giovedì 9 maggio 2019

Il Mezzogiorno moderno. 4. La Repubblica napoletana del 1799 (Antonio Cecere)

Luigi Blanch, di parte moderata, forse il più acuto degli storici napoletani della prima metà del secolo XIX, descrisse l'impatto delle idee francesi e rivoluzionarie sugli abitanti del Regno di Napoli, che, quando conobbero «la morte del re e le persecuzioni alla religione e ai suoi ministri, acquistarono una profonda antipatia, che si poteva senza esagerazione denominare odio, per le nuove massime e pei suoi partigiani» (L. BLANCH, Il Regno di Napoli dal 1801 al 1806, in Scritti storici, a cura di B. Croce, Bari, Laterza, 1945, vol. I, pp. 291-292.). Agiva in loro un radicato sentimento di “nazionalità”, che «rappresentava il proprio modo di essere, le abitudini, i costumi e le credenze. Conservarle era indipendenza e libertà, perderle schiavitù. [...] Perciò l'invasione dei Francesi della rivoluzione dava al governo un appoggio che esso non avrebbe trovato forse contro i Francesi di Luigi XVI né contro gli Austriaci o gli Spagnuoli, che avessero invaso il regno e cambiato la dinastia».
Quando, nel novembre del 1798, dopo aver conquistato Roma e lo Stato Pontificio, l'esercito rivoluzionario invase il Regno di Napoli, «la monarchia napoletana senza che se lo aspettasse, senza che l'avesse messo nei suoi calcoli, vide da ogni parte levarsi difenditrici in suo favore le plebi di campagna e di città, che si gettarono nella guerra animose a combattere e morire per la religione e pel re, e furono denominate, allora per la prima volta, “bande della Santa Fede”» (B. CROCE, Storia del Regno di Napoli, Bari, Laterza, 1965, p. 206).
In seguito al ritiro delle truppe napoletane, guidate da Mack, il 21 dicembre 1798 la famiglia reale abbandonò la città di Napoli per fuggire verso la Sicilia: il Regno, affidato a Francesco Pignatelli in qualità di Vicario generale, rimase privo di risorse finanziarie in quanto il re, prima della fuga, aveva saccheggiato i Banchi pubblici, mentre gli stessi poteri del Vicario venivano contestati dagli Eletti della Città, i quali, sostenendo di essere i soli rappresentanti legittimi del Regno in assenza del sovrano, nominarono il 30 dicembre una “deputazione del buon governo” alla quale, tuttavia, il Vicario riconobbe soltanto la funzione di organizzare una milizia urbana. 
Il 12 gennaio 1799, intanto, Francesco Pignatelli sottoscriveva con il generale francese Championnet l’armistizio di Sparanise, con il quale cedeva la fortezza di Capua e si impegnava a donare agli avversari la somma di due milioni e mezzo di ducati: il popolo considerò troppo oneroso il peso dell’armistizio e insorse, nominando come comandanti Girolamo Pignatelli, principe di Moliterno e Lucio Caracciolo, duca di Roccaromana, mentre il Vicario, il 16 gennaio, fuggiva a sua volta verso la Sicilia. Durante la rivolta popolare furono aperte le carceri e, oltre ai detenuti comuni, furono liberati anche i “patrioti”, che subito costituirono un comitato che si mise in contatto con gli esuli al seguito di Championnet guidati da Carlo Lauberg e, contemporaneamente, riuscì a concordare un’azione congiunta con i generali del popolo Moliterno e Roccaromana.

Il generale Championnet, per aggirare le resistenze del Direttorio nei confronti di un inaspettato trionfo, aveva dichiarato che il suo ingresso a Napoli dovesse essere necessariamente preceduto dalla creazione di un governo repubblicano. Il Mezzogiorno d’Italia non rientrava nei piani del Direttorio, che invece preferiva lasciare al loro posto i sovrani vinti per poterli sfruttare finanziariamente, piuttosto che incentivare la nascita di Repubbliche con progetti di indipendenza. 
I rivoltosi si impadronirono di Castel Sant’Elmo e, il 21 gennaio 1799, proclamarono la Repubblica, fornendo così il “pretesto” richiesto da Championnet: il 23 gennaio le truppe francesi entravano a Napoli e dovettero impegnarsi a fondo per domare la resistenza; soltanto dopo tre sanguinose giornate il generale Championnet potè annunciare la vittoria al Direttorio, elogiando il comportamento valoroso dei napoletani: «nessun combattimento fu mai così ostinato, nessun quadro così orribile. I lazzaroni, questi uomini meravigliosi, quei reggimenti stranieri e napoletani scampati dall'esercito, che era fuggito innanzi a noi, chiusi in Napoli, sono degli eroi. Si combatte in tutte le strade, il terreno è disputato palmo a palmo, i lazzaroni sono comandati da capi intrepidi. Il forte di Sant'Elmo li fulmina, la terribile baionetta li atterra, essi ripiegano in ordine, tornano alla carica» (S. VITALE, Il Principe di Canosa e l'Epistola contro Pietro Colletta, Napoli, Berisio, 1969, p. 30).
Tra le cause del crollo della monarchia borbonica, oltre all’incidenza degli esuli, che avevano accumulato un patrimonio di esperienze rivoluzionarie in Francia e nell’Italia settentrionale, ci fu innanzitutto un crollo militare dei Borbone: la leva obbligatoria, infatti, aveva incontrato molte resistenze, soprattutto tra le popolazioni già colpite da carestie e, inoltre, il peso della guerra gravava soprattutto sui contadini e gli artigiani, in quanto era possibile essere esentati dalla leva dietro versamento di denaro. Le truppe avevano, d’altra parte, scarsità di armi e servizi e la cavalleria non era stata ancora organizzata ai primi di ottobre del 1798, cioè all’indomani della guerra. 
Inizialmente il potere esecutivo e il potere legislativo furono affidati al Governo provvisorio della Repubblica, nominato il 23 gennaio dallo stesso Championnet e che, composto da venticinque membri, era suddiviso in sei Comitati: comitato centrale esecutivo, comitato di legislazione, di polizia generale, comitato militare, di finanza e di amministrazione interna. Ogni progetto di legge, preparato dal Comitato competente, doveva essere sottoposto all’approvazione dell’assemblea e alla ratifica finale del generale francese.

I problemi più urgenti per il nuovo governo repubblicano furono l’abolizione della feudalità, la riforma giudiziaria e, soprattutto, la politica provinciale: tuttavia, il primo Governo provvisorio riuscì a varare una sola legge importante, quella per l'abolizione dei fidecommessi e le primogeniture (29 gennaio 1799). 
Vari e piuttosto discordi furono i pareri nel dibattito «de’ feudi», per le differenti posizioni di radicali e moderati: al gruppo radicale di Lauberg, Paribelli, Cestari si opponeva quello di Mario Pagano (sostenuto da Domenico Bisceglia e Nicola Fasulo), secondo il quale bisognava, in primo luogo, rendere retroattiva una legge che abolisse la feudalità; inoltre i titoli di proprietà feudale dovevano essere esaminati non dai tribunali ordinari, che erano più facilmente manipolabili dai potenti, ma da una commissione di sette “probi viri” ed entro un termine massimo di tre mesi, scaduto il quale i baroni venivano dichiarati decaduti, mentre per i beni per i quali avessero la legittimità del possesso sarebbero diventati di loro proprietà, soggetti ad imposta ordinaria. Il 23 febbraio Nicola D’Amico chiedeva, d’altro canto, di prendere in considerazione il sostegno della nobiltà trasformata in un soggetto politico e sociale di legittimi proprietari: d’accordo sulla totale abolizione senza indennizzo dei diritti personali, chiedeva che i diritti reali fossero convertiti in canoni. 
Il 7 marzo Giuseppe Albanese proponeva l’abolizione di tutte le istituzioni feudali, aggiungendo la proposta di attribuire ai baroni un quarto del demanio feudale e ai comuni i restanti tre quarti. Il progetto, tuttavia, si arenò in attesa della ratifica del generale Macdonald, il quale, insieme al commissario speciale Abrial, era stato inviato dal Direttorio il 25 febbraio per sostituire Championnet in seguito alla vicenda che aveva visto dapprima Championnet espellere il commissario civile Faypoult, poi l’arresto e la traduzione in Francia dello stesso Championnet e infine l’annullamento del decreto di espulsione del Faypoult. 
La legge sull’eversione della feudalità fu approvata il 25 aprile e pubblicata il giorno successivo, ma con data del 7 marzo. A causa di alcuni avvenimenti, come il rafforzamento dell’esecutivo dopo la riforma del 14 aprile di Abrial, che separava finalmente il potere legislativo - affidato ad una commissione legislativa di venticinque componenti -, da quello esecutivo, affidato invece ad una commissione esecutiva costituita da cinque componenti o come la scoperta della congiura dei Baccher, che portò il governo ad una maggiore intransigenza, il testo della legge approvata fu molto più radicale rispetto ai progetti precedenti: si attribuivano, infatti, interamente ai comuni i demani feudali, anziché per i tre quarti, ma la legge non ebbe mai un’attuazione pratica. 
Concordata l’abolizione dei diritti reali, la discussione si era accesa sul carattere dell’eversione dei demani feudali, tradizionalmente adibiti all’uso collettivo. I radicali ne sostenevano l’espropriazione senza indennità, ritenendoli illegittimi perché frutto di usurpazioni ai danni della nazione, mentre i moderati, per preservare il diritto alla proprietà privata, proponevano di riconoscere come libera proprietà quei feudi per i quali i possessori potessero fornire la prova del regolare acquisto. La speranza di attrarre le masse contadine dalla parte repubblicana e il cambiamento ai vertici delle forze occupanti determinarono lo spostamento dei patrioti su posizioni più estreme: tuttavia l’ostilità dei francesi vanificò gli effetti della legge feudale, promulgata quando già le insorgenze si andavano diffondendo, mentre il governo, già il 30 maggio, emanava un’altra legge per far rispettare la prima, ma quando ormai mancavano pochi giorni alla sua resa.
La riforma giudiziaria venne approvata il 14 maggio e prevedeva l’abolizione di tutti i vecchi tribunali, come la Camera della Sommaria, inutile dopo l’abolizione della feudalità: sull’esempio della Francia venne instaurato, invece, un nuovo sistema che distingueva rigorosamente le funzioni di polizia e quelle giudiziarie. 
Se, ovviamente, insistita era l’attenzione a riformare l’ordinamento generale della Repubblica, attenzione non minore fu dedicata, dal Governo, alle province: a pochi giorni, infatti, dalla proclamazione della Repubblica, il 26 gennaio, erano state pubblicate le Istruzioni generali del Governo provvisorio della Repubblica ai patrioti, che costituivano un vero e proprio manifesto rivoluzionario, con il quale si incitava la popolazione a sollevarsi, si invitavano i cittadini a riunirsi nelle piazze principali, a piantare l’albero della libertà e ad eleggere i nuovi governi locali, le Municipalità. Venivano date anche delle direttive sull’organizzazione amministrativa: le Municipalità dovevano essere composte da un presidente, un segretario e da sette componenti - per i centri con una popolazione inferiore alla diecimila unità -, mentre, per i centri con più di diecimila abitanti, erano previsti quindici componenti. Inoltre si assicurava l’invio di commissari nelle province per collaborare all’organizzazione delle autorità locali e a incentivare la popolazione a proclamare le municipalità, là dove queste non fossero state ancora costituite, anticipando l’intervento del governo centrale. Il commissario del governo faceva da tramite tra le Municipalità e le amministrazioni dipartimentali e rendeva esecutive le deliberazioni assunte a maggioranza dai membri delle Municipalità.
Su queste basi, le Municipalità repubblicane elette o, comunque, costituite nel corso della Repubblica napoletana, costituiscono certamente una delle dimensioni portanti della connotazione assunta, in provincia, da tale peculiare fase politico-istituzionale-amministrativa: da quelle “democratiche e popolari”, le cui rappresentanze furono di più diretta espressione “popolare”, a quelle “istituzionalmente dovute o imposte”, a quelle di “pura facciata”, la rete delle Municipalità comunque presenti nel corso della fase di repubblicanizzazione istituzionale delle province rappresentò un notevole esperimento.
Il 9 febbraio venne approvata la legge sulla divisione territoriale dei dipartimenti, revocata da Abrial, in quanto non teneva in considerazione le divisioni naturali e stravolgeva le divisioni provinciali preesistenti: la legge, infatti, elaborata da Bassal, non teneva conto, ad esempio, delle precedenti sedi di Udienze (tranne che per i casi di Cosenza, Catanzaro, L’Aquila, Salerno, Lecce), tuttavia con lo scopo, sulla carta, di legare, in una fitta rete di corrispondenze, il “corpo” del regno alla Capitale, superando l’ormai secolare divisione tra centro e periferia che, nel corso dei due secoli precedenti, era andata acuendosi e che, per la brevità dell’esperimento repubblicano e le difficoltà di comunicazione, non sarebbe stata risolta. Venne, così, ripristinata la vecchia divisione delle province, mantenendo soltanto la denominazione dei dipartimenti. Tutto questo, unitamente all’invio dei cosiddetti commissari democratizzatori, volontari che avevano il compito di aiutare il processo repubblicano in provincia, insieme al fatto che nel marzo 1799 il generale Macdonald fu costretto a nominare una commissione di tre membri, che avrebbe dovuto vigilare sullo stato delle province, testimonia le difficoltà incontrate dal governo nell’applicazione del modello rivoluzionario nelle province.
Le Municipalità repubblicane vivevano, dunque, una situazione molto precaria: nel giro di pochi giorni l’albero della libertà, piantato nelle piazze e accompagnato da una cerimonia che si concludeva con la recita del Te deum per sancire l’adesione dello stesso clero al nuovo regime, veniva abbattuto, bruciato e sostituito dalla santa croce e si celebrava nuovamente il Te deum, questa volta in onore della monarchia. 
Un altro problema della Repubblica fu quello di affrontare le insorgenze, per la maggior parte rivolte contadine che, in molti casi, non portavano al ripristino dell’antico regime: molto spesso vennero costituiti dei governi popolari propri, con i quali anche gli stessi Borbone si sarebbero confrontati. Le aree più lontane da Napoli, attraversate da contrastanti correnti rivoluzionario-moderate (come nel caso abruzzese) o controrivoluzionarie, segnarono, quindi, una sorta di “confine ideale” nel quale la Repubblica cercò di estendere il proselitismo avviato con le Istruzioni generali. Proprio dall’area più calda, la Calabria, partì l’«Armata cristiana e reale della Santa Fede» comandata dal cardinale Fabrizio Ruffo che, accortamente e con grande senso della comunicazione, riuscì a dare alle insorgenze la forma di un preciso progetto rivoluzionario, incanalandole nell’alveo della cultura legata al tradizionale culto dei santi ed alla fedeltà al re. 
Con il titolo di commissario generale nelle province e di Vicario generale, il cardinale, che aveva raggiunto i sovrani a Palermo, sbarcò a Pizzo con l’incarico di riportare i territori della Repubblica sotto il controllo dei Borbone. Per fomentare la controrivoluzione nei paesi circostanti emanò un’enciclica, abolì le imposte più gravose e impopolari, come il dazio sulla seta, e dichiarò solennemente di perdonare tutti i centri che fossero tornati spontaneamente all’obbedienza. Per provvedere al mantenimento della sua Armata il cardinale Ruffo confiscò tutti i beni dei giacobini e sequestrò i feudi di tutti coloro che avevano abbandonato i propri possedimenti.
Nell’aprile, intanto, in seguito alle sconfitte subite in Italia settentrionale ad opera degli Austro-Russi, i Francesi furono costretti a ritirarsi prima dalle province e in seguito (il 7 maggio) da Napoli. I repubblicani tentarono di difendersi da soli contro l'Armata sanfedista, ma il 13 giugno la città fu riconquistata dalle armate del cardinale Ruffo al Ponte della Maddalena. Agli ultimi repubblicani trincerati in Castel Sant'Elmo, Ruffo offrì un’«onorevole capitolazione» che, tuttavia, non venne accettata dall'ammiraglio Nelson, nel frattempo giunto a Napoli con la flotta inglese. 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
M. BATTAGLINI, La Repubblica napoletana. Origini, nascita, struttura, Roma, Bonacci, 1992.
A. M. RAO, La Repubblica Napoletana del 1799, in Storia del Mezzogiorno, diretta da G. Galasso e R. Romeo, IV/2, Il Mezzogiorno dagli Angioini ai Borboni, Roma, Edizioni del Sole, 1986.
A. DE FRANCESCO, 1799. Una storia d'Italia, Milano, Guerini e Associati, 2004.

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