Personaggi. 1. Francesco Lomonaco: un intellettuale giacobino



Francesco Lomonaco nacque il 20 novembre 1772 a Montalbano Jonico, da famiglia di notabili impegnati nel governo cittadino. Compì i primi studi nel paese natio sotto la guida del canonico Nicola Maria Troyli, cultore di storia ed archeologia, che, dopo la sua morte, Lomonaco sostituì nell’insegnamento nel biennio 1788-1790, per poi partire per Napoli per intraprendere prima gli studi legali, seguendo le lezioni di Mario Pagano, passando, successivamente, agli studi di medicina. 
Allievo di Mario Pagano, Francesco Lomonaco si inserisce in una scuola di pensiero che affonda le sue radici nella cultura illuminista, ponendosi, altresì, in un atteggiamento critico ed innovativo. Dunque, Lomonaco è definibile come un radicale, un costituzionalista ed ideologo che, traendo dall’Illuminismo e dallo studio dei classici le linfe vitali, le sfruttò, come molti altri giovani della sua generazione, per proporre un nuovo tipo di società. La lettura di Rousseau e di Mably gli procurò, infatti, una visione fattuale della storia e della società, laddove una più vasta comprensione dell’evoluzione storica gli venne, attraverso l’insegnamento di Pagano, da Giambattista Vico. Ciò comportava un notevole impegno etico e civile del singolo, tramite la nuova cultura, che non doveva appartenere più solo al singolo ma all’intera società. Del resto, Lomonaco visse molto da vicino il deteriorarsi del rapporto tra potere monarchico e intellettuali illuministi, di contro proponendo il valore dell’istruzione, vista come elemento in grado di allontanare i danni dei regimi monarchici. Ma di certo l’elemento vichiano ed illuministico in Lomonaco non è l’unico. Il patriota di Montalbano, infatti, proponeva un nuovo modello di Stato costituito da una ragione giuridico-scientifica, grazie alla quale il diritto e la morale dovevano porsi come forme distinte della rifondazione dei singoli, ostacolati dalla tirannide.
Accostatosi ai circoli “giacobini”, Lomonaco si affacciò apertamente sulla scena politica nel 1799, annunciando con un manifesto l'intenzione di pubblicare un proprio giornale e pubblicando la traduzione dei Droits et devoirs du citoyen di Gabriel Bonnot de Mably, corredandoli con un proprio discorso introduttivo. Grazie a un'errata trascrizione del suo cognome, il Lomonaco scampò alla restaurazione borbonica, riuscendo a partire per Marsiglia, dove si trattenne fino all'ottobre 1799, per poi trasferirsi a Parigi e a Milano, dove, tra la fine dell'estate e gli ultimi giorni di ottobre, pubblicò il Rapporto al cittadino Carnot. Nonostante le condizioni di estrema povertà, nel 1801 pubblicò l'Analisi della sensibilità e l’anno dopo le Vite degli eccellenti italiani, con un sonetto dedicatorio di Alessandro Manzoni. 

Come ricordò Manzoni stesso in un’intervista del 1866, Lomonaco portò a conoscenza degli intellettuali cisalpini lo storicismo di Giambattista Vico e i fertili stimoli della cultura illuministica meridionale. Nel caso di Foscolo, che conobbe anche Cuoco, autore del Saggio Storico sulla rivoluzione di Napoli, Lomonaco fu probabilmente ispiratore di certe istanze pedagogiche ed etiche presenti nell’opera foscoliana, che con il progetto di educazione nazionale basato sugli esempi di virtù civica presenta notevoli consonanze. Fu, poi, proprio Manzoni a spingerlo verso la cattedra di Storia e Geografia nella scuola militare di Pavia, inviando a Vincenzo Monti una lettera di credenziali nella quale perorava l’onestà e la coerenza intellettuale di Lomonaco e il suo progetto di cultura politica fondato sulla rigenerazione morale come perno della pedagogia.
Il Rapporto al cittadino Carnot vanta il diritto di porsi come “opera prima” nella letteratura sulla tragica reazione seguita alla caduta della Repubblica napoletana del 1799. Tale opera, infatti, esponeva per la prima volta alla pubblica opinione europea in che modo “in Napoli la tirannia andò a galla sul sangue di mezza generazione”. Storia della caduta di un esperimento notevolissimo, ma principalmente atto di denuncia della tragedia consumata, il Rapporto offriva una visione completa delle tematiche e dei problemi che avevano agitato, sviluppato e, infine, distrutto l’esperimento repubblicano nel Mezzogiorno d’Italia. Infatti, accanto all’accusa ai francesi per le responsabilità della caduta di un governo con tutte le caratteristiche “tecniche” per riuscire a rifondare l’ex Regno di Napoli, il Rapporto si poneva come una serrata ed appassionata riflessione sulle cause del crollo della Repubblica dal suo interno, in netta opposizione al Saggio di Vincenzo Cuoco.
Nel 1804, sul finire di febbraio, uscì il primo volume delle Vite dei famosi capitani d'Italia. Per l'interessamento di Vincenzo Monti, a cui il suo stato di povertà era stato segnalato da Manzoni, Lomonaco fu nominato professore di storia e geografia presso la Scuola militare di Pavia, dove si dedicò alla sua ultima fatica, i Discorsi letterari e filosofici, dati alle stampe nel 1809 e pesantemente censurati. A causa di tali difficoltà, il mattino del 1° settembre del 1809 si suicidò gettandosi nei Navigli.

Il contributo di Lomonaco all’Unità fu notevole. Infatti, la conoscenza ed i contatti nella Repubblica Cisalpina lo portarono a cercare di dare un senso alle battaglie delle diverse repubbliche giacobine e dei vari gruppi politici, prendendo finalmente in mano le redini della gestione del potere e liberandosi da scomodi “protettorati” stranieri. Il patriota montalbanese avvertì, comunque, in maniera drammatica, come testimonia il suo suicidio, il peso del fallimento di una generazione che non era riuscita a rendere l’Italia uno Stato unitario. Tuttavia, la costante lettura delle sue opere nel corso del XIX secolo dimostra quanto il suo insegnamento ideologico fosse considerato, anche in una stagione politica profondamente mutata, profondamente vivo e di stretta attualità. La riscoperta e lo studio di Francesco Lomonaco e della sua proposta politica rispondeva, dunque, all’esigenza della classe dirigente meridionale di rilanciare il contributo del Mezzogiorno nel processo risorgimentale e di rivendicare una sua maggiore partecipazione alla vita politica nazionale post-unitaria. Lomonaco, con il suo vibrante Rapporto, insisteva sul fatto che un’Italia unita dovesse basarsi su un movimento popolare fondato su una nuova etica civile e militare, ispirata agli antichi esempi di “eccellenti italiani” e dei “famosi capitani” dei quali scrisse le Vite


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