale del capitolo si occupava della gestione dell'azienda, questo era l'ultimo sacerdote ordinato e veniva nominato ogni anno a metà agosto. Entro dicembre doveva presentare un bilancio del capitolo a due razionali che lo analizzavano e lo approvavano. Il sagrestano, invece, si occupava di riscuotere i censi e gli affitti dei terreni che venivano subaffittati, e di stipulare i contratti dei beni rimasti liberi, vacanti. Infine c'era il procuratore ad lites che si occupava delle cause giuridiche del capitolo ed era l'assistente del vicario curato, e i procuratori deputati a cui veniva affidato il compito dell'introito e divisione della massa comune fa tutti i partecipanti-porzionari.
Al fine di un più diretto controllo dei beni della massa comune, di cui la ricettizia era proprietaria, a ogni partecipante l'assemblea assegnava a rotazione e per un periodo massimo di tre anni uno o più terreni. Il prete-partecipante-porzionario diventava il punto di riferimento economico per tutta la sua famiglia. Quest'ultimo aveva l'obbligo della residenza nel luogo natio, da dove poteva allontanarsi, e per un periodo limitato di tempo, unicamente sotto autorizzazione dell'assemblea del clero ricettizio. In caso di trasgressione si rischiava addirittura di perdere la partecipazione o comunque di vedersi sospesa la concessione della rendita.

BIBLIOGRAFIA
A. LERRA, Chiesa e società nel Mezzogiorno. Dalla "ricettizia" del sec. XVI  alla liquidazione dell'Asse ecclesiastico in Basilicata, prefazione di A. Cestaro, Venosa, Osanna, 1996
ID., La chiesa ricettizia, in G. DE ROSA-A. CESTARO (a cura di), Storia della Basilicata, 3. L'Età moderna, a cura di A. Cestaro, Roma-Bari, Laterza, 2002.

mercoledì 24 aprile 2013

La Basilicata moderna. 4. Le Università (secoli XVI-XVIII): l'amministrazione


Il termine Università veniva attribuito più propriamente alle «Città Regie», cioè quei centri che passavano al Regio Demanio, cioè alle dirette dipendenze della Corona e senza l'intermediazione del barone: in tal modo tutte le terre feudali comprese nel suo agro erano riscattate e diventavano di possesso comune, cioè “universali”. Il comune, pertanto, amministrava per conto suo queste terre, decidendo autonomamente se concedere ai privati contadini o lasciarle all'uso comune. I vari centri diventavano Città Regie solo se compravano se stesse, cioè si impegnavano a versare allo Stato la somma per il proprio riscatto. In Basilicata le città che riuscirono in tale impresa, ossia sottrarsi al peso feudale, furono pochissime: Saponara, Lagonegro, Matera, Maratea, San Mauro e Rivello. Tutte le altre università erano sotto la dipendenza del feudatario.
Ogni università, sia feudale che regia, era amministrata dal Buon Governo dei Reggimentari, composto dal mastrogiurato, che aveva funzioni di amministratore della giustizia, dal sindaco, che amministrava i beni demaniali e, infine, gli Eletti, il cui numero, a seconda delle università, variava da due a dodici. 
I poteri del Sindaco erano limitati all'interno dell'amministrazione, in quanto doveva attenersi alle direttive del mastrogiurato, figura preminente nell'amministrazione cittadina, detto anche ufficiale di polizia, ed era nominato dal baglivo. Quest'ultimo era l'ufficiale del governo, riceveva ordini dal sovrano e dai giudici e, oltre al potere amministrativo, salvaguardava i beni dello Stato, istruiva e dirimeva le controversie civili ed era abilitato anche ad arrestare ladri ed assassini.
All'interno dell'amministrazione comunale vi era anche il camerario, oppure detto camerlengo o erario, ed era l'assessore addetto alle finanze e svolgeva la sua mansione coadiuvato da apprezzatori, tassatori, e razionali nella riscossione di dazi, di gabelle e di entrate del feudo. Il notaio (o cancellarius o mastrodatto) teneva il registro delle deliberazioni del feudatario, del sindaco, delle autorità in genere ed annotava ciò che avveniva nella comunità. Il capitano era il responsabile militare della zona e sovraintendeva alla sicurezza del comune in pace e in guerra. I giudici, invece, erano presenti solo nelle grandi università, e diramavano le cause civili e panali e istruivano processi che inviavano a Napoli. Infine vi erano le guardie rurali che vigilavano sul territorio e sulle campagne allora infestate da molti ladri e assassini.
La nuova amministrazione veniva eletta dall'assemblea dei cittadini, convocata ogni anno generalmente tra agosto e settembre, su designazione degli amministratori uscenti o del barone. In caso di contrasto, si procedeva al metodo del ballottaggio, dove ogni partecipante all'assemblea era invitato ad esprimere segretamente il proprio voto, ponendo per ogni candidato una ballotta (spesso si utilizzava una fava) nell'urna o in quella del si o in quello del no, a seconda se fosse favorevole o contraria alla sua elezione. 
Durante lo svolgimento dell'elezione era ammessa la presenza del governatore, che amministrava la giustizia in nome del feudatario, del sindaco con gli eletti e del camerlengo, per evitare brogli o intrusioni. I nuovi eletti dell'amministrazione comunale venivano elencati in apposito registro e proclamati pubblicamente. Terminato il mandato annuale, gli amministratori non potevano essere immediatamente riconfermati. 
Amministrare una università era un'occasione per una scalata sociale e per consolidare la posizione economica e patrimoniale della proprio famiglia, infatti erano gli amministratori ad assegnare in affitto le varie terre comunali e ad attuare una vera e propria politica fiscale, fissando dazi e gabelle, rivedendo il catasto e procedendo all'appalto della riscossione delle imposte. Dunque chi controllava l'università aveva un potere tutt'altro che fittizio. Con il tempo vennero a crearsi dei gruppi dirigenti stabili e ristretti formate da famiglie nobili. 
Fino alla metà del Cinquecento nei consigli cittadini la proporzione tra la rappresentanza dei due ceti si mantenne ancora paritaria, dalla metà del secolo in poi la nobiltà cittadina iniziò ricondurre i consigli sotto la propria egemonia. Vari fattori determinarono questo cambiamento dell'equilibrio cittadino. 
Il primo riguardava le esigenze del potere centrale nell'organizzazione del consenso alla sua politica. Se nella gestione dell'apparato dello Stato la Corona aveva deciso di utilizzare i togati, non di estrazione nobiliare, per la gestione del territorio periferico essa aveva preferito dare largo spazio alle famiglie nobiliari. L'altro elemento di questo cambiamento va ricercato nella debolezza dei ceti medi urbani. Gli operatori commerciali non si lanciavano in operazioni che comportavano rischi di capitali, in realtà la loro prospettiva non era la città, ma la campagna dove mediavano tra massari e contadini da un lato, e coi baroni dall'altro. La loro aspirazione non era affermarsi nel consiglio cittadino come ceto medio, ma aspiravano ai valori nobiliari, nel quale speravano di entrare attraverso alleanze matrimoniali. Le famiglie nobili dell'amministrazione comunale si servivano dei «libri d'oro», cioè l'elencazione delle famiglie che si ritenevano le uniche degne di reggere le cariche pubbliche, per chiudere i loro ranghi non ammettendo nuovi elementi. Per questa via il governo delle città restava nelle mani delle stesse famiglie.

BIBLIOGRAFIA
R. GIURA LONGO, La Basilicata dal XIII al XVIII secolo, in Storia del Mezzogiorno, diretta da G. Galasso e R. Romeo, vol. XV, Le province del Mezzogiorno, Napoli, Edizioni del Sole, 1990.
T. PEDIO, Vita di una cittadina meridionale nel Medioevo e nell'età moderna (note ed appunti), Potenza, Dizionario dei Patrioti Lucani, 1968.
C. BISCAGLIA, Università e statuti municipali nella Basilicata tra Medioevo ed età moderna, in Lamisco 2002. Studi e documenti di storia di Matera e del suo territorio a cura della Sezione materana della Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Matera, Giannatelli, 2002.

martedì 23 aprile 2013

Carlo di Borbone e la modernizzazione incompiuta nel Mezzogiorno. Un recente seminario


Personaggi. 4. Nicola Sole, il poeta della contraddizione


Nicola Sole nacque a Senise 31 marzo del 1821, da Biagio Antonio e Raffaella Dursio: dopo la prematura morte del padre, fu educato ed allevato dallo zio arciprete, Giuseppe Antonio Sole, che nel 1831 lo mandò al seminario di Tursi, dove studiò fino al 1835. Nel 1836, Sole iniziò a praticare studi di medicina, prima come praticante a San Chirico Raparo e poi a San Giorgio Lucano, per trasferirsi, infine, all'età di 19 anni, a Napoli, dove abbandonò gli studi medici e si dedicò alla giurisprudenza, laureandosi nel 1845. 
Nel frattempo, aveva iniziato a dedicarsi alla letteratura ed a frequentare importanti salotti letterari dell'epoca, accostandosi alla corrente neoguelfa di Gioberti.
Trasferitosi a Potenza, dove iniziò ad esercitare la professione di avvocato, partecipò alla rivoluzione del 1848, acclamando pubblicamente la necessità della Costituzione. Sempre in quell'anno, pubblicò per il tipografo editore Vincenzo Santanello la sua prima raccolta di poesie, L’Arpa lucana ed alcune delle poesie della raccolta (Ai Siciliani, A Carlo Alberto, A Vincenzo Gioberti, All’Italia), all'indomani della repressione, ne aggravarono la posizione, costringendolo ad essere latitante tra il 1849 ed il 1852. Basti pensare ai versi de La Guerra:


Dai monti, dai piani, dai mari venite,
figliuoli d’Italia; la guerra v’aspetta;
in sella montate: le lance brandite;
correte nei ranghi: gridate vendetta:
Coraggio, coraggio! La guerra è la vita;
la pace de’ servi mai vita non fu:
l’Europa commossa fra l’armi v’invita:
vi scorra nei petti novella virtù.


O ancora, da All'Italia:



O genti amiche! E’ il giorno
de la gioia universa!
Oh benvenuti intorno
a questa Donna da l’Avello emersa!
O genti amiche! Una fra voi soltanto,
quasi piagata leonessa, freme,
e rugge e piange sanguinoso pianto,
inquieta per adulta speme… 

Solo nel 1853, su invito del fratello sacerdote, Sole si costituì chiedendo ed ottenendo l'amnistia, dopo un periodo nel carcere di Lagonegro e poi in quello di Potenza. Deluso da questa esperienza, si ritirò a Senise, dove visse in completo isolamento, dedicandosi esclusivamente alla lettura e allo studio: nel Convento dei cappuccini di proprietà della sua famiglia volgeva in prosa la Divina Commedia e traduceva il Cantico dei cantici, oltre a dedicarsi a traduzioni dai classici greci e latini. 
Solo tre anni dopo fu, però, accusato di far parte della Giovine Italia (movimento fondato da Vincenzo d'Errico) e coinvolto nel processo contro Emilio Maffei: fu, pertanto, incarcerato dopo un breve periodo di latitanza e, terminato il periodo di reclusione, tornò al suo paese natale. Nel luglio del 1857, ottenuto finalmente il passaporto per l’intercessione di Achille De Clemente, direttore dell’antiborbonico «L'Iride», poté tornare a Napoli, dove la collaborazione al giornale gli assicurò una vasta notorietà. 


Il 16 dicembre 1857 un disastroso terremoto devastò la Basilicata e, dalle pagine dell’«Iride», Sole cantò le vittime e le distruzioni della sua terra e stampò i suoi Canti per devolverne il ricavato alle vittime. Nel suo Salmo scriveva (vv. 1-3):

Signore! I tuoi clementi occhi dechina
Su le ripe Lucane, ove la vita
Fra il terror si dibatte e la ruina!

Nel 1859, Sole abbandonò Napoli, forse perché la Danza inaugurale scritta per le nozze di Francesco II e Maria Sofia fu argomento di aspre critiche da parte dei letterati e dei liberali. Il poeta, già malato di tubercolosi, dopo un breve soggiorno a Torre del Greco, si spense a Senise l’11 dicembre 1859: aveva solo trentotto anni. Aveva, tra l'altro, scritto, proprio a Torre, nel settembre, ormai stanco:


Da queste onde tranquille,
     Che sì pura del ciel rendon l’imago
     E in ampio giro d’isole e di ville
     Ridono in vista di sereno lago;

E da questo infocato
     Monte che tuona vaporando, e pare
     Mal volentieri sul confin locato
     De l’inimico armonioso Mare;

Una voce profonda
     Vien per la notte a l’anima solinga, 
     Quando più l’aura mormora a la sponda,
     E i brevi sonni al pescator lusinga,

E lungo il curvo lito,
     Ogni altra voce, lontanando, tacque,
     E per l’etra lucente ed infinito
     Passa la tarda luna alta su l’acque!

T’intendo, eco verace
     De l’eterna parola, onde, le avverse
     Forze composte in ammiranda pace,
     La beltà varia del creato emerse! 

E l’alma canta, ed osa
     Mescer le note de’ concenti umani
     A la santa armonia che senza posa
     Vien dal fondo de’ mari e de’ vulcani!




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lunedì 22 aprile 2013

La Basilicata moderna. 3. Diocesi e vescovi: un vescovo a Rapone nel 1726



Domenico Antonio Manfredi, grottolese, vescovo della diocesi di Muro tra il 1724 ed il 1738, durante le visite pastorali decretò che i fedeli frequentassero i sacramenti e che il clero stesso rispettasse una condotta improntata a dignità e impegno morale.
La minuziosità e lo scrupolo documentario del vescovo sono documentate, altresì, dalla visita pastorale del 1726, nel territorio di Rapone, uno dei centri più piccoli della diocesi, organizzato in diciannove punti, che partono da un’attenta registrazione della popolazione: “le famiglie dalle quale viene abitata da 258 sono arrivate fino a 260. Le anime però sono diminuite, perché da 1102 ne mancano 20 […] Il Clero vien composto da diciannove sacerdoti di cui dieci partecipanti e nove non partecipanti”.
Ecco stralci dal testo della visita:

//98v// Die sexta visitae pastoralis Raponis

Le famiglie dalle quali viene abitata questa frazione da 258 sono arrivate fino a 262, le anime però sono diminuite, perché da 1102 né mancano venti essendo primamente 1082 delle quali sono scomparse 885.
Il Clero viene composto di diciannove sacerdoti, un suddiacono, un arcidiacono e quattro clerici, cioè sacerdoti partecipanti.

Chierici, cioè Sacerdoti partecipanti

Rev. D. Giovanni Gina Arciprete

Rev. D. Giovanni Torre Confratello

Rev. D. Francesco Maria Perna Confratello

Rev. D. Nicola Cappiello

Rev. D. Marco Lettiero

Rev. D. Giacinto Di Biasi

Rev. D. Giovanni Goglielmo Di Gianni

Rev. D. Nicola Mazzella

Rev. D. Marco Cappiello Economo

Sacerdoti non partecipanti

Rev. D. Gianpaolo Cappiello Confratello

Rev. D. Nicola Cappiello Confratello

Rev. D. Agostino Santoro

Rev. D. Pietro Torre

Rev. D. Francesco Torre

Rev. D. Pietro Cristiano

Rev. D. Bonaventura Angelillo

Rev. D. Giovanni Lettiero

Rev. D. Giovanni Mazzarino

Suddiaconi

Angelo Cappiello

Lionardo Gaoristo

Chierici

Gianpaolo Marangiello

Paolo Torri

Pietro Lettini

Francesco Antonio Pinto

Pietro Testa

//99r// A quali incarichiamo l’osservanza de decreti delle Visite antecedenti e l’osservanza di quelli della presente.

Per lo Servigio del Coro.

Nella visita antecedente fu destinato Maestro delle Cerimonie il Rev. Gio Barrarino e gli fu ingiunto di portarsi in Muro e riceverne le istruzioni dal Sig. Can. co Malpede nostro maestro delle Cerimonie, e sotto la pena di ducati cinque, e perché è passato un anno, e non si è portato, posiamo al medesimo esiggere la pena suddetta onde rimettendola, lo esentiamo da un tal ufficio ed avendo altresì conosciuto che il suddetto Angelo Cappiello, sia per far buona riuscita in questo affare, il medesimo destiniamo per Maestro delle Cerimonie, ed che ritirati poi in città, si porti esso nella medesima per esserne servito dal Sig. Can. co Malpede.

Il Clero si è provveduto del cassetto, ordinatamente pure, e se mettici la pratica.

Per lo Sagramento della Cresima.

Mancano in questa fra cresimarsi in questo anno venti sei figlioli, e figliole, se ne sono cresimati venti otto, mediante l’attenta vigilanza del Rev.do Marco Cappiello; prosieguo egli il suo zelo, per averne la ricompensa, secondo le sue fatiche.

Per la Dottrina Cristiana

Si dice che il Cappelli aver assegnati a chierici i figlioli e le figliole e che sono stati fati ad istruirli nella dottrina cristiana; ma non abbiamo conosciuto profitto alcuno; in avvenire non sia indulgente a compatirgli, ed a sussurrargli; esso prosiegua il suo e non manchi di doverci in ogni trimestre rivelare della preghiera dei chierici alla dottrina sotto pena della sospensione ipso factu […].

Per l’amministrazione dei sacramenti

Provasi l’economo Cappiello, che sian molti alla amministrazione de Sagramenti, acciocché mancando qualche volta esso, possa sostituire uno degli approvati e coloro che non sono approvati non far amministrare i sacramenti, perché contro di essi abbiamo nominato la sospensione ipso factu. […]

FONTE: ARCHIVIO DIOCESANO DI POTENZA, Muro, Visite Pastorali, b. 2, fasc. 1, cc. 98v-102v.

sabato 20 aprile 2013

Paesi lucani. 3. Lagonegro nel 1735


//f. 235r// (…) la detta Città sta situata sotto le falde dei Monti dell’Appennino, volgarmente chiamati Monti di Sireno.
Questa anticamente stava sotto il dominio del Conte Carafa et habendo questa venduta a Prencipi di Stigliano, l’Università domandò la prelazione e fu finalmente ammessa al Regio Demanio nel anno mille cinquecento cinquant’uno, a qual effetto ne fu stipulato istrumento di ricompra dall’Illustre D. Pietro de Toledo in quel tempo Vice Re di questo Regno da chi furo parimenti conceduti molti Privileggii che poi furono confirmati nella Città d’Ispania dalla felice memoria di Carlo Quinto Monarca di questo Regno e fra degl’altri li fu conceduto il nome di Città.
E’ distante questa Città miglia tre dalla terra di Rivello, otto miglia da quella di Lauria, dodici miglia da quella di Moliterno, dodeci miglia da quella di Montesano, miglia otto da quella di Trenturella,  Battaglia e Casaletto
E’ composta di fuochi quattrocento novanta tre secondo l’antica numerazione.
Gl’abitanti vivono parte col industrie di pecore e bovi, e parte facendo il sediaro e bastaggio nella Città di Napoli.
Sta situata nel quinquagesimo grado, per la qual causa soffrisce molto freddo.
Vi è una Parrocchia, sotto la quale vive tutto il suo Popolo, servita da uno Capo chiamato Arciprete, e da trenta sette Preti Partecipanti oltre altri non Partecipanti
Vi sono solamente due Conventi di Frati Cappuccini serviti da nove Frati per ciascheduno.
Vi sono molte case di Gentil’huomini li quali vivono col industria de loro territorii e pecore, quali territori sono infertili per quale effetto scarseggia la Città di grano, non essendovi olio perché non vi sono olive, né industrie di sete, perché non vi sono celsi, né industrie di neri perché non vi sono quercie, trahendo quasi tutto il commestibile dalle //f. 235v// Terre convicine, ciò cagionato dalla sterilizza del terreno. E per quel che riguarda alle pecore et armenti se bene portino li medesimi qualche utile nulla di meno vi corre una grossa spesa per la raggione che per otto mesi svermeggiano ne Paesi forastieri in dove pagano e l’erba e il grano per il mantenimento de pastori.
Vi è un Governatore Regio che si constituisce dal Re Nosrto Signore e dalla Citta se li da il salario ascendente a docati cento, oltre docati quindeci di banni pretorii e carlini trenta di pasti nel primo ingresso a casa franca.
Vi sono molte leggi municipali colle quali si regola il Governo Pubblico come anco quello pertinente alla Giurisdizione de danni dati, giudici de quali sono li due sindici che ciasched’un anno Governano essa Città.
I Popoli inclinano alla coltura de campi e custodia d’armenti e gregge cosa che per l’orridezza dell’aria et in fertilità de territori vivono con miseria dovendo comprare ogni cosa da fuori
[…] Dato in Lagonegro 28 maggio 1735

FONTE: descrizzione della provincia di basilicata fatta Per ordine di Sua Maestà, che Dio Guardi, da Don rodrigo maria gaudioso Avvocato Fiscale Proprietario della Regia Udienza di detta Provincia, in BIBLIOTECA NAZIONALE DI NAPOLI, Manoscritti, xiv-ii-39, f. 235rv.

Orazio. 7. L'ode a Virgilio tradotta da Cesare Pavese

( Carmina , IV 12) Già i venti di Tracia compagni della primavera, e mitigatori del mare, spingono innanzi le vele, già il gelo è sparito da...