martedì 30 aprile 2013

Feudatari di Basilicata. 2. I feudi ecclesiastici


A fronte della quasi assenza della microsignoria, che con lo 0,60% di fuochi di vassalli poneva la Basilicata al livello di presenza più basso fra le province del Mezzogiorno, la media signoria registrava il 43,07%, con 13.429 fuochi incardinati, e la grande signoria, con i suoi complessivi 17.558 fuochi,  colpiva il  56,31%  della popolazione  provinciale infeudata.  
Dunque, si trattava, a metà Cinquecento, di 50 signorie per 98 villaggi e un totale di 31.175 fuochi di vassalli. Un dato percentuale che poneva la provincia della Basilicata al penultimo posto tra le province del Regno. 
Importante, poi, era la feudalità ecclesiastica, sia quella riconducibile a titoli vescovili, sia quella esercitata da ordini religiosi. Nella Basilicata della prima età moderna, infatti, erano investiti di titoli feudali i vescovi di Anglona e Tursi (barone del feudo di Anglona), di Campagna e Satriano (conte di Castellaro e Perolla), di Melfi e Rapolla (conte di Salsola e barone di Gaudiano, con rispettivi castelli e territori), il vescovo di Tricarico, barone di Armento e Montemurro. 
A livello di ordini religiosi esercitavano giurisdizioni feudali i benedettini della Ss.ma Trinità di Cava (a Tramutola), i basiliani, cistercensi, certosini e gesuiti, presenti nella parte meridionale della provincia, peraltro in un’area a diffusa presenza feudale laica di alcune tra le più grandi casate feudali del Regno, dai Sanseverino di Bisignano (a Chiaromonte) ai Doria (a Tursi) ai Pignatelli (a Casalnuovo, Cersosimo, S. Costantino Albanese, Senise, S. Giorgio Lucano, Noja), ai Carafa (Colobraro, Roccanova, S. Chirico Raparo, Sant’Arcangelo).  In tale contesto, erano, poi, presenti i complessi monastici dei Basiliani di S. Elia di Carbone, dei Certosini di  S.Nicola in Valle di Chiaromonte, dei Cistercensi di S. Maria del Sagittario, tutti nell’ambito della diocesi di Anglona-Tursi, titolari di antichi feudi rustici. Inoltre,  nella stessa diocesi i Gesuiti erano titolari dell’esteso feudo di Policoro, a poca distanza, ma ricadenti nella diocesi di Acerenza-Matera, la Certosa di Padula possedeva San Basilio e Santa Maria di Pisticci. Nell’area a nord-est della provincia era il feudo della Badia di Banzi, dipendente dal cenobio di Montecassino fino al 1475, cui subentrarono gli Agostiniani nel  1536 e i Minori riformati nel 1665.
Solo in parte ricadente in Basilicata era, ancora, il peculiare feudo ecclesiastico di Castellaro e Perolla, quasi un’enclave all’interno del più vasto feudo di Satriano, nel quale si susseguirono le signorie dei Sanseverino, dei Caracciolo di Brienza e dei principi di Stigliano fino a quando, nel 1697, fu devoluto al regio fisco ed acquistato per 37.000 ducati dai Laviano, già baroni di Salvia.
In realtà molti esponenti della feudalità ecclesiastica provenivano alle grandi famiglie feudali: alla famiglia dei Carafa era legato il nome di alcuni illustri ecclesiastici del tempo come quello di Oliviero Carafa, abate commendatario della badia di Monticchio, troviamo lo stesso legame anche per la famiglia dei Caracciolo. Questo intreccio tra potere feudale e potere religioso portò a creare nell'età moderna inestricabili reti di nepotismo e parentela
 

lunedì 29 aprile 2013

Risorgimento lucano. 5. Rocco Brienza: un patriota "dietro le quinte"


Rocco Brienza nacque a Potenza il 1º settembre 1818 da Luigi e Isabella Laguardia. Il padre era un carbonaro e uno zio sacerdote, nello stesso anno in cui nacque Rocco, era morto in seguito alle sevizie cui era stato sottoposto per essere stato giansenista e per aver preso parte alla lotta armata contro i sanfedisti del cardinale Ruffo nel 1799.
Il Brienza studiò prima a Napoli e poi nel collegio e nel seminario di Potenza: ordinato sacerdote, dopo essere stato rinchiuso per punizione nel convento dei frati cappuccini di Picerno, fu nominato professore con funzioni di vicerettore e, anche in questa occasione, si distinse per aver procurato - come egli stesso scrive - i libri "più scomunicati politicamente ed i più gravati di condanna per santificare co' miei compagni le ore di ozio".
Inviato, dietro sua richiesta, a predicare nei comuni della provincia, venne a contatto con la setta dell'Unità italiana e, incluso fra gli "attendibili", venne arrestato il 9 aprile 1849 sotto l'imputazione di "eccitamento senza effetto a' sudditi del Regno ad armarsi contro l'Autorità Reale nel 1848" e condannato il 17 luglio 1852 a diciannove anni di ferri, pena ridotta a tredici anni nel 1854 e scontata parte a Nisida e parte a S. Stefano. Amnistiato nel 1859, il 10 luglio il Brienza era a Potenza, dove collaborava prima alla sottoscrizione per l'acquisto del milione di fucili, e poi con il centro insurrezionale di Corleto. Il 18 agosto 1860 prese parte attiva all'insurrezione di Potenza e il 19 agosto fu nominato segretario del Governo Prodittatoriale, incarico che tenne fino al 26 dello stesso mese quando fu inviato nell'Irpinia per promuovervi l'insurrezione. Si trattava di un incarico delicato e difficile: il 30 agosto stabiliva ad Ariano la sede del governo provvisorio, ma la reazione scatenatasi il 4 settembre lo costringeva a trasferirsi a Buonalbergo (un resoconto di queste vicende fu pubblicato dal Brienza col titolo L'insurrezione irpina, Potenza 1861).
Raggiunta Napoli, vi ebbe l'incarico di membro della commissione per la riforma dei luoghi penali, nonché quella di membro della commissione di vigilanza negli ospedali. Ma nel novembre 1860 lasciava la città, amareggiato per l'espulsione di Mazzini e per lo scioglimento del Comitato d'azione, e tornava a Potenza dove veniva nominato segretario della commissione elettorale lucana, dalla quale si dimetteva quasi subito perché - come egli scriveva - "riunioni così fatte l'uguaglianza non serbano e il diritto calpestano".
Numerosi furono gli incarichi che ebbe: segretario del sottocomitato per la Esposizione internazionale di Londra; segretario della commissione per la repressione del brigantaggio; membro della commissione per la riduzione delle feste religiose; segretario (1866) e poi presidente (1869)del comitato provinciale del Consorzio nazionale e del Comitato agrario; membro del Consiglio sanitario, si distinse durante la epidemia di colera che colpì Potenza nel 1867-68, tanto da avere una menzione onorevole, che egli respinse scrivendo al ministro: "Nulla feci, e se molto avessi fatto, avrei scevrato il principio umanitario, che non ripone in questo, od in altro, la sua ricompensa".
Eletto consigliere comunale nel 1861, fu segretario del Consiglio provinciale scolastico e deputato all'Annona. Ma dopo cinque anni si dimise, in contrasto con la classe dirigente locale, perché il Consiglio comunale "non rappresentava più gli interessi del popolo, ma bensì la gelosia dei partiti, l'avidità d'illeciti guadagni".
Nel 1862 si era fatto promotore dell'associazione "Emancipatrice del clero italiano", che si proponeva di lottare contro la Chiesa di Pio IX per un ritorno al Vangelo "nella purezza dei suoi principi". L'associazione veniva però ostacolata dalle autorità perché, pur rilevando in essa aspetti positivi, la ritenevano una affiliazione delle associazioni garibaldine. Sempre nello stesso periodo egli si dette a costituire logge massoniche; nel 1869 partecipò a Napoli all'anticoncilio dei liberi pensatori, contrapposto al Concilio vaticano, a Firenze alla Costituente e nel 1871 fu eletto a comporre il Grande Oriente.
Dedicò gli ultimi anni della sua vita alla stesura di numerosi scritti che ci forniscono una ricca messe di notizie sulle vicende del movimento risorgimentale e sulla vita civile e politica postunitaria in Lucania (Il martirologio della Lucania, 2ed., Potenza 1882; La mia croce, Potenza 1890; Il 2 giugno e 6 luglio in Potenza, Potenza 1891), e una biografia di Andrea Serrao (Sulla vita di mons. A. Serrao vescovo di Potenza,Potenza 1874). La richiesta da lui fatta d'una cattedra al ministero della Pubblica Istruzione non venne accolta. Il Brienza morì a Potenza il 17 febbraio 1900.

FONTE: voce di A. D'ALESSANDRO in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1972, vol. 14.

sabato 27 aprile 2013

La Basilicata medievale. 1. Giovanni Albino da Castelluccio, storico aragonese


Nato probabilmente a Castelluccio, Giovanni Albino si diede alla vita ecclesiastica, ricevendo anche un'accurata educazione umanistica alla scuola del Pontano e del Panormita, secondo quanto racconta la tradizione erudita napoletana.
Nei documenti aragonesi risulta dal 1478 bibliotecario, e poi bibliotecario maggiore, di Alfonso, duca di Calabria, che lo impiegò anche come segretario e, ben presto, come suo oratore e persona di fiducia nei più vari negoziati politici.
Fu perciò tra il 1478 e il 1487 più volte a Ferrara, a Firenze, a Urbino, a Roma: tra gli affari più importanti da lui sbrigati si ricorda il viaggio in Albania, dopo l'espulsione dei Turchi da Otranto, per ottenere la consegna del pascià di Valona, che aveva organizzato la spedizione contro Otranto e che in Albania era stato appunto sconfitto e catturato (settembre 1481), e il prestito di diecimila ducati fatto da Firenze e da Lorenzo de' Medici al re Ferrante (luglio 1484). Inoltre, egli fu tramite di re Ferrante presso Innocenzo VIII, al momento della crisi provocata dalla congiura dei baroni.
La sua abilità di diplomatico e le sue qualità di letterato gli conciliarono la stima e l'amicizia, tra gli altri, di Lorenzo de' Medici, che lo chiamò "caro quanto fratello",e di papa Innocenzo VIII; lo resero carissimo ai sovrani aragonesi, per il cui intervento fu nominato abate commendatario di S. Pietro di Piedimonte in Caserta e di S. Angelo a Fasanella, in Lucania.
Ritiratosi nella quiete della terra natia, intraprese a scrivere sulla base dei suoi ricordi e dei molti documenti, che, secondo l'uso dell'epoca, eran rimasti presso di lui, una storia dei suoi tempi tra gli anni 1478 e 1495, divisa in sei libri, di cui due andarono perduti assai presto, come ci informa il nipote dell'Albino, Ottavio Albino, nell'edizione delle opere dello zio del 1598.I quattro libri superstiti, De bello Hetrusco (1478-1480), De bello Hydruntino (1480-81), De bello intestino (1486-87), De bello gallico (1494-95), sono interessanti sia come diretta testimonianza della partecipazione dell'Albino agli avvenimenti, sia come espressione, assai spesso, del punto di vista e degli interessi della corte aragonese; meno alto il valore letterario, perché il paludamento umanistico di cui l'Albino avvolge il racconto dei fatti non raggiunge il livello dell'arte nè il significato di opera storica, che superi la cronaca.
Dell'attività letteraria dell'Albino sono anche testimonianza una raccolta di sentenze ricavate dalle Vite parallele di Plutarco messe insieme nel 1481 e giunte fino a noi in due manoscritti, l'Oratio composta nel 1494 in occasione dell'incoronazione di Alfonso d'Aragona (pubblicata dallo stesso A. nel 1495) e infine il ricordo di alcune sue composizioni poetiche.
Dalla quiete e dagli studi lo distolse l'invasione francese di Carlo VIII, che gli confiscò i beni "come notorio rubello"; ciò significa che l'Albino rimase fedele ai suoi sovrani anche nell'avversa fortuna. Al ritorno degli Aragonesi ebbe un beneficio proprio a Castelluccio, ma dové renderlo al precedente possessore, che aveva fatto ricorso al re. Dopo queste vicende, del dicembre 1497, nulla più noi sappiamo di lui.
I quattro libri superstiti sopra ricordati, col titolo complessivo Ioannis Albini Lucani De gestis regum Neapolitanorum, qui extant libri quatuor, furono editi a Napoli nel 1589 "apud Iosephum Cacchium" da Ottavio Albino, che vi aggiunse un'appendice di documenti, che sono in realtà i resti dell'archivio personale dell'Albino, perché raccoglie solo lettere, dispacci ed atti riguardanti direttamente l'Albino. Questa edizione fu ristampata integralinente nel tomo V della Raccolta di tutti i più rinomati scrittori dell'istoria generale di Napoli,a cura di Giovanni Gravier, Napoli 1769.

FONTE: Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1960, vol. 2.

venerdì 26 aprile 2013

Feudatari di Basilicata. 1. XIII-XV secolo


La rete feudale, a metà Cinquecento, faceva della Basilicata una provincia di media e grande signoria, in cui alcune importanti famiglie legavano la Basilicata con la rete feudale di altre province limitrofe. Infatti la media signoria in Basilicata comprendeva il 43,07%, con 13.429 fuochi, e la grande signoria raggiungeva il 56,31%, con 17.558 fuochi, della popolazione provinciale infeudata. Un dato che poneva la provincia della Basilicata al penultimo posto tra le province del Regno per la presenza di città regie, la maggior parte dei territori della provincia erano in mano ai feudatari.
I primi e più potenti signori della Basilicata furono i Sanseverino, che esordirono organizzando in Basilicata e in Calabria bande armate filoangioine contro la casa sveva e dopo la sconfitta di quest'ultimi ampliarono di molto il loro dominio giungendo a possedere tutta la parte centro-meridionale, dove il fulcro del loro potere era la contea di Chiaromonte, con centri importanti come Senise e Sant'Arcangelo. Il loro territorio comprendeva anche le valli dell'Agri e del Sinni, da Lagonegro allo Ionio, per giungere anche a Tricarico, Stigliano, Miglionico e Salandra, ed infine si estesero fino al Tirreno. Persino Potenza conobbe per beve tempo il loro diretto dominio. 
Accanto ai Sanseverino troviamo altre due grandi famiglie feudali che controllavano il territorio della Basilicata. 
Una era la famiglia degli Orsini Del Balzo che in Basilicata occuparono prevalentemente la zona verso la Puglia dove ebbero in possesso Andria, Canosa, Gravina, Altamura e Taranto, mentre in Basilicata ottennero Montescaglioso, Pomarico, Matera, Irsina, Genzano, Acerenza, Venosa, Lavello e Montemilone, procedendo verso il centro della regione, dove controllavano le terre di Cancellara, Pietragalla, Laurenzana e, soprattutto, Muro Lucano, che era una importante e prestigiosa sede vescovile. Raimondo Orsini Del Balzo era capitano generale di Carlo II d'Angiò e fu beneficiato per i suoi servigi resi al re ottenendo, così, i possedimenti feudali in Basilicata, e soprattutto in Puglia e Campagna. 
La terza grande famiglia feudale in Basilicata fu quella dei Caracciolo, di origine napoletana. Costoro, a partire dal XV secolo furono tra i protagonisti della vita politica della capitale. Sergianni Caracciolo, ministro della regina Giovanna II e uomo assai potente ed influente alla corte angioina, ebbe in Basilicata molte terre, ottenne quasi tutto il territorio lucano del Vulture con la signoria su Melfi, Atella, Lagopesole, Forenza e San Fele. E oltre il Vulture possedettero anch'essi per un periodo Cancellara, Avigliano, Abriola, Brienza, Sasso e Pietrafesa, e per alcuni periodi Vietri e Marsico.

giovedì 25 aprile 2013

La Basilicata moderna. 5. La chiesa ricettizia: assetti e gestione


Le chiese ricettizie ebbero un ruolo primario non solo nella storia del clero ma anche nella storia della società meridionale. Ciò era più evidente per la Basilicata dove ricettizie non erano solo le parrocchie, ma anche i capitoli cattedrali di tutte le diocesi lucane. Le ricettizie erano associazioni di preti locali che gestivano in massa comune un patrimonio di natura laica, che poteva derivare o dai beni delle famiglie private o dalle università, e ciò era consentito solo dai preti nativi del luogo che avessero avuto il privilegio di diventare “partecipanti” o “porzionari”. La nomina dei partecipanti era di natura laicale e spettava o ai comuni, nel caso in cui le ricettizie erano dette anche “comunie”, o a famiglie locali, nel caso in cui erano dette “familiari”. Solo dopo l'avvenuta designazione interveniva l'ordinario diocesano che controllava l'idoneità dei prescelti sotto il profilo spirituale. Il numero dei partecipanti era fissato negli atti di fondazione o in antichi statuti, e in base alle indicazioni statuarie vi erano ricettizie numerate, le cui ascrizioni erano a numero chiuso, e ricettizie innumerate, il cui numero di sacerdoti e chierici era illimitato e aperto. Inoltre le ricettizie si distinguevano anche in curate e semplici, a seconda che avessero o meno la cura delle anime, affidata al collegio di sacerdoti e chierici.
Il clero ricettizio eleggeva un vicario curato che svolgeva le funzioni di parroco ma non a vita perché la nomina era movibile. Tale nomina era subordinata al giudizio di idoneità da parte del vescovo, ma non si trattava di un'istituzione canonica e, a differenza di altri parroci, il vicario curato non percepiva la congrua, ma una parte delle rendite della chiesa, pur se in misura maggiore rispetto a quella percepita dagli altri partecipanti.
Le chiese ricettizie si differenziavano per i tempi e i modi d'accesso e di conseguimento della partecipazione, nell'espletamento del servizio e assolvimento della cura delle anime e nella gestione della massa comune. Per la chiesa cattedrale di Matera, ad esempio, l'iter d'accesso allo status di partecipante alla massa comune, che nel primo anno veniva assegnata per metà quota, prevedeva un'attività gratuita di quattordici anni da parte del chierico. Presso il capitolo cattedrale di Potenza, che a partire dal 1221 fu costituito da tre dignità e nove canonici ai quali nel 1742 se ne aggiunsero altri sei, si accedeva ad un quarto di porzione dopo cinque anni di servizio nel coro, a metà quota dopo nove anni e all'intera partecipazione dopo undici.
Nella cattedrale metropolitana di Acerenza, il cui capitolo, agli inizi del Cinquecento era costituito da tre dignità e diciassette canonici, l'accesso alla partecipazione era consentito dopo un percorso di servizio gratuito novennale. Queste differenze d'accesso alla partecipazione riguardavano anche le chiese ricettizie di più piccole dimensioni, solitamente monoparrocchiali, che in genere erano formate da un'unica dignità, arciprete, al quale spesso si aggiungeva una seconda dignità, quella del cantore. Il ruolo dell'arciprete era da primus inter pares nei riguardi degli altri sacerdoti partecipanti, i quali accedevano secondo modalità e percorsi non sempre omogenei, anche in realtà locali ricadenti nello stesso ambito territoriale diocesano. Così se nella chiesa di Santa Maria della Platea di Genzano di Lucania il percorso d'accesso alla partecipazione era di sette anni, nella vicina ricettizia dei Santissimi Pietro e Paolo di Oppido il percorso era di otto anni, mentre in quella di Santa Maria del Carmine di Cancellara si prestava servizio gratuito in sagrestia per tre anni e un altro, sempre gratuito, di procuratore, prima di accedere alla partecipazione.
Il governo collegiale delle ricettizie avveniva attraverso due tipologie di assemblee, quella ordinaria e quella annuale. L'assemblea ordinaria veniva convocata ogni settimana, di solito il venerdì o di sabato, e la convocazione veniva affissa davanti la sagrestia, almeno un giorno prima, direttamente da parte dell'arciprete o, in sua assenza dal prete più anziano. La seduta era valida solo con la presenza di almeno metà dei componenti e aveva inizio con l'invocazione dello Spirito Santo. Dopo la discussione sui singoli punti all'ordine del giorno, si procedeva alla votazione il cui voto era segreto e si utilizzavano oggetti “di fortuna” come ad es. fave, ceci. Uno dei problemi più discussi durante l'assemblea era l'assolvimento della cura delle anime, che era prevista come collegiale. Ovunque, infatti, se la cura abituale era statutariamente riferita alla collegialità capitolare, di fatto era in genere legata a una sola delle dignità, di solito l'arciprete, che l'esercitava con l'aiuto di altri sacerdoti aggregati.
Il percorso formativo seguito dal clero partecipante non andava oltre l'apprendimento derivante dal servizio pre-partecipazione prestato nelle chiese ricettizie, nel cui ambito per secoli era avvenuta la formazione reale dei chierici presso i sacerdoti più anziani, i quali furono tra i più tenaci avversari dello steso versamento della tassa pro-seminario. Per molto tempo, in campo formativo, le ricettizie finirono per rappresentare di fatto un'alternativa ai seminari. Ciò spiega la prevalenza di un clero senza alcuna preparazione morale, né religiosa, un clero del resto che aspirando più alla partecipazione rinunciava alla dottrina e dove a conseguire tale status non erano sempre i migliori in quanto i canonici davano più riguardo alla parentela che ai meriti. 
Il clero ricettizio, non formatosi spesso per una vera devozione religiosa, si occupava di più della crescita economica e la possibile fruizione di beni e rendite della massa comune e con essa l'entità della propria quota capitolare annuale, peraltro con l'intento di poterla perpetuare per i propri familiari. Per questo veniva data particolare attenzione alla gestione patrimoniale, che di solito vedeva direttamente impegnati i sacerdoti. L' azienda clerale era organizzata in questo modo: il procuratore generale del capitolo si occupava della gestione dell'azienda, questo era l'ultimo sacerdote ordinato e veniva nominato ogni anno a metà agosto. Entro dicembre doveva presentare un bilancio del capitolo a due razionali che lo analizzavano e lo approvavano. Il sagrestano, invece, si occupava di riscuotere i censi e gli affitti dei terreni che venivano subaffittati, e di stipulare i contratti dei beni rimasti liberi, vacanti. Infine c'era il procuratore ad lites che si occupava delle cause giuridiche del capitolo ed era l'assistente del vicario curato, e i procuratori deputati a cui veniva affidato il compito dell'introito e divisione della massa comune fa tutti i partecipanti-porzionari.
Al fine di un più diretto controllo dei beni della massa comune, di cui la ricettizia era proprietaria, a ogni partecipante l'assemblea assegnava a rotazione e per un periodo massimo di tre anni uno o più terreni. Il prete-partecipante-porzionario diventava il punto di riferimento economico per tutta la sua famiglia. Quest'ultimo aveva l'obbligo della residenza nel luogo natio, da dove poteva allontanarsi, e per un periodo limitato di tempo, unicamente sotto autorizzazione dell'assemblea del clero ricettizio. In caso di trasgressione si rischiava addirittura di perdere la partecipazione o comunque di vedersi sospesa la concessione della rendita.

BIBLIOGRAFIA
A. LERRA, Chiesa e società nel Mezzogiorno. Dalla "ricettizia" del sec. XVI  alla liquidazione dell'Asse ecclesiastico in Basilicata, prefazione di A. Cestaro, Venosa, Osanna, 1996
ID., La chiesa ricettizia, in G. DE ROSA-A. CESTARO (a cura di), Storia della Basilicata, 3. L'Età moderna, a cura di A. Cestaro, Roma-Bari, Laterza, 2002.

mercoledì 24 aprile 2013

La Basilicata moderna. 4. Le Università (secoli XVI-XVIII): l'amministrazione


Il termine Università veniva attribuito più propriamente alle «Città Regie», cioè quei centri che passavano al Regio Demanio, cioè alle dirette dipendenze della Corona e senza l'intermediazione del barone: in tal modo tutte le terre feudali comprese nel suo agro erano riscattate e diventavano di possesso comune, cioè “universali”. Il comune, pertanto, amministrava per conto suo queste terre, decidendo autonomamente se concedere ai privati contadini o lasciarle all'uso comune. I vari centri diventavano Città Regie solo se compravano se stesse, cioè si impegnavano a versare allo Stato la somma per il proprio riscatto. In Basilicata le città che riuscirono in tale impresa, ossia sottrarsi al peso feudale, furono pochissime: Saponara, Lagonegro, Matera, Maratea, San Mauro e Rivello. Tutte le altre università erano sotto la dipendenza del feudatario.
Ogni università, sia feudale che regia, era amministrata dal Buon Governo dei Reggimentari, composto dal mastrogiurato, che aveva funzioni di amministratore della giustizia, dal sindaco, che amministrava i beni demaniali e, infine, gli Eletti, il cui numero, a seconda delle università, variava da due a dodici. 
I poteri del Sindaco erano limitati all'interno dell'amministrazione, in quanto doveva attenersi alle direttive del mastrogiurato, figura preminente nell'amministrazione cittadina, detto anche ufficiale di polizia, ed era nominato dal baglivo. Quest'ultimo era l'ufficiale del governo, riceveva ordini dal sovrano e dai giudici e, oltre al potere amministrativo, salvaguardava i beni dello Stato, istruiva e dirimeva le controversie civili ed era abilitato anche ad arrestare ladri ed assassini.
All'interno dell'amministrazione comunale vi era anche il camerario, oppure detto camerlengo o erario, ed era l'assessore addetto alle finanze e svolgeva la sua mansione coadiuvato da apprezzatori, tassatori, e razionali nella riscossione di dazi, di gabelle e di entrate del feudo. Il notaio (o cancellarius o mastrodatto) teneva il registro delle deliberazioni del feudatario, del sindaco, delle autorità in genere ed annotava ciò che avveniva nella comunità. Il capitano era il responsabile militare della zona e sovraintendeva alla sicurezza del comune in pace e in guerra. I giudici, invece, erano presenti solo nelle grandi università, e diramavano le cause civili e panali e istruivano processi che inviavano a Napoli. Infine vi erano le guardie rurali che vigilavano sul territorio e sulle campagne allora infestate da molti ladri e assassini.
La nuova amministrazione veniva eletta dall'assemblea dei cittadini, convocata ogni anno generalmente tra agosto e settembre, su designazione degli amministratori uscenti o del barone. In caso di contrasto, si procedeva al metodo del ballottaggio, dove ogni partecipante all'assemblea era invitato ad esprimere segretamente il proprio voto, ponendo per ogni candidato una ballotta (spesso si utilizzava una fava) nell'urna o in quella del si o in quello del no, a seconda se fosse favorevole o contraria alla sua elezione. 
Durante lo svolgimento dell'elezione era ammessa la presenza del governatore, che amministrava la giustizia in nome del feudatario, del sindaco con gli eletti e del camerlengo, per evitare brogli o intrusioni. I nuovi eletti dell'amministrazione comunale venivano elencati in apposito registro e proclamati pubblicamente. Terminato il mandato annuale, gli amministratori non potevano essere immediatamente riconfermati. 
Amministrare una università era un'occasione per una scalata sociale e per consolidare la posizione economica e patrimoniale della proprio famiglia, infatti erano gli amministratori ad assegnare in affitto le varie terre comunali e ad attuare una vera e propria politica fiscale, fissando dazi e gabelle, rivedendo il catasto e procedendo all'appalto della riscossione delle imposte. Dunque chi controllava l'università aveva un potere tutt'altro che fittizio. Con il tempo vennero a crearsi dei gruppi dirigenti stabili e ristretti formate da famiglie nobili. 
Fino alla metà del Cinquecento nei consigli cittadini la proporzione tra la rappresentanza dei due ceti si mantenne ancora paritaria, dalla metà del secolo in poi la nobiltà cittadina iniziò ricondurre i consigli sotto la propria egemonia. Vari fattori determinarono questo cambiamento dell'equilibrio cittadino. 
Il primo riguardava le esigenze del potere centrale nell'organizzazione del consenso alla sua politica. Se nella gestione dell'apparato dello Stato la Corona aveva deciso di utilizzare i togati, non di estrazione nobiliare, per la gestione del territorio periferico essa aveva preferito dare largo spazio alle famiglie nobiliari. L'altro elemento di questo cambiamento va ricercato nella debolezza dei ceti medi urbani. Gli operatori commerciali non si lanciavano in operazioni che comportavano rischi di capitali, in realtà la loro prospettiva non era la città, ma la campagna dove mediavano tra massari e contadini da un lato, e coi baroni dall'altro. La loro aspirazione non era affermarsi nel consiglio cittadino come ceto medio, ma aspiravano ai valori nobiliari, nel quale speravano di entrare attraverso alleanze matrimoniali. Le famiglie nobili dell'amministrazione comunale si servivano dei «libri d'oro», cioè l'elencazione delle famiglie che si ritenevano le uniche degne di reggere le cariche pubbliche, per chiudere i loro ranghi non ammettendo nuovi elementi. Per questa via il governo delle città restava nelle mani delle stesse famiglie.

BIBLIOGRAFIA
R. GIURA LONGO, La Basilicata dal XIII al XVIII secolo, in Storia del Mezzogiorno, diretta da G. Galasso e R. Romeo, vol. XV, Le province del Mezzogiorno, Napoli, Edizioni del Sole, 1990.
T. PEDIO, Vita di una cittadina meridionale nel Medioevo e nell'età moderna (note ed appunti), Potenza, Dizionario dei Patrioti Lucani, 1968.
C. BISCAGLIA, Università e statuti municipali nella Basilicata tra Medioevo ed età moderna, in Lamisco 2002. Studi e documenti di storia di Matera e del suo territorio a cura della Sezione materana della Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Matera, Giannatelli, 2002.

martedì 23 aprile 2013

Carlo di Borbone e la modernizzazione incompiuta nel Mezzogiorno. Un recente seminario


Personaggi. 4. Nicola Sole, il poeta della contraddizione


Nicola Sole nacque a Senise 31 marzo del 1821, da Biagio Antonio e Raffaella Dursio: dopo la prematura morte del padre, fu educato ed allevato dallo zio arciprete, Giuseppe Antonio Sole, che nel 1831 lo mandò al seminario di Tursi, dove studiò fino al 1835. Nel 1836, Sole iniziò a praticare studi di medicina, prima come praticante a San Chirico Raparo e poi a San Giorgio Lucano, per trasferirsi, infine, all'età di 19 anni, a Napoli, dove abbandonò gli studi medici e si dedicò alla giurisprudenza, laureandosi nel 1845. 
Nel frattempo, aveva iniziato a dedicarsi alla letteratura ed a frequentare importanti salotti letterari dell'epoca, accostandosi alla corrente neoguelfa di Gioberti.
Trasferitosi a Potenza, dove iniziò ad esercitare la professione di avvocato, partecipò alla rivoluzione del 1848, acclamando pubblicamente la necessità della Costituzione. Sempre in quell'anno, pubblicò per il tipografo editore Vincenzo Santanello la sua prima raccolta di poesie, L’Arpa lucana ed alcune delle poesie della raccolta (Ai Siciliani, A Carlo Alberto, A Vincenzo Gioberti, All’Italia), all'indomani della repressione, ne aggravarono la posizione, costringendolo ad essere latitante tra il 1849 ed il 1852. Basti pensare ai versi de La Guerra:


Dai monti, dai piani, dai mari venite,
figliuoli d’Italia; la guerra v’aspetta;
in sella montate: le lance brandite;
correte nei ranghi: gridate vendetta:
Coraggio, coraggio! La guerra è la vita;
la pace de’ servi mai vita non fu:
l’Europa commossa fra l’armi v’invita:
vi scorra nei petti novella virtù.


O ancora, da All'Italia:



O genti amiche! E’ il giorno
de la gioia universa!
Oh benvenuti intorno
a questa Donna da l’Avello emersa!
O genti amiche! Una fra voi soltanto,
quasi piagata leonessa, freme,
e rugge e piange sanguinoso pianto,
inquieta per adulta speme… 

Solo nel 1853, su invito del fratello sacerdote, Sole si costituì chiedendo ed ottenendo l'amnistia, dopo un periodo nel carcere di Lagonegro e poi in quello di Potenza. Deluso da questa esperienza, si ritirò a Senise, dove visse in completo isolamento, dedicandosi esclusivamente alla lettura e allo studio: nel Convento dei cappuccini di proprietà della sua famiglia volgeva in prosa la Divina Commedia e traduceva il Cantico dei cantici, oltre a dedicarsi a traduzioni dai classici greci e latini. 
Solo tre anni dopo fu, però, accusato di far parte della Giovine Italia (movimento fondato da Vincenzo d'Errico) e coinvolto nel processo contro Emilio Maffei: fu, pertanto, incarcerato dopo un breve periodo di latitanza e, terminato il periodo di reclusione, tornò al suo paese natale. Nel luglio del 1857, ottenuto finalmente il passaporto per l’intercessione di Achille De Clemente, direttore dell’antiborbonico «L'Iride», poté tornare a Napoli, dove la collaborazione al giornale gli assicurò una vasta notorietà. 


Il 16 dicembre 1857 un disastroso terremoto devastò la Basilicata e, dalle pagine dell’«Iride», Sole cantò le vittime e le distruzioni della sua terra e stampò i suoi Canti per devolverne il ricavato alle vittime. Nel suo Salmo scriveva (vv. 1-3):

Signore! I tuoi clementi occhi dechina
Su le ripe Lucane, ove la vita
Fra il terror si dibatte e la ruina!

Nel 1859, Sole abbandonò Napoli, forse perché la Danza inaugurale scritta per le nozze di Francesco II e Maria Sofia fu argomento di aspre critiche da parte dei letterati e dei liberali. Il poeta, già malato di tubercolosi, dopo un breve soggiorno a Torre del Greco, si spense a Senise l’11 dicembre 1859: aveva solo trentotto anni. Aveva, tra l'altro, scritto, proprio a Torre, nel settembre, ormai stanco:


Da queste onde tranquille,
     Che sì pura del ciel rendon l’imago
     E in ampio giro d’isole e di ville
     Ridono in vista di sereno lago;

E da questo infocato
     Monte che tuona vaporando, e pare
     Mal volentieri sul confin locato
     De l’inimico armonioso Mare;

Una voce profonda
     Vien per la notte a l’anima solinga, 
     Quando più l’aura mormora a la sponda,
     E i brevi sonni al pescator lusinga,

E lungo il curvo lito,
     Ogni altra voce, lontanando, tacque,
     E per l’etra lucente ed infinito
     Passa la tarda luna alta su l’acque!

T’intendo, eco verace
     De l’eterna parola, onde, le avverse
     Forze composte in ammiranda pace,
     La beltà varia del creato emerse! 

E l’alma canta, ed osa
     Mescer le note de’ concenti umani
     A la santa armonia che senza posa
     Vien dal fondo de’ mari e de’ vulcani!




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lunedì 22 aprile 2013

La Basilicata moderna. 3. Diocesi e vescovi: un vescovo a Rapone nel 1726



Domenico Antonio Manfredi, grottolese, vescovo della diocesi di Muro tra il 1724 ed il 1738, durante le visite pastorali decretò che i fedeli frequentassero i sacramenti e che il clero stesso rispettasse una condotta improntata a dignità e impegno morale.
La minuziosità e lo scrupolo documentario del vescovo sono documentate, altresì, dalla visita pastorale del 1726, nel territorio di Rapone, uno dei centri più piccoli della diocesi, organizzato in diciannove punti, che partono da un’attenta registrazione della popolazione: “le famiglie dalle quale viene abitata da 258 sono arrivate fino a 260. Le anime però sono diminuite, perché da 1102 ne mancano 20 […] Il Clero vien composto da diciannove sacerdoti di cui dieci partecipanti e nove non partecipanti”.
Ecco stralci dal testo della visita:

//98v// Die sexta visitae pastoralis Raponis

Le famiglie dalle quali viene abitata questa frazione da 258 sono arrivate fino a 262, le anime però sono diminuite, perché da 1102 né mancano venti essendo primamente 1082 delle quali sono scomparse 885.
Il Clero viene composto di diciannove sacerdoti, un suddiacono, un arcidiacono e quattro clerici, cioè sacerdoti partecipanti.

Chierici, cioè Sacerdoti partecipanti

Rev. D. Giovanni Gina Arciprete

Rev. D. Giovanni Torre Confratello

Rev. D. Francesco Maria Perna Confratello

Rev. D. Nicola Cappiello

Rev. D. Marco Lettiero

Rev. D. Giacinto Di Biasi

Rev. D. Giovanni Goglielmo Di Gianni

Rev. D. Nicola Mazzella

Rev. D. Marco Cappiello Economo

Sacerdoti non partecipanti

Rev. D. Gianpaolo Cappiello Confratello

Rev. D. Nicola Cappiello Confratello

Rev. D. Agostino Santoro

Rev. D. Pietro Torre

Rev. D. Francesco Torre

Rev. D. Pietro Cristiano

Rev. D. Bonaventura Angelillo

Rev. D. Giovanni Lettiero

Rev. D. Giovanni Mazzarino

Suddiaconi

Angelo Cappiello

Lionardo Gaoristo

Chierici

Gianpaolo Marangiello

Paolo Torri

Pietro Lettini

Francesco Antonio Pinto

Pietro Testa

//99r// A quali incarichiamo l’osservanza de decreti delle Visite antecedenti e l’osservanza di quelli della presente.

Per lo Servigio del Coro.

Nella visita antecedente fu destinato Maestro delle Cerimonie il Rev. Gio Barrarino e gli fu ingiunto di portarsi in Muro e riceverne le istruzioni dal Sig. Can. co Malpede nostro maestro delle Cerimonie, e sotto la pena di ducati cinque, e perché è passato un anno, e non si è portato, posiamo al medesimo esiggere la pena suddetta onde rimettendola, lo esentiamo da un tal ufficio ed avendo altresì conosciuto che il suddetto Angelo Cappiello, sia per far buona riuscita in questo affare, il medesimo destiniamo per Maestro delle Cerimonie, ed che ritirati poi in città, si porti esso nella medesima per esserne servito dal Sig. Can. co Malpede.

Il Clero si è provveduto del cassetto, ordinatamente pure, e se mettici la pratica.

Per lo Sagramento della Cresima.

Mancano in questa fra cresimarsi in questo anno venti sei figlioli, e figliole, se ne sono cresimati venti otto, mediante l’attenta vigilanza del Rev.do Marco Cappiello; prosieguo egli il suo zelo, per averne la ricompensa, secondo le sue fatiche.

Per la Dottrina Cristiana

Si dice che il Cappelli aver assegnati a chierici i figlioli e le figliole e che sono stati fati ad istruirli nella dottrina cristiana; ma non abbiamo conosciuto profitto alcuno; in avvenire non sia indulgente a compatirgli, ed a sussurrargli; esso prosiegua il suo e non manchi di doverci in ogni trimestre rivelare della preghiera dei chierici alla dottrina sotto pena della sospensione ipso factu […].

Per l’amministrazione dei sacramenti

Provasi l’economo Cappiello, che sian molti alla amministrazione de Sagramenti, acciocché mancando qualche volta esso, possa sostituire uno degli approvati e coloro che non sono approvati non far amministrare i sacramenti, perché contro di essi abbiamo nominato la sospensione ipso factu. […]

FONTE: ARCHIVIO DIOCESANO DI POTENZA, Muro, Visite Pastorali, b. 2, fasc. 1, cc. 98v-102v.

sabato 20 aprile 2013

Paesi lucani. 3. Lagonegro nel 1735


//f. 235r// (…) la detta Città sta situata sotto le falde dei Monti dell’Appennino, volgarmente chiamati Monti di Sireno.
Questa anticamente stava sotto il dominio del Conte Carafa et habendo questa venduta a Prencipi di Stigliano, l’Università domandò la prelazione e fu finalmente ammessa al Regio Demanio nel anno mille cinquecento cinquant’uno, a qual effetto ne fu stipulato istrumento di ricompra dall’Illustre D. Pietro de Toledo in quel tempo Vice Re di questo Regno da chi furo parimenti conceduti molti Privileggii che poi furono confirmati nella Città d’Ispania dalla felice memoria di Carlo Quinto Monarca di questo Regno e fra degl’altri li fu conceduto il nome di Città.
E’ distante questa Città miglia tre dalla terra di Rivello, otto miglia da quella di Lauria, dodici miglia da quella di Moliterno, dodeci miglia da quella di Montesano, miglia otto da quella di Trenturella,  Battaglia e Casaletto
E’ composta di fuochi quattrocento novanta tre secondo l’antica numerazione.
Gl’abitanti vivono parte col industrie di pecore e bovi, e parte facendo il sediaro e bastaggio nella Città di Napoli.
Sta situata nel quinquagesimo grado, per la qual causa soffrisce molto freddo.
Vi è una Parrocchia, sotto la quale vive tutto il suo Popolo, servita da uno Capo chiamato Arciprete, e da trenta sette Preti Partecipanti oltre altri non Partecipanti
Vi sono solamente due Conventi di Frati Cappuccini serviti da nove Frati per ciascheduno.
Vi sono molte case di Gentil’huomini li quali vivono col industria de loro territorii e pecore, quali territori sono infertili per quale effetto scarseggia la Città di grano, non essendovi olio perché non vi sono olive, né industrie di sete, perché non vi sono celsi, né industrie di neri perché non vi sono quercie, trahendo quasi tutto il commestibile dalle //f. 235v// Terre convicine, ciò cagionato dalla sterilizza del terreno. E per quel che riguarda alle pecore et armenti se bene portino li medesimi qualche utile nulla di meno vi corre una grossa spesa per la raggione che per otto mesi svermeggiano ne Paesi forastieri in dove pagano e l’erba e il grano per il mantenimento de pastori.
Vi è un Governatore Regio che si constituisce dal Re Nosrto Signore e dalla Citta se li da il salario ascendente a docati cento, oltre docati quindeci di banni pretorii e carlini trenta di pasti nel primo ingresso a casa franca.
Vi sono molte leggi municipali colle quali si regola il Governo Pubblico come anco quello pertinente alla Giurisdizione de danni dati, giudici de quali sono li due sindici che ciasched’un anno Governano essa Città.
I Popoli inclinano alla coltura de campi e custodia d’armenti e gregge cosa che per l’orridezza dell’aria et in fertilità de territori vivono con miseria dovendo comprare ogni cosa da fuori
[…] Dato in Lagonegro 28 maggio 1735

FONTE: descrizzione della provincia di basilicata fatta Per ordine di Sua Maestà, che Dio Guardi, da Don rodrigo maria gaudioso Avvocato Fiscale Proprietario della Regia Udienza di detta Provincia, in BIBLIOTECA NAZIONALE DI NAPOLI, Manoscritti, xiv-ii-39, f. 235rv.

giovedì 18 aprile 2013

Materiali didattici. 4. Descrizione generale della provincia di Basilicata e del suo capoluogo (1736)


//1r// La Provincia di Basilicata è una delle più spaziose del Regno. Da Settentrione confina con quella parte della Capitanata che dagli Antichi fu chiamata Iapigia e Messapia ed ora dalla Città di Otranto ha preso il nome di Terra di Otranto. Si stende poi verso mezzo giorno in un lunghissimo tratto terminando nel Mar Tirreno ed in quella parte della Calabria che chiamasi Brutii. Da Levante è bagnata dal mar Ionio. Da Ponente termina con quel tratto di Puglia che dicesi Peucezia. Contiene sotto di sé molte Città, Terre, Castelli e Villaggi. Il paese è quasi tutto montuoso, contenendo spesso fiumi, e però si rende poco praticabile in tempo d’inverno; è abbondante di vini, biade e di armenti. Vi sono delle buone cacce di caprii, cervi ed altre fiere selvagge. Detta provincia viene divisa in quattro  ripartimenti denominati il primo di Tursi, il secondo di Maratea, il terzo di Tricarico e il quarto di Melfi. La Città che da il nome alla Provincia è Matera, della quale, come anche dell’altre, qui appresso se ne descrive qualche particolarità.
Questa città di Matera si gloria di essere dagli scrittori numerata tra le cospicue ed antiche Città del Regno imperocchè se questi non accordano dalla sua prima origine, convergono però in dire che fosse stata edificata dai Greci, e poi ridotta sotto il dominio degli antichi Romani; Soffri da tempo in tempo varie fortune secondo le diverse mutazioni dei dominii, or sotto l’imperadori Orientali, or sotto i Longobardi, Normanni,Aragonesi e Serenissimi Re di Spagna. Cominciò a rendersi più illustre e populata nel decimo secolo, quando unita colla Chiesa Arcivescovile d’ Acerenza e residendo sempre in essa gli Arcivescovi si accrebbe in un modo meraviglioso.
E’ situata sopra un alto colle con due valli all’intorno tutte abitate onde avviene che l’aere non sia tutto eguale, sebene si esperimenta comodo per gli abitanti per essere tem- //1v// perato. E’ circondata alla parte di mezzo giorno da Monti e Valli, mentre per quella parte si stende quasi tutta la provincia di Basilicata:quattro miglia distante vi scorre il fiume Canapro volgarmente detto il Bradano. Da Ponente vi sono numerosissimi vigneti, oliveti,e spaziose campagne seminatorie con casini.Da Settentrione vi è la pianura della Puglia, onde avviene che detta Città abondi di copiosi e buon vini, di oglio, latticini e più di tutti di grano, venendo per tal effetto denominata il granaio della Puglia.
Tiene a vista di essa sopra una collinetta un Castello di fabbrica antica, consistente in tre torrioni con picciole stanze al di dentro e di fuora con baloardi, fossate e strade sotterranee delle quali appena presentemente se ne veggono le vestiggia, essendo state disperse dal tempo.
In detta Città vi dimorò Ferdinando primo Re di Napoli per molti mesi in tempo della guerra  di Otranto con i Turchi e promulgò ivi la Prammatica prima de Blasphemantibus colla data in Civitate Matherae 21 Aprilis 1481 Regnum Nostrum anno 24 con la sottoscrizione Rex Ferdinandus.
Viene abitata da quattordecimila anime in circa,gente per lo più impiegata alla coltura della campagna e all’industria d’ogni sorta d’animali porgendole tal comodo uno spazioso territorio che possiede di quaranta miglia, e forse più di circuito
Il popolo si divide in Nobili e Plebei, vivendo i primi colle di loro industrie di campi e masserie e fra ‘ Nobili vi è la Famiglia de Malvini de’ Duchi di Candida, de’ quali molti son passati all’Abito di Malta.
L’università predetta tiene di rendite da docati sedicimila ricavando la maggior parte dalla Gabella della farina, che si paga alla Raggiore dei carlini cinque il tomolo; all’in- //2r// contro tiene di peso annui docati 2269 e grana 32 e ne corrisponde alla Regia corte docati 8513 e grana 40 a beneficio dell’Illustre marchese De Cos Balvases Patrone di Genova ed il rimanente dell’introito universale di sopra descitto,
dedottene le spese forzose, si divide fra creditori instrumentarii. Viene governata da un Sindico e sei Eletti, dovendo detto Sindico essere alternativamente un anno della Piazza de’ Nobili, e l’altro di quella del Popolo regolandosi colli loro Statuti, seu Capitoli per l’amministrazione suddetta congregandosi per tal effetto in un pubblico Sedile con cancellata adorno di mediocri lavori e statue.
Nel miglior luogo e più frequentato di detta città vi è il palazzo ove si raduna il tribunale collegiato della Regia Udienza di Basilicata colle carceri e Cammeroni, residendovi in esso un Preside, tre Uditori e l’Avvocato Fiscale che amministrano Giustizia a tutta la Provincia colla provvisione di  ducati  cinquanta il mese a detto Preside e di docati venticinque per ciascheduni di detti Ministri che si sodisfa loro dal Regio Percettore Provinciale.
Vi è la Corte Regia composta da un Governatore ed un Giudice colla provvisione al primo di docati dieci il mese,ol Tre di altri lucri certi,ed al secondo di docati sei che li Vengono attribuiti dall’Università. Vi è similmente il l’Arcivescovo D.Alfonso Mariconda della Congregazione Cassinese, il di cui Arcivescovado è unito alla Chiesa dell’Acerenza e vien composto oltre delle suddite te due Città da 24 altri luoghi che son la Terza,Ginosa, Montescaglioso, Bernalda,Pisticci, Ferrandina, Pomarico, Miglionico, Grottole, Oppido, Pietragalla, Cancellara, Vaglio, Brindisi,
Anzi, Calvello, Laurenzana Pietrapertosa, Castelmezzano, Trivigno, Tolve, Santo Chirico, Genzano e Palazzo, tenendo per suoi Suffraganei cinque Vescovi, cioè di Gravina, Venosa, Potenza, //f.2v// Tricarico e Tursi. Detto Arcivescovado sebbene intitolato del le due Diocesi di Matera ed Acerenza, tutta volta risiede con tenuamente in Matera avendo di rendite che ricava cosi da Tutti i sopraccennati luoghi, come dalle decime,strena, visita ed altro da docati quattromila incirca, essendovi bensì imposta la pensione di docati 1285 annui. Il Re  nostro signore 
ha il jus di nominare all’Arcivescovo suddetto in tempo di sede vacante in vigore di concessione fatta da Leone VII alla Maestà dell’Imperador Carlo V.
Tutto il clero fra sacerdoti ed altri chierici ascende al numero di quattrocento, dei quali la maggior parte è aggregata ad uno de quattro  capitoli che vi sono in detta città .Il primo è quello della chiesa Cattedrale dedicata alla Vergine della Visitazione di esquisita architettura gotica a tre navi; il Collegio dei Canonici e Dignità ascende al numero di trentatrè, tenendo l’Indulto Apostolico di portare le cappe e Rocchietti, oltre altri cinquantadue preti che si dicono partecipanti, tenendo di rendita annuale, che ricava  dai fitti di stabili, annue Entrate, censi ed altro, dedottine   tutti li pesi da docati incirca 3360, esigendo  altresì in ogn’anno da suoi territorii da 700 tomola di vettovaglie quali similmente si distribuiscono agli sopradetti Partecipanti, col peso di officiare quotidianamente avendo di più il Mentovado Collegio di 3 dignità, e trenta canonici alcune messe assignate e da docati nove per cadauno per distribuzio ne quotidiana o sia prebenda. Il secondo è quello della parrocchial Chiesa  di S. Pietro Caveoso celebrando in ogni giorno li divini officii a somiglianza della Cattedrale, facendo il suo Superiore, che chiama si l’Arcipèrete  con 28 partecipanti ed ha di rendita che ricavava fitti di case e vigne,censi e da docati 900 circa, oltre al tomolo di 300 di grano. Il terzo è quello di San Pietro Barisano, 4 partecipanti sono 19 ed ha di rendita da docati 830 circa che percepisce da fitti di case, annui, oltre di tomolo 30 di grano.
Il quarto detto di S. Giovanni Battista con 72 partecipanti e tiene di rendita docati 350. Vi sono sei conventi di regolari,il primo dei P.P. Francescani,che tiene la famiglia di 50 e più frati avendo di rendita che si ricava da fitti e censi di ducati 2000, oltre di altri docati 2000 circa che ricava dall’industrie di masserie di campo, pecore e vacche. 
Il secondo dei Pii domenicani ha di rendita certa ducati 7000 oltre di quella che ricava dall’industrie di vigne. Il terzo è dei p.p. Agostiniani e tiene  rendita eguale ai Domenicani. Ci sono poi li P.P. Reformati, P.P. Cappuccini ed un piccolo ospedale de p.p. di s. Giovanni di Dio.
Vi sono tre monasteri di clausura di donne: il primo di S. Lucia ed Agata con 70 monache ed ha di rendita da docati 2000 che ricava da vari stabili che possiede. 
Il secondo sotto il titolo della Santissima Annunziata contiene oltre 62 monache ed  ha di rendita da docati 2000. Il terzo di S. Chiara con 60 religiose ha di rendita docati 600 che ricava da censi e fitti. In territorio della stessa città vi è la commenda di Malta detta di S. Maria di Viggiano con la rendita di docati 1200 l’anno.

FONTE: descrizzione della provincia di basilicata fatta Per ordine di Sua Maestà, che Dio Guardi, da Don rodrigo maria gaudioso Avvocato Fiscale Proprietario della Regia Udienza di detta Provincia, in BIBLIOTECA NAZIONALE DI NAPOLI, Manoscritti, xiv-ii-39, ff. 1r-3v.

Risorgimento lucano. 4. Pietro Lacava tra rivoluzioni e Stato unitario


Pietro Lacava nacque a Corleto Perticara, in Basilicata, il 21 ottobre 1835 da Giuseppe Domenico e da Brigida Francolino. Il padre era un avvocato di idee liberali, che ebbe una parte di rilievo nel moto rivoluzionario della Basilicata del 1848 e poi nella rivoluzione del 1860.
Il Lacava seguì le orme del padre: si laureò in giurisprudenza a Napoli, dove ebbe fra i suoi maestri il penalista E. Pessina, e qui entrò presto in contatto con gli ambienti patriottici. Nel 1857 fu, con G. Albini e G. Lazzaro, fra i fondatori del Comitato dell'ordine, che aveva come programma l'unità italiana con la monarchia sabauda. In veste di segretario del Comitato organizzò l'importante dimostrazione degli studenti universitari del 6 apr. 1860 e nei mesi seguenti, dopo l'avvio della spedizione dei Mille, fu tra gli artefici dell'insurrezione della Basilicata. Assunse poi la carica di segretario del governo prodittatoriale che si costituì a Potenza nell'agosto 1860 e il 7 settembre entrò a Napoli al fianco di Garibaldi.
Dopo la costituzione del Regno d'Italia iniziò la carriera nei ranghi delle pubbliche istituzioni: sottogovernatore di Melfi, successivamente consigliere di prefettura a Pavia, poi sottoprefetto a Palmi e Rossano. Ma la carriera si arrestò nel dicembre 1867, quando il Lacava, all'epoca questore di Napoli, arruolò segretamente volontari per l'impresa di Mentana, fornendo loro armi della pubblica sicurezza. Dimessosi, decise di dedicarsi alla vita politica e già nelle elezioni suppletive del 5 apr. 1868 fu eletto deputato nel collegio di Corleto Perticara, che rappresentò ininterrottamente alla Camera fino alla morte. Dal 1870 al 1876 fu inoltre presidente del Consiglio provinciale di Potenza.
In Parlamento sedette a sinistra e nel 1874 fu tra i firmatari del manifesto della Sinistra giovane, un documento col quale diversi esponenti dello schieramento progressista, per lo più di provenienza meridionale e non pregiudizialmente avversi ad accordi con la Destra, tentarono di dar voce a istanze più moderate e pragmatiche. Nel 1876, con l'avvento al potere della Sinistra, fu chiamato a ricoprire l'incarico di segretario generale del ministero dell'Interno, che resse fino al dicembre 1877. In tale veste coadiuvò il ministro Nicotera nella gestione delle elezioni del novembre 1876, che segnarono il pieno successo dei candidati della maggioranza. Vicino ad Agostino Depretis, che nel dicembre 1878 lo nominò segretario generale del ministero dei Lavori pubblici, nel luglio 1879 non esitò tuttavia a orientare contro di lui (nella fattispecie contro gli emendamenti governativi alla legge che aboliva la tassa sul macinato) il voto della deputazione lucana, contribuendo alla caduta del suo terzo governo.
Nel 1880 fece parte della commissione parlamentare incaricata di esaminare il progetto di legge di riforma elettorale, che fu approvato nel 1882. Il Lacava si batté per un ampio allargamento del suffragio, che individuasse nel saper leggere e scrivere il criterio fondamentale per acquisire l'elettorato attivo, e per l'introduzione dello scrutinio di lista. Riteneva infatti che tale dispositivo, combinato con l'estensione delle circoscrizioni elettorali, avrebbe favorito la nascita di due moderni partiti e di una rappresentanza autenticamente nazionale, svincolata dai campanilismi e dai clientelismi del sistema uninominale. Su questi temi pubblicò alcuni saggi (Sulla riforma della legge elettorale, Napoli 1881; Sulla rappresentanza delle minoranze, Roma 1882), che ebbero una certa risonanza.
Nel maggio 1881, nella crisi seguita alla caduta del governo Cairoli, fu tra i deputati della Sinistra che si dichiararono disposti a sostenere una nuova compagine ministeriale guidata da Q. Sella, capo della Destra. L'iniziativa, che non andò in porto, dimostrò la sua propensione a un accordo fra le varie anime dello schieramento liberale, che si concretizzò l'anno seguente con il varo del trasformismo. Inizialmente vicino a Depretis, si spostò poi sulle posizioni della Sinistra dissidente di cui condivise alcune scelte fondamentali: nel 1885 votò, insieme con Francesco Crispi, contro la legge sulla perequazione fondiaria, che giudicava fosse a esclusivo vantaggio dei grossi proprietari settentrionali e assai dannosa per i contadini del Mezzogiorno d’Italia. Dopo essersi espresso a favore delle convenzioni ferroviarie del 1885, nel marzo 1886 votò la sfiducia a Depretis sulla questione finanziaria.
Nel marzo 1889 Crispi, cui lo legava anche la comune adesione al Grande Oriente d'Italia, lo chiamò alla guida del nuovo ministero delle Poste e Telegrafi, che fu istituito trasferendovi i servizi delle due direzioni generali che erano state fino ad allora alle dipendenze del ministero dei Lavori pubblici. Il Lacava mantenne questa carica fino al febbraio 1891, quando la formazione del governo Rudinì lo vide rientrare nelle file dell'opposizione. Fu di nuovo ministro nel primo governo Giolitti, dal maggio 1892 al dicembre 1893, col portafoglio di Agricoltura, Industria e Commercio. In questo ruolo si trovò coinvolto nello scandalo della Banca romana, alla quale, mediante un disegno di legge presentato d'intesa col ministro del Tesoro Grimaldi, cercò di prorogare la facoltà di emissione dei biglietti. Scagionato dalla commissione parlamentare d'inchiesta (con la formula "non risulta"), restò privo di incarichi governativi per alcuni anni, durante i quali mantenne rapporti di amicizia e di collaborazione con G. Giolitti.
In questa fase si dedicò allo studio dei problemi della finanza locale, sulla quale nel 1896 pubblicò un importante saggio, che apparve dapprima nel periodico La Riforma sociale diretto da Francesco Saverio Nitti, poi riprodotto come volume a sé (La finanza locale in Italia, Torino 1896). In quest'opera avanzò alcune ipotesi, che avrebbe ripreso e sviluppato in un successivo studio (Finanza di Stato e finanza locale, Roma 1901), per risolvere le gravi difficoltà finanziarie in cui si dibatteva la maggior parte dei comuni italiani. Egli sostenne la necessità di sancire la responsabilità degli amministratori, di stabilire rigide incompatibilità negli uffici amministrativi e di sopprimere il sistema vigente, che imponeva gli stessi obblighi per i comuni, piccoli e grandi. Si dichiarò in favore di un ampio decentramento da realizzarsi mediante l'istituzione del referendum amministrativo, sostenne l'elettività del sindaco estesa a ogni comune, indipendentemente dal numero degli abitanti, e una drastica riduzione dell'ingerenza dello Stato. Infine perorò la causa della diminuzione delle spese obbligatorie a carico delle amministrazioni comunali e una drastica riforma dei tributi locali, che li rendesse meno gravosi per i contribuenti e più equamente ripartiti.
Nel giugno 1898 il L. ricoprì il dicastero dei Lavori pubblici nel primo governo Pelloux, formatosi dopo i fatti di Milano e composto prevalentemente di uomini della Sinistra costituzionale. Nel maggio 1899, quando Giolitti e Zanardelli decisero di ritirare il proprio sostegno al governo, non condividendone la svolta autoritaria e decretandone così la caduta, il Lacava non li seguì e votò a favore delle leggi liberticide proposte da Pelloux, il quale, su indicazione di Sidney Sonnino, gli confermò l'incarico anche nel suo secondo governo (maggio 1899 - giugno 1900). A sua volta, il Lacava, in occasione delle elezioni politiche del 1900, mobilitò tutte le sue risorse per garantire il successo dei candidati governativi a danno dei candidati giolittiani, di cui fino a quel momento era stato considerato il più autorevole esponente nel Mezzogiorno.
La formazione del governo Zanardelli, nel febbraio 1901, vide perciò il Lacava attestarsi inizialmente su una linea di intransigente opposizione, ma ben presto riemerse il suo viscerale ministerialismo. Ciò accadde quando cominciò a profilarsi l'ipotesi di interventi speciali a favore del Meridione. In un intervento alla Camera del dicembre 1901 egli invitò i deputati settentrionali a visitare le regioni del Sud per farsi un'idea precisa delle misere condizioni in cui esse versavano. Tale impegno fu assunto immediatamente da Zanardelli con la visita in Basilicata del 1902, che pose le premesse per la legge speciale a favore della regione approvata nel 1904. Essa rappresentò un indubbio successo personale del Lacava, che accompagnò Zanardelli nel suo viaggio in Basilicata e durante l'iter parlamentare della legge ebbe modo di riavvicinarsi anche a Giolitti.
Il Lacava raccolse i frutti di questa ennesima svolta della sua vita politica nell'aprile 1905, allorché fu eletto vicepresidente della Camera. Detenne questa carica fino all'aprile 1907, quando subentrò a Massimini come ministro delle Finanze nel terzo governo Giolitti. Nel 1908 le imponenti manifestazioni organizzate in suo onore, a Roma e in Basilicata, per festeggiare il quarantennale di vita parlamentare, rappresentarono un segno tangibile del ruolo di grande notabile che la classe politica italiana gli riconosceva.
Attivo sulla scena pubblica fino agli ultimi anni di vita (nel 1911 si schierò a favore dell'impresa libica e nel 1912 presiedette la commissione nominata per esaminare il trattato di Losanna con la Turchia), il Lacava morì a Roma il 26 dicembre 1912, dopo esser stato nominato ministro di Stato.

FONTE: voce di F. CONTI in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2004, vol. 63.

mercoledì 17 aprile 2013

Materiali didattici. 3. La popolazione della Basilicata nei 150 anni dall'Unità


Per chi analizzi gli aspetti territoriali e politici della Basilicata, risulta utile, nell’ambito di una ricostruzione puntuale, analizzare i dati dell’evoluzione demografica regionale, per aree e subaree.
La dinamica demografica è, infatti, seppure in modo indiretto, un indicatore piuttosto significativo dello sviluppo economico di un territorio in un determinato lasso di tempo. In tale ottica, risulta di notevole interesse l’analisi dei numerosi dati statistici che forniscono informazioni relative alle tendenze in atto onde evidenziare significati fenomeni di crescita o declino della popolazione anche in rapporto alle dinamiche presenti in altre aree di riferimento.
È evidente che la tendenza di un’area ad attrarre o respingere popolazione potrebbe essere legata in modo molto stretto alla vitalità economica di quel territorio. Non bisogna, però, trascurare altri fattori che potrebbero influenzare lo scenario demografico di una zona (ad esempio la costruzione di nuove infrastrutture che agevolano il collegamento di un territorio con i centri economici limitrofi).
Tenendo presente che la vivacità economica dei diversi centri e la presenza di infrastrutture che agevolano il collegamento con il capoluogo regionale sono fattori di notevole importanza nel determinare le dinamiche demografiche in atto nei singoli comuni, anche l’analisi degli indici di incremento naturale e migratorio della popolazione riveste particolare importanza per l’individuazione delle cause alla base dell’evoluzione demografica di un territorio.
Nei 150 anni dall’Unificazione nazionale, la Basilicata ha risentito fortemente di tali meccanismi di incremento e deflazione demografica, con una notevole altalenanza anche nel breve periodo. Tra i fattori più incisivi di queste fluttuazioni è l’emigrazione, vero nodo gordiano delle aree interne del Mezzogiorno e, in particolar modo, della Basilicata. In realtà, accanto ai tradizionali flussi migratori, ampiamente noti e studiati da decenni, risulta di notevole interesse l’esame della mobilità interna al Paese nell’ambito regionale. Tra il 1980 ed il 1992 i livelli di mobilità intraregionale erano diminuiti in Basilicata, come in tutte le regioni del Mezzogiorno, con una perdita migratoria piuttosto elevata, rimontante a 24.000 unità. A ciò si aggiunga la crescente capacità attrattiva della Basilicata nei confronti degli stranieri, con ben il 27% in media delle domande di ingresso tra il 2005 ed il 2007. 

POPOLAZIONE DELLA BASILICATA DAL 1861 AL 2001

Censimenti         Popolazione residente  (in migliaia) Variazione media annua per 1.000
31 dicembre 1861     509                                                                           0
31 dicembre 1871 524                                                                           2,9
31 dicembre 1881 539                                                                           2,9
10 febbraio 1901 492                                                                           -4,8
10 giugno 1911         486                                                                           -1,1
1 dicembre 1921 492                                                                           1,2
21 aprile 1931         514                                                                           4,6
21 aprile 1936         543                                                                           11,2
4 novembre 1951 628                                                                           9,3
15 ottobre 1961 644                                                                           2,6
24 ottobre 1971 603                                                                           -6,6
25 ottobre 1981 610                                                                           1,2
20 ottobre 1991 611                                                                           0,1
21 ottobre 2001 598                                                                           -2,1
(Fonte: dati ISTAT)

È, infatti, evidente come, nel primo cinquantennio dello Stato unitario, anche la Basilicata, al pari di numerose aree interne del Mezzogiorno, risentisse dello spopolamento causato da una serie molteplice di fattori, primo tra tutti quello della crisi agraria e dell’emigrazione oltremarina, scendendo dai 509.000 abitanti del 1861 ai 486.000 del 1911, con un decremento di ben 53.000 unità. 
La situazione sembra migliorare nel successivo quarantennio dal 1911 al 1951. Infatti, nonostante le due guerre mondiali, la popolazione lucana registrò un balzo in avanti di ben 142.000 unità, salvo poi regredire, al 2001, a 598.000 abitanti, nonostante la continua crescita registrabile fino agli anni Novanta. 

martedì 16 aprile 2013

Il Catasto Onciario: alle origini della dichiarazione dei redditi



La riforma del Catasto Onciario, trovava la sua raison d’etre nell’esigenza di provvedere al censimento sia della popolazione che della ricchezza prodotta nel Regno e di arginare in tal modo lo strapotere fino ad allora detenuto, in materia fiscale, dalla Regia Camera della Sommaria.
Con il Catasto Onciario si intendeva introdurre un sistema tributario maggiormente equo e uniforme, che sostituisse quello precedentemente in vigore, essenzialmente basato sulla tassazione degli abitanti e non su quella dei beni e della ricchezza in genere. Altra novità fu la tassazione dei beni ecclesiastici, prima non soggetti a imposte.

Per la formazione del catasto Onciario tutte le Università, eccettuati Napoli e i suoi casali, esentati da imposte, dovettero eleggere dei deputati e degli estimatori, incaricati degli “atti preliminari” e, rispettivamente, della valutazione («apprezzo») dei beni.
I cittadini e tutti coloro che possedevano beni erano invece tenuti alla redazione delle «rivele», vere e proprie autocertificazioni nelle quali, oltre ad elencare i componenti della famiglia con le relative attività, dovevano riportati i redditi e gli eventuali pesi deducibili ai fini del calcolo dell’imponibile. All’esito della raccolta delle «rivele», sostituite in mancanza dalle valutazioni degli estimatori, veniva redatto il libro del catasto, nel quale era riportato il calcolo della tassa a carico di ciascun nucleo familiare.
È importante ricordare che, ai fini di un preciso censimento della popolazione del Regno, fu richiesta l’opera dei parroci, che, mediante il cosiddetto “Stato delle Anime”, nel quale si registravano battesimi, matrimoni e funerali, erano i soli ad avere un quadro preciso della popolazione residente.
In quest’ottica, il Catasto Onciario, a prescindere dalle difficoltà e dalle resistenze opposte da molte Università, costituisce un antecedente dell’introduzione dello Stato Civile, poi voluta da Gioacchino Murat a partire dal 1809, e rappresenta comunque un documento di fondamentale importanza ai fini della ricostruzione delle condizioni economiche e sociali nel secolo XVIII. Esso, infatti, elenca analiticamente le singole famiglie, con indicazione dei nomi dei componenti, della loro età, dei rapporti di parentela, e i relativi possedimenti.
Prima della redazione del Catasto Onciario, le università del Regno di Napoli adottavano due metodi di esazione fiscale: esse, come si diceva, vivevano «a gabella» oppure «a battaglione». Con il sistema delle gabelle il prelievo fiscale consisteva esclusivamente in dazi che gravavano sui consumi. Con il sistema a battaglione, invece, veniva fatto l'apprezzo dei beni stabili di proprietà dei cittadini e dei redditi derivanti dalle loro attività, che, una volta detratti i pesi, vale a dire gli oneri finanziari ai quali erano assoggettati (censi, interessi, ecc.) erano sottoposti a prelievo fiscale.
Il catasto Onciario fu ordinato da Carlo con dispaccio del 4 ottobre 1740 e regolato da una serie di disposizioni emanate dalla Regia Camera della Sommaria tra il 1741 ed il 1742, per un totale di 12 Prammatiche riunite tutte sotto lo stesso titolo “Forma censualis, et capitationis, sive de catastis”, la prima delle quali è del 17 marzo 1741. Accanto alle precise istruzioni relative alla formazione degli Onciarii venne disposto, fra l’altro, che anche i feudatari dovevano esibire le rivele di tutti i loro beni, affinché questi potessero essere accatastati rispettando tutte le formalità stabilite dalle Prammatiche stesse. Il catasto Onciario, così chiamato per il fatto che le stime dei valori relativi alla ripartizione delle imposte venivano espresse in once, descrive attraverso i toponimi e con una certa precisione i confini dei vari demani.
L'esigenza di razionalizzare il prelievo fiscale attraverso la redazione di un catasto si inscrive nella nuova temperie culturale dell'età dei lumi ed è avvertita un po' dovunque: basti pensare al catasto teresiano della Lombardia ed a quello leopoldino della Toscana, coevi all'Onciario napoletano.
I lavori preparatori del Catasto incontrarono le resistenze dei maggiorenti locali, che furono più forti nelle università abituate a vivere a gabella, dove i proprietari erano più restii a fare le rivele dei propri beni.
L'ultima prammatica sui catasti del 28 settembre 1742 ordinava che i catasti fossero approntati entro quattro mesi. Più di dieci anni dopo, tuttavia, la redazione del catasto in molti comuni non era stata ancora completata. Il re, pertanto, nel maggio del 1753, emanò una nuova prammatica che prevedeva l'invio di commissari nelle università inadempienti per portare a termine i lavori: ciò spiega perché la maggior parte dei catasti onciari sia stata redatta tra il 1753 ed il 1754.
Ciò nonostante, non dovunque si arrivò al completamento del catasto: alla fine il sovrano fu costretto a cedere e ad accettare il principio che i comuni potessero scegliere a loro arbitrio se vivere a gabella oppure se fare il catasto. La denominazione di questo catasto deriva da oncia, che era una moneta di conto, non reale, in base alla quale si calcolavano i redditi e le relative imposte.
Nel 1749 Carlo III fece coniare una nuova moneta denominata oncia napoletana, del valore di sei ducati, che, tuttavia, ebbe scarsa diffusione, in quanto si continuarono ad usare il ducato ed i suoi sottomultipli: il carlino, che era la decima parte di un ducato, la grana, che era la centesima parte, ed il cavallo, che era la millesima parte.
Le imposte previste dall'Onciario erano di tre tipi: il testatico, che gravava sui capifamiglia, ad eccezione di coloro che avevano compiuto i sessant'anni, ed era uguale per tutti - in genere ammontava ad un ducato per fuoco -; l’imposta sui redditi da lavoro sull'industria che gravava sui soli maschi a partire dall'età di quattordici anni (dai quattordici ai diciott'anni si pagava la metà), che era calcolata in base al reddito presuntivo previsto per i vari mestieri e non in base al reddito reale; l’imposta sui beni, che gravava sugli immobili (case, terreni, mulini, frantoi, ecc.) sul bestiame e sui capitali dati in prestito ad interesse.
I proprietari erano divisi per categorie: i cittadini, le vedove e le vergini in capillis (vale a dire le nubili che non avevano preso i voti religiosi), i forestieri abitanti, i forestieri non abitanti «bonatenenti» (coloro che possedevano beni nel comune senza risiedervi), gli ecclesiastici secolari, tanto cittadini che forestieri, le chiese e i luoghi pii, sia locali che forestieri. Nell'ambito di ogni categoria i contribuenti sono elencati in ordine alfabetico per nome e non per cognome.
Il Catasto fornisce, a tutti gli effetti, dettagliate informazioni sui beni dei contribuenti: delle abitazioni è descritta la tipologia, l'ubicazione, spesso anche la grandezza («casa palaziata», «comprensorio di case di vani soprani e sottani»); dei terreni sono indicati i confini, l'estensione e la natura delle colture; vi è quindi la descrizione degli eventuali capi di bestiame.
All'elenco dei beni segue quello dei pesi, costituiti, in genere, dal pagamento di censi e canoni agli enti ecclesiastici e al feudatario e da interessi su capitali presi in prestito.
Il Catasto fornisce, altresì, dettagliate informazioni sui nuclei familiari, indicando, per ciascuno di essi, il numero dei componenti, la loro età, l'attività svolta ed il rapporto di parentela con il capofamiglia.
Dal testatico e dall'imposta sul lavoro erano esonerati coloro che vivevano more nobilium, cioè di rendita, o che esercitavano professioni liberali. Il Catasto si conclude, infine, con la collettiva delle once, vale a dire con l’elenco dei contribuenti, divisi per categoria, e delle rispettive rendite.
In ultima analisi, le difficoltà del Catasto furono evidenti: su quella prima applicazione l’introduzione delle nuove disposizioni fiscali sui beni immobili; l’imposta patrimoniale si affiancava alla tradizionale imposta personale del testatico e la povertà continuava ancora, soprattutto tra le classi più povere.
L’obiettivo principale con l’istituzione del Catasto fu quello di incrementare le pubbliche entrate aumentando, però, il numero di tributi e delle tasse da cui non furono esenti neanche ecclesiastici. Si cercò quindi, di conseguire una migliore giustizia sociale e tributaria ma si finì con l’incrementare il gettito dei tributi.

Opere dei Grandi Lucani online. 1. Giustino Fortunato

Dopo numerose risorse che abbiamo finora messo a disposizione di studenti e studiosi, nella nostra sezione Materiali didattici  e nei Do...