giovedì 20 marzo 2025

Un libro lucano sui briganti lucani

 

Sabato 22 marzo, ad Avigliano, alle ore 18, presso la sala “Andrea Claps” della S.O.M.S., si terrà la presentazione del nuovo libro di Angelo Lacerenza, dal titolo “Il brigantaggio meridionale dopo l’Unità d’Italia: tra storiografia, identizzazione e mitizzazione”.

Il mito del brigantaggio postunitario rappresenta una narrazione storica che ha avuto un forte impatto sulla costruzione dell'identità nazionale italiana. Dopo l'unità d'Italia, il fenomeno del brigantaggio, soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia, venne interpretato in modo ambiguo: se da un lato veniva visto come una reazione violenta contro l'occupazione sabauda e le sue politiche, dall'altro fu presentato come una "barbarie" da sradicare per consolidare l'unità nazionale. Con questo testo, Lacerenza riconsidera il tema della mitizzazione e dell'identità del  brigante, basandosi non solo sulle complesse motivazioni sociali ed economiche che stavano alla base di questi movimenti di resistenza, ma anche al tema delle "classi pericolose" che riduceva tali fenomeni a mera criminalità. 

Un incontro, dunque, da non perdere per una riflessione seria e pacata su un tema quanto mai attuale e scottante per studiosi e appassionati.

Risorgimento lucano. 46. I facinorosi della provincia di Basilicata (17 ottobre 1821)

 




FONTE: Archivio di Stato di Potenza, Intendenza, Lista di Facinorosi-Iscrizioni-1821, fasc. 211bis.

giovedì 6 marzo 2025

Il Mezzogiorno moderno. 27. Ancora sul Catasto Onciario (Antonio Cecere)

Il catasto Onciario (o Carolino) fu così chiamato dal momento che per la valutazione dei beni da tassare venne usata l’oncia . 

La riforma fiscale del Regno di Napoli e di Sicilia, voluta da Carlo di Borbone (1741), aveva lo scopo di reperire risorse necessarie al finanziamento di uno Stato Moderno; e si caratterizzava per una più giusta equità sociale, in quanto tassava i grandi patrimoni, specie quelli ecclesiastici e parte di quelli feudali .

Carlo di Borbone, “Don Carlos”, figlio del Re Filippo V di Spagna e della Regina Elisabetta Farnese, dopo la vittoria di Bitonto nel 1734 sull’esercito austriaco divenne Re di Napoli e di Sicilia e ripristinò dopo oltre due secoli di dominazione, prima spagnola, poi austriaca, l’indipendenza del Regno di Napolie il suo ritorno agli antichi splendori (dobbiamo al Re Carlo il Teatro di S. Carlo, il più antico teatro lirico d’Europa, inaugurato il 4 novembre 1737, giorno onomastico del sovrano).

Il nuovo catasto doveva provvedere al censimento della ricchezza prodotta dalla popolazione del Regno e arginare il potere fiscale detenuto dalla Regia Camera della Sommaria. Si volle adottare un sistema tributario più equo basato sulla tassazione degli abitanti (e non su quella dei beni e della ricchezza in genere) e dei beni ecclesiastici e feudali fino ad allora non soggetti a imposte.  Infatti, fino alla metà del XVIII secolo, il sistema utilizzato dalle Università  del Regno di Napoli era a gabella e a battaglione.

Il sistema della gabella prevedeva imposte calcolate sui consumi, specie sulle derrate alimentari, come il grano ed il sale. L’altro, detto a catasto o inter cives, volgarmente chiamato a battaglione, prevedeva la stima dei beni di proprietà dei cittadini e dei redditi provenienti dalle loro attività. Lo scopo della riforma era quindi quello di registrare contemporaneamente la popolazione e la ricchezza da essa prodotta ed assicurare un prelievo fiscale  uniforme in tutto il Regno. 

Il catasto Onciario fu ordinato da Carlo di Borbone con dispaccio del 4 ottobre 1740 e regolato da una serie di disposizioni emanate dalla Regia Camera della Sommaria tra il 1741 ed il 1742, per un totale di 12 Prammatiche riunite tutte sotto lo stesso titolo, Forma censualis, et capitationis, sive de catastis, la prima delle quali è del 17 marzo 1741, l’ultima del mese di settembre 1742. Accanto alle precise istruzioni  relative alla formazione degli Onciarii venne disposto, fra l’altro, che anche i feudatari dovessero esibire le rivele di tutti i loro beni, affinché questi potessero essere accatastati rispettando tutte le formalità stabilite dalle Prammatiche stesse. 

Il catasto fornisce, a tutti gli effetti, dettagliate informazioni sui beni dei contribuenti: delle abitazioni è descritta la tipologia, l’ubicazione, spesso anche la grandezza (“casa palaziata”, “comprensorio di case di vani soprani e sottani”); dei terreni sono indicati i confini, l’estensione e la natura delle colture; vi è quindi la descrizione degli eventuali capi di bestiame.

All’elenco dei beni segue quello dei pesi, costituiti, in genere, dal pagamento di censi e canoni agli enti ecclesiastici e al feudatario e da interessi su capitali presi in prestito.

Il catasto fornisce, altresì, dettagliate informazioni sui nuclei familiari, indicando, per ciascuno di essi, il numero dei componenti, la loro età, l’attività svolta ed il rapporto di parentela con il capofamiglia.

Per la realizzazione del catasto tutte le Università, eccettuati Napoli e i suoi casali, ed alcune province della Calabria Ultra, esentate da imposte, dovettero eleggere dei deputati e degli estimatori, incaricati della compilazione degli “atti preliminari” e, rispettivamente, della valutazione ("apprezzo") dei beni. I cittadini e coloro che possedevano beni erano invece tenuti alla redazione delle "rivele", vere e proprie autocertificazioni nelle quali, oltre ad elencare i componenti della famiglia con le relative attività, dovevano riportare i redditi e gli eventuali pesi deducibili ai fini del calcolo dell’imponibile. Al compimento della raccolta delle rivele, sostituite, in mancanza di esse, dalle valutazioni degli estimatori, veniva redatto il libro del catasto, nel quale era riportato il calcolo della tassa a carico di ciascun nucleo familiare.

Per un preciso censimento della popolazione del Regno, fu richiesta anche l’opera dei Parroci, che, mediante il cosiddetto Stato delle Anime , nel quale si registravano battesimi, matrimoni e morti, erano i soli ad avere un quadro preciso della popolazione residente. 

Il Catasto Onciario costituì un importante antecedente dell’introduzione dello Stato Civile, poi voluto da Gioacchino Murat a partire dal 1809, e rappresenta un documento importante ai fini della ricostruzione delle condizioni economiche e sociali dei nostri antenati nel secolo XVIII, dal momento che elenca analiticamente le singole famiglie , con indicazione dei nomi dei componenti, della loro età, dei rapporti di parentela, e i relativi possedimenti.

Per complessità, resistenze incontrate e ritardi nella stesura - poche Università riuscirono a redigere i catasti entro il termine stabilito di quattro mesi e la maggior parte li portarono a compimento in ritardo - il catasto onciario si rivelò un sostanziale fallimento, almeno dal punto di vista della modernizzazione del sistema fiscale del regno.


giovedì 27 febbraio 2025

Paesi lucani. 69. Cenni sulla Fontana Angioina di Venosa (Sofia Iannielli)

La Fontana cosiddetta Angioina fu eretta nell'anno 1298, in onore del re Carlo I D'Angiò, che soggiornò in Venosa nel settembre 1271 e successivamente nel giugno 1272. La fontana Angioina è all’ingresso di Venosa, ma dentro il centro storico in una piazzetta che si affaccia sul paesaggio. 

Nei dintorni c’è anche un’altra fontana molto più piccola, ma anch’essa ricca di fascino e di memoria: la fontana di Messer Oto. 

La fontana Angioina presenta due maestosi leoni in pietra che hanno sotto i piedi un ariete, raffigurazione simboleggiante la forza dell'Impero Romano (considerata la provenienza romana dei leoni ricavati da altri manufatti già presenti in loco) posti alle estremità della fontana. Una parte di colonna romana è posta al centro. È anche un importante tappa per la processione (dopo la lavanda dei piedi che si svolge in Piazza San Giovanni de Matha), dove Gesù viene tradito da Giuda Iscariota. Attualmente è di nuovo attiva, con un nuovo rubinetto.



giovedì 13 febbraio 2025

Paesi lucani. 68. Cenni su Laurenzana e la fontana di San Silvestro (Martina Giordano)

Laurenzana. come molti paesi della Basilicata, affonda le sue origini nel Medioevo, quando ragioni di difesa portarono allo svilupparsi dei primi insegnamenti intorno alla rupe. La successiva crescita avvenne intorno ai due poli costruiti dalla chiesa madre e dal castello.


Le prime fonti documentarie risalgono al periodo normanno. In epoca successiva, gli Angioini apportarono notevoli cambiamenti sia al castello che al centro abitato che viene per la prima volta racchiuso da una cinta muraria munita di torri, rotonde e scarpate. 

Solo nel XVII secolo, in conseguenza della crescita urbana e degli scambi commerciali, le torri della cinta muraria furono assorbite nel tessuto urbano e utilizzate per uso civile. L’organismo urbano si sviluppò successivamente, lungo il percorso di crinale dove sorsero i maggiori palazzi della borghesia. Elementi caratteristici furono i numerosi “archi” a sottopasso, archi utilizzati anche per la realizzazione della fontana di San Silvestro (detta Tempone, forse per le sue grandi dimensioni), struttura realizzata in pietra, caratterizzata da tre grandi archi; nell’arcata centrale da cui fuoriusciva l’acqua vi era un grande lavatoio nel quale le donne andavano a lavare i panni e gli animali andavano ad abbeverarsi. Difficile trovare immagini e storia di questa fontana, poiché venne murata in seguito alla modernizzazione del paese. 



giovedì 30 gennaio 2025

Le perle lucane. 5. Cesare Malpica: un giornalista nella Potenza ottocentesca (Antonio Cecere)

Potenza, ancora nel XIX secolo, era ancora una piccola città senza particolari meriti artistici. Lo dimostra lo scrittore inglese Edward Lear che, nell’autunno del 1847, giunto in Basilicata, volutamente evitò di visitare la città che, appena intravista, gli parve subito molto brutta, quanto a posizione e forma. Infatti, la sua attenzione fu maggiormente rapita dai luoghi oraziani, in cui ritrovò le antiche memorie, immerse in grandi scorci di natura paesaggistica integra, che ancor meglio gli parve esaltare l’isolamento degli uomini. 


Altri, invece, parlarono di Potenza in toni molto positivi, come Cesare Malpica, romanziere, novellista, critico letterario e giornalista che raccolse le sue Impressioni della visita nelle terre lucane, nella primavera dello stesso 1847. Egli, rappresentante della scuola romantica del Mezzogiorno, addentrandosi nelle province napoletane alla vigilia dei moti rivoluzionari del 1848, decise di visitare anche la Basilicata, di cui, a quei tempi, si conosceva ancora poco. Malpica fu tra i pochi a spingersi fino a Potenza che non mancò di descrivere in modo molto positivo:

«Non son alte le case è vero: ma tali le comporta il sito: ma non han poi quell’aria lugubre e spiacevole, che molti si figurano: sono invece modestamente decenti, tutte biancheggianti, e molte ancora van sorgendo con più vago, più regolare, e più ampio disegno. Veggo a manca la piazza dell’Intendenza, vasta, adorna di alberi, col palazzo, che avrà in breve compita la facciata, in fondo: poco più lungi e ritta leggo sur una lapida: Piazza Duca della Verdura; è più angusta, ed è destinata a’ commestibili: poco appresso scerno una seconda piazza a manca, coll’antico sedile in fondo, con Caffè e botteghe ai due lati, e a rimpetto la vista delle colline dominate dalla Città […]. Ecco le prime immagini che offre Potenza a chi vi giunge […]. Ponendoti per quella via che ha a ritta il lato occidentale della città godrai di novello orizzonte. Son vigneti ordinati su per le falde dei monti, son casini biancheggianti fra verdi piante; è il verde tappeto delle praterie che si stende fino alle vette; è tutto un ramo degli Appennini disposto a semicerchio, per servir di specchio alla moderna capitale dei Lucani. Questa via scendendo giunge ad una pianura in cui vedi il Giardino delle Piante a manca, presso a cui scorre il pubblico fonte, e il Cenobio dei Riformati a dritta. Fra questo e quello passa la consolare, che di là, sempre salendo, mena per Avigliano alle Puglie. Giunto in cima, là dove sorge una graziosa villetta arrestati. Da quel punto scorgi Potenza ai tuoi piedi, colla sua forma quadrilatera, coi suoi pubblici edifizi, coi suoi campanili, coi suoi Templi, e col vasto e antico locale dei Conventuali, ora occupato da’ Tribunali, col palazzo dell’Intendenza, che ancora si va abbellendo […]. Lungi, si stendono a dritta e a manca altri monti, e altri boschi, e dietro a questi altri ancora, infino a Vaglio, limite estremo dell’orizzonte».

Queste le prime impressioni di un visitatore che, dall’esterno, vide Potenza come fervido centro di studi e di cultura, con la presenza di intellettuali esponenti di una colta borghesia. Davvero la fatica di un viaggio attraverso aree sconosciute e difficili da percorrere dovette sembrargli pienamente ripagata, trovandosi in una terra incantevole e con scenari spettacolari, assai differenti da quelli immaginati. Infatti Malpica descrisse il suo avvicinarsi a Potenza con i colori di un pittore, che ritrasse la predominanza di boschi, colline, campagne, ruscelli, alberi, vigneti ed armenti, che circondarono la città, estesa su di un colle, ammirata, ma a patto che ci si accostasse con la mente libera e gli occhi scevri da errati preconcetti. Molte pagine furono dedicate ai piacevoli incontri con i galantuomini del posto, affabili e colti, pieni di ingegno e virtù ospitali, desiderosi di crescere e migliorarsi, in un’atmosfera di progresso che, tuttavia, non faceva chiudere gli occhi a Malpica, più volte fermo sulle note meno felici sulle condizioni di vita dei ceti subalterni, costretti in miseri tuguri, ben diversi dai palazzi patrizi e dalle ville dei professionisti. 

Approfondite le sue conoscenze della storia della regione e dei suoi principali centri abitati, tra cui Potenza, che disse essere città di antichissima storia e patria di cittadini illustri, quando lasciò la Basilicata fu animato dalla speranza che le sue impressioni personali potessero essere di incitamento per altri che, dopo di lui, sarebbero venuti in quello che, con una certa esagerazione, definì addirittura il più bel paese d’Italia, per raccontarne le bellezze. E Potenza aveva molte cose da raccontare a livello di eventi e personaggi. Ma questa, come diciamo sempre, è un’altra storia.


mercoledì 15 gennaio 2025

Santi di Basilicata. 8. San Donato

Nato a Nicomedia, studia da chierico a Roma. Suo compagno di formazione è Giuliano, ma mentre questi diventa suddiacono della Chiesa di Roma, Donato rimane semplice lettore. Tuttavia divenuto imperatore, Giuliano (l'Apostata) promulga una violenta persecuzione contro la Chiesa. Donato fugge ad Arezzo accolto dal monaco Ilariano a cui si affianca nell'apostolato, penitenza e preghiera; con lui opera tra il popolo prodigi e conversioni. 

La sua «passio» racconta di miracoli, fra i quali, durante la celebrazione di una Messa, al momento della Comunione, entra nel tempio un gruppo di pagani che mandano in frantumi il calice. Donato raccoglie i frammenti e li riunisce, ma manca un pezzo del fondo del calice. Il vescovo continua a servire il vino senza che esso cada; un mese dopo Donato è arrestato e, sotto la persecuzione di Giuliano l'Apostata, viene decapitato ad Arezzo il 7 agosto.

Patrono dei comuni di Anzi, Carbone, Ripacandida e Ruoti, nonché compatrono di Pignola.

Un libro lucano sui briganti lucani

  Sabato 22 marzo, ad Avigliano, alle ore 18, presso la sala “Andrea Claps” della S.O.M.S., si terrà la presentazione del nuovo libro di Ang...