martedì 12 marzo 2013

Matera. 1. Arcangelo Copeti (Veronica Robertini)


Antonio Copeti apparteneva a una famiglia originaria di Montecorvino; ma Donato Antonio, un esponente del nucleo di Montecorvino, si macchiò di un fatto di sangue e le conseguenze ricaddero su tutta la famiglia. I Copeti furono costretti a scappare e si rifugiarono a Tursi dove ottennero protezione dalla famiglia Doria; infatti, si ha traccia della loro presenza nella cittadina lucana, grazie ad un istrumento rogato del notaio Donadio datato 2 maggio 1605.

Con l’istituzione della Regia Udienza nella città di Matera, la famiglia abbandonò Tursi; infatti, la loro presenza nella capitale, è confermata dalla notizia che nel 1674 il sacerdote don Carmenio Copeti ordinò a Venezia una statua in pietra di San Nicola che fece sistemare nella chiesa di Santa Maria de Armeniis.

Nel 1754, i Copeti riuscirono ad essere aggregati alla nobiltà locale dopo aver dimostrato di essere nelle condizioni ideali, cioè occorreva dimostrare che nella famiglia per almeno tre generazioni si fossero susseguiti laureati in legge o in medicina senza essersi macchiati di alcun delitto.

Da Carlo nacque Arcangelo senior che fu un famoso dottore di Trani e grazie alla sua fama divenne uno dei medici più celebri. Il figlio Ludovico fu anch’egli un dottore ed esercitò la professione principalmente a Matera.

Da Ludovico e Agnese Franzese nacque il 22 aprile 1757 Arcangelo junior che, a differenza del padre e del nonno, intraprese l’attività giuridica; dapprima studiò nelle scuole private e poi nelle scuole pubbliche istituite nel 1770 (le scuole pubbliche o regie scuole furono istituite nel 1770 dal ministro Bernardo Tanucci, per colmare il vuoto creatosi dopo la cacciata dei gesuiti dal regno di Napoli). Si trasferì a Napoli dove frequentò la facoltà di giurisprudenza e nel 1779 conseguì la laurea; tra il 1780 e il 1781 fu ancora a Napoli per sue ricerche e poi rientrato nella sua città natale inizio l’attività legale. La sua vita trascorse tra complesse vicende caratterizzate prima, da una certa tranquillità, poi da irrequietezze politiche e infine da contrasti nell’esercizio professionale. Per tutta la vita manifestò «in maniera eccessiva fedeltà al Re e alla monarchia umiliando questi sentimenti in tutte le suppliche inviate al “Real Soglio” per fatti personali o inerenti la sua professione».

Fin dalla giovane età, gli furono affidati diversi incarichi che assolse con grande impegno tanto da esserne confermato per diversi anni. Fu deputato del S.S. Crocifisso della Carità nel 1776, nel 1779, nel 1788 e nel 1799; nobile razionale della Cappella della SS. Trinità nel 1783 e nel 1788; il 31 maggio 1783 fu posto in terna per Governatore Regio della città di Carbona; negli anni 1786, 1790 e 1794 fu Deputato della tassa del tabacco e delle strade di Puglia e il 17 agosto 1788 fu eletto Camerlengo. Durante lo svolgimento di queste cariche egli mise in evidenza preparazione e buona volontà, cosi il 10 maggio 1808 fu eletto sindaco di Matera.

Nel 1823 ricevette il decreto di nomina a Regio Giudice e fu destinato al circondario di Pisticci, dove si insediò il 12 aprile. A Pisticci si fermò per un triennio, durante il quale amministrò la giustizia con zelo e scrupolosità tanto da essere apprezzato non solo a Pisticci ma in tutto il Circondario. Ma, questo stato di cose non durò a lungo poiché, la delinquenza recò disagi al giudice con lo scopo di scoraggiarlo e poter riprendere ad agire indisturbata. Si mise in evidenza «il netto contrasto tra il conservatorismo di Copeti – il quale, dopo la scabrosa parentesi repubblicana del 1799, aveva accentuato i suoi sentimenti di fedeltà al “Real Soglio” - e le idee innovative serpeggianti anche in quel Circondario». Infatti, i fermenti furono ritenuti prima frutto di facinorosi ma, successivamente, «fu sospettato essere opera di “settari” , non era la solita delinquenza ma, intervenivano cause di altra natura».Tutta questa serie di avvenimenti spinse il giudice Copeti a chiedere il trasferimento a Matera, ma i cittadini di Pisticci sottoscrissero una petizione nella quale mettevano in risalto l’onestà del giudice e gli impedirono di trasferirsi.

Il 24 gennaio del 1825 il magistrato chiese nuovamente il trasferimento a causa di ulteriori episodi verificatesi da parte dei faziosi e, questa volta la richiesta fu accolta allo scadere del triennio. Copeti fu nominato Consigliere Distrettuale con regio decreto dell’otto marzo 1824 prima in rappresentanza del Circondario di Pisticci e poi di Matera. Il distretto aveva un certo ruolo, come si capisce in base agli argomenti trattati: per esempio, «esaminò e studiò la costruzione della strada carrozzabile fra Matera e Potenza, il miglioramento delle carceri, la costruzione del magazzino di sale a Matera, la possibilità di dare una scorta più consistente “agli esattoti di fondiaria per li pericoli di ladri”». Non sappiamo con precisione fino a che anno svolse l’attività di giudice ma, forse, fino al 1828, anno in cui riprese la libera professione di legale in collaborazione con il figlio Ludovico. Morì all’età di ottantotto anni nella sua casa del «Piscullo» dove fu sempre accudito e circondato dall’affetto della famiglia.

Nel 1789, Copeti scrisse L’ordine dei giudizi civili, opera che, secondo le sue parole, «per renderla più palpabile, ho voluto renderla nel volgare, e nazionale idioma»; parole rivolte a coloro che stavano per intraprendere l’attività forense e che mettono in risalto la figura morale di Arcangelo Copeti «convinto assertore della giustizia umana da non disgiungere da quella divina».

Nel 1792 scrisse in latino un saggio intitolato Scrutinium Procuratorum iuxta odierna praxim, rimasto, però, allo stato di manoscritto.

Ma l’opera di maggior sforzo e che gli ha procurato fama, tanto da giungere fino a noi, è anteriore a questi lavori. Nel 1780, infatti, cominciò a scrivere Notizie della città, cittadini e della famiglia de’ Sig.ri Copeti di Matera. Egli aveva intenzione di usare questi appunti per scrivere una storia della sua città, ma il brogliaccio rimase in questa forma e la storia non fu scritta; si preoccupò di raccogliere le notizie una dietro l’altra senza ordine di data e di argomento, quasi sottoforma di appunti, per non dimenticarle. Inoltre, non pensava di far conoscere la sua opera e ciò si deduce dal fatto che nella prima pagina aveva scritto: «Questo manoscritto non si dà a leggere a veruna persona per non fare contro la carità sapere li fatti delle famiglie». Il figlio Ludovico aggiunse ulteriori notizie e le interpolazioni si notano sia per la diversità dell’inchiostro sia per la mano più ferma del giovane; inoltre, non distrusse l’opera ma tentò di cancellare tutto ciò che potesse compromettere qualche famiglia in vista.
Il Copeti iniziava i suoi scritti con la sigla I.M.I., cioè Iesus Maria Ioseph, un monogramma d’invocazione diffuso da San Bernardino da Siena e di solito apposto dai credenti sugli scritti. Lo stile del Copeti non è sempre limpido e scorrevole e spesso diventa contorto poiché, trattandosi di appunti, egli li scrisse per suo piacere e senza correggerli. Trattandosi di notizie prese sotto forma di appunti, Copeti si occupa di una varietà di argomenti che permettono di conoscere la storia locale attraverso dettagli spesso tralasciati.


Egli offre una panoramica della famiglie nobili più in vista a Matera, dove, per privilegi di Ferdinando I si fecero due distinte separazioni di ceto, cioè nobili ex origine e di privilegio da un parte e popolare dall’altra. Tra queste ricordiamo quelle secondo cui la famiglia Copeti discende da Montecorvino e si diramò a Matera dopo che Donato dovette fuggire a causa di un omicidio; questa famiglia si distingue da quella de La Cupeda che proveniva da Rocca di Noto di Calabria. L’impresa materana della famiglia Copeti è composta da due stelle con tre sbarre al campo celeste e sopra un’aquila coronata al campo d’oro con la fiaccola dove chiude l’impresa; nel primo quarto si descrive l’impresa della famiglia (i Copeti), nel secondo quello dell’ava paterna (Tomasini di Bari), nel terzo quello della madre (Franzesi di Rotigliano) e nel quarto quello dell’ava materna (Migliacci).

La famiglia Gattini può vantare la sua nobiltà fin da un secolo prima della venuta di Cristo e Quinto Metello donò il palazzo e la torre che ancora oggi portano il loro nome. Nel 1070 Goffredo, figlio di Roberto, prese in moglie Adelisina Gattini, sorella di Scipione che fu contessa di Matera, Tricarico e Montescaglioso, donò molti beni e confermò alla famiglia la preminenza nella chiesa cattedrale. Tra le personalità della famiglia Gattini ricordiamo Emmanuello Gattini che fu nominato guardia del corpo nel 1260, da Manfredi, figlio di Federico II e successivamente fu nominato cavaliere distinto dell’ordine di S. Maria; nel 1391 Alessandro Gattini fu cavaliere Gerosolimitano nell’isola di Rodi; nel 1531 Eustachio Gattini fu contraddistinto da Carlo V a trasportare armi tanto difensive che offensive.

La famiglia Malvinni ha origini a Brindisi di Montagna, poi si trasferì a Ferrandina e successivamente a Grottole, dove possedeva grandi proprietà terriere. I matrimoni con gente di rango superiore la fece avanzare nel panorama sociale e, in particolar modo, il matrimonio tra Giulio Malvinni e Tomasetti che portò in dote alcuni feudi urbani.

Tra le personalità della famiglia si distinsero Giulio Malvinni che intervenne durante l’elezione dei rappresentanti della Municipalità nel 1799; Federico Malvinni che, dopo aver reso servigi al re, ebbe due feudi nel territorio di Ferrandina nel 1492,detti la Codola e le Caporre, ed il palazzo reale; e, Achille Malvinni che fu tesoriere nel 1549 e sposò Beatrice Forza di Conversano che ebbe come dote 950 ducati e alcuni territori di Matera. 

Poi il Copeti passa in rassegna alcune tra le personalità, che in ambiti diversi tra loro, hanno messo in risalto la città di Matera. Egli ricorda tra i religiosi, S. Giovanni da Matera «abbate pulsanese che nacque il 20 giugno 1050 e  morì di anni 89 nel 1139»; «Eugenia abbadessa di S.Benedetto in S.Lucia di Matera la quale sta sepelita nella chiesa di San Eustachio ora le monacelle e se ne morì nel 1093» e «il beato Ilario di Matera fu nell’ordine di S. Benedetto uomo ripieno d ‘ogni virtù e di vita santa».
Nella poetica cita Tommaso Stigliani, nato a Matera nel 1573 e morì a Roma il 27 gennaio 1651; fu mandato dai genitori a Napoli per studiare medicina ma, si diede alla poesia, e ne cita Il Polifemo. Nell’ambito della giurisprudenza sottolinea le figure di Ascanio Persio, che tenne la cattedra di filosofia nello studio di Bologna e coltivò con successo le lingue latine, greca e volgare. Antonio, fratello di Ascanio, fu filosofo matematico e medico e teologo. E Orazio, nipote dei precedenti due, fu un uomo di ampia cultura e valente giureconsulto oltre che poeta.
Nella medicina, richiama la figura del nonno, il dottor arcangelo Copeti senior che ebbe la prima piazza di medico a Trani nel 1718, dove «fè prodiggi grandi nella sua professione, faceva da indovino e profetizzava li morbi e divinamente prognosticava infermità mortali». Il Copeti, a tal proposito, riporta un episodio per sottolineare queste doti: «un giorno incontra un uomo che andava a cavallo sebbene malaticcio avendolo questo informato del suo malore, esso Copeti gli soggiunse di fare li sagramenti giacché tra altri otto giorni dovete morire, come infatti avvenne». Egli cita anche il dottor Mauro Padula, parente di Copeti e, il Dottor Giuseppe Festagallo coetaneo del dottor Arcangelo Copeti ma, non del suo stesso grado.

Infine, il Copeti passa in rassegna i monasteri diffusi su tutto il territorio. A Matera gli insediamenti benedettini risultavano essere otto: monastero di Santa Lucia e Agata, monastero della Madonna delle Virtù, monastero di Santa Maria della Valle o la Vaglia, monastero dello Spirito Santo, monastero di S. Eustachio, monastero di S .Maria di Picciano, monastero si S. Salvatore in Timbari e monastero di S .Maria de Armenti. La prima badessa del monastero di S. Lucia e Agata fu Eugenia e prima del 1093, anno della sua morte, non abbiamo notizie. Successivamente si fece monaca una certa Mattias, baronessa di un certo castello nuovo vicino al territorio di Spinazzola e donò, per sua dote, quel castello con i suoi  territori di circa 25 miglia.
Nel 1785-86 i padri benedettini se ne andarono dal convento di S. Angelo di Montescaglioso e andarono a Lecce dove si accomodarono in un convento comprato dai gesuiti che furono espulsi dal re. Il 18 ottobre 1656 l’arcivescovo di Matera Vincenzo Lanfranco fondò il seminario di Matera e lo designò nel convento dei carmelitani; il seminario fu ingrandito da Monsignor Vincenzo Lanfranchi. Inoltre, vi erano due congregazioni, una dei nobili al piano e una degli artigiani nel cortile dell’ospedale a S. Maria la Nova; la prima sotto il nome della Beata Vergine, la seconda sotto il nome di Gesù Flagellato. Nel settembre 1809, furono soppressi gli ordini domenicani, francescani e agostiniani per opera del re di Napoli, Gioacchino Murat.
Infine, il Copeti riporta notizie e curiosità che ci permettono di conoscere la realtà materana. Ad esempio, il 7 maggio 1774 ci fu una gran vincita al gioco del lotto; o ancora, «nel 1787 e 1788 vi fu una siccità in Matera e in altri luoghi, e carestia e si andava ad empire l’acqua nel Iorio abbasso a la Gravina». Ancora, il Copeti riferisce che i Libri delli battesimi cominciarono a comparire dopo il Concilio di Trento; prima venivano registrati dai parroci in semplici cartoscelle e il primo libro che conserva la Cattedrale di Matera per i battesimi è del 1562. Il primo di San Pietro Caveoso è del 1575; quello di San Pietro Barisano è del 1564 e quello di San Giovanni Battista è del 1600.
«Quando in Matera si viene a vendere cosa da’ forastieri deve stare esposta in piazza per comodo del pubblico per ventiquattro ore e poi è lecito di vendere in sano a’ ricattieri, se supera cosa». «In Matera si vive a gabella e si paga per tomolo carlini cinque; il prete ha 20 tomoli franchi di gabella, cioè dieci docati annui».
«Anticamente, o per sicurezza o perché si estingueva una famiglia dava a conservare le scritture, istrumenti e carte in archivio di qualche luogo pio come capitoli monasteri o conventi». Ciò ha permesso, allo stesso Copeti, di recuperare notizie e offrirci un quadro, seppur non completo, di famiglie e avvenimenti.

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