giovedì 28 agosto 2014

martedì 26 agosto 2014

Brienza in età moderna. 2. I poteri in lotta (Cataldo De Luca)

Abbiamo detto, in un post precedente, che a Brienza i rapporti tra Università, feudo e Chiesa non furono facili. Lo testimonia, nel XVIII secolo, una causa in cui il clero sosteneva e dimostrava che il marchese aveva occupato ingiustamente i terreni  di sua proprietà e quindi chiedeva che bisognava pagare l’affitto dei terreni, mentre il marchese sosteneva che il clero non poteva dimostrare con documenti certi che quei territori erano di sua proprietà: questa situazione poté essere sciolta solo nel 1806 con l’abolizione della feudalità. 
Più drammatica è la vicenda dei beni di una congregazione laicale (la cappella del Rosario) che a Brienza svolgeva attività creditizia ed assistenza. Il marchese iniziò a sostenere che la confraternita fosse di sua proprietà  il vescovo decise di dividere le rendite affidandole a suo nipote e al marchese di Brienza. Quando fu eletto procuratore della cappella  Antonio Caselli, egli inviò a Napoli una denuncia in cui raccontava la storia della Cappella, sicché fu imprigionato e torturato dalle truppe baronali: con la sua morte il recupero dei beni usurpati fu messo a tacere. 
Ed infine, numerose furono anche le cause per questioni di confine tra le università: infatti nel 1727 l’università di Atena ricorreva al Consiglio Collaterale  per essere reintegrata nel possesso di alcuni territorio demaniali ai confini con Brienza, tanto che il sindaco di Atena (Agatino Pepe) capeggiato da un gruppo di abitanti occupò questi territori, sicché l’università di Brienza denunciò il sindaco e gli eletti di Atena che vennero arrestati. 
Altre liti per questioni di confine si registrarono anche con l’università di Sant’Angelo Le Fratte. mentre per porre fine a liti col barone l’università di Brienza aveva deciso di prendere in affitto dal barone la bagliva, la portolania, il diritto proibitivo dei forni diritto di piazza zecca censi sulle case e terraggi del feudo del monte. Con un pagamento annuo di 1.200 ducati 1.200 tomoli di grano e 600 di orzo.ma ben presto il grave peso del canone annuo indeboliva l’autonomia amministrativa, tanto che soltanto col passare del tempo si riuscì a ridurre questo canone.

lunedì 25 agosto 2014

Materiali didattici. 15. RIfocalizzare i Borbone

Il volume di Giuseppe Caridi segue le vicende biografiche del sovrano borbonico inserite nella realtà politica, socio-economica ed ecclesiastica del Mezzogiorno d’Italia e della Spagna del secolo XVIII. Carlo acquisì la necessaria esperienza di governo durante la venticinquennale permanenza sul trono di Napoli. 
È indubbio che solo con il regno di Carlo il governo napoletano, i suoi sovrani, i suoi ministri, iniziavano ad agire come una corte indipendente. L'avvento di re Carlo significava, per i napoletani, ben più di un cambiamento di dinastia. Era, con il nuovo re, la restaurazione dell'antico regno, dopo secoli di dominazione straniera. I governi che si erano succeduti nel primo trentennio del secolo, erano governi stranieri, distolti da preoccupazioni estranee e lontane. Il nuovo re era venuto anche lui dal di fuori; ma non come dominatore straniero. Le speranze dei napoletani si accendevano: "grazie a Dio, non siamo più provinciali". Spettava alla nuova dinastia nazionale il compito di rendersi interprete della nuova realtà e delle sue esigenze. 
La vittoria borbonica e la formazione di una monarchia indipendente costituivano una svolta decisiva per Mezzogiorno. Ed al nuovo re guardavano i regnicoli, dagli intellettuali agli ecclesiastici, dai togati ai nobili, fiduciosi nella rinascita dello stato e nell’avvio di una politica di riforme, ispirata ai modelli culturali d’oltralpe. In tale ottica il 1734 segnò uno spartiacque, un punto di non ritorno nella storia del Mezzogiorno d’Italia, che vide il fattivo impegno di tecnici e di ministri, spagnoli e toscani, nella compagine governativa. Fra le iniziative commerciali per sollevare il Regno dalle difficili condizioni economiche, Carlo istituì la Giunta di Commercio, intavolò trattative con turchi, svedesi, francesi e olandesi istituì una compagnia di assicurazioni. Prese inoltre provvedimenti per la difesa del patrimonio forestale e cercò di cominciare a sfruttare le risorse minerarie, istituì consolati e monti frumentari.
Le riforme nel Mezzogiorno furono possibili grazie proprio alla collaborazione fra la dinastia e gli uomini di cultura quali, ad esempio, Giambattista Vico e Pietro Giannone. Napoli, pur non essendo il centro economico principale del Regno - a causa di una struttura economica fragile -, divenne una grande capitale europea, sia come centro culturale, sia come esempio di cooperazione politico-intellettuale.
Comunque,  malgrado fosse animato da buona volontà, l’entourage carolino non aveva un disegno organico d’intervento, e quindi, era ostacolato dall’asse di un programma unitario e coeso. Si declina, quindi, una discrepanza tra teoria e pratica, ovvero, tra riforme che rivestono, quindi, inadeguate al contesto al quanto arretrato e lontano dal rinnovamento. Confrontato nei suoi risultati con quello asburgico di Milano o di Firenze, il riformismo carolino appare meno organico e perciò scarsamente incisivo nei tentativi di abbattere le preesistenti strutture corporative. La consapevolezza di aver vissuto un «tempo eroico», come lo definì Bernardo Tanucci, fu più profonda e amara di fronte alla crisi, quando, agli inizi degli anni Quaranta, apparve chiaro che le migliori occasioni offerte da quell’irripetibile “momento magico” erano ormai da considerarsi perdute.

Nella penisola iberica il sovrano - mantenendo sempre stretti rapporti con il toscano Bernardo Tanucci, grande personalità culturale e politica, suo principale consigliere nel governo napoletano - seppe circondarsi di collaboratori fedeli e capaci, sia stranieri che nazionali, da Wall a Squillace e Grimaldi, da Campomanes ad Aranda e Floridablanca. Durante il governo di quest’ultimo, le cui iniziative Carlo III assecondò con convinzione, si intensificò nella politica interna spagnola l’attività riformatrice nel quadro di un assolutismo monarchico sempre più ispirato a princìpi illuministici, comunque compatibili con il paternalismo che distinse sempre l’operato del capostipite dei Borbone di Napoli.
Quello di Carlo fu, certamente, assolutismo illuminato che oggi potrebbe configurarsi come “paternalismo” (si narra che amasse dire che «le ricchezze dei re sono fatte per i poveri»), ma il giudizio storico non può prescindere dal contesto dell’Europa continentale della prima metà del Settecento, dalle condizioni degli altri Stati italiani, dalle concezioni e dottrine economiche dell’epoca, dall’arretratezza culturale di molti altri sovrani europei. E, in riferimento all’epoca, il regno di Carlo è da considerarsi “rivoluzionario” e volto al progresso dello Stato inteso, per la prima volta, come collettività, e tale fu percepito dall’intellettualità regnicola.
Notevole fu, con tutti i suoi limiti, la profonda riforma dello Stato, a cui proprio Carlo aveva restituito l'indipendenza, da lui attuata con la collaborazione del valente ministro Tanucci, con il quale attuò una politica anticurialistica e promosse la riforma dei tribunali. Furono raggiunti importanti risultati, con la soppressione di molti abusi e la possibilità per i contadini di cominciare ad affrancarsi dalla tirannia dei baroni, e di poter raccogliere e seminare nei terreni demaniali la manomorta.
In questo ambito, il punto di arrivo della dinastia borbonica sarebbe stato, centocinquant'anni dopo, completamente in rotta con le premesse del suo fondatore. Le polemiche che hanno caratterizzato la celebrazione dei centocinquant'anni dell’Unità d’Italia, infatti, si sono spesso focalizzate sul crollo del Regno delle Due Sicilie e sulla fine dei Borboni. Un fronte antirisorgimentale giustizialista, alla ricerca di colpevoli e di complotti, ha oggi la presunzione di scrivere ciò che gli storici di professione non avrebbero mai scritto o avrebbero volutamente occultato. Renata De Lorenzo, partendo proprio dal confronto con le mitologie correnti, ha recentemente proposto, con il volume Borbonia felix. Il Regno delle Due Sicilie alla vigilia del crollo, una rilettura attenta delle dinamiche interne ed esterne al contesto meridionale che dal post- 1848 al 1861 hanno messo in crisi i modelli culturali di una dinastia e della “nazione” napoletana. E ricostruisce la fine del Regno borbonico, facendo il punto sulle contraddizioni e le complessità della vita politica, della società dell’economia del Mezzogiorno alla vigilia dell’Unità.

giovedì 21 agosto 2014

La tomba di Gioacchino Murat a Pizzo Calabro

Tommaso Antonio Masdea canonico decano dell’insigne Collegiata di Pizzo e confessore del morituro Sovrano, nel racconto pubblicato nel libro di G. Romano Ricordi Murattiani afferma «Il cadavere di Gioacchino Murat riposto in un baule foderato di taffetà nera, fu sepolto nella Chiesa Matrice da lui beneficata». Antonino Condoleo, che assistette alla sepoltura, così la descrive nella sua Narrazione pubblicata da E. Capialbi:

L’insanguinato cadavere fu subito messo in una rozza cassa di abete e fu portata da dodici soldati nella Chiesa Matrice. Nel deporla a terra, per l’urto ricevuto o perché mal connessa, la cassa si aprì negli spigoli. Oh, visione incancellabile di quel volto pallido, sfigurato da una pallottola che aveva orribilmente solcata la sua gota destra, di quegli occhi spenti, di quella bocca socchiusa, che pareva volesse terminare qualche incominciata parola, di quell’aria guerriera che la stessa morte non aveva potuto cancellare dal suo sembiante! Rattoppata alla meglio la cassa, con tutta sollecitudine, fu gettata nella fossa comune.

Il Condoleo è più prolisso del Masdea, ma i due racconti, tranne che per alcuni particolari marginali, concordano nell’indicare come luogo di sepoltura la Chiesa Matrice di Pizzo. D’altronde il luogo di sepoltura è chiaramente indicato nello stesso atto di morte esistente nel libro dei defunti dell’anno 1815 custodito nell’Archivio Parrocchiale della Chiesa Matrice di San Giorgio Martire che testualmente trascrivo:

Anno Domini 1815 — die vero decimo tertio Octobris - Pi­tii - Joachinus Murat Gallus ex rex civitatis, aetatis suae anno­rum quadraginta quinque circiter, SS. Sacramento poenitentiae cx­piatus, a Commissione militari damnatus, mortem  appetiit, et fuit e­jus corpus in hac insigni collegiali ecclesia sepultum.

La Chiesa Matrice di Pizzo, come le altre chiese esistenti nella ridente cittadina, raccolse, da tempo immemorabile, le spoglie mortali dei pizzitani. Fu semidistrutta dal terribile terremoto del 28 marzo 1783 e nel riedificarla si progettò di allungarla di un terzo della sua primitiva lunghezza per renderla capace di accogliere la popolazione di Pizzo che allora contava circa cinquemila abitanti. I lavori di ricostruzione si protrassero per alcuni decenni tanto che, ai tempo dell’occupazione francese, la Chiesa era ancora incompiuta; infatti, il 25 maggio del 1810, Gioacchino Murat di passaggio a Pizzo, elargì la somma di duemila ducati per il proseguimento dell’opera. L’allungamento della navata centrale comportò lo spostamento dell’abside e della sacrestia che furono ricostruite sopra le primitive tombe comuni poi abbandonate e ricoperte dalla pavimentazione. Le tombe gentilizie situate nella navata centrale della Chiesa, non furono mosse e tuttora testimoniano, coi loro coperchi marmorei finemente scolpiti, un’epoca di privilegi, e di distinzioni sociali. Sorse allora il problema di edificare nuove tombe comuni che vennero costruite nella navata centrale in prossimità dell’ingresso principale della Chiesa, tra le tombe gentilizie situate lungo i lati della navata grande. A riprova di quanto asserito c’è il fatto, storicamente accertato che, quando il cadavere dell’infelice Sovrano venne sepolto nella fossa comune, questa, essendo di nuova costruzione, conteneva solamente il cadavere di un popolano soprannominato « Cimminà ». Dopo il seppellimento di Murat la tomba fu sigillata con spranghette di ferro e, fino al 1860, aprirla significa, commettere un delitto di stato.
Nel 1899 alcuni parenti di Murat tentarono il ritrovamento dei  resti del loro  glorioso avo per dargli degna sepoltura nella Certosa di Bologna. Presero parte alle ricerche la Contessa Letizia e il conte Giulio Rasponi, nipoti diretti di Murat, il conte Ercole Estense Mosti, il conte Ettore Capialbi, , il marchese Gagliardi con alcuni suoi familiari, l’onorevole Raffaele De Cesare illustre storico e le autorità civili e militari del tempo. Lo storico Raffaele De Cesare pubblicò, in un opuscoletto intitolato Museo di espiazione al Castello di Pizzo, una sua lettura tenuta al Circolo Filologico di Napoli il 10 Maggio 1911. Ecco quanto egli scrisse a proposito di quelle ricerche:

Sulla tradizione locale e sulla testimonianza del Condoleo, contemporaneo, Ettore Capialbi era persuaso che il corpo di Gioacchino Murat fosse stato sepolto nella nuova Chiesa Matrice dedicata a San Giorgio Martire, e precisamente nella terza fossa... e che in questa avesse avuta sepoltura un pezzente notissimo di Pizzo; e non più nessuno.  Facile dunque ricercare le ossa del Re, che aveva statura di gigante, copiosa e folta capigliatura,  e denti bellissimi. Aveva 48 anni ed era nel vigore della vita. Era stato fucilato indossando una giubba coi bottoni di metallo,  e calzando stivali, cui erano attaccati gli speroni. ...Tale sicurezza mosse la nobile contessa Letizia Rasponi, figlia di Luisa Murat, ad accogliere l’invito di andare a Pizzo a rinvenire, dopo 84 anni, i resti mortali del suo avo, che si sarebbero raccolti e portati alla Certosa di Bologna. ...Si aveva la certezza di trovare i resti di Gioacchino, che di  accordo si era stabilito, ripeto, di trasportarli nella Certosa di Bologna dov’è il gran monumento di lui, opera mirabile del Vela. Nel tempo stesso sì sarebbe trasportato da Firenze il feretro della regina Carolina; nonché quelli delle loro figlie, Luisa Rasponi e Letizia Pepoli. ... Si partì da Roma il 22 aprile 1899 è si giunse a Pizzo nelle ore pomeridiane del 23. ...Al tocco del 24 Aprile era fissata la cerimonia. Il popolo di Pizzo si affollava innanzi alle porte della Chiesa, così che fu necessario, che soldati e carabinieri le proteggessero da una invasione. Tutti volevano assistere a quella funzione, così nuova nella loro storia. Il parroco indossò la stola, e a capo di preti e chierici, aprì il corteo intorno alla sepoltura, benedicendola con l’aspersorio. Poi cominciò l’operazione di sollevamento del coperchio, la quale fu lunga, poiché la fossa, da oltre   sessant’anni non più aperta, era fermata da arruginite spranghette di ferro. Ci vinceva tutti una commozione che si può immaginare. Ma, ahimè, scoperchiata la fossa, avemmo il più desolante disinganno: la sepoltura è piena di ossami sino all’orlo. Vi discende un operaio ed esplora; si  vede qualche piccola cassa che va in polvere appena toccata. Ci guardiamo, quasi non fiatando. Cade tutto quel castello di congetture, che ci aveva condotti al Pizzo! Non è possibile alcuna sicura ricerca in tali condizioni. Si apre la seconda fossa, e poi la terza, ma sono tutte ricolme di ossami. Un raggio di sole, penetrando nella buca di mezzo, fa nota una circostanza, che nessuno  sapeva o immaginava.
Non erano tre sepolture distinte sul pavimento della Chiesa, ma una sola, con tre bocche. Durante il colera del l837, che menò  strage in Pizzo, i cadaveri furono buttati in quell’unica sepoltura dalla bocca di mezzo; e poi, allargati a destra e  a sinistra, fino al punto che il sotterraneo si riempi tutto; e rinchiuso, non fu più violato. Tale circostanza non era nota a nessuno. ...Non vi era da far altro, che accettare l’insuccesso, e redigere, dopo cinque ore di lavoro, e assai malinconicamente, un verbale.

Il verbale,compilato dal segretario comunale del tempo, conferma quanto dice il De Cesare e porta in calce le firme di tutti i partecipanti alle ricerche.
Dalla descrizione del De Cesare emerge la circostanza che non erano tre tombe distinte, ma tre botole che immettevano in un unico sotterraneo. Sicuramente il fatto non era noto neanche alle autorità borboniche del 1815 che, diversamente, non avrebbero consentito l’apertura della tomba dopo l’inumazione in essa di Murat. Dai registri custoditi nell’Archivio Parrocchiale della Chiesa Matrice risulta che nei giorni successivi alla inumazione di Murat, altre salme furono seppellite, nell’unica fossa comune esistente nella Chiesa e tali inumazioni continuarono negli anni seguenti sino all’ultima avvenuta il giorno undici  Dicembre dell’anno 1837. Sul finire di quell’anno, si verificò, infatti, una epidemia di colera che mietè centinaia di vittime nella sola Pizzo, per cui, sospese le inumazioni , nelle Chiese, lo stesso giorno undici Dicembre 1837, iniziò a funzionare un piccolo camposanto costruito nel fondo rustico denominato « Gallo » di proprietà dei marchesi Stillitani di Pizzo. Questo piccolo cimitero, del quale si possono osservare ancora i ruderi del muro di cinta e di alcune tombe, funzionò per pochissimo tempo ed in esso vi furono seppellite le salme di 136 colerosi.
L’editto napoleonico di Saint Cloud non era ancora operante in quel tempo a Pizzo per cui, cessata l’epidemia di colera, il giorno 3 Maggio del l838 ripresero le sepolture nelle Chiese ad esclusione di quella di San Giorgio Martire la cui unica fossa comune era stata colmata fino all’orlo con l’epidemia colerosa dell’anno precedente.
Nell’autunno del 1976 iniziarono i lavori di restauro della pavimentazione della Chiesa Matrice e con un gruppo di amici pregammo Mons. Giuseppe Pugliese, arciprete della Collegiata, di consentirci di praticare un piccolo Foro sulla terza botola della navata centrale per poter osservare l’interno della tomba che, notoriamente, era quella nella quale era stato seppellito Gioacchino Murat. Era, pensammo, l’unica occasione che si presentava dato lo stato di smantellamento del vecchio pavimento e, sicuramente, un’opportunità analoga difficilmente si sarebbe ripresentata. Il buon Mons. Puglièse, sensibile alle nostre insistenti preghiére, ma alquanto titubante per l’immancabile clamore che il fatto avrebbe suscitato, ci consentì l’apertura del foro a condizione che l’operazione avvenisse nel modo più sbrigativo e alla presenza del sindaco del tempo Dott. Domenico Crupi. Infatti la sera del 6 ottobre, armati di martelli e scalpelli, muniti di grosse lampade e di macchine fotografiche, riuscimmo ad aprire un foro di circa 30 centimetri di diametro, appena sufficiente per poter osservare l’interno della tomba, introdurre una lampada e scattare alcune fotografie. L’interno della tomba corrispondeva esattamente alla descrizione fatta dal De Cesare: si notava un ammasso di ossa spesso, ricoperte con della calce bianca  disinfettante, si notava qualche cassa infracidita ed era evidente che si trattava di un unico sotterraneo. Dopo circa un’ora di attenta osservazione il foro fu rinchiuso con del cemento.
Con gli amici appassionati di storia locale formammo subito un comitato permanente con l’intento di trasformare il castello di Pizzo in museo murattiano. Furono sviluppate le fotografie scattate all’interno della tomba e alcune copie furono spedite a « Les Amis du Musée Murat », un’associazione murattiana di cui anche noi facciamo parte, che ha sede a La Bastide Murat (Francia).
Alcuni giorni dopo, osservando attentamente una delle fotografie scoprimmo, confuso nel mucchio di ossa, un particolare sensazionale: nientemeno che uno stivale di foggia napoleonica con un qualcosa che sembrava uno sperone si­tuato nella giusta posizione, chiaramente visibili. La medesima scoperta fecero gli amici del Museo murattiano in Francia e provvidero subito a far venire a Pizzo il Console Generale di Francia a Napoli Sig. Gerard Serre. Non era possibile che la sera del 6 Ottobre ,fosse sfuggito all’osservazione diretta e attenta dell’interno della tomba a diverse persone un particolare di tanta importanza.  Il fatto suscitò quel clamore paventato da Mons. Pugliese ed ebbe grande risonanza.
Il 28 novembre 1976, alla presenza di un gruppo di fotografi professionisti muniti di sofisticate apparecchiature fotografiche, guidati da Achille Canfora direttore dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Napoli, coadiuvati dagli amici del Comitato Murattiano di Pizzo, alla presenza dell’Ufficiale Sanitario Mimmo Antonetti, del Notaio Nunzio Naso e del comandante dei carabinieri maresciallo Enrico De Ruvo, fu riaperto il foro per fare osservare la tomba al prof. Canfora e per fotografarla ripetutamente. Canfora, conclusa l’osservazione dell’interno della tomba, tracciò un programma di operazioni preliminari e di successive ricerche da eseguirsi su basi scientifiche, non nascondendo un certo ottimismo cir­ca la buona riuscita della identificazione dei resti mortali del prode guerriero.
Da notare che ricerche vere e proprie non furono mai svolte,  poiché sia nel 1899 che nel 1976 si trattò di semplici ricognizioni visive che non ebbero seguito alcuno.
Dalla seconda ispezione della tomba eseguita il 28 novembre 1976 non emerse nulla di utile per individuare il misterioso stivale chiaramente visibile nella fotografia scattata la sera del 6 Ottobre dello stesso anno, né dall’osservazione visiva diretta, né dalla numerosa serie di successive foto. Si trattò di un provocante gioco d’ombre, o di un segno premonitore dello spirito di Gioacchino Murat che, a distanza di 161 anni dalla fucilazione, implora almeno una più degna sepoltura?
Certamente il miraggio di quello stivale servì a caricare ulteriormente l’entusiasmo dei componenti il Comitato Permanente per le Onoranze a S. M. Gioacchino Murat, il quale Comitato, ricco di fervore ma poverissimo di mezzi, riuscì solamente a sostituire, sulla tomba dell’Achille di Francia, la vecchia e mal ridotta lapide marmorea con una nuova recante la seguente iscrizione:

Qui è sepolto il Re Gioacchino Murat. La Bastide Fortuniére  25.3.1767 - Pizzo 13.10. 1815.

FONTE: http://www.murat.it/Datix/Morte%20e%20sepoltura/la_tomba_di_gioacchino_murat.htm. 

mercoledì 20 agosto 2014

Brienza in età moderna. 1. Territorio, popolazione, poteri (Cataldo De Luca)

Durante l’età moderna Brienza rientrava nell’ambito territoriale del Principato Citra (solo con il decreto del 1811 entrò a far parte della provincia di Basilicata). Essa confinava ad oriente con Sasso di Castalda a sud con Sala Consilina, ad occidente con Polla, a nord con Sant’Angelo le Fratte. 
Il centro storico di Brienza era dominato dal castello, ubicato su un’altura di difficile accesso e di probabili origini pre-longobarde (infatti la radice burg di Burgentia sta ad indicare borgo e più propriamente sito fortificato), probabilmente ampliato nel periodo angioino
Per quanto riguarda gli andamenti demografici lungo il ciclo della modernità, nel primo quarto del sedicesimo secolo mancano dati attendibili in quanto la tassazione era espressa in fuochi,  la popolazione subì un aumento (si passò da 840 fuochi del 1532 a 1955 del 1595), con una popolazione che crebbe nonostante la povertà in cui versava, mentre nella prima metà del Seicento venne registrato un calo della popolazione a causa dell’epidemia di peste che colpì il Regno di Napoli. Solo nella seconda metà del Seicento la popolazione aumentò in modo graduale: si passò da 2798 abitanti del 1714 a 3991 del 1783 e nell’ultimo censimento del 1802 raggiunse i 4300 abitanti. 
Anche a Brienza, come nelle altre province del Regno, l’esercizio del potere era controllato dalla chiesa, dal feudatario e dall'università. 
La terra di Brienza faceva parte della diocesi di Marsico insieme ad altri 7 centri (Marsico, Saponara - l’odierna Grumento Nova -, Marsicovetere Sasso, Sarconi, Moliterno e Viggiano) Ognuna delle chiese dei sette centri  della diocesi era di tipo ricettizio (la chiesa di Brienza era dedicata a Santa Maria Assunta). Il maggior ostacolo incontrato dai vescovi della diocesi fu proprio il clero di tipo ricettizio: la chiesa di Brienza era curata ed innumerata e si occupava della gestione della massa comune del patrimonio costituito da beni censi e crediti che a Brienza ammontavano a più di mille ducati annui, dal che si può dedurre che gestiva un proprio patrimonio e, di conseguenza, il vescovo poteva intervenire solo in questioni attinenti allo spirituale. La ricettizia di Brienza era regolata da uno statuto che ci fornisce un quadro dettagliato di norme che i sacerdoti erano tenuti ad osservare per essere ammessi alle partecipazione: bisognava adempiere il servizio di chierico fino agli ordini sacri e dopo un anno di suddiacono e due da diacono si era ordinati sacerdoti. Durante questo periodo il sacerdote aspirante doveva occuparsi della cura delle anime senza partecipare alle rendite clericali, era obbligato alla celebrazione di 60 messe le cui elemosine andavano a sacrificio della sagrestia. 
La famiglia Caracciolo deteneva la giurisdizione feudale su Brienza. Sergianni Caracciolo nel 1428 comprò la contea di Brienza che successivamente, nel 1577, fu acquistata da Ippolita, madre di Marcantonio Caracciolo che divenne Primo Marchese di Brienza fin quando, essendo privi di eredi maschi, l’eredità passò a Faustina, con la quale si estinse la linea maschile della casa di Brienza, poiché faustina sposo Carlo Gambacorta Principe di Macchia. La loro figlia Cristina Gambacorta, sposandosi con Domenico Caracciolo, ebbe Litterio Caracciolo che fu decimo marchese di Brienza visse e dimorò a lungo nel feudo arricchendo la rocca di numerose opere d’arte. Sotto la sua giurisdizione, Brienza attraversò un periodo di eisveglio economico, pur se è documentato che i rapporti tra i Caracciolo e le chiesa entrarono in declino. 

lunedì 18 agosto 2014

Matera. 7. Uno storico materano: Domenico Appio (Veronica Robertini)

Dottore in utroque jure e patrizio materano, Appio apparteneva ad una notevole famiglia del patriziato materano, documentata nella città murgiana sin dal XIV secolo, «nell'antica terra d'Ugiano, e dopochè questa fu rovinata, passava in Ferrandina, poco da essa distante,e successivamente in Grottole ed in Matera, ove da dugendo anni persiste e venne aggregata alla prima piazza de' Nobili». Suo padre Claudio, avvocato ed accademico, avrebbe scritto un Juris promptuarium al quale contribuì anche Domenico, che in seguito sposò Beatrice Cornice, dalla quale ebbe un figlio, Giuseppe. 
Tra le numerose opere scritte dall‟Appio, oltre alla Cronologia historica della città di Matera (1701), si dedicò alla retorica, con una Selva erudita utilissima ai predicatori et ad ogni amatore delle belle lettere (scritta a Matera negli anni 1699-1702 e posseduta in forma manoscritta dalla famiglia Gattini), oltre ad un Repertorium iuris (1702).

BIBLIOGRAFIA
D'ANDRIA A., Identità e storie. Le storie locali della Basilicata tra XV e XVIII secolo, Munchen, Grin Verlag, 2013.
G. GATTINI, Note storiche sulla città di Matera, rist. anast., Matera, Amministrazione Comunale, 1987.
ID., Saggio di biblioteca basilicatese, Matera, La Scintilla, 1908.
T. PEDIO, Storia della storiografia lucana, Venosa, Osanna, 1985.

giovedì 14 agosto 2014

Una leggenda "nera" del Mezzogiorno: il cardinale Fabrizio Ruffo. 6. Declino e morte

La morte di Pio VI, l’uomo che gli aveva fatto da precettore e che lo aveva voluto al suo fianco nell’amministrazione dello Stato Pontificio, fece si che il cardinale Ruffo fosse invitato a partecipare al conclave nel novembre del 1799. Il cardinale decise di approfittare dell’occasione presentatagli e partì il 5 novembre.
Al soglio pontificio salì Pio VII, che, memore dell’operato del Ruffo durante gli anni del soggiorno romano, decise di coinvolgerlo nuovamente nell’attività di governo, affidandogli la guida della Congregazione Economica. 
Nel 1806 Ferdinando lo inviò a Parigi per evitare l’occupazione del Regno. In quegli anni il Ruffo ebbe modo di consolidare il suo rapporto con Napoleone che, nonostante i trascorsi del Ruffo in chiave antifrancese, lo annoverò tra i “Cardinali rossi” (aveva , cioè, il diritto di portare il mantello cardinalizio) e gli consentì di assistere nel 1810 alle sue nozze con Maria Luigia. 
Nel 1813 il cardinale, inoltre, fu insignito del titolo di ufficiale della Legion d’Onore, mentre nel 1817 fu nominato Gran Priore Gerosolimitano. Nel 1821 ebbe l’incarico di Prefetto delle Acque e Bonifiche Pontificie ed, in seguito, ritornò a Napoli, richiamato dal sovrano in qualità di consigliere di Stato. Ivi morì nel 1827 e fu seppellito nella Chiesa di S. Domenico Maggiore.

lunedì 11 agosto 2014

Una leggenda "nera" del Mezzogiorno: il cardinale Fabrizio Ruffo. 5. L'epilogo del 1799

Tra il 13 e il 15 giugno, riuscendo ad intuire la manovra ideata dai patrioti, ovvero attaccare simultaneamente l’esercito sanfedista frontalmente e alle spalle, accerchiandolo e non lasciandogli lo spazio e il tempo per riorganizzarsi, fece sì che i componenti del governo si rifugiassero nei castelli, da dove assistettero impotenti alle violenze e agli episodi di furia cieca che si posero in essere fino al 19 giugno.
La lungimiranza del Ruffo risiedeva anche nell’equiparare la rovina dei traditori alla possibilità di ricostruire il consenso intorno alla figura del sovrano e della corte intera, poiché alcun vantaggio sarebbe derivato da una drastica azione punitiva senza appelli. Nonostante egli fosse a conoscenza del pensiero della Corona riguardo al trattamento da riservare ai ribelli, il Ruffo si prodigava in quella stessa missiva ad insistere sul valore strategico di «Editti, di Pattuglie, di Prediche», ai fini del ripristino dell’ordine nella Capitale, ovviamente, in contrapposizione con quanto auspicato dalla regina Maria Carolina. I giacobini dovettero sottoscrivere il documento di Capitolazione, a seguito delle trattative con Antonio Micheroux, incaricato dal Ruffo di occuparsi della parte preliminare dell’accordo. 
Il documento, firmato il 21 giugno dal comandante di Castel Nuovo, di fatto sanciva il rispetto per la proprietà degli individui coinvolti, che avrebbero potuto scegliere «di imbarcarsi sopra bastimenti parlamentari, […] preparati per condurli a Tolone, senza essere inquietati essi, né le loro famiglie». Ciò avvenne cinque giorni più tardi anche per la Capitolazione di Castel dell’Ovo. La notizia della «Capitolazione» dei castelli non venne accolta di buon grado dall’alleato inglese, che, nella persona di Lord Nelson, fece pervenire al cardinale una lettera nella quale si mostrava rammaricato per gli ultimi avvenimenti, dato che la Corona non poteva scendere a patti con chi l’aveva tanto avversata. La reazione del Ruffo a tale disapprovazione fu quella di recarsi subito a bordo della “Fulminante” per cercare di indagare le reali motivazioni che si celavano dietro il comportamento dell’ammiraglio Nelson.  Sebbene egli avesse espresso con chiarezza le ragioni che lo avevano indotto ad assumere una tale iniziativa, ovvero il vociferare dell’arrivo della flotta gallo-ispanica, era evidente che la frattura tra i due si prospettava insanabile. Ma, all’insaputa del cardinale, che pure era stato accolto con riguardo dall’ammiraglio inglese, gli accordi vennero deliberatamente violati, tanto che si attese che i nemici fossero usciti dai castelli e imbarcati per farne bloccare il passaggio da una squadriglia inglese. 
Così, non potendo agire in concomitanza con la pesante sconfitta subita, sostanziatasi con la nomina a Luogotenente e capitano generale, egli nel corso delle settimane, privato di qualsiasi possibilità di iniziativa politica, fece in modo di scomparire dietro le quinte di una restaurazione al culmine di una inaudita ferocia. 
Si concludeva, così, l’impresa del cardinale Ruffo.




giovedì 7 agosto 2014

Una leggenda "nera" del Mezzogiorno: il cardinale Fabrizio Ruffo. 4. I sanfedisti verso Napoli

Alle soglie della Basilicata, il cardinale si rammaricava dell’instabilità che dilagava nelle altre province del Regno, dato che in molti centri il verbo rivoluzionario aveva preso di nuovo il sopravvento dopo alcuni tentativi di “realizzare” le municipalità democratiche: Altamura, ad esempio. Il Ruffo decise di inoltrarsi in terra di Basilicata, annoverando come ultima tappa del suo viaggio nelle Calabrie Rocca Imperiale e sentendosi attorniato da dubbi ed incertezze riguardo ad un felice esito della sua spedizione. 
In Basilicata il primo transito fu Policoro ed ivi il Ruffo ricevette notizie riguardanti le imprese delle frange dell’esercito sanfedista da Gerardo Curcio, detto Sciarpa, che aveva reso possibile la “realizzazione” di Salerno. Esse, però, si erano lasciate dietro alcune aree (Tolve, Tricarico, Palazzo, Genzano, Spinazzola, Montepeloso, Potenza, Oppido, Cancellara, Pietragalla, Vaglio, Banzi, Avigliano, Picerno, Acerenza, Forenza, Maschito, Ripacandida, Venosa, Barile, Rapolla, Melfi) ancora fortemente ancorate alla strenua difesa della municipalità. 
Il 3 maggio il Ruffo giunse ad Ischinzana e, successivamente a Bernalda, e si diresse, passando per Montescaglioso, verso Matera, dove alloggiò presso l’abitazione del sindaco. Conquistata e saccheggiata Altamura, il 24 maggio partì per Gravina, poi giunse prima a Poggio Ursino, poi a Spinazzola e il 28 maggio a Venosa. Il 29 maggio il cardinale entrò a Melfi, che, contrariamente alle previsioni della vigilia, accolse con grande giubilo il Ruffo e la sua Armata.
Punto chiave della scacchiera del Regno era ora il Principato Citra, nel quale, oltre al generale Curcio, operava il vescovo di Policastro Ludovico Ludovici; il Ruffo partì da Melfi il 31 maggio, lasciandosi alle spalle la Basilicata e raggiungendo Ascoli Satriano, dove dovette cercare di porre fine alle violenze perpetrate dalle masse.  Ascoli divenne un importante punto di incontro tra il cardinale e il cavaliere Antonio Micheroux, che nelle settimane precedenti aveva intrattenuto importanti relazioni con i fautori della controrivoluzione in Puglia.
Il cardinale, con l’Armata, proseguì per Bovino, scortato da soldati russi e da una partita di cavalleria, deciso a raggiungere Ariano. Passando per Montefusco, poi, il cardinale entrò ad Avellino fra gli applausi.
Da Nola il Ruffo si preoccupò di far ricongiungere tutte le frange sanfediste che erano state inviate in altre parti delle province con le forze alleate accorse per proseguire insieme il cammino.
Affidati gli ultimi incarichi ai comandanti delle sue truppe, il Ruffo poté dirigersi verso Portici e da lì proseguire direttamente verso la Capitale, conquistata il 13 giugno.

martedì 5 agosto 2014

Identità e territorio a Tramutola

L'associazione culturale Al Varco, come avevamo annunciato, ha organizzato, il 4 agosto 2014, il quarto appuntamento con la rassegna SPAZI URBANI, nata per ridare allo "spazio" quella funzione di aggregazione ed incontro, di condivisione e progettualità. L'iniziativa, alla quale ha partecipato il nostro blog, ha coniugato, in questo senso, la memoria degli spazi, la condivisione di informazione e dibattito, il proiettarsi verso il futuro con la musica.
Iniziative come questa di Al Varco mostrano che anche in Basilicata è possibile una positiva sinergia tra la più aggiornata e scientificamente valida ricerca, in ambito universitario e di Enti e Istituti di Ricerca qualificati, e le forze vive ed attive operanti sul territorio regionale. Ciò per uscire, da una parte e dall'altra, da angusti confini, schemi precostituiti ed un certo "feudalesimo culturale" che ancora inficia l'interpretazione della cultura sul territorio e che anche con il nostro blog cerchiamo di sradicare.






Alcuni scorci del Palazzo Terzella di Tramutola.

Alle 20.00, infatti, nell'ambito della rassegna, c'è stato un incontro informale con il professor Antonio D’Andria, sul tema Identità e territorio: storie locali di Basilicata tra il XVI e il XVIII secolo. Dall'incontro e dalla relativa discussione è emersa l'importanza del tentativo di ricostruirle senza condizionamenti campanilistici e con il rispetto della verità i processi di medio e lungo periodo inerenti le comunità locali di Basilicata. E ciò a partire dal "visibile parlare", recuperando spazi, palazzi e monumenti del tessuto urbano cittadino, come lo splendido palazzo Terzella, residenza nobiliare tuttora in stato di relativo abbandono e degrado, che l'Associazione Al Varco ha reso quantomeno fruibile in parte, restituendo un'immagine di una residenza patrizia che può, come in altri comuni e non solo a Tramutola, svolgere un ruolo aggregante e stimolare le dinamiche realtà associative, oltre che di Enti ed Istituzioni culturali attivamente impegnate sul territorio. 
Come affermato durante la presentazione dell'incontro, ciò si può e si deve fare "Proprio perchè ogni Storia possiede la sua incontrovertibile e naturale Dignità".


Andrea Mario Rossi, socio dell'Associazione, presenta la serata, 
alla presenza del Presidente Roberto Pisano. 


Antonio D'Andria durante la discussione 
sulle storie locali di Basilicata in età moderna. 


lunedì 4 agosto 2014

Una leggenda "nera" del Mezzogiorno: il cardinale Fabrizio Ruffo. 3. L'Armata Cristiana e Reale in Calabria

Il cardinale Ruffo, allarmato dalle notizie della “repubblicanizzazione” di molte aree e desideroso di dare avvio alla spedizione, il 7 febbraio partì da Messina e sbarcò a Pezzo (l’attuale Villa S. Giovanni), con al suo seguito il Marchese Malaspina, l’abate Lorenzo Speziani, Annibale Caporossi, Domenico Petromasi, Carlo Cuccaro ed altri servitori. Il 12 febbraio Fabrizio Ruffo poteva contare sull’apporto di circa trecentocinquanta uomini, come annunciava al ministro Acton. 
La tappa successiva fu, dunque, Scilla, nella quale il Ruffo dimorò per due giorni. Ivi, però, i fedelissimi del Ruffo riuscirono a radunare pochi individui disposti ad arruolarsi e si passò successivamente in Bagnara, feudo della famiglia Ruffo, che non aveva dato l’apporto ipotizzato. 
La formazione di un nucleo stabile e forte dell’armata era ancora lontana e tra Scilla e Bagnara il Ruffo poté soltanto incamerare i beni del cugino, il principe di Scilla, e le rendite del fratello, entrambi residenti a Napoli. Il cardinale, però, dal canto proprio, continuava a chiedere aiuti a Messina e dopo alcune settimane riuscì finalmente ad ottenere due cannoni da quattro, che andarono ad aggiungersi ai 1500 uomini sino a quel momento reclutati nell’Armata. 
Fabrizio Ruffo giunse a Rosarno il 23 febbraio ed a quella data le sue previsioni sul numero dei realisti si attestavano su diverse migliaia di sanfedisti. Rosarno si attestava come una tappa importante dell’avanzata del Ruffo, anche perché ivi egli maturò la consapevolezza della necessità di una forte opera di proselitismo in favore della causa monarchica. Il 24 febbraio il Ruffo giunse a Mileto; ivi poté accogliere i delegati delle città che erano passate dalla parte sanfedista e si accinse ad inviare nel resto della provincia fidati collaboratori per sondare i sentimenti realisti delle popolazioni e rendergli conto del progresso sempre più rapido della controrivoluzione. Proprio a Mileto poté dirsi costituito il nucleo fondamentale dell’Armata “Cristiana e Reale”, tanto che il Ruffo dovette rimandare indietro le masse provenienti dalle zone più lontane, temendo ulteriori infiltrazioni giacobine.
La prima fase della riconquista delle province di Calabria poteva dirsi conclusa ed il Ruffo si apprestava a raggiungere Crotone, da cui il Ruffo sostò a Borgia, distintasi per la ferma opposizione al governo repubblicano e all’innalzamento dell’albero della libertà, dando, inoltre, prova di attaccamento alla monarchia nella strenua difesa delle istituzioni di antico regime. A Borgia il cardinale ricevette una delegazione proveniente da Catanzaro che gli annunciava la fine dell’esperienza repubblicana in quella città. Per riportare all’obbedienza Crotone, il Ruffo aveva inviato tremila uomini, ai quali si aggiunsero lungo il percorso (e soprattutto a Cutro, dove si organizzarono tutte le forze in campo) le bande capeggiate da Angelo Paonessa, detto Panzanera, e Arcangelo Scozzafava, detto Galano, i quali condussero le operazioni sotto il segno del 
saccheggio.
Realizzata anche la Calabria Citra, Ruffo si rimise in viaggio verso Cassano, ove giunse il 21 aprile: le due colonne dell’Armata poterono riunirsi e marciare verso Trebisacce e successivamente verso Amendolara. 


Opere dei Grandi Lucani online. 1. Giustino Fortunato

Dopo numerose risorse che abbiamo finora messo a disposizione di studenti e studiosi, nella nostra sezione Materiali didattici  e nei Do...