giovedì 21 luglio 2022

Potenza. 5a. Le tradizioni relative all'infanzia



Ricordi e note su costumanze, vita e pregiudizio del popolo potentino, di Raffaele Riviello, si presenta come un compromesso tra aspetti della cultura liberale e il conservazionismo sociale. Di grande importanza per i contenuti antropologici raccolti all’interno, l’autore incita il popolo lucano a non lasciar andare le antiche tradizioni, anzi di preservale, per poter meglio condividere l’idea di patria, stretto dall’amore dei figli di un’unica terra. 

Il volume nasce da una serie di raccolte di novelle di tipo descrittivo che l’autore scriveva per alcuni periodici lucani tra gli anni Ottanta e Novanta del XIX secolo. In un secondo momento li raccolse in un unico scritto, di grande interesse antropologico, dove trova spazio anche un’appendice storica sulla città di Potenza. 

Diviso in dieci capitoli, l’opera tratta tutti gli aspetti, con usi, consuetudini, modi di pensare del contadino potentino, a partire dalla sua nascita fino alla morte, senza far mancare al lettore deliziosi regressi storici che raccontano come le abitudini siano mutate nel tempo, in corrispondenza con i cambiamenti politici che decretano talvolta la perdita di taluni usi. 

Nel primo capitolo tratta i tre punti salienti della vita del popolo potentino: la nascita e il battesimo, il matrimonio e la morte. Nel trattare la nascita si parla inevitabilmente della donna incinta, o per meglio dire “prena”, che era socialmente investita da un’aura sacra: a lei l’intera comunità riservava dei riguardi. Si avevano particolari attenzioni nel non farle avvertire desideri collegati al cibo, in quanto il desiderio non appagato avrebbe potuto causare dei danni al nascituro: le cosiddette vulii (voglie), ovvero macchie sulla pelle o nei, che pare fossero da collegarsi ai desideri inesauditi della donna nello stato di gravidanza. 

Se la donna affrontava l’ennesima gravidanza tutte le dolci attenzioni le venivano negate. Molte di loro, infatti dovevano continuare ad aiutare nella gestione della campagna e se si fossero rifiutate avrebbero subito l’ira del marito, con calci nei fianchi e qualche pugno nella schiena.

La nascita era un momento importantissimo, in base al sesso si stabiliva se essere lieti o meno dell’evento; infatti con la femmina nasce il duolo, con il maschio nasce l’augurio, soprattutto per i primi parti. Questo pregiudizio era in parte dovuto alla diceria che sin dalla sua nascita una bambina necessita di maggiori cure, arrecando mille fastidi alla famiglia. 

Nei giorni successivi si pensava al battesimo, alla scelta del compare e della comare e alla pulizia della casa della puerpera. In questo giorno di festa si faceva sfoggio del corredo sposalizio, si preparava anche il neonato, che veniva fasciato nella migliore biancheria, chiamato mbascianna con qualche merlettino decorativo sulle maniche, con una cuffia piena di nastri, dette fettuccine, con qualche spilla e collana d’oro. Il battesimo si celebrava all’interno della chiesa, un posto distinto veniva dato ai compari che spesso si vedevano al fianco dei genitori naturali, in quanto ricoprivano un ruolo analogo, nella parentela spirituale. Finita le cerimonia, il compare donava qualche moneta nel sacchetto dell’acqua santa, per poi tornare a casa del battezzato, dove si ricevano le viste per i dovuti auguri. Qui si offrivano li cumpliment’, ovvero delle leccornie che variavano in base allo stato economico della famiglia: prima si offrivano ceci o fave arrostite o cotte accompagnate da brocche colme di vino, mentre verso l’inizio del XIX si mutò nell’offrire i mustacciuoli (paste secce) accompagnati dell’acquavite, divenuti sinonimo di agiatezza e di manifattura casereccia. Alla mancanza di dolciumi si suppliva con l’utilizzo dell’acquavite, col mosto cotto e con il miele. 

Nell’infanzia il bambino veniva ricoperto di amuleti che doveva proteggerlo da una possibile iettatura o dal maluocchio, e quindi gli si facevano indossare abitini ripieni di immagini raffiguranti figure di santi, cornicielli, zanna di cinghiale incastonata in cerchietto di argento e qualsiasi altro amuleto ritenuto utile nell’intento. Tale superstizione sfociava anche nelle malattie: se al bambino fosse capitato quale malanno, si chiamava prima il prete o qualche donna esperta in arti magiche, che con qualche recitazione, orazione o lettura del vangelo di S. Giovanni avrebbe liberato il giovinetto da tutti i malanni. 

L’educazione era spartana, così com’era sparato l’abbigliamento costituito da una camicia e un abito sano che copriva tutto il corpo, fungendo da giacchetto, da panciotto e da calzone; e le calzature erano pressoché inesistenti. Non c’era cambio di vestiario in base alle stagioni, rimaneva immutato senza badare se ci fosse la neve o se picchiasse il sole. 

L’istruzione era scarsa e ristretta, le scuole pubbliche inesistenti e solo qualche prete fungeva da maestro e teneva scuola in casa, a volte poi veniva retribuito con qualche spicciolo alla mesata, altre con qualche gallina nelle feste sollenn o con quant’altro le povere famiglie riuscivano a donare per sdebitarsi. Come testo veniva utilizzato l’Abicidaria (abbecedario) e lu libr’ di li sett tromb (libro delle Sette Trombe). Saper leggere, riuscire a fare due “sgorbi” che ricordassero delle lettere era un vanto, ma l’esigenza di una adeguata istruzione non era sentita in quella vita che era scandita solo dalla generosità della terra. Si pensi che fino al 1860 la posta da Napoli era consegnata solo una volta a settimana, andandola a prendere il pedone Acierno da Auletta; nell’ufficio postale per tutta la provincia c’era solo un dipendente, il buonfantini che ne era Direttore e impiegato. 

L’educazione altrettanto spartana; nelle scuole si era soliti prendere a schiaffi, pugni, frustate e così via l’alunno per impartire la giusta educazione. La più barbara delle correzioni era la cavadda, ovvero si faceva prendere l’alunno sulle spalle da uno più grande, mentre il maestro scaraventava colpi feroci di frusta sulle spalle e sulle natiche del ragazzo, che incurante delle urla sempre più forti del giovane, talvolta provocate dell’uscita del sangue, continuava fin quado voleva. 

giovedì 7 luglio 2022

Il Mezzogiorno contemporaneo. 2. Studiosi-antropologi nel tardo Ottocento lucano

Gli studi attinenti le tradizioni popolari in Basilicata cominciarono grazie all’impegno dell’abate Francesco Paolo Volpe, storico materano, vissuto a cavaliere tra Settecento e Ottocento, che scrisse un notevole numero di opere con al centro la città di Matera, riguardanti non solo le vicende storiche della cittadina, ma anche studi legati all’aspetto religioso che sfociarono in studi sulle festività patronali. 

Nel 1867 Teodoro Ricciardi dedicò una monografia alla storia del centro di Miglionico con alcune pagine relative alle tradizioni della popolazione. Il canonico Ricciardi nelle Notizie storiche di Miglionico, infatti, ci fornisce la descrizione del costume festivo della popolana miglionichese che venne usato fino all’inizio del XIX secolo: 

"La maniera di vestire delle donne, sino a’ principii del secolo corrente, era tutta un costume greco, come vedesi tuttavia nella limitrofa Ferrandina: cioè, una gonnella a color rosso, detto perciò camicia rossa, con vestiseno a colore, ed una giacca a maniche corte ornata di galloni. Sulla testa poi un panno bislungo, con voce greca detta spargano, che copriva testa, spalla, e braccia".

Anche Pani Rossi nel suo scritto del 1868, La Basilicata libri tre, studi politico amministrativo e di economia pubblica, ci fornisce una descrizione del costume tradizionale di vari paesi: 

"[la donna lucana] veste tutta o parte di panno, di più colori: perso in Latronico e in Carbone, vario poi ne’ tempi di lutto: qua e là nerognolo e a doppia gonna: rosso a Ferrandina: verde a Ruoti, giallo a Maschito: blue a Lauria ed in Avigliano. Ora ha il capo ricuoperto pur di un panno riquadro, ch’è perso in Moliterno, listato bianco e nero in Viggiano: altrove in un lino bianchissimo e leggiadro in Avigliano […]. Anco il corpetto che si allaccia sul seno ed ha maniche distaccate offre gran vaghezza e varietà di colori: scarlatto in Moliterno, turchino a Lauria, perso in Carbone, Castelsaraceno e Latronico".

Rimpiangendo la scomparsa graduale del costume tradizione, parla anche della perdita delle processioni di lustrazione dei campi e propiziazione del raccolto, abolite perché considerate inefficienti per il fine che si prefiggevano vantandosi di averle abolite lui stesse. In effetti il tono malinconico sulla perdita di usi e costumi lo troviamo solo sulle “vestimenta”, mentre ci viene descritto con tono derisorio il credito popolare che veniva dato a credenze soprannaturali.

Della perdita o riduzione delle usanze legate alle feste campestri primaverili e autunnali parla anche Ricciardi, ma affronta il tema in chiave nostalgica, soffermandosi sul tema della scomparsa, rovina o distruzione di molte cappelle rurali che sorgevano all’esterno del paese e la sensibile riduzione delle feste a loro legate. Questo cambio fu in parte frutto delle ideologie permeate nel periodo francese, con le limitazioni anti-ecclesiastiche ma anche dell’instabile atmosfera che si era venuta a creare con il nascente Stato laico liberale. 

Molto interessanti sono, inoltre, gli studi storiografici di Angelo Bozza riguardanti l’area del Vulture-Melfese dove l’autore si soffermò su alcune minoranze etniche, occupandosi delle tradizioni popolari dei paesi albanesi della zona del Vulture. 

giovedì 23 giugno 2022

Il Mezzogiorno contemporaneo. 1. L'operazione antropologica di Giuseppe Pitrè

Anche in ragione di quanto accadeva fuori d’Italia, a fine Ottocento c’erano ormai le condizioni perché gli studi di tradizioni popolari si configurassero come disciplinate. Ed è questa l’impresa cui si dedicò Giuseppe Pitré, medico. 


In materia di poesia popolare, Pitré restò legato a concezioni romantiche cui aggiunse una notevole carica di «sicilianismo»: non certo chiuso e campanilistico come quello che rimproverò a un altro raccoglitore di canti siciliani, Lionardo Vigo, ma in ogni caso sempre volto a sottolineare, accentuare, esaltare la peculiarità e l’autoctonia siciliana dei canti raccolti nell’isola. Ma per altri aspetti Pitré si fece portatore delle prospettive comparativistiche europee. Così in Pitré convivono l’aspirazione antropologica derivata dagli indirizzi positivistici europei, e gli interessi di storia patria (o locale) che nascono dalle propensioni romantiche e dal suo amore per i canti e per la Sicilia. 

Egli non si limitò semplicemente a fare opera descrittiva, o comunque soltanto erudita, sia nel commentare sia nel procedere a raffronti tra le tradizioni siciliane e quelle di altre regioni o nazioni; ma delle tradizioni stesse pose in luce il significato etnico e l'importanza storica e soprattutto diede, oltre alla raccolta, i principî per l'avviamento allo studio della demopsicologia (come egli chiamò la sua scienza): il che egli ottenne, ora premettendo ai proverbî, ai giuochi, agl'indovinelli, saggi introduttivi, che informano sullo stato delle ricerche e sulle principali questioni; ora facendo seguire alle leggende e ai canti studî critici che sono il frutto di ampie e profonde investigazioni.

Va notato che nella demopsicologia di Pitré non trovano gran posto i problemi politico-sociali del tempo (questione meridionale, emigrazione, mafia ecc.); e anche in seguito, con rare eccezioni, i modi culturali e le condizioni di vita del mondo contadino restano oggetti d’indagine reciprocamente separati.

Decine di raccolte di canti, racconti, usi, credenze furono generate dall’impulso di Pitré e dal clima dell’epoca: a questa attività demologica regionale si collega (ma ne supera decisamente i confini) anche l’opera di vari romanzieri veristi o immediatamente postveristi, con i nomi di Giovanni Verga e Luigi Capuana per la Sicilia, di Grazia Deledda per la Sardegna, di Matilde Serao per Napoli e di Gabriele D’Annunzio per l’Abruzzo. E, fuori del regionalismo veristico o delle influenze di Pitré, qualche utilizzazione di forme e modi della poesia popolare fu fatta anche da poeti quali Giosue Carducci, Giovanni Pascoli, Severino Ferrari.


giovedì 9 giugno 2022

Il Mezzogiorno moderno. 23. Una traduzione napoletana da Tacito



A Napoli veniva pubblicato, nel 1810, l’Agricola tradotto in italiano da Giuseppe De Cesare, del resto figura notevolissima di studioso e patriota e, come il Gargiulli, attore e spettatore di tutta l’età napoleonica.

Il napoletano De Cesare, infatti, aveva partecipato al governo repubblicano del 1799 come componente del Corpo municipale, mentre il fratello minore Francesco militava nell'esercito repubblicano. Entrambi avevano partecipato all’ultima difesa di Castel Sant'Elmo e, dopo la capitolazione, erano stati rinchiusi con altri “patrioti” nelle carceri della Vicaria. Il De Cesare fu infine condannato all'esilio e alla confisca di tutti i beni posseduti nel territorio del Regno. In esilio a Firenze, il De Cesare aveva pubblicato proprio la traduzione della Vita di Agricola di Tacito, che ben presto ebbe, tra i lettori, letterati del calibro di Monti e Cesarotti. A questi anni risale anche l’Esame della Divina Comedia, pubblicato a Napoli nel 1807 e che, come la traduzione tacitiana, ottenne un lusinghiero successo. 

Nel 1807, il De Cesare ottenne dal conte Agar de Mosbourg la carica di capo divisione nel ministero delle Finanze a Napoli, continuando la sua attività letteraria su diverse riviste letterarie locali. Collaborò, inoltre, alla progettazione del nuovo sistema finanziario, ricoprendo dal 1812 al 1820 la carica di amministratore generale dei Dazi indiretti. 

Perché l’Agricola? Lo esplicitava De Cesare stesso nella prefazione alla prima edizione del testo:

"Tutti converranno meco facilmente, che sia questa la più bella produzione di Tacito, ed il più bel pezzo di biografia dei Latini [...]. Tutto vi respira infatti la virtù più la più pura, le idee le più liberali e moderate nel tempo stesso, il santo amor della Patria, ed il più santo amore dell’Uman Genere tiranneggiato e vilipeso da Roma [...]. Quante riflessioni ci presentano i fatti che egli ci racconta! Quante applicazioni possiamo noi farne alle vicende dei tempi posteriori [...]".

De Cesare, dunque, ai due estremi dell’età napoleonica e, anzi, come “superstite” di essa fino all’età ferdinandea inoltrata, come testimone di una generazione che non arrivò, nemmeno in campo culturale, «prossima a morire alla storia», ma seppe intelligentemente adattare le direttive napoleoniche sull’educazione recuperando classici spesso non ben accetti dalla corte e dall’imperato-re stesso. Il classicismo “imperiale” e non più “repubblicano” diventava, dunque, un modo, in consonanza con la cultura politica del tempo, per “esemplarizzare” virtù civiche e morali che avrebbero dovuto servire da guida per la condotta nell’azione politica. 

giovedì 19 maggio 2022

La Basilicata moderna. 43. Le tipologie urbane a metà Settecento

 Dalla relazione Gaudioso emerge, in primo luogo, un quadro alquanto variegato delle tipologie urbane. La provincia comprendeva, infatti, 117 centri abitati distribuiti in quattro “Ripartimenti”. Era, in effetti, una provincia piuttosto vasta, che, fino a quell’epoca, era nota sostanzialmente attraverso la descrizione datane, ad inizio del secolo, dal Pacichelli:

"Opportuno è il passaggio dall’Hirpinia nella Lucania, Terra questa, anzi fra l’uno, e l’altro partimento delle due Provincie distesa, che a quella unita, ò congionta; la maggior parte però più inchiusa, e con qualche portion della Puglia, e Grecia grande, volgarmente detta Basilicata. Vogliono i seguaci di Leandro Alberti, e del Pontano, che questo nome sia sorto da’ Veleni suoi naturali, ò dal Greco Imperadore, che ne dotò la figliuola, ò da un tal Basilio, che col suo valore ne scacciò i Greci: e taluni molto meglio stimano, per la sua Signoria rilevata, sendo che la sua voce Greca, significa propriamente Regale, forsi perché al Regal Dominio da tempo lungo sia ella appartenuta, à differenza delle due precedenti de’ Prencipi  di Benevento, ò Salerno. […] La dividono gli Apennini dalla minor parte della Lucania, che resta nell’Ulterior Principato, hà per limiti dal lato di Greco e Tramontana le Terre, di Bari, e di Otranto, con la Provincia di Capitanata per la Riviera dell’Ofanto, dall’Oriente e Libeccio il Mare Ionio, ò di Taranto, dall’Africo alquanto il Tirreno, e dal Mezogiorno, col fiume Lao, la Calabria inferiore. In questa circonferenza dunque si ferma la particella de gl’Hirpini avvanzata al superior Principato, un taglio della Puglia Daunia, e Peucetia fra l’Ofanto, e il Bradano verso i rigagni loro, ed il lembo maritimo della Grecia grande […]. Hoggi è Matera Sede Arcivescovale, e Risdenza insieme de’ Regali Ministri per la Giustizia, e Finanze in Basilicata. I Vescovadi suffraganei sono, Lavello, Marsico vecchio, Melfi, Montepeloso, Muro, Rapolla, Tricarico, Tursi, e Venosa, Eccedono il centinajo nella Provincia le Terre, e Castelli: e con tredeci Torri guarda i due Mari. Ella viene inaffiata particolarmente da’ Fiumi, Braciano, Acalandro, ò Roseto, Siri, ò Seno, e Taciri, e da altrettanti Laghi non nominati da gli Eruditi. È Paese assai montuoso, non però inameno per la giocondità de’ suoi fruttiferi campi".

In quest’ampia provincia, i Ripartimenti avevano una consistenza piuttosto omogenea. Quello di Tursi comprendeva 31 centri abitati e si spingeva da Montescaglioso e da Ferrandina, sino ai confini della Calabria e da Terranova del Pollino sino a Gallicchio. Quello di Maratea comprendeva 30 centri abitati e comprendeva le zone dalla costa tirrenica fino a Viggianello, a Miglionico e a Corleto Perticara. Quello di Tricarico, con 29 centri abitati, comprendeva Potenza e i paesi del basso Potentino, estendendosi sino a Pietrafesa e da Sasso sino ai centri dell’alta valle dell’Agri, da Montemurro a Tramutola. Il Ripartimento di Melfi, infine, comprendeva 28 centri abitati, a nord di Potenza. 

Oltre a questi centri. Risultavano quasi delle énclaves i feudi di San Basile e Policoro, situati nel Ripartimento di Tursi.

I 117 centri abitati distribuiti nei 4 Ripartimenti della Basilicata erano, comunque, piccoli nuclei abitati con una popolazione inferiore ai mille abitanti. Oltre a Matera (13382 abitanti), Potenza (8000) e Lauria (6000) soltanto tre centri superavano i 5000 abitanti: Melfi (5523), Avigliano (5500) e Ferrandina (5000). Sette superavano i 4000 abitanti: Laurenzana (4800), Pisticci e Tursi (4200), Muro, Rivello, Tricarico e Viggiano (4000). Sei i 3000: Calvello e Venosa (3700), Moliterno (3500), San Fele (3200), Montepeloso (3071), Rionero (3050).


Da quanto sinora riportato risulta di per sé evidente come una provincia interna, qual era la Basilicata, mostrasse una netta sproporzione tra la vastità del suo territorio e le tipologie insediative, cosa di cui lo stesso Carlo doveva essersi accorto, pur attraversandone la parte meno montuosa e forse più omogeneamente abitata. Infatti, a fronte di un semplice 17% degli abitati costituito da città statutariamente tali, ben il 92% degli insediamenti basilicatesi rientrava nell’ambito delle Terre. Una provincia, dunque, del resto peculiare anche per l’intreccio, sul versante istituzionale, di Università, Feudo e Chiesa che, spesso in concorrenza tra loro, erano i tre fondamentali livelli che di fatto esprimevano l’amministrazione del potere locale, tramite conflitti, ma anche forti intrecci. Un connotato, questo, che, in alcuni centri, tra i quali Matera, Venosa, Potenza assunse dimensioni e forme di esercizio concreto ancora più particolari e alquanto significativi rispetto al contesto circostante.


giovedì 5 maggio 2022

La Basilicata moderna. 42. Il dossier di Rodrigo Maria Gaudioso


La rapida visita fatta in Basilicata nel gennaio del 1735, sulla via di Messina, indusse Carlo di Borbone a disporre una inchiesta sulle condizioni di questa regione e Bernardo Tanucci incaricò a tal proposito Rodrigo Maria Gaudioso, avvocato fiscale dell’Udienza di Matera, di raccogliere dati e notizie per stilare una relazione sulle condizioni economiche e sociali di questa provincia:

"Illustrissimo signor mio padrone colentisimo

In questa settimana essendomi capitata una stimatissima carta di Vostra Illustrissima de 19 del cadente aprile con mi si è servito comandarmi per il serviggio di S. M e per le occorrenze che allo stesso vengono le facessi un’esatta discrittione di questa provincia avvisandole minutamente il sistema d’essa ne i propri termini che si è servita comandarmelo; ond’io in altro che accuso il ricivo di tal riverentissimo ordine di V.S.V., passo a parteciparle che sarà da me subbito ubbedito e eseguito colla celerità più possibile nella propria maniera che si e servita imprimelo, ed impritanto rinnovando a V. S V.I.I.I. sempre più rispettosa la mia cita osservanza con devotissimo inchino verso immutabilmente".

Gaudioso, segretario fiscale della Regia udienza di Basilicata e Marchese di Camporeale, già il 30 aprile rispose che avrebbe provveduto con celerità, inviando agli amministratori delle università di Basilicata una lettera per sollecitarli alla stesura delle singole relazioni, soprattutto gli amministratori inadempienti entro sei giorni. Il Gaudioso inviò, quindi, una lettera a tutti gli amministratori delle università chiedendo di stendere una relazione sullo stato dei propri centri indicandone posizione, abitanti, produzione, giurisdizione, amministrazione, introiti e tasse.

Un successivo sollecito fu inviato dal Gaudioso a molte Università:

"Matera 30 aprile 1735

Signor. Regente d. Bernardo Tanucci

Segretario di giustizia presso S. M

Miles. D. Rodrigo Maria Gaudioso ex marchionibus Campi Reali Regi Fisci […] provinciae Basilicate […]

Magnifici sindaci, eletti cancellieri, ed ogni altro a chi spetta dell’università di tutti luoghi di questa provincia di Basilicata vi significo che fra il ternime  di giorni io avessimo rimesso in nostro potere fede veridica del numero degl’abitanti dai vostri rispettivi luoghi, vescovadi colle loro entrade e plebende, badie, conventi dè frati, parrocchie,baroni con loro entrade, i nobili di ciaschè d’una città con loro entrada, prodotti del terreno, marina, meccanica, entrade rege, tribunali con loro ministri, e salari di ciascuno,usanze, leggi,stili particolari ed inclinazioni dei popoli. E’ perché finora non abbiate curato ubbidire, abbiamo perciò fatto urgente, col quale vi dicemo ed avvertimo che precisamente […] tra il termine d’altri giorni 6 lo dobbiate remettere in risposta della fede di quel tanto vi è nei singoli rispettivi luoghi.

Matera, li’ 8 gennaio 1736

Rodrigo Maria Gaudioso".

Rodrigo Maria Gaudioso inviò a Napoli un voluminoso dossier diviso, sostanzialmente, in due parti: la prima (cc. 1r-38v) era la relazione propriamente detta, nella quale l’avvocato fiscale aveva riassunto e rielaborato le relazioni inviategli dalle Università, organizzandole secondo le rubriche richieste agli amministratori e ponendo particolare rilievo nella registrazione delle entrate; la seconda parte (cc. 52r-416) raccoglieva le relazioni redatte dai cancellieri delle singole Università della provincia e dalle quali il Gaudioso aveva, appunto, tratto il materiale per la sua descrizione. La relazione del Gaudioso e quelle delle Università furono, poi, raccolte in un unico volume attualmente conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli. 

Quale immagine della Basilicata emerge da queste pagine? Una rappresentazione, tutto sommato, molto meno stereotipata di quanto si possa pensare. Infatti, pur con tutti i limiti evidenti di un’inchiesta condotta sostanzialmente a tavolino, senza adeguati strumenti di rilevazione, l’indagine del Gaudioso ebbe l’indubbio merito di essersi avvicinata a restituire un’immagine più realistica della Basilicata che, come ha scritto Valeria Verrastro, "che è, sì, quella regione aspra e dai precipitosi monti di cui ci parla l’Alberti: il vero attestano sindaco ed eletti di Brindisi quando ci descrivono territori “di aspera coltura per le spine, pietre ed altri intoppi, per essere, tali territori, la maggior parte montuosi, e non piani, e le vigne per essere in terreno duro”. Emerge anche, una Basilicata che in alcune sue zone pure si identifica con quella regione fertile descrittaci dal Mazzella: “con profitto gli abitanti dell’antica Montepeloso s’industriano alla semina dé grani, e biade in un territorio che è tanto quanto fertile, ed è sufficiente per lo mantenimento del paese”. Una regione, dunque, non del tutto priva di risorse, ma dove le stesse sono letteralmente falcidiate dalla perversità del sistema fiscale napoletano che, se da una parte indebita le Università, dall’altra aumenta a dismisura la rendita baronale e quella regale a tutto svantaggio dei ceti più umili. Quest'ultimi sottoposti a una infinita serie di contribuzioni su generi di consumo di prima necessità, di corresponsioni dovute alla feudalità laica (duchi e principi) come a quella ecclesiastica (Ordini religiosi e vescovi), così numerose da metterli nelle condizioni, come amaramente si legge nella già citata relazione su Brindisi, “di non aver più cosa propria che non sia soggetta ai suddetti pesi”. Una regione dove il ceto civile, che pure altrove va faticosamente facendosi strada, stenta a formarsi: “pochi i dottori di legge”, pochi pure i “dottori fisici”.

Ma più che la Relazione grande interesse rivestono le informative che furono spedite al Gaudioso dagli amministratori delle singole Università, per la grande mole di notizie in esse contenute e che il marchese di Camporeale ritenne, forse, opportuno tacere o inglobare nel più generale contesto “a volo d’uccello” della Provincia.

Paesi lucani. 71. Teana a fine Settecento

  FONTE: L. GIUSTIANI, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli , Napoli, s.e., 1805, t. IX, p. 143.