mercoledì 6 dicembre 2017

Dottorato di Ricerca. Venti anni di attività scientifico-didattiche. Realtà e prospettive (Potenza, 6 dicembre 2017)

Far perno sulla ricerca, per sensibilizzare l’insieme dei soggetti istituzionali: sviluppo e innovazione risultano parole vuote, se non si fa perno sulla ricerca. È quanto emerso dall’incontro che ha ricordato, a Potenza, il 6 dicembre 2017, i venti anni del Dottorato di Ricerca del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi della Basilicata, a Potenza. L’incontro, moderato dal Direttore del Dipartimento, Paolo Augusto Masullo, ha tirato un bilancio dei vent’anni e focalizzato le aspettative per il futuro nel rap-porto autonomo e parallelo tra UniBas e Regione Basilicata, nella prospettiva di rendere fruibili le compe-tenze e le professionalità prodotte dal Dottorato. 
La Magnifica Rettrice UniBas, Aurelia Sole, ha esordito ricordando che il dottorato ha più di 100 dottori di ricerca e 23 nei cicli attivi; forte legame con il territorio, ma con molte iniziative anche internazionali; è un dottorato attrattivo, a fronte del solo 36% degli studenti UniBas che vi si iscrivono. Oggi, tra l’altro, con due borse di Dottorato Industriale, per la prima volta anche questo campo umanistico fa trasferimento di conoscenze e competenze. Il valore della formazione del Dottorato è di tipo aggiuntivo, perché dovrebbe ritrovare all’esterno il riconoscimento dovuto, a fronte di una grande apertura delle amministrazioni locali, a partire dalla stessa Regione Basilicata, che lavorerà con UniBas per il trasferimento delle conoscenze tramite la sua agenzia T3. 
Antonio Lerra ha ricostruito la storia del Dottorato in discipline storiche e del suo gemello “linguistico” che, a fronte della penalizzazione attuata dal Governo nazionale sui piccoli e giovani atenei, ha registrato una fiorente attività. In effetti, Lerra ha parlato di una vera e propria «questione meridionale dell’università», una questione che l’iniziativa del 6 dicembre concorrerebbe a rilanciare anche oltre l’ambito accademico: il comparto dottorati, che dovrebbe rappresentare il terzo livello di formazione, con reali possibilità di accesso lavorativo, registra una realtà diversa e molto complessa, con impoverimento dell’offerta dottorale, specie nelle aree con tessuto socio-economico più fragile, senza possibilità di interventi di supplenza da parte dei privati. Cosicché, i tagli nell’offerta dottorale (diminuzione del 44,5% rispetto al 2013) si assommano a iniziative private che fruiscono di apporti politici, come afferma Lerra, e volte a formazioni “pseudouniversitarie”. In UniBas, a fronte degli 11 dottorati del 2012, è stato possibile, dal XXIX ciclo, attivarne solo uno per ogni Dipartimento, in numero di 5. Il Dottorato “storico” è comunque riuscito a mantenere l’offerta, nella consapevolezza del ruolo determinante dell’attività di ricerca dottorale che, come detto, dovrebbe costituire il terzo livello della formazione e connotarsi come formazione diffusa. In questo contesto, l’attuale Dottorato in Storia, culture e saperi dell’Europa mediterranea dall’antichità all’età contemporanea è fusione dei dottorati in Storia dell’Europa mediterranea dall’antichità all’età contemporanea, nacque nel XII ciclo, nel 1997, con tre borse, una delle quali fu risultato di una convenzione specifica tra UniBas e Amministrazione Provinciale di Potenza. Nei successivi quattro cicli, si proseguì tra due o tre borse, fino, al XVII ciclo, con otto borse fino al XX ciclo, per poi attestarsi a quattro/cinque borse fino al XXVIII ciclo: dal XII al XXVIII ciclo hanno conseguito il titolo 67 dottorandi, 25 dei quali provenienti da UniBas, gli altri da ben dodici atenei. Coordinatori del Dottorato, furono Antonino De Francesco, Aurelio Musi, Aldo Corcella, che diressero un Dottorato interuniversitario, con punte di nove atenei consorziati e che produsse una collana, «Europa Mediterranea», che pubblicò e valorizzò aspetti e problemi della più giovane ricerca. Il Dottorato in Lingua, testo e forme della scrittura, coordinato da Annamaria Andreoli, Carlo Vittorio di Giovine, Carlo Beretta, dal XVIII al XXVIII ciclo ha, invece, addottorato 26 dottori, 18 dei quali provenienti da UniBas. Nell’insieme, dunque, i due dottorati hanno prodotto 102 dottori di ricerca, 39 dei quali laureati in UniBas, ai quali vanno aggiunti 23 dottorandi tra XXXI e XXXII ciclo: un notevole patrimonio scientifico-culturale, dunque, nel quale solo il 30-40% ha avuto modo di continuare nel sistema universitario in modo strutturato, anche se i livelli di valutazione nazionale e internazionale sono positivi, in un Paese che continua ad affrontare in modo inadeguato il problema della disoccupazione d’eccellenza.
Aldo Corcella, come Coordinatore del “nuovo” Dottorato, ha esordito che il ventennale non vuole nascondere problemi e criticità di un impegno collettivo nel portare avanti la ricerca e la formazione. In realtà, come ha affermato, i problemi sono essenzialmente «di sistema»: tradizionalmente, infatti, l’Università italiana come d’élite formava ancora studenti di livello dottorale ma, a partire dagli anni No-vanta, con l’introduzione del terzo livello di formazione già citato da Lerra, anche UniBas si attivò nel Dottorato, con una parentesi, tra XIII e XV ciclo, di un dottorato in discipline classiche in collaborazione con Cassino. A fine anni Novanta ci si accorse che bisognava rimanere su un tipo di Dottorato di Ateneo, più che interuniversitario. Con il 2013, anno di grande svolta - in un sistema di accreditamento da parte di ogni Università in base ai requisiti dettati dal Ministero dell’Istruzione -, si indica come ogni dottorato debba avere un Collegio Docenti di almeno 16 docenti strutturati, con documentato livello di ricerca e sei borse per ciclo: ciò ha portato ad un vero e proprio dimezzamento dei dottorati italiani. Nei piccoli atenei, anche dove esistevano dottorati molto specializzati, con risultati di eccellenza, si crearono Dottorati più ampi, per concentrare le risorse di personale e di borse: in particolare, il nuovo Dottorato umanistico di UniBas ha compreso i settori scientifico-disciplinari più ampi. UniBas, ha evidenziato Corcella, ha risposto ad un’esigenza legislativa per non far perdere ai giovani una grande opportunità di formazione, sia pure in un contenitore più vasto, nella sfida dell’interdisciplinarietà: i dottorandi hanno imparato a tenere insieme settori diversi intorno a temi comuni, anche se l’ottica generalistica non può essere la risposta alle esigenze governative. In tutto ciò, ha detto Corcella, permane il paradosso secondo il quale il Dottorato, prima, formava futuri professori universitari, per poi diventare il luogo in cui fornire importanti esperienze da portare nella società; ma, a fronte delle restrizioni, la formazione si è ristretta, in ogni campo. Tuttavia, ha ammesso il Coordinatore, l’attrattività e l’apertura di questo Dottorato è quasi unica e, nel contempo, esso è un presidio culturale di prim’ordine da non togliere.
Pasquale Frascolla, già preside della Facoltà di Lettere e Filosofia ed attuale presidente della Commissione Ricerca, si è soffermato su alcune questioni emerse negli interventi precedenti, a partire da quella delle trasformazioni dei Dottorati in Italia e dei consorzi interuniversitari. Inoltre, Frascolla ha evidenziato come il Dottorato venga intrapreso già con il pensiero rivolto al “dopo”, di come andare avanti in un processo di formazione alla ricerca: il “demone” della ricerca, ha evidenziato, è insopprimibile, ma il punto è che la formazione, la stessa competitività, oggi è minata dal sorgere di dottorati generalistici, oltre al fatto che il rendimento “politico”, il consenso, della formazione di terzo livello è bassissimo: Frascolla, con toni pacati, ha recisamente evidenziato lo spreco di fondi pubblici per la formazione “sparsa”, a fronte dell’abbassamento degli stessi nella formazione seria. 
D’altra parte, a complemento, quasi, di quanto detto, l’intervento di Maria Anna Noto, una dei primi tre Dottori di Ricerca e attualmente docente strutturata nell’Università di Salerno. La Noto ha ricordato il per-corso epistemologico d’eccellenza del Dottorato, nel quale le proposte di casi di studio vengono inquadra-te in una prospettiva di tipo analogico: Tutto ciò per far «apprendere il mestiere», nel corso di diverse esperienze di studio, seminari, convegni, su alcuni filoni di ricerca nei quali i dottorandi furono attivamente coinvolti: temi importanti ancora oggi all’ordine del giorno, dalle forme della comunicazione politica ai processi di modernizzazione, dalle celebrazioni quali centenari e ricorrenze di eventi spartiacque, dalla Rivoluzione del 1799 al periodo napoleonico, dal democratismo al Risorgimento. Gli interventi specifici sono stati conclusi dalla dottoranda Alessia Araneo, rappresentante dei dottorandi nel consiglio del Dipartimento di Scienze Umane, che ha brevemente illustrato ruoli e incidenze della “forma Dottorato” in Italia e in Basilicata all’interno della pluralità di processi dell’attuale temperie. 
Infine, a chiusura dell'incontro, le riflessioni di Roberto Cifarelli, Assessore alle Politiche Produttive della Regione Basilicata, sul trend negativo di tipo socio-economico nella Basilicata attuale, che va ad aggiungersi alle direttive nazionali che danneggiano una regione definibile "a fallimento di mercato" e la cui amministrazione si rende conto che bisogna investire in infrastrutture e, in tale contesto, sull'infrastruttura culturale per eccellenza, l'UniBas, finanziata per dieci milioni di euro annui secondo una convenzione decennale. Ciò in una politica di ancoraggio dei giovani al territorio, in cui, inoltre, la Regione Basilicata va verso una nuova legge per il diritto allo studio, cercando di superare la precedente, datata al lontano 1978, con, ad esempio, finanziamenti legati agli studentati, sia a Potenza che a Matera, o al campus in inaugurazione nella primavera del 2018. Anche il tema dei Dottorati di Ricerca, ha affermato Cifarelli, è all'attenzione dell'amministrazione regionale, per la "spendibilità" del titolo nell'ambito dell'Istruzione e della Ricerca, che servono, dunque, a implementare sviluppo e innovazione del territorio lucano. Un impegno totale, dunque, almeno secondo quanto affermato dall'assessore, in un'alleanza strategica tra Regione e Università per poter dare una speranza possibile alla Basilicata. 

giovedì 23 novembre 2017

Opere dei Grandi Lucani online. 1. Giustino Fortunato



Dopo numerose risorse che abbiamo finora messo a disposizione di studenti e studiosi, nella nostra sezione Materiali didattici e nei Documenti, abbiamo deciso di offrire ai nostri lettori una scelta significativa delle opere più notevoli del "padre nobile" della politica lucana, Giustino Fortunato, con i relativi link. Riteniamo di aver compiuto una buona scelta e invitiamo i nostri followers a segnalarcene altre: 
Tre lettere inedite di Carlo Troya, intendente di Basilicata nel 1821, in "Bollettino napoletano", n. 9 (1879).

I Napoletani del 1799, Firenze, G. Barbera (1884).
Questioni ferroviarie, Roma, Tip. Nazionale di G. Bertero (1893).
Il 1799 in Basilicata: nota cronologica, in "Archivio Storico per le Provincie Napoletane", a. XXIV (1899), fasc. 2.
Avigliano ne' secoli XII e XIII, s.e., s.l., (1905).

- Il Mezzogiorno e lo Stato italiano. Discorsi politici, 1880-1910, vol. 1, vol. 2, Bari, Laterza, (1911).


Dopo la guerra sovvertitrice, Bari, Laterza, (1921).

Le ultime ore di Gioacchino Murat, in "Nuova antologia di lettere, scienze ed arti", Serie 6 (1925), v. 241, pp. 3-16.

giovedì 16 novembre 2017

Matera. 5b. La Cronaca di Matera di Verricelli (Margherita Gaudiano)

Come già detto in un post precedente, la Cronaca de la Città di Matera del 1595, scritta da Eustachio Verricelli, è un'opera notevole anche per quanto riguarda l'aspetto identitario. L'autore specifica che Matera, prima di essere nel Regno di Napoli, nel Ducato di Puglia e nel Principato di Taranto, appartiene alla Magna Grecia, insieme alla famosa Metaponto e porta il nome di Metheola (derivante dalla Torre Meteolana o Porta Meteolana, fondata da Metello Romano, vincitore della battaglia contro Taranto) e con la distruzione di Metaponto, Metheola cambia nome e viene chiamata Matera, cioè “mater erat”. Dicono che il nome Matera derivi da Metaponto ed Eraclea, cioè “met” ed “era”, e che il suo simbolo derivi dalle medaglie trovatesi nelle sepolture di Metaponto raffiguranti un bue con due spighe in bocca ed una corona sulle corna che rappresenta il privilegio che hanno avuto i re antichi. In seguito si sarebbe chiamata Acheruncia, sia per l'arcivescovo che Matera ha in comune con Acerenza (Cyrenza), che per la coincidenza con il fiume Acheron, come specificato successivamente.
In seguito, si passa alle vicissitudini storiche e politiche che ha attraversato Matera, prima con greci e saraceni e poi con normanni e svevi, seguiti da una serie di sovrano come Alfonso d'Aragona, Ferdinando il Cattolico, Carlo V e l'attuale re Filippo (1595).
Stando alle caratteristiche morfologiche del territorio, Matera è situata sopra un poggio molto alto con dei valloni altissimi e possiede un clima temperato grazie al quale la qualità della vita è abbastanza buona, anche se gli uomini sono di modesta statura e di robusta costituzione e le donne con bellezza mediocre e salute cagionevole.
Si scopre così l'incanto di Matera per le sue sorgenti con delle acque limpidissime e per le sue chiese poste sopra le grotte che trasmettono un fascino misterioso. Uno dei proverbi più noti è infatti che “li morti stanno sopra li vivi”. Riguardo al suo paesaggio, Matera è florida di casali con tracce di convivenza di popoli e di sepolture nelle grotte di chiese greche.
Matera possiede anche numerose botteghe artigianali di modesta qualità, ma anche delle efficienti mura difensive insieme ad un castello a tre torri, una centrale più grande, e le altre due laterali più piccole, sotto la sorveglianza del Conte Carlo Tramontano. Le gabelle da pagare riguardano non solo i beni essenziali come la farina, ma anche l'amministrazione dei luoghi pubblici, svolta dal portulano, che controlla e cura le infrastrutture urbane. Vi sono inoltre le gabelle riguardanti i privilegi goduti da nobili e aristocratici, come le gabella dello scannaggio e il burgensatico.
Non meno importante è la numerosa varietà di miniere di qualsiasi genere ed anche le erbe terapeutiche che curano i sintomi molto acuti ad esempio la “scorzonera”, che cura i morsi di serpenti e tarantole, e lo “scorpionide”, che cura punture di scorpioni.
Matera, nella sua accezione storico-cronachistica, è ricca di eventi non meno clamorosi, come ad esempio le vicende del vescovo in competizione con la città di Acerenza (Cirenza).
In seguito, vengono menzionate le varie chiese ciascuna con una storia alle spalle, riguardo la loro fondazione e diffusione e specialmente le eredità che hanno lasciato le varie famiglie nobili. Inoltre l'autore offre uno spunto essenziale per esaminare tali vicende, passando alla legislazione vigente nell'epoca, secondo le leggi dei longobardi, dunque le donne non possono ereditare i beni paterni, mentre le donne sposate e vedove possono ereditare la quarta parte della loro dote, e gli uomini vedovi possono ereditare la dote integra donandola ai loro figli, a meno che non abbiano diciotto anni.
Dal punto di vista sociale e dinastico, si respira un'aria di odio e rancore tra nobili locali e nobili stranieri, perciò viene introdotto nella città il signor Nigrone dall'udienza di Lecce per stabilire la condizione di nobiltà delle famiglie. Frequentemente, vengono riprese le vicende sull'arcivescovo di Matera, la quale, da questo punto di vista, ha subito vari contrasti e vicissitudini politiche risolte dopo cento anni con Acerenza (Cirenza). Così, finalmente, viene eletto un arcivescovo che rappresenta l'unione tra Matera e Acerenza (Cirenza). Dopodiché vi passano per la città e per il territorio dei nobili spagnoli che fanno eleggere un loro connazionale come arcivescovo. Successivamente, però, questi gruppi di stranieri vengono scacciati via e viene eletto come arcivescovo un uomo con la barba lunga fino alle ginocchia con il quale l'autore ha avuto diversi stretti contatti e, in un occasione terribile di salute cagionevole, gli ha medicato delle ferite. Tale arcivescovo viene così ammirato in maniera tale da essere acclamato da una folla di gente.
Successivamente, il vicario di Acerenza chiama come arcivescovo di Matera A. Giovanni Jacopo Palummieri, un prete-dottore di Matera, il quale supplica che il sinodo si sarebbe svolto a Matera e non ad Acerenza, città distrutta senza preti. Questo arcivescovato possiede una chiesa con molte cappelle ornate con un patrimonio di territori e con uno scannaggio lasciato per testamento dai suoi cittadini, tra cui Santa Maria della Bruna, nella quale il cardinale Don Flavio Ursino fa concedere al sommo pontefice l'indulgenza per le anime del purgatorio celebrando la Santa Messa.
A questo punto l'autore apre una parentesi riguardo i benefici patrimoniali lasciati in diverse chiese: in tre abbazie, Santo Eustachio, Santa Maria della Valle e Santa Maria de Armenis, si dovrebbe lasciare qualche tributo sotto forma di elemosina in cambio della celebrazione della messa, qualche parrocchia, come San Pietro Caveoso, viene affidata a dei nobili come Luca di Spinazzola, e possiede il fonte battesimale di San Giovanni da Matera, proveniente dalla famiglia de Scalzonis (Scalcioni), il cui corpo è stato portato a monte Pulciano, sul Gargano, e di cui ne rimane solo il braccio all'interno della chiesa. Altre comunità ecclesiastiche, come i monasteri, sono state possedute da esponenti di famiglie altamente nobili. Il monastero di San Domenico è stato edificato dai Ciccarelli, con l'attuale protettore mastro Angelo, a dispetto dei Troyano, con i quali ci sono stati vari contrasti accesi. Il monastero di San Francesco, con la cappella della Maddalena, è stata fondata dagli stessi Verricelli ed è tuttora di loro proprietà. Da ricordare il monastero dei Cappuccini con un giardino, donato da Leonarda Ulmo, il quale, con tanta sontuosità, si affaccia verso la Gravina. Il monastero di Santa Lucia possiede un patrimonio ricco di giardini, campi e sorgenti di acque limpide ed un censo pagato dalle famiglie di Spinazzola e dalla dogana di Foggia. Tale monastero, noto come Santa Lucia alle Malve, era florido di grotte e, successivamente, le monache si trasferiscono nel 1283 alla Civita presso la Postergola e poi, nel 1797, presso la fontana.
La seconda parte della cronaca di Matera, quella scritta nel 1596, riguarda un consolidamento approfondito dell'assetto storico-dinastico della città. In particolare, l'autore si sofferma ancora una volta con minuziosità sulle informazioni riguardanti le conquiste da parte di varie etnie e di popoli antenati, ciascuno con una propria eredità culturale, che hanno portato alla saldatura di un'identità urbana, come Matera, con le proprie caratteristiche politiche e sociali. Tutto questo è accompagnato da una serie di digressioni storiche sulle vicende generiche della storia sui popoli italici o sulle invasioni barbariche, espresse in ordine cronologico, che aiutano a comprendere chiaramente il flusso degli eventi accaduti.
L’opera è ricca di parole scritte non sempre nello stesso modo, fatto indicativo della scarsa importanza attribuita dall’autore all’ortografia, mentre si nota la volontà di mettere in evidenza un concetto, una vicenda o un personaggio.
Attento osservatore delle vicende umane, il Verricelli sottolinea il valore degli uomini, mentre non descrive con lo stesso linguaggio le donne, esaltando comunque la moralità di quelle del passato e mostrando una certa preoccupazione per l’evoluzione femminile del suo tempo. Non è sempre elogiativo verso i suoi concittadini ma soprattutto non accetta il fatto che parte del territorio materano sia passato ai cittadini di paesi vicini. Ma sopra ogni cosa, egli mette “la mano di Dio”, che interviene laddove la giustizia umana si dimostra impotente, e che infligge la punizione giusta al momento giusto.

giovedì 9 novembre 2017

Bibliografie essenziali. 32. L'attualità del pensiero politico di Mario Pagano. Atti del Convegno. Brienza, 25-26-27 ottobre 1999, Potenza, s.e., 2003

SCELZO PASQUALE
Presentazione (p.5-6)
MAROTTA GERARDO
Introduzione (p.7-16)
CAIANIELLO VINCENZO
L'originalità e modernità dell'opera riformatrice di F. M. Pagano (p.45-54)
CONSO GIOVANNI
L'attualità di Francesco Mario Pagano giurista (p.55-58)
PALOMBI ELIO
Il sistema penale di Mario Pagano nel pensiero illuministico europeo (p.59-72)
MAROTTA GERARDO
Il primato dell'interesse pubblico (p.73-88)
LA GRECA GIUSEPPE
Introduzione al Diritto Criminale di Francesco Mario Pagano (p.89-100)
ROSSOMANDO ANTONIO
F. M. Pagano e la cultura giuridica napoletana del Settecento (p.101-112)
AMIRANTE CARLO
Il progetto di Costituzione di F. M. Pagano (p.113-142)
DE FRANCESCO ANTONINO
Una critica al progetto costituzionale di F. M. Pagano: i "frammenti" di Vincenzo Cuoco (p.143-152)
ROMEO MARIO
F. M. Pagano maestro di impegno civile ed intellettuale per i giovani rivoluzionari dei paesi lucani (p.153-162)
RUSSO TOMMASO
Luoghi della comunicazione e circolazione delle idee alla vigilia del 1799 tra gli intellettuali e gli studenti lucani (p.163-170)
MONACO GIUSEPPE GIOVANNI
Il teatro lucano dal Dramma Sacro al Monodramma di F. M. Pagano (p.171-202)
CAMPAGNA NUNZIO
Il naturalismo etico e politico di Francesco Mario Pagano (p.203-230)
VALIA DOMENICO
L'Eforato nel progetto paganiano. Le garanzie costituzionali nell'esperienza settecentesca (p.231-239)

giovedì 2 novembre 2017

Matera. 5a. Eustachio Verricelli (Margherita Gaudiano)

Eustachio Verricelli era nato in Matera da Giovanni e da Leonarda Ulmo. Dal padre, figlio di Eustachio e di Rosa dell'Aquila, medico ed erario del duca di Gravina del 1536 al 1551, era stato avviato agli studi di medicina che aveva perfezionato in Napoli conseguendo, nell'ottobre del 1581, il dottorato nell'arte medica. Ritiratosi nel suo paese ed avviato alle ricerche storiche da Donato Frisonio, raccolse notizie e documenti sulla propria famiglia di cui si serve per la Genealogia di Pantaleone Vercelli e per una Cronaca de la Città di Matera nel Regno di Napoli che completa nel 1595. 
La Cronaca di Matera nel Regno di Napoli, scritta da Eustachio Verricelli, riguarda notizie risalenti tra il 1595 e il 1596 nella città di Matera, allora appartenente al Regno di Napoli ed anche nel Principato di Taranto e nella Provincia di Terra di Otranto. La cronaca inizia con la descrizione geografica della città che si mescola con le caratteristiche dell'origine del nome, ma anche con la descrizione degli aspetti demografici, topografici e storici che hanno segnato notevolmente la sua evoluzione.
L’opera è costituita da tre parti:
• la prima (1595) dedicata alle patrie memorie;
• la seconda (1596), ricca di notizie storiche;
• la terza, dedicata alla storia della sua famiglia.
L’incompletezza del manoscritto ci impedisce di conoscere la data di nascita del Verricelli. Solo due date sono certe: laurea (1581) e morte (1599). Dobbiamo accontentarci dei dati raccolti dal Gattini.
Gran parte delle notizie sulla sua famiglia derivano dallo stesso  autore, che nella Cronaca focalizza l'attenzione sulla genealogia e sull'eredità della sua famiglia, a partire da Sire Pantaleone, proveniente da Vercelli e padrone della marca di Ancona, che si è recato a Matera per essere venuto a conoscenza di un certo Giovanni de' Scalzonis, cioè San Giovanni da Matera, ed ha fondato a Monte Vergine la nota Congregazione. La sua cappella è nella venerabile chiesa di San Pietro e Paolo, dove vi fonda il monastero di San Francesco e dove vi è conservato l'altare della Maddalena, chiamato anche “l'altare di Santa Maria del Carmine” per l'immagine della santa posta sulla destra dell'altare maggiore per la celebrazione della Santa Messa tre volte alla settimana per onorare gli antenati dei Verricelli defunti. 
Sire Pantaleone ha due figli, Eustachio e Nicola. Quest'ultimo si sposa con Diamanta Morelli, figlia di Sire Bisantio e nipote di uno dei vescovi di Matera, con la quale ha due figli, Mucio e Gioana Maria, che si sposano con i fratelli Alemi Brunelli. Mucio si sposa con Elisabetta Alemi Brunelli, mentre Gioana Maria con Alemo di Gioane Brunelli. Da Mucio ed Elisabetta nasce un figlio Domenico, che si sposa con Eleonora, figlia del medico mastro Staso Rosano, il quale ha composto un trattato sulle risorse idriche e sui bagni di Cuma Pizolo, di Ischia e di Napoli e sulle virtù dei medici di Salerno. Pantaleone 2º, figlio di Domenico ed Eleonora, si sposa con una erede dei Sanità, Costanza, con la quale ha due figli, Domenico 2º, detto “donno Dominico”, ed Eustachio detto Staso. Questi ultimi inizieranno a dare una svolta all'ambito della medicina. Donno Dominico, prete di grande prestigio, fonda l'Ospedale di San Rocco, mentre Staso edifica la chiesa di San Rocco donandola alla città di Matera in onore di suo fratello, appunto donno Dominico. Staso sposerà Rosa, una delle esponenti di una famiglia altamente nobile, i Cola Biancardino, i quali provengono dalla città dell'Aquila in Abruzzo. Con Rosa si ha quattro maschi ed una femmina, Pantaleone 3º, Giovanni (Gioane), Angelo, Pietro ed Eleonora. Giovanni (Gioane) si sposa con Gemma del Iudice ma non lascia figli ed ebbe una vita breve. Angelo non contrae matrimonio ma ha una vita turbolenta e stravagante. Il primogenito Pantaleone 3º, uomo di modesta statura, possiede un ricco patrimonio terreno a Santa Candida, al Vallone presso Altamura, a Santeramo ed a Ponte Rotundo, presso Miglionico. Prenderà in moglie Fanella di Peregrino di Netto, la cui madre è di casa Caldora, dipendente dal notaio Falciante di Gravina. 
Giovanni (Gioane), il fratello di Pantaleone 3º, è un medico di grande prestigio ed è stato privilegiato perfino dall'imperatore Carlo V, essendo quest'ultimo viceré nel regno di Pietro Toledo. E' stato un  medico molto apprezzatissimo anche nel ducato di Gravina ed a Napoli. Egli prende in moglie una certa Leonarda Ulmo, figlia di Pietro Ulmo e sorella del reverendo donno Francesco Ulmo, decano e vicario di Matera. Con questa, egli ha ventuno figli, diciannove maschi e due femmine, una delle quali, Giulia, è stata monaca nel monastero di Santa Lucia di Matera. Eleonora, sorella di Pantaleo e Giovanni (Gioane), sposa un certo Scipione Viccaro, figlio di Donato Viccaro e maggiordomo del Conte Carlo Tramontano. Possiede delle proprietà presso Matera, Ginosa e Bernalda e lascia con Eleonora due figli maschi, Marco Antonio che fu cavallario e commendatore di San Lazzaro e Pietro Antonio che, pur essendo dottore in legge, morì prematuramente. Giovanni Antonio (Joanne Antonio), figlio di Pantaleo 3º e di Fanella di Peregrino di Netto, è molto abile in tutte le scienze ed intraprende gli studi a Padova. Tuttavia, prima di laurearsi, torna a Matera presso la Chiesa Cattedrale per sostenere una disputa su tutte le scienze, che comprendono la grammatica, la logica, la filosofia, la matematica, la medicina ed infine la sacra teologia.


giovedì 26 ottobre 2017

Dottorato di Ricerca. Venti anni di attività scientifico-didattiche. Realtà e prospettive (Potenza, 6 dicembre 2017)

Far perno sulla ricerca, per sensibilizzare l’insieme dei soggetti istituzionali: sviluppo e innovazione risultano parole vuote, se non si...