L'antica Lucania. 15. Uno storico: Posidonio di Apamea

Nato intorno al 135 nell'importante metropoli di Apamea in Siria, direttamente soggetta ai Seleucidi, Posidonio ne visse gli ultimi decenni di guerra contro Roma, conclusisi nel 129, con la morte di Antioco VII in Media nelle lotte contro i Parti. Intorno al 117 Posidonio si recò ad Atene, aderendo alla scuola stoica di Panezio, di cui fu allievo fino alla sua morte, avvenuta nel 110 circa.
In seguito il filosofo si trasferì a Rodi, che all'epoca era, grazie all'alleanza con Roma e ad una politica sostanzialmente moderata, un fiorente centro mercantile e culturale: Posidonio ne divenne cittadino e fece parte del governo con la carica di pritano, fondando nel contempo una sua scuola che vide come allievi, tra gli altri, Varrone e Cicerone.
Posidonio, che doveva sicuramente essere di origine nobiliare, poiché si spostò spesso da Rodi, intraprese una serie di viaggi di studio nelle regioni nord-occidentali del Mediterraneo, in Italia e nell'Adriatico, spingendosi fino a Cadice, sullo stretto di Gibilterra.
Nell'87 Rodi lo inviò come ambasciatore a Roma presso Mario; in seguito il filosofo si ritirò definitivamente a Rodi, dove strinse amicizia con Cicerone, che ne fu ascoltatore nel 77, e Pompeo, che gli fece visita nel 66, partendo per la guerra contro i pirati, e nel 62, dopo aver sconfitto Mitridate. D'altra parte, Posidonio ne ricambiò il favore scrivendo una monografia sulle sue imprese.
Dopo un'ultima ambasceria a Roma nel 51 per rinnovare il trattato tra Rodi e Roma, Posidonio, da tempo tormentato dall'artrite, si spense poco dopo.

Posidonio scrisse più di 25 opere, di tipo filosofico, ma anche scientifico e storico. Di tutto questo non abbiamo che i titoli e pochi frammenti.

1.     Opere scientifiche 
Posidonio osservò le maree e i fenomeni tipici dell'Atlantico nel suo soggiorno a Cadice nel 100, traendone osservazioni confluite nel trattato Sull'Oceano (di cui restano 32 frammenti); si occupò, inoltre, di astronomia nelle opere Sulle Meteore e Sulla grandezza del sole. In queste opere, di cui gran parte è confluita nelle Naturales Quaestiones di Seneca e all'inizio del III libro di Strabone, il filosofo cercava di spiegare le relazioni tra i fenomeni naturali alla luce dell'unione simpatetica tra gli elementi del cosmo, che sono parti di un tutto costituito dal Logos divino. Infatti metteva in relazione le maree con la Luna e il Sole e ipotizzava la nascita improvvisa di isole e bracci di mare con l'ipotesi di innalzamenti del fondo marino, riallacciandosi così alla teoria delle catastrofi "cicliche" che colpirebbero il mondo secondo gli stoici.

2.     Opere retoriche 
In conformità agli interessi stoici sul linguaggio e sulle parti del discorso, Posidonio compose un trattato Sul sublime, delle Esercitazioni retoriche e gli Argomenti di Demostene.

3.     Opere filosofiche 
Come stoico, Posidonio incentrò innanzitutto la sua riflessione (probabilmente racchiusa in nuce nei Discorsi protettrici) sulla liberazione dalle passioni e sul ruolo di onesto ed utile nella condotta umana (Sul dovere, Sulle passioni, Sull'anima), come riferito da Cicerone, che lo utilizzò nella seconda parte del suo De officiis.
Il discorso teologico e metafisico veniva ad integrare quello etico, in quest'ottica stoica, seguendo le direttive del suo maestro Panezio, il ruolo della provvidenza divina nel regolare il mondo e l'inutilità di poterne conoscere i disegni tramite la divinazione (Sugli dei, Sul mondo, Sulla divinazione). Il saggio può solo conformarsi alla razionalità insita nel disegno del cosmo cercando di regolare le passioni umane, che sono un elemento connaturato al suo essere, simbolo del potere finito e deviante del corpo che l'anima razionale può dirigere al bene.

4.     Opere storiche 
Oltre alla monografia Su Pompeo, l'opera storica di Posidonio più rappresentativa è il suo capolavoro Storie dopo Polibio, in 52 libri, che partiva dal 144 (data terminale dell'opera di Polibio) per arrivare almeno all'età sillana. L'ultimo frammento databile parla della guerra mitridatica dell'85 e si può quindi ipotizzare che fosse quindi questa la data terminale, che veniva proseguita nella monografia su Pompeo. I caratteri ed ampi brani dell'opera sono ricostruibili dalle citazioni di Ateneo e dall'ampio uso fattone nei libri XXXII-XXXVII di Diodoro Siculo, ma l'articolazione complessiva ci sfugge.
Posidonio, affrontando un periodo delicato e pieno di sconvolgimenti come l'età dell'imperialismo successivo alla conquista del Mediterraneo, si è posto la domanda di come farlo e di quali fossero le direttive della politica di quest'età.
Dal proemio diodoreo sappiamo che egli dava alla storiografia un valore pragmatico e didascalico, cioè quello di rispecchiare l'universalità del Logos, di cui il mondo nel suo complesso fa parte (giustificando quindi una storia universale), e di criticare gli eccessi del potere degli equites, colpevoli di abusi ai danni di altri esseri umani (F 7, 108 J.), in un'ottica paternalistica verso gli schiavi poi ripresa nella celebra lettera "sulla schiavitù" di Seneca.
Ne conseguiva che Posidonio, in linea con l'orientamento politico degli optimates romani, svalutava l'ascesa al potere degli equites (F 111 J.). Quest'ottica corrisponde alle origini nobiliari dello storico e, se da un lato è insistente la critica alla demagogia dei populares, come nella svalutazione dei Gracchi (F 110-112 J.) e di Mario (F 45), da lui conosciuto personalmente, questo non gli impedisce di riconoscere che gli inizi politici di questi personaggi sono stati ottimi, ma poi viziati dall'aver scelto una strada eccessiva e sbagliata: di Mario stesso esaltava le capacità strategiche, dando un'ampia narrazione delle su guerre contro Cimbri e Teutoni, cui attinse Plutarco nella sua biografia di Mario.
Posidonio si fa dunque portavoce non solo del cosmopolitismo stoico, ma lo unisce alla teoria aristotelica del giusto mezzo: in tale ottica criticava lo sfruttamento indiscriminato degli schiavi che aveva cerato le spaventose rivolte servili in Sicilia, su cui giocava gran parte della sua narrazione, mirata ad una rappresentazione retorica e drammatizzata.
Gli eccessi, sosteneva Posidonio, sono criticabili da una parte e dall'altra, specie quando portano abili demagoghi al potere: quest'assunto era ampiamente sviluppato a proposito del tiranno ateniese Atenione, capo della resistenza attica contro Silla, di cui Posidonio dava una caratterizzazione quasi parodica, tramandata integralmente da Ateneo (F 36 J.).
Infine, per amor di completezza, Posidonio inserì nella sua opera numerosi excursus etnografici e geografici sui popoli con cui i Romani entrarono in contatto all'epoca, diventando il massimo etnografo antico (Muller): in queste digressioni, come quelle sui Cimbri (F 13 J.), sui Celti (F 15 J.) e sulle miniere della Spagna (F. 37 J.), emergeva l'attenzione moralistica del filosofo, che nell'attenzione ai popoli primitivi vedeva l'affermazione pratica del concetto per cui al progresso materiale corrisponde una decadenza dei costumi (concetto poi fatto proprio dal Sallustio della Congiura di Catilina e dal Tacito della Germania).
Nelle digressioni Posidonio sfruttava il materiale raccolto nei suoi viaggi occidentali, egli tentava di offrire un quadro d'insieme degli eventi e delineare l'oggetto della sua storia come "narrazione di un periodo della civiltà umana" (Meister).
Posidonio rappresenta una figura di eclettico ben inserito nel clima della curiositas tardo-ellenistica: egli cerca di unire le scienze, riprendendo l'ottica unitaria di Aristotele all'interno di una concezione stoica che vedeva il molteplice come espressione dell'Uno. E' questa la sua originalità, che ne fa uno dei maggiori esponenti dello Stoicismo di mezzo, con il suo maestro Panezio.
Si tratta, dunque, non solo di una filosofia metafisica e mistica, ma soprattutto pragmatica (Musti), che spiega l'enorme fortuna del filosofo presso i Romani, che ne assimilarono la lezione di ricerca e di unione delle branchie dello scibile in un sistema intercorrelato, come in Varrone e nelle opere filosofiche di Cicerone. Gli storici come Cesare, Sallustio, Tacito, con l'attenzione ai popoli "diversi" in chiave moralistica, ne assimileranno la lezione storiografica e metodologica.

"Era comunque quella di Posidonio la risposta lungimirante di chi guardava più lontano … e traeva da quelle guerre sanguinose ed infelici l'intuizione di una crisi" (Canfora), come già Polibio nel suo VI libro.

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