Un blog sulle "microstorie" della Basilicata e sulla Storia che ad esse si intreccia.
giovedì 26 ottobre 2017
giovedì 19 ottobre 2017
Bibliografie essenziali. 34. Storia, arte e medicina nella Certosa di Padula (1306-2006), a cura di C. Carlone, Salerno, Laveglia, 2006
ASSANTE FRANCA
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Introduzione
(p.VII-LI)
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SCHETTINO BRUNO
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Silenzio e solitudine
come esperienza monastica certosina (p.13-19)
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VITOLO GIOVANNI
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Monachesimo e società
nel Mezzogiorno angioino.
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DIDIER ARTURO
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Oltre la frontiera
certosina: la società del Vallo di Diano nel Trecento (p.37-48)
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NATELLA PASQUALE
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Ascesa e apogeo dei
Sanseverino di Marsico (1067-1497) (p.49-70)
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MUSI AURELIO
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CAPANO ANTONIO
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I possedimenti della
Certosa di S. Lorenzo di Padula in Campania tra il catasto onciario ed il
catasto murattiano (p.81-106)
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CERAVOLO TONINO
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Sulla soppressione di
alcune Certose meridionali nel XIX secolo: le relazioni tra Serra San Bruno e
Padula (p.107-124)
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D'AMICO GIUSEPPE
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I Certosini tra
polemiche e nepotismo (p.125-138)
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STROCCHIA TERESA
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I documenti certosini
provenienti da Sala nell'Archivio di Stato di Napoli (p.139-150)
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BRACA ANTONIO
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Relazioni artistiche
della Certosa di Padula dalle origini all'età moderna (p.153-198)
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GALLO MARIA CARMEN
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Influenze artistiche
della Certosa in età barocca (p.199-256)
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CAPONE PAOLA
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Paesaggi e giardini
della Certosa (p.257-278)
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MICCIO GENNARO
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Il recupero della
Certosa tra passato e futuro (p.279-302)
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SESSA MARIA GIOVANNA
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La metamorfosi della
Certosa: da luogo della memoria a laboratorio del presente (p.303-314)
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LAURIELLO GIUSEPPE
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Le erbe della salute
da Salerno all'hortulus della Certosa (p.317-326)
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DI MURIA ALBERTO
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La bottega
dell'achimia: dalla spezieria dei certosini al laboratorio galenico del
farmacista moderno (p.327-344)
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PINTO VINCENZO MARIA
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Tracce romane nelle
fondazioni della Certosa (p.347-352)
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D'ALESSIO MARIA TERESA
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L'urna del capitolo
dei conversi nella Certosa di Padula: ipotesi e suggestioni (p.353-370)
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RICCIARDI ANNALISA
|
La biblioteca del
certosino Domenico Matrella (p.371-376)
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RESCINITO ALDO
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Il ruolo dei
benedettini nella medicina monastica medievale (p.377-380)
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FERRARO SALVATORE
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Indicazioni
bibliografiche sulla Certosa di Padula (p.381-388)
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CARLONE CARMINE
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Conclusioni
(p.389-392)
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giovedì 12 ottobre 2017
Paesi lucani. 41b. Atella. 2. I ritrovamenti paleolitici (Angelo Carriero)
Durante l'estate del 1971 il prof. Edoardo Borzatti von Löwenstern (insegnante presso l'Università di Firenze), su invito del direttore del Museo Archeologico di Potenza, F. Ranaldi, cominciò le proprie indagini tra il territorio di Atella e di Lagopesole dove tra 700.000 e 500.000 anni fa sorgeva un lago pleistocenico conosciuto come “Bacino di Atella”, venutosi a formare da uno sbarramento di un affluente del Fiume Ofanto per via delle continue attività del Vulcano Vulture, attualmente Monte Vulture, e dei fenomeni atmosferici. Questo lago aveva un lunghezza di 16 km, ovvero la distanza da Atella a Lagopesole (frazione del Comune di Avigliano conosciuta per il castello federiciano). Borzatti all'epoca cominciò le indagini a Serra Pisconi (Filiano), dove nel 1965 alcuni contadini si accorsero delle pitture rupestri presenti in quella zona boscosa caratterizzata da querce, all'altezza di 879 metri s.l.m. Queste pitture rupestri di 9000 anni fa descrivono scene di cervidi in pascolo.
Qualche anno più tardi, nel 1991, dal celebre archeologo, dopo quasi venti anni di ricerche, nei pressi del Cimitero di Atella, venne finalmente individuato un sedimento di natura perilacustre con rilevanti testimonianze preistoriche dal Paleolitico Inferiore (Acheuleano Inferiore, circa 700.000 anni fa) fino agli inizi del Paleoltico Superiore (di facies Castelperroniana, 32.000 anni fa). Infatti furono trovati quattro molari di Elefante Antico, una zanna intera, un'altra non ancora tutta liberata dal terreno ed altri resti di un carnivoro ed un erbivoro.
Sulle rive del “Bacino di Atella” viveva l'uomo di Atella, conosciuto anche come uomo cacciatore che già prima di insediarsi in comunità con gli altri della sua specie cacciava predatori. Poi, quando si vennero a formare i primi “branchi” di uomini, la caccia veniva data all'animale più mostruoso dell'epoca, il mammut, che raggiungeva e superava l'altezza di 5 metri, quindi era molto più grande dell'attuale discendente.
Ad Atella veniva utilizzata una particolare tecnica di caccia per l’Elephas antiquus: infatti, dopo aver separato un membro del branco ed averlo costretto a incunearsi in un angusto lembo di spiaggia proteso nelle acque, disorientandolo con lancio di pietre o con l’aiuto di fiaccole, i cacciatori lo avrebbero indotto ad impantanarsi nel bacino. Per l’oggettiva impossibilità di uscire dal fango, la morte avrebbe colto l’animale dopo qualche giorno. Raggiunta la carcassa, dopo aver realizzato con frasche e rami una sorta di pontile fra questa e la riva, i cacciatori avrebbero alla fine dato luogo alla macellazione.
Questi resti sono visitabili nei pressi del cimitero del Comune angioino e sono contenuti in una gabbia per evitare di subire modifiche dagli agenti atmosferici e/o saccheggiamenti.
Si ringrazia lo studente Angelo Carriero, classe 4G, dell'IIS "Giustino Fortunato" di Rionero in Vulture (PZ), per il contributo.
giovedì 5 ottobre 2017
Bibliografie essenziali. 31. La questione meridionale da Giustino Fortunato ad oggi, a cura di P. Borraro, Galatina, Congedo, 1977
VERRASTRO VINCENZO
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Discorso pronunciato
al III Convegno di storiografia lucana (p.7-12)
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CORBINO EPICARMO
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Ricordo di "Don
Giustino" (p.21-24)
|
CILENTO NICOLA
|
Prospezione storica
della questione meridionale (p.25-34)
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MOSCATI RUGGERO
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Una battaglia perduta
(p.35-42)
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SCIROCCO ALFONSO
|
Una rinnovata polemica
sulle origini della questione meridionale (p.43-52)
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AVAGLIANO LUCIO
|
Economia e società nel
periodo borbonico e
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GAETANI D'ARAGONA GABRIELE
|
Il meridionalismo in
Giustino Fortunato (p.61-70)
|
VIGGIANI GIOACCHINO
|
L'agricoltura della
Basilicata nella questione meridionale (p.71-78)
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APPELLA PAOLO
|
La piccola rivoluzione
agraria di Ernesto e Giustino Fortunato (p.79-82)
|
SACCÀ LUIGI
|
Una "Questione
ultrasecolare" (p.83-86)
|
COIRO GIOVANNI
|
L'istruzione
obbligatoria nel pensiero di Giustino Fortunato (p.87-94)
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CAPRARA STEFANIA
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Giustino Fortunato
traduttore di Orazio (p.95-102)
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MARCORA CARLO
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Lettere di Giustino
Fortunato a Tommaso Gallarati-Scotti (p.103-108)
|
PASSARELLI DOMENICO - PADULA MARIO
|
Rapporti fra Giustino
Fortunato e Domenico Ridola (p.109-120)
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DONNO GIACINTO
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Sull'amicizia tra
Giustino Fortunato e Gaetano Briganti (p.121-134)
|
SPINA ANTONIO
|
La situazione agraria
con particolare riguardo al demanio. Il problema bancario (p.135-140)
|
RAMAGLI NICCOLÒ
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Su e giù per i nostri
monti, dietro le orme di Don Giustino (p.141-148)
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NOVIELLO FRANCO
|
Poesia popolare in
Lucania: un contributo di Giustino Fortunato alla biografia di Gian Lorenzo
Cardone (p.149-156)
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CATENACCI GIOVANNI
|
Giustino Fortunato,
apostolo del mezzogiorno (p.157-172)
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D'ANDRIA MICHELE
|
Giustino Fortunato e
la vexata quaestio Lucania o Basilicata? (p.173-178)
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CALICE NINO
|
Un socialista fra le
plebi: E. Ciccotti (p.179-186)
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BORRARO PIETRO
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Una compoasizione
musicale del
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CIASCA RAFFAELE
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Giustino Fortunato
(p.191-202)
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EINAUDI LUIGI
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Espressioni
meridionali (p.203-206)
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TORRACA FRANCESCO
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Giustino Fortunato
(p.207-216)
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VIGGIANI GIOACCHINO
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Cenno biografico di
Alberto Viggiani (p.217-218)
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FORTUNATO GIUSTINO
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Rileggendo Orazio
(p.219-240)
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FORTUNATO GIUSTINO
|
Vecchi mali italiani
(p.241-244)
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BORRARO PIETRO
|
Carteggio Fortunato
(p.245-341)
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giovedì 28 settembre 2017
Paesi lucani. 41a. Atella. 1. Cenni storici (Angelo Carriero)
Benchè l'ipotesi più accreditata dell'origine di Atella risalga al 1300, ve ne sono altre che identificano la sua origine addirittura a prima della nascita di Cristo.
In particolare si dice che sia stata fondata da alcuni profughi provenienti da Atella (città campana) nel III secolo a.C. o addirittura si pensa che sia nata sulle rovine della città di Celenna, citata persino dal poeta latino Virgilio nella sua Eneide.
Ma passiamo all'ipotesi più accreditata. La cittadina nacque tra il 1320 ed il 1330, a seguito di una riorganizzazione economico-sociale voluta dagli angioini. In quel periodo Giovanni d’Angiò, sestogenito di re Carlo II, conte di Gravina e signore di San Fele, Vitalba ed Armaterra, promise l’esenzione dalle imposte per dieci anni a coloro che si sarebbero trasferiti nella città che stava facendo edificare. Fu così che gli abitanti dei casali Rionero, Caldane, S. Marco, Balvano, S. Sofia e S. Andrea e dei castelli Masona, Armaterra, Lagopesole, Agromonte, Montemarcone, Monticchio dei Normanni, oppressi dalle prepotenze dei feudatari, decisero di trasferirsi nella nuova città degli angioini.
Fu così che, sotto il governo angioino, Atella divenne un centro economico e militare molto importante, tanto da essere, a quel tempo, una delle città più ricche dell'intera Basilicata e, proprio per il suo crescente sviluppo, subì un notevole incremento demografico. La città venne dotata di mura e di un castello, e il suo accesso era assicurato da due porte di cui oggi è rimasta solamente una, quella di San Michele. I prodotti atellani, come cereali, formaggi e salumi, venivano esportati nelle città più importanti del Mezzogiorno e diversi atellani strinsero rapporti con alcune corti principesche italiane.
Quest'epoca di pace e prosperità durò circa un secolo e per Atella si prospettò un progressivo declino, causato da ripetuti saccheggi, da continui passaggi da un feudatario all'altro e da violente scosse sismiche. Nel 1423, la città divenne feudo di Giovanni Caracciolo, mentre nel 1496 fu saccheggiata dall'esercito francese di Gilberto di Montpensier e conquistata nel 1502 dal generale aragonese Gonzalo Fernández de Córdoba, dopo un assedio di circa 30 giorni. In seguito, numerosi nobili ebbero in dote Atella, come Filippo Chalon nel 1530, Antonio de Leyva nel 1532 e altre famiglie come i Capua, i Gesualdo e i Filomarino.
Quest'epoca di pace e prosperità durò circa un secolo e per Atella si prospettò un progressivo declino, causato da ripetuti saccheggi, da continui passaggi da un feudatario all'altro e da violente scosse sismiche. Nel 1423, la città divenne feudo di Giovanni Caracciolo, mentre nel 1496 fu saccheggiata dall'esercito francese di Gilberto di Montpensier e conquistata nel 1502 dal generale aragonese Gonzalo Fernández de Córdoba, dopo un assedio di circa 30 giorni. In seguito, numerosi nobili ebbero in dote Atella, come Filippo Chalon nel 1530, Antonio de Leyva nel 1532 e altre famiglie come i Capua, i Gesualdo e i Filomarino.
Il paese venne seriamente danneggiato da una scossa di terremoto avvenuta nel 1694, che rovinò gran parte del patrimonio urbano, soprattutto il castello. Quest’ultimo era formato da quattro torri laterali di guardia e circondato da un profondo fossato; fu oggetto di due lunghi e sanguinosi assedi avvenuti nel 1361 e nel 1496; la Torre Angioina è l'unico elemento rimanente del castello costruito dagli angioini. Il sisma costrinse anche molti abitanti della cittadina a trasferirsi a Melfi che, seppur danneggiata, presentava migliori condizioni di vivibilità.
Nel 1851 ci fu un altro sisma che quasi distrusse il paese.
Nel periodo dell'Unità d'Italia, Atella partecipò attivamente al brigantaggio post-unitario che interessò gran parte della Basilicata. Circa un centinaio furono gli atellani coinvolti nelle rivolte brigantesche successive al 1861. Il maggior rappresentante del brigantaggio atellano fu Giuseppe Caruso, soprannominato Zi' Beppe: nato ad Atella, il 18 dicembre 1820, e morto nella stessa cittadina nel 1892, è stato un brigante italiano, tra i più distintivi del brigantaggio lucano. Assieme a Giovanni "Coppa" Fortunato e a Ninco Nanco fu uno dei più spietati luogotenenti di Carmine Crocco ma, dopo essersi consegnato alle autorità sabaude nel 1863, fu anche uno dei responsabili della repressione del brigantaggio nel Vulture. Stando a quanto affermato da Crocco, Caruso uccise 124 persone in quattro anni di latitanza.
Si ringrazia lo studente Angelo Carriero, classe 4G, dell'IIS "Giustino Fortunato" di Rionero in Vulture (PZ), per il contributo.
giovedì 21 settembre 2017
Paesi lucani. 41. Cenni su San Fele nella prima età moderna
Confinante con le due province di Principato Citra e Ultra, al tempo della nota Relazione Gaudioso (1736), San Fele, «posta alla fine della provincia di Basilicata» contava circa 3200 abitanti «inclinati alla coltura de campi et all’industria del bestiame» .
Posta tra i domini del Principe di Melfi «colla rendita di docati 2000 incirca destinandovi in essa il Governatore per l’amministrazione della Giustizia» per la giurisdizione feudale e amministrativa, si trovava soggetta per la parte spirituale alla Diocesi di Muro, contando anche un Convento dedicato a Sant’Antonio da Padova.
Le prime notizie risalgono all’età normanna quando San Fele risultava compresa nella contea di Roberto di Quaglietta, come si legge in G. DEL RE, Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi ed inediti ordinati per serie e pubblicati da Giuseppe del Re. Storia della Monarchia, vol. I, Napoli 1845, p. 584. Passò successivamente al maresciallo Drogone di Beaumont (nel 1273) – cui il re angioino Carlo aveva affidato il compito di perseguitare il brigante Marcello di San Fele, accusato di saccheggiare il territorio con Giovanni Coppola ed era un personaggio fortemente legato alla corte angioina – che a sua volta la concesse, dopo la morte di suo figlio ed erede Adamo (o Adametto) a Guglielmo di Melun che la tenne fino al 1278, anno della sua morte. La terra passò poi a Stefano di Guascogna l’anno successivo, poi concessa dal re al signore di Minervino e castellano di Canosa Gerardo d’Ivort. Il feudo appartenne agli Ivort sicuramente fino al 1301, considerata la pretesa di diritti su un mulino della chiesa di S. Maria di Perno da parte del figlio di Gerardo, Giannetto.
«Come Castello-Fortezza che Ottone I di Sassonia, Imperatore del Sacro Romano Impero fece costruire subito dopo la battaglia di Bovino su questa altura di confine del Principato Longobardo di Salerno, particolarmente idonea alla strategia dell’offesa e della difesa contro gli assalti dei Bizantini. Al castello fu dato, sin dall’inizio, il nome originale di San Felice, perché costruttori o primi custodi di esso dovettero essere cittadini o militi di Venosa città che si gloria della protezione di San Felice Vescovo Africano di Tibari, ivi martirizzato ai tempi dell’Imperatore Diocleziano» (V. M. PASCALE, Nella terra di San Fele. San Fele nella storia delle dominazioni sassone, normanna e sveva (969-1269), Salerno: Tip. G. Jovane e C., 1962, p. 7).
«Come Castello-Fortezza che Ottone I di Sassonia, Imperatore del Sacro Romano Impero fece costruire subito dopo la battaglia di Bovino su questa altura di confine del Principato Longobardo di Salerno, particolarmente idonea alla strategia dell’offesa e della difesa contro gli assalti dei Bizantini. Al castello fu dato, sin dall’inizio, il nome originale di San Felice, perché costruttori o primi custodi di esso dovettero essere cittadini o militi di Venosa città che si gloria della protezione di San Felice Vescovo Africano di Tibari, ivi martirizzato ai tempi dell’Imperatore Diocleziano» (V. M. PASCALE, Nella terra di San Fele. San Fele nella storia delle dominazioni sassone, normanna e sveva (969-1269), Salerno: Tip. G. Jovane e C., 1962, p. 7).
L’importanza strategica di San Fele, ubicata in un’area montuosa, posta ad un’altitudine di oltre 870 mt. s.l.m., che le permetteva di rifuggire i pericoli cui si trovavano esposti gli abitanti delle aree pianeggianti (come il diffondersi della malaria per la presenza della palude o della peste, eventi bellici o di natura alluvionale) e rispondente alla tendenza a seguire il fenomeno dell’incastellamento radicatosi del meridione italiano in età altomedievale, emerse nel periodo svevo, in quanto nella successiva dominazione angioina si presentava di natura demaniale il suo castello-fortezza risalente al X secolo, insieme agli altri tre del Giustizierato di Basilicata (Acerenza, Melfi e Muro) .
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| Evoluzione demografica di San Fele in Età moderna |
Evoluzione demografica di San Fele in età moderna.
La terra di San Fele fu governata nel corso del tempo da diversi signori, finché, con l’avvento degli Aragonesi, si assistette ad una prima fase di mera distribuzione di feudi a borghesi arricchiti, o squattrinati uomini d’arme, cadetti della piccola nobiltà aragonese-catalana prima, castigliana dopo. In seguito subentrano i rappresentanti di cospicue famiglie mercantili genovesi che ottengono feudi in cambio di crediti vantati verso la corona con la diretta e conseguente imposizione di «criteri di sfruttamento delle rendite, spesso con spirito di rapina».
San Fele fu tra i possessi del principe d’Orange, Filiberto Chalon, a lui donata insieme ad altre Terre da parte di Carlo V per i servigi militari prestati, mentre due anni dopo Antonio de Leyva ricevette il feudo di Atella ed Abriola. Successore di Antonio fu Luigi de Leyva, principe di Ascoli e signore di Atella e San Fele, che commissionò dei lavori nel convento adiacente alla chiesa di Santa Maria di Pierno, come ricordava Fortunato .
«Che la peste avesse insevito nel vicino comune di San Fele nell’anno precedente (1529), risulta dalla Bolla, già citata, di Mons. De Grifoni che, sotto la data 25 Luglio dello stesso anno, inviava da Melfi al Sindaco di quel paese per la erezione di una Cappella a S. Sebastiano «ut, eo Martyre Protectore, clades paestis sedaretur» diffondendosi l’anno successivoi nel resto della Diocesi, come riportato nella stessa p. poco più sopra: «In una postilla del mio Ms. di carattere di Mons. Ferrone, scritta sul margine che corrisponde al nome di Mons. De Grifoni, 31° Vescovo del sillabo murano, si legge: Anno 1530, mense Februarii, Muro et in tota Dioecesi, paestis grassabat» (L. MARTUSCELLI, Numistrone e Muro Lucano, Napoli, Tip. Pesole, 1896, p. 454).
I due feudi venduti poi, con patto di ricompra, a Fabio Gesualdo e successivamente al genovese Francesco Grimaldi (1603), furono ancora oggetto di compravendita, affidati in seguito alla gestione dei Doria, signori di Melfi, per il tramite di Giacomo, figlio di Francesco Grimaldi . I Doria mantennero il controllo del feudo di Melfi, tra cui la Terra di San Fele, fino all’eversione della feudalità (1806).
«San Fele aveva il “camerario”, il “bajolo” e il “giudice”. Neʼ tempi angioini, il Camerarius era l’impiegato camerale nell’amministrazione di qualche importante baronia; il Baiullus era un magistrato locale, che aveva il carico finanziario e amministrativo, ed anche giudiziario in civile; il Judex era l’assessore del Bajuolo» (G. FORTUNATO, Badie feudi e baroni nella Valle di Vitalba, a cura di T. Pedio, Manduria, Lacaita, 1968, vol. II, p. 16).
San Fele fu tra i possessi del principe d’Orange, Filiberto Chalon, a lui donata insieme ad altre Terre da parte di Carlo V per i servigi militari prestati, mentre due anni dopo Antonio de Leyva ricevette il feudo di Atella ed Abriola. Successore di Antonio fu Luigi de Leyva, principe di Ascoli e signore di Atella e San Fele, che commissionò dei lavori nel convento adiacente alla chiesa di Santa Maria di Pierno, come ricordava Fortunato .
«Che la peste avesse insevito nel vicino comune di San Fele nell’anno precedente (1529), risulta dalla Bolla, già citata, di Mons. De Grifoni che, sotto la data 25 Luglio dello stesso anno, inviava da Melfi al Sindaco di quel paese per la erezione di una Cappella a S. Sebastiano «ut, eo Martyre Protectore, clades paestis sedaretur» diffondendosi l’anno successivoi nel resto della Diocesi, come riportato nella stessa p. poco più sopra: «In una postilla del mio Ms. di carattere di Mons. Ferrone, scritta sul margine che corrisponde al nome di Mons. De Grifoni, 31° Vescovo del sillabo murano, si legge: Anno 1530, mense Februarii, Muro et in tota Dioecesi, paestis grassabat» (L. MARTUSCELLI, Numistrone e Muro Lucano, Napoli, Tip. Pesole, 1896, p. 454).
I due feudi venduti poi, con patto di ricompra, a Fabio Gesualdo e successivamente al genovese Francesco Grimaldi (1603), furono ancora oggetto di compravendita, affidati in seguito alla gestione dei Doria, signori di Melfi, per il tramite di Giacomo, figlio di Francesco Grimaldi . I Doria mantennero il controllo del feudo di Melfi, tra cui la Terra di San Fele, fino all’eversione della feudalità (1806).
«San Fele aveva il “camerario”, il “bajolo” e il “giudice”. Neʼ tempi angioini, il Camerarius era l’impiegato camerale nell’amministrazione di qualche importante baronia; il Baiullus era un magistrato locale, che aveva il carico finanziario e amministrativo, ed anche giudiziario in civile; il Judex era l’assessore del Bajuolo» (G. FORTUNATO, Badie feudi e baroni nella Valle di Vitalba, a cura di T. Pedio, Manduria, Lacaita, 1968, vol. II, p. 16).
giovedì 7 settembre 2017
Bibliografie essenziali. 30. Grumentum romana. Convegno di studi, Grumento Nova (Potenza), 28-29 giugno 2008, a cura di A. Mastrocinque, Moliterno, Valentina Porfidio, 2009
ROCHAT GIORGIO
|
Prefazione (p.XI-XX)
|
CAPANO ANTONIO
|
Le "Terme
Repubblicane" di Grumentum e la loro evoluzione nel contesto cittadino.
Rapporto preliminare (p.78-112)
|
COTTICA DANIELA-TOMASELLA ELISA
|
Studi preliminari
sulla sigillata africana dagli scavi 2005-2007 nel foro di Grumentum
(p.113-136)
|
DI GIUSEPPE HELGA-RICCI GIOVANNI
|
L'angolo
nord-occidentale del Foro di Grumentum. Una proposta interpretativa
(p.137-172)
|
FINZI ERMANNO
|
Indagini geofisiche
nell'area archeologica di Grumentum. Test 2006 (p.173-175)
|
FUSCO UGO
|
La stratigrafia
archeologica presso il Tempio D (campagne di scavo 2005-2007) (p.176-216)
|
GUALTIERI MAURIZIO
|
La romanizzazione del
territorio: Grumentum e l'alta Val d'Agri nel contesto della Lucania romana
(p.217-233)
|
MARASTONI SILVIA
|
Il Mundus di
Grumentum? (p.234-250)
|
MASTROCINQUE ATTILIO
|
Grumentum: nuove
ricerche (p.251-256)
|
NAVA MARIA LUISA
|
Grumentum. Gli scavi
del portico, della basilica e della fontana del foro (p.257-272)
|
SORIANO FIAMMETTA-CAMERLENGO LIANKA
|
Le mura di Grumentum.
Aspetti topografici e archeologici (p.273-301)
|
SARACINO MASSIMO-BOTTURI CHIARA-PERRETTI TERESA-POZZANI
LINDA-SORIANO FIAMMETTA
|
Il tempio rotondo
presso il settore M, area Foro, Grumentum: indagini archeologiche e risultati
preliminari (p.302-314)
|
SPERTI LUIGI
|
Un togato velato
capite da Grumentum (p.315-321)
|
THALER HANSJORG
|
Gli scavi nelle terme
imperiali (p.322-338)
|
ZSCHATZSCH ANEMONE
|
I nuovi mosaici di
Grumentum (p.339-359)
|
BASCHIROTTO SILVIA
|
Grumentum: storia
delle ricerche (p.9-19)
|
BOTTINI PAOLA
|
L'anfiteatro romano di
Grumentum (p.20-37)
|
CALOMINO DARIO
|
Le monete del foro di
Grumentum e la circolazione monetale nell'abitato (p.38-62)
|
CANDELATO FEDERICA-PERRETTI TERESA
|
Considerazioni
preliminari sulla stratigrafia archeologica dell'area di scavo ubicata presso
il lato orientale del cosiddetto Tempio C di Grumentum (PZ) (p.63-77)
|
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Orazio. 7. L'ode a Virgilio tradotta da Cesare Pavese
( Carmina , IV 12) Già i venti di Tracia compagni della primavera, e mitigatori del mare, spingono innanzi le vele, già il gelo è sparito da...





