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Un blog sulle "microstorie" della Basilicata e sulla Storia che ad esse si intreccia.
Un’antichissima fontana di grandi dimensioni presente a Pignola è la Fontana Vecchia.
La fontana vecchia è costituita da grandi vasche per abbeverare gli animali e una vasca con lo strecatur', come si chiamava in dialetto lo strofinatoio sul quale si lavava la biancheria. Nel passato, infatti, le fontane pubbliche di Pignola erano luoghi d’incontro ed erano utilizzate per molteplici motivi: le donne si incontravano per lavare la biancheria e gli alimenti ma principalmente un luogo per chiacchierare e socializzare. Gli uomini aspettavano le donne presso le fontane tentando di conquistarle, perché attratti dal movimento dei corpi femminili.
Fontana Vecchia è in pietra ed è stata realizzata probabilmente tra il Seicento e il Settecento ma è stata distrutta e ricostruita più volte per via di terremoti. A seguito del terremoto del 23 novembre 1980 è andata distrutta di nuovo ed è stata ricostruita così come la vediamo oggi.
Essa presentava pinnacoli a forma di pigna proprio perché ricordava Pignola, era una zona di mercato e rimase non asfaltata fino al secondo dopoguerra.
Al di sopra delle vasche ci sono i tre mascheroni che rappresentano i caratteristici leoni. Hanno un compito importante: quello di allontanare il male e i nemici proprio come tutti gli altri mascheroni che ci sono in giro per il paese.
La struttura, inoltre, presenta tre fontane, da due delle quali scorre acqua non potabile, mentre da quella centrale l'acqua risulta potabile. Probabilmente la fontana prima raccoglieva l'acqua piovana e ciò permetteva il ricircolo dell'acqua che andava poi a finire in uno scarico comune.Di fronte si trovava una villetta recintata che faceva parte di un enorme palazzo di una nobile famiglia pignolese.
La breve stagione del Decennio francese segna, per Napoli, la cruciale transizione dall'antico regime tipografico alla più avanzata condizione del lavoro editoriale nel quadro delle generali trasformazioni operate dai Napoleonidi. Il tema editoriale mostra, infatti, ulteriormente l’attenzione dei Napoleonidi ai linguaggi ed alle forme comunicative con l’istituzione di una vera e propria industria editoriale di Stato, tendente alla specializzazione grazie alla divisione di compiti tra privati appaltatori e Stamperia Reale e mirante in primis ad allargare il pubblico, formando quell’opinione pubblica mancata nell’esperimento repubblicano del 1799 a Napoli.
Proprio l’esempio della vera e propria rinascita della Stamperia Reale, rilanciata da Giuseppe Bonaparte premettendovi a capo Francesco Daniele, consente di mostrare il rilancio di un organismo editoriale fondamentale per l’immagine dei sovrani presso un più vasto pubblico.
Nato, nel 1740, presso la piccola frazione di San Clemente di Caserta, Daniele si trasferì a Napoli per intraprendere gli studi universitari. Singolari furono i suoi interessi per la filosofia, l’oratoria e la giurisprudenza, ma ancora più importanti furono le sue frequentazioni con noti intellettuali del tempo, come Antonio Genovesi, Antonio Cirillo e Matteo Egizio. I suoi interessi letterati iniziarono dopo aver curato, nel 1762, un’edizione delle opere di Antonio Telesio, zio del più famoso Bernardino. Il successo ottenuto gli procurò non pochi consensi intellettuali, tanto da essere incaricato, poco dopo, come responsabile della pubblicazione di alcuni componimenti poetici di Marco Mondo, padre di Domenico, pittore di corte dei Borbone. Dopo una breve esperienza come avvocato, fece ritorno presso la casa natale per occuparsi di alcune proprietà familiari. Questa nuova responsabilità gli diede, però, la possibilità di portare avanti i suoi studi classici, acquisendo specifici documenti e oggetti antichi provenienti dal territorio casertano. Contestualmente, diede vita a una ricca biblioteca. Verso la fine del secolo produsse una serie di libri, di cui alcuni dedicati alla trattazione critica della storia della città di Caserta. La fortuna ottenuta da tali lavori gli venne altresì riconosciuta dal marchese Domenico Caracciolo, che lo riconvocò a Napoli per fargli assumere l’incarico di Regio Istoriografo.
Durante l’epoca napoleonica, gli vennero restituite tutte le cariche precedenti e, in particolare, venne nominato segretario perpetuo della Nuova Accademia di Storia e di Antichità, ma anche, come detto, direttore della Stamperia Reale. La sua fama giunse pure all’estero, tanto da essere associato alla Royal Society di Londra e, qualche tempo dopo, all’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo.
Un progetto, dunque, di attivo e sostanziale coinvolgimento di intelligencja e risorse socio-imprenditoriali nella costruzione del consenso e di classi altamente professionalizzate, che ebbe ripercussioni anche nei territori napoleonici settentrionali.
Sabrina Cieri e Margherita Scavone sono due studentesse potentine del Liceo delle Scienze Umane "Rosa-Gianturco" di cui siamo lieti, in occasione del 43mo anniversario del terremoto irpino-lucano del 23 novembre 1980, di ospitare un breve post sulla questione idrica a Potenza tra Età moderna e contemporanea (NDR).
Al momento dell'elevazione a capoluogo di provincia, Potenza era servita da un antico acquedotto «a pelo libero che portava l'acqua potabile dalle sorgenti site in località Botte a circa tre chilometri dall'abitato, alla fontana pubblica dell'«Ancilla vecchia», dopo aver attraversato i «piani di Santa Maria». L'acquedotto correva in parte sotto terreni agricoli, in parte lungo strade pubbliche, costantemente esposto a danneggiamenti e manomissioni; piuttosto che ripristinare il vecchio impianto, ci si pose in un primo tempo l'obiettivo ambizioso di portare l'acqua direttamente in città con un nuovo acquedotto forzato in «tubi di pietra»; nel 1811 il Comune aggiudicò un appalto che prevedeva non solo di riattivare l'Ancilla vecchia, ma di raggiungere l'abitato entro breve tempo. I lavori terminarono nel 1813 quando fu completato il tratto dall'Epitaffio alla Croce di S. Maria. Nell'ultimo tratto si continuò ad utilizzare il vecchio acquedotto di fabbrica. Nel 1814 si decise il prolungamento dell'impianto verso la sorgente, ma dopo pochi anni di utilizzo, ai primi del 1822, l'acqua che arrivava alla fontana pubblica era nuovamente scarsa e torbida: ciò era in massima parte dovuto a carenze tecniche.
Nel 1831 il Decurionato decise di realizzare un nuovo acquedotto, rivelatosi insufficiente; ma i lavori furono sospesi nel 44 poiché si voleva realizzare la possibilità di far giungere l'acqua più vicino all'abitato. Tale compito fu affidato al Brancucci: secondo l'ingegnere si poteva procedere oltre la vecchia fontana, facendo seguire all'acquedotto un percorso ad anello attorno all'abitato, a mezza costa, in modo da poter impiantare altre sette fontane pubbliche nelle vicinanze della città e da essa grosso modo equidistanti, Ma il Decurionato si limitò ad approvare il completamento dell'acquedotto fino all'Ancilla vecchia, allo scopo di riattivarla al più presto. Tuttavia quest’ultima venne demolita e la nuova fontana venne ricostruita sullo stesso sito e con il medesimo orientamento della precedente, ma a quota più elevata per renderla meglio visibile dalla provinciale, ed entrò in funzione nel corso del 1848.
La fontana pubblica, oggi non più esistente, è citata nell'elenco delle strade comunali del 1871 come termine delle due vie di S. Gerardo e S. Giovanni, ed ancora riportata nella mappa catastale di impianto.
Nel 1888 la Società Italiana per Condotte d'acqua realizzerà, su progetto dell'ingegnere Giorgio De Vincentiis, un impianto capace di sfruttare, oltre alle antiche sorgenti della Botte e della Torretta, quelle di Montocchino, di Val dell'Emma e di S. Giovanni.
Prima della realizzazione, fra il 1859 e il '63, del condotto fognario lungo via Pretoria, la città non era del tutto priva di sistemi di smaltimento delle acque piovane e dei liquami tanto che i rifiuti venivano gettati direttamente nelle strade. Solo negli anni di amministrazione del duca della Verdura il tema igienico-sanitario divenne oggetto costante di attenzione e di iniziative concrete. La questione fu ripresa soltanto dieci anni dopo, allorché il 15 marzo 1856 l'ingegnere Salvatores, direttore delle opere pubbliche provinciali, trasmise all'intendente Ciccarelli il getto di un «basolato lungo la via Pretoria in questo Capoluogo, e del condotto ad essa sottoposto» in esecuzione di un incarico dell'anno precedente: si sarebbe così rafforzato il ruolo del l'arteria quale asse stradale moderno ed infrastrutturato, dotato da un diverso carattere funzionale ed ambientale rispetto al resto della maglia viaria urbana. I lavori, intrapresi nel '59, furono portati a termine nel '63, nel corso dell'intervento fu realizzata, per la prima volta, l'integrale basolatura di via Pretoria, da Portasalza all'ospedale S. Carlo.
Si dovrà attendere il nuovo secolo e il regime fascista, comunque, per la creazione di un'efficiente rete di servizio all’interno del centro urbano.
Simone Pignataro, di Bella, è uno studente che frequenta attualmente la classe Quinta del Liceo delle Scienze Umane "Rosa-Gianturco" di Potenza, indirizzo Economico-Sociale. Siamo lieti e onorati di pubblicare la sua ricerca relativa ai caduti della Grande Guerra, effettuata con rigore e metodo storico. (NDR)
Caduti e decorati
Durante la Prima Guerra Mondiale, Bella, come molte altre città italiane, fornì contingenti di soldati che si unirono all'esercito italiano per combattere sul fronte alpino e sul fronte italiano. Questi soldati affrontarono condizioni estremamente difficili in montagna, tra gelo e cattive condizioni meteorologiche. La Prima Guerra Mondiale ebbe un impatto significativo sulla vita dei cittadini di Bella, portando perdite umane e cambiamenti nella società e nell'economia della città.
La partecipazione di Bella alla Grande Guerra è un aspetto importante della sua storia, che merita di essere studiato e commemorato come parte del patrimonio della città.
Il Parco della Rimembranza
Il Saggio Storico per servire di studio alle rivoluzioni politiche e civili del Regno di Napoli dell’Arrighi (Napoli, Stamperia del Corriere, 1809 [vol. I-II] 1813 [vol. III]), fu definito da Croce, al pari delle opere del Botta e del Colletta, come un’opera di «storiografia anacronistica», rivolta a considerare il passato con le lenti deformanti del presente.
Giuseppe Maria Arrighi, nato nel 1769, si recò a Napoli su invito di Cristoforo Saliceti, ministro di polizia di Giuseppe Bonaparte. Ritornato in Corsica nel 1815, vi morì nel 1834. Arrighi (probabilmente còrso, in quanto dedicò l’opera al patriota Pasquale Paoli) era, peraltro, stato già autore de La felicità, i diritti e le virtù sociali nella cattolica religione (in Roma, per Michele Puccinelli a Tor Sanguigna, 1794), nella quale, pur imbastendo una polemica anti-illuminista a difesa del papato, si era distinto per una notevole conoscenza dei philosophes, citando ampiamente La Mettrie, Helvetius, Bayle.
Con tale background, Giuseppe Maria Arrighi compose una storia che, arrivando al gennaio 1799, si imperniava su quello che Criscuolo ha definito come una sorta di “monarchismo repubblicaneggiante” nel quale, rivalutando – sulla scorta del Muratori – il regno longobardo ed ispirandosi al repubblicanesimo classico nell’esaltare le repubbliche medievali, il sovrano veniva inteso come garante della libertà del popolo. In tale ottica, l’Arrighi propugnava una monarchia ispirata al modello romano, nella quale la concessione delle libertà civili si unisse al compito di formare una coscienza ‘nazionale’ anche grazie al ruolo dell’esercito.
Tuttavia, proprio su tali premesse, si può
evidenziare come, nel III volume del Saggio, nell’ambito di una riflessione sul
problema del «carattere nazionale» come base verso un’indipendenza italiana,
comparissero alcune critiche al modello militare napoleonico, visto come eccessivamente
professionalizzato e poco legato al tessuto cittadino, pur se l’Arrighi
riconosceva, fin dalla prefazione, il regno di Murat come un’importante
occasione di modernizzazione per il Regno di Napoli.
Se a fine Ottocento, nel corso della stagione crispina, la stagione murattiana venne vista come punto d’origine del risanamento meridionale e di base per il processo unitario, essa non era stata, tuttavia, interpretata sempre come un momento positivo nel processo di partecipazione del Mezzogiorno d’Italia ai moti ottocenteschi.
Fino al 1848 ed oltre, infatti, il Decennio napoleonico era stato additato come esempio di espansionismo, connotato da trasformismo e tendenza ad un centralismo conservatore e liberticida. Una tendenza interpretativa, questa, ampiamente condivisa dalla storiografia post-unitaria che, nel generale recupero del «pantheon dei martiri dell’Unità», significativamente mostrava quella che si può definire una vera e propria ‘gallofobia’, non evidenziando alcun contributo degli uomini del Decennio alla causa dell’Unità nazionale.
Il recupero del murattismo a fine Ottocento, tuttavia, fu espressione della delusione derivata dalla politica piemontese tesa alla marginalizzazione delle rappresentanze meridionali: di fronte al molto offerto dal Mezzogiorno d’Italia alla causa nazionale, infatti, si percepì una risposta ampiamente evasiva, se non addirittura penalizzante, sicché, in una sostanziale accettazione dell’Unità, emergevano nuove istanze della rappresentanza politica meridionale ed il recupero di una stagione, quella murattiana, vista come premessa di un’Italia più ampia e pluralista, obliterata dal ‘compromesso’ mazziniano. Superando la taccia di «passatismo» legata al Decennio, Giacomo Racioppi, ad esempio, legava tale accusa piuttosto al borbonismo: pur mantenendo un basilare anti-murattismo, egli recuperava i Napoleonidi come premesse di un federalismo che meglio avrebbe potuto inserire il Mezzogiorno nel complesso del Regno d’Italia, in una sostanziale, accesa critica alla Destra Storica.
Salerno, come città principale della Provincia, nonostante la minore consistenza demografica ed un più ridotto sviluppo dell’industria manif...