giovedì 18 ottobre 2018

Personaggi. 19. Raffaele Danzi

Raffaele Danzi nacque a Potenza nel 1818. Figlio di uno “speziale”, ben presto iniziò a lavorare, prima come aiuto tipografo e poi come restauratore di statue e "figurine”. A ventidue anni sposò Antonia Maria Uva, da cui ebbe tre figli.
Danzi era, innanzitutto, uno spirito ribelle, repubblicano ed anticlericale, che collaborava a fogli volanti con poesie in dialetto improntate ad una satira arguta e intelligente. Che non fosse solo un semplice poeta vernacolare lo prova il suo rapporto con intellettuali suoi conterranei, tra cui Luigi Grippo, Nicola Sole e Leopoldo Viggiani. Proprio Grippo e Viggiani, nel 1879, pubblicarono il suo libello Poesie a dengua putenzesa (Potenza, tipi Santanello, 1879; 49 pp.), nelle cui 33 poesie Danzi denunciava la miseria dei suoi concittadini.
E in dignitosa povertà il poeta potentino morì, il 2 maggio 1891, all'età di 73 anni.
Vent'anni dopo, Michele Marino, nel 1912, curò un altro libretto di sue poesie (Potenza, Tip. Garramone e Marchesiello, 1912; 49 pp.), in cui ricordava il vernacoliere:
Pregato dal Sig. Giuseppe Corrado, nipote di Raffaele Danzi, ho ordinato e corretto alcune delle poesie dialettali di lui, le quali ebbero gran voga a Potenza, tanto che non è difficile imbattersi, dopo quaranta anni, in persone che le ricordino quasi tutte a memoria. La maggior parte di esse fu raccolta nel 79 in un volumetto edito con i tipi Santanello: poche altre sono posteriori e videro la luce su foglietti volanti.
Di sentimenti conservatori, Danzi riesce più immediato non quando rievoca le vicende risorgimentali, ma, piuttosto, quando rappresenta, con accenti umili e immediati, la percezione che di esse si aveva nelle cuntane e nei sottani in cui i potentini vivevano quotidianamente vicende di miseria e difficoltà nel "campare" la giornata. Egli, in effetti, che rappresenta l'anima popolana della città capoluogo, più che poeta è un bravo verseggiatore, che, con i suoi componimenti, risulta un utile complemento alle vicende e agli usi raccontati dal contemporaneo Raffaele Riviello.

domenica 14 ottobre 2018

Le “piccole patrie” e la (possibile) ricostruzione dell’identità nazionale

A proposito di A. BISTARELLI (a cura di), La storia della storia patria. Società, Deputazioni e Istituti storici nazionali nella costruzione dell’Italia, Roma, Viella, 2012, pp. 324 (in "Bollettino Storico della Basilicata", 28 (2013) ). 

L’idea di Nazione è un leitmotiv che ha attraversato tutte le celebrazioni, più o meno calibrate, del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Eppure, pochi sono stati gli incontri che hanno ricostruito e letto il contributo delle “piccole patrie“ locali dal punto di vista culturale. Si potrebbe, anzi, dire, che nel più generale contesto nazionale dell’«italianità» - citando il titolo di un interessante volume di Silvana Patriarca del 2010 -, il contributo culturale dell’associazionismo storico locale postunitario è stato poco esplorato. Eppure, partendo dalla Deputazione di storia patria sabauda, voluta da Carlo Alberto nel 1833, alla Giunta centrale per gli studi storici del 1934, passando per l’Istituto storico italiano creato nel 1883, varie istituzioni storiche furono preposte dallo Stato alla raccolta, interpretazione e tutela delle fonti e dell’identità storica locale. Esse hanno svolto un ruolo centrale nel processo di unificazione culturale del Paese, costantemente animati, come sottolinea il curatore del volume, dalla tensione tra libera ricerca ed uso politico della storia.
Il volume in esame in queste riflessioni riflette proprio, da vari punti di vista, su queste vicende, a partire dal saggio introduttivo di Paolo Prodi (Le ragioni di un convegno, pp. 9-14), che, introducendo il convegno del 17-19 maggio 2011 tenutosi alla Venaria Reale di Torino, evidenzia come Deputazioni e Società storiche abbiano avuto un ruolo forte di traino identitario, sia a livello geopolitico che sociale. Nel primo caso, esse hanno permesso «una forte attenzione alla storia locale, degli antichi Stati italiani e delle loro componenti e nello stesso tempo lo sviluppo di una coscienza nazionale; dal punto di vista sociale perché ha permesso nelle nostre cento città per la prima volta un dialogo tra diverse esperienze divaricanti dopo la conclusione dell’epopea risorgimentale» (p. 9).
Dal canto suo, Andrea Merlotti, parlando di Sfide e difficoltà di una celebrazione (pp. 15-21), quella del 2011, appunto, riprende i temi di Prodi, ma, nel ricostruire il centocinquantenario dell’Unità, rileva come il tema della rievocazione e della memoria dell’Unificazione si riconduca al tema di una possibile crisi del «circuito virtuoso fra storia locale, coscienza nazionale e valori civici» innescati dalla rete delle Deputazioni e Società di Storia patria (p. 21): ricostruire, appunto, le vicende di fondazione, evoluzione e ricerca degli Istituti storici nazionali nel corso di centocinquant’anni di storia unitaria deve, secondo Merlotti, riattivare questi circuiti per ricostituire dal basso una civicness più radicata.
In questa direzione si muove la prima sezione, “Istituti nazionali e primo cinquantenario” (pp. 23-114), nella quale sono compresi i contributi di Massimo Miglio (Dall’unificazione alla fondazione dell’Istituto storico italiano, pp. 25-44), Romano Ugolini (Il Risorgimento diventa storia. La genesi dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, pp. 45-58), Gian Maria Varanini (L’Istituto storico italiano tra Ottocento e Novecento. Cronache 1885-1913, pp. 59-102), Edoardo Tortarolo (I convegni degli storici italiani 1879-1895. Qualche nota documentaria, pp. 103-114). 
La seconda sezione esplora le vicende de “Le Deputazioni pre-unitarie” (pp. 115-186), partendo dalla Deputazione torinese, la cui evoluzione è esaminata da Gian Savino Pene Vidari (pp. 117-144), alla Società Ligure di Storia Patria, oggetto dell’analisi dell’infaticabile Dino Puncuh (Dal mito patrio alla “storia patria”. Genova 1857, pp. 145-166), all’analisi di Fulvio De Giorgi sull’organizzazione degli studi storici tra centralizzazione e autonomie tra Otto e Novecento (pp. 167-186). È pur vero che molti Stati regionali (cosa, questa, poco evidenziata in alcuni contributi) non avevano identità nazionali, configurandosi, piuttosto, come “Stati mosaico” – è il caso di Venezia, quasi contrapposta al suo territorio, o di Genova come «società mercantile», in cui lo sviluppo della “genovesità”, per così dire, era maggiore nelle comunità degli emigrati, o ancora nello sviluppo delle periferie pontificie contrapposto a Roma, “appiattita” sulla dimensione di Città del Papa. In altri casi (come quelli della Toscana, della Lombardia o del “capofila” Piemonte, come evidenziato da Pene Vidari), l’idea di “nazione” passava attraverso quella di «integrazione amministrativa», già sviluppatasi nel corso del Settecento riformatore e proseguita con maggiore decisione nel corso del XIX secolo.
Interessante, nell’ambito di questa discussione, risulta la sezione nella quale vengono ricostruiti assetti e vicende delle Deputazioni dopo l’unità (pp. 187-264): Renata De Lorenzo ha ripercorso la storia delle Deputazioni e Società di storia patria dell’Italia meridionale (pp. 189-232); Gilberto Piccinini, La Deputazione di storia patria per le Marche nei primi centocinquant’anni di attività (pp. 233-252) e, infine, Carlo Capra si è occupato de La Società storica lombarda: origini e vicende (1873-1915) (pp. 253-263). Eppure, questa sezione appare la meno sviluppata per informazioni e suggestioni per una definizione del senso attuale degli Istituti storici locali, nonostante nello stesso convegno di Venaria presidenti e soci delle diverse Deputazioni avessero portato i loro contributi, spesso di notevole rilievo (nonostante il curatore li citi in nota nelle sue considerazioni conclusive). Un’apposita sezione con i contributi della tavola rotonda avrebbe di certo approfondito il ruolo di Deputazioni e Società Storiche, specie quelle meridionali, comunque ben delineato nelle sue linee essenziali da Renata De Lorenzo, Presidente della Società Napoletana di Storia Patria. Se ne ricava, in un certo qual modo, un quadro appiattito sulle grandi Società Storiche napoletana e lombarda, tralasciando, nella mole di informazioni, che le Deputazioni e le Società locali hanno contribuito con studiosi ed opere di notevole rilievo. In effetti, il tema delle «piccole patrie», in funzione anticentralista, era già stato portato avanti da parte delle Società storiche, nel primo ventennio unitario, in special modo da storici pugliesi e napoletani: esso avrebbe, anzi, avuto consacrazione e superamento nella Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata di Giacomo Racioppi, che riassunse, appunto, il tema, pur scrivendo, per così dire, “fuori tempo massimo” e nella grandiosa Storia del Regno di Napoli di Benedetto Croce, che nel 1924 volle, per citare le parole di Giuseppe Galasso nella prefazione alla ristampa del 1992, ricostruire «la storia di un paese identificata con quella della nazione che vi si formò [...], lo stretto intreccio con la storia italiana» e quella europea.
La sezione conclusiva del volume, “Gli Istituti storici stranieri a Roma” (pp. 265-300), comprende i contributi di Rudolf Lill (Gli Istituti storici austriaco e prussiano a Roma, pp. 267-284) e di Jorge García Sánchez (La Real Academia, la Escuela Española e Rafael Altamira: esempi della rappresentazione culturale della Spagna in Italia, pp. 285-300). In realtà, pur apparendo quasi avulsa dal tema del volume, essa risulta di un certo interesse nel ricostruire l’intreccio tra storia nazionale e storia “globale” sul territorio del nostro Paese, con “epicentro” nella capitale.
Le riflessioni conclusive del curatore degli Atti, Agostino Bistarelli (La storia patria oggi, pp. 301-309), pongono alcune domande cruciali che sottendono il volume, senza, tuttavia, essere quasi mai esplicitate dopo le affermazioni introduttive di Prodi. Quale sarebbe, oggi, il senso di questi Istituti per ristabilire il senso identitario di un’Italia troppo divisa e sradicata dal suo essere? È ancora possibile un uso politico “buono” della Storia? 
Il recupero della memoria storica, tra identità sommerse e identità recuperate lungo questi centocinquant’anni di vita unitaria, resta, oggi più che mai, compito non delle grandi istituzioni centrali, quanto, piuttosto, delle Società Storiche e delle Deputazioni: l’ancoraggio sul territorio, il legame con le tradizioni e l’identità locale, in rapporto con i contesto più generali, permettono, infatti, a queste istituzioni di recuperare una dimensione civile della Storia. La progressiva attenzione verso le province operata dalle istituzioni locali, in effetti, corrisponde all’allargarsi del rapporto tra centro e “patria locale” e restituisce una dimensione più ampia alle appartenenze regionali, che in età preunitaria corrispondevano a diverse “nazioni”. Appunto, nazioni come prodromi delle “identità locali” ed espressione di un sentire comune, una costruzione in cui si riconoscessero i ceti dirigenti che, dopo l’azione politica risorgimentale, si rivolsero alle carte per ricostruire il formarsi della nazione a partire dalle periferie, prima che dal centro. 
Il nation building operato anche da Deputazioni e Società storiche, dunque, smentirebbe il mito negativo secondo il quale l’Italia non avrebbe avuto momenti di costruzione nazionale se non dopo l’Unità: questi Istituti, in effetti, contribuirono e possono ancora contribuire a costituire una presa di coscienza, recuperare il percorso postunitario secondo il quale la coscienza storico-identitaria passava attraverso il collante rappresentato dallo Stato unitario, che avrebbe amalgamato, a livello sociale e strutturale, le “piccole nazioni”. Oggi il problema è, come efficacemente premette Simonetta Buttò nell’introduzione al volume, che questi Istituti si aprano al nuovo, ai giovani studiosi, alle nuove tecnologie, non confinandosi più «nella dimensione, tutto sommato passiva, della conservazione del patrimonio e della sua fruizione, della fornitura di quello che viene richiesto, ma guardando avanti alla produzione di cultura e alla sua trasmissione» (p. 8). È questo, dunque, il senso di Società, Deputazioni e Istituti storici oggi, ossia l’uso politico della Storia nel senso più nobile: contribuire a ricostruire l’identità nazionale attraverso il coinvolgimento, una volta ancora, delle piccole patrie locali, dei “mattoni” base dello Stato, i cittadini. Uscire dal chiuso dell’Accademia e parlare, ancora una volta, ai cittadini con un linguaggio più accessibile potrà permettere al mestiere di storico di avere ancora un senso civico, quale lo intesero personaggi di rilievo come Tabacco, Falco, Bonghi, Capponi, Cipolla, Schipa, Croce, Racioppi, Fortunato.

giovedì 11 ottobre 2018

domenica 7 ottobre 2018

La Puglia. 1. Foggia napoleonica (Roberta Sassano)

Nel 1800 Foggia, città regia, contava circa 17000 abitanti, secondo le stime del Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli di Lorenzo Giustiniani ed era la sede della Regia Dogana della Mena delle Pecore, istituita da Alfonso d’Aragona nel 1447, perciò rappresentava un centro nevralgico per l’economia di tutto il Tavoliere. L’arrivo dei Francesi naturalmente portò dei cambiamenti nel capoluogo dauno, che finirono anche per incidere sui suoi ceti e gruppi dirigenti.  Il 25 febbraio 1806 giunsero nella città due reggimenti francesi, guidati dai generali Duhesme e Dombrouchy, con molti capi di battaglioni. Il generale Dombrouchy venne con il titolo di Governatore delle Puglie, mentre Foggia poco dopo, il 19 marzo, già accettava Giuseppe come suo legittimo sovrano, festeggiandone il nome.
Con la legge del 21 maggio 1806, Giuseppe Bonaparte abolì l’istituzione doganale e le terre demaniali furono concesse a colonia perpetua: l’ultimo bando emesso dall’ultimo Presidente della Dogana, Giuseppe Gargani per annunciare la censuazione, è del 26 maggio 1806. Il primo agosto il Tribunale della Dogana cessava le sue funzioni, il giorno seguente fu abolita la feudalità e il primo settembre fu disposta la divisione non solo delle terre demaniali, ma anche di quelle baronali, ecclesiastiche e comunali.
Altre due questioni importanti furono quelle relative alla scelta del capoluogo dell’Intendenza e alla sede del tribunale, che interessò le due città di Foggia e Lucera, diventate protagoniste di un’acerrima contesa.  Dopo la soppressione del Tribunale della Dogana, Foggia si aspettava una compensazione di questa perdita. Nell’agosto 1806 la città venne quindi proclamata capoluogo dell’Intendenza al posto di Lucera, nonché anche capoluogo di distretto nel dicembre dello stesso anno. La scelta fu dettata anche e, soprattutto, dal ruolo economico ora rivestito dalla città e dalla sua rilevanza demografica, dato che essa contava nel 1806 più di 19000 abitanti. 
Se la decisione dell’Intendenza foggiana venne tutto sommato assorbita senza grandi proteste dalla vicina Lucera, più travagliata fu la questione della scelta della sede del Tribunale, che si protrarrà per svariati anni e si concluderà a vantaggio di Lucera, mentre Foggia rimarrà priva del tribunale per ancora più di un secolo, fino al 1923.      
Cambiamenti significativi si verificarono anche negli assetti istituzionali della città. In base alla legge del 20 maggio 1808, per la città di Foggia, comune di prima classe, i decurioni non superarono mai il numero di 30, mentre poterono accedere a tale carica coloro che avessero avuto una rendita di almeno 24 ducati annui o avessero esercitato una professione liberale, ponendo così fine alla rigida separazione cetuale dell’ancien régime.     
Analizzando le liste degli eleggibili e gli elenchi dei decurioni degli anni 1808, 1812 e 1816, presenti nel fondo dell’Intendenza dell’Archivio di Stato di Foggia, si possono trarre dati interessanti riguardo all’articolazione socio-professionale dei ceti dirigenti della città. Per quanto concerne il 1808 si può osservare come il possesso di una rendita fosse ancora fondamentale per accedere alle cariche amministrative, mentre l’esercizio di professioni liberali era invece considerato un requisito d’importanza minore rispetto alla proprietà.     
Per il 1812 invece a prevalere non sono più i proprietari, come per i decurioni del 1808, ma i patrocinatori, cosa che potrebbe essere indice di un maggior accesso alle cariche amministrative di una borghesia emergente legata al mondo delle professioni e non più solo alla proprietà.  Infine, per il 1816, si può notare come nuovamente prevalgano i proprietari rispetto agli esercenti professioni liberali, probabilmente in virtù degli effetti della recente Restaurazione borbonica.                 
A Foggia molti dei protagonisti della vita politica cittadina di fine Settecento-inizi Ottocento continuarono nel Decennio ad occupare cariche e pubblici impieghi nei diversi livelli del sistema amministrativo. E’ il caso dei Filiasi, degli Zezza, dei Celentano, dei Freda, dei De Luca e dei Cimaglia, per citare gli esempi più significativi di famiglie che durante tutto il Decennio, ebbero ancora un ruolo preponderante nell’amministrazione cittadina.      
E’ apparso quindi evidente che le nuove norme del periodo napoleonico abbiano rappresentato una forte apertura al ceto borghese, soprattutto permettendo anche agli esercenti professioni liberali di entrare nelle liste degli eleggibili, dando vita così ad un’amministrazione organizzata e formata da uomini competenti rispetto alla rigida divisione cetuale dell’ancien régime. E’ però altrettanto vero che questo cambiamento fondamentale non si verificò all’improvviso, tout court, nel Decennio, ma affondò le sue radici negli anni Venti-Trenta del Settecento, quando a Foggia incominciò a svilupparsi una forte borghesia mercantile, costituita soprattutto da famiglie forestiere, trasferitesi in città in quel periodo, che, forti del loro potere economico, chiesero poi rappresentanza anche nell’amministrazione cittadina, nel Reggimento, riuscendola così ad ottenere.            
Le riforme politico-amministrative che caratterizzarono il Decennio a Foggia quindi non generarono una rottura nella composizione delle èlites, ma piuttosto una continuità, accompagnata però da nuovi innesti, provenienti soprattutto dal mondo delle professioni. Questi, tuttavia si affiancarono, ma non sostituirono le grandi famiglie foggiane del passato, che continuarono a giocare un ruolo fondamentale anche nel Decennio napoleonico. 

giovedì 4 ottobre 2018

La Basilicata contemporanea. 27. I corrispondenti di Giustino Fortunato. IV P-S

Pallottino Luigi
Pallottino Vincenzo
Colonnello, segretario di Marcello Soleri e fratello di Francesco, sindaco di Rionero alla fine degli anni Trenta del Novecento.
Pedio Edoardo
Piacentini Gaetano
Pieri Piero
Pietrarota Domenico
Pintor Fortunato
Plastino Vincenzo
Prezzolini Giuseppe
Provenzal Dino
Ricci Umberto
Ridola Domenico
Rigillo Michele
Rije Vincenzo
Ripandelli Gennaro
Sindaco di Melfi nel 1908-9.
Rispoli Ciasca Carolina
Robe Francesco
Presidente dell'Unione Democratica Progressista di Lavello.
Rosselli Nello
Roux Luigi
Rusconi Ettore
Ruta Enrico
Sacchi Ettore
Salandra Antonio
Salvemini Gaetano
Scaglione Emilio
Senise Tommaso
Serpieri Arrigo
Severini Federigo
Silva Pietro
Solimena Vincenzo
Solimene Domenico
Solimene Giuseppe
1879-1962. Storico locale lavellese, autore di monografie sulla chiesa vescovile e alcuni personaggi del suo paese, nonchè di drammi storici come Tempeste feudali (1924).
Sonnino Sidney
Stringher Bonaldo

domenica 30 settembre 2018

Il Mezzogiorno moderno. 7a. Il 1820-21 in breve (Antonio Cecere)

Nel 1820 in Europa si creò un binomio che sarebbe sfociato nella Rivoluzione del 1848 e si sarebbe protratto a lungo in Italia fino all’Unità, ossia quello tra Atteggiamento conservatore delle monarchie restaurate/Tendenze liberali tra il popolo.  

Ancora una volta, come in età napoleonica, l'iniziativa partì dalla Spagna dove, il 1º gennaio 1820, alcuni reparti concentrati nel porto di Cadice (non fu un caso) in attesa di essere imbarcati per l'America Latina, dov'erano stati stanziati per reprimere delle rivolte, si ammutinarono. In pochi giorni la rivolta si estese in altri reparti, rendendo vani i tentativi di repressione e costringendo il re a richiamare in vigore la costituzione liberale del 1812. 

La vittoria facile dei liberali spagnoli infiammò gli animi e nel luglio ebbe inizio il moto rivoluzionario di Napoli. Anche a Napoli, l'iniziativa spettò ai militari, i soli che, come suggerisce Vidotto, erano «in grado di minacciare seriamente la stabilità di troni e governi».  

Dopo un tentativo rivoltoso scoperto nel maggio a Salerno, il 1º luglio a Nola, un gruppo di soldati, guidati da due ufficiali, Morelli e Silvati, si ammutinò e unendosi ai rivoltosi Salernitani chiesero che nel regno venisse applicata la Costituzione di Spagna del 1812. La rivolta dilagò in provincia cogliendo anche l'assenso di altri reparti, come quello comandato dal generale Guglielmo Pepe che si mise a capo della rivolta. Nel contempo anche in Sicilia dilagò il moto, sponsorizzato e fomentato dai fidi dei Borboni, gli Inglesi, che assunse tratti separatisti, come sempre, del resto, nella parte insulare del Regno. 
La mancanza di coesione, quindi, del popolo rivoltoso, data la molteplicità di interessi e l'intervento austriaco, furono le cause del fallimento del moto che, dopo i richiami fatti dal Metternich al re “pusillanime e spergiuro” (definito così da questo momento da parte del popolo per aver ritirato la parola data oltre che la costituzione), si concluse con la sconfitta degli eserciti rivoluzionari nella battaglia di Rieti - Antrodoco e le condanne a morte dei sostenitori del moto, con notevoli strascichi anche in Basilicata

Nella nostra provincia, infatti, già il 28 agosto 1818 si era tenuta una Assemblea Carbonara Lucana a Potenza, presieduta da Egidio Marcogiuseppe. Due anni dopo, nel giugno 1820, sempre a Potenza, si era tenuta un'ulteriore assemblea della rete di «Vendite» carbonare presenti nella provincia, sfociata, il 6 luglio 1820, nella pubblicazione, da parte del Senato della Regione della Lucania Orientale, di una Dichiarazione in nome di Dio e sotto gli auspici  della Nazione Napoletana, con la promessa di diminuzione delle imposte fondiarie ed esortazione a giurare fedeltà al sovrano ed alla Costituzione.
Quattro giorni dopo, Egidio Marcogiuseppe fece pubblicare il «Giornale patriottico della Lucania Orientale», edito fino al 13 marzo 1821.
Il 10 agosto, una ulteriore assemblea del Popolo Carbonaro della Lucania Orientale, con dichiarazione pubblica indirizzata al Duca di Calabria e Vicario Generale del Regno di Napoli, il futuro Francesco I, faceva entrare ufficialmente la Basilicata nelle elezioni per il Parlamento Nazionale delle Due Sicilie, tenutesi il 3 settembre, con l'elezione di Domenico Cassino di Moliterno, Carlo Corbo di Avigliano, Innocenzo De Cesare di Craco, Gaetano Marotta di Trecchina, Paolo Melchiorre di Lauria, Francesco Petruccelli di Moliterno, Diodato Sansone di Bella, Diodato Sponsa di Avigliano.
Con il precipitare degli eventi a Napoli, il 28 gennaio 1821, dopo la Convocazione del Parlamento Nazionale delle Due Sicilie e la dichiarazione di guerra all’Austria che aveva deciso l’occupazione del Mezzogiorno d’Italia, le truppe dei Legionari lucani, al comando di Diodato Sponsa, mossero verso il Lazio per congiungersi all’Armata del generale Guglielmo Pepe.
Dopo Antrodoco, il 21 aprile 1821 si ebbero ancora tentativi insurrezionali, come quelli dei capitani Giuseppe Venita e Domenico Corrado a Tito e Vignola (Pignola).
L'esercito austriaco entrato a Napoli si spinse fino in Basilicata: il 30 agosto, a Potenza, Laurenzana e Calvello, furono istituite quattro corti marziali, una delle quali presieduta dal maresciallo Philip Roth. Esse, tra il 13 marzo e il 10 aprile 1822, decretarono l'esecuzione, dopo processo sommario, dei protagonisti lucani dei moti insurrezionali, tra i quali Domenico Corrado, Giuseppe Venita e Carlo Mazziotta.

Personaggi. 19. Raffaele Danzi

Raffaele Danzi nacque a Potenza nel 1818. Figlio di uno “speziale”, ben presto iniziò a lavorare, prima come aiuto tipografo e poi come ...