giovedì 13 settembre 2018

Paesi lucani. 41c. 3. Atella nel 1642

La Terra di Atella stà situata nella Provincia di Basilicata, distante dalla Città di Napoli capo del Regno per la strada di Avellino, Ponte di Bovino, Ascoli, Melfi, e Barile miglia 112, e per la strada di Salerno, montagne, boschi miglia 160; distante dalla marina di Salerno miglia 40. Da Barletta miglia 40. Da dove risiede la Regia Udienza miglia 52. Dalla città di Molfetta miglia 80. Dalla città di Melfi miglia 8. Da Rapolla miglia 6. Da Barile miglia 4. Dalla città di venosa miglia dodeci; da Avigliano miglia 10. Da San Fele e Ruvo miglia 6. Da Ripacandida miglia quattro in circa.

FONTE: Apprezzo della Terra di Atella e suo Casale Rionero fatto dal Tavolario Honofrio Tanga nell'anno 1642 a' 14 giugno, Napoli, Laurenziana, 1988, p. 11.

domenica 2 settembre 2018

Personaggi. 19a. Maria Luisa Ricciuti (Grazia Pastore)

Maria Luisa Ricciuti (Roma, 1919-2015) è stata una pittrice, scultrice e scenografa italiana, nata da una famiglia di origini lucane. 

Gli anni della formazione artistica
Già in tenera età viene educata all'arte dal padre Giuseppe, medico con la passione dell'arte e della fotografia, descritto da Lucio Luccioni un "delicato e preciso acquarellista"[1]. Nonostante ciò, quando nel 1943 Maria Luisa esprime la volontà di iscriversi al Liceo Artistico di Roma, non ha dai familiari l'entusiasmo che si attendeva, auspicando per lei un percorso di studi più "concreto" e adatto ad una donna, per di più apparente alla borghesia. Ma lei procede nel suo intento e, dopo il liceo, si dedica agli studi accademici, entrando nella temperie artistica romana, in un periodo di fermenti legati all'astrattismo.[2]. 

Entra a Roma nei cenacoli di giovani intellettuali ed artisti, tra cui casa Costabile dove, con la scultrice Delia Costabile, frequenta Giandomenico Giagni, Michele Parrella, Mino Minola, Edoardo Trillo. Frequenti sono anche i suoi contatti con gli intellettuali e gli artisti di Potenza, città dove espone con Maria Padula, nell'ottobre del 1953, in una Collettiva di 85 opere organizzata da un comitato diretto da Pietro Valenza, segretario del Partito Comunista Italiano inviato a Potenza dalla direzione del partito. Nella mostra, che per la prima volta metteva a confronto esperienze artistiche lucane con quelle di altre regioni e correnti artistiche, Maria Luisa espone due monotipi, accanto ai dipinti di Carlo Levi, Renato Guttuso, Giuseppe Antonello Leone, e ai lucani Italo Squitieri, Michele Giocoli, Mauro Masi, Remigio Claps, Francesco Ranaldi, Rocco Falciano. Con il matrimonio e la nascita dei due figli la sua attività di pittrice viene temporaneamente sospesa; riprenderà negli anni settanta, dopo aver partecipato ad una personale nel 1965 alla Galleria Schneider, in un periodo fecondo per le istanze femministe che si intrecceranno con la sua poetica. 

I simboli della sua poetica 

Fin dall'inizio la sua arte è caratterizzata da una grammatica espressiva ironica e dissacrante e da un immaginario fantastico, così descritto da Giorgio Di Genova ed Elio Mercuri: 

« Negli abissi del suo io, certo, convivono strani ibridi antropomozoomorfi (Il sipario del piacere) o antropofitomorfi (Apollo e Dafne), nei quali non è difficile cogliere simbologie sia del maschile che del femminile, com'è anche nei "grilli" ideati dal grande Hieronymus Bosch, artista con il quale, assieme a De Chirico, Ernst, e forse Clerici mi sembra l’Es della Ricciuti si senta maggiormente in sintonia. Tutta la sua opera dice sempre "altro" (e di più) di ciò che mostra. Per questo affascina ed allarma allo stesso tempo, come sempre accade quando ci si trova di fronte alle confessioni di qualcuno che mette il proprio cuore, tutto il proprio cuore, a nudo.[3] » 

« La ricerca di Maria Luisa Ricciuti è una intensa e tesa, nonostante l’intenzione dissacrante, canzonatoria e ironica, approssimazione alla dimensione dimenticata dell’esistenza; un voler rendere espliciti i meccanismi della psiche, la struttura segreta della nostra immagine, che appartiene ormai, come ogni opera, non più alla sfera dell'object réel ma all'altra, sfuggente e indefinibile dell'«object de connaissance». È il suo affondo, che apre quella sotterranea realtà, dove come in un gioco di specchi, l'archetipo, l'immagine e il simbolo si compenetrano in una percezione lucida e lacerante.[4] » 

Attività artistica 

Palmarosa Fuccella definisce l'arte di Maria Luisa Ricciuti "totale": 

«pittrice, scultrice, scenografa (ha collaborato con Gae Aulenti in alcuni importanti allestimenti, in teatro lavora con Carmelo Bene, Béjart e Robert Wilson, nel 1994 le viene assegnata la targa d'oro per la scultura dalla rivista "Arte" di Mondadori) esce dal suo animato atelier per popolare spazi urbani, teatri, giardini (...) Con la mostra "Animalità" Maria Luisa Ricciuti entra nel Museo Civico di Zoologia di Roma, per raccontare il suo fantastico universo zoomorfo, fatto di dipinti, sculture, pietre»[5]. 

Il poeta Dario Bellezza ha descritto questo universo fantastico «un rituale, un gioco al massacro fatto con una laica pietas che mi ha subito coinvolto».[6] Nell'aprile 2011 Maria Luisa Ricciuti espone per la prima volta in Basilicata, presso il Museo Archeologico Provinciale, con la personale di pittura e scultura La donna e il mito della differenza, iniziativa inserita nell'ambito della XIII Settimana della Cultura Basilicata, promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. In occasione della sua morte, nel novembre del 2015, tra le attestazioni di stima si segnala quella della Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS) che ne riconosce la rilevanza nell'ambito artistico (collaborazioni, premi e riconoscimenti) oltre che la vicinanza alle istanze di tutela degli Autori con la sua collaborazione con l'Unione Nazionale Scrittori e Artisti UIL e la realizzazione di opere grafiche poi confluite in diversi testi letterari (Einaudi, Révue d’Histoire Littéraire de la France, Carte segrete, Il Caffé di Vicari e Metaphorein). 


Note 

1. L. Luccioni, I Ricciuti a Potenza, Rionero in Vulture (Pz) 2006, p. 60. 
2. P. Fuccella, Generazioni di artiste. Tracce per una mappa dell'arte delle donne in Basilicata", Lagonegro (Pz) 2010, passim
3. G. Di Genova, Le scene del profondo di Maria Luisa Ricciuti, in Aa.Vv., Maria Luisa Ricciuti, Roma 1990, pp. 5-9. 
4. E. Mercuri, Nota, in Maria Luisa Ricciuti, cit., p. 20. 
5. P. Fuccella, Generazioni di artiste..., cit., pp. 27-28. 
6. Maria Luisa Ricciuti, Animalità, catalogo della mostra tenuta al Museo Civico di Zoologia di Roma, 2002. 

Bibliografia 

G. Di Genova, M. Lunetta, E. Mercuri et al., Maria Luisa Riccuti, Roma 1990. 
L. Luccioni, I Ricciuti a Potenza, in La Borghesia tra Ottocento e Novecento in Basilicata. Storie di famiglia, Rionero in Vulture 2006. 
P. Fuccella, Generazioni di artiste. Tracce per una mappa dell’arte delle donne in Basilicata, in Le donne nella storia della Basilicata, a cura di M. Strazza, Lagonegro (PZ) 2010, pp. 15-51. 

giovedì 30 agosto 2018

La Basilicata contemporanea. 22. Francesco Saverio Nitti

Nitti nacque a Melfi (Potenza), il 19 luglio 1868 da Vincenzo e da Filomena Coraggio. La famiglia aveva salde convinzioni antiborboniche e democratiche. Compiuti i primi studi nel paese natale, frequentò il ginnasio a Melfi e il liceo a Napoli, dove si trasferì nel 1883. Conseguì la laurea in giurisprudenza nel 1890 nell’Ateneo partenopeo, in cui entrò in contatto con docenti prestigiosi come Federico Persico (diritto amministrativo), Giorgio Arcoleo (diritto costituzionale) e Francesco Scaduto (diritto ecclesiastico). Grazie a queste amicizie influenti e a quelle del padre (soprattutto Giustino Fortunato ed Ettore Ciccotti) da studente universitario avviò un’intensa attività giornalistica nel Corriere di Napoli e come corrispondente della Gazzetta Piemontese, e dal 1892 trovò ampio spazio di collaborazione sul Mattino, il nuovo quotidiano fondato da Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao.
La precocità intellettuale di Nitti si manifestò nel primo libro, pubblicato da Roux a Torino nel 1888, L’emigrazione italiana e i suoi avversari, nel quale sostenne la necessità di una legislazione favorevole ai flussi migratori verso l’estero come via d’uscita dall’arretratezza e dalla miseria di milioni di contadini oppressi «dalla cattiveria e infingardaggine delle classi dirigenti». Schierato sulle posizioni del germanesimo economico, applicò lo stesso ‘metodo positivo’ nella monografia Il Socialismo cattolico (edita da Roux, 1891) che intendeva dar conto del grande successo delle ideologie socialiste tra le masse popolari europee, dall’anarchismo al marxismo fino alle varianti del cattolicesimo. Parallelamente all’attività pubblicistica, intraprese con successo la carriera accademica, con la nomina a professore pareggiato di economia e legislazione agraria presso la Scuola superiore d’agricoltura di Portici. Nello stesso tempo fu cooptato dal ministro Pietro Lacava nella Commissione per la modifica dei contratti agrari, dove insieme al socialista e storico del diritto Giuseppe Salvioli assunse posizioni progressiste per un intervento dello Stato in grado di ‘umanizzare’ i rapporti di lavoro nelle campagne e ridurre il peso della rendita fondiaria parassitaria.
Rilevante per Nitti fu, nel 1894, la fondazione della rivista La Riforma sociale, di cui assunse la direzione su incarico dell’editore e deputato giolittiano Luigi Roux. In chiara antitesi con Il Giornale degli economisti, che nelle mani di Antonio De Viti De Marco e Maffeo Pantaleoni diffondeva le teorie liberiste aggiornate dal marginalismo di Léon Walras, il periodico accolse studiosi di diversa estrazione ma accomunati dal metodo positivo dell’analisi sul campo e dal dialogo scientifico tra liberalismo progressista e socialismo riformatore. Gli anni di fine secolo segnarono tappe decisive nella carriera accademica e nella vita privata di Nitti: nel 1895 perse il concorso a ordinario di economia politica a Napoli a vantaggio di Pantaleoni, il che guastò i rapporti con Loria (presidente della commissione giudicatrice), ma tre anni dopo ebbe la cattedra di scienza delle finanze. Nel 1898 sposò Antonia Persico, figlia dell’illustre giurista cattolico Federico e della marchesa Barbara Cavalcanti; dal matrimonio nacquero cinque figli.
Nel 1900 il Reale Istituto di incoraggiamento di Napoli pubblicò Il bilancio dello Stato dal 1862 al 1896-97. Prime linee di un’inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e delle spese pubbliche in Italia, che Roux diede alle stampe in un’edizione divulgativa (Nord e Sud). La sua originale progettualità non fu destinata al limbo delle ipotesi teoriche, ma si tradusse con eccezionale rapidità nella legge del 31 luglio 1904 voluta dal governo Giolitti e affidata alla consulenza tecnica di Nitti.
Quando, nel novembre 1904, Nitti entrò in Parlamento come deputato del collegio di Muro Lucano aveva 36 anni ed era un protagonista della vita politica italiana, diviso tra le attività di docente universitario, avvocato, pubblicista e membro del Consiglio superiore della Pubblica Istruzione. Alla Camera si collocò nel gruppo radicale di opposizione, un ‘partito’ molto eterogeneo sul piano politico e ideologico, perché vi convivevano il protezionismo di Napoleone Colajanni e il liberismo di De Viti De Marco. Lo stesso Nitti, tuttavia, non era antigiolittiano per principio, anzi mostrò rispetto per Giolitti, con cui aveva collaborato fattivamente nella stesura della legge per Napoli.
Il ruolo di Nitti deputato meridionalista emerge soprattutto nella Commissione parlamentare d’inchiesta, istituita nel 1906, sulle condizioni dei contadini del Sud. Rispetto ai problemi legati all’industrializzazione di una grande città come Napoli, qui si trattava di studiare ‘il lato agricolo’ della questione meridionale e le connessioni profonde tra territorio e ambiente, tra montagna e pianura, tra interno e costa. Nitti fu nominato responsabile della Sottocommissione per la Basilicata e la Calabria con la consulenza tecnica di Eugenio Azimonti. Insieme al collega deputato e amico Antonio Cefaly nel triennio 1907-09 battè palmo a palmo campagne e paesi di quattro province (Potenza, Cosenza, Catanzaro, Reggio) interrogando personalmente migliaia di contadini, amministratori locali, funzionari statali ed esperti.
Nel marzo 1911 Nitti entrò come ministro di Agricoltura, industria e commercio nel ‘lungo ministero’ Giolitti. Ebbe così l’occasione di applicare i provvedimenti caldeggiati nell’Inchiesta. Prerequisito indispensabile restava però la riorganizzazione del dicastero, che era stato spogliato di competenze, privo di fondi adeguati e con una burocrazia insufficiente e impreparata. Dal più efficace assetto organizzativo della macchina amministrativa prese le mosse l’intensa produzione legislativa del 1912-13, che abbracciò la riforma dell’istruzione tecnico-professionale, l’ordinamento delle Borse di commercio, la creazione dell’Ispettorato del lavoro, il trasferimento del Corpo delle foreste dalle province allo Stato, il nuovo profilo giuridico delle cattedre ambulanti d’agricoltura, i provvedimenti contro la fillossera e le malattie arboree, il finanziamento dell’edilizia popolare. Buona parte dell’impegno ministeriale di Nitti si concentrò nella legge che fondò l’INA come ente pubblico nel settore assistenziale e delle pensioni operaie.
L’altro grande obiettivo dell’azione ministeriale di Nitti riguardò lo sviluppo del Mezzogiorno. Nel 1911 erano ripresi i lavori per la costruzione dell’impianto idroelettrico del Volturno, e nel 1914 si completarono la centrale e il serbatoio artificiale di Muro Lucano, collegio elettorale di Nitti, il primo impianto realizzato in applicazione della legge 21 marzo 1912 sui bacini montani: il ‘lago Nitti’ (così allora denominato) consentì il recupero di una zona appenninica fra le più povere ad opera della Società lucana per imprese idroelettriche, controllata dalla Società meridionale di elettricità (SME). In collaborazione col collega dei lavori pubblici, Ettore Sacchi, nel 1912 Nitti elaborò un disegno di legge allo scopo di agevolare la costruzione di laghi artificiali nelle regioni meridionali, che sarebbe diventato esecutivo soltanto nel primo dopoguerra. Pur di accelerare i tempi si fece allora promotore di un’altra legge speciale, approvata nel luglio 1913, per la costruzione di un sistema multiplo di invasi artificiali sul Tirso in Sardegna e sul Neto nell’altipiano silano.
Escluso dalla compagine ministeriale dopo la formazione del governo Salandra (5 novembre 1914), Nitti rimase appartato dalla scena politica allo scoppio della Grande Guerra. Inizialmente assunse un atteggiamento neutralista, ma ben presto la consapevolezza dell’impossibilità per l’Italia di restare isolata lo convinse a sostenere le ragioni dell’alleanza con le potenze dell’Intesa e con gli Stati Uniti, garanti degli approvvigionamenti di petrolio, grano e carbone.
Le dimissioni di Paolo Boselli in seguito alla sconfitta militare di Caporetto riportarono, nell’ottobre 1917, Nitti al governo nel delicato incarico di ministro del Tesoro nel gabinetto di unità nazionale presieduto da Vittorio Emanuele Orlando. Di fatto controllò da quella posizione-chiave tutti gli altri dicasteri e la complessa macchina dell’economia di guerra, diretta con piglio deciso e mano sicura per riorganizzare l’esercito, la finanza pubblica e la produzione bellica.
Alla fine di giugno del 1919 Nitti fu incaricato dal re di formare un nuovo ministero. Come presidente del Consiglio Nitti si pose l’obiettivo prioritario di una rapida smobilitazione militare e del risanamento del bilancio statale gravato dagli enormi debiti di guerra, allo scopo di riconvertire il sistema produttivo a un’economia di pace.
Battuto nel maggio 1920 alla Camera per una questione procedurale, Nitti riuscì a ricostituire il ministero e assunse la decisione impopolare di abolire il prezzo politico del pane (da lui stesso introdotto) come misura indispensabile per contenere il disavanzo statale. Attaccato dalle opposizioni e abbandonato da gruppi consistenti della sua maggioranza, a giugno fu costretto a dimettersi, sostituito dall’anziano Giolitti, che non sarebbe stato capace di evitare il crollo dello Stato liberale. Le elezioni del 1921, caratterizzate dai ‘blocchi nazionali’ con l’inserimento dei fascisti, registrarono un duro scontro tra Giolitti e i candidati nittiani, che furono vittime di brogli e violenze con la collusione dei prefetti.
Isolato nella sua villa di Acquafredda a Maratea, Nitti stese quell’estate il saggio L’Europa senza pace (subito pubblicato dall’editore fiorentino Bemporad) col quale criticò aspramente i trattati di Parigi, secondo lui condizionati dall’aggressivo spirito di revanche della Francia e destinati a prolungare lo stato di guerra senza una radicale revisione delle loro inique clausole sulle riparazioni e sui confini. Le tesi esposte coincidevano largamente con quelle di John M. Keynes: non a caso, Le conseguenze economiche della pace era stato tradotto in Italia quell’anno con una prefazione del ‘fedelissimo’ Vincenzo Giuffrida. Sempre nel ritiro di Acquafredda vide la luce La decadenza dell’Europa (Firenze 1922), uno scritto ricco di lucide e amare considerazioni sull’anarchia delle relazioni fra gli Stati europei che richiamava la caduta dell’Impero romano. Nell’estate-autunno del 1923, a completamento della trilogia dedicata alla crisi post-pubblica, Nitti consegnò all’editore Gobetti di Torino La tragedia dell’Europa. Che farà l’America?, rivolto soprattutto ai lettori americani per spingere il governo degli Stati Uniti ad abbandonare la linea neoisolazionista e a intervenire contro l’espansionismo francese, che rischiava di provocare una seconda guerra mondiale. Questa iperattività pubblicistica gli valse ampi riconoscimenti internazionali e per tre anni (1922-24) una proposta di candidatura al premio Nobel per la pace, che non ebbe successo per l’aperta ostilità della Francia e dei numerosi nemici interni (dai giolittiani alla destra nazionalista e fascista).
Lontano per due anni dalla capitale e dai palazzi del potere, Nitti sottovalutò i nuovi partiti di massa e i caratteri totalitari del movimento fascista, cadendo nell’errore di Giolitti e avviando illusorie trattative con D’Annunzio e Mussolini per la formazione di un governo di ‘concentrazione nazionale’. Criticato dall’amico Giovanni Amendola per questa sua iniziale cedevolezza (comune del resto a tanta parte del mondo liberale), dopo la marcia su Roma Nitti comprese che il regime non avrebbe tollerato il protagonismo politico di un capo democratico e pacifista come lui. Quando nel novembre 1923 rientrò a Roma con la famiglia dovette assistere inerme alla devastazione della sua casa a opera di alcune centinaia di camicie nere su disposizioni di Cesare Rossi e dello stesso Mussolini. Nel giugno 1924 l’intero nucleo familiare si trasferì quindi a Zurigo. E dopo il discorso alla Camera di Mussolini del 3 gennaio 1925, che inaugurava la ‘dittatura a viso aperto’ del fascismo, Nitti indirizzò una lunga lettera a Vittorio Emanuele III per sottolineare le connivenze della Corona con un regime liberticida.
Furono parole destinate a restare inascoltate. Il fascismo trionfante anzi lo licenziò dall’Università. Ormai convinto dell’impossibilità di un prossimo rientro in Italia, nel gennaio 1926 Nitti si rifugiò a Parigi. Nel ventennale esilio a Parigi le vicende private s’intrecciarono strettamente con quelle pubbliche. Problemi di lavoro e di salute avevano scandito la vita dei suoi figli: Giuseppe si trasferì a Buenos Aires per esercitare l’avvocatura ma tornò deluso, nel 1934, per fare il corrispondente di testate argentine; Luigia, apprezzata studiosa di lingue indiane e attivista antifascista, senza il consenso paterno sposò nel 1937 un operaio repubblicano già confinato a Lipari e due anni dopo morì per embolia post partum; Vincenzo, dopo aver lasciato Giustizia e Libertà, diventò nel 1932 amministratore delegato di una società francese che coltivava miniere d’oro in Iugoslavia e Bulgaria, ma lì s’ammalò gravemente e morì nel 1941; Federico, ricercatore medico all’Istituto Pasteur, contro la volontà di Nitti sposò nel 1938 Giuliana Cianca (figlia del direttore del Mondo, esule anch’egli in Francia) e fu il terzo figlio a premorire al padre, nel 1947; Filomena, infine, sposò un giornalista ebreo d’origine polacca e lo seguì a Mosca nel 1935, ma il matrimonio presto finì e al suo rientro a Parigi divorziò. L’amatissima moglie, Antonia, ammalatasi gravemente, sarebbe morta a Roma nel 1948.
Dolori e tragedie familiari segnarono fortemente Nitti, ma non ne intaccarono la robusta fibra. Quando Hitler, nel settembre 1939, invase la Polonia scatenando la seconda guerra mondiale, Nitti mise da parte l’antifascismo pur di concorrere alla salvezza della Patria e scrisse a Mussolini un’argomentata relazione in cui gli consigliava di abbandonare la Germania che aveva tradito il Patto di Monaco e di schierarsi a fianco di Francia e Inghilterra. Con la caduta del fascismo, pensando di offrire la propria disponibilità per la restaurazione della democrazia scrisse al re e al generale Pietro Badoglio, ma il 30 agosto 1943 i nazisti lo prelevarono nella casa parigina per internarlo, insieme con gli ex presidenti francesi Édouard Daladier e Paul Reynaud, in una località tirolese da dove fu liberato dalle truppe francesi solo il 2 maggio 1945. La drammatica esperienza della deportazione fu raccontata nel Diario di prigionia (pubblicato postumo, Bari 1967), mentre gli scritti di quel periodo comparvero nel col titolo Meditazioni dall’esilio (Napoli 1947).
Al rientro nell’Italia liberata si trovò però lontano dagli ideali della Resistenza e dalla nuova dimensione dei partiti di massa. Il suo discorso al teatro S. Carlo di Napoli, nell’ottobre 1945, si risolse in un aspro attacco al movimento partigiano, al Comitato di liberazione nazionale, ai sei partiti che lo componevano, al governo Parri. Rientrato in servizio come ordinario di Scienza delle finanze su proposta del ministro e suo allievo Vincenzo Arangio Ruiz, a 77 anni si schierò nel Partito liberale sulle posizione di Benedetto Croce, Vittorio Emanuele Orlando e Luigi Einaudi e fu eletto, nel giugno 1946, all’Assemblea costituente, restando però escluso (con vivo disappunto) dalla Commissione dei 75 che predispose il testo della Costituzione repubblicana. Grazie ai buoni rapporti con Pietro Nenni e Palmiro Togliatti, il capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola pensò di affidargli l’incarico per la formazione del governo nel gennaio 1947, in seguito alla crisi provocata dalla scissione socialdemocratica di Giuseppe Saragat. De Gasperi riuscì nella circostanza a ricostituire la maggioranza, ma dovette gettare la spugna nel mese di maggio al rientro dal viaggio negli Stati Uniti, quando si ruppe il rapporto con i partiti di sinistra. Nitti ottenne formalmente l’incarico da De Nicola, ma l’ostilità della Democrazia cristiana e dei partiti minori fece fallire il tentativo, aprendo la strada al governo centrista De Gasperi - Einaudi.
Rieletto in Parlamento, votò nel 1949 contro l’adesione dell’Italia al Patto atlantico considerato un’alleanza militare pericolosa per la pace, pur restando favorevole agli aiuti americani del Piano Marshall. Rimase politicamente attivo fino all’ultimo, e nel 1952 capeggiò con successo il ‘listone’ di sinistra per le elezioni amministrative di Roma.
Ebbe ancora il tempo di correggere le bozze della sua ultima fatica, Meditazioni e ricordi (Milano 1953), quando un’influenza degenerata in broncopolmonite lo portò alla morte a Roma il 20 febbraio 1953.

FONTE: Voce di G. BARONE, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2013, vol. 78 (con tagli).

domenica 26 agosto 2018

Il Mezzogiorno moderno. 5a. La Costituzione del 1820-21 (Antonio Cecere)

Nell'ambito dell'ondata di costituzionalismo di tutta Europa negli anni Venti dell'Ottocento, l'esperienza napoletana rappresenta una importante peculiarità. 
Prima di parlare, però, della carta costituzionale del regno delle Due Sicilie del 1820, è necessario porre alcune premesse ed andare indietro con il calendario di alcuni anni. 
Nel 1812, infatti, in quel di Cadice, venne approvata una carta costituzionale che de facto fu alla base di tutte le costituzioni che imperversarono in Europa nei cosiddetti moti del 1820/21 e che lasciarono trascorrere al garante dell'ordine post congresso 1815, il cancelliere Metternich, notti insonni. Le Cortes, i parlamenti, nel 1812 in Spagna, riunitisi a Cadice, unica terra ancora in mano spagnola durante la occupazione della penisola iberica da parte del regime napoleoCortes ed erano coordinati da un Consiglio di Stato i cui membri erano scelti dal sovrano su proposta delle Cortes. Il potere legislativo era in mano ad un parlamento monocamerale (ovvero le Cortes) e la religione cattolica era l'unica religione dello Stato.  
nico, proclamarono la prima costituzione liberal-democratica della storia. Certo, ci viene da pensare che al tempo vi erano già state delle repubbliche democratiche come Venezia ma, credo che una repubblica democratica oligarchica come la serenissima rappresenti quasi un ossimoro in questi anni di palingenesi. La Costituzione di Cadice riconosceva una monarchia ereditaria in cui il re aveva potere esecutivo, che veniva esercitato attraverso i Segretari (Ministri), i ministri erano di nomina regia, ma il loro numero era stabilito dalle
In aggiunta a questi punti specifici, altri di particolare rilevanza, erano ripresi dalla carta costituzionale francese del 1791. In primo luogo, l re spettava diritto di veto sulle leggi votate dalle Cortes (questo diritto in Francia era molto più rigoroso poiché lo stesso «non può applicarsi né alle leggi costituzionali, né alle leggi fiscali, né alle deliberazioni concernenti la responsabilità dei ministri» che possono essere messi in stato d'accusa dall'Assemblea, alla quale rimaneva invece il controllo sulla condotta degli Affari Esteri del capo dello Stato. Il sovrano non poteva sciogliere l'Assemblea, né dichiarare guerra, né firmare trattati di pace). Inoltre, la sovranità non era più attribuita al re ma alla Nazione. Ancora, il suffragio era ristretto ma non su base censitaria come in Francia (1791) [A Napoli sarà su base censitaria]. 
La costituzione spagnola del 1812 durò poco; con la caduta di Napoleone e la Restaurazione, Ferdinando VII di Borbone riprese il possesso del trono e annullando la costituzione, perseguitò aspramente chi l'aveva concepita.  
L'esperienza costituzionale che durò solo nove mesi nel Regno delle Due Sicilie, fu tutt'altro che una esperienza di poco conto.  A differenza della costituzione di Cadice, che era stata per la prima volta votata e promulgata da un organo parlamentare, di cui è praticamente una copia, la costituzione duo siciliana del 1820, è una costituzione ottriata. Composta da 371 articoli e divisa in 10 titoli, riassume in se tratti del tutto innovativi se applicati in un contesto particolarissimo come quello del Mezzogiorno d'Italia; basti pensare al fatto che per la prima volta è prevista una organizzazione della pubblica istruzione sull'intero territorio del regno attraverso scuole elementari che, istituite in ogni comune, insegnano a leggere, scrivere e conteggiare.  
Art. 353 - In ogni comune del regno ci saranno delle scuole elementari per fanciulli dell'uno e dell'altro sesso; verrà loro insegnato a leggere, scrivere e conteggiare, non che il catechismo de' doveri religiosi e civili, secondo i principii della religione cattolica. Le fanciulle saranno ancora ammaestrate alle arti domestiche.  
Nelle scuole verrà spiegata la costituzione: 
Art. 355 - Il piano generale di insegnamento sarà uniforme in tutto il regno. In tutte le università e stabilimenti di pubblica istruzione, dove s'insegnano le scienze politiche ed ecclesiastiche, si darà il primo luogo allo spiegamento della costituzione politica.  
Ogni cittadino gode della libertà di scrivere e pubblicare le sue idee senza bisogno di autorizzazione preventiva:  
Art. 358 - Ogni nazionale del regno delle Due Sicilie ha la libertà di scrivere, imprimere e pubblicare le sue idee senz'aver bisogni di licenza, revisione i approvazione anteriore, ma sotto la responsabilità che le leggi determineranno.  
A queste novità va aggiunta la ridefinizione del territorio delle Due Sicilie diviso ora in 22 province di cui 15 nel territorio Peninsulare (sotto Carlo di Borbone ne erano 12) e 7 in quello dell'Isola di Sicilia.  Importanti sono gli articoli 3 e 4 che trasferiscono la sovranità dal re al popolo e proteggono la libertà civile: 
Art. 3 - La sovranità risiede essenzialmente nella nazione: e perciò a questa appartiene il diritto esclusivo di stabilir le sue leggi fondamentali  
Art. 4 - La nazione è nell'obbligo di conservare e proteggere con leggi savie e giuste la libertà civile, la proprietà, gli altri legittimi diritti di tutti gli individui che la compongono.  
Vengono in seguito definiti con l'art. 5 i nazionali del regno, tra i quali tutti gli uomini nati e domiciliati nel regno medesimo e figli di essi; gli stranieri che dal parlamento abbiano ottenuto il decreto di nazionalità; coloro che senza questo decreto contino 10 anni di domicilio, a termini della legge, in qualsivoglia luogo appartenente alla monarchia.   
Segue il capitolo II in cui si sancisce la religione di stato riportando testualmente che «la religione della nazione del regno delle Due Sicilie è, e sarà perpetuamente la cattolica apostolica e romana, unica vera, senza permettersene alcun'altra nel regno».  
Per ciò che concerne il governo è stabilito nel capo III con gli articoli:  
Art. 14 - Il governo delle nazione del regno delle Due Sicilie è una moderata monarchia ereditaria  
Art. 15 - La potestà di far le leggi risiede nel parlamento col re (parlamento unicamerale eletto ogni 2 anni con suffragio su base censitaria. Il Parlamento esercita anche funzioni che erano prerogative del Re: decide le contribuzioni e le imposte, stabilisce il valore della moneta, approva i trattati di alleanza offensiva e di commercio e fissa i contingenti militari).  
Art. 16 - La potestà di far eseguire le leggi risiede nel re (è esercitato dal re attraverso Ministri di nomina regia responsabili di fronte al Parlamento per atti contrari alla costituzione e alle leggi).  
Art. 17 - La potestà di applicare le leggi alle cause civili e criminali risiede ne' tribunali fissati dalla legge ( la giustizia è amministrata, in nome del Re, da Magistrati di nomina regia che non possono essere destituiti se non dopo un regolare giudizio ). 
Non deve essere trascurato che con il capitolo VII del Titolo IV viene istituito un Consiglio di Stato composto da «ventiquattro individui» come stabilito dall’articolo 221 e «tutti i consiglieri di Stato saranno nominati dal re in seguito delle proposte che ne farà il parlamento» [art. 223]. Con l’articolo 226 se ne stabilisce il compito: «il consiglio di Stato è l’unico consiglio del re: egli ne udirà il parere in tutti gli oggetti gravi di governo, segnatamente per dare o negar la sanzione alle leggi, per dichiarare la guerra, e per istipulare i trattati». 
Non di minore importanza l’Art . 13 – L’oggetto del governo è la felicità della nazione; non essendo altro lo scopo di ogni politica società, che il ben essere di tutti gli individui che la compongono.  
Il diritto alla felicità non è nuovo in ambito costituzionale. Non può che venirci in mente quello sancito dalla costituzione americana che, se indagato nel suo intimo, ha una matrice napoletana. Questo, infatti, può essere spiegato alla luce della corrispondenza avvenuta tra il giurista e filosofo Gaetano Filangieri ed uno dei padri costituenti della nazione Americana Benjamin Franklin circa l’opera del napoletano “La scienza della legislazione” in cui veniva, per l’appunto, declinato il diritto alla felicità dei popoli. Deve essere tenuto costantemente presente il concetto di Nazione che, in questo periodo, è lo stesso ritrovato già nella carta costituzionale francese del 1791 e nella costituzione di Spagna del 1812 e cioè gruppo di soggetti che sentono di condividere un destino comune per tradizione di vita associata formatasi per una comunanza di elementi, come razza, religione, territorio, lingua.  

giovedì 16 agosto 2018

Il "Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli" di Lorenzo Giustiniani

Molto spesso abbiamo citato, nel corso di questi anni, il Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, un’opera fondamentale, in 13 tomi e 11 volumi, data alle stampe a Napoli tra il 1797 e il 1816, per gli editori Vincenzo Manfredi e Giovanni de Bonis,da Lorenzo Giustiniani, avvocato napoletano vissuto a cavaliere dei secoli XVIII e XIX. Nato nel 1761, dopo avere approfondito le conoscenze sui classici della giurisprudenza e conseguita la laurea, Giustiniani esercitò con successo l'avvocatura, ma poi si dedicò alla pubblicazione della sua prima opera, le Memorie istoriche degli scrittori legali del Regno di Napoli (I-III, Napoli 1787-88, con dedica al marchese S. Patrizi, caporuota del R. Consiglio). Nel 1793 aveva pubblicato la Biblioteca storica e topografica del Regno di Napoli (1793; nuova edizione accresciuta, 1822), vasta rassegna delle pubblicazioni su storia e topografia del reame, e il Saggio storico-critico sulla tipografia del Regno di Napoli (1793; 2ª ed., 1817).
I lavori editi nel 1793 furono propedeutici alla sua opera più innovativa e impegnata, appunto il Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli (I-X, Napoli 1797-1816). Si tratta di un repertorio degli insediamenti (volumi I-X) e degli elementi naturali («fiumi, laghi, fonti, golfi, monti, promontorj, vulcani, e boschi», precisa l’autore a pagina 1 del tomo XI, volumi XI-XIII) del Mezzogiorno continentale, riportati in ordine alfabetico.
Di ciascuna emergenza geografica, antropica e naturale, l’autore fornisce l’ubicazione e una breve descrizione; degli insediamenti traccia anche un profilo storico e riporta anche notizie relative allo status giuridico-amministrativo, alla provincia di appartenenza, alla diocesi, agli elementi tipici del territorio e dell’economia, all’evoluzione demografica secondo uno schema standardizzato ma al contempo flessibile, che può occupare poche righe o intere pagine, a seconda della quantità di informazioni recuperate attraverso l’osservazione diretta dei luoghi e la consultazione indiretta delle fonti.
Di seguito i link ai volumi disponibili in rete:
Volume 7
Volume 8

Paesi lucani. 41c. 3. Atella nel 1642

La Terra di Atella stà situata nella Provincia di Basilicata, distante dalla Città di Napoli capo del Regno per la strada di Avellino, P...