giovedì 7 luglio 2022

Il Mezzogiorno contemporaneo. 2. Studiosi-antropologi nel tardo Ottocento lucano

Gli studi attinenti le tradizioni popolari in Basilicata cominciarono grazie all’impegno dell’abate Francesco Paolo Volpe, storico materano, vissuto a cavaliere tra Settecento e Ottocento, che scrisse un notevole numero di opere con al centro la città di Matera, riguardanti non solo le vicende storiche della cittadina, ma anche studi legati all’aspetto religioso che sfociarono in studi sulle festività patronali. 

Nel 1867 Teodoro Ricciardi dedicò una monografia alla storia del centro di Miglionico con alcune pagine relative alle tradizioni della popolazione. Il canonico Teodoro Ricciardi nella Notizie storiche di Miglionico, infatti, ci fornisce la descrizione del costume festivo della popolana miglionichese che venne usato fino all’inizio del XIX secolo: 

"La maniera di vestire delle donne, sino a’ principii del secolo corrente, era tutta un costume greco, come vedesi tuttavia nella limitrofa Ferrandina: cioè, una gonnella a color rosso, detto perciò camicia rossa, con vestiseno a colore, ed una giacca a maniche corte ornata di galloni. Sulla testa poi un panno bislungo, con voce greca detta spargano, che copriva testa, spalla, e braccia".

Anche Pani Rossi nel suo scritto del 1868, La Basilicata libri tre, studi politico amministrativo e di economia pubblica, ci fornisce una descrizione del costume tradizionale di vari paesi: 

"[la donna lucana] veste tutta o parte di panno, di più colori: perso in Latronico e in Carbone, vario poi ne’ tempi di lutto: qua e là nerognolo e a doppia gonna: rosso a Ferrandina: verde a Ruoti, giallo a Maschito: blue a Lauria ed in Avigliano. Ora ha il capo ricuoperto pur di un panno riquadro, ch’è perso in Moliterno, listato bianco e nero in Viggiano: altrove in un lino bianchissimo e leggiadro in Avigliano […]. Anco il corpetto che si allaccia sul seno ed ha maniche distaccate offre gran vaghezza e varietà di colori: scarlatto in Moliterno, turchino a Lauria, perso in Carbone, Castelsaraceno e Latronico".

Rimpiangendo la scomparsa graduale del costume tradizione, parla anche della perdita delle processioni di lustrazione dei campi e propiziazione del raccolto, abolite perché considerate inefficienti per il fine che si prefiggevano vantandosi di averle abolite lui stesse. In effetti il tono malinconico sulla perdita di usi e costumi lo troviamo solo sulle “vestimenta”, mentre ci viene descritto con tono derisorio il credito popolare che veniva dato a credenze soprannaturali.

Della perdita o riduzione delle usanze legate alle feste campestri primaverili e autunnali parla anche Ricciardi, ma affronta il tema in chiave nostalgica, soffermandosi sul tema della scomparsa, rovina o distruzione di molte cappelle rurali che sorgevano all’esterno del paese e la sensibile riduzione delle feste a loro legate. Questo cambio fu in parte frutto delle ideologie permeate nel periodo francese, con le limitazioni anti-ecclesiastiche ma anche dell’instabile atmosfera che si era venuta a creare con il nascente Stato laico liberale. 

Molto interessanti sono, inoltre, gli studi storiografici di Angelo Bozza riguardanti l’area del Vulture-Melfese dove l’autore si soffermò su alcune minoranze etniche, occupandosi delle tradizioni popolari dei paesi albanesi della zona del Vulture. 


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