giovedì 10 marzo 2022

Potenza. 2. L'età medievale

Passeggiando nel centro storico di Potenza si scoprono tante vestigia del travagliato Medioevo che Potenza ebbe a vivere. 

Infatti, già se si percorre Via Pretoria, si comprende il tracciato della “strata pubblica”, affiancato da un nuovo collegamento dalla cattedrale alla chiesa di San Michele. Al Duecento, poi, risale la testimonianza della costruzione di una Porta Nova, che si aggiungeva a quelle verosimilmente edificate nel periodo romano e che faceva parte dei beni della parrocchia di San Gerardo, probabilmente situata tra il monastero di San Luca e la cattedrale. 

La cinta muraria, che faceva di Potenza un centro estremamente compatto, quasi chiuso, aveva, poi, numerosi accessi che mettevano la città in comunicazione con il contado. Delle sei porte medievali di Potenza, due, i cosiddetti “portielli “(Porta Mendola e Porta Iola), erano porte minori situate rispettivamente sul lato meridionale e settentrionale della collina; altre due (Porta Nova e Porta Canonica) non furono più utilizzate dopo il Trecento. Le entrate maggiori nella città erano Porta San Luca, importante sbocco sul versante meridionale verso il borgo di San Rocco; Porta Salza, nella parte occidentale del pianoro, abbattuta il 2 ottobre 1817 e limite estremo dell’espansione cittadina; Porta San Giovanni e Porta San Gerardo, entrambe sul versante settentrionale, con l’importante funzione di porte maggiori della città. La prima, dal pendio nord, scendeva verso la cappella della Santissima Annunziata fino ad arrivare alla chiesa di Santa Maria del Sepolcro. Porta San Gerardo, invece, fungeva da entrata preferenziale per chi potesse attraversare i possedimenti del vescovo. 

Ulteriore polo di aggregazione era la chiesa di San Michele, intorno alla quale si sarebbe sviluppato, nell’ultimo quarto del Quattrocento, un borgo extramurale. Oltre a San Gerardo e a San Michele, terzo polo della città era la centrale parrocchia della Santissima Trinità, anche se la maggiore concentrazione di edifici importanti era intorno all’antica parrocchia di San Gerardo, nella zona est di Potenza. 

Al limite estremo del centro abitato si trovava, infine, l’antico castello – risalente presumibilmente al periodo normanno –, del quale resta solo una torre cilindrica, probabilmente con una funzione di avvistamento e di controllo della vallata sottostante. 

Sin dalla metà del XII secolo Potenza venne insignita del titolo demaniale: nel 1157, infatti, repressa la rivolta che faceva capo al conte di Loretello, il re Guglielmo II la dichiarò città regia con Melfi e Acerenza, condizione che essa mantenne sotto gli Svevi. Tuttavia, nel dicembre 1220 Federico II ridimensionò l’autonomia cittadina e, nel 1240, ordinò alle comunità di Potenza e di Melfi di inviare i propri rappresentanti all’assise convocata a Foggia. Potenza rimase sempre fedele agli Svevi, insorgendo contro Carlo I d’Angiò e il suo vice Guglielmo de la Lande e parteggiando per Corradino. Dopo la battaglia di Tagliacozzo del 1268, tuttavia, nemmeno la sollevazione operata dal popolo contro l’aristocrazia filosveva capitanata dai conti di Rivisco valse a salvare la città dalla vendetta degli Angioini. Ne seguì la distruzione delle mura (di cui, infatti, restano pochissimi tratti), con la dispersione di molti potentini nelle terre circostanti. 

Il periodo della crisi della dinastia angioina e dell’ascesa degli Aragonesi (1382-1443) fu, poi, tumultuoso anche per Potenza, possesso del conte Ugo Sanseverino, che nel 1384 vi riunì i baroni napoletani filoangioini per giurare fedeltà a Luigi II contro la famiglia Angiò-Durazzo che, salita al potere, la passò di feudatario in feudatario, finché la città riconobbe come nuovo sovrano Alfonso d’Aragona che, nel 1444, la concesse a Inigo de Guevara. Ma questa, come si dice, è un’altra storia che vi racconteremo presto.

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