giovedì 14 febbraio 2019

La Basilicata moderna. 31. Il brigante Pagnotta (Ambrogio Quinto)

La banda di Nicola Abalsano, detto Pagnotta, fu protagonista di un saccheggio sanguinoso, a Pisticci, nel 1808: dopo le efferatezze commesse a Sant’Arcangelo, Tursi e Rotondella, la banda, infatti, si era rafforzata ulteriormente con l’ingresso di alcuni ex militari borbonici, sbandati e ricercati dalla polizia francese, briganti calabresi guidati dal capomassa Mezzacapo.
 Nel febbraio 1808, i briganti di Pagnotta, dopo alcuni mesi di “inattività”, si trasferirono dal bosco di Policoro (dove avevano “svernato”) nell’interno, per poter entrare a Pisticci e saccheggiarla. 
Un piccolo gruppo affidato a Francesco Antonio Vicino di Oriolo si era collocato in una località strategica denominata Catoio (o Catoi), in Val Basento, luogo ideale di appostamento e di controllo di un vasto territorio di cui Pagnotta era venuto a conoscenza che potesse costituire una notevole entrata per il suo relativo benessere economico e mercantile, tra l’altro con il conclamato obiettivo di “punire” la comunità pisticcese che aveva giustiziato Natale Bolognese. 
Il piano per l’attacco fu accuratamente studiato in ogni particolare: vennero inviati anche, nei giorni precedenti, alcuni briganti travestiti da “monaci-cercatori” per individuare la posizione delle abitazioni delle famiglie ricche e preparare le modalità dell’attacco ed alla fine, per entrare nel paese, fu escogitato uno stratagemma, che non era una novità, ma costituiva il copione più classico di cui tutte le bande si servivano. Pagnotta, infatti, inviò a Pisticci un suo messaggero calabrese, Antonio Rasola, per comunicare che il proposito della banda era quello di entrare amichevolmente in paese per fare dono alla popolazione di una bandiera borbonica, ricamata dalla regina Maria Carolina.
La voce si diffuse ben presto e purtroppo in molti prestarono fede alle promesse del capomassa, mentre il comandante della Guardia Civica Pietro Filippo Latronico rimaneva all’erta. Tra i più ricchi proprietari di Pisticci, il Latronico, nato nel 1780, era stato, tra l’altro deputato dell’Università e componente del pubblico parlamento. 
Egli non esitò a respingere fermamente la proposta, essendo ben radicata in lui la convinzione che lo scopo principale dei briganti fossero il saccheggio e la distruzione, mascherati con un fine politico. Il comandante commise un grave errore, che irritò non poco Pagnotta, nel trattenere come prigioniero il messaggero, e rispondendo, quindi, con il silenzio alle proposte dei briganti, che indugiarono ancora alcuni giorni, riuscendo ad assumere altre preziose informazioni sullo stato del paese, sulle sue ricchezze, sugli avversari della monarchia borbonica, sui sostenitori del governo francese, servendosi delle notizie che erano loro comunicate da elementi del comitato borbonico locale e dai contadini pisticcesi che erano impegnati quotidianamente a Scanzano e Policoro. Anzi, questi riferirono che la popolazione di Pisticci, contrariamente alle autorità, sarebbe stata ben disposta ad accoglierli. E la cosa corrispondeva, in un certo senso, a verità. 
Il Latronico conosceva bene la particolare situazione del paese e quanto uomini e mezzi di cui disponeva fossero del tutto inadeguati a sostenere l’urto dei paventati cento briganti.
 Erano giunti, intanto, a Pisticci, da Policoro, due contadini che confermarono le intenzioni dei briganti, che si proclamavano soldati «veri ed insorgenti», con divisa borbonica ed in numero rilevante. I due, anzi, avevano notato la loro perfetta organizzazione militare, armati di tutto punto, per cui era preferibile non opporre resistenza alcuna, anche perché ogni tentativo di ribellione sarebbe stato considerato come una sfida al Borbone. Fu, altresì, ribadito che i briganti non avevano intenzione di fare del male e che la loro era solo una dimostrazione di grande fedeltà al Regno borbonico, in un paese che peraltro aveva sempre espresso solidarietà al trono di Ferdinando IV. Era più che evidente che i contadini-ambasciatori erano stati ben istruiti su quello che dovevano riferire. 
Verso il mezzogiorno del 28 febbraio, mentre quasi tutte le famiglie pisticcesi si accingevano a consumare il loro pasto, prima di uscire per festeggiare l’ultimo giorno di carnevale, nonostante l’abbondante neve caduta nei giorni precedenti e quando ormai si riteneva che la banda Pagnotta avrebbe desistito dall’entrare, i primi briganti fecero improvvisamente la loro apparizione all’estrema periferia del centro abitato. 
 Il comandante Latronico, avvisato tempestivamente, dotò di armi i suoi legionari, intenzionato alla estrema difesa, mentre i briganti, dal canto loro, cominciarono a sventolare la bandiera borbonica e molte donne risposero a quel segnale con lo sventolio di fazzoletti, in segno di amicizia, di festa e giubilo. Alcuni si avvicinarono addirittura ai briganti, mantenendo le briglie alle loro cavalcature in atteggiamento di sottomissione e qualche legionario, in preda a paura e timore, abbandonò la truppa per mescolarsi, cambiatosi d'abito, alla piccola folla in festa. Il Latronico, a questo punto, si convinse che non avrebbe potuto frenare l'impeto dei briganti.  Anche un drappello della Guardia Civica giunta da Ferrandina, al comando di Giacomo De Leonardis, notò lo strano “abboccamento” tra gran parte dei pisticcesi e briganti: per questo decise di abbandonare, con lo stesso Latronico, il paese in balìa dei briganti, che non persero tempo a manifestare le loro vere intenzioni, dandosi al saccheggio: giunti nella Piazza Grande i briganti si proposero di liberare i detenuti per dare un senso politico alla loro azione. Al custode delle carceri Giuseppe Sangiorgio chiesero una scala per penetrare nella prigione ma, poiché egli esitava, venne ucciso senza pietà.
 Nel vicino quartiere Loreto, dove abitavano numerosi “bracciali”, alcuni sacerdoti e piccoli proprietari, furono trucidate altre cinque persone: lo stesso Pagnotta decapitò prima e mutilò poi di una gamba l'anziano farmacista, solo perché lo aveva sorpreso sul suo balcone di casa mentre osservava le sue mosse, e subito dopo infilzò con la sciabola il figlio. 
Molte abitazioni cominciarono ad essere saccheggiate, senza risparmiare nemmeno i luoghi sacri: dodici pisticcesi, che avevano cercato di trovare scampo in Chiesa Madre furono prelevati con la forza per essere tradotti in campagna, come ostaggi. 
 Giuseppe Viggiani, guardia civica, quando seppe che i briganti erano entrati in paese, si alleò con i briganti, offrendosi di far loro da guida ma, per la sua pesante mole, non riuscì però a mantenere il passo dei più agili briganti, che si allontanarono sempre più da lui, al che Pagnotta gli scaricò in pieno petto numerosi colpi, lasciandolo cadavere nella strada. Anche un altro cittadino pisticcese, Leonardo Pasquariello si mise a disposizione dei briganti guidandoli nelle case più ricche, tra cui quella della famiglia Latronico, dove fece un buon bottino personale. Ancora non pago, si recò nel rione Marco Scerra alla ricerca di altre case da saccheggiare, ma un brigante, credendolo una spia, gli troncò di netto il capo e, dopo aver bevuto il sangue che sgorgava abbondante dalle vene recise, il brigante si recò nella vicina piazza, tenendo tra le mani, come macabro trofeo, il capo troncato del Pasquariello, che lanciò contro una lastra di marmo. 
Dopo circa sei ore di saccheggio e di terrore Pagnotta e la sua banda abbandonarono il paese, portando con sé, oltre ai dodici ostaggi, anche la giovanissima Lucia Lazazzera, figlia del “Magnifico” Nicola, che aveva trovato scampo in Chiesa Madre, e nipote del sacerdote Carlo Lazazzera, che oppose un netto rifiuto a cantare il Te Deum in onore alla vittoria dei briganti.
Qualche giorno dopo, i briganti di Pagnotta vennero sorpresi, mentre dividevano il pingue bottino, ed attaccati, nei pressi del Castello di San Basilio, da un distaccamento di dragoni francesi, al comando del capitano Stefano Pittaluga: alcuni ostaggi riuscirono a fuggire, mentre la Lazazzera venne scambiata per una di loro e crudelmente percossa dai soldati. Tentò invano di darsi alla fuga, ma, raggiunta, fu travolta dai cavalli, perdendo la vita, ed il suo corpo rimase confuso tra quelli dei briganti uccisi e fu sepolta nel convento francescano.
I danni ed i disagi causati dall’attacco di Pagnotta furono gravissimi, con molte famiglie spogliate anche del poco che avevano, sicché l’agricoltura andò in crisi e pochi si avventuravano nei campi; il lavoro cominciò a scarseggiare e si viveva nel continuo timore di un immediato ritorno di altre bande di briganti. Molti pisticcesi ebbero a pentirsi dell’appoggio offerto al Pagnotta, mentre altri, per mancanza di mezzi e prospettive sicure, ritennero opportuno rinviare ad altra data i progetti di formare nuove famiglie. Nel 1807, infatti, si registra un graduale decremento di matrimoni, appena sessantacinque, contro i centosei dell’anno precedente.
L’atteggiamento dei pisticcesi, anzi, fu considerato un vero e proprio “tradimento” dal generale francese Louis Franceschi di Nizza, comandante per la Sicurezza della Provincia di Matera e già luogotenente del generale Massena, che giunse a Pisticci, intenzionato a smascherare i responsabili e i complici dei briganti. Fu il comandante Latronico che cercò di far ragionare il francese, spiegandogli la situazione, poiché non tutti erano responsabili di quanto accaduto, sicché Franceschi cambiò idea, ma volle necessariamente un capro espiatorio e lo trovò nei tre falsi ambasciatori, detenuti del carcere pisticcese, che fece passare per le armi. Ma il generale volle anche imporre alla popolazione una tassa di circa 800 ducati. 
Il 9 marzo 1808, infine, dopo un processo sommario, furono fucilati a Matera Ambrogio Gaeta e padre Carlo da Pisticci, promotori del Comitato Insurrezionale, quali «amici e fautori dei briganti» e sepolti nell’ipogeo della Chiesa di S. Francesco da Paola..
Il 27 marzo vennero giustiziati due collaboratori del Gaeta, Paolo Masiello e Ambrogio Tricchinelli. Dai registri della Chiesa Madre, si rileva un particolare importante: l’arciprete del tempo, Pietro Antonio Laviola definiva gli uomini di Pagnotta «insurgentes» e «volgarmente detti briganti», attribuendo ad essi quasi una connotazione “patriottica”. Infine, catturati dai francesi, anche i fratelli Pagnotta furono giustiziati a Matera.
BIBLIOGRAFIA: 
CONIGLIO G., Il Brigantaggio nella Terra di Pisticci, Pisticci, IMD Lucana, 1990.
ID., Il brigante Pagnotta. Nicola Abalsamo (1762-1808), Cavallino di Lecce, Capone, 2003.

giovedì 7 febbraio 2019

La Basilicata moderna. 30. La nuova configurazione territoriale napoleonica

L’articolazione politico-amministrativa della Basilicata venne, dal 1806 così organizzata: 

POTENZA (Intendenza) (Pignola), Melfi (Lavello), Venosa (Maschito), Barle (Rapolla, Ripacandida), Santofele (Pescopagano, Ruvo, (Rapone), Muro (Castelgrande), Bella (Baragiano Ruoti), Rionero (Atella), Tito (Picerno, Pietrafresa), Avigliano, Tolve (Cancellara, Albano, S. Chirico), Tivigno (Anzi, Brindisi, Vaglio), Calvello (Abriola), Corleto (Laurenzana, Guardia), Viggiano (Marsicovetere, Tramutola, Montemurro, Armento).
MATERA (Sottointendenza), Montescaglioso (Pomarico), Montepeloso (Genzano, Oppido), Santarcangelo (Roccanova, Aliano, Missanello Gallicchio), S. Mauro (Gorgoglione, Cirigliano, Stigliano), Accettura (Pietrapertosa, Oliveto, Garaguso, Castelmezzano), Ferrandina (Salandra, Miglionico), Pisticci (Bernalda), Tricarico (Grassano, Grottole), Spinazzola (Palazzo, Montemilone), Acerenza (Forenza, Pietragalla). 
LAGONEGRO (Sottointendenza) (Lauria), Moliterno (Sarconi, Castelgrande), Maratea (Rivello, Trecchina), La Rotonda (Castelluccio), Viggianello, Papasidero), Carbone (Latronico, Calvera, Episcopia), S. Chirico (S. Martino, Spinoso), Chiaromonte (Senise, S. Severino, Fardella, Francavilla, Castronuovo, Teana), Noja (Cersosimo, Casalnuovo, S. Giorgio, S. Costantino, Terranova), Rotondella (Colobraro, Favale, Rocca Imperiale), Montalbano (Tursi, Craco). 

Nel 1811, con apposita legge fu istituito il quarto distretto lucano con capoluogo Melfi: un giusto riconoscimento a favore di un territorio omogeneo e dotato di una ben precisa identità socio-economica e per favorire un piano territoriale più razionale. Vi confluirono buona parte dei comuni dell’area nord del Distretto di Potenza e da quello di Matera furono trasferiti i comuni di Palazzo S. Gervasio, Forenza e Montemilone.

giovedì 31 gennaio 2019

La Basilicata moderna. 29. Il brigantaggio negli anni 1806-1808

Con la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone Bonaparte si risolse ad occupare il Regno di Napoli, dichiarando decaduta la dinastia borbonica che pochi mesi prima era entrata nella terza coalizione antifrancese. E già verso la fine del gennaio 1806 un esercito di quarantamila uomini, al comando del generale Massena, si dirigeva alla volta di Napoli, costringendo i contingenti inglesi e russi ad abbandonare il regno, mentre Francesco, nominato vicario dal Ferdinando IV, si rifugiava in Calabria per organizzarvi la resistenza. Il 15 febbraio, i francesi entravano vittoriosi a Napoli. 
Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, diventava il nuovo re di Napoli, senza problemi né ostacoli. Anzi da tutte le province giungevano delegazioni locali per onorare il nuovo sovrano e giurare fedeltà. E nuovi sudditi arrivavano anche dalla Basilicata, dove le famiglie più rappresentative e influenti avevano accolto come liberatori i francesi, per conservare i benefici acquisiti e una posizione di preminenza. Sul piano opposto, si collocavano intanto le famiglie della media borghesia e le classi medio-basse delle popolazioni che vedevano i francesi come invasori e null’altro. Per i francesi i pericoli provenivano non tanto dai pochi oppositori interni ma dagli inglesi che erano sbarcati in Calabria. Dopo la sconfitta di Maida del 4 luglio i francesi rientravano in Basilicata dove erano in corso sommosse da parte di reparti borbonici con l’appoggio delle popolazioni.
 Il governo del regno intanto era stato assunto temporaneamente dalla nobiltà e dalla ricca borghesia che delegavano il marchese Corrado Malaspina e il duca Ottavio Morbile di Campochiaro a trattare le condizioni della resa. I francesi si proponevano almeno inizialmente di mantenere nei loro ruoli i funzionari civili, giudiziari e amministrativi, una mossa strategica per non rompere del tutto gli equilibri interni e infondere così nella popolazione sentimenti di vicinanza e amicizia.
A Giuseppe Bonaparte, nominato re, dopo la partenza del fratello Napoleone, va il merito di aver intrapreso alcune importanti e sostanziali riforme nel campo politico, economico, amministrativo, finanziario, sociale e religioso, con la creazione di nuovi organi con poteri distinti e specifici. Giuseppe si trovò subito a fronteggiare i primi moti di rivolta e i fermenti antifrancesi che non tardarono a manifestarsi nelle varie province del regno e soprattutto in Basilicata e Calabria, dove tornò ad organizzarsi la resistenza antinapoleonica guidata dal colonnello Alessandro Mandarini di Maratea. Il compito di sedare tutte le forme di ribellione, da qualsiasi parte provenissero, fu affidato al generale Andrè Messena che agli inizi del suo mandato controllò soprattutto i territori di Gaeta e Civitella sul Tronto e il confine calabro-lucano, dove, erano concentrate le armate napoletane agli ordini del gen. Roger Dumas, contro cui fu inviato il gen. Reynier, al comando di dodicimila uomini, mentre il reparto del colonnello Remaker si spingeva verso Lagonegro, presidiata da oltre duemila uomini comandate dal maresciallo Minutolo. 
E la guerra assunse sin dai primi scontri toni cruenti, provocando morti da una parte e dall'altra. In Basilicata, dopo la conquista e il sacco di Lagonegro, il generale Massena rivolse le sue maggiori attenzioni alla città di Lauria, diventata un vero focolaio di rivolta alla ripresa delle ostilità tra i regnanti della casa di Borbone e gli occupanti francesi. Nei pressi del paese, tra il 7 e il 9 agosto, vennero barbaramente trucidati dai Napoleonici circa mille cittadini che si erano ribellati, rei di aver sostenuto la causa borbonica, evento passato alla storia come il «massacro di Lauria». Ma non potevano bastare il saccheggio e la strage; occorrevano punizioni molto più severe che servissero da monito. Così per ritorsione verso la città ribelle e sulla base della legge n. 132 dell'8 agosto 1806 Lauria fu privata del titolo di capoluogo di Circondario e della sede di Giudicato, a tutto vantaggio di Lagonegro che pure contava un numero minore di abitanti e si trovava in posizione decentrata rispetto al territorio. 
Altro scontro sanguinoso si svolse nei pressi di Campotenese con l’esercito francese che prevalse sui Borboni che pure erano guidati da due abili ed esperti condottieri, Sciarpa e Rodio. E alcuni giorni dopo furono conquistate anche Cosenza e Reggio. Gli incendi di interi paesi, masserie e villaggi, le fucilazioni di massa, i soprusi e i frequenti saccheggi commessi dai soldati francesi suscitarono dovunque l’indignazione, il malcontento e la reazione delle popolazioni e quindi favorirono la costituzione delle prime bande armate di insorgenti. Tra i primi paesi ad insorgere nel giugno del 1806 Crotone, Savelli, Cerenza, Longobucco, Corigliano in Calabria, ma la rivolta si estese gradualmente anche nelle altre province del Regno. 
I primi mesi dell’insediamento di Giuseppe Bonaparte furono caratterizzati da un’intensa attività legislativa. Con il decreto n. 71 del 15 maggio 1806 fu poi istituito il Consiglio di Stato, che ebbe all’inizio un ruolo prettamente consultivo, esprimendo i propri pareri su qualsiasi argomento,soprattutto in materia tributaria. Successivamente le sue funzioni furono ampliate e con il decreto del 5 luglio 1806 il Consiglio di Stato fu diviso in quattro sezioni: legislazione, giustizia e culto, finanza, interno e polizia, guerra e marina. I diversi progetti di riforma delle istituzioni, tentati senza successo nella seconda metà del Settecento dai governi ispirati dagli intellettuali illuministi, trovarono concreta e rapida attuazione nel “Decennio francese”. Tuttavia ciò fu possibile soltanto mediante la forza e la determinazione di una potenza straniera sorretta pur sempre da un esercito invasore.
La comprensione di questo aspetto è fondamentale per riconoscere alcuni vantaggi delle innovazioni introdotte dai francesi nel Regno di Napoli, che non furono una semplice ripresa delle riforme settecentesche e della «Prima Restaurazione», come potrebbe far pensare il coinvolgimento di uomini quali Galdi, Cuoco o Zurlo a Napoli. Infatti le riforme del “Decennio” furono caratterizzate da immediatezza e decisione nell’introdurre le innovazioni come anche dalla contemporaneità di esse nei vari settori della vita civile. Gioacchino Murat completò, specialmente nel campo politico e amministrativo, le iniziative del suo predecessore, preoccupandosi anzitutto della legislazione riguardante la disciplina e l’esecuzione delle norme generali. Tuttavia la gestione del potere nel regno di Napoli fu particolarmente difficile per le condizioni e i limiti posti dallo stesso Napoleone Bonaparte sull’operato del Murat. I rapporti fra i due furono abbastanza difficili, caratterizzati da alterne fasi di difficoltà, crisi e riconciliazioni.
Nonostante il diffondersi in maniera più o meno capillare di forme varie di protesta e di guerriglia, che animavano parte delle popolazioni lucane, in un primo momento, il nuovo scenario politico non sembrò avere particolari ripercussioni in Basilicata, dove molti notabili si dimostravano ben disponibili e favorevoli al nuovo ordine né preoccupava più di tanto i francesi la presenza di retroguardie dell’armata borbonica stanziate alle falde della catena del Pollino. Tuttavia quando alcune manifestazioni antifrancesi vennero promosse a Pescopagano e a Muro Lucano, ad opera di anziani giacobini del 1799, si capì che la situazione in Basilicata non era da sottovalutare, anche se i vari rapporti di polizia risultavano contradditori e controversi circa il comportamento mantenuto dalle popolazioni. 
Ed i sospetti non erano infondati: Calvello era insorta su iniziativa della famiglia de Porcellinis, che estendeva la sua sfera di influenza e di azione anche a Sasso di Castalda e sul versante lucano del Pollino, nella valle del Sarmento, mentre, nei paesi della costa ionica e in quelli delle valli del Sinni, dell’Agri e del Sauri e sul massiccio della Lata, suscitava molta apprensione nelle autorità la presenza di Francesco Antonio Rusciani, già capomassa del cardinale Ruffo nel 1799. 
Ma dopo l’arresto del Rusciani, ad opera di una colonna mobile francese inviata a Terranova del Pollino, e la distruzione delle bande che dal Vallo di Diano minacciavano la provincia, la Basilicata non sembrava suscitare più eccessive preoccupazioni anche se emissari borbonici ed inglesi continuavano a raggiungere i paesi delle valli dell’Agri, del Sinni e del Sarmento dove si doveva organizzare una grande rivolta armata contro i francesi. Nuovi focolai stavano intanto sorgendo a Muro Lucano, Avigliano, Vignola, Laurenzana, Corleto Perticara, Tito, Vaglio, Cancellara, dove capipopolo del 1799 riprendevano armi e divise per promuovere rivolte e congiure. Nel successivo mese di dicembre, il colonnello Alessandro Mandarini, ricevuto ordine dai Borbone di riorganizzare le forze legittimiste e opporre una resistenza all'avanzata francese, fu protagonista di un lungo scontro nei pressi del castello di Maratea, assediato dal generale Jean Maximilien Lamarque.
Mentre era in atto la guerra, la proclamazione del nuovo regno trovò invece fieri sostenitori nei giacobini della Repubblica Napoletana del 1799 che così salutarono con grande soddisfazione la sconfitta dei Borbone, i principali responsabili della feroce precedente repressione. 
I nuovi amministratori, dal canto loro, dimostrando una grande abilità diplomatica, continuavano a servirsi non solo di esperti funzionari francesi ma anche dei napoletani che pure erano stati fedeli servitori del regime borbonico. La monarchia dei Napoleonidi non cercava la repressione per i nemici e rivali ma adottò sempre la politica dell'efficienza amministrativa e quella delle riforme, con l’istituzione, tra l'altro, del Codice napoleonico, che conteneva una serie di nuove norme sulla proprietà e sul possesso, decretando la fine del feudalesimo e quindi l’avvento di nuove classi emergenti di amministratori.
La lotta al brigantaggio costituì ad ogni modo, l’altra rilevante fase storica che caratterizzò il decennio francese. I Napoleonidi, per debellare e reprimere il particolare fenomeno, sferrarono un forte attacco alle bande, ai collaboratori, protettori e manutengoli. Il brigantaggio d’altra parte era in forte evoluzione, favorito, alimentato e sostenuto dai Borbone in esilio, che con la complicità del governo inglese, si riproponevano di riappropriarsi del loro Regno, come già era avvenuto nel 1799.
La presenza di comitive brigantesche, guidate da esperti e fanatici capibanda, era particolarmente diffusa in Basilicata, nel Lagonegrese, nella zona di Maratea, in Valbasento. 
Solo dopo tre anni di aspri combattimenti e guerriglie, condotti a tutto campo, quello che la storia definisce primo brigantaggio poteva ormai considerarsi vinto, con i principali capi uccisi, altri assicurati alla giustizia e passati per le armi dopo sommari processi.
Ma il brigantaggio era stato anche l’espressione della rivolta dei poveri contadini, privati di quel poco che avevano e ai quali erano state negate le assegnazioni di terreni promesse. Anche se il governo francese distribuì delle terre demaniali, il malcontento dei molti esclusi prese il sopravvento determinando atteggiamenti e moti di ribellione. 
Uno tra i fatti di sangue più gravi, forse il più drammatico e cruento del Materano, si registrò il 28 febbraio 1808 a Pisticci, assalita dalla banda capitanata da Nicola Abalsamo, detto Pagnotta, coadiuvato dal fratello-prete Pasquale, entrambi di Terranova del Pollino (Terra di S. Giorgio Lucano) e dal vicecapo Francesco Antonio Vicino, proveniente da Oriolo.
Ma la reazione delle autorità militari non si fece attendere e alcuni giorni dopo, il generale Louis Franceschi, responsabile dell'ordine pubblico nel Materano, fece fucilare alcuni cittadini di Pisticci, che, a suo giudizio, avevano collaborato con i briganti. Stessa sorte di Pisticci sarebbe toccata anche a Montalbano, che Pagnotta intendeva assalire subito dopo ma i cittadini, venuti a conoscenza dei suoi propositi, corsero subito alle armi per impedire ai briganti di entrarvi. La banda Pagnotta, tra il 1807 e il 1808, imperversò per tutto il Materano con ruberie, incendi e ricatti e per il governo francese era ormai diventato un grave ostacolo al processo di democratizzazione. Per cui furono mobilitati ingenti contingenti armati per averne ragione. 
Dopo il saccheggio di Pisticci, un altro capo brigante, già noto al governo francese, di nome Taccone, si rese protagonista del sacco di Abriola nel 1809, al comando di circa sessanta uomini armati che si abbandonarono ad una serie di efferati delitti, di furti e di violenze.

giovedì 24 gennaio 2019

Storici Lucani. 13. Bonifacio Petrone, detto Pecorone, di Saponara

Nato a Saponara (odierna Grumento Nova), il 2 aprile 1679 da Francesco e Porzia Petitti, Bonifacio Pecorone studiò fino ai 13 anni a Saponara, per poi essere inviato a Napoli per studiare "canto figurato" nel Conservatorio di Sant'Onofrio. 
Vi rimase otto anni, diplomandosi in "voce di basso", oltre ad essere al servizio del principe Carlo Sanseverino di Bisignano, e poi entrò nel Regal Conservatorio di Santa Maria di Loreto come abate, dal 1706; nel 1727 fu nominato musico della Real Cappella di Napoli.
Nel 1729 pubblicò le Memorie di d. Bonifacio Pecorone della Città di Saponara (Napoli, nella stamperia nuova di Angelo Vocola), dedicate a Gianfrancesco Sanseverino di Bisignano, patrono della chiesa di S.M. di Loreto. L'opera, che interessa la storiografia locale solo per le poche notizie comprese nelle pagine iniziali, è di tipo autobiografico e fornisce notevoli particolari sui Sanseverino di Bisignano durante il periodo del Viceregno austriaco, oltre a comprendere, come appendice, l'agiografia di san Laverio, tratta da Ughelli (pp. 101-120). 

domenica 13 gennaio 2019

Paesi lucani. 46b. Potenza tra XVIII e XIX secolo

«Per dovunque si giunge, per molto spazio distante questa città con quattro elevatissimi campanili ed una elevatissima torre, che a guisa di superstiti Titani par che minacciano il cielo, maestosa si vede». Così Gerardo Picernese, a metà del Settecento, nelle sue annotazioni ed aggiunte alla Istoria seicentesca del Rendina, descriveva Potenza che, alla fine di questo secolo, si presentava come uno dei centri più importanti della provincia, tanto che l’erudito Emanuele Viggiano, nel 1805, quindi alla vigilia della grande stagione del riformismo napoleonico, scriveva: «Non v’ha in Basilicata città veruna grande e ragguardevole […]. Potenza è fralle poche che tutte le altre sorpassano; e se non toglie il primato a Melfi ed a Venosa, che le migliori sono, si dia in parte la colpa alla mancanza delle strade consolari […] le vince però in popolazione […] e nel numero delle case religiose».
L’agro potentino si estendeva per 40.000 tomoli e, di questi appezzamenti, solo la metà era coltivata per mancanza di manodopera, ed apparteneva alla Chiesa ed al conte Loffredo, peraltro corrispondente ed allievo di Antonio Genovesi; solo pochi lotti appartenevano all’Università e la piccola proprietà privata era gravata da censi e canoni, senza possibilità di affrancamento.
Gli anni compresi tra il 1730 e il 1760, comunque, fecero registrare un discreto incremento demografico: dal Catasto onciario del 1753, infatti, risultano censiti 7721 abitanti, dei quali 2195 erano lavoratori: il 59,5% nel settore agricolo, il 16% nell’allevamento, l’11,4% era composto da piccoli artigiani. Questa situazione iniziò a registrare un trend negativo a partire dagli anni Sessanta, con la cri-si economica che impose, di fatto, un aumento esponenziale dei prezzi dei beni di prima necessità, nonostante l’autorità regia avesse imposto a tutte le Università la provvista annonaria: in effetti, il grano non era sufficiente, anche perché alcuni possidenti avevano sottratto dai magazzini grandi quantità di cereali, imponendo poi il loro pane a prezzo maggiorato. La situazione, dunque, costrinse, a Potenza come in altre realtà del Mezzogiorno interno, la popolazione a soddisfare le esigenze del vitto con un’alimentazione a base di verdure o, in alcuni casi, come documentabile dai registri delle locali chiese, di erbe selvatiche, il che provocò un’impennata di morti tra il 1763 e il 1764, con il decesso di ben 1200 persone. La situazione migliorò solo nel 1765, quando arrivò grano da Lecce a prezzo contenuto, innescando un brusco e deciso calo della mortalità che durò per 15 anni. L’effetto “carestia-mortalità” si reinnescò, infatti, nel 1782, con un raccolto scar-so e la nuova crisi di tutto il sistema annonario, registrata anche nel 1785 e nel cruciale 1799. 
Dai registri parrocchiali dei nati e dei morti delle parrocchie di San Michele e di San Gerardo, comunque, risulta che il saldo nati-morti nella parrocchia di San Michele fosse di stasi, mentre nella cattedrale i nati superarono i morti; ciò si può spiegare a causa dalle diverse condizioni di vita in questi rioni e delle condizioni igienico-sanitarie: infatti, nel rione costituito dalle abitazioni attorno alla chiesa di San Michele abitavano contadini che vivevano perlopiù nei sottani, mentre i ceti privilegiati e il locale patriziato dimoravano nei pressi della cattedrale di San Gerardo.
Anche questa cittadina di provincia, infatti, fu interessata da peculiari dinamiche socio-economiche legate a quella che è definibile “borghesia agraria”, nata all’ombra del feudo e della cattedrale e che a Potenza, nel 1751, durante un pubblico parlamento, si oppose al conte rifiutando di votare i nomi da lui proposti. Questa borghesia era formata per la maggior parte da massari che, attraverso un’intensa attività delle loro aziende agricole, erano riusciti a raggiungere una notevole indipendenza economica (tanto che in alcuni casi erano più ricchi degli stessi nobili). Alcuni esponenti di queste poche famiglie riuscirono, grazie ad accorte politiche matrimoniali, strategie familiari ed investimenti, a inserirsi nel governo della città già a partire dal 1799. La crescita della borghesia agraria potentina è riscontrabile, in effetti, anche dalla crescita della città verso est, cioè verso il cosiddetto Castello e verso palazzo Loffredo, quest’ultimo punto di riferimento per quelle famiglie benestanti che di volta in volta avevano mirato a scegliere o costruire le proprie dimore nei pressi di esso: gli Addone e i Ciccotti abitarono addirittura nella Cavallerizza, mentre numerosi altri avevano potuto stabilire la propria residenza nelle vicinanze del palazzo comitale e del Sedile, caratterizzando quest’area urbana come la parte centrale – anche dal punto di vista sociale – della città.

giovedì 10 gennaio 2019

L'antica Lucania. 16. Atleti in Magna Grecia

Dal VI secolo in poi, gli atleti della costa ionica (Policoro, Metaponto, Taranto) si distinsero per la loro partecipazione ed i risultati nei giochi panellenici.
Infatti, tra il 576 e il 428 a.C., sono noti atleti magnogreci come Cleombroto, Alessidamo, Dorieo, Icco, Milone, aiutati dalle poleis, che dalle loro vittorie traevano lustro e, partecipando in delegazione ad Olimpia, potevano discutere di politica. 
Cleombroto di Sibari, il cui nome è ricordato su una lamina di bronzo, dedicò, come olimpionico, una statua di se stesso ad Atena (Senofane, fr. 2 W).
Alessidamo vinse nella lotta ai Giochi Pitici e gli fu dedicata un'ode, per la vittoria, da Bacchilide (Epinici, XI).
Dorieo era il figlio più giovane e di maggior successo dell'atleta di Rodi Diagora. Attivo sia nella boxe che nel pancrazion e pluripremiato vincitore, ai giochi olimpici vinse il pancrazio negli anni 432, 428 e 424 a.C. Più volte fu vincitore ai giochi Pitici e fino a otto volte agli Istmici e sette volte ai giochi Nemei. Dopo la sua carriera da sportivo Dorieo divenne un politico influente: appartenne, infatti, al partito anti-ateniese a Rodi e guidò la rivoluzione di Rodi contro l'egemonia ateniese. Le tre città-stato indipendenti dell'isola di Rodi furono unite nel 408/407 a.C., probabilmente anche sotto l'influenza di Dorieo, che, durante la guerra del Peloponneso, combatté al fianco degli Spartani, con le navi che finanziava personalmente. Nel 395 a.C., quando Rodi cambiò posizione, fu fatto prigioniero dagli Spartani e fu giustiziato.
Icco di Taranto vinse durante gli LXXXIV Giochi Olimpici (444 a.C.). È considerato il padre della dietologia atletica, poiché si preparò fisicamente prima di competere secondo concetti pitagorici etico-religiosi. astenendosi dai rapporti sessuali e con una dieta frugale appositamente preparata, che poi iniziò ad insegnare (L. Stroppiana, L’Arte ginnica di Icco da Taranto nel contesto socio-culturale della Magna Grecia, in "Medicina nei Secoli arte e Scienza", 1 (1989), pp. 3-12).
Milone di Kroton ebbe un numero impressionante di vittorie: sei ai giochi olimpici, una delle quali nella categoria juniores, sette ai giochi Pitici, incluse anche una junior, dieci ai giochi Istmici e nove ai giochi Nemei. Per un periodo di trent'anni fu il grande favorito, prima tra i ragazzi, poi tra gli uomini. A quarant'anni, perse, infine, contro il suo giovane cittadino Timateo; a quel punto, si ritirò dallo sport e divenne un politico: nel 511/510 a.C., Milone fu nominato generale e sconfisse la vicina città di Sibari.

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La banda di Nicola Abalsano, detto Pagnotta, fu protagonista di un saccheggio sanguinoso, a Pisticci, nel 1808: dopo le efferatezze commes...