sabato 30 marzo 2013

Storici Lucani. 2. Uno storico venosino del XVII secolo: Giacomo Cenna



Giacomo Cenna, tipico esponente del patriziato cittadino, nacque a Venosa nel 1560 da Ascanio, giurista e letterato di nobile famiglia. Dopo la laurea a Salerno, dottore in utroque iure, ritornò a Venosa, dove tenne scuola di diritto e, per i suoi meriti letterari, fu nominato, già nel 1589, canonico ed arcidiacono della Cattedrale di Venosa.
Nel 1614, quando il vescovo borromaico Andrea Perbenedetti progettò di aggiungere alle costituzioni sinodali della diocesi venosina la cronotassi dei vescovi, incaricò proprio il Cenna di compilarla, dandogli carta bianca nella consultazione dell’archivio della Cattedrale. Il risultato fu un catalogo accurato, Nomina episcoporum, qui pro tempore praefuerunt Ecclesiae Venusinae, allegato agli atti sinodali del 1613-14.
Proprio per questo motivo, il Cenna aveva ottenuto l’autorizzazione a consultare i documenti dell’archivio vescovile e capitolare, venendo a contatto con la documentazione utile a comporre una storia di Venosa. Tuttavia, probabilmente, l’accademico venosino trattenne presso di sé alcune carte da utilizzare per la stesura dell’opera, sicchè il Perbenedetti, in base ad informazioni anonime, il 7 giugno del 1616 inviò i procuratori del Capitolo, Angelo Spata e Giovanbattista di Santa Lucia, a perquisirne l’abitazione.
In seguito a quest’episodio, Cenna perse la carica di arcidiacono, non riottenendola neanche con i successori del Perbenedetti, Frigerio e Conturla. L’unica carica che gli rimase fu quella di sacerdote capitolare, tuttavia senza particolari compiti. L’astio per questa estromissione si riversò nel seguito della Cronaca antiqua della Città di Venosa, quando, trattando dei vescovi venosini, Cenna affermò, del Perbenedetti, «che duoi errori erano stati fatti al mondo: l’uno da Paulo V a farlo Vescovo di Venosa, e l’altro da esso Urbano a farlo visitatore del Regno di Napoli».
In quella che risulta essere, dunque, più che una vera e propria storia di Venosa, un’apologia dell’antichità e della grandezza della cittadina basilicatese, fondata sulla Chiesa, Cenna si dedicò ad imbastire un discorso apologetico costruito, più che su una rigida intelaiatura cronologica, su vere e proprie argomentazioni “indiziarie” dell’antichità di Venosa:
i “fatti d’arme” (capp. I-VI): «l’antichità, nobiltà e grandezza del Populo di questa città di Venosa se può videre dalle guerre da esso fatte ne i tempi antiqui»;
l’elenco delle chiese cittadine: «dalle chiese dedicate alla Divina Maestà del Signore Iddio se può medesmamente conietturare l’antiquità e nobiltà di Venosa»;
l’elenco dei privilegi concessi alla città dai vari sovrani (XXV-XXVIII): «l’antiquità e nobiltà della città di Venosa si può considerare medesmamente dall’altri privilegij e prerogative che tiene»;
le «persone litterate» (XXIX-XXXIII): «l’antiquità e nobiltà delle città si considera medesmamente dalla grandezza degl’ingegni di suoi cittadini».

Bibliografia

D. GAGLIARDI, Percorsi storiografici della Basilicata. Gli studi classici, in «Bollettino Storico della Basilicata», X (1994), 10.
G. PINTO, Prefazione a G. CENNA, Cronaca Venosina. Ms. del sec. XVII della Bibl. Naz. di Napoli, Trani, Vecchi, 1902 (rist. anast. Venosa, Editrice Appia 2, 1982).
A. D’ANDRIA, «Dell’antiquità e nobiltà di Venosa». Intorno alla Cronaca Venosina di Giacomo Cenna, in «Bollettino Storico della Basilicata», XXIV (2008), n. 24.

venerdì 29 marzo 2013

Paesi lucani. 1. Muro Lucano: struttura urbana


La città di Muro, situata su uno sperone roccioso a 654 metri sul livello del mare nell'alto bacino del fiume Sele, si presentava, in età moderna, con tutte le caratteristiche proprie di molti centri della Basilicata. Nel corso del tempo la popolazione si era stabilita sulle alture per evitare le valli malariche: «A ridosso di un monticello roccioso sorge Muro, che si eleva come ultimo baluardo di quel contrafforte che s’incunea tra le prime diramazioni dell’Appennino occidentale lucano». 
L’origine della città di Muro non è definibile con precisione. L’ipotesi più accreditata vuole che Muro sia sorta in una località detta Raja San Basile, dove sono stati rinvenuti reperti che testimoniano l'esistenza di un antico insediamento risalente, all'incirca, al IV secolo a.C.. Dovrebbe trattarsi dell'antica Numistro o Numistrone, che distava dall’attuale centro abitato circa sei chilometri, distanza comprensibile se si tiene conto degli spostamenti della popolazione locale.
Quando, nell'879 d.C., la città di Numistro fu distrutta, a seguito delle incursioni dei Saraceni, gli abitanti della zona si dispersero nella vallata circostante creando diversi casali, i cui toponimi, quasi tutti corrispondenti a nomi di santi, sono chiaramente di matrice cristiano-medioevale: San Giuliano, Santa Barbara, San Luca, San Marciano, San Paolo, San Biagio, San Pietro a Piagaro, San Quirico. Tra questi casali uno dei più importanti, noto come Capitignano o Capodigiano, aveva una diversa etimologia deducibile dal suffisso –ano, derivante secondo il Racioppi, da Capitinianum, il che indicherebbe una proprietà appartenuta alla famiglia dei Capitinius
Tali casali divennero presto facile obiettivo di predoni che saccheggiavano, ormai sempre più frequentemente, le abitazioni dei muresi, i quali decisero, così, di riunirsi in un unico sito che fosse più difficilmente accessibile, scegliendo il punto più alto del territorio, a ridosso di una collina e, per renderlo ancora più sicuro, costruendo un muro di cinta e chiudendo le due estremità dell'unica strada esistente con due porte chiamate - secondo alcuni - Porta Janna e La Porta, secondo altri Porta di Giano e Porta del Chianello. 
A tale insediamento venne più tardi dato il nome di Pianello e, successivamente, l'abitato cominciò ad estendersi anche oltre la muraglia. Il nome del paese, che in origine risultava essere semplicemente Muro, deriverebbe proprio dalla muraglia costruita, per motivi di difesa, intorno al Pianello di cui ancora esistono tracce in contrada Castello. Le prime case costruite a ridosso del muro di cinta, a partire dalla Porta Janna e «furono l’origine della nuova città».
Sarebbero state chiamate “del muro” o “sul muro”, per distinguerle dalle altre situate nel Pianello. Alla nuova città sarebbe stato dato il nome di Muro a cui, dopo l’Unità d’Italia, con decreto reale del 24 aprile 1863, fu aggiunto Lucano, distinguendolo, così, da Muro Leccese. 
La città presentava un perimetro irregolare, in quanto le case formavano un vasto aggregato senza ordine e simmetria, adattandosi alle caratteristiche del suolo verso la valle.
«La situazione della città è molto curiosa. Ella vedesi tutta edificata dalle radici all’alto di un monte, onde ciascun edificio non viene a togliere all’altro aria veruna. Per lo più avanti di ciascuna casa sonovi de piccoli giardinetti, che chiamano orti […]. Le strade però sono erte, e straripevoli con de’ gradoni, e quindi il camminarle riesce molto pericoloso specialmente in tempo di pioggia. Quel che mi sdegnò al quanto fu di vederle sempre piene d’immondezze e di sterco porcino, menandoci in gran numero quegli animali per le strade istesse».
Una notevole rappresentazione di Muro, realizzata nell’opera del Pacichelli, mostra, oltre alle emergenze edilizie che ne connotano l’assetto urbano, anche i disastrosi effetti di un terremoto, certamente quello dell’8 settembre 1694. In cima all’agglomerato urbano era situato il Castello, una struttura appartenente a fortificazioni che partivano da Castelgrande fino a Bella.
Probabilmente, venne realizzato tra l’VIII e IX secolo: il Castello era divenuto la dimora di sovrani e baroni che si recavano spesso qui per le battute di caccia, dal momento che il luogo era circondato da fitti boschi ed era ricco di selvaggina.
«Su queste alture la strada, che si batte, scende costa costa e si sviluppa tanto ardita e comoda insieme, da parere un passaggio alpino della Svizzera. Passata la piccola necropoli di Muro Lucano a quasi 500 metri già si vede il verone circolare ad archetti in pietra, inghirlandati di pampini, che sovrasta all’ampia e rotonda torre del castello medievale, costrutta assai regolarmente a grossi lastroni di pietra, anneriti dal tempo […] la costruzione occupa un terzo della collina […] ed è messa a cavaliere della città».
 La struttura del Castello venne compromessa più volte a causa dei terremoti che tormentavano spesso il territorio murese, come quello, già citato del 1694, che aveva provocato il crollo del piano superiore; il resto della struttura venne, invece, recuperata grazie all’intervento della famiglia Orsini. Il Castello rappresentò un centro di potere e di controllo da cui dipendeva la stessa geografia feudale, che si configurava come un insieme di grosse unità territoriali nelle quali il locale feudatario esercitava estesi poteri pubblici. Durante la dominazione dei conti Orsini, il castello non solo fu scelto come dimora per i loro soggiorni, ma anche come sede per le decisioni che riguardavano il feudo e gli accordi da intraprendere con l’Università, oltre agli incontri con il Governatore, che aveva il compito di rappresentare il Conte nei pubblici parlamenti dell’Università. Le prime costruzioni si svilupparono proprio dal versante settentrionale del Castello, polo di attrazione e difesa per i cittadini.
Adiacente al Castello, era sorta la sede vescovile. La vicinanza delle due principali istituzioni testimonia l’intreccio tra chiesa e feudo che venne ad espandersi e a consolidarsi proprio durante l’età moderna; spesso le attività che si svolgevano nel Castello e quelle che si svolgevano nella sede vescovile, non erano distinte, dal momento che spesso il conte e il vescovo scendevano ad accordi o finivano anche con lo scontrarsi su questioni di interesse feudale, visto che anche i vescovi e altre podestà ecclesiastiche avevano sul territorio una vasta proprietà. 
 In basso rispetto al Castello e all’Episcopio, quasi nel cuore del piccolo agglomerato che si stava man mano accrescendo, si trovava la Porta di S. Marco, attraverso la quale si accedeva all’omonima piazzetta nella quale si teneva il parlamento cittadino. 
Morfologicamente, la città si divise in due aree: quella delle principali sedi dei locali di potere e un’area abitata in cui i cittadini costruirono abitazioni “a scaglioni”, fino a valle, presso il torrente dell’«Acquaviva», che finiva la sua corsa nel fiume Rescio, sul quale era l’omonimo ponte che collegava alla città, e altri due piccoli fiumi noti come la «Malta» e il «Platano».

Risorgimento lucano. 2. Bibliografia recente


D’Andrea G. (a cura di), La Basilicata nel Risorgimento, Potenza, Deputazione di Storia Patria per la Lucania, 1981
D'Andria A., Tra le seconde file. Cultura e azione politica dei Commissari del Governo Prodittatoriale del 1860, in «Bollettino Storico della Basilicata», XXVII (2011), n. 27
D'Andria A. (a cura di), Lavorìo lento latente. Aliano, Gallicchio, Guardia Perticara, Missanello, San Chirico Raparo, San Martino d'Agri nel processo di Unificazione nazionale (1799-1860), Moliterno, Porfidio, 2010
D'Andria A. (a cura di), Potenza Città Capoluogo e del Risorgimento (1799-1860). Per un percorso cronologico e documentario, Potenza, STES, 2010
Interviste sul Risorgimento lucano, Potenza, Consiglio Regionale della Basilicata, 2011
Labriola R., Alle radici del percorso politico di Giacinto Albini. Il Circolo Costituzionale di Montemurro nel 1848, in «Bollettino Storico della Basilicata», XXVII (2011), n. 27
Labriola R., La parabola politica di Vincenzo D'Errico, in «Bollettino Storico della Basilicata», XXVII (2011), n. 27
Labriola R., Una società segreta nella Basilicata del 1848: la chiesa dell’Alto Mercure, in «Bollettino Storico della Basilicata», XXVI (2010), n. 26
Lapenta M., «Concorrere a fare la Patria». Il ruolo del «Corriere Lucano» nella rivoluzione del 1860, in «Bollettino Storico della Basilicata», XXVII (2011), n. 27
Lasalvia G., Azione politica e cultura religiosa nella Basilicata del Risorgimento, in «Bollettino Storico della Basilicata», XXVII (2011), n. 27
Lerra A., Dall'alba della nuova Italia all'Unità in Basilicata, in Da Sud. Le radici meridionali dell'Unità nazionale, a cura di L. Mascilli Migliorini e A. Villari, Milano, Silvana Editoriale, 2011, pp. 32-35.
Lerra A., Editoriale. Dall'alba della nuova Italia all'Unità. Per una "rilettura" degli snodi del Risorgimento in Basilicata, in «Bollettino Storico della Basilicata», XXVII (2011), n. 27
Russo T., Organizzazione e compiti politici del governo pro-dittatoriale lucano, agosto-settembre 1860, in «Il Risorgimento», LIII (2000), n. 2
Sacco D., Il Risorgimento in Basilicata. Problemi e prospettive di ricerca, in «Bollettino Storico della Basilicata», XXVI (2010), n. 26
Verrastro V. (a cura di), La libertà che vien sui venti, La Basilicata per l’Unità d’Italia: idealità, azione politica, istituzioni (1799-1861), Lagonegro (PZ), Zaccara Editore, 2011

giovedì 28 marzo 2013

Il Vulture-Melfese nel tardo Settecento


Il Vulture-Melfese si colloca all'interno di un ampio territorio che si estende all'estremo nord della Basilicata, a sud del fiume Ofanto. Si trattava di un'area da sempre considerata “infeudata”, ove tra i gruppi baronali figuravano, a metà del secolo XVIII, i Caracciolo di Torella, principi di Lavello, che possedevano anche Atella, Barile, Rapolla, ed i Marino di Genzano, che estendevano la loro giurisdizione feudale anche su centri quali Oppido e Palazzo. 
L’area comprendeva i centri di Atella, Barile, Ginestra, Melfi, Rapolla, Ripacandida, Rionero, Maschito, Venosa, Ruvo del Monte, Rapone e San Fele, Palazzo, Maschito, Ripacandida, Barile, Pescopagano, S. Andrea, Conza, Teora, Lioni, C. Mosco, Cairano, Rapone, Bucito, Sallozzo, Montecchio, Margarito, Atello, S. Zaccheria, Mandra, Ruvo, S. Felice, L. dell'Abate, Pierno, Iscalonga, S. Maria e S- Croce. 
Un’area, quella del Vulture-Melfese, connotata da prevalente dimensione abitativa di tipo rurale, con una maggioranza di Terre e casali, tra i quali spiccavano i centri di Melfi, Rionero e Venosa.
Melfi era capitale di un feudo, quello dei Doria, di notevole rilevanza, sia per la delicata posizione strategica, che consentiva il controllo di province tradizionalmente turbolente e un facile accesso all’Adriatico, sia per la vocazione cerealicola dei suoi territori. Nello “Stato” di Melfi la continuità di governo era stata assicurata proprio dal solido impianto feudale della famiglia Doria, che sarebbe venuto meno solo sotto gli scossoni prodotti dalla legge eversiva della feudalità, nel 1806.
Lo Stato concesso al Doria nel 1531 da Carlo V originariamente comprendeva la città di Melfi, le terre di Candela e Forenza, il castello di Lagopesole. L’acquisizione di Lacedonia nel 1584 diede avvio alla politica di espansione del feudo: nel 1609 fu acquisita Rocchetta, nel 1612 Avigliano, nel 1613 S. Fele. Questo, dunque, l’assetto definitivo dello Stato, che - come si è detto - rimase in possesso della famiglia Doria fino al 1806. Il Principato, infatti, era arrivato a comprendere 2 città, Melfi e Lacedonia, 5 Terre e il feudo rustico di Lagopesole, sui quali i Doria esercitarono il proprio dominio fino all'abrogazione della feudalità, nonostante contrazioni dovute alla vendita di alcune terre. Tale “Stato”, tuttavia, anche se con San Fele e Avigliano recuperava parte degli antichi possedimenti dei Caracciolo, si sarebbe caratterizzato ormai per la sua dimensione sovra provinciale, comprendendo Lacedonia e Rocchetta.
Ancora per tutto il XVIII secolo, Melfi fu il centro dominante dell’area, in stretto rapporto con altre aree del Regno e, dunque, decisamente più dinamico rispetto alle aree interne della provincia, una realtà solidamente e “politicamente” feudale. Melfi aveva assunto un ruolo privilegiato, ben deducibile dalla carta statutaria e dalle grazie, che vedeva un peso baronale meno diretto, con un minor coinvolgimento del governatore. Il che aveva portato ad una maggior dinamica cetuale, già dal Cinquecento, nell’ambito del governo della città. In tale contesto, lo Stato di Melfi non era stato, dunque, solo un feudo da sfruttare per la vocazione cerealicola o per finanziare l’attività creditizia dei principi Doria: le notevoli, complesse, vicende dello Stato di Melfi, con l’oculato sfruttamento delle risorse agrarie da parte dei principi, comunque, diedero luogo ad una dinamica economica non facilmente riscontrabile in altre aree basilicatesi.
A metà del Settecento la popolazione era essenzialmente composta da contadini, notevolmente esposti alla pressione fiscale, nonostante una situazione economica ancora abbastanza positiva per il commercio del grano e dei cereali con le zone contermini. Inoltre, ampia parte dell’economia melfitana era collegata ai grandi allevamenti: i principi Doria, da Melfi, inviavano annualmente nei pascoli del Tavoliere, attraverso la via dell’Ofanto e della grande transumanza, fino a diecimila capi.
Nello stesso periodo, il centro maggiormente popolato era Rionero che, infatti, contava 8118 abitanti, mentre il centro con minor densità demografica era il casale di Ginestra, con soli 600 abitanti, ancora unito al centro di Ripacandida. Notevole era stata, altresì, la ripresa demografica di  Rapolla, che contava 3400 abitanti. Rionero, ancorché casale di Atella, era un centro cresciuto rapidamente nel corso del Settecento, grazie a processi di immigrazione che vedevano protagoniste anche famiglie “borghesi” da altre province del Regno, in conseguenza della favorevole posizione geografica rispetto agli altri centri circostanti: infatti l’abitato occupava la falda meridionale del Vulture, consentendo una favorevole posizione agricola e strategica, come vera porta della vallata.
Uno dei centri agricoli più fiorenti, ancorché non densamente popolato, era Barile, distante un miglio da Rionero e sette da Melfi, i cui terreni erano quasi tutti coltivati a vigne ed oliveti.
Nella parte sud-occidentale dell'area, sulle rive opposte della “fiumara” di Atella che sfocia nell'Ofanto, situati rispettivamente a 630 e 500 metri, erano Ruvo ed Atella, in posizione piuttosto sfavorevole, come si era evidenziato nel corso dello stesso XVIII secolo con le numerose epidemie di malaria, che avevano causato una notevole spinta migratoria a vantaggio dei centri vicini, in particolar modo Rionero, che avevano indebolito la locale economia, fondamentalmente basata sulla presenza di mercanti ed ecclesiastici non locali. Tra i ricchi enti ecclesiastici erano alcuni di notevole prestigio quali la Badia S. Angelo del Vulture, il santuario di S. Maria di Pierno ed i possedimenti del vescovado di Melfi.
Il piccolo centro montano di San Fele, fondato anch’esso su un’economia contadina di produzione cerealicola, era interessato, alla fine del Settecento, da notevoli pressioni per estendere le aree coltivate, a scapito degli interessi dei grandi allevatori locali, che cercavano di mantenere il controllo sull’economia locale inserendosi nell’amministrazione dell’Università, ricorrendo, altresì, frequentemente alle magistrature regie ed accusando i coltivatori di violare gli editti contro il disboscamento, in ciò spalleggiati dal locale feudatario, intenzionato a mantenere alto il profilo dell’economia pastorale che, come detto per Melfi, rendeva ai Doria ingenti profitti.
Tali centri, connotati da complesse dinamiche socio-economiche, evidenziano la disomogeneità di un’area che pure era connotata da notevole dinamismo economico e da profondi interscambi con le province contermini, con molti nuclei familiari registrati come “forestieri abitanti”: a metà del Settecento oscillavano dal 10% della popolazione (ad esempio a Melfi) al 25% di Palazzo San Gervasio, ed addirittura raggiungevano a Ripacandida il 48%. 
In questa situazione era ancora prevalente, all’interno delle singole comunità rurali, un’organizzazione chiusa e fortemente gerarchizzata, nella quale il sacerdote-amministratore svolgeva un ruolo di primaria importanza. Attorno a questa figura spirituale non ruotavano solo interessi religiosi, ma anche di carattere economico, attraverso censi sulle case e sui terreni, di concessioni e fitti per il pascolo come anche sui piccoli appezzamenti di terra coltivata. Tale tipologia di società a “grappolo” non era esclusiva delle chiese ricettizie, ma propria anche dei nuovi gruppi dirigenti rappresentati da pochissimi proprietari, e dagli amministratori dei beni del feudatario.

venerdì 22 marzo 2013

Matera. 2. 1663: la Regia Udienza di Basilicata

Nel 1643 la Basilicata fu staccata dall’Udienza di Principato Citra e divenne autonoma. Già il 30 settembre 1639 il viceré aveva ricevuto un memoriale inviato da alcune Università della Basilicata, «per chiedere che l’Udienza fosse portata nella loro provincia», secondo una nuova suddivisione del territorio che unisse le province di Principato Citra e di Principato Ultra. Madrid, omettendo l’ipotesi di una fusione tra province, ritenne valida l’ipotesi di impiantare un nuovo capoluogo e una nuova Udienza in Basilicata e, contrariamente al passato, durante la seduta del 7 febbraio 1640, concesse al Consiglio Collaterale di esprimere parere favorevole sulla istituenda Udienza di Basilicata. Il Medina Las Torres, dunque, fu quasi costretto a riconsiderare l’idea di scorporare definitivamente la Regia Udienza di Principato Citra da quella di Basilicata, per rafforzare il controllo militare sulle coste ioniche e nel basso Tirreno, nonché quello politico e fiscale nelle aree interne.
Nel giugno 1641 il Consiglio Collaterale richiese al segretario del Regno di ottenere la documentazione relativa all’Udienza che fu istituita in Basilicata solo tra il 1642 ed il 1643. Relativamente alla prima composizione di ministri che la costituirono, a seguito di un lungo iter burocratico che terminò nel 1642, il viceré, secondo una tesi risalente ai cronisti dell’epoca e ripresa pedissequamente fino a tempi recenti, «elesse Preside don Carlo Sanseverino di Chiaromonte, assegnandogli per luogo di residenza Stigliano», una città che lo stesso viceré aveva ricevuto in dote dalla moglie Anna Carafa.
Il primo Preside della Regia Udienza di Basilicata fu, tuttavia, non il Sanseverino, ma Geronimo Marques, al quale infatti, andarono tutte le missive spedite nel 1643 dalle Segreterie del viceré, compresa quella relativa al trasferimento della sede da Potenza a Montepeloso, prima che vi giungessero i freddi autunnali. Infatti il Consiglio d’Italia, esaminate le proposte per la nomina del Preside della nuova provincia di Basilicata, avrebbe presentato quattro candidati: il principe di Stigliano duca di Medina Las Torres, Francesco Cera duca di Sant Agata, il duca di Noja e il duca di Cancellara, decidendo, in fine, di nominare un tale «Geronimo Mugnes».
Da qui iniziarono le lunghe peregrinazioni della Regia Udienza provinciale di Basilicata: da Stigliano venne spostata a Montepeloso, l’attuale Irsina, poi accidentalmente a Potenza, nuovamente a Montepeloso, per poi ritornare ancora a Potenza e, infine, passare per brevi periodi a Tolve, Tursi e Vignola, l’attuale Pignola. Infine, nel 1663, si decise di staccare da Terra d’Otranto la ricca e popolosa città di Matera, che sarebbe stata capoluogo della nuova provincia fino all’8 agosto 1806.


mercoledì 20 marzo 2013

Paesi lucani. 0. Missanello nel "Cenno Storico" di Nicola Alianelli (1884)

Questo post è dedicato ai miei cari amici di Missanello. Con tutto il mio affetto.



CENNO STORICO DEL COMUNE DI MISSANELLO
coll’indicazione de' cittadini di esso che si sono distinti
per NICCOLA ALIANELLI



I. Rispondo, come per me si può, al gentile invito di scrivere un Sommario cenno storico di questa mia terra natale e di indicare il nome dè cittadini illustri per patriottismo, per lettere, per arti, o per scienza che vi sono nati colla limitazione opportunamente apposta, per dovere di convenienza, cioè di non parlare dei viventi, ma di far sola menzione dè personaggi estinti.
La carità del natio loco non mi fa velo all’intelletto da indurmi a fare e qui riferire congetture più o meno ardite sull’origine e sulle vicende di questa borgata; nel silenzio degli storici, nell’assoluto difetto di monumenti mi limiterò a dire soltanto ciò di che potrò indicare le fonti o di cui io stesso o altri viventi ancora siano stati testimoni.

II. E per cominciare dal nome, noto aver trovato scritto Missanello e Messanello e nella forma latina MISSANELLUM e MESSANELLUM; ho preferito la prima maniera non solamente perché è prevaluta ma anche e più perché due scrittori nati in questo Comune, dè quali farò menzione appresso, scrissero MISSANELLO nè loro libri messi a stampa dall’uno nel 1627 dall’altro nel 1724.

III. Nè tempi anteriori alla conquista di queste contrade compiuta da’ Normanni, noto due fatti che trovandosi simili in altri luoghi non possono servire di fondamento ad alcuna positiva induzione.
Il primo fatto è che nel dialetto di Missanello vi sono parecchie parole evidentemente greche. Dell’altro fatto debbo la notizia come d’alcune altre ancora, dall’egregio patriota, mio conterraneo e parente Sig. Rocco De Petrocellis, Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia.
Alquanti anni addietro nel territorio di questo Comune e propriamente nella contrada Tempone di Bernardo, furono rinvenute due monete romane di bronzo ed una di Metaponto d’argento.

IV. Il Documento più antico, almeno che io sappia, nel quale esplicitamente è nominato Missanello con tre Monasteri nel suo territorio è stato di Ruggero Normanno contenente la specifica enumerazione delle città e Terre che costituivano la Diocesi di Tricarico. Questo documento, con qualche altro analogo, come quello di Godano, fu pubblicato da Monsignor D. Antonio Zavarrone, vescovo di Tricarico, nel suo libro col titolo Esistenza e validità dè privilegi conceduti da’ Principi Normanni alla Chiesa Cattedrale di Tricarico, Napoli 1749.
Citando questi documenti, non ne impugno né ne confermo l’autenticità riconoscendomi incompetente a conoscere e giudicare di tal sorta di questioni; noto però che nell’acre polemica, ad occasione di quel libro, passata tra Mons. Zavarrone e l’Abbate Troyli, questi non mosse dubbio su tale autenticità. Ed io sono propenso ad accogliere la tesi della autenticità di tali documenti per la corrispondenza che vi si trova con altri documenti del tempo testè venuti alla luce.
Un secondo documento di non dubbia autenticità si ha nel Catalogo dei baroni pubblicato la prima volta dal Borrelli ed intorno al quale vi è un importante lavoro del Chiarissimo Bartolomeo Capasso, che mi fa lieto della sua amicizia.
Questo documento, dell’epoca di Guglielmo II, nota MESSANELLUM feudo di Guglielmo de Messanello, col peso di un milite. Potrebbe domandarsi se la famiglia feudataria prese il nome della Terra feudale, o all’opposto questa da quella, nel qual caso la fondazione della borgata sarebbe avvenuta in epoca relativamente recente.
Io ho per certo che il feudatario abbia preso il nome dalla terra feudale, sebbene si ignorasse l’origine di questa e perché sia stata così nominata.
Avvenne qualche volta che in un feudo disabitato, o per animo benigno o per calcolo d’interesse bene inteso, il feudatario vi attirasse una colonia, che anche poco numerosa da principio, accresciuta per generazioni e nuove immigrazioni, si costituiva in Università o vogliamo dire Comune; in tal caso poteva avvenire ed avvenne qualche volta, che la borgata prendesse il nome dal feudatario, o dalla consorte di lui.
Ma vi è una circostanza caratteristica per conoscere se in origine il feudo fu costituito su territorio avente una popolazione, o se invece sopra un disabitato.
Nel primo caso non tutto il territorio era feudale, ma solo il concesso a tal titolo, una parte restava di proprietà dè privati, dell’Università e di altri Corpi Morali, su questa parte il feudatario non aveva diritto di esigere alcuna prestazione, o era un abuso, una gravezza che si esercitava. Al contrario nel secondo caso tutto il territorio era feudale, tutto era redditizio al feudatario, si aveva la feudalità universale.
 Innanzi la Commissione per le liti feudali l’ex barone sostenne la feudalità universale sul territorio, ma la Commissione lo negò in virtù di molti documenti di epoche diverse, a cominciare dal 1455, dimostrò la coesistenza di terre feudali colle alloidali (Sentenza dè 28 maggio 1810, Bollettino detto anno n. V pag. 1008).
Si ha giusto motivo adunque, di ritenere che Missanello esisteva quando fu dato la prima volta “in feudo”, e la particella che premessa al Missanello nel citato Catalogo, viene a rafforzare l’argomento innanzi esposto.

V. L’ordine dè tempi mi porta a parlare d’un contratto intervenuto tra l’Università ed il feudatario.
Al piede della collina, sulla quale il paese è fondato, sulla sponda sinistra dell’Agri (Aciris) era un fondo feudale che per la sua qualità veniva chiamato Pantano. I cittadini e il feudatario dovevano intendere di quanta utilità a tutti sarebbe stata la bonificazione di questo fondo, ma i cittadini non potevano contentarsi di contratti a tempo limitato, il feudatario doveva non trovare conveniente pè suoi interessi dividere il fondo in piccole porzioni e farne concessione a titolo di enfiteusi perpetua ad altrettanti coloni. Gli opposti interessi furono conciliati nel seguente modo:
Il feudatario concesse il Pantano in enfiteusi perpetua all’Università e questa la succensuì in porzione a’ contadini. Il canone annuo a favore del feudatario fu fissato in ducati 16 contanti ed a tomoli 200 di grano alla piccola misura, pari a tomoli 150 alla grossa misura.
La data del contratto primitivo è ignota, ma certamente anteriore al 1592, perché della rendita con esso costituita si trova notizia in un rilievo di quell’anno.
Con altro contratto dei 12 dicembre 1610, in considerazione dè danni prodotti al fondo dal fiume, il canone in grano fu ridotto da tomoli 150 a 129.
Tali notizie ho tratto dal processo compilato avanti la Commissione per le liti feudali, la quale colla già menzionata sentenza riconobbe la legittimità della rendita in grano ed in denaro, dichiarando la prima commutabile, come fu commutata, in denaro ed ambe affrancabili.

VI. Sulla spianata della collina dinanzi menzionata esiste un antico edifizio che ha tutta la forma esterna di un castello feudale e luogo di abitazione del feudatario, e però la Terra aveva privilegi di Camera riservata. Se veramente in tempi remoti i feudatari a permanenza o in certe epoche e circostanze avessero abitato tale castello non posso dire, ma si può ritenere come certo, che ciò non sia avvenuto al principio del secolo XVII per la trasformazione del Castello in Monastero.
 Ho notato innanzi che nè documenti pubblicati da Monsignor Zavarroni si legge che alla data di esse nel territorio di Missanello erano tre Monasteri, aggiungo che di due di essi non si è conservata alcuna memoria, incerta e mal sicura, è la tradizione che riguarda il sito dell’altro.
 Invece fino all’ultima soppressione ha esistito un Monastero di Minori Osservanti. Nel 1622 il feudatario della Terra col Titolo di Marchese era D. Giovan Giacomo Coppola: costui rappresentato dal suo vicario generale, con istruzione dè 17 maggio pro salute animarum praedecessorum et successorum, donava alla provincia monastica dell’Ordine dè MM.OO. per istruirvi una famiglia dell’Ordine, il Castello suddetto, piccola ed ignobile parte riservata.
Alla donazione dell’edificio fu unita quella della somma di ducati 400 per ridurlo a monastero, d’un territorio dell’estensione di tomoli due presso l’edificio stesso e dell’annua prestazione di ducati 40 e tomoli 24 di grano. La quale donazione fu ratificata dal Marchese donante in Napoli con istrumento dè 3 giugno dell’anno stesso e dopo l’assenso dato dal vescovo diocesano il giorno 11, i Frati presero possesso il giorno 19 del detto mese.

VII. Niuno che sia anche poco istruito nella storia civile dell’ex reame di Napoli ignora che le città e le Terre, demaniali o feudali che fossero, costituivano Corpus, una Università con propri Comizi e reggimento elettivo.
Non esisteva una legge generale, come le moderne leggi Comunali, ma in ciascuna Università tutto era regolato dalle antiche tradizioni, dalle costumanze e qualche volta da particolari provvedimenti impartiti dal Sovrano. Seguiva da ciò che molta differenza si aveva da un luogo ad un altro, se non nè principi informatori, nelle modalità.
Nella totale mancanza di carte antiche nell’Archivio del Comune mi è utile aver potuto leggere i seguenti documenti:

1° Gli atti preliminari per la formazione del così detto Catasto dell’onciario eseguiti secondo le istruzioni date dalla regia Camera della Sommaria. Sono della seconda metà del passato secolo ed esistono nell’Archivio di Stato di Napoli.

2° Un istrumento de’ 19 giugno 1622 tra i reggimentari dell’Università di Missanello ed i rappresentanti la Provincia Monastica dell’ordine de’ MM.OO. In questo titolo è inserita la relativa deliberazione del Parlamento dell’Università colla data del 6 del mese stesso.

3° Un provvedimento della regia Camera della Sommaria del 9 settembre 1783, con inserita deliberazione del Parlamento del 19 agosto 1781; si confermava ed approvava quanto si era deliberato ed approvato nel 1622.

Da questi documenti, tanto più importanti poiché d’epoche molto distanti fra loro, risulta uniformemente che sugli affari d’interesse dell’Università di Missanello deliberavano i cittadini riuniti in Parlamento, senza limitazione di censo o di capacità, e che il reggimento e l’amministrazione dell’Università stessa erano affidati al Sindaco, ad un Capo Eletto ed a due Eletti, elettivi tutti. E che duravano in uffizio un anno.
Tutto ciò ebbe fine per gli ordinamenti municipali stabiliti nel regno dè Napoleonidi e confermati, anzi esagerati da Ferdinando I colla legge dè 12 dicembre 1816; però ne rimase viva la ricordanza nel popolo e ne passò la notizia per tradizione alle generazioni novelle a qual proposito non voglio omettere un aneddoto. Nell’ottobre del 1848 parlando con alcuni contadini miei conterranei dell’infelice sorta riserbata alla Costituzione, dissero essi sperare che almeno ne restasse che il Sindaco fosse nominato a voce dal popolo.

VIII. E qui l’ordine delle idee come quello dei tempi mi porterebbe a dire qual parte questi cittadini presero negli avvenimenti politici dell’ex reame, ma la regola prescritta di non parlare di personaggi viventi mi impone di tacere perfettamente dè fatti del 1848 e 1860, ancorché alcuno di quelli che vi presero parte, fosse già trapassato.
Non debbo tacere però che non vi fu alcun segno, a voce di reazione, ma anzi si cooperò alla repressione di essa altrove manifestata. In quanto al movimento repubblicano del 1799 ed alla successiva sanguinosa reazione, nessuna notizia speciale ho da dare.
 Nel 1820 questo Comune era preparato a prender parte alla rivoluzione, ma la lontananza del centro del movimento co’ lenti mezzi di comunicazione allora in uso e perché gli avvenimenti corsero rapidissimi, come è noto, fecero che mancasse il tempo e l’opportunità dell’azione. Ma il paese non fu sordo, né lento alla chiamata della patria dopo la dichiarazione di guerra del 1821.
 Il Signor Pier Luigi De Petrocellis, d’onorata ricordanza, per nomina del Comandante in Capo fatta con brevetto del 6 febbraio 1818 era Primo Tenente delle Milizie Provinciali. All’appello rispose marciando colla sua Compagnia senza dilazione alcuna. Egli lasciava vecchi genitori e due teneri figli privi di madre. Giunto a Capua ebbe il comando col grado di Capitano della forza che custodiva la porta di Napoli di quella fortezza. Ritornò addolorato in seno alla famiglia.

IX. Lo stato delle antiche fabbriche di questo paese indica che da epoca lontanissima qui non siavi stata alcuna grave scossa di terremuoto; non fu così nel 1857. Trascrivo la memoria lasciatane dal Curato nel libro parrocchiale dè morti.

Nella notte che seguì il giorno 16 di Dicembre 1857, alle ore 4 e minuti 5 avvenne il terribile tremuoto che cagionò il crollamento non solo della Chiesa Madre e del Monastero, ma benanche di molte abitazioni del paese e vili tuguri, ed alti palagi, riducendo tutti gli abitanti e nobili e plebei, sacerdoti e religiosi, a vivere insieme di giorno e di notte per più tempo, in aperta campagna, essendo restati vittime sotto le rovine i seguenti individui al numero di quattordici.

Ho giudicato inutile riportare i quattordici nomi, noto soltanto che del numero tale quattro maschi e tre femmine non oltrepassavano l’età di 10 anni, degli altri furono due maschi e cinque femmine.

X. Tutte le volte che questa provincia fu invasa dal colera, questo Comune ebbe, come altri ancora, il privilegio di rimanere immune; ma nell’invasione del 1855 avvenne un fatto che credo dover notare. Proveniente da luogo infetto giungeva nel seno della sua famiglia gravemente infermo il giovane Sacerdote D. Gaetano Pandolfi e dopo due giorni, il 23 agosto, cessò di vivere. Il Medico curante, l’ora defunto Cav. Francesco Pizzicara, dichiarò che la malattia fosse stato vero colera asiatico contratto nel luogo donde perveniva e lo stesso giudizio deve darsi stando a’ ragguagli che si danno dal germano della vittima, il Curato D. Costantino. Certo è che il paese e la famiglia rimasero immuni.
Ho notato il fatto; se col confronto di altri simili e con altre opportune osservazioni possono dedursene confortanti conseguenze per l’avvenire lo lascio a’ dotti nella materia.

XI. EMIGRAZIONE: La prima partenza di contadini per le contrade di Oltremare avvenne in aprile 1874, l’ultima di due soli individui è avvenuta il maggio di quest’anno 1884. In tutto gli emigrati sono stati 86, compresa una famiglia di 7 individui, un uomo, due donne, due bimbi e due giovanetti minori di 10 anni. Qual numero può apparire grande, rispetto alla popolazione tutta, di poco superiore al migliaio, secondo l’ultimo censimento del 1881, ma si vuol considerare che si tratta di vera emigrazione temporanea, che 34 sono già tornati alla terra natale con un modesto gruzzolo, oltre le sommette spedite alle famiglie durante l’assenza, tre sono morti, dè 49 rimanenti uno è in Egitto, 4 a Buenos Ayres, gli altri a Nuova York, tutti o quasi col proposito di tornare.

XII. A compiere l’incarico affidatomi, non resta che parlare degli uomini illustri per patriottismo, per lettere, scienze, per arti qui nati.
Ho pensato di non dover prendere la parola illustre nel suo più alto e stretto significato, e senza nominare ogni notaro o giudice a contratti, ogni sacerdote ecc per prendere nota di coloro che pur dovendo attendere alla propria azienda, diedero opera agli studi più alti. Spero che tali ricordanze saranno stimolo alla nuova generazione per arricchire la mente di cognizioni coll’indirizzo proprio delle nuove condizioni economiche e politiche.
I seguenti elenchi, meno che per una sola persona, come sarà indicato, riguardano i vissuti nel secolo passato e nel presente. Mancano le notizie dè tempi più antichi.
Illustre per patriottismo il nominato Pier Luigi De Petrocellis.
Illustri per scienze e lettere:

1° Dottori in legge. Luciano De Petrocellis, padre di Pier Luigi seniore; Francesco Antonio De Petrocellis, congiunto dè precedenti, s’ignora in qual grado; Giambattista Desiderio, padre Francesco Antonio Desiderio o de Syderio; Giuseppe Maria Alianelli di Giovanni Battista; Giuseppe Orazio Giglio; Basileo De Pierro; Giuseppe Alianelli di Nicola. Di quest’ultimo, morto in Napoli il 26 giugno 1876 d’anni 41 non compiuti restano due lavori messi a stampa nel 1866 in Napoli, Tipografia di Emanuele Rocco:
a) Su’ mezzi impiegati da’ Romani nè bisogni straordinari dell’erario - Considerazioni;
b) Supplemento dè Codici penale e di procedura penale del regno d’Italia, ossia collezione delle Leggi e dè Decreti ed altri atti del Governo relativi alle materie penali con nozioni preliminari a ciascun argomento trattato.

2) Dottori in medicina: Luzio l’Abbella o La Bella; Domenico Paladino; Senatro Antonio Curto o De Curtis; Giuseppe Di Giglio; Giuseppe Bavuso o Bavusi; Luigi De Pyrro.

3) Teologi: Padre F. Callisto da Missanello, Domenicano nel Monastero di Santa Maria della Sanità in Napoli, Padre della Congregazione del Rosario, ivi stabilito. Di lui si ha un libro col titolo: regola e costituzione che osservano li fratelli del SS. Rosario della Sanità di Napoli ecc. in Napoli, per Lazzaro Scoriggio 1627. Nel frontespizio non si legge Stampato il nome dell’autore ma vi è manoscritto e forse autografo nell’esemplare che io possiedo e risulta da più luoghi del libro ed è detto esplicitamente nel libro del P. Genovese. Ignoro il nome di famiglia di questo Padre Callisto. Padre F. Bartolomeo Genovese da Missanello in Basilicata dell’ordine dei servi di Maria in Napoli, pubblicò un libro di cui possiedo un esemplare col titolo: La consolatrice degli afflitti: Maria in Napoli 1724 nella tipografia di Antonio Tivani. La famiglia Genovese o Genuese come si legge nei libri parrocchiali, si estinse verso la fine del secolo 18°.
P. Giuseppe Alianelli dè Minori di S. Francesco di Paola in Napoli. Nel libro parrocchiale dè morti sotto la data 28 maggio 1779 l’allora arciprete curato D. Giuseppe La Bella, scrisse un articolo in onore del P. Giuseppe di cui trascrivo le parti principali:

Ex literis nobis datis per reverendum D. Michelum Arcangelum La Bella carissimum germanum fratrem nostrum... non sine ingenti cordis dolore fuimus certiores facti de intempestiva morte reverendi Patri Josephi Alianelli nostri indigenae honoratissimi de familia perillustris religionis S. Francisci de Paola alumni, theologi insignis et panagiristae eximi et omnigenae eruditionis compotis...

P. Giuseppe morì all’età d’anni 66 nella notte tra il Venerdì ed il Sabato vigilia di Pentecoste, 21 maggio 1779.

4) Illustre per arte: Pittore Antonio La bella. Nel sovramenzionato libro parrocchiale dè morti sotto la data 4 marzo 1765 lo stesso curato D. Giuseppe La Bella nel registrare la morte del padre Dottore in medicina Lucio, fa menzione dell’avo Antonio in arte pingendi insignis. Null’altro si sa di questo artista, probabilmente lasciò qualche lavoro nella sua famiglia, ma questa ricaduta in basso. È poi estinta perloché resta isolata la notizia dianzi riferita.
Da Missanello Agosto 1884

Fonte: A. Di Leo, Missanello. Note e appunti per una storia, introduzione di A. D’Andria, Potenza, STES, 2009, pp. 8-20.

martedì 19 marzo 2013

Storici Lucani. 1. Sergio De Pilato tra erudizione e ricerca

Pur nel metodo ancora erudito, limitato alla revisione delle fonti edite, Sergio de Pilato (1875-1956) è figura esemplare di un lungo periodo di studi “eruditi” su testi e fonti a stampa più che d’archivio e inizio di una stagione di rinnovata attenzione al territorio ed alle risorse storiche e culturali della città, che si avviava, dopo la guerra, a prendere anche a livello culturale il suo posto di capoluogo di regione, non più semplice trampolino di lancio verso Napoli e le grandi città del centro-nord, ma anche possibile punto di raccolta delle giovani generazioni che intendessero fare ricerca “sul campo”.
De Pilato si avviò da giovane, come tradizione delle famiglie borghesi potentine, sulla strada della giurisprudenza: fu vice segretario del “Circolo giuridico napoletano” e componente della redazione della rivista “Il progresso giuridico”, dedicandosi nel contempo alla pubblicazione di suoi scritti letterari in prosa e in versi su “Il Mattino”, con lo pseudonimo di Almansor.
Tornato a Potenza, fondò la rivista giuridica “Temi lucana”, sull’esempio del “Progresso” a cui aveva collaborato: “La temi Lucana: rivista mensile di dottrina e di giurisprudenza” uscì tra il luglio del 1901 ed il 1902. Il provincialismo imperante nella conduzione del diritto avrebbe poi portato de Pilato a lasciare definitivamente l’avvocatura e lo studio della giurisprudenza nel 1945. De Pilato fu altresì direttore della Biblioteca Provinciale di Potenza nel periodo compreso tra il 1911 ed il 1941, oltre ad rivestire la carica di pretore nel periodo 1914-18, occupandosi di diritto civile e militare, oltre che di diritto penale, come testimonia la sua collaborazione, nel 1931, alla rivista «Basilicata forense». Tra le numerose opere di De Pilato spiccano, nel campo della ricerca storico-erudita, l’importante Saggio bibliografico sulla Basilicata, pubblicato grazie al sostegno materiale e morale di Giustino Fortunato (Potenza, Garramone e Marchesiello, 1914); Fondi, cose e figure di Basilicata, Roma, P. Maglione & G. Strini Succ. Loescher, 1922; Leggende sacre di Basilicata, Napoli, Giannini, 1925; Il 1799 in Basilicata, Tivoli, Arti Grafiche A. Chicca, 1939. Tra gli studi di diritto, il giovanile Sulla Delegazione dei Consoli in materia di pruove, Napoli, Tip. Di Gennaro M. Priore, 1899; il saggio letterario-giuridico Balzac e il mondo giudiziario, Napoli, Edizioni La Toga, 1937; Ricordi e confessioni di vita giudiziaria, Potenza, Tip. Cappiello, 1945; Di alcune viziose maniere di giudicare in civile, Potenza, tip. Giornale di Basilicata, 1932 (già pubblicato in «Basilicata Forense» I (1931), n.3).
Non è facile una delineazione della figura complessiva di de Pilato, sia come studioso del diritto che come ricercatore, bibliofilo, storico, erudito che dir si voglia. Di certo va detto che, come Tommaso Pedìo, l’esperienza giuridica gli consentì una maggiore padronanza delle fonti e gli fece acquisire quel metodo di ricerca e consultazione che, ancorché basato solo su fonti edite, costituiva un’esigenza ormai irrinunciabile della nuova ricerca scientifica potentina e lucana in generale. Sul suo Saggio, primo organico studio bibliografico sulla Basilicata e primo frutto di una sorta di rinata coscienza, negli studiosi potentini, di una più seria ricerca delle fonti, valgano gli accenni di Tommaso Pedìo: «in un saggio ancora oggi di utilissima consultazione, completato da Cenni sui basilicatesi più degni di ricordo, da Appunti di bibliografia complementare e da un accurato indice dei luoghi e dei nomi, il de Pilato raccolse, in 785 schede distribuite in ordine alfabetico per autore, scritti editi ed inediti che interessavano, direttamente o indirettamente, la storia della Basilicata».
“Di utilissima consultazione”. Forse è questo il merito delle ricerche di Sergio de Pilato che, ancora a metà tra ricerca vera e propria e “spigolatura” erudita, offrono ancora oggi una miniera di notizie su vari aspetti della storia regionale e costituiscono un precedente delle numerose rasegne bibliografiche che negli ultimi decenni sono andate ad arricchire il lavoro degli studiosi di storia lucana.

lunedì 18 marzo 2013

La Basilicata moderna. 2. Gli arbëreshë e la Basilicata


Gli arbëreshë si stanziarono nel Mezzogiorno Italia tra il XV e il XVIII secolo. Prima della conquista da parte dell'Impero ottomano, com’è noto, tutti gli albanesi venivano chiamati Arbëreshë. Ma, a seguito dell'invasione turca, mentre gli albanesi che giunsero in Italia continuarono ad indicare se stessi col termine di Arbëreshë, quelli d'Albania assunsero il nome di Shqiptarëve (si confronti la parola albanese Shqip, presente nel nome locale del paese e della lingua).

Gli arbëreshë, distribuiti in origine in Epiro e nei monti del Pindo, erano stanziati nell’odierna Grecia. Tra l'XI e il XIV secolo tribù arbëreshë si spostarono in piccoli gruppi verso il sud della Grecia (Corinto, Peloponneso e Attica) dove fondarono alcune colonie. Intanto, la loro abilità in campo militare li aveva fatti diventare i mercenari preferiti dei Serbi, dei Franchi, degli Aragonesi e dei Bizantini.
La prima migrazione risalirebbe agli anni 1399-1409, quando la Calabria, prima dell'avvento di Alfonso d'Aragona, era già sconvolta da rivolte intraprese da feudatari contro il governo angioino e gli albanesi fornirono i loro servizi militari per l'una o l'altra fazione in lotta. La seconda migrazione risale agli anni 1416-1442, quando Alfonso d'Aragona ricorse ai servizi di Demetrio Reres, nobile condottiero albanese, che portò con se un folto seguito di uomini. La ricompensa per i suoi servigi consistette nella donazione, nel 1448, di alcuni territori in Calabria e ai suoi figli in Sicilia.
La terza migrazione risale agli anni 1461-1470, quando Giorgio Castriota Skanderberg (principe di Krujia), inviò un corpo di spedizione in aiuto a Ferrante I d'Aragona che, nella lotta contro Giovanni d'Angiò, sgominò nel 1461 le truppe angioine. Per servizi resi, fu concesso  ai soldati ed alle loro famiglie di stanziarsi in ulteriori territori anche in Puglia.
La quarta migrazione risale agli anni 1470-1478. In questo periodo si intensificarono i rapporti tra regno di Napoli ed i nobili albanesi con il matrimonio tra Irene Castriota (nipote di Skanderbeg) e il principe Pietro Antonio Sanseverino di Bisignano in Calabria nel 1470, e la caduta di Krujia nel 1478 sotto il dominio turco.
La quinta migrazione risale agli anni 1533-1534, quando i turchi conquistarono la fortezza di Corone, città mista greca e albanese della Morea. Questa fu l'ultima migrazione massiccia dall'Albania verso l'Italia. La sesta migrazione risale all'anno 1664, quando la popolazione di Maida della Morea, dopo una ribellione ferocemente domata dai turchi, migrerà verso Barile, già popolata da albanesi che vi si erano stabiliti precedentemente.
L'invasione della Grecia da parte dei Turchi Ottomani nel XV secolo costrinse molti arbëreshë ad emigrare nelle isole sotto il controllo di Venezia e in Italia meridionale. Infatti, nel 1448, re Alfonso V il Magnanimo (1396-1458) chiese aiuto al suo alleato, il principe albanese Giorgio Castriota Skanderbeg, per reprimere una ribellione di baroni e ricompensandoli con feudi nel territorio di Catanzaro.
Nel 1450 un'altra forza di arbëreshë intervenne in Sicilia, stanziandosi nei pressi di Palermo. Durante il periodo della guerra tra angioini e aragonesi per il Regno di Napoli (1459-1463), Ferrante I d’Aragona richiamò le forze arbëreshë contro gli eserciti franco-italiani e Skanderbeg sbarcò nel 1461 a Brindisi. Dopo alcuni successi, gli arbëreshë accettarono delle terre in Puglia, mentre Skanderbeg ritornò per organizzare la resistenza albanese contro i Turchi, che avevano occupato l'Albania tra il 1468 e il 1492. Parte della popolazione arbëreshë migrò, dopo la caduta di Scutari nel 1477, in nel Mezzogiorno d’Italia, dove il re concesse loro altri casali in Puglia, Calabria, Campania, Sicilia e Molise. È il caso di Demetrio Reres, in Calabria, o di Skanderbeg, che ricevette feudi in Puglia da Alfonso il Magnanimo. I centri calabresi appartenenti alla cosiddetta Arberia sono per la maggior parte nella provincia di Cosenza, dove si contano ben 33 comuni d'origine albanese. Solo tre, invece, i comuni arbereshe nel Crotonese. Infine i cinque paesi di Andali, Caraffa, Gizzeria, Marcedula e Maida (la frazione Vena).
Impiegati come mercenari dalla Repubblica di Venezia, gli Arbëreshë dovettero evacuare le colonie del Peloponneso con l'aiuto delle truppe di Carlo V, ancora a causa della presenza turca. Carlo V stanziò i soldati nel Mezzogiorno d’Italia, per rinforzarne le difese proprio contro la minaccia degli Ottomani. Stanziatisi in casali isolati (il che permise loro di mantenere inalterata la propria cultura fino al XX secolo), gli arbëreshë divennero tradizionalmente soldati del Regno di Napoli o della Repubblica di Venezia. Altre due ondate migratorie si verificarono dal 1532, con la caduta di Corone e nel 1647, quando Maina fu occupata dai Turchi. In seguito a tali nuove ondate, i coronei si stanziarono in Val Sarmento, nel territorio dello Stato di Noja (attuale Noepoli), fondando San Costantino e Casalnuovo (attuale San Paolo). Questi insediamenti, impiantati in una zona definibile a «feudalità universale» e con un’economia nella quale l’allevamento e la cerealicoltura provocavano frequenti contrasti, furono connotati da bassa crescita demografica e da un tenore di vita materiale piuttosto basso, con notevole isolamento degli albanesi.
Gli scutarioti, invece, esentati dal pagamento delle tasse fin dai tempi di Ferrante, si insediarono nei territori di Barile, Maschito, Lombardamassa (attuale Ginestra) e Brindisi, aiutati anche dalle concessioni dei locali feudatari, che videro negli stanziamenti Arbëreshë un’occasione per ripopolare i propri feudi per far riprendere un’economia stagnante: è il caso dei Doria, che accolse i coronei nel territorio di Melfi e di Lombardamassa, allora disabitata, o del principe di Lavello o, ancora, del Gran Capitano, Consalvo di Cordova, che concesse, nel 1507, il territorio di Maschito a Lazzaro Mattes.
Un’area, quella del Vulture-Melfese, connotata da prevalente dimensione abitativa di tipo rurale, con una maggioranza di Terre e casali, tra i quali spiccavano i centri di Melfi, Rionero e Venosa. Il centro con minor densità demografica era il casale di Ginestra, ancora con soli 600 abitanti ed unito al centro di Ripacandida a fine Settecento. Uno dei centri agricoli più fiorenti, ancorché non densamente popolato, era Barile, distante un miglio da Rionero e sette da Melfi, i cui terreni erano quasi tutti coltivati a vigne ed oliveti. Nell’ambito di un territorio connotato da notevole dinamismo economico e politico-istituzionale, gli spostamenti degli albanesi furono frequenti, sia pure sempre nella subarea vulturina, il che diede luogo ad insediamenti più stabili e radicati.
Ancora nel XVII secolo molti centri conservavano il rito ortodosso, come Ginestra, Maschito, il casale di Rionero e Brindisi di Montagna: successivamente, nel 1627, il vescovo Diodato Scaglia di Melfi riportò Ginestra, Maschito e Rionero al rito romano mentre, nel caso di Barile, il ritorno al rito romano fu imposto con la forza. Uno scontro, quello tra lo Scaglia e gli arbëreshë vulturini, che riproponeva, in termini più drammatici, l’incomprensione di fondo tra locali feudatari e minoranze albanesi, dovuta essenzialmente a motivi fiscali, ma che in questo momento divenne uno scontro giurisdizionale nell’ambito di una rigorosa applicazione dell’omogeneità confessionale propria dei vescovi post-tridentini di seconda generazione.
Nel corso dell’età moderna gli arbëreshë riuscirono a mantenere e a sviluppare la propria identità grazie anche al ruolo culturale esercitato dai due Istituti religiosi di rito orientale, con sede in Calabria (Il Collegio Corsini (1732) e poi Corsini-Sant'Adriano (1794) e in Sicilia, con il Seminario greco-albanese di Palermo (1735) poi trasferito a Piana degli Albanesi (1945). Gran parte delle cinquanta comunità arbëreshe conservano ancora il rito greco-bizantino e fanno capo a due eparchie (diocesi orientali): quella di Lungro, per gli arbëreshë del Mezzogiorno continentale e quella di Piana degli Albanesi, per gli arbëreshë di Sicilia.
Nonostante l’apparente isolamento linguistico e culturale, comunque, le comunità arbëreshe si ramificarono e radicarono nel territorio circostante, partecipando alle vicende della provincia di Basilicata, come evidenzia, ad esempio, il notevole intervento nell’insurrezione lucana del 1860.
Tra gli altri, si distinse Francesco Saverio Scutari di San Costantino. Già capitano della Guardia Nazionale nel 1848, aveva guidato a Campotenese i volontari della Val Sarmento. Riconfermato capitano, dopo essere stato incluso tra gli attendibili, in quanto sostenitore dell’intervento armato in Calabria, guidò i 26 insorti di San Costantino, aggregati alla VI colonna, comandata da Aquilante Persiani e, in seguito, si distinse nella repressione delle manifestazioni contro il Plebiscito dell’ottobre 1860.
Da Casalnuovo (San Paolo), che diede all’insurrezione un drappello di 29 insorti comandati da Vincenzo Smilàri, si distinse Alessandro Smilàri, inviato a Roccanova con un reparto della Guardia Nazionale per ripristinare l’ordine pubblico dopo la manifestazione antidemaniale del 18 agosto.

domenica 17 marzo 2013

La Basilicata napoleonica. 3. Bibliografia di riferimento per i curiosi

AA. VV., Potenza Capoluogo (1806-2006), S. M. Capua Vetere, Spartaco, 2008, voll. 2,
ALFANO G. M., Istorica descrizione del Regno di Napoli diviso in dodici provincie, Napoli, Miranda, 1798,
ATTORRE L., Istruzione e cultura nella Basilicata dell'Ottocento, Potenza, Editicermes, 2009.
BIANCHI A. R., L’Intrico del ’99 nel Materano, in Nel secolo dei Lumi. Appunti sul Settecento lucano, Rionero in Vulture, Calice, 1991,
CALICE N.-LISANTI N.-RUSSO T.-SABIA F., Popolo, plebe e giacobini. Napoli e la Basilicata nel 1799, Rionero in Vulture, Calice, 1989,
Collezione delle Leggi e de’ Decreti del Regno delle Due Sicilie, Bollettino delle leggi del Regno di Napoli, Decreto per la nomina degli Intendenti e dei Segretari generali delle Provincie, 13 agosto, i (1806), n. 137, p. 285.
Collezione delle Leggi e de’ Decreti del Regno delle Due Sicilie, Bollettino delle leggi del Regno di Napoli, Decreto con cui si nominano i Sottointendenti delle Provincie, 22 agosto, i (1806), n. 148, pp. 297-298.
Collezione delle Leggi e de’ Decreti del Regno delle Due Sicilie, Bollettino delle leggi del Regno di Napoli, Legge con cui si ordina la formazione de’ Decurionati, e Consigli Provinciali e Distrettuali, 18 ottobre, i (1806), n. 211, pp. 367-370.
Collezione delle Leggi e de’ Decreti del Regno delle Due Sicilie, Bollettino delle leggi del Regno di Napoli, Legge con cui si riforma il sistema di elezione de’ corpi rappresentativi, e degli amministratori dei comuni, 20 maggio, xxxvii (1808), n. 143, pp. 301-384.
Collezione delle Leggi e de’ Decreti del Regno delle Due Sicilie, Bollettino delle leggi del Regno di Napoli, Decreto con cui si stabiliscono le funzioni de’ Decurioni per tutte le Comuni del Regno, 21 febbraio, iii (1807), n. 42, pp. 34-35.
COPETI A., Notizie della città e di cittadini di Matera, a cura di M. Padula e D. Passarelli, Matera, Edizioni BMG, 1999.
CUOCO V., Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, edizione critica a cura di A. De Francesco, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 1999.
D’ANDRIA A., Potenza da città di provincia a capoluogo. Percezioni e rappresentazioni di un cambiamento, in SPAGNOLETTI A. (a cura di) Il governo della città il governo nella città. Le città meridionali nel Decennio francese, Bari, Edipuglia, 2009.
DE FRANCESCO A., 1799. Una storia d’Italia, Milano, Guerini e Associati, 2004.
DI BIASIO A., La gestione del territorio nel Mezzogiorno napoleonico: le attività del Corpo dei Ponti e Strade del Regno di Napoli, in DE FRANCESCO A. (a cura di), Da Brumaio ai Cento giorni. Cultura di governo e dissenso politico nell'Europa di Bonaparte, Milano, Guerini e Associati, 2008.
GALASSO G., Il Regno di Napoli. Società e cultura del Mezzogiorno moderno, in Storia d’Italia, diretta da G. Galasso, Torino, UTET, 2011, vol. XV/6.
GALASSO G., Il Mezzogiorno borbonico e Napoleonico, in Storia d’Italia, diretta da G. Galasso, Torino, UTET, 2006, vol. XV/4.
GATTINI G., Note storiche sulla città di Matera, rist. anast., Matera, Amministrazione Comunale, 1987.
GIURA LONGO R., La Basilicata moderna e contemporanea, Napoli, Edizioni del Sole, 1992.
GIURA LONGO R., Società, politica e cultura in Basilicata alla vigilia della rivoluzione, in MASSAFRA A. (a cura di), Patrioti ed insorgenti in provincia: il 1799 in Terra di Bari e Basilicata, Bari, Edipuglia, 2002.
GIUSTINIANI L., Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, Simoniana, 1804.
LERRA A. (a cura di), Monitore napoletano (2 febbraio-8 giugno 1799). L’antico nella cultura politica rivoluzionaria, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2006.
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Opere dei Grandi Lucani online. 1. Giustino Fortunato

Dopo numerose risorse che abbiamo finora messo a disposizione di studenti e studiosi, nella nostra sezione Materiali didattici  e nei Do...