giovedì 7 novembre 2019

Paesi lucani. 49. Notizia di Ripacandida (Giovanni Rossi, 1752)

N O T I Z I A
DI RIPACANDIDA


Ripacandida luogo della Diocesi di Rapolla unita a quella di Melfi è una terra della Provincia di Basilicata, così oggi detta quella parte dell’antica Lucania confinante alla Puglia nel Regno di Napoli : sta ella situata tra Atella, e Venosa sull’erto d’una collina. Ne’ tempi antichi fu assai più ampia di giro, e solamente Candida si chiamava. Per quanto scorgesi da varie iscrizioni, che ritrovansi qua, e là disperse, ed infrante, da un pezzo di grossa colonna, in cui serpeggiante fulmine vedesi inciso, da molte monete, ed idoletti di bronzo, che nello scavarsi la terra si sono ritrovati, come pure da’ sepolcri, ne’ quali, ed armature, e lucerne, ed urne di ceneri sovventi volte si sono scoverte, chiaramente si scorge, che da personaggi di conto fosse abitata, e che molto ragguardevole stata ella fosse. Ciò anche dimostra una lapida non sono molti anni scoverta, in cui stava inciso il decreto di Vitale Pretore contro un reo cittadino aqua, & igne interdetto.Mostra di grande magnificenza sono gli archi in lunga fila, de’ quali alcuni se ne veggono tutti interi, e di moltissimi altri le gambe sole spezzate, che servivano di acquedotto, che da ben lungi conducente l’acqua dalla sorgiva, e per istrada ancor malagevole, chiamata an-cor la costa degli archi, portavanla al piano dell’abitato.
Questa Candida dall’inondazione de’ Barbari fu assai malmenata, come molte altre cospicue Città della mi-sera Italia. Quindi i Cittadini rimasti, lasciate in ab-bandono l’abitazioni della pianura più esposte a con-simili disastri, si ritirarono a fortificarsi nella parte più eminente, ove eravi un’antico tempio di Giove, e v’è rimasto un pezzo della già detta colonna. Cinsero il colle, che s’erge in rapida ripa sopra il fiume, che il divide dall’Appennino, di buone mura con Baluardi, e Torri fortificate, vi edificarono in mezzo un ben’inteso Castello a canto d’una ben’ampia Bastìa, e chiamarono la nuova abitazione Ripacandida.
Nelli primi secoli della Chiesa renderono più illustre questa Patria li gloriosi SS.Martiri Mariano Diacono, e Laviere suo fratello Vergine, e le loro Reliquie si vene-rano nella Città di Acerenza, e nella Terra del Tito, ivi del primo, e quivi del secondo.
Mantennero li posteri il decoro, e lustro dagli avoli lor tramandato, avendo seguite le bandiere de’ Principi Normandi loro padroni nella gloriosa impresa di Terra Santa; ed anche nel secolo seguente, quando Guglielmo il Buono si portò a vendicare il sangue latino sparso dalla perfidia de’ Greci, quattro Baroni //4// roni di Ripacandida gli diedero otto Soldati, e nove altri Cittadini presero volontarj l’armi per quella spedizione.
Splendore più grande accrebbe a questa Patria nel tempo istesso Donato Monaco Virginiano, che di tene-ra età vestì le lane religiose di S.Guglielmo Abate, nel Monistero di S.Onofrio della Massa, oggi detto dell’Abetina finì nella sola età di diecannove anni la sua penitentissima vita, pernottando anche in tempo di crudo inverno nudo in orazione dentro un gorgo d’acque e di profondo torrente : e la sua profonda, e cieca ubbidienza fu dal Signore coronata con rari prodigj, così colla sua cinta un’Orso feroce devastatore dell’alveari del suo Convento, come purgando un’ardente Forno con le nude sue mani, entratovi per ubbidienza, ed uscitone senza che o capello del capo, o pelo dell’abito avesse fralle fiamme perduto.
Morto questo Santo Giovinetto, in trasportarsi, come par costuma vasi in que’ tempi, anche da’ Religiosi il cadavero, alla patria d’onde in processione eran venuti i cittadini a pigliarselo, usciti popoli convicini in istrada; così, dissero piangenti; Donato ci abbandoni. e niente ci lasci del tuo? Alzatosi sulla bara il defonto gittò loro, staccata dal gomito, la mettà del destro Braccio, che accolto con tenerezza, e gioja si depositò nel Con-vento de’ PP. Benedettini, all’ora di S.Andrea, ove si custodisce oggi da’ PP. Minori Conventuali incorrotto, ed intiero.
Nell’istorie più moderne è celebre ancora il nome di Ripacandida per aver avuto coraggio, e valore i suo cit-tadini di resistere, e superare multiplicati assalti nell’assedio postole da Consalvo di Cordova, detto il Gran Capitano, che vi mandò a gara l’una dopo l’altra varie milizie di nazioni diverse sotto la sua bandiera assoldate, ed all’ora solamente cedettero, quando comparve sotto le mura la persona reale del Re Ferrante, dandosi vinti alla maestà del Sovrano, non alle forze dell’armi. Di ciò consapevole Monsù detto di Lautrec,chiamato il devastatore delle Città, portandosi alla desolazione di Melfi, ripresse le scorrerie de’ suoi, acciocchè non cimentassero l’onore con quei di Ripacandida, li quali in tal congiuntura per ostentazione di star ben provveduti, lanciarono con le fionde pane, e formaggio in mezzo d’alcune truppe, che s’erano inoltrate alla lor vicinanza.
Recasi ancora questa Patria ragionevolmente ad onore, l’essere in essa nato nell’anno 1585. il celebre Andrea Molfese. Questi nell’età puerile stando in orazione innanzi ad una devotissima Immagine di nostra Signora sentì con voce miracolosa animarsi da Maria Santissima allo stato Clericale, al quale già introdotto, portossi poi di quattordici anni in Napoli con D. Lionardo Baffari suo paesano : colà attese agli studj legali, il Baffari s’impiegò poi nella lettura de’ Sacri Canoni nella Cattedra di quella pubblica Università. Il Molfese s’acquistò nome di Avvocato dottisimo ne’ Tribunali, e nel principio del secolo ante passato quelli si ritirò alla patria, e fu fatto Arciprete, esso nell’età di trent’anni si fece Chierico Regolare nella casa de’ SS.Appostoli, ove per lo spazio d’altri sedici santamente visse, ed unì a’ regolari esercizi gli studj : diede alle stampe i dottissimi Commentarj sopra le Consuetudini del regno, e la prima parte della Somma Morale, la seconda uscì postuma dalle stampe, e moltissimi altri trat-//5//trattati si conservano ancor manoscritti. Religioso per la fama della dottrina, e santità della vita stimato assai : compose varj, e grandi litigj, eletto arbitro da’ Signori di primaria nobiltà, e ricorrendo anche altra povera gente, fece a tutti la carità di sentirli, e dirimere le loro differenze; e con queste, ed altre opere di pietà, ed esercizio di religiose virtù nel 1619. finì di vivere, e diede materia da scrivere agli istorici della sua illustrissima Religione. Nella sua casa in Ripacandida sita nel mezzo della strada principale, e detta alla francese, la Rue, in un marmo sopra d’una finestra si vede scolpita la Croce de’ Teatini; e quello in cui vi erano scolpiti questi versi;
Altius ascendet si servent tempora vires
Quo patriae poscit Molphetiense decus.
Caduto per un terremoto, e posto poi dentro la nuova fabbrica, senz’avvertirsi, non più si vede. […].

Fonte: G. ROSSI, Notizia di Ripacandida, in ID., Vita del Gran Servo di Dio Giambattista Rossi Arciprete di Ripa-Candida. Dedicata a Sua Santità Benedetto XIV, in Napoli, nella Stamperia Muziana, 1752, pp. 3-5.

giovedì 26 settembre 2019

La Basilicata contemporanea. 31. Ninco Nanco, un efferato assassino

Figlio di Domenico Summa e Anna Coviello, Ninco Nanco (il cui soprannome apparteneva alla famiglia paterna), nacque in un ambiente familiare disagiato e con diversi problemi con la legge. Suo zio materno, il bandito Giuseppe Nicola Coviello, morì carbonizzato in una capanna di paglia dove si era nascosto per sfuggire alla polizia borbonica. Uno zio paterno, di nome Francescantonio, scontò dieci anni di reclusione per aver picchiato un gendarme borbonico e, uscito di galera, fuggì in Puglia dopo aver ucciso a pugnalate un uomo per una questione di gioco, lavorando come garzone alle dipendenze di un possidente di Cerignola. Tuttavia, si diede ben presto alla macchia avendo ucciso il massaro.
Suo padre, benché onesto, aveva problemi di alcolismo, mentre una zia e una delle sue sorelle erano dedite alla prostituzione. Ancora ragazzino, Giuseppe iniziò a lavorare come domestico presso un notabile, Giuseppe Gagliardi, e più tardi come guardiano di vigne. All'età di 18 anni, sposò una ragazza chiamata Caterina Ferrara, orfana di entrambi i genitori, dalla quale non ebbe figli. In età giovanile, fu spesso protagonista di liti furiose, in una delle quali ricevette un colpo di ascia alla testa che non gli fu fatale. Un giorno, venne pestato e pugnalato ad una gamba da alcune persone che lo costrinsero a tre mesi di guarigione. Giuseppe, anziché denunciare l'accaduto alla polizia, preferì la vendetta personale. Qualche mese dopo, uccise uno dei suoi aggressori a colpi di ascia.
L'omicidio gli costò dieci anni di carcere a Ponza, ma riuscì ad evadere nell'agosto 1860. Recatosi a Napoli, tentò di arruolarsi nell'esercito di Giuseppe Garibaldi per poter ricevere la grazia ma fu scartato. Tentò la stessa cosa sia presentandosi a Salerno da Nicola Mancusi, comandante della colonna insurrezionale di Avigliano, sia facendo domanda di arruolamento nella Guardia Nazionale ma entrambi gli esiti furono negativi. Costretto al brigantaggio, Ninco Nanco iniziò a vivere di rapine e furti, rifugiandosi nei boschi del Vulture.
Il 7 gennaio 1861, incontrò Carmine Crocco, del quale divenne uno dei più fidati subalterni. Il brigante aviglianese, assieme a Crocco, partecipò a numerosi saccheggi, conquistando prima tutto il Vulture, senza mai riuscire a prendere la sua città natia, Avigliano, poi gran parte della Basilicata, spingendosi fino all'avellinese e il foggiano. Si distinse soprattutto nella battaglia di Acinello, comandando la cavalleria dei briganti e dimostrando la sua padronanza in campo bellico. Non esitava ad aggredire le famiglie borghesi, ricorrendo al sequestro, all'omicidio e alla devastazione delle proprietà in caso di mancato sostegno.
L'attività di Ninco Nanco iniziò a perdere colpi l'8 febbraio 1864, quando la sua banda fu decimata presso Avigliano e 17 dei suoi uomini furono uccisi. Il 15 febbraio dello stesso anno, venne emessa una taglia di 15.000 lire sul brigante. Circa un mese dopo, il 13 marzo, Ninco Nanco e 2 dei suoi fedeli (uno di questi era suo fratello Francescantonio) furono braccati nei pressi di Lagopesole dalla Guardia Nazionale di Avigliano. Vennero giustiziati subito presso Frusci (frazione di Avigliano) e Ninco Nanco morì per mano del caporale della G.N., Nicola Coviello, con due colpi di cui uno dritto nella gola, per vendicarsi dell'assassinio del cognato compiuto dal brigante aviglianese il 27 giugno 1863.
FONTE: Wikipedia, voce "Ninco Nanco" (con tagli)

Paesi lucani. 49. Notizia di Ripacandida (Giovanni Rossi, 1752)

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