giovedì 25 marzo 2021

L'antica Lucania. 18c. Storia e topografia antica della Lucania, Volume 1 (Giovanni Riccio, 1867)


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Dantedi 2021 in collaborazione con il Comune di Lauria e Casa IvL24 (25 marzo 2021)

Nel periodo pre-unitario, il culto di Dante corrispondeva a certe esigenze essenziali del movimento nazionale italiano. Un'immagine importante, che emergeva in molti trattati risorgimentali, poteva, infatti, far superare i contrasti politici (del resto soltanto di rado affiorato apertamente): Dante come fondatore della lingua e della civiltà italiana. Proprio questa concezione, fortemente realistica, si affermò sia nei ragionamenti dei moderati che in quelli dei teorici radical-liberali. 


Dopo il Settecento, che aveva condannato Dante come oscuro e “gotico”, fra i primi a lanciarlo fu Vincenzo Monti, con la sua Bassvilliana del 1793, scritta in terzine dantesche in occasione dell’assassinio di Nicolas-Jean Hugou, detto Bassville. Monti presenta Dante “non più come il remoto e venerando progenitore, ma come il maestro presente e vivo della nuova poesia e letteratura” e, come sottolinea De Sanctis, scrive avendo “Dante nell’immaginazione e Virgilio nell’orecchio”. 

Ma la prima opera in cui Dante inizia ad assumere la figura di eroe epico, esule e perseguitato dalla sfortuna e dalla cieca ingiustizia degli uomini, è lo Jacopo Ortis (1802) di Ugo Foscolo. La prima memoria dantesca è presente nella lettera del 12 novembre, con una terzina piena di nostalgia per la Firenze dei tempi andati. Nella lettera da Padova la memoria è duplice: per l’immagine degli ignavi e per la clausola di fine citazione, che rimanda al paradiso e al rapporto con Beatrice. Nella lettera del 13 maggio Foscolo dà vita alla triade dei sommi poeti, Omero, Dante e Shakespeare, anticipando quella internazionalizzazione della figura dantesca cui presterà costante cura negli anni inglesi. Ma la consacrazione definitiva avviene nel finale del romanzo, nella lettera del 5 marzo: Dante è il dio che si prega in punto di morte; è la giustificazione che si dà in limine alla vita; è il padre che ti dà la forza per la scelta giusta ed estrema: 

L’esule Dante conferma la forza della sua figura nei Sepolcri (1806): “e tu prima, Firenze, udivi il carme / che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco” (174-175); diventerà un gigante negli scritti londinesi. 

Se si dovesse fissare, comunque, una data emblematica che segni l’inizio del culto di Dante, forse sarebbe da assumere il 1780, quando a Ravenna si restaura la tomba di Dante; sempre in Ravenna si celebra solennemente il poeta, con la partecipazione del popolo. nel 1798. È l’anno in cui nasce Giacomo Leopardi che, nel 1818, scrive Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze. L’accorato appello all’Italia si colloca sulla linea Dante-Petrarca, dove è Dante il riferimento morale e colui che, per primo nelle sue invettive, incitò gli Italiani a prendersi cura della loro patria. 

Nello stesso 1802 l’esule lucano Francesco Lomonaco pubblica le Vite degli eccellenti italiani, fra le quali trova posto quella di Dante che, come tutte le altre, ha un fine spiccatamente patriottico. Lomonaco accosta infatti Dante a Eschilo e Sofocle, lo chiama l’“Omero toscano”, e scrive che l'Alighieri intitolò la sua opera Commedia, “non già perché usa una locuzione bassa, come il volgo degli eruditi ha creduto, ma solo perché schernisce e proverbia non meno i costumi de' laici che que' dei chierici”. Inoltre, nella Vita, scrive parole che, in linea con quanto scriveva Foscolo, conquistarono il cuore del giovane Alessandro Manzoni:

“Firenze, la quale spinse a tale odio contro Dante, che osò dannarlo alle fiamme, s’ei fosse entrato nel suo grembo; Firenze, che costrinse uno dei più grandi poeti del mondo ad andar mendicando protezione e pane davanti le porte dei grandi, e che vivo non aveva voluto riconoscere per suo figliuolo colui ch’ergeva un monumento, il qual fissare doveva l’ammirazione dei secoli e delle nazioni; la stessa Firenze con molti segnali di stima onorò assai la memoria di lui dopo la morte[…] Gli uomini odiano sulla terra la virtù vivente, e morta la piangono, offrendole il tributo della riconoscenza”.

Il lucano esalta Dante anche nei suoi Discorsi letterari e filosofici (Milano 1809) per la sua originalità, chiamandolo “uno dei più grandi pittori della natura”.

Si deve, dunque, a Ugo Foscolo la creazione della figura di Dante come “padre della patria”, di quella Italia che ancora non ha trovato il suo popolo e i suoi confini. Nell’orazione Dell’origine e dell’ufficio della letteratura (1809) scrive del “fuoco immortale (…) che animò Dante nelle calamità dell’esilio”. Qui Dante è ancora l’esule dell’Ortis, ma già collocato in uno scranno da cui guarda, come nume protettivo, la patria. 

Nei Sei discorsi sulla Lingua Italiana indica Dante come il padre della nostra lingua. La costruzione della figura di Dante prosegue, in terra inglese, dal 1818, con la pubblicazione dei due articoli danteschi sull’«Edinburgh Review». Foscolo prende spunto dalla pubblicazione in Inghilterra del commento di Giosafatte Biagioli. Nella parte centrale del saggio dà vita a un primo interessante raffronto Dante-Shakespeare all’interno del binomio amore/gelosia, che vedono protagonisti, rispettivamente, Pia dei Tolomei e Nello della Pietra, Desdemona e Otello, parlando della “particolare capacità di Dante di racchiudere in pochi versi un’intera storia di amore e morte”

Qui Dante allunga la sua ombra sull’Europa, e la rende più solida nel Discorso sul testo della Commedia di Dante, composto nella primavera del 1824. Foscolo riprende l’idea vichiana di conferire alla poesia attributi religiosi, di percepirla attraverso la natura e renderla viva mediante l’immaginazione, che consiste «nel vedere e tentare una perfezione che ad altri non è dato d’intendere né ideare». Per la prima volta Foscolo si fa interprete della nuova coscienza del ruolo del letterato, in cui confluiscono tradizione settecentesca europea e gusto per l’individualità. Il saggio ruota intorno a due categorie primarie: quella di genio e quella di contemporaneità. 

Ed evidente è l’esigenza di voler trovare nella Commedia una contemporaneità di idee, un nodo poetico in cui passato e presente si fondono, per dar vita a un’unica e inscindibile identità. Così si percepisce con chiarezza come nelle lotte civili delle fazioni fiorentine siano adombrati gli avvenimenti della storia europea dei primi decenni del secolo XIX, che ruotavano intorno alla personalità di Napoleone e alle negative conseguenze del Congresso di Vienna. Il Dante di Foscolo si radica, quindi, nell’Europa, proprio perché il suo poema è sentito come un patrimonio di valori di fronte al quale le generazioni future non potranno sottrarsi al confronto. 

In quegli stessi anni, in Inghilterra, Gabriele Rossetti viene elaborando le nuove dottrine sulla Commedia, che si intensificano da quando diventa, nel 1831, professore di lingua e letteratura italiana presso il Real Collegio, l'Università di Londra. Rossetti elabora una dottrina secondo cui Dante parlasse, attraverso forme simboliche e mistiche, il linguaggio di una setta, religiosa e politica insieme, che concepiva l'Impero come universale, destinato a guidare tutte le genti ed avente al suo centro e la sua sede in Roma ed in Italia; e che, al tempo stesso, indicava come la Chiesa fosse venuta meno al suo ufficio religioso concentrandosi sul potere temporale. Il Dante di Rossetti, più ancora che in Foscolo, diventa, alle origini della civiltà moderna, l'annunciatore della nuova nazione italiana, di cui propone, in termini politici e religiosi, l’unità, mentre propone la riforma della Chiesa e il suo ritorno alle origini. Così il pensiero del massonico ed anticlericale Rossetti incarna e forma quello di molti romantici, e la sua interpretazione della Commedia rappresenta un episodio centrale della fortuna di Dante nell'Ottocento. 

Ma torniamo in Italia, dove nel 1820, Giulio Perticari aveva pubblicato Dell’amor patrio di Dante. Da Foscolo riprende la centralità della lingua di Dante, che diventa strumento di indagine e di comunicazione della verità. Perticari sottolinea come le parole servano anche a fustigare, correggere, guidare. 

L’opera di Perticari ha fama immediata e critici di lusso: nel 1825 Niccolò Tommaseo pubblica Perticari confutato da Dante, proprio all’inizio della sua collaborazione all’“Antologia” del Vieusseux, segnale di un interesse vivo e dinamico sulla figura di Dante e la sua funzione all’interno non solo della letteratura, ma della storia italiana. 

In questi anni si riscontra in Italia una moda diffusa per la biografia di Dante e, in parallelo agli studi di Rossetti, per le interpretazioni esoteriche della sua opera: Carlo Troya ne è uno degli esempi più significativi. Del veltro allegorico di Dante esce a Firenze nel 1826 e, trent’anni dopo, a Napoli, pubblica Del veltro allegorico de' Ghibellini: con altre scritture intorno alla Divina Commedia di Dante (1856); nel mezzo due opere biografiche: Delle donne fiorentine di Dante Alighieri e del suo lungo soggiorno in Pisa ed in Lucca (dopo il 1830) e la coeva De' viaggi di Dante in Parigi e dell'anno in cui fu pubblicata la cantica dell'Inferno

Del 1839 è la Vita di Dante di Cesare Balbo, che Carlo Cattaneo prende a pretesto per fissare definitivamente l’immagine eroica del poeta. Da Foscolo riprende anche l’idea di Dante come poeta cosmopolita, che ha ben compreso come i confini chiudano, mortifichino, uccidano. 

Un personaggio cardinale del Risorgimento, Giuseppe Mazzini, compone nel 1826 il suo primo saggio, intitolato Dell’amor patrio di Dante, che verrà pubblicato nel 1837. L’accento viene posto sulla dirittura morale di Dante, il suo coraggio nell’affrontare l’esilio, e nel censurare vizi e corruzione. Emblematico l’appello pieno di fervore lanciato dal giovane Mazzini: “O Italiani! Studiate Dante: non sui commenti, non sulle chiose; ma nelle storie del secolo…Apprendete da lui come si serva alla terra natia, come si vive nella sciagura”. Per Mazzini Dante era grande perché fece come i Greci che “consecravano il loro genio all’utile della patria”; e rileva come i due elementi della poesia siano la vita dei popoli e l’inno dei martiri; e aggiunge che “la Poesia è l’entusiasmo dell’ali di fuoco, l’angelo dei forti pensieri, che vi divina (…) vi caccia tra le mani la spada, la penna, il pugnale è Schiller, Dante, Alfieri.” 

Giuseppe Mazzini conosce bene gli scritti di Foscolo, che riprende nella Prefazione a La Commedia di Dante Alighieri illustrata da Ugo Foscolo (1842) e negli Scritti letterari di un italiano vivente (1847), mettendo in rilievo la figura umana del poeta e la sua missione entro la nazione e la storia. 

L’oratoria appassionata di Mazzini incita e prepara la prima guerra d’indipendenza e l’inizio degli eventi bellici che porteranno all’unità d’Italia di cui Dante, ormai, è il padre morale. 

Un altro scrittore e patriota Luigi Settembrini, scrive a lungo su Dante. Imprigionato, deportato, fuggiasco a Londra, torna in Italia e, dal 1860, è professore di Letteratura Italiana, prima a Bologna, poi a Napoli. Nel 1861 riusce a portare a termine il progetto Della letteratura italiana libri IV; tra il 1866-1872 vengono pubblicati i tre volumi dell'opera le Lezioni di letteratura italiana. Sua intenzione, dichiarata nel discorso Dello scopo civile della letteratura dell'8 aprile 1848, era quella di scrivere una storia della letteratura italiana per le generazioni di giovani post-risorgimentali: e lo fece. E in quell’opera consolida l’immagine di Dante come eroico modello di virtù e rettitudine, e come fustigatore di costumi. 

La storia della costruzione della figura di Dante nella critica del Risorgimento si chiude con Francesco De Sanctis, le cui Lezioni e saggi su Dante (1842-73) e la cui Storia della letteratura italiana (1870-71) sono tuttora fondamentali. Il nucleo del poema è individuato nel motivo etico-politico; il criterio di lettura è l’empatìa fra lettore e testo, senza sovrapposizioni culturali; la poeticità dell'opera è da ricercare nell'elemento umano, presente sopra tutto nell’Inferno. In Carattere di Dante e sua utopia, pubblicato su “Rivista contemporanea” nel 1858, scrive: 

Dante è più presso alla natura e si manifesta schiettamente. È un personaggio essenzialmente poetico. Il suo tratto dominante è la forza che prorompe liberamente e con impeto. La sventura, non che invilirlo, lo fortifica e lo alza ancor più su. Costretto a mangiar il pane altrui, ad accattar protezioni, a soggiacere ai motteggi del servidorame, nessuno si è più di lui sentito superiore a' suoi contemporanei, nessuno si è da sé posto si alto al di sopra di loro. La famosa lettera, nella quale ricusa di ritornare in patria a scapito del suo onore, non solo rivela un animo non inchino mai a viltà, ma in ogni riga quasi ci trovi l'impronta di questo nobile orgoglio. 

Magnifiche e appassionate sono anche le pagine della Storia della letteratura italiana

Dunque Dante è stato il poeta-profeta dell’unità d’Italia: e per questo motivo nell’Ottocento il suo culto veniva proibito da certi governi tirannici della Penisola, specialmente da quelli facenti capo all’Austria, tanto che diversi patrioti furono arrestati e incarcerati solo perché in casa possedevano ed esponevano qualche suo ritratto. E questo è soltanto un piccolo esempio di quanto costò agli italiani la conquista dell’unità e indipendenza.

giovedì 18 marzo 2021

Risorgimento Lucano. 37a. Il Proclama ai lucani del 27 agosto 1860

Noi abbiamo bisogno di tutti: - e se un governo non debba essere una fazione gli è d’uopo che esso si afforzi del concorso di tutti. Partiti politici non esistono al nostro sguardo, se tutti intendono a salvare la Patria, a sacrificarsi per l’Italia e condurla alla Unità, Libertà ed Indipendenza. 

Ed è a nome della Patria comune, di questa Italia, che ha dato si nobili esempi, de’quali quelli dell’oggi non son meno nobili di quelli della vigilia, noi raccomanderemo non darsi luogo alla irosa politica che risente di consorteria e di fazione. Unione e concordia, abnegazione e sagrifizi, temperanza politica, ma energia e fermezza: ecco ciò che chiede agl’Italiani quest’Italia che sorge. 

– La temperanza politica unifica e fonda, ma energia e fermezza per colpire i tristi, i reazionari e i mestatori politici che volessero o falsare o forviare o distruggere o rattiepidire lo unanime slancio della nazional volontà.

FONTE: Al popolo lucano. Manifesto della giunta centrale di Amministrazione (Potenza, 27 agosto 1860), in ARCHIVIO DI STATO DI POTENZA, "Governo Prodittatoriale Lucano", b. IV, fasc. 41, c. 17.

mercoledì 17 marzo 2021

Centotrent’anni da uno dei più drammatici naufragi della storia: il piroscafo Utopia (Gianni Palumbo)

Il piroscafo Utopia salpò, carico di emigranti italiani, dal porto di Napoli (provenendo da Fiume e Trieste), il 12 marzo del 1891 in direzione New York, per il suo undicesimo viaggio verso Ellis Island e la Statua della Libertà, inaugurata alcuni anni prima.

Tra venti di prua e mare agitato l’Utopia giunse il 17 marzo di centotrenta anni fa, in un pomeriggio tempestoso, a Gibilterra. Appena il piroscafo superò la Punta Europa per cercare un ricovero nella Baia del protettorato inglese, accadde qualcosa di tragico e - forse - di imprevedibile.  Il vento impetuoso da sud-ovest, la pioggia e la foschia densa, condizionarono l’entrata nella rada della Baia, oltre il porto militare. A questo si aggiunga la sorpresa del Capitano, John Mac Keague, che non si aspettava di trovarsi con le navi militari così appresso, in particolare due corazzate, la Anson, molto vicina alla punta del molo e, più distante, la Rodney. Mac Keague pensò di superarle per cercare un approdo dietro la poppa delle navi militari, ma a quel punto, forse anche disturbato dai raggi di luce elettrica, proiettati dalle altre navi, che squarciavano il buio, non si accorse dello sperone sottomarino che sporgeva dalla corazzata Anson. La prua aveva superato lo sperone ma la poppa fu presto squarciata, per alcuni metri, dal rostro metallico e in pochi minuti il piroscafo si sarebbe inclinato tra i 60 e i 70 gradi, inabissandosi rapidamente la poppa. Fu tale la pendenza che coloro che si trovarono sul ponte precipitarono in mare senza possibilità di aggrapparsi a qualcosa.


Forse, in quel momento, il corno da nebbia emise quel cupo, greve e lungo suono, segnalazione di pericolo, che presagiva il peggio. Impossibile calare in mare le scialuppe di salvataggio; la burrasca imperversava. Erano da poco passate le 18.30 e il peggio stava avvenendo senza che i più, quasi tutti passeggeri di terza classe tranne tre, si accorgessero di cosa stesse drammaticamente accadendo perché intrappolati nel ventre oscuro del piroscafo, appena sopra le stive, ma già normalmente sotto il livello del mare durante una normale traversata. Dalle navi ancorate al porto partirono lance di salvataggio per i naufraghi ma, in pochi minuti, i marosi inghiottirono gran parte tra coloro finiti in mare e l’intero piroscafo sprofondò negli abissi lasciando all’esterno soltanto la punta degli alberi dove un tempo, prima del vapore, la stessa Utopia issava le proprie vele!

Furono circa 600 le vittime dimenticate di quel naufragio, quasi tutte dell’Italia meridionale, moltissimi i lucani provenienti da diversi luoghi, in particolare da Pomarico, Calvello, San Paolo Albanese, Rionero, San Fele e alcuni altri. Poco più di 300 i superstiti, immediatamente soccorsi dalle popolazioni spagnole e dalle autorità inglesi.


A centotrent’anni ricordiamo quel suono oscuro, col quale il mare trascinava negli abissi, senza facoltà di ritorno, centinaia di emigranti, tra i quali tanti lucani, che erano partiti per cercare l’America, naufragando con l’Utopia. A Gibilterra esiste un piccolo monumento a memoria della fossa comune nella quale finirono i corpi recuperati dal mare nel corso dei giorni successivi al naufragio.

giovedì 11 marzo 2021

Risorgimento lucano. 37a. L'eccidio Gattini del 1860 a Matera

Ma in questa l’onda fremente del popolo giunge e recinge le case di lui (del conte Gattini, ndr), si odono gagliardi colpi di scure ad atterrare l’uscio da via. A calmare le briache ciurme fu chi riversa dalla finestra una zanellina di monete spicciole, ma la industria, non che di frenarle le accende; traggono colpi di pietra e di moschetto, cresce l’urto e il furore, l’uscio cede e si sfonda e l’onda mugghiante si riversa e allaga il palazzo. Rovesciano, infrangono, fiutano per covi e solai: - il padrone è fuggito! - un urlo di rabbia scoppia dalle fauci affamate. Ma non guari di poi un urlo di gioia selvaggia annunzia che la caccia è scovata, un antico familiare di casa Gattini volle il plauso di aver scovato il covo, ove quegli erasi trafugato. Ghermito, or trascinato or sospinto, arriva in sulla piazza che già gronda sangue da quattro ferite: disfatto in volto e nella persona boccheggia e chiede un gotto d’acqua. Uno, tra i tristi men tristo, va e ne reca, ma un manigoldo il rovescia e - Cristo ebbe veleno - urla e la ciurma briaca applaude.

Non vo’continuare di queste ignobili quanto nefande manifestazioni non dell’umana, ma della ferina natura dell’uomo. Non dirò come assisero la vittima disfatta su un alto poggio a dileggio delle turbe, come ripetutamente gli chieggono in sul viso le carte del demanio ed un libro di cinquanta rotoli, urlavano, dove era scritta a loro giudizio la pruova dei comunali diritti, come una parte tornasse a frugare per carte e scritture in casa Gattina e come, indugiando a comparire il famoso libro e le aspettate carte, la impazienza riavvampa il furore, le belve si lanciano sulla preda cui di ulteriori strazii giunge liberatrice al morte. E non fu solo!

FONTE: G. RACIOPPI, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermine nel 1860, Napoli, Morelli, 1867, pp. 151-152.

lunedì 1 marzo 2021

I moribondi di Palazzo Carignano (a cura di L. Beneduci, Salerno, Francesco D'Amato Editore, 2020)

Ferdinando Petruccelli della Gattina, personaggio di respiro europeo, giornalista brillante, uomo d’azione. Un uomo della modernità nel nostro Risorgimento, non solo meridionale.  Petruccelli della Gattina, infatti, va compreso come scrittore a trecentosessanta gradi, non semplice giornalista, non puro romanziere, non solo “storiografo” e anticlericale: questo lo sa bene Luigi Beneduci, Dottore di Ricerca dell’UniSa, che in questa edizione del 2020 per i tipi di Francesco D’Amato (tra l’altro in un comodo formato paperback) lo colloca degnamente nel contesto culturale dell’epoca, con una doviziosa premessa biografica (p. 5-40) ed una bibliografia ragionata (p. 66-76).  Elementi fondamentali, questi dati biobibliografici, per inserire appieno l'autore in un milieu di tutto rispetto, che comprende nomi come Federico De Roberto e Luigi Capuana e che lo vide tra i grandi protagonisti del dibattito giornalistico, accanto a colleghi pure illustri come Ferdinando Martini e Edoardo Scafoglio. Eppure, “di questo personaggio si sono perse le tracce all’interno del dibattito storico e letterario nazionale più recente” (p. 7), facendone una sorta di "solitario di Moliterno". Da Torraca a Fortunato, da Racioppi a Indro Montanelli, il caustico e onesto giornalista e romanziere lucano suscitò certamente notevole interesse nei decenni immediatamente successivi alla sua morte; ostracizzato dal giudizio perentorio di Croce (p. 38-39), fu conosciuto più per l’aneddotica legata al suo carattere diretto e scevro da compromessi, salvo che per I moribondi di Palazzo Carignano, un instant book di grande successo, scritto come una serie di medaglioni ed impressioni del Parlamento italiano da uno che c’era stato. Petruccelli, come inviato speciale dall’interno, delineava per il pubblico vizi e virtù dei nuovi protagonisti della vita politica, non semplicemente per darli in pasto all’opinione pubblica, ma proprio perché i lettori (prima quelli francesi de “La Presse”, su cui aveva composto questi medaglioni tra 1861 e 1862) si facessero un’idea il più realistica e meno oleografica possibile.

È naturale che questo testo rimanesse un best seller all’epoca e che venisse puntualmente ripreso nel corso del “secolo breve”, fino a diventare uno stereotipo legato al nome di Petruccelli, anche in recenti, barocche e roboanti “riletture” (tra l’altro sponsorizzate con rulli di tamburi istituzionali, in uno stile che avrebbe acceso di sdegno la penna petruccelliana) che del lucano fanno capire ben poco – forse perché dell’uomo di Moliterno non hanno compreso nulla nemmeno loro. Ben intitolata, dunque, la premessa, che presenta il testo come “sfida letteraria e politica all’antipolitica”, laddove in quella E si condensa la sua interpretazione di Petruccelli. Beneduci evidenzia come le due dimensioni del volume siano evidentemente intrecciate fin dal titolo, che evidenzia la sua capacità di scrivere in presa diretta un reportage capace di catturare il lettore non solo con la finezza della sua analisi critica, ma soprattutto di alzare il sipario sulle miserie dei parlamentari con uno stile modernissimo, fatto di frasi incalzanti, aforismatiche, pointe tipiche di certo giornalismo d’autore – e che oggi avrebbero da insegnare a molti pennivendoli, accademici e giornalisti, che si barcamenano tra barocchismi e stili da post di Twitter. Luigi Beneduci, in una prefazione rapida e serrata, ma completa, evidenzia, con dovizia di particolari e finezza da italianista "informato", la complessità e la modernità della scrittura e del messaggio testo, che va, come egli stesso puntualizza, ad essere un tassello della produzione di Petruccelli, ma non deve essere interpretato disgiuntamente da essa. 

Un’edizione, quindi, che ci restituisce la freschezza di un documentario giornalistico di uno di quei “delusi” che di lì a poco avrebbero amaramente constatato che il loro apporto di seconda fila non aveva portato a nulla. Anche I moribondi sarebbero stati uno dei modi di fare gli Italiani.



 

Le perle lucane. 4. Maratea

 «Dal Porto di Sapri, che aperto è fama inghiottisse la celebre Velia, raccordata dal Poeta dopo Palinuro, nel golfo di Policastro, à dodeci...