giovedì 30 gennaio 2014

Paesi lucani. 14. Il governo della città di Melfi in età moderna

Il governo della città di Melfi era affidato ad un sindaco e dieci eletti. Com’è noto, nelle università meridionali la figura del sindaco fu creata inizialmente per svolgere funzioni specifiche e, quindi, eletta solo in particolari circostanze, determinate di volta in volta dalle esigenze della comunità; solo col tempo tale magistratura divenne carica stabile, fissando le sue funzioni prevalentemente in ambito finanziario: vigilanza sulle spese e sugli introiti, compilazione dei bilanci, vendita delle cose pubbliche. A Melfi, inoltre, sindaco ed eletti si occupavano «del commestibile e dell’abbondanza». Uno dei compiti del sindaco era quello di presentare annualmente i conti dell’Università al razionale appositamente eletto tra i componenti del Consiglio Generale per un controllo incrociato, così come nelle altre università dello Stato. In realtà, il governatore supervisionava l’attività del razionale di Melfi e indirizzava su soggetti a lui graditi la scelta del razionale nei parlamenti delle altre terre. I due organi elettivi della città di Melfi erano il Consiglio dei Quaranta e il Consiglio Generale. Di quest’ultimo facevano parte tutti i cittadini nativi di Melfi senza distinzione di ceto, mentre nel Consiglio dei Quaranta, come si è detto, dovevano entrare solo uomini «idonei», uno per casa. Il criterio dell’“idoneità” non è specificato, ma è naturale dedurre che vi facessero parte solo i rappresentanti di quaranta delle famiglie eminenti della città, considerato anche il fatto che nell’ambito
del Consiglio dei Quaranta il Sindaco sceglieva gli ufficiali che dovevano affiancarlo nel Governo. Ma far parte di questo Consiglio significava anche avere diritto di veto sui quattro soggetti proposti da sindaco ed eletti uscenti per l’elezione del nuovo «capo dell’Università». Se i Quaranta approvavano i candidati selezionati, questi ultimi venivano presentati al Consiglio Generale che ne eleggeva uno per sindaco. Questo appuntamento annuale era fissato per il 10 agosto ed avveniva nel castello con la supervisione del governatore; nelle altre università dello Stato, invece, l’elezione del sindaco avveniva in coincidenza con la visita annuale del governatore. In particolare a Melfi, più che in altri centri del feudo, l’elezione del primo cittadino era spesso occasione di scontri e “brogli” che testimoniano un’animata e non disinteressata vita politica locale. 
Il Consiglio dei Quaranta non aveva solo diritto di veto sulle candidature a sindaco, ma anche sui quattro soggetti proposti dal Governo come giudici della Bagliva, uno dei quali era scelto dal governatore, l’altro dal Consiglio Generale; inoltre, ai Quaranta spettava approvare i candidati scelti per esercitare le cariche di camerlengo e di avvocato della Città, la cui nomine erano di competenza del governatore. 
I giudici della Bagliva amministravano la giustizia civile soprattutto in materia di affitti o prestiti; essi avevano un proprio mastro d’atti, la cui carica, però, era data in affitto dal Principe «ad estinzione di candela», tra i buoni cittadini. La loro Corte aveva giurisdizione sulle cause minori, tanto che per quelle di valore superiore a 30 carlini non si poteva deliberare senza un consultore nominato dal governatore. I giudici della Bagliva erano ufficiali presenti in tutte le altre Terre del feudo, affiancati da altri due giudici scelti rispettivamente dal sindaco e dall’erario. Solo ad Avigliano anche le funzioni della Corte della Bagliva erano assolte dal capitano, che rivestiva, dunque, un ruolo ancora più forte. Il capitano, infatti, aveva il compito di vigilare sull’ordine pubblico, sull’applicazione delle leggi e di riscuotere pene pecuniarie. Mentre nelle altre università dello Stato era figura di riferimento e di più ampia responsabilità, a Melfi, invece - dove risiedeva stabilmente il governatore - le sue funzioni erano più frequentemente limitate all’esercizio della giurisdizione civile e penale coadiuvato da un proprio mastro d’atti, la cui carica era assegnata in appalto dal Principe. È risaputo come le cariche di mastro d’atti (a Melfi l’Università, la Corte della bagliva e quella del capitano avevano ciascuna il proprio) fossero molto ambite, dato che percepivano diritti in denaro sulla stesura degli innumerevoli decreti e pratiche giudiziarie effettuati dalle varie istituzioni.

Materiali didattici. 6. L'elmo e la rivolta: un graphic essay su Spartaco


lunedì 27 gennaio 2014

La Basilicata napoleonica. 7. La prima seduta del Consiglio Provinciale (1808)

La prima sessione del Consiglio generale della provincia di Basilicata venne convocata il 12 settembre 1808, con un decreto nel quale «i Signori Sotto-Intendenti e Sindaci e Decurioni della Provincia» erano invitati a partecipare dal ministro dell’Interno: la circolare, diffusa tramite il  «Giornale degli Atti dell’Intendenza di Basilicata» dall’Intendente Vito Lauria, evidenziava come l’argomento di maggior rilievo, almeno nella fase iniziale, fosse la delineazione «delle funzioni loro attribuite dalla Legge degli 8 Agosto 1806». In tale convocazione, inoltre, veniva precisato che «l’assemblea del Consiglio Generale deve tenersi in codesta città ovvero Potenza, e se possibile nella casa dell’Intendenza, ovvero in un Edifizio il più prossimo, e consono. Egualmente i Consigli Distrettuali debbono riunirsi nel Capoluogo del Distretto, e se si può nella medesima della Sotto-intendenza, o in un Edifizio il più contiguo e conveniente».
Il Consiglio Generale della Basilicata si svolse dal 15 al 26 ottobre 1808 a Potenza, nei locali del complesso strutturale di san Francesco, che, solo dopo uno specifico decreto di Gioacchino Murat del 13 febbraio 1809, sarebbe stato destinato a sede dell’Intendenza, dei tribunali civili e criminali della provincia, con annesso carcere criminale e civile. I lavori di ristrutturazione e di adeguamento, che furono non poco condizionati negli anni da revisioni progettuali, procedure di appalto e limitate disponibilità finanziarie, sarebbero stati portati a termine solo nel 1817, ovvero dieci anni dopo l’iniziale decisione di trasformare l’antico complesso religioso nella struttura urbana più rappresentativa dell’assetto istituzionale-amministrativo dell’età napoleonica.

giovedì 23 gennaio 2014

Paesi lucani. 13. Avigliano nel XVI secolo, tra feudo e università

Avigliano dal 1528 in poi passò nel giro di pochi anni sotto la giurisdizione di molti signori e solo a metà del Cinquecento tornò in possesso dei Caracciolo, ma di un ramo cadetto della famiglia dei primi grandi feudatari. Antonio Caracciolo, dunque, risulta essere il sestogenito di Bernabò Caracciolo, conte di Brienza, duca di Caggiano e Signore di Sicignano. Il primogenito di Antonio, dunque, era quel Giovan Battista che concordò le capitolazioni del 1579 con l’Università. Antonio Caracciolo e i suoi successori legavano, quindi, il titolo di barone al solo possesso di Avigliano, frutto di manovre speculativo-finanziarie, ma anche di strategie familiari interne al clan; era naturale, quindi, che su quella terra esercitassero uno stretto controllo, forti della reiterata formula medievale. Le congiunture storiche mutate (si ricordi che i Caracciolo appartenevano alla vecchio gruppo nobiliare il cui potere i Sovrani spagnoli cercavano di arginare), i numerosi ricorsi dell’Università al Sacro Regio Consiglio per denunciare gli abusi baronali già a partire dal 1551, avevano fatto sì che il potere feudale venisse limitato e i nuovi diritti degli uomini di Avigliano ufficializzati nei capitoli del 1579.
Con l’articolo 46, ad esempio, si ridusse il potere politico del barone rivendicando la libertà per Sindaco, Eletti ed uomini di Avigliano di riunirsi in Consiglio senza l’intervento del Signore o del Capitano, qualora si fossero trattati argomenti contro di essi. Maggiormente significativo il capitolo 47 nel quale venne, addirittura, fatta richiesta al Signore di non intromettersi «in atto di iurisdittione», ma di lasciarne l’esercizio al Capitano o al Luogotenente da lui nominati. Vennero, inoltre, regolamentati qualitativamente e quantitativamente anche i servizi da rendere al barone: dovevano essere effettuati solo dalle persone designate e se ne fossero state utilizzate altre sarebbe stato necessario stipendiarle.
Ma, come in altre realtà del Mezzogiorno, la norma scritta non fu sufficiente a garantire le tutele ottenute nel 1579 contro la preponderanza baronale, tanto che, dopo un ulteriore ricorso al Saro Regio Consiglio, si pervenne ad una nuova convenzione integrativa della prima. Tra i Nuovi Capitoli del 1595 spicca, dunque, a ulteriore conferma di quanto detto finora, l’articolo 13, nel quale veniva intimato al Capitano di «osservare tutti capitoli, decreti, statuti et consuetudini di essa Università, quali se li presenteranno et notificheranno. Et non observandoli o rompendono qualsivoglia di essi, sia esso Magnifico Officiale, tenuto all’Università predetta pagar ducati mille di pena»; ma le multe non erano previste solo per il rappresentante del barone: infatti «detto Illustrissimo Signore promette osservare detti capitoli, statuti, decreti et consuetudini d’ essa Università et rompendoli in tutto, o vero, in parte, o qualsivoglia di essi sia tenuto a detti ducati sei millia, et seicento, una con tutti li danni, spese, et interesse dal dì della controventione».

L'antica Lucania. 10. La Storia della Lucania di Luigi Pareti


L. PARETI, Storia della regione lucano-bruzzia nell'antichità, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1997.

lunedì 20 gennaio 2014

Una città inventata: Potenza

L’avvio della macchina istituzionale-amministrativa di marca napoleonica segnò per la Basilicata la ridefinizione dei suoi ambiti territoriali e, di conseguenza, la riconfigurazione del suo baricentro politico-istituzionale nella città di Potenza che «acquistò il posto di Città Capitale della Provincia». Tale scelta derivò dal fatto che meglio essa si prestava e per la sua situazione geografica e per quella politica ai bisogni delle riforme e trovandosi, inoltre, nel centro della Provincia, a «circa eguale distanza dai mari Ionio, Adriatico e Tirreno», ed ancora, perché Potenza, «fortificata e munita il più formidalmente possibile», per la sua strategica posizione territoriale, fu indicata dal generale Philibert-Guillame Duhesme, addirittura, come «seconda capitale», nonostante fosse ancora connotata da un «basso tasso di funzioni urbane».
Potenza, dunque, avviò una rideterminazione e gerarchizzare dei propri spazi, connotando la nuova autorappresentazione cittadina con nuovi elementi del potere quali edifici, la centralità territoriale e le strutture rappresentative che essa, a differenza di Matera, non aveva, se non in minima parte e potendo contare su preesistenti edifici quali monasteri, conventi e il palazzo dei Loffredo, che venne, appunto, requisito ed incamerato insieme al convento di san Francesco per la sistemazione degli uffici del Tribunale e dell’Intendenza, mentre molti terreni di proprietà feudale rimasero in possesso dei Loffredo. Ancora nel 1812, infatti, gli ex feudatari possedevano gran parte del territorio extramurario del Potentino, come 729 tomoli del territorio di Aria Silvana, 660 tomoli del demanio di Montocchino, 1000 tomoli della masseria di Nolè, mentre, per le terre di Lautone, o Vallone della Camera, Fontana dei cacciatori, Cugno della Lenza e Rossellino, la contessa Ginevra Loffredo percepiva soltanto «la parte professata per burgensatica nel Catasto» e assai poco del restante territorio veniva aggregato al demanio comunale. 
Il primo Intendente fu Tommaso Susanna, che, nominato con decreto regio del 13 agosto 1806, proprio a causa della mancanza delle strutture atte ad ospitare le nuove istituzione, poté trasferirsi a Potenza, nei locali del Palazzo Loffredo, sede degli ex feudatari, solo a metà dell’anno successivo, né essi apparvero adeguati, se, a detta del Ministro dell’Interno, vi si stava «con molta angustia per la ristrettezza del locale».
A tale difficoltà si cercò di riparare ubicando gli uffici dell’Intendenza, dei Tribunali, nonché del «carcere criminale e civile» all’interno dell’ex monastero di san Francesco, poi «palazzo della Regia Prefettura», ma i lavori di ristrutturazione, condizionati da contorte procedure d’appalto e limitate disponibilità finanziarie, furono terminati solo dieci anni dopo l’iniziale decisione di trasformare l’antico complesso ecclesiastico nella struttura urbana più rappresentativa dell’ordinamento istituzionale-amministrativo locale.
Il rilievo della città di Potenza derivò, ovviamente, dall’importanza assunta dal più ampio stato della Basilicata, che, contraddistintasi nel 1799 come il «Dipartimento più democratico della terra», dopo la conquista francese fu il “palcoscenico” della formazione di una classe dirigente, in parte legata, come si è detto, alle generazioni della stagione repubblicana, in parte rinnovata, a seguito dell’abolizione dei privilegi che avevano fatto della nobiltà feudale la classe dominante e della soppressione degli ordini religiosi possidenti che disponevano quasi totalmente della ricchezza immobiliare.

L'antica Lucania. 11. Spartaco da Capua in Lucania

Dalle Periochae dei libri XCV e XCVI:

XCV. Settantaquattro gladiatori fuggiti dalla scuola di Lentulo a Capua, raccolto un gran numero di schiavi e prigionieri operai, iniziarono una guerra sotto il comando di Crisso e Spartaco e sconfissero l'esercito del pretore Publio Vareno e il suo vice Claudio Pulcher.
XCVI. 1. Il pretore Quinto Arrio schiacciò Crisso, il capo degli schiavi fuggiaschi, e 20.000 uomini. [72 aC] Il console Gneo Lentulo, però, inutilmente combattè contro Spartaco. Il console Lucio Gellio e il pretore Quinto Arrio furono sconfitti dallo stesso capo. 
6. Il proconsole Gaio Cassio e il pretore Gneo Manlio invano combatterono contro Spartaco, e la guerra venne limitata al pretore Marco Crasso.
XCVII. 1. Il pretore Marco Crasso prima combatté vittoriosamente contro una parte dei fuggitivi, soprattutto Galli e Germani, e uccise 35.000 di loro, tra cui i loro capi Casto e Gannico. Poi sconfisse completamente Spartaco, che venne ucciso con 60.000 persone.

Floro, Epitoma, II, 8:
Spartaco, Crisso ed Enomao, scappando dalla scuola gladiatoria di Lentulo con trenta o più uomini della stessa professione, fuggirono da Capua. Quando, convocando gli schiavi al loro livello, ebbero rapidamente raccolto più di 10.000 aderenti, questi uomini, che inizialmente si accontentavano di essere sfuggiti, ben presto cominciarono a desiderare di prendersi anche la loro rivincita.
La prima posizione che li attirò era fu il monte Vesuvio. Qui assediati da Clodio Glabro, scivolavano per mezzo di funi fatte di viti attraverso un passaggio nella cavità della montagna, fuggiti da una uscita nascosta, sequestrarono il campo di quel generale che non aveva previsto l'attacco. Poi attaccarono altri campi, quello di Varenio e poi quello di Thorano, e si sparsero su tutta la Campania. Non contenti del saccheggio delle case di campagna e villaggi, devastarono Nola, Nuceria, Thurii e Metaponto con una distruzione terribile.
Diventarono un esercito regolare con l'arrivo giornaliero di forze fresche, con rozzi scudi di vimini e pelli di animali, e spade e altre armi di ferro fuso. Non mancava alcuna cosa che era propria di un esercito regolare, la cavalleria si era procurata mandrie di cavalli e i suoi uomini portarono al loro capo le insegne e fasci catturati dai pretori, né erano rifiutato dall'uomo che, dall'essere un mercenario di Tracia, era diventato un soldato, e da soldato disertore, poi un bandito e, infine, grazie alla sua forza, un gladiatore.
Egli celebrò anche le esequie dei suoi ufficiali caduti in battaglia con i funerali come quelli dei generali romani, e ordinò ai suoi prigionieri di combattere al loro roghi, come se volesse spazzare via tutto il suo disonore passato, divenuto, invece che gladiatore, un donatore di spettacoli gladiatori .
Quindi, in realtà attaccando generali di rango consolare, infliggeva la sconfitta all'esercito di Lentulo sull'Appennino e distrusse il campo di Gaio Cassio a Mutina. Esaltato da queste vittorie, si trattenne dal progetto di una disgrazia sufficiente per noi - attaccare la città di Roma.
Finalmente fu fatto uno sforzo congiunto, sostenuto da tutte le risorse dell'impero, contro questo gladiatore e Licinio Crasso rivendicò l'onore di Roma. Instradato e messo a combattere contro di lui, i nostri nemici - mi vergogno di dare loro questo titolo - si rifugiarono nelle estremità più lontane d'Italia. Qui, essendo tagliata la via del Bruzio, si preparava a fuggire in Sicilia ma, non essendo in grado di ottenere le navi, cercarono di lanciare zattere di travi e botti legati insieme con vimini  per le veloci acque dello stretto.
Non riuscendo in questo tentativo, finalmente fecero una sortita e incontrarono una morte degna di uomini, combattendo fino alla morte. Spartaco stesso cadde da generale, combattendo coraggiosamente in prima fila (in Lucania).

domenica 19 gennaio 2014

Pasquale Locuratolo: la speranza oltre il reticolato

Sabato 18 gennaio, alle ore 11,00 nella Sala convegni del Castello ducale del Balzo di Venosa (PZ), alla presenza del Vice Ministro dell’Interno, senatore Filippo Bubbico, si è tenuto un incontro seminariale in margine al volume di Pasquale Locuratolo dal titolo La speranza oltre il reticolato.
Il testo si inquadra in quella memorialistica di guerra molto nota a livello nazionale, ma che in Basilicata ha prodotto pochi testi, il più compiuto ed ampio dei quali è questo, scritto da Pasquale Locuratolo (Melfi 1923-Potenza 2006), che nel dopoguerra, per molti anni, fu Commissario Straordinario, tra l'altro, dei comuni di Maschito (1962-63), Venosa e Lavello (1965), Rionero in Vulture (1965-1966) e promotore di notevoli iniziative socio-culturali. Tra l'altro, l'Amministrazione Comunale di Venosa aveva già omaggiato il Locuratolo intitolandogli una strada.
Si tratta, per quanto riguarda La speranza oltre il reticolato, di una narrazione in forma di diario scritta dall’autore durante il suo non breve periodo di prigionia e internamento dopo l’8 settembre del 1943, quando il suo reparto, di stanza nel Nord Italia, fu disarmato dalla Wermacht e trasferito prima in Polonia e poi in Germania. In pratica, la testimonianza diretta di un protagonista della tragica sorte che ha colpito molte unità del nostro esercito dopo l’Armistizio di Cassibile.
Alla presentazione, organizzata dal Comune di Venosa, articolata in chiave didattica, hanno preso parte gli allievi delle ultime classi del Liceo Classico Quinto Orazio Flacco di Venosa con gli interventi del Prefetto della Provincia di Potenza, dottoressa Rosaria Cicala, il Commissario Straordinario del Comune di Venosa, dottoressa Rosa Correale e il dirigente scolastico del Liceo, dottoressa Mimma Carlomagno. La relazione storica è stata svolta da Antonio D’Andria dell’Università degli Studi della Basilicata.
Come recita la quarta di copertina, "Diario di prigionia, La speranza oltre il reticolato di Pasquale Locuratolo presenta i temi universali che circolano in tutta la letteratura diaristica che riguarda in particolare vicende d'internamento durante la Seconda guerra mondiale: le parole semplici che sono le uniche degne d'esser dette o, forse ancor meglio, le uniche davvero dicibili davanti alla schiacciante imponenza della vita e della morte; l'aiuto di Dio e il supplizio dell'uomo che diventa servizio a Dio; i campi di prigionia che sembrano dover ricoprire il mondo intero e coinvolgere tutti, in quanto nessuno può chiamarsi fuori dall'abominio; la rassegnazione di chi decide di sottomettersi a questo passaggio doloroso, dopo aver compreso che attraversarlo (e, nel contempo, farsene attraversare) è l'unico modo per poterne un giorno uscire veramente, mantenendo la propria umanità":

Che cosa fosse la vera guerra in realtà non l'avevo immaginato perchè non avevo ancora provato il fuoco. Avevo letto libri che parlavano di eroismo (...) Ed è in questo groviglio di terrore, orrore e pietà che incomincia la trasformazione lenta ma sistematica del nostro carattere, una volta tanto sensibile anche ad una goccia di sangue ed ora indifferente a tanta carneficina (pp. 76-77).  

giovedì 16 gennaio 2014

La Basilicata napoleonica. 6. I Consiglieri Provinciali napoleonici

COMUNE
COGNOME
PROFILO SOCIO-ISTITUZIONALE
RUOLO NEL 1799
RUOLI ANNI SUCCESSIVI
Acerenza
Cappetta
Onofrio
Galantuomo
Municipalità Repubblicana
1809 Lista eleggibili
1816 Consigliere Provinciale
Avigliano
Corbo
Carlo Maria Vincenzo
Avvocato
Aderisce al governo provvisorio
Costituisce la Municipalità Repubblicana
1811 Consiglio Generale Provinciale;
1818 Preside consiglio Distrettuale della Provincia;
1820 Presidente Senato Carbonaro Lucania orientale
deputato Parlamento nazionale delle Due Sicilie

Vaccaro
Domenico Michele Arcangelo
Studente di diritto
Partecipa al 1799
In esilio in Francia
1809 Lista eleggibili
1810 componente del Collegio Elettorale dei Possidenti di Basilicata
1818-1821Decurione
1820 aderisce alla carboneria
Barile
De Falco
Giovanni Battista
Dottore in utroque iure
Partecipa al 1799
1809 Lista eleggibili  Parlamento Nazionale Seggio Possidenti
1810 componente del Collegio Elettorale dei Possidenti di Basilicata
1816 Cassiere comunale
1818 Consigliere provinciale
Craco
De Cesare
Innnocenzo
Avvocato, letterato e poeta
Partecipa al 1799
1820 carbonaro, Deputato al Parlamento Napoletano, componente Commissione legislativa, vice presidente della Camera, componente Tribunale Parlamento
1821 Presidente della Camera
1848 consigliere Corte Suprema
1850 Deputato Parlamento napoletano
1860 consigliere di Cassazione e vice presidente della corte di Cassazione a Napoli
Genzano
Dell'Aglio
Girolamo

Commissario dipartimentale
1809 Lista eleggibili Parlamento Nazionale Seggio Possidenti
1810 Decurione
1815 Sindaco
Grottole
Cecere
Gerardo Maria
Dottore in utroque iure
Presidente Municipalità
esiliato in Francia
1807 Sindaco
1808 componente primo Consiglio Provinciale di Basilicata
1809 Lista eleggibili Parlamento Nazionale Seggio Possidenti
1810 componente collegio elettorale Possidenti Basilicata e componente Commissione provinciale
Montepeloso
Orlando
Domenico
Giudice di pace
Componente Municipalità
Sindaco durante decennio francese, 1809 Lista eleggibili Parlamento Nazionale Seggio Possidenti, 1810 componente collegio elettorale Possidenti Basilicata e componente Commissione provinciale 1816 consigliere provinciale
Muro
Lordi
Decio
Avvocato
Promotore Municipalità
Esiliato in Francia
Durante Decennio Francese Percettore demaniale
1809 Lista eleggibili Parlamento Nazionale Seggio Possidenti
1810 componente collegio elettorale Possidenti Basilicata
1812 Decurione

Lordi
Francesco

Promotore Municipalità
Esiliato in Francia
Partecipa a Marengo
1809 Lista eleggibili Parlamento Nazionale Seggio Possidenti
1848 presidente Comitato per costituzione del Circolo Costituzionale

Marolda
Francesco Maria
Giudice di pace
Aderisce al movimento repubblicano, resiste Armata Cristiana
Esiliato in Francia
1818 Consigliere provinciale; 1830 Decurione

Pepe
Giuseppe
Notaio
Promotore, sostenitore Municipalità
Esiliato in Francia
1806-16 Sindaco
1809 Lista eleggibili Parlamento Nazionale Seggio
1810 componente collegio elettorale dei Possidenti Basilicata
Picerno
Capece
Benedetto
Dottore in utroque iure
Resiste Armata Cristiana
Esiliato in Francia
1809 Lista eleggibili Parlamento Nazionale Seggio
1810 componente collegio elettorale dei Possidenti Basilicata
1818 consigliere provinciale

Carelli
Giuseppe Angelo Gaetano
Famiglia gentilizia
Promotore, sostenitore Municipalità e resiste Armata Cristiana
1806-16 Ricevitore Distrettuale
1809 Lista eleggibili Parlamento Nazionale Seggio
1810 componente collegio elettorale dei Possidenti Basilicata
1818 consigliere provinciale
1821 carbonaro

Carelli
Saverio
Dottore in utroque iure
Promotore Municipalità e resiste Armata Cristiana
1806-16 Segretario Generale Intendenza Basilicata
1809 Lista eleggibili Parlamento Nazionale Seggio
11/03/1811 eletto componente Sedile Possidenti in Parlamento Nazionale
1820 Affiliato Carboneria e consigliere Intendenza
Pietrafesa(Satriano)
Cavallo
Donato Giovanni
Dottore in utroque iure
Partecipante Municipalità
1809 Lista eleggibili Parlamento Nazionale Seggio Possidenti

Cavallo
Francesco Saverio
Proprietario terriero
Promotore Municipalità
1818 Consigliere provinciale e Decurione
1820Carbonaro
11/08/1820 componente 'Grande Assemblea del Popolo Carbonaro della Lucania Orientale'
Potenza
Addone
Nicola Maria Francesco
Dottore in utroque iure
Aderisce e sostiene attivamente forze repubblicane, resiste Armata Cristiana
Esiliato in Francia
1808-1817 Ricevitore Generale di Basilicata
1809 Lista eleggibili Parlamento Nazionale Seggio
1810 componente collegio elettorale dei Possidenti Basilicata
1815 organizza forze liberali basilicatesi per rivolta democratica
1820 tra Maggiori esponenti Carboneria Lucana;

Biscotti
Gerardo
Avvocato
Aderisce movimento repubblicano
1806 Consigliere distrettuale
1808 Decurione

Cortese
Nicolò Maria Giovanni
Dottore in utroque iure (famiglia di governatori feudali)
Aderisce movimento repubblicano
1818 Consigliere provinciale

Scafarelli
Giuseppe Gerardo Antonio
Ricca famiglia gentilizia
Aderisce e difende movimento repubblicano
1813 Decurione
1814-1820 Cassiere comunale
1816 Consigliere provinciale e Cassiere de 'Commissione per la esecuzione dei lavori della strada Potenza-Napoli'
1821 Decurione

Viggiani
Giuseppe Francesco Paolo
Medico
Partecipa, difende Municipalità
Esiliato in Francia e Lombardia
1806-16 Decurione
1808 capo Eletto
1815 componente delegazione omaggio a Ferdinando di Borbone
1818 Consigliere Provinciale
1821 Decurione
Rionero
Martinis
Luigi
Ricca famiglia
Aderisce e partecipa movimento repubblicano
1816 nominato da Consiglio Provinciale di Basilicata componente della 'Commissione di controllo dei lavori della strada Potenza-Atella'

Martinis
Mauro
Legale
Aderisce e partecipa movimento repubblicano
1809 Lista eleggibili Parlamento Nazionale Seggio Possidenti
1818 Consigliere provinciale
1829 Eleggibile alle cariche municipali
San Chirico Raparo
Magaldi
Giuseppe Maria
Dottore in utroque iure
Incaricato da Governo Provvisorio di costituire Municipalità Repubblicana
1818 Consigliere Provinciale
Carbonaro
1848 aderisce movimento liberale
Senise
Marcone
Antonio
Dottore in utroque iure
Promotore Municipalità
1809 Lista eleggibili Parlamento Nazionale Seggio Possidenti
1810 componente collegio elettorale dei Possidenti Basilicata
1816 Consigliere Provinciale
1816-18 Componente "Commissione di Controllo dei lavori delle strade del distretto di Lagonegro
Carbonaro
10/08/1820 Componente il "Senato carbonaro della regione Lucana"
Tolve
Mattia
Rocco Gennaro
Proprietario
Partecipa alla Municipalità
1818 Decurione e Consigliere Provinciale
1829 Eleggibile cariche comunali
Trecchina
Marotta
Ferdinando Giovanni
Dottore in utroque iure
Promotore municipalità
1818 Consigliere Distrettuale e Provinciale
Vaglio
Danzi
Matteo Vincenzo
Dottore in utroque iure
Presidente Muncipalità
Resiste all'Armata Cristiana
1809 Lista eleggibili Parlamento Nazionale Seggio Possidenti
1818 Proposto Consigliere Provinciale

Lacapra
Nicola
Dottore fisico
Aderisce alla Municipalità
Esule in Francia
1816-16 Decurione e Cassiere Comunale
1818 Consigliere Provinciale
Carbonaro
Componente il "Santo Carbonaro della Lucania Orientale"


Opere dei Grandi Lucani online. 1. Giustino Fortunato

Dopo numerose risorse che abbiamo finora messo a disposizione di studenti e studiosi, nella nostra sezione Materiali didattici  e nei Do...