giovedì 27 febbraio 2014

La Basilicata moderna. 13. La Basilicata nel XIX secolo

Havvi nel fondo della penisola una regione la quale per ampiezza va innanzi a ogni altra, sol la cede all'insulare di Cagliari: e quasi altrettanto vasta di Toscana, ch'è pur divisa in sette provincie, si dilunga e s'allarga sovra un ventesimo della superficie del regno. Ha per confini due opposti mari e sei regioni. Novera quattro sedi di circondario, ognuno de' quali conta pressochè tre migliaia di chilometri quadri: quasi provincie. E nondimeno, umiltà disdicevole a tant' ampiezza, niuna delle contermini l'è addietro nel cammino de' progredimenti civili. Sovra ben settanta chilometri di scogliera molti seni, un solo e scarso approdo, quasi più che a sbocco di traffici a irrisione de' naviganti. Cinque grandi fiumane, molti canali - d'incerto letto, argini disfatti e nessun ponte: acque allaganti per ogni dove. Terreno sconvolto lungo civiltà varie che gli mutaron viso, da tremuoti, da rosioni de' secoli. Grandi foreste, onde ne' tempi in cui vi ricoveravano gli iddii, cosi narrano i gentili, dovea quella regione nostra essere un solo e vasto tempio. Qui orror di dirupi e cigli e balze e frane, là piani verdeggianti: or anella di monti, or cavità di convalli: dove squallore e paure di travolgimenti, altrove incantesimi di creazione. Non vaste città, poche n' hanno il nome: li più son villaggi miseri, ma ospitali. 
Non vaste città, poche n' hanno il nome: li più son villaggi miseri, ma ospitali. Delle antiche, talune vennero meno insieme alla grandezza e civiltà loro: onde grandi memorie, iscarse reliquie di città latine, niuna di greche. Metaponto ed Eraclea già sedi di imperi: or nuda terra e zolle ed acque ed aura letali, pestilenti. Fra men remote città, talune distrussero tremuoti: altre venner meno per migrazioni o incuria e disamore del luogo natio: di intiere o intatte nissuna: strana contrada ove ogni loco e città, poca o molta, ha la sua appendice di ruine. Più riti vi hanno devoti, il cattolico e il greco-scismatico: e nel mezzo, quasi in grembo agli indigeni, v'hanno colonie greche albanesi, con lingue e costumanze pertinacemente proprie. Vaghezza di favellii, colorito e immagini dell'oriento, modulazioni varie e melodie: solo indizio che ne rimanga di civiltà ed imperi de' quali prima vennero meno gli archi, i templi e le città che non la lingua: e prima pur essa della armonia modulatrice, nonostante il volgere de' secoli, de' favellii odierni. Rade vestigia di monumenti, un solo ha parti in piè, là dove fu la magna Grecia, il tempio di Pittagora: esili colonne, pochi archi e capitelli, umili suoi avanzi che un lieve soffio di altri anni atterrerà. Delle vie l'Appia, l'Aquilia, grandi arterie di popoli giganti, cancellato ogni segno: e corrono e pascolano animali su di terra ed ha nelle viscere colonne ed archi e mausolei di pario, di granito e vasi di finissimo lavoro e divise ed armi e monete - e iddìi, ed altri segni di civiltà ch'or son miti, come quella in cui viviamo lo sarà ne' millenj avvenire.

FONTE: E. PANI ROSSI, La Basilicata, libri tre. Studi politici, amministrativi e di economia publica, Verona, coi Tipi di Giuseppe Civelli, 1868, pp. 21-28.

La Basilicata medievale. 3. Luca di Demenna e Armento

Figlio dei nobili Giovanni e Tedibia, secondo la sua agiografia, Luca, nato a  Demenna (Castrogiovanni) fu educato nella fede e nella scienza divina. Appena giunse alla giusta età, i genitori lo sollecitavano spesso al matrimonio, ma egli non volle ascoltarli desiderando dedicarsi a Dio. Lasciata Demenna, si recò al Monastero dei monaci basiliani di San Filippo Siriaco di Agira.
Divenuto sacerdote di trasferì in Calabria e in Lucania, prima presso sant'Elia Speleota e in seguito (a causa delle scorrerie saracene che rendevano insicura la zona aspromontana) nella zona del Mercurion, ove fondò il monastero basiliano di Carbone. 
Lo spostamento di Luca ad Armento è invece facilmente databile, poiché dovuto alla discesa delle truppe ottoniane in Italia meridionale nel 968-969. L'episodio curioso della battaglia dei monaci ad Armento contro i Saraceni - naturalmente non attestato in altre fonti e, se non meramente agiografico, da ridimensionare comunque al livello di una scaramuccia - coincise verosimilmente con il periodo più intenso delle incursioni arabe nella regione, dopo la disfatta del generale bizantino Manuele Foca in Sicilia (caduta dell'ultima roccaforte bizantina, Rometta, nel 964) e culminante con la spedizione dell'emiro Abū l-Qāsim del 976: dovrebbe essere un episodio degli anni 970-980, perché le infermità attribuite a Luca verso la fine della sua vita escluderebbero simili imprese, come suggerito da Caruso (2003). Certi tratti della Vita permettono di dare a questa alternanza di fuga e di resistenza verso l'aggressore musulmano, dalla Sicilia alla Calabria centrale, alla Lucania, una vera dimensione sociale. Colpisce l'ampiezza dell'emigrazione, intere famiglie come quella di Luca, polarizzata dai grandi centri religiosi del continente, emigrazione che lascia supporre una parziale ricostituzione delle reti di solidarietà e delle strutture sociali da parte degli emigrati nel loro nuovo ambiente continentale. 
Infine giunse nell'antico Cenobio di San Giuliano nei pressi di Armento dove fu eletto abate. Prestò la sua opera di carità ai soldati feriti nel conflitto tra i Saraceni e i tedeschi di Ottone II; fortificò il castello di Armento e la chiesa della Madre di Dio, lasciandone la custodia ai propri discepoli. Di qui ebbe origine intorno al 971 il celebre monastero dei SS. Elia ed Anastasio di Carbone, che divenne il quartiere generale di Luca sia come baluardo fortificato contro le incursioni dei Saraceni, sia come palestra dei molti miracoli che egli vi operò. Luca morì, assistito da s. Saba di Collesano, il 5 febbraio 995 e il suo corpo è sepolto nella Chiesa Madre di Armento, a lui dedicata.

FONTE: Vita s. Lucae abbatis Armenti, in Vitae sanctorum Siculorum, a cura di O. Gaetani, Panormi 1657, II, pp. 96-99.

lunedì 24 febbraio 2014

Materiali didattici. 8. 18 agosto 1860: una ricostruzione documentata

Il 18 agosto 1860 una guarnigione borbonica composta da quattrocento soldati, comandata dal capitano Salvatore Castagna, si accampò sulla collina di Montereale per presidiare le vie di accesso dal fronte occidentale alla città di Potenza, bloccandone, altresì, gli ingressi. All’avvistamento dei primi drappelli, le truppe rientrarono in città dall’ingresso meridionale, concentrandosi in piazza del Sedile, sede del Comune e delle milizie cittadine e unico spazio disponibile all’adunanza, dato che la centrale piazza dell’Intendenza era occupata dalle baracche installate dopo il terremoto del 1857. 
Il contrasto con la popolazione, accorsa ad osservare l’entrata della guarnigione, era inevitabile e, secondo i cronisti, voluto dal capitano Castagna per soffocare qualsiasi movimento popolare . Oltre alla carica della Gendarmeria, i saccheggi e l’ovvia reazione popolare - coordinata dalla Guardia Nazionale e da un drappello comandato dal laurenzanese Domenico Asselta - avrebbero provocato la morte di quattro cittadini, oltre a molti feriti nelle operazioni di ritirata della guarnigione, che a sera lasciavano Potenza in mano agli insorti. 
Alle tre del pomeriggio, infatti, erano arrivate a Potenza le prime colonne insurrezionali, da Avigliano, Genzano, dal Melfese, dal Materano, capitanate dal sacerdote aviglianese Nicola Mancusi, da Davide Mennuni e da Francesco Paolo Lavecchia, mentre intorno alle otto arrivarono le colonne capitanate da Boldoni, per un totale di circa mille militi. I drappelli giunsero a Potenza secondo una triplice direttrice convergente: quelli del Mancusi e del Mennuni giunsero a Potenza lungo la via Appia, attraversando i Piani del Mattino, mentre il Lavecchia, giunto da Tricarico sempre lungo la via Appia, aveva attraversato il versante opposto della città, lungo il borgo San Rocco. I drappelli comandati dal Boldoni, che avevano seguito il percorso attraverso Anzi e Pignola, si erano riunite, sulla Tiera, con i drappelli di Pignola, Tito, Picerno e Baragiano, schierandosi a Poggio Cavallo e sulle rive del Basento per aspettare l’uscita definitiva della gendarmeria e delle autorità borboniche. 
Il 19 agosto 1860, in contemporanea al proclama di Mignogna e Albini sulla costituzione del Governo Prodittatoriale, l’Intendente Nitti, che pur aveva cercato di evitare ulteriori feriti dopo gli scontri del 18, raccomandando al Lavanga ed al Consiglio comunale di mantenere i propri posti, rassegnava le proprie dimissioni al Decurionato potentino che, riunitosi, cedette a sua volta i poteri al Governo. Lo stesso 19 agosto, comunque, le maggiori personalità del Decurionato entravano con decisione nel Comitato di sicurezza pubblica per barricare la città contro eventuali attacchi borbonici: vi entravano Domenico Montesano, Michele Luciano, Leopoldo Viggiani. Nella deputazione per vettovaglie e vetture, invece, fu incluso Angelo Maria Addone . Veniva, altresì, creato un Comitato di ingegneri preposti all’innalzamento delle barricate, composto da Alfonso Giambrocono, Francesco Pagliuca, Giuseppe Pippa, Antonio Ferrara, Gerardo Grippo, mentre Giuseppe Grippo, Giovanni Corrado e Federico Addone vennero preposti al comando della Guardia Nazionale cittadina.

domenica 23 febbraio 2014

La Basilicata napoleonica. 8. Il Regolamento di Polizia urbana e rurale di Potenza (1817)

//17// PROGETTO di Regolamento di Polizia Urbana, e Rurale del Comune di Potenza.
CAPITOLO PRIMO.
Art. I. TUTT’i venditori de’ commestibili, o siano Bottegari, debbono presentarsi al Sindaco, e dare il loro nome, cognome, patria, domicilio, e numero fra il termine improrogabile di tre giorni per tenersene un Registro, ed essere autorizzati a vendere, sotto pena di ducati tre. //18//
2.° Ogni Bottegajo deve tenere forzosamente esposti in vendita li seguenti generi, lardo, prosciutto, insogna, cacio, caciocavallo, manteche, ricotta, ed oglio, e la prima volta, che farà mancare alcun genere di sopra spiegato, sarà multato per ciascuno di essi di ducati tre, nella seconda di ducati sei, e nella terza oltre di questa ultima multa di chiudere per sempre la Bottega, senz’aver diritto ad aprirla.
3.° Ogni venditore, che fra il termine stabilito nel 1° articolo non si presenta al Sindaco per essere autorizzato ad aprire, o continuare a tener’aperta la Bottega; ed obbligarsi di non far mancare i generi contenuti nel 2.° articolo, oltre della pena stabilita nell’articolo I.°, sarà obbligato a tener chiusa la Bottega per sei mesi, ed ostinandosi di sottoporsi a tal’obbligazione a chiudere per sempre la Bottega.
4.° Ogni venditore di commestibili deve tenere le bilancie, li pesi, e le misure esatte segnati dall’autorità Amministrativa coll’impronto, e vendere le commestibili a norma dell’assisa, che gli sarà data dal medesimo, senza eccezione di giorni di fiera, di Natale, e Pasqua sotto la multa di ducati tre.
//19// 5.° Tutti li venditori dovranno tenere esposte avanti le loro Botteghe l’assisa, che sarà loro data in istampa, affinchè siano noti a’ compratori li prezzi de’ generi, e così evitarne le frodi sotto la multa di grana cinquanta.
6.° L’assisa sarà data anche a quei capi di roba, che per l’addietro ne sono stati esenti.
7.° La roba, che si espone in vendita deve essere simile alla mostra, che si presenta all’Autorità competente nel dare l’assisa, e la frode sarà punita con la multa di un ducato, oltre della perdita del genere.
8.° È proibito a’ venditori di alterare nelle loro qualità li generi, che da essi si venderanno sotto la multa di ducati tre, e di ducati sei ai recidivi.
9.° Non si potranno esporre in vendita li generi, che sono guasti, e putrefatti, e molto meno il vino sotto la multa di ducati tre, e nella seconda, e terza volta di ducati sei.
10.° Li macellaj distribuiranno la carne ai Cittadini senza parzialità né sarà lecito a’ medesimi di nascondere porzione, sotto pretesto di essere stata venduta, o riserbata //20// per altrui sotto la multa di un ducato, e ducati tre a’ recidivi.
11.° Li macellaj venderanno la carne, le interiore, li piedi, e le teste degli animali a diversi prezzi a norma dell’assisa, che sarà loro data dall’Autorità competente sotto la pena di grana 50.
12.° Il pesce sarà esposto in piazza a veduta di tutti, e sarà venduto a norma dell’assisa, e distribuito a’ compratori senza parzialità, sotto la multa di un ducato, e ducati tre per li recidivi.
13.° Li panettieri saranno obbligati a fare il pane ben cotto, e di buona qualità, il peso però non dovrà eccedere il rotolo sotto la multa di grana 50., e la perdita del pane.
14.° Li panettieri saranno obbligati a non far mancare il pane in piazza, sotto la multa di un ducato per la prima volta, e ducati tre essendo recidivi, e privati del diritto di far più pane, e qualora qualche circostanza lo impedisse, deve avvertire chi si conviene, che trovando giusto il motivo lo ammette, e credendolo malizioso lo sottopone alla multa stabilita come sopra; a qual’effetto è in obbligo ogni panettieri presentarsi dal Sindaco fra tre giorni, dirli //21// il suo nome, cognome, e domicilio, e obbligarsi di stare acciocch’è prescritto ne’ due antecedenti articoli, sotto la multa di un ducato, e della perdita del diritto di far più pane.
15.° Li fornaj saranno obbligati a tenere li forni aperti, e provveduti di legna onde non possa mancare il pane in piazza, ed al pubblico per loro negligenza, o malizia, dovendosi intendere obbligato col pubblico, subito che ha fatto l’affitto del forno col proprietario padrone del medesimo, sotto la multa di ducati tre, e ducati sei quantevolte mancassero in seguito, oltre all’obbligo di adempire al loro dovere.
16.° Li legumi saranno venduti a misura, e non a peso sotto pena di grana cinquanta.
17.° Li forastieri, che porteranno a vendere de’ commestibili; saranno soggetti alla assisa, ed obbligati di vendere alla minuta per lo spazio di ventiquattro ore, e poi all’ingrosso a chi loro pare, e piace, dovendosi uniformare acciocchè si è stabilito di sopra per la regolarità della vendita sotto la multa di un ducato, e trovandosi in contravenzione a detti articoli, essere sottoposto alla multa in essi stabilita.
18.° Li così detti Ricattieri non potranno //22// comprare da’ forastieri li generi, che porteranno a vendere in questa Città se non quando li medesimi siano stati esposti in piazza per ventiquattr’ore sotto qualunque pretesto, e particolarmente di averne uno contratto particolare, dovendosi in casi simili farne anticipatamente inteso chi si conviene, altrimenti non si ammette, ed immediatamente dovranno portarsi dall’Autorità per ricevere la nuova assisa sotto la multa di un ducato per la prima volta, e ducati tre per ogni altra consecutiva mancanza.
19.° Il forastiere, che porterà de’ commestibili a vendere in essa Città sarà garantito dall’Eletto di Polizia, affinchè non sia frodato da’ compratori, e così animati a portare degli altri generi a vendere.
20. Li venditori, che non hanno comodo di Botteghe venderanno li loro generi in piazza.
21. Vi sarà esposta nella pubblica piazza una bilancia co’ pesi, e misure, affinchè li compratori de’ commestibili possono indipendentemente vedere se abbiano ricevuto il giusto peso da’ venditori.
22. Tutti li Bottegaj, Tavernari, Cantinieri, e Locandieri, dovranno tenere aperte //23// le loro officine sino alle due della sera con un lume, o più avanti le rispettive porte per comodo de’ forastieri, e Cittadini sotto pena di ducati tre, oltre essere forzosamente obbligato, o di adempire alla prima parte, o pure chiudere l’Officina, dovendosi regolare la costruzione de’ lumi, e sua situazione dall’Eletto di Polizia per ottenere un certo ordine.
23. Per li molini vi saranno delle disposizioni particolari per correggere le frodi, e gli abusi, ed interinamente è obbligato ogni Cavallaro di riceversi il grano, che si porta a macinare al peso, che sarà fatto colla statera, e riportarlo colla diminuzione del sedicesimo, e della scadenza, o sia sfrido dell’uno, e mezzo per cento, dovendo di tutto ciò rispondere l’affittatore principale di ciascuno Molino, e rifiutandosi, o non adempendosi
al contenuto in esso articolo dal Molinaro, oltre della rifazione della mancanza sarà sottoposto ad una multa di ducati tre per la prima volta, e sei nelle altre contravenzioni.
24. Ogni compratore di commestibili, che sarà leso nel prezzo, e nel peso si recherà dall’Eletto di Polizia, che gli sarà fatta pronta giustizia.
//24// 25. Tutti gli controbandi in materia di dritti proibitivi saranno portati all’Eletto di Polizia per le opportune providenze a norma delle istruzioni, che si daranno fuori dal Signor Intendente della Provincia.
26. L’Eletto di Polizia avrà tutta l’Autorità di adoprare li mezzi, che crede per far’eseguire esatto il contenuto ne’ suddetti articoli, provocare le multe, e tradurli presso le autorità competenti per far punire la loro condotta fraudolente a’ presenti regolamenti.
CAPITOLO II.
Art. I. Le strade interne, ed esterne della Città saranno mantenute colla maggior pulitezza dagli abitanti della stessa, facendole nettare in ogni sabato per quanto si contiene l’estenzione della casa, che ciascuno ha diritto, sotto pena di grana 20.
2. Le immondezze saranno gittate nei Carbonaj, che saranno destinati, e dove saranno posti li segni, sotto l’istessa pena di grana 20.
3. Sarà interdetto ai Cittadini di devastare le strade interne, ed esterne della Città, sotto la multa di ducati tre.
//25// 4. Le strade interne, ed esterne non saranno imbarazzate da tavole, travi, materie di pietre, montoni di terra, pennate; ed altre cose simili, sotto la multa di ducati tre, oltre all’obbligo di adempire.
5. Li cadaveri degli animali bruti saranno trasportati nel lido del fiume, e coverti di arena, e la mancanza ad esso articolo sarà punito colla multa di ducati tre, oltre all’essere a danno del padrone trasportato detto cadavere nel luogo designato.
6. Non sarà permesso ad alcuno Cittadino d’ingombrare le strade di passaggio colla permanenza delle propria persona, sotto la multa di grana cinquanta.
7. Il macello degli animali sarà eseguito fuori le porte della Città, e non già nella piazza, dove si deve semplicemente vendere, sotto la multa di ducati sei.
8. Non sarà permesso dalla pubblicazione del presente regolamento far continuare in mezzo alla pubblica piazza della Città le Botteghe ad uso di ferrarie, e da macello, dovendo queste esser situate assolutamente fuori le mura della Città, o in luoghi che saranno destinati dall’Eletto di Polizia, autorizzando lo stesso a far ciò eseguire, ed i controventori multarsi in ducati sei.
9. Ogni qualvolta neviga saranno tenuti gli abitanti lungo le strade di radunare le neve, e rompere gli ghiacci, ed indi ammassarli nel mezzo delle strade stesse, onde il camino sia libero a tutti, e senza pericolo, sotto la multa di grana 20
10. Gli Edificj, che minacciano rovina, a spese del proprietario, ed immediatamente rifatti dalli medesimi in miglior forma coll’intesa dell’Amministrazione, e dove portasse la circostanza per lo miglioramento di un luogo, strada, o via doversi fare in dietro, sarà obbligato ciò eseguire, e facendo il contrario capricciosamente, oltre l’essere obbligato alla demolizione di quella parte dell’edificio, che detenesse il luogo, pagare la multa di ducati sei.
11. Ogni proprietario di case sarà obbligato d’intonacare l’esterno delle medesime, ed imbiancarle almeno una volta l’anno nella stagione propria, salvi li patti trai locatori, e conduttori delle case, in contrario sarà fatto il travaglio d’ordine dall’Eletto di Polizia a spese del proprietario, o pagherà la multa di un ducato.
12. Saranno demolite tutte le gradinate, indistintamente, che ingombrano li vichi, //27// e strade della Città, ed all’istante saranno rifatte a spese de’ proprietari, in guisa che resta libero la strada, sotto pena di ducati sei.
13. Saranno chiuse tutte quelle cataratte, che sono sulle pubbliche strade, le quali introducono ne’ bassi terreni per uso di case, cantine, ed altro, sotto la multa di ducati sei.
14. Gli antecedenti articoli 12., 13. saranno eseguiti fra otto giorni dalla pubblicazione del presente Regolamento da’ proprietari delle scale, che occupano le strade, e vichi, e da quelli de’ bassi, che hanno i cataratti, qual tempo elasso, sarà eseguito anche di ordine dell’Eletto di Polizia a spese de’ proprietari, e pagheranno la multa di ducati sei.
15. Tutte le case di abitazioni saranno fornite immediatamente di cammini da fumo da’ proprietari delle stesse per togliere quelle voragini, che annebiano la Città sotto pena di ducati tre.
16. Tutti li proprietari delle case saranno obbligati rifare a proprie spese a proporzione della possidenza, le selci, che sono guaste nelle strade, o vichi con la direzione di un buon Artefice, e coll’intelligenza dell’Autorità Amministrativa, giusta l’ese- //28// cuzione, affinchè si faccia il travaglio colle regole dell’arte, e senza pregiudizio di alcuno, sotto la multa di ducati sei per i renitenti, oltre del pagamento della roba.
17. Non sarà permesso ad alcun Cittadino di occupare il suolo pubblico nella Città con edificj, ed altro in qualunque parte della stessa così dentro, che fuori, e particolarmente ne’ larghi, o siano vuoti di essa, anzi sarà tenuto ogni Cittadino prima di cominciare a demolire per rifare la sua casa di presentarsi all’Autorità Amministrativa, e dichiarare la sua idea sopra luogo per ottenere il permesso in iscritto dalla medesima dopo
riconosciute non pregiudizievole al pubblico, essendo vietato espressamente accordarle di occupare qualunque menoma parte del suolo pubblico o con scale, o con edificj, o in altro modo sotto la risponsabilità personale degli Amministratori, non dovendo restare pregiudicato il pubblico del permesso ottenuto come sopra dal diritto di dimandare la demolizione dell’edificio senza prescrizione di tempo, sotto la multa di ducati sei.
18. Non sarà permesso a’ Cittadini introdurre gli Armenti in Città, e farli pernottare, e soprattutto gli animali neri, né //29// farsi lecito di tenerli nelle proprie case, ed abitazioni, sotto la multa di ducati due.
19. Colui che ha il carico di accendere i riverberi, sarà obbligato di adempire esattamente ai patti convenuti nell’istromento stipulato.
Non è permesso d’introdurre lini, cannape, o altro simile genere in Città, se non dopo averlo travagliato, o sia ammazzato, sotto la multa di ducati tre, e della perdita del genere.
21. È permesso dalla fiera di Agosto a tutto Gennaro di ciascun’anno tener i neri d’ingrassa per proprio uso chiusi nelle stalle senza farli uscire per la Città, sotto pena di grana 50. per i controventori questo articolo.
22. Non è permesso ad alcun Cittadino di aprire canali, che scorresse in mezzo alle strade, o vichi, che bagnasse, o imprattasse le medesime con delle lordure ec. sotto pena di ducati sei, oltre al dovere di chiuderli.
CAPITOLO III.
I. Non sarà permesso ad alcun Cittadino di aprire delle strade, e camminare per //30// dentro de’ territorj coltivati, e seminati, e molto meno introdurne li loro animali da soma, sotto la pena di ducati tre.
2. Non sarà lecito ad alcun Cittadino d’introdurre li loro armenti ne’ terreni coltivati, e seminati per farli pascolare sotto l’istessa pena.
3. Niun Cittadino si farà lecito di rompere le siepe, limiti, fossati, od altri argini, che chiudono li territorj appadronati sotto la multa come sopra.
4. Niun Cittadino ardirà di devastare le strade della campagna, e deviare il corso delle acque in pregiudizio de’ fondi, degli altri Cittadini, sotto la pena della rifazione del danno, e della somma di ducati tre.
5. È vietato ai Cittadini di attentare sugli acquedotti della pubblica fontana di lavare de’ panni nella vasca della stessa, o in altre maniere rendere l’acqua immonda, sotto la pena di grana 50., ed otto giorni di detenzione.
6. È vietato a qualunque Custode di animali di qualunque sorta introdurli nelle vigna in qualunque tempo dell’anno, sotto qualunque pretesto, sotto la pena di ducati sei, oltre la rifazione del danno.
7. Che i ladri di qualunque sorta di //31// frutta, vua (sic), foglia, ed altri in campagna, colti nella flagranza, saranno soggetti ad una prigionia di giorni 15. ad un mese, ed una multa di un ducato a tre, secondo le circostanze; e quelli provati tali per mezzo del testimone, o pegno levato dal Custode all’istessa pena.
8. Gl’incisori degli alberi fruttiferi, o di delizie sono soggetti all’istessa pena, e della multa ai devastatori delle siepe, o altri ripari, come altresì per quelli, che rubbano delle piante di qualunque sorta di frutta sono soggetti all’intiera penale di sopra stabilita.
9. È vietato di anticipare la raccolta immatura di qualunque sorta di frutta, o vua (sic) sotto pena della perdita della robba, e di una multa da grana 50. a ducati sei. All’istessa pena sarà soggetto quello, che l’espone in vendita.
CAPITOLO IV.
Art. I. Li Coadiutorj di Polizia, ed il Cassiere della medesima, saranno rispettati da ogni classe di Cittadini come pubblici Funzionarj.
2. A norma delle circostanze saranno li //32// presenti regolamenti modificati, minorati, ed accresciuti.
3. Vi sarà anche un Cassa di Polizia in cui si depositeranno le multe, che saranno inflitte dall’Eletto di Polizia a’ controventori de’ presenti regolamenti, che servirà per fondo, e mantenimento della Polizia stessa.
4. La Cassa sarà amministrata dal Cassiere Comunale, che avrà cura di esigere le multe, incassarle, e rendere il conto.
Potenza 5. Gennajo 1817.
Firmati » Gerardo Cortese Sindaco » Gaetano Riviello » Giacinto Giuliani » Giuseppe Viggiani » Bonaventura Giacumma » Gerardo Guerreggiante » Giambattista Marini » Nicola Ricciuti » Domenico Cortese » Domenico Antonio Marone » Gerardo Castellucci » Luigi Maffei » Vincenzo Giambrocono » Gerardo Catalano » Luigi Isabelli » Raffaele Mazzolla » Bonaventura Pietrafesa Decurioni.
Gaetano Grippo Cancelliere.

FONTE: «Giornale degli Atti dell’Intendenza di Basilicata», n. 2 (1817), Supplemento, pp. 17-32.

giovedì 20 febbraio 2014

La Basilicata moderna. 12. La Basilicata nel XVIII secolo

Opportuno è il passaggio dall’Hirpinia nella Lucania, Terra questa, anzi fra l’uno, e l’altro partimento delle due Provincie distesa, che a quella unita, ò congionta; la maggior parte però più inchiusa, e con qualche portion della Puglia, e Grecia grande, volgarmente detta Basilicata. Vogliono i seguaci di Leandro Alberti, e del Pontano, che questo nome sia sorto da’ Veleni suoi naturali, ò dal Greco Imperadore, che ne dotò la figliuola, ò da un tal Basilio, che col suo valore ne scacciò i Greci: e taluni molto meglio stimano, per la sua Signoria rilevata, sendo che la sua voce Greca, significa propriamente Regale, forsi perché al Regal Dominio da tempo lungo sia ella appartenuta, à differenza delle due precedenti de’ Prencipi  di Benevento, ò Salerno. […] La dividono gli Apennini dalla minor parte della Lucania, che resta nell’Ulterior Principato, hà per limiti dal lato di Greco e Tramontana le Terre, di Bari, e di Otranto, con la Provincia di Capitanata per la Riviera dell’Ofanto, dall’Oriente e Libeccio il Mare Ionio, ò di Taranto, dall’Africo alquanto il Tirreno, e dal Mezogiorno, col fiume Lao, la Calabria inferiore. In questa circonferenza dunque si ferma la particella de gl’Hirpini avvanzata al superior Principato, un taglio della Puglia Daunia, e Peucetia fra l’Ofanto, e il Bradano verso i rigagni loro, ed il lembo maritimo della Grecia grande […].
Hoggi è Matera Sede Arcivescovale, e Risdenza insieme de’ Regali Ministri per la Giustizia, e Finanze in Basilicata. I Vescovadi suffraganei sono, Lavello, Marsico vecchio, Melfi, Montepeloso, Muro, Rapolla, Tricarico, Tursi, e Venosa, Eccedono il centinajo nella Provincia le Terre, e Castelli: e con tredeci Torri guarda i due Mari. Ella viene inaffiata particolarmente da’ Fiumi, Braciano, Acalandro, ò Roseto, Siri, ò Seno, e Taciri, e da altrettanti Laghi non nominati da gli Eruditi. È Paese assai montuoso, non però inameno per la giocondità de’ suoi fruttiferi campi. All’Apennino aggiugne il Vulture, ed il Colle Batino.

FONTE: G. B. PACICHELLI, Il Regno di Napoli in prospettiva diuiso in dodeci Prouincie, in Napoli, nella Stamperia di Michele Luigi Mutio, 1702, vol. I, pp. 264-265, 266.

lunedì 17 febbraio 2014

Personaggi. 8. I Rendina di Campomaggiore

La famiglia Rendina offre un esempio notevole, ancorché poco studiato, di autorappresentazione. Casi finora poco studiati, ma sui quali risulta utile dare alcuni cenni che possano evidenziare come il caso Rendina possa aiutare una ricostruzione ed una lettura dell’immagine del sé  da parte di una famiglia del patriziato di Basilicata a tutto tondo: nel campo dell’autorappresentazione scritta, della monumentalità, della pratica politica.
Il primo esempio è rappresentato dalla Istoria della Città di Potenza dell’arcidiacono potentino Giuseppe Rendina, composta tra il 1668 e il 1673. Una sorta di ‘storia ibrida’, in quattro libri, che mostra chiaramente la sovrapposizione, visibile, peraltro, anche nella storiografia coeva di Matera e di Venosa, tra agiografia, archeologia e genealogia. Nel libro I, infatti, trattando delle origini della città, il Rendina mostrava di adeguarsi al modello della fondazione ‘mitistorica’ recuperando, come nel caso del Cenna per Venosa, frammenti della ‘grande’ storia e disinvoltamente adattandoli alla città anche tramite il capzioso ricorso alle fonti epigrafiche. Per costruire un adeguato fondamento all’archeologia cittadina – considerato che il puro ricorso alla storia non poteva dimostrare alcunché -, il Rendina, nell’intento di legare alla Chiesa le virtù civico-morali dei cittadini, si diffondeva, nel secondo libro, sulla leggenda, di origine beneventana, dei Santi dodici fratelli cartaginesi, martirizzati sotto l’imperatore Massimiano e proclamati patroni della città. Passava, poi, a trattare, nel libro III, per meglio dimostrare la continuità del potere ecclesiastico, degli eventi storici riguardanti la locale Chiesa, incentrato sulle vicende della cattedrale e di Gerardo La Porta, vescovo di Potenza e patrono della città, nonché, secondo il consueto modello della cronotassi, sui vescovi suoi successori e sulla loro opera di costruzione degli spazi sacri, tramite la fondazione di chiese, monasteri e luoghi pii. Nel libro IV, infine, l’autore ricuciva storia sacra ‘antica’ e storia recente, dimostrando l’importanza della propria città con la narrazione della rivolta di Potenza contro Carlo d’Angiò, della infeudazione ai Guevara, della venuta, nel 1502, del duca di Nemours, in attesa del Gran Capitano Consalvo de Cordova, chiudendo, come a suggellare la dinamica cittadina, con una vera e propria microgenealogia della famiglia Loffredo, che l’autore, seguendo in questo i dettami dei genealogisti, capziosamente legava al principe longobardo Arechi.Più che costruire una vera e propria narrazione “storica”, il Rendina utilizzò la storia, l’antiquaria, il diritto come griglie strutturali per delineare la costruzione materiale delle città, ricorrendo anche all’agiografia, con una prima “prova” fondata sulla nascita “eroica” della città da un eroe o da un dio, spesso collocati nella prima, grande guerra storicamente “provata”, quella troiana, cui seguiva la vita del Santo patrono, con il racconto del ritrovamento delle sue reliquie, la descrizione delle chiese cittadine e la cronotassi dei vescovi, nel costante modulo interpretativo di una città-chiesa con la sua sacralità politico-amministrativa, che andava ad integrare il potere regale su un piano di parità.

Se il canonico Rendina rappresenta un notevolissimo caso di autorappresentazione “scritta”, ancor più evidente risulta tale volontà di intervenire nel campo dell’immagine di sé con Teodoro Rendina, considerabile come il “fondatore” di Campomaggiore, costruita su progetto di Giovanni Patturelli, allievo del Vanvitelli, che pose come base della sua progettazione le idee delle teorie utopistiche di Robert Owen e Charles Fourier. Il centro abitato fu, infatti, progettato per sole 1600 persone, con case disposte a scacchiera, i cui abitanti avessero un appezzamento di terra da coltivare con un numero di ulivi predefinito ed una vigna. Al centro del paese si trovava la Chiesa, intitolata alla Beata Vergine Maria del Monte Carmelo e il Palazzo baronale, disposti in armonica posizione rispetto alla Piazza dei Voti, per indicare, non più in posizione opposta, quanto piuttosto concorde, la volontà di collaborazione tra i poteri locali. Le prime 16 famiglie si insediarono il 20 novembre 1741.
Il modello di comunità agricola di Campomaggiore, dunque, rientrava in pieno nell’alveo della cultura dei riformatori napoletani, in primis di Antonio Genovesi e delle sue Lezioni di Commercio, secondo il quale era necessario perseguire un indirizzo politico di decentramento della popolazione e del commercio  dalla Città verso la periferia, con un’accorta ripartizione della proprietà.
In non casuale sintonia, dunque, con l’esperimento borbonico di San Leucio, “simbolo e modello” di una società pacifica, nella quale non sarebbe esistita la proprietà privata e il commercio sarebbe stato fondato sull’agricoltura e sui mestieri. 

Infine, a livello di autorappresentazione fattuale può essere interessante richiamare il ruolo svolto dal marchese Gioacchino Cutinelli Rendina nei cruciali mesi della rivoluzione del 1860. Il Rendina, marchese di Campomaggiore, aveva partecipato alla rivoluzione del 1848 e, inquisito, era stato relegato in domicilio coatto proprio a Campomaggiore come attendibile politico. Solo nel 1855 era stato escluso dalla lista degli attendibili. Aveva, comunque, un ruolo di traino notevole tra i liberali della zona, come è evidente dal fatto che, nominato presidente dei Comitati insurrezionali di Campomaggiore e Trivigno, aveva, fin dal luglio 1860, ricevuto l’incarico di mantenere i contatti con il laurenzanese Domenico Asselta per il rifornimento di armi e la contribuzione pecuniaria necessaria ai sottocentri insurrezionali. Infatti Trivigno era inclusa nel centro principale dei 12 nei quali era stata divisa la Basilicata in previsione della rivoluzione “d’appoggio” all’avanzata di Garibaldi, ossia quello di Corleto; nel contempo, il Cutinelli era a capo di un comitato, quello di Campomaggiore, incluso nel sottocentro di Tricarico. In entrambi i casi, Cutinelli era in rapporto con due dei più importanti esponenti del movimento insurrezionale, quali il presidente del Comitato Centrale, Carmine Senise, e il tricaricese Francesco Paolo Lavecchia. Proprio con il Comitato di Corleto il Cutinelli ebbe scambi epistolari ed incontri sull’organizzazione militare, come evidente da una lettera da Corleto dell’8 agosto, nella quale si fa riferimento alla proposta, da parte del marchese, di organizzare su solide basi militari il movimento insurrezionale. Su tale proposta si decise che compito dei presidenti dei comitati cittadini fosse quello di capitanare i drappelli insurrezionali dei s
ingoli centri fino al loro congiungimento con le colonne d’area partite dai sottocentri insurrezionali. Nella fattispecie, Gioacchino Cutinelli Rendina avrebbe dovuto congiungersi, con i drappelli di Campomaggiore e Trivigno, alla colonna tricaricese, capitanata da Lavecchia. In realtà, il comando del drappello dei 20 militi di Campomaggiore sarebbe stato accortamente delegato a Leonardo Chiaromonte e Angelo Maria Giudice. L’esperienza militare ed organizzativa del marchese di Campomaggiore era, dunque, notevolissima, se gli stessi Prodittatori, Giacinto Albini e Nicola Mignogna, gli affidarono, il 20 agosto, quindi il giorno dopo la proclamazione del Governo Prodittatoriale, il compito di fare da tramite tra il Governo e il comando militare degli insorti, affidato al colonnello Camillo Boldoni, rappresentando «l’organo fedele ed immediato tra il Capo militare ed il Governo», con piena facoltà di veto «nel caso […] che le suddette operazioni potessero tornare a scapito del presente stato di cose». Si spiega, dunque, come il 24 agosto Gioacchino Cutinelli Rendina fosse nominato aiutante di campo dallo stesso Camillo Boldoni.

domenica 16 febbraio 2014

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