giovedì 14 giugno 2018

Il Viceregno spagnolo. 5. Declino e caduta (Maria Pia Belfiore)


Il declino meridionale si può spiegare in parte con le conseguenze della «crisi generale» del secolo XVII, ma non nel senso che esso è l’aspetto estremo di una generale tendenza alla depressione. Mentre in una parte dell’Europa -ed anche in alcune zone italiane- il periodo di difficoltà congiunturali dette l’avvio all’ ultima fase del passaggio da un’economia feudale ad una economia capitalistica, nell’Italia meridionale si ebbe una vera decadenza, la spinta progressiva venne annientata in coincidenza con il mutamento della congiuntura.
Il 6 aprile 1648 è stato assunto come termine finale dei moti detti di Masaniello: sembrò che per il Mezzogiorno d’Italia dovesse essere pace per sempre, con un tranquillo possesso per gli Spagnoli. E invece si avviò, in uno stillicidio di attacchi e contrattacchi, un periodo di progressivo allentamento del controllo di Madrid sulle sue province dell’Italia meridionale, nel quadro del progressivo indebolimento della Spagna nel concerto degli Stati europei e della fine della centralità ispano-asbrugica. Il Regno di Napoli, allora, divenne specifico oggetto delle mire francesi, con speranze di invasione sempre puntualmente frustate, e destinato a rimanere coinvolto nella serie di guerre che avrebbero interessato la dominante: dall’ultimo segmento della guerra dei Trent’Anni (conclusasi nel 1659 con la Pace dei Pirenei), alla guerra di devoluzione (1667-1668, Pace di Aquisgrana), alla guerra d’Olanda (1672-1678, pace di Nimega), alla guerra della Lega d’Augusta (1686-1697, pace di Rijswijk); finchè, in seguito alle guerre di successione, spagnola (1701-1714, paci di Utrecht e Rastadt) e polacca (1733-1738, pace di Vienna), la vecchia tradizione dinastica spagnola entrò in crisi e tramontò, e diverse dinastie s’alternarono nei regni dell’Italia meridionale; per cui alla fine, dopo il breve viceregno austriaco, nel 1734 una nuova monarchia, finalmente autonoma, fu chiamata a reggere, libera e indipendente verso altri Stati, i Regni di Napoli e di Sicilia. E sarebbe stata l’ultima regnante su questi Regni, fino alla loro estinzione nel Regno d’Italia del 1860.
Il trattato dei Pirenei (7 novembre 1659) pose termine alla guerra, che durava ormai da un quarto di secolo, tra Francia e Spagna. L’intento di Mazzarino di ridurre la Corona cattolica ad una potenza sostanzialmente di second’ordine fu in pratica raggiunto: la Francia si impadroniva della Cerdagne e del Roussillon a ridosso dei Pirenei, e quindi conseguì il confine naturale meridionale, nonché di buona parte delle Fiandre e dell’Artois a nord; Luigi XIV sposa Maria Teresa, figlia del re di Spagna Filippo IV; rinunziando però ad ogni pretesa di successione dinastica in Spagna, dietro la promessa del pagamento integrale. Tutta la struttura statale spagnola subì un logoramento eccezionale.
Fiscalismo, rivolte separatiste, dissanguamento demografico, paralisi del potere centrale dopo il pugno di ferro dell’Olivares, predita pressochè completa del controllo dell’Atlantico, immobilismo nel Mediterraneo e decadenza progressiva delle Fiandre spagnole, dove del resto la presenza di arciduchi austriaci come governatori apriva la strada ad una sostanziale autonomia: questi gli elementi principali di un tramonto che ha tutte le caratteristiche di un avvenimento definitivo. Solo con la pace dei Pirenei si ridussero i ruoli della Spagna in Europa e sulla scena internazionale: non tanto per le perdite territoriali subite, quanto per il riconoscimento della superiorità francese, premessa per la formazione della politica ‘imperiale’ di Luigi XIV. Dopo le paci di metà secolo –Vestfalia, Pirenei e Oliva -, la monarchia spagnola visse solo pochi anni in una condizione di relativa tregua. Il Regno di Napoli era uscito indenne da una prova di forza durata tanti anni, ma ormai era la dipendenza di una potenza in declino.
Sia il fronte catalano sia la crisi siciliana del 1647-1648 dimostrarono che lo scacchiere del Mediterraneo era particolarmente importante e al tempo stesso per la strategia espansionistica di Luigi XIV e per la conservazione dell’impero dei Re Cattolici.
Tra aprile e maggio del 1656 divampò a Napoli quella che sarebbe rimasta negli annali del paese come una delle sue più tragiche esperienze: la peste, che fu affrontata con decisione solo alla fine di maggio dalla Deputazione della Salute all’uopo costituita, che ebbe la collaborazione di tutta una serie di deputati minori per scoprire gli ammalati e farli trasportare nei luoghi di cura pubblici, il cui numero fu accresciuto. Ma nonostante tutti gli sforzi, dalla fine di giugno alla metà di agosto i decessi salirono a cifre fra i 2000 e i 5000 al giorno;e solo dalla metà di agosto si cominciarono a notare i segni di una effettiva flessione dell’epidemia e di un ritorno dell’apparato di governo a una maggiore efficienza. L’8 dicembre si potè dichiarare terminato lo stato endemico.
 Se la capitale fu il luogo più battuto dall’epidemia, tutto il Regno subì, però, l’impatto della grande peste. .
Solo la Calabria Ulteriore e la Terra d’Otranto, e, in minor misura, la Terra di Bari rimasero immuni dal contagio. In tutto si è potuto valutare la strage epidemica a circa 900.000 persone: alquanto più del 20% dell’ammontare della popolazione del Regno e della metà di quella della capitale.
A Madrid, il 17 settembre 1665 morì il re Filippo IV, e le conseguenze per il Regno di Napoli non furono insignificanti. Diventava ora re di Spagna un bambino di appena quattro anni, Carlo II: per disposizione testamentaria del defunto Sovrano, venne istituita una Giunta di reggenza composta dalla regina madre Maria Anna d’Austria, da quattro titolari protempore di altrettante alte cariche, cioè l’Inquisitore generale di Spagna, cardinal d’Aragona (da poco distolto dal viceregnato di Napoli), il vescovo di Toledo e Primate di Spagna cardinal Sandoval, il Presidente di Castiglia Ramon de Moncada marchese D’Aytona, il cancelliere d’Aragona Cristofaro Crespi, ai quali si aggiungevano i due recenti ex viceré di Napoli, cioè il Conte di Castrillo e il Conte di Peñaranda. Senonchè, morto il Sandoval, la regina nominò vescovo di Toledo il cardinal d’Aragona da poco nominato inquisitore generale; il quale, quindi, si era trovato investito di due successive cariche benchè s’attardasse ancora a Napoli: e quì venne a sostituirlo, l’8 aprile del 1666, il fratello Piero Antonio d’Aragona, già ambasciatore dei Re Cattolici a Roma. Nel consiglio di reggenza, dunque, dei sei membri che assistevano la regina madre, ben tre erano rappresentati dagli ultimi viceré di Napoli: il Castrillo, il Peñerada e il cardinal d’Aragona.
Un conflitto di natura locale si innestò sulla guerra tra Francia e Spagna che coinvolse anche il Regno di Napoli, che fu appunto chiamata a sostenere uno sforzo di natura finanziaria e militare notevole nel moto di Messina del luglio 1674. Il viceré Antonio Alvarez marchese d’Astorga, subentrato nel 1672 a Don Pietro d’Aragona, all’indomani di un breve interregno di Don Federico di Toledo marchese di Villafranca (1671-1672), procurò d’impegnarsi a sostegno della Monarchia madrilena contro il notabilato ribelle di Messina.
Oltre alla flotta napoletana, furono impegnati contro Messina un esercito al comando di Marcantonio di Gennaro, le truppe napoletane di stanza in Sicilia, altre truppe che operavano in Calabria e in Terra d’Otranto: disorganizzazione e incapacità dei comandi spiegano la sconfitta della flotta spagnola nelle acque di Lipari che consegnò Messina alla Francia. Nell’aprile 1675 la città proclamava la sovranità di Luigi XIV. Lo smacco per la Spagna fu gravissimo sia in termini politici sia in termini finanziari. Per Napoli i costi furono altissimi: solo nel primo anno di rivolta la città versò per Messina 1 milione e 800 mila ducati.
L’Astorga aveva sperato di uguagliare le gesta dell’Oñate nella conduzione di una guerra con sforzo prevalentemente personale e del Regno. Ma i tempi erano mutati, con la Spagna ormai in grosse difficoltà anche economiche, e la Francia più che mai sull’onda della propria espansione, il Regno sottoposto, ancora e sempre, a durissime necessità finanziarie e con notevoli ritardi anche di tecnologia militare. In questa situazione anni e anni di inefficienza e malversazioni non potevano
essere facilmente recuperati: e intanto, agevolato anche dagli emissari di Francia, il banditismo fioriva nel Regno. Sebbene già nel 1683, riaccendendosi la contesa franco-spagnola, i Francesi dimoranti nel Regno sperimentassero l’ennesima espulsione, il Mezzogiorno non venne più direttamente coinvolto nelle guerre e sembrò che un cinquantennio di fermenti avesse veramente fine, mentre era al suo zenit l’espansionismo della Francia, che s’accompagnava alla decadenza, ormai conclamata, della Monarchia spagnola travagliata da delicati problemi dinastici. La lunga agonia di Carlo II sembra quasi il riflesso della inarrestabile decadenza della Spagna. L’incertezza stessa sul futuro della monarchia, quando fu chiaro che il debole sovrano non avrebbe avuto eredi diretti, ispirava il senso di una decadenza ormai fatale e inarrestabile. Alla morte di Carlo II, infatti, la Spagna offriva uno dei panorami economici più squallidi dell’Europa: senza un’industria, con poco commercio interno, con un latifondo estesissimo, era dissanguata da un continuo spopolamento; di contro, lo sfarzo delle corti. Nel 1692 la monarchia aveva dichiarato per la terza volta bancarotta. Le cause dell’interna disgregazione economica spagnola erano molteplici: anzitutto, l’inflazione provocata dall’abbondanza di metalli preziosi provenienti dalle colonie americane, che non trovavano la via di investimenti produttivi, data anche la staticità dei rapporti sociali; lo spopolamento delle campagne, che concorreva ad aumentare il numero delle persone in città; l’esoso fiscalismo, che uccideva il commercio e opprimeva l’agricoltura; il cattivo stato delle vie di comunicazione, che molte volte raddoppiava il costo dei prodotti dalla partenza all’arrivo; il peso di una burocrazia di tipo rinascimentale che schiacciava la società.
Ma ecco che, tra la fine del Seicento e i primi del Settecento, il Regno di Napoli venne ad essere coinvolto nella non breve serie delle guerre di successione. Considerata l’imminente fine della dinastia degli Asburgo di Spagna per via della malferma salute e della sterilità di Carlo II, senza che sopravvivessero altri diretti eredi maschi, era stato previsto che il Regno di Napoli dovesse andare, insieme con quello di Sicilia e con i Presidii, al Delfino di Francia: si apriva così per Parigi la possibilità di ottenere per vie pacifiche un possesso vagheggiato da duecento anni.. Ma morto nel 1699 il principe Giuseppe Ferdinando, figlio dell’Elettore di Baviera, ed erede prescelto dal declinante Carlo II quale sovrano di Spagna, s’era reso necessario arrivare a una seconda spartizione, mentre più vivace si faceva a Madrid la pretesa del partito filofrancese legato alla maggioranza dei grandi di Spagna: ma il Regno di Napoli, vecchio sogno della Monarchia d’Oltralpe, restava attribuito al Delfino (e la Spagna era riservata all’arciduca Carlo, secondogenito dell’Imperatore).
Ma Carlo II, per mezzo di un suo codicillo, fece appena in tempo a lasciare erede dei suoi domini europei ed americani Filippo duca d’Angiò, nipote del Re di Francia Luigi XIV, figlio del gran delfino Luigi di Borbone e di Maria Anna di Baviera : il 1° novembre 1700 Carlo II venne a morte e il nuovo re, che prese il nome di Filippo V, della dinastia borbonica, venne designato suo successore. Una clausola importante del testamento vietava a Filippo di unire la Corona di Spagna con quella di Francia
Per il Regno di Napoli il passaggio di dinastia, tutto sommato,si preannuzniava abbastanza indolore; ma l’esplodere della guerra di successione spagnola (1701-1713) non potè non coinvolgere questa porzione dei dominii di Spagna, cioè di uno stato rimasto quasi isolato, a parte il naturale collegamento con la Francia, davanti a tutti i potentati d’Europa.
A Filippo V si oppose l’imperatore d’Austria Leopoldo I, che aveva sposato la sorella di Carlo II, e che sosteneva la candidatura del figlio Carlo. Gli Asburgo videro la possibilità di restaurare l’impero di Carlo V, di riprendere l’antico disegno della monarchia universale.
Nel 1706 l’arciduca Carlo d’Asburgo entrava a Madrid, ma ne era ricacciato. Nel 1707 le truppe austriache entravano a Napoli: finiva, dopo oltre due secoli, la dominazione spagnola nel Regno di Napoli. Gli austriaci vi sarebbero rimasti fino al 1734. I perdenti, Francia e Spagna, avevano molti motivi di conflittualità tra di loro, che presto si sarebbero trasformati in aperta ostilità. La Spagna avrebbe cercato di recuperare i domini perduti in Italia a spese dell’Austria. Alla stessa Austria era sfuggito uno dei più ambiti domini spagnoli in Italia, il Regno di Sicilia, guadagnato dai Savoia.
Le vicende della politica internazionale, dopo aver allontanato la Spagna da Napoli nel 1707 e permesso un breve periodo di sudditanza del Regno al ramo viennese degli Asburgo, porteranno nel 1734 alla restaurazione dell’autonomia dinastica napoletana. Si sarebbe visto allora che il Mezzogiorno, pur con tutti i secolari problemi di disgregazione, di miseria e di arretratezza che ne affliggevano la vita politico-sociale e l’economia, era, tuttavia, un paese tutt’altro che povero di interne energie: un paese che, nel giro di pochi decenni, sarebbe stato in grado di affrontare un profondo sforzo di rinnovamento e di esprimere una cultura e un personale politico di rilievo europeo, provando che due secoli di faticoso travaglio all’ombra del trono di una dinastia straniera non erano trascorsi invano e che il Regno del 1734 non era più né quello del 1501 né quello del 1647-48.

giovedì 17 maggio 2018

Storici Lucani. 11. Francesco Paolo Volpe


Francesco Paolo Volpe nacque a Matera il 24 novembre 1779 e si addottorò in utroque jure ed in teologia.
Nel 1799 partecipò alla breve vita della Municipalità materana, in cui suo fratello Giovanni entrò tra i membri.
Canonico e vicario generale della Cattedrale, si dedicò, poi, essenzialmente alle ricerche storiche fino alla morte, il 10 settembre 1858.
Tra le sue opere, spiccano le Memorie Storiche profane e religiose su la Città di Matera, opera notevole soprattutto nella seconda parte, con le biografie dei materani illustri e, soprattutto, la breve storia di ognuno dei 15 conventi cittadini, attenta dall'Archivio della Cattedrale.
Nel 1831, Volpe pubblica Vita di S. Giovanni da Matera. Storia ed atti della invenzione, e traslazione del suo corpo dalla chiesa di Pulsano in Matera, in Potenza, presso Antonio Santanello, 1831. In quest'opera Volpe, parlando della traslazione del corpo del santo in città, si sofferma sulla biografia di Giovanni.
Dopo un decennio di lavoro escono, poi, alcune opere ancora di tipo ecclesiastico-erudito. Si inizia con la Descrizione ragionata di alcune chiese de' tempi rimoti esistenti nel suolo campestre di Matera, Napoli, dalla stamperia della Sirena, 1842. Nell'operetta l'autore descrive l'origine degli affreschi delle chiese rupestri di Matera e ne spiega la dedica alla Madonna.
Un anno dopo, esce il Cenno circa l'origine, festività e coronazione avvenuta ne' 2 luglio 1843 della immagine sotto il titolo di S. Maria Della Bruna venerata in Matera, Napoli, Stamperia della Sirena, 1843 e, ancora, una Esposizione di talune iscrizioni esistenti in Matera e delle vicende degli ebrei nel nostro reame, Napoli, Stamperia all'insegna della sirena, 1844.
Una sorta di "riassunto" delle Memorie del 1818 è il Cenno storico della chiesa metropolitana di Matera, Napoli, dalla tip. di G. Ranucci, 1847.
Infine, un Saggio intorno agli Schiavoni stabiliti in Matera nel secolo XV. ed a taluni monumenti inediti non che ad un breve cenno su poche monete quivi novellamente rinvenute, Napoli, tip. di Filippo Serafini, 1852 e, in polemica con Acerenza, i Ricordi sulla pretesa fondazione del Seminario Acheruntino nel 1852, Bari, tip. fratelli G. e D. Cannone, 1852.

giovedì 10 maggio 2018

I rei di Stato lucani del 1799. 6. I Presidenti delle Municipalità


Da T. PEDIO, I Presidenti delle Municipalità dei paesi lucani durante la Repubblica Partenopea, in "Archivio Storico per la Calabria e la Lucania", XXV (1957), fasc. I-II, pp. 105-142 
PAESE
COGNOME
ABRIOLA
FLORESTANO Gaspare
ACERENZA
VOSA Serafino
ALBANO
MOLFESE Vito
AVIGLIANO
CORBO Nicola Maria
Da marzo: GAGLIARDI Giustiniano
BALVANO
DI JACONO Nicola
BARAGIANO
MUPO Nicola
BELLA
GIANNINI Cesare
Poi DAMIANO Gerardo
BRINDISI
MANTULLI Benedetto
CALVELLO
-
CANCELLARA
BASILE Saverio Gaetano
Poi BASILE Salvatore
CASTELGRANDE
CIANCI Antonio Maria
CASTELLUCCIO
CATALANO Francesco
CASTELMEZZANO
D’AMICO Giovanni
Poi CERUZZI Giuseppe
CASTELSARACENO
GIOCOLI Michelangelo
FRANCAVILLA
MANGO Giovanni
GRASSANO
CAPUTO Paolo
GROTTOLE
CECERE Gerardo
LAGONEGRO
TORTORELLA Nicola
MATERA
MAZZEI Fabio
Poi MALVINNI Giulio
MELFI
CELANO Donato Antonio
Poi LAURENZIELLO Giuseppe Maria
MIGLIONICO
GRANDE Vito Michele
MOLITERNO
PARISI Vincenzo
MONTALBANO
QUINTO Luca
MONTEPELOSO
AMATI Giacomo
Poi LUCIBELLI Giacomo
MURO
MARTUSCELLI Giovanni
OPPIDO
CARONNA Canio
PALAZZO
D’ERRICO Giuseppe
PESCOPAGANO
PELOSO Giuseppe Maria
PICERNO
CARELLI Saverio
Poi SALVIA Giulio
PIETRAFESA
ABBAMONTE Andrea
PIETRAGALLA
SETTANNI Gennaro
PISTICCI
D’ONOFRIO Giovanni Battista
POMARICO
DE PRIMI Alessio
POTENZA
VIGNOLA Domenico Maria
RIPACANDIDA
MAZZACCHERA Tommaso
ROCCA IMPERIALE
VITALE Domenico
ROTONDA
DE RINALDIS Gerardo
ROTONDELLA
MANDIO Gerardo
RUOTI
PISANTI Gerardo
SALANDRA
FIOCCA Ignazio
SAN CHIRICO NUOVO
PISTONE Andrea
Poi AMATI Domenico
SANTO FELE
DE CILLIS Filippo
SAN MARTINO
MANZONE Francesco Paolo
SPINAZZOLA
D’AGOSTINO Felice
SPINOSO
MARCHISANI Francesco
STIGLIANO
CORREALE Nicola
TITO
CAFARELLI Scipione
TOLVE
GIORGIO Gennaro
Poi ALBANESE Oronzo
TRIVIGNO
SASSANO Nicola
VAGLIO
DANZA Matteo
Poi CARBONE Daniele
VIGGIANO
PISANO Domenico

domenica 6 maggio 2018

"Binari della Storia: arrivi e partenze" - XIV Edizione Certamen Giustino Fortunato


Il 3 maggio 2018, nel Campus di Rionero, è iniziata la consueta “tre giorni” del Certamen Giustino Fortunato, organizzato dall’IIS “Fortunato” di Rionero sotto l’alto patrocinio della Camera e del Senato della Repubblica. Realtà ormai consolidata, anche extraregionale (circa 170 gli studenti provenienti da tutte le regioni), anche quest’anno il Certamen si sviluppa su molteplici aspetti, da quello scientifico a quello artistico a quello comunicativo-multimediale, come evidente già dall’anteprima, nella serata del 2 maggio, con la messa in scena, nel Centro Sociale “Sacco” di Rionero, di spettacolari quadri plastici e di pieces teatrali e musicali inscenati dagli studenti, con grande passione e con risultati di notevole suggestione.
La manifestazione, di alto profilo scientifico e culturale, si è aperta, dopo l’Inno nazionale eseguito dai giovani della scuola media rionerese “Michele Granata”, con il saluto della DS del “Fortunato”, dott. Antonella Ruggeri. Altri, notevoli, indirizzi di saluto sono stati portati da Piero Lacorazza, presidente del Consiglio Regionale, che ha evidenziato come il tema della XIV edizione, Binari della storia: arrivi e partenze, sia di notevole attualità, nell’ambito delle difficoltà relative agli sbarchi di migranti e alla non meno drammatica emigrazione intellettuale dall’Italia; a seguire, Aurelio Pace, consigliere regionale, nel ringraziare la scuola intera per la tenacia nel continuare quella che è ormai una bella tradizione culturale e scientifica, ha invitato i giovani ad allargare i propri orizzonti, sulla via dell’integrazione, dell’interscambio culturale. 
Nella seconda parte della mattinata è iniziato il Convegno di Studio sul tema proposto, come di consueto. Moderati da Angela Rosa, direttrice di ForMedia, sono intervenuti diversi relatori di spessore. Donato Verrastro (UniBas)si è occupato dell’operato di Fortunato nel primo Novecento come punto di svolta, quasi di rottura, nell’affrontare la questione meridionale, mentre Francesco Saverio Matteo (già consigliere del Presidente del Senato) ha delineato proprio il “viaggio” del grande meridionalista rionerese tra questione meridionale e Unità d’Italia. Costantino Conte, del Centro Annali “Nino Calice”, ha cercato di andare “oltre i soliti binari” nella ricostruzione e lettura dei temi legati al viaggio e alla storia delle ferrovie ofantine per quanto concerne Fortunato; ancora, l’esperto in educazione non formale Andrea Lucisano ha relazionato sul viaggiare come “errare”. Dopo un peculiare intermezzo musicale a cura dello studente della IIIE del “Fortunato”, Antonio Gaeta, è seguita la proiezione del corto Tutti sullo stesso treno, curato dagli studenti dell’Istituto. Violenza ed esclusione sono i temi che hanno spinto i ragazzi a creare un cortometraggio su questa tematica, con la storia di quattro ragazzi pronti ad odiare la vita, ma che capiranno che essa è il più grande dono che ci possa essere. Un lavoro realizzato in collaborazione tra la 4A del Liceo delle Scienze Umane e la 4G del Liceo Scientifico. Il peculiare cortometraggio mostra una realtà molto vicina ai giovani, una realtà, purtroppo, dura da vivere e da pensare.  Nel pomeriggio, condotto dalla giornalista Chiara Lostaglio, un debate sulla mobilità, con gli interventi di Giuseppina Cervellino della Fondazione Fortunato e, in videomessaggio, della giornalista televisiva Lorena Bianchetti. Anche la sessione pomeridiana è stata intervallata da performances teatrali e musicali degli studenti rioneresi, da uno spettacolo teatrale curato da Christian Strazza, La locomotiva, viaggi di pensieri e di parole, e dalla bella mostra fotografica Vite parallele
La seconda giornata del Certamen è stata anche il momento più atteso dai 110 giovani concorsi nella cittadina del grande meridionalista lucano per l’elaborazione del saggio su una traccia scelta da apposita commissione. Nella seconda giornata, inoltre, è proseguito il Convegno di Studio sul tema Binari della storia: arrivi e partenze, con l’intervento dello storico e critico cinematografico Ennio Bispuri che, partendo da filmati d’epoca e da brani dei diari, ha analizzato la metafora e il simbolo del treno nel cinema di Federico Fellini. Inoltre, lo studioso di Antropologia culturale Mauro Geraci, dell’Università di Messina, si è occupato del tema del viaggio relativamente alle figure dei cantastorie, dei loro repertori e dei loro spostamenti. Lo storico dell’arte Claudio Strinati è, altresì, intervenuto con un videomessaggio in cui si è occupato del tema, di grande suggestione, del viaggio nella musica moderna e contemporanea. Il tutto, come nella giornata d’apertura, intervallato dagli intermezzi musicali degli studenti del “Fortunato” e coordinato da Michela Costantino, Coordinatrice Scientifica del Certamen e componente del Direttivo dell’Associazione degli Italianisti – Sezione Didattica. 
La XIV Edizione del Certamen si è chiusa il 5 maggio. Moderati da Michela Costantino, ci sono stati gli interventi di Vito Santarsiero, Presidente del Consiglio Regionale di Basilicata, di Debora Infante, Direttrice dell’Ufficio Scolastico Regionale, di L. Rino Caputo, docente emerito di Letteratura Italiana nell’Università “Tor Vergata” di Roma. L’evento ha avuto un momento di particolare commozione nel conferimento della cittadinanza onoraria all’attore e regista Michele Placido, che ha ricordato i luoghi della sua infanzia e il viaggio nella maturazione che dal Vulture lo ha condotto alla sua onorata carriera. Per quanto riguarda il Certamen vero e propria, in una affollata cerimonia, condotta dalla giornalista Anna Maria Sodano, sono stati premiati gli studenti:
Sezione Design: I premio IIS “Maffucci” di Calitri (AV); II premio IIS “Fermi” di Francavilla Fontana (BR); III premio IIS “Gobetti” - Liceo Artistico di Omegna (NO)
Sezione Digitale “Alessio Alianiello”: I premio IIS “Arangio Ruiz” di Augusta (SI); II premio IIS “Fermi” di Francavilla Fontana (BR); III premio IIS “Flacco” di Venosa (PZ). Menzione speciale: IIS “Miraglia” di Lauria (PZ) e Liceo Scientifico “Galilei” di Potenza
Sezione Digitale Interna: Antonio Di Giacomo 4E Liceo Scientifico di Rionero in Vulture (PZ)
Saggistica Esterni: I premio Lucia Ruggieri Liceo Scientifico “Fazzini” Vieste (FG); II premio Francesca Anna Brienza Liceo Scientifico “Federico II” di Melfi (PZ); III premio Letizia Molfese Liceo Scientifico “Galilei” di Potenza.
Saggistica interni: Gerardo Antonio Cecere 5E Liceo Scientifico. Menzioni speciali: Lucia D’Angelo, 5E, e Adriana Pinto, 5F.
La DS Antonella Ruggeri, nel concludere la manifestazione, ha espresso grande orgoglio per un evento che, nato nel 2004 su forte sollecitazione della Preside Giuseppina Cervellino, è arrivato a livelli di peculiare eccellenza e visibilità nazionali.

Il Viceregno spagnolo. 5. Declino e caduta (Maria Pia Belfiore)

Il declino meridionale si può spiegare in parte con le conseguenze della «crisi generale» del secolo XVII, ma non nel senso che esso è l...