giovedì 30 marzo 2017

Materiali didattici. 31. A margine di A. Orefice, "Delitti e condannati nel Regno di Napoli (1734-1862)"

Il testo di Antonella Orefice, Delitti e condannati nel Regno di Napoli (1734 - 1862), presenta una ricchissima documentazione, quella dell'Archivio dei Bianchi della Giustizia, già nota in parte, ma ora resa disponibile agli studiosi del Risorgimento italiano e di quello "da Sud" in particolare. Lo studio dei dati dei 102 volumi dell'archivio, con 128 anni di registrazione, evidenzia l'ampia ed articolata composizione dei condannati, tra i quali emergono, naturalmente, i "patrioti" che, nei diversi snodi del processo risorgimentale, fecero l'Italia, a partire dall'alba di essa, la breve, ma significativa, esperienza del 1799 repubblicano. Tra i 121 condannati della prima Restaurazione borbonica emergono, tragici nomi, i 98 rei di Stato che pagarono con la vita l'aver tentato di rinnovare la società meridionale con il sogno repubblicano; ancora, nel 1822, i nomi e la vicenda degli ultimi giorni dei padri della Rivoluzione costituzionale del 1820-21 (oggi pienamente restituita dagli studi seri alla dimensione di rivoluzione, e non più di semplici - e semplicisticamente presentati - "moti del '20-21); o ancora, negli anni Trenta dell'Ottocento, la cospirazione, tragicamente fallita, di Angelotti e Rosaroll e, tra 1849 e 1851, i nomi di Filippo Agresti e Luigi Settembrini, avviati al patibolo e poi graziati dalla repressione ferdinandea.
Questi condannati, come elencati nel testo, nella crudezza e asetticità della registrazione, sono il simbolo di un fallimento, quello della riforma della giustizia invano tentata da Carlo di Borbone, da suo figlio e dai Napoleonidi. Una riforma fortemente voluta dall'intellettualità riformatrice fin dal tardo Settecento e che vorrei richiamare, facendo riferimento, non a caso, a due intellettuali riformatori fortemente impegnati nel dibattito sul giustizialismo e sull'abbandono di esso e, non a caso, tragicamente finiti nell'archivio dei bianchi negli ultimi, tragici mesi del 1799: Francesco Mario Pagano e Nicola Fiorentino.
Partendo dall'analisi delle leggi delle XII tavole dell'Antica Roma, Pagano esprimeva, già a vent'anni, nel suo Examen Romanae nomothesiae, la sua tesi di laurea, una critica feroce del sistema giuridico e legislativo del Regno di Napoli: per il futuro giurista, grazie alla chiarezza sintetica delle proprie norme la legislazione romana aveva garantito una reale uguaglianza degli uomini, resa al contrario impossibile nella sua epoca dalla confusa e farraginosa legislazione napoletana. 
Le Considerazioni sul processo criminale, invece, erano un'opera nata dall'esperienza personale maturata da Pagano come docente di Diritto penale e come avvocato. Pubblicate nel 1787, le Considerazioni proponevano una radicale riforma del sistema giudiziario napoletano. La tesi centrale dell'opera è che il livello di civiltà di uno stato sia strettamente correlato alla qualità del suo sistema giudiziario: una legislazione confusa e contraddittoria, che non tutela adeguatamente i cittadini dai soprusi e dalle prepotenze, è infatti in stretta connessione con un sistema sociale e politico barbarico, in cui la libertà dell'individuo è costantemente messa in pericolo in ogni ambito della vita pubblica. Il sistema penale napoletano era pertanto da riformare, perché ledeva la libertà dei cittadini e perché, rendendo fragile la loro tutela, ne comprometteva al tempo stesso l'impegno quotidiano per il bene collettivo: la paura stessa di essere potenzialmente soggetti ai soprusi degli altri, senza alcuna forma di garanzia da parte delle leggi, secondo il giurista lucano portava alla negazione della libertà civile. In particolare, Pagano criticava in modo esplicito lo strumento della tortura, tipico del processo inquisitorio allora in uso nel Regno, giudicandolo un dispositivo violento usato ai fini di estorcere con la forza le confessioni agli imputati, negando loro i diritti individuali. Un altro difetto del sistema giudiziario napoletano, secondo Pagano, era la legislazione confusa che lo contraddistingueva e che, a suo dire, favoriva l'arbitrarietà dell'azione dei giudici, rendendo ancora più incerto il rispetto dei diritti degli imputati. Riprendendo il pensiero di Voltaire sulla giustizia, il giurista lucano criticava la pluralità dei codici esistenti nel Regno, spesso in contraddizione tra loro, perché a suo avviso una legislazione confusa spingeva i giudici ad interpretare le leggi vigenti, anziché a limitarsi ad applicarle. Il risultato inevitabile era quindi l'emanazione di sentenze arbitrarie che minavano i diritti degli imputati. Era pertanto necessario, osservava il filosofo, emanare leggi chiare e semplici, valide in tutto il Regno, in modo tale che i giudici potessero limitarsi alla loro applicazione, senza ricorrere ad interpretazioni illegittime.
Altri elementi del sistema giudiziario napoletano criticati da Pagano erano i privilegi giurisdizionali di cui godevano l'aristocrazia baronale e il clero; la venalità delle cariche giudiziarie, che era la causa principale della vendita delle sentenze da parte dei giudici e infine le segrete istruttorie.
La giustizia era vista, dunque, come un valore etico-sociale, diritto irrinunciabile di tutti e dovere di uno Stato e, affinché non risultasse un’idea vaga, contraddittoria, falsa ed incerta, doveva uniformarsi all’unico assioma della Salus hominum e, anzi, il giurista Nicola Fiorentino ribadiva, in contemporanea con Pagano, nelle sue Riflessioni sul Regno di Napoli del 1794, che la perfezione del Governo consisteva nella precisione delle leggi, che hanno per oggetto il pubblico vantaggio, nella loro esatta osservanza, nell’incoraggiamento di ogni genere di talento e di industria e nella «giusta protezione de’ cittadini».
In ciò Fiorentino rientrava nel dibattito riformatore napoletano di matrice filangieriana, seguito, in quel tornio di tempo, come dicevo, anche dal Francesco Mario Pagano dei Saggi Politici. Come per l’istruzione, perno della costituzione dello Stato, anche dal quadro delineato relativamente alla giustizia emergevano numerose falle e disfunzioni del sistema in seno al Regno, portando, anche in questo caso, il pensatore lucano ad avanzare precise proposte finalizzate a migliorare la situazione della giustizia.
La mancanza di tribunali e magistrati nelle province era, in primo luogo, causa/effetto del sovraffollamento della Capitale, poiché, per portare avanti le cause, i provinciali si riversavano in Napoli nei tribunali di seconda istanza, provocando una sorta di loro “discesa” nell’ozio offerto dalla Capitale, «veleno della vita» e sperpero di denaro; cosicché, invece, di investire il denaro nel terreno, lo si spendeva per uno stile di vita in cui il lusso faceva da padrone e, dunque, per vestiti, sete, manifatture, forestiere, per parrucchieri, sarti, meretrici, lenoni, persone «che dovrebbero andare a zappare» ma che, invece, di giovare realmente alla società, la danneggiavano quali “parassiti sociali”. Per quanto riguarda il lusso, se Fiorentino sarebbe stato un pervicace detrattore e oppositore di tale “veleno”, Genovesi, invece, dopo un’iniziale necessità di distinguere e contrapporre la dimensione etica e quella politica, pur considerando moralmente negativi alcuni aspetti del lusso che era necessario approvare dal punto di vista economico, sarebbe approdato ad identificare il lusso con il progresso economico, in certo qual modo “benefico” nei suoi effetti di “ingentilimento” e di civiltà e, perciò, giovevole. Il Fiorentino, assai più radicale, proponeva l’istituzione, nelle province, oltre che di solide Università degli Studi e di Accademie, anche di Tribunali, a tal proposito avanzando un progetto di «stabilimento» nelle Calabrie, nella Puglia, e negli Abruzzi di tre tribunali inappellabili, il cui operato sarebbe stato controllato da un Supremo Ministro. Fiorentino, inoltre, affermava la necessità di creare, oltre all’istituzione di tribunali a livello provinciale, altre quattro o cinque Ruote del Sacro Consiglio, di competenza più specifica, che avrebbero rimpiazzato la Vicaria e la Regia Camera. 
In ciò il pensatore lucano, comunque, non era il solo: Giuseppe Maria Galanti, ad esempio, proponeva, come eventuali sedi di tribunali inappellabili, oltre a quello di Napoli, le città di Chieti, Monteleone e Taranto, perché l’inevitabile decentramento avrebbe finito per ravvivare, anziché inibire, le province e ridurre le spese.
Grande detrimento del “sistema giustizia” era, inoltre, costituito dai subalterni, ovvio effetto della tendenza a conferire incombenze e tante responsabilità ad una stessa persona, a maggior ragione se essa fosse avanti con l’età: ne derivava la proposta, da un lato, di ridurre i carichi per evitare di affidare incombenze con responsabilità e conseguenze notevoli a chi non fosse in grado assolvere in modo efficiente al proprio ufficio, dall’altro, di garantire loro altri onori e confermarne i passati, perché privarli di tali riconoscimenti, in un periodo della vita in cui l’ambizione era pari all’età, avrebbe significato mortificare coloro che, dopotutto, erano professionisti di consumata esperienza. 
A questo punto, Fiorentino sottolineava che sia il marchese Spiriti sia Genovesi - sebbene il primo nelle sue Riflessioni sulle Calabrie, avesse denunciato la rapacità dei birri, dei subalterni e la corruzione dei magistrati provinciali, e il secondo nelle Lezioni sembrasse divagare -, non avessero assolutamente trattato degli abusi d’ufficio: Fiorentino, nelle sue Riflessioni, avrebbe affermato che il «Giudice onesto si eccita lo sdegno del prepotente che, non solo vuol restare impunito nei suoi delitti, ma vuol con quel profittare e far servire di mezzo all’impunità». 
Un’altra piaga che non permetteva che la giustizia venisse convenientemente amministrata era la calunnia e, dunque, il proliferare di denunce anonime, spesso strumento di epurazione di magistrati che avessero scavalcato le consolidate pratiche degli abusi feudali in nome di un’equa applicazione di pene rispondenti ai reati. Nei tribunali e nella vita politica, infatti, lettere e denunce anonime erano più volte ammesse, fin dall’emanazione di una prammatica – mai abrogata - di Filippo II del 17 marzo-28 aprile 156926. Si ribaltava, in tal modo, con tale malcostume, la situazione, per cui un onesto magistrato, a causa di false testimonianze, vedeva la sua reputazione infangata e macchiato il suo onore, “molla” del suo operare, a tal punto da essere considerato egli stesso il reo e il colpevole «e non volendosi aderire dal magistrato, è pronto un diluvio di ricorsi ciechi, con nome immaginato, e firmati; si commette l’informo che di quelli non firmati molte volte, nonostante i tanti salutari ordini del re […] sono prontissimi gli sciami dei falsi testimoni». Spesso erano gli stessi «officiali» di grado inferiore ad ostacolare i magistrati provinciali nell’amministrare la giustizia, muovendo “cielo e terra” per bloccare l’onesto magistrato. E, al fine di motivare i magistrati nel loro ufficio, anche se partiva dal presupposto che la magistratura non dovesse essere «venale», Fiorentino proponeva di assegnare premi per consentire di operare con maggiore diligenza determinando la riduzione dei tempi delle cause: i soldi di tale premio sarebbero stati detratti dalle spese processuali. Un esempio addotto dal pensatore era tratto da due realtà “esemplari” quali l’Inghilterra e l’Olanda, ove il governo era, grazie ad una efficiente amministrazione della giustizia, “amato” dai cittadini, che erano, di conseguenza, più attivi, più onesti e soprattutto nella condizione di badare alla terra. 
Il testo di Antonella Orefice, dunque, ben si presta a fungere da serbatoio di dati, di riflessioni e di ulteriori, fruttuose ricerche da parte della stessa autrice, da tempo fruttuosamente impegnata a ricostruire e rileggere sulla base della documentazione d'archivio il tardo Settecento.

giovedì 23 marzo 2017

Paesi lucani. 40a. Teodoro Rendina e la sua Campomaggiore "ideale"

Teodoro Rendina è considerabile come il “fondatore” di Campomaggiore, costruita su progetto di Giovanni Patturelli, allievo del Vanvitelli, che pose come base della sua progettazione le idee delle teorie utopistiche di Robert Owen e Charles Fourier. 
Il centro abitato fu, infatti, progettato per sole 1600 persone, con case disposte a scacchiera, i cui abitanti avessero un appezzamento di terra da coltivare con un numero di ulivi predefinito ed una vigna. Al centro del paese si trovava la Chiesa, intitolata alla Beata Vergine Maria del Monte Carmelo e il Palazzo baronale, disposti in armonica posizione rispetto alla Piazza dei Voti, per indicare, non più in posizione opposta, quanto piuttosto concorde, la volontà di collaborazione tra i poteri locali. Le prime 16 famiglie si insediarono il 20 novembre 1741.
Il modello di comunità agricola di Campomaggiore, dunque, rientrava in pieno nell’alveo della cultura dei riformatori napoletani, in primis di Antonio Genovesi e delle sue Lezioni di Commercio, secondo il quale era necessario perseguire un indirizzo politico di decentramento della popolazione e del commercio  dalla Città verso la periferia, con un’accorta ripartizione della proprietà.
In non casuale sintonia, dunque, con l’esperimento borbonico di San Leucio, “simbolo e modello” di una società pacifica, nella quale non sarebbe esistita la proprietà privata e il commercio sarebbe stato fondato sull’agricoltura e sui mestieri.

giovedì 16 marzo 2017

Simboli e antico nel 1799 napoletano: un esempio di "riuso"

Nel significato originario, con riferimento all'uso dell'antica Grecia, il simbolo era un mezzo di riconoscimento o di controllo che si otteneva spezzando irregolarmente in due parti un oggetto, in modo che il possessore di una delle due parti potesse farsi conoscere facendole combaciare. Si tratta, nella comunicazione effettuale, di un segno o un’immagine che rinvia concettualmente ad altra cosa con la quale è connesso. È naturale, dunque, che i simboli costituiscano un contenitore privilegiato nel riuso dell’antico, in quanto elemento attuativo di veicolazione delle parti. Il simbolo, anche nel corso dell’età moderna, fu variato da implicazioni delle parti e strategie legate alla cultura alta o popolare, che lo utilizzò a più riprese nella comunicazione politica. Nella temperie degli eventi rivoluzionari del 1799, esso prese largamente piede come presentazione visiva ed immediata di principi e ideologie. I rivoluzionari, infatti, misero in campo diverse tipologie comunicative, nel comune alveo della cultura legata all’erudizione classica o alla cultura religiosa, volte a formare compiutamente un sistema di modelli e valori sia concettuali, legati, dunque, all’oralità, che visuali, legati al tradizionale “visibile parlare” così noto e ben accetto alle popolazioni del Regno. Simboli, immagini e catechismi furono le armi di questa vasta operazione, concentrati intorno all’albero della libertà e alla croce sanfedista. 
Che l’albero fosse figura centrale che doveva immediatamente esprimere la liberazione del territorio dalla tirannia e dalla schiavitù è cosa già fin troppo nota. Come risulta dalle numerose memorie degli eventi, dai dispacci delle municipalità repubblicane e dalla pubblicistica provinciale, l’albero finì per diventare segno tangibile, prima che ideologico, della Municipalità, finendo tra  l’altro per essere accettato dalle popolazioni locali come una sorta di sostituto dell’albero di cuccagna, intorno al quale, infatti, le celebrazioni repubblicane si fusero con la religiosità magica popolare in cerimonie ibride, ma di per sé importanti per quella strategia di condivisione della religione tradizionale della quale si era fatta promotrice, dalle colonne del «Monitore», Eleonora Fonseca Pimentel.
Ma questra strategia sarebbe stata con più forza pratica ed impatto fatta propria dai controrivoluzionari, fin dall’uso della bandiera carismatica con la Santa Croce, che avrebbe trasformato le orde del Ruffo nei paladini di tradizionale memoria e che andavano alla riconquista del Regno accompaganti dal favore divino contro il “mostro giacobino”.
Il terreno sul quale l’uso dei simboli si fece più massiccio fu quello della comunicazione verso il popolo e dall’uso, come si è detto, di simboli eroici o devozionali: forse è questo il campo nel quale lo scontro ideologico favorì maggiormente la controrivoluzione, dando ragione alla tradizionale interpretazione di Cuoco sullo scollamento tra quello che oggi si definirebbe “Paese reale” e le ideologie rivoluzionarie.
Si ebbe, infatti, una netta contrapposizione tra due ideali eroici: quello rivoluzionario, laico e “alto”, ispirato al modello classico, contro l’ideale controrivoluzionario, “basso” e legato alla devozione popolare ed al mantenimento dello status quo in nome dell’identità “nazionale” del Regno e delle sue tradizioni, portando come esempio il completo stravolgimento delle tradizionali istituzioni regnicole operato dai francesi, come l’adozione di un nuovo sistema monetario e, soprattutto, il Decadario, cioè il calendario rivoluzionario francese, che sostituiva la decade alla settimana e mutava i nomi dei mesi e dei giorni. 
Anche nella partecipazione popolare, rivoluzionari e controrivoluzionari si scontrarono su piani pressoché paralleli. I “patrioti”, infatti, intelligentemente, per ottenere il consenso popolare istituirono numerose feste civiche, prima fra tutte quella dell'albero della libertà, caratterizzata dal «piantamento» di un albero adornato di nastri e della bandiera repubblicana e sormontato dal berretto frigio, cui generalmente facevano seguito la lettura pubblica dei proclami governativi, il rogo delle bandiere reali e un Te Deum di ringraziamento .
Oltre alle cerimonie, che colpivano, per così dire, i concetti base dell’antica condivisione identitaria su base religiosa, si pensò alla comunicazione iconica, la prima proposta al Governo da parte della Fonseca Pimentel, infatti, fu quella relativa al simbolo della Repubblica, descritto ed argomentato in modo da costituire già subito, anche per l’analfabeta, un punto di riferimento certo, come l’immagine dei Santi .
La controrivoluzione  adottò, invece, simboli della comunicazione legati, come detto, alla devozione tradizionale: fin dall'inizio della spedizione, infatti, il cardinale Ruffo adottò un’azione molto energica. In particolare, risultarono efficaci le lettere e l'enciclica spedite nei centri vicini a Pizzo, nonché il proclama ai «bravi e coraggiosi Calabresi» con il quale denunciava l'opera dei rivoluzionari:

per involarci (se fosse possibile) il dono più prezioso del Cielo, la nostra Santa Religione, per distruggere la divina morale del Vangelo, per depredare le nostre sostanze, per insidiare la pudicizia delle nostre donne. [...] sotto lo stendardo della Santa Croce e del nostro amato Sovrano. Non aspettiamo che il nemico venga a contaminare queste nostre contrade; marciamo ad affrontarlo, a respingerlo, a scacciarlo dal nostro Regno e dall'Italia, ed a rompere le barbare catene del nostro santo Pontefice.  Il vessillo della S. Croce ci assicura una completa vittoria .

Il cardinale Ruffo seppe, dunque, com’è noto, recuperare questa dimensione del rapporto tra Chiesa e popolo con le numerose stampe a soggetto sacro-storico, come la celebre stampa della sua armata al Ponte della Maddalena, nella quale l’episodio del 13 giugno venne volutamente reso, sfruttando la coincidenza della festa di S. Antonio, come una battaglia santa, con il santo che campeggiava in alto col vessillo sanfedista, in netta contrapposizione con quello repubblicano in basso. Tra l’altro, la controrivoluzione seppe anche abilmente riappropriarsi di san Gennaro, tradizionale patrono dei napoletani, “reintegrandolo” come co-patrono insieme a sant’Antonio.
Accanto a questo naturale strumento di comunicazione dell’ideologia controrivoluzionaria alle masse, si sfruttò, giocando sullo stesso terreno dei rivoluzionari, la comunicazione “alta” con le classi colte. In questo senso, si ebbe una vera appropriazione del linguaggio classico dei “patrioti”, con una ibridazione tra sacro ed eroico, tra simbologia dell’eroe liberatore ed iconografia della vera religione . Si può affermare che la controrivoluzione, sia pure con un sapiente uso della tradizionale comunicazione per immagini destinata al popolo e di sicura presa, fallisse sul terreno dell’uso di simboli e metafore classiche per comunicare l’ideologia restauratrice alle classi medio-alte, producendo prodotti ugualmente improduttivi, ibridi tra linguaggio “devoto” e figurazioni classiche.
Sulla base della riflessione esemplare sulla storia, emersero, quindi, nel contesto napoletano, numerosi simboli che richiamavano l’antica cultura regnicola, ma riconducibili, allo stesso tempo, alla matrice francese.
La composizione dei governi repubblicani locali era costituita, infatti, in gran parte da persone che, a livelli diversi, avevano una buona conoscenza di poeti e – soprattutto – prosatori greci e latini, da secoli fondamento del cursus studiorum regnicolo. La cultura classica era sempre stata oggetto d’interesse, di amorosa ricostruzione e di studio nella cultura del Regno; aveva contribuito non poco a creare il sentimento ‘nazionale’ negli storici locali dei secoli XVI-XVIII, con la ricostruzione, come si è visto, di miti di fondazione volti alla legittimazione di ceti dirigenti o di intere comunità che rivendicavano i loro privilegi o aveva, infine, costituito gloria per le più piccole comunità nelle quali fosse passato il turbine della storia antica anche con eventi e personaggi di secondo piano. La breve esperienza repubblicana mise, dunque, subito in gioco, anche a livello locale, quell’intelligencjia che, già desiderosa di partecipare alle riforme della corte nel periodo immediatamente precedente i tragici fatti della ‘congiura di Lauberg’ del 1794, si era poi prudentemente ritirata nell’ombra.
Più che continuare a discutere e proporre, il modello operativo diveniva di tipo fattuale, legato, dunque all’a¬zione, comunque alla renovatio in primo luogo morale di un governo che, rinunciando al dialogo ed ai propri doveri di garante del bene comune, si poneva sulla strada del¬l’illegalità e dell’immoralità. Vennero, dunque, progressivamente recuperati temi e figure legati ad un diretto agire etico-politico, come gli ‘eroi libertari’ Pelopida, Timoleonte e Bruto, che cominciarono ad emergere nel teatro d’ispirazione alfieriana. Del resto, essi erano ben noti tramite la lettura di Plutarco, che era, come detto, uno dei testi cardine, insieme a Livio e Tacito, del curriculum degli studenti. I casi emblematici di Timoleonte e Bruto sono ben noti, anche grazie alle omonime tragedie alfieriane , che riproponevano il tema dell’opposizione al tiranno tramite la congiura di spiriti eletti volti ad anteporre anche il proprio mondo interiore al conseguimento, massonicamente inteso, di un superiore disegno di rinnovamento del mondo. 
La pubblicistica napoletana, quindi, ben presto seguita da quella provinciale, dispiegò un ampio ventaglio di topoi classici certamente incentrati su tale grande passato di glorie politiche e letterarie di quella che era stata pur sempre la «grande Grecia», puntando, più che su Roma, sul grande passato libertario greco. Passato importante di lotte per l’autonomia, originaria culla del pensiero filosofico e politico  contro un potere, quello romano, sentito come troppo ingombrante e spietato: «il mito di una “classicità” originaria e comune si traduce nella concezione della storia greca come storia universale, o meglio come un suo snodo essenziale, necessario a intendere il mondo moderno» .
La necessità di salvare dall’oblio i fasti patrii, così presente e diffusa nelle storie locali, diventò, dunque, discorso politico, riappropriazione di un’antichità che non era solo modello esemplare, ma origine di tutto quello che la comunità aveva di peculiare. 
Si creava, tuttavia, nell’ambito di una consolidata tradizione che rimontava all’antichità, una nuova strategia comunicativa nella quale venivano rifuse ritualizzazione e formalizzazione, riferimento al passato e volontà simbolico-antonomastica . La propaganda nelle province e a Napoli fece leva, in effetti, sugli eroi che si potrebbero definire pragmatici, esempi illustri di grandi anime che seppero, al momento del bisogno, scendere in campo. Esempi richiamati, intenzionalmente, in un documento che ben testimonia le direttive culturali del governo repubblicano quale il proclama A’ giovani cittadini studiosi di Nicola Fiorentino, che si potrebbe definire come un manifesto di formazione dei concetti politici e culturali della propaganda repubblicana e dell’invito all’esemplarità di eroi dell’azione. Infatti il Fiorentino dichiarava esplicitamente: «ma non bisogna solamente colle parole insegnare la virtù all’ignorante moltitudine; è d’uopo anzi soprattutto adem¬pire a ciò cogli esempi» .
Fiorentino ribadiva, in effetti, che in un governo democratico ognuno dovesse preporre l’utile dello Stato al proprio; sottolineava la responsabilità del singolo nei confronti del corpo statale, per cui «il cittadino che dà il voto a chi non lo merita, il soldato che antepone la fuga alla difesa della patria, possono essere cagione della rovina di questa»  e, fornendo nella situazione contingente una vasta gamma di esempi di virtù, chiedeva soccorso agli edificanti modelli del passato:

l’arte de’ Licurghi e de’ Soloni è stata di unire il vantaggio particolare al pubblico bene: quando gli uffici e le ricompense si danno ai virtuosi, quando si educano i cittadini nelle virtù, quando si fa altrui conoscere il gran prezzo della libertà per sé e, per li posteri, si scioglie facilmente questo problema politico . 

In seno al discorso, ricorreva la valenza formativo-educativa dell’esempio e, soprattutto, il richiamo al fatto che Napoli fosse città greca, una delle tante gemmazioni della madre e nutrice della democrazia: «nell’uomo può molto l’esempio, specialmente se ignorante: rammentate i Leonidi, gli Aristidi, i Milziadi, i Focioni, i Socrati, ricordate che Napoli è città greca come le altre città della nostra Repubblica; che il primo passo che la ragione dovea fare era in Napoli, al dire di Voltaire» . Significativa è, in questo passo, la variatio temporale-modale di tale verbo rispetto ai predominanti indicativi e imperativi presenti dell’intero testo; questo «dovea» si caricava, così, di un forte biasimo nei confronti di un’ostruzione che aveva reso la ragione incapace di rischiarare con il suo lume il Regno.
Si nota, dunque, come l’antico fosse, nella pubblicistica rivoluzionaria, non una semplice ‘zeppa’ retorica, ma un vero esempio concreto di virtù civica che si traduceva – e si esaltava – nell’azione. Che questo recupero dell’antico si concretizzasse in figure eroiche ma, nel contempo, personaggi reali, con le loro debolezze che spesso erano state portate in scena, era un elemento di più nella ‘retorica del proselitismo’ dei repubblicani, che portavano a evidenziare come l’eroe antico fosse un uomo concreto, né santo, né martire, né dio, con il quale ogni patriota poteva identificarsi. 
I topoi classici più usati nella pubblicistica locale per questa precipua caratteristica di ‘eroi dell’azione’ furono appunto Bruto e Timoleonte, in perfetta simmetria tra greco e romano, nella Repubblica quasi perfettamente in equilibrio rispetto alla ‘latinocentrica’ pubblicistica francese.
I richiami a Bruto servivano, quindi, non solo – e non tanto – a infarcire di retorica pseudo-francese le allocuzioni, quanto, nelle province a maggior connotazione di club massonici, a richiamare ai ceti più coinvolti nelle costituende municipalità il dovere del massone che rinunciava all’utile personale per perseguire il bene comune, con un’azione, dunque, fattuale. In questa costante retorica del proselitismo, volta a evidenziare esempi in cui storicamente prima che simbolicamente si incarnavano ideologia e prassi, Bruto era certamente figura che più saltava all’occhio del lettore – si badi – di medio-alta cultura. 
Nello stesso tempo, si imponeva anche Timoleonte. Figura di certo non sconosciuta al lettore di Plutarco – vale a dire, al lettore di ceto medio-alto –, era rientrato di peso nell’immaginario drammatico con il Timoleone (1792) alfieriano come simbolo della controparte greca, quindi quasi ‘di casa’ per i napoletani, di ‘patriota’ che alla libertà sacrificava anche l’amor fraterno, controparte, in questo sacrificio estremo, di Bruto.
Eroi liberatori, figure di soldati e di eroi che al popolo, digiuno di cultura e storia antica, certamente non dicevano nulla, ma che erano dirette al pubblico dei ceti dirigenti, a medici, speziali, dottori in utroque iure che, comprendendo le allusioni, dovevano attuare, mettere in pratica i valori che il simbolo antico incarnava.
Un fecondo interscambio, questo, tra antico ‘diretto’ e antico ‘erudito’, che portò, nella maggior parte dei casi, a una consapevole e quasi mai passiva riformulazione locale dell’antico e che apriva le porte ad una nuova «sopravvivenza degli dei antichi» nel corso del lungo Ottocento.




giovedì 9 marzo 2017

IDENTITÀ IGNORATE. Altri danni per la Basilicata

Sono sconvolgenti, in questo periodo di discussioni sulla/sulle province, disinvolti riferimenti a «Lucania» e «Basilicata» quasi fossero state la stessa cosa, nonché a salti plurisecolari nelle riconfigurazioni territoriali e della Lucania e della Basilicata.
Nel rispetto della Storia, alcune precisazioni.
In primo luogo, la denominazione «Lucania» è da riferire all’antica provincia romana, compresa tra il Sele e il Lao, ad ovest, e Metaponto e Turi, ad est e che, dunque, pur più estesa dell’attuale Basilica-ta, non comprendeva, nel periodo della sua massima espansione, né l’area materana, né il Vulture-Melfese. 


L’antica Lucania secondo il geografo greco Strabone (I sec. a.C.)

Dal XII secolo in poi, eccezion fatta per il periodo 1932-1946 (quando un telegramma di Mussolini ripristinò il toponimo «Lucania»), il riferimento è unicamente a «Basilicata», il cui territorio fu in parte riconfigurato in due ben precisi momenti. Nel 1663, infatti, per poter dare una sede stabile alla autonoma Regia Udienza Provinciale di Basilicata, la città di Matera fu staccata da Terra d’Otranto ed aggregata all’allora provincia di Basilicata. Il che fu possibile perché Matera era città regia, mentre le altre precedenti sedi individuate nel corso del ventennio precedente (Stigliano, Montepeloso, Tolve, Potenza, Vignola) incontrarono precondizionamenti essenzialmente riconducibili alle opposi-zioni dei locali feudatari. 


La Basilicata d’inizio Seicento. Da I. PRINCIPE (a cura di), Cartografia storica di Calabria e Basilicata, Vibo Valentia, Mapograf, 1989, p. 275.

Nel corso del decennio napoleonico (1806-1815), nell’ambito della normativa di riordino del com-plessivo assetto istituzionale-amministrativo del Regno di Napoli, alla riconfigurata provincia di Ba-silicata, con capoluogo Potenza, furono aggregati gli ambiti territoriali dei comuni di Balvano, Brienza, Marsico, Salvia, S. Angelo le Fratte, Vietri, Saponara di Grumento, Bollita (Nova Siri). Nel contempo, Rocca Imperiale passava alla Calabria Citra e Spinazzola a Terra di Bari. Nello stesso tempo, la città di Matera perdeva il ruolo di capoluogo della provincia di Basilicata. Una riconfigu-razione territoriale, questa, che sarebbe rimasta di fatto definitiva.
Nel 1927, infine, sarebbe stata istituita la nuova provincia di Matera.
Persistere, dunque, nel ritenere intercambiabili i toponimi Lucania e Basilicata (ignorandone distanze secolari e diversità di ambiti territoriali) o piegare impropriamente la storia a disegni contingenti non aiuta la salvaguardia della nostra solida unità territoriale e culturale, offrendo, anzi, il fianco a chi vorrebbe addirittura cancellare, non solo la provincia di Matera, ma la Basilicata stessa.

giovedì 2 marzo 2017

Paesi lucani. 40. Nova Siri nel 1860 (Carlo Achillea)

Tra i paesi dell’area basso-ionica basilicatese, Bollita fu certamente il più coinvolto nella rivoluzione del 1860, soprattutto grazie alla cultura politica di Pietro Antonio Battifarano .
Nato nel dicembre del 1827 dal “dottore fisico” Antonio e da Porzia Stigliano, e medico di professione, egli era stato attivo nel processo risorgimentale sin dagli anni ’40, difatti, già nel 1848 manifestò forti sentimenti liberali, prontamente placati dalla gendarmeria borbonica, la quale lo incluse fra gli attendibili politici; nel ’57 invece, fece parte di quella associazione segreta filorepubblicana, fondata dal rotondellese Giambattista Laguardia e, scoperto, fu accusato di cospirazione, ma riuscì a sfuggire alla cattura rendendosi latitante; nell’agosto del 1860, invece, fu l’organizzatore e il capo del drappello rivoluzionario novasirese, il quale fu inglobato nella VI colonna delle forze insurrezionali lucane che operò al comando di Aquilante Persiani .
Gli insorgenti che risposero all’appello del Battifarano furono una ventina : il milite della guardia nazionale Enrico Carelli ; il civile Giambattista Carelli ; il “guardiano nazionale” Egidio Dragonetti , nato verso il 1820 da Vincenzo, che nel ’48 aderì alla Vendita carbonara costituitasi sotto la denominazione di Giovane Italia, fondata dal rotondellese Giambattista Laguardia, la cui partecipazione gli valse l’accusa di cospirazione ed associazione illecita, annullata soltanto nell’aprile del 1850, anche se venne incluso tra gli attendibili politici e sottoposto a sorveglianza di polizia; il militante della guardia nazionale Filippo Gizzi , figlio di Vito Nicola; il milite della guardia nazionale Francesco Gizzi ; il “guardiano nazionale Giacinto Gregorio ; il militante della guardia nazionale Vincenzo Labanca ; il popolano Tommaso Melazzo ; il civile Francesco Montagna ; il proprietario terriero Giuseppe Muscetta ; il “possidente” Luigi Muscetta ; il proprietario terriero e milite della guardia nazionale Vincenzo Oriolo ; il sacerdote Giuseppe Palazzo , nato nel febbraio 1810 da Filippo, che nel ’48, con i fratelli Domenico e Francesco Antonio, sostenne la Giovane Italia, la cui adesione gli valse l’accusa di «cospirazione mercé associazione illecita costituente setta denominata Giovane Italia per oggetto di distruggere il legittimo Governo», revocata soltanto nell’ottobre del 1851, anche se venne incluso tra gli attendibili politici e sottoposto a sorveglianza di polizia; il contadino Fedele Panevino ; il dott. Nicola Santarcangelo , nato nell’aprile del 1821 da Lucantonio, che nel ’48 aderì alla Giovane Italia, la cui partecipazione gli valse l’accusa di cospirazione ed associazione illecita, annullata il 29 ottobre del 1851, anche se venne incluso tra gli attendibili politici, rimpatriato a Nova Siri dopo essere stato tradotto a Potenza, e sottoposto a sorveglianza di polizia; il “massaro di campo” Carlo Rocco Stigliano , nato verso il 1821 da Carlo, che nel ’48 sostenne la Giovane Italia, la cui adesione gli valse l’accusa di «cospirazione mercé associazione illecita costituente setta denominata Giovane Italia per oggetto di distruggere il legittimo Governo», revovata nell’aprile del 1850, anche se venne incluso tra gli attendibili politici e sottoposto a sorveglianza di polizia; il “guardiano nazionale” Giovanni Stigliano ; il “possidente” Vincenzo Stigliano , nato verso il 1828 da Giambattista e da Maria Antonia Laguardia, che nel ’48 aderì alla Giovane Italia, la cui partecipazione gli valse l’accusa di cospirazione ed associazione illecita, annullata il 29 ottobre del 1851, anche se venne incluso tra gli attendibili politici e sottoposto a sorveglianza di polizia; il proprietario terriero Vincenzo Stigliano , figlio di Luca Antonio, coinvolto anche lui nei fatti accaduti a Nova Siri nel 1848, cosa che gli causò una condanna, revocata nell’agosto del ’50, anche se venne incluso tra gli attendibili politici e sottoposto a sorveglianza di polizia, ma tornato in piena libertà, riprese l’attività cospirativa e, sospettato di militare nel movimento filorepubblicano organizzato dal Laguardia, venne coinvolto in nuovo processo per «cospirazione e diffusione di scritti proibiti», conclusosi con un provvedimento di archiviazione il 29 gennaio del 1858; l’artigiano (sarto) Vincenzo Timpone , nato verso il 1823 da Antonio, che nel ’48 sostenne la Giovane Italia, la cui adesione gli valse l’accusa di «cospirazione contro la sicurezza interna dello Stato mercè installazione di Setta illecita con vincolo di segreto intitolata Giovane Italia», annullata dopo breve tempo, anche se venne incluso tra gli attendibili politici e sottoposto a sorveglianza di polizia; il milite della guardia nazionale Giovanni Tirelli ; il “guardiano nazionale” Antonio Vitale .
Sempre nell’agosto del 1860, precisamente il giorno 27, anche a Nova Siri Vincenzo De Leo istituì la giunta insurrezionale, che fu composta dal già citato Nicola Santarcangelo, da Antonio Oriolo e da Peppino Stigliano . Appena insediatasi, la locale giunta si occupò dell’ordine pubblico, della raccolta di danaro e beni materiali e alimentari per l’insurrezione (il borghese Carlo Spanò offrì 18 ducati) , dell’epurazione degli amministratori fedeli al regime borbonico (il primo ad essere destituito fu il cancelliere Pietrantonio Toscano, che nel 1848 aveva sostituito Giuseppe De Lorenzo, sotto processo per l’appartenenza alla Giovane Italia, il quale riottenne la carica precedente, essendo «degno di ogni elogio per la fede patriottica ed attaccamento al regime») .
A settembre invece, con la presa di Napoli e lo scioglimento della Brigata Lucana, gli insorgenti novasiresi preferirono non arruolarsi nella Brigata Basilicata e, pertanto, seguire Garibaldi sul Volturno (l’unica eccezione fu rappresentata dal Battifarano, che può quindi essere considerato un vero e proprio stacanovista della rivoluzione del 1860) . Nonostante ciò, non mancarono i riconoscimenti verso coloro che avevano offerto un contributo concreto alla causa insurrezionale, fra i quali la lettera di elogio firmata Pietro Lacava, giunta al Comune di Nova Siri dal Sottogoverno del distretto di Lagonegro, in data 30 settembre: «Sono informato che in cotesto municipio domina lo spirito di libertà per cura e diligenza di molti benemeriti cittadini, vedendosi la Guardia Nazionale solerte, ed una legione di fanciulli anche, armata di schioppi di canna, il che dimostra la profusione di nobili sentimenti de’ loro genitori e degli altri elogevoli cittadini. Quindi renda ella ed a tutti, i miei elogi di che son meritevoli, ed insinui loro in mio nome la continuazione di caldi e sinceri sensi, che fan lode alla nostra Lucania» .
“Lo spirito di libertà per cura e diligenza” dei cittadini novasiresi, naturalmente, si protrasse fino al Plebiscito: il 21 ottobre la maggioranza degli aventi diritto votò per l’annessione allo Stato sabaudo, e dopo lo spoglio, ci fu una gran festa con musiche e fuochi d’artificio a spese del Comune. Non si registrarono, inoltre, manifestazioni reazionarie, testimonianza ulteriore, questa, di un entusiasmo patriottico generale presente a Nova Siri .

BIBLIOGRAFIA: 
N. CIRIGLIANO, Nova Siri. Storia e folklore, Torino, Tipografia Sosso di Bilardello, 1990.


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