venerdì 14 giugno 2013

Nicola Addone di Potenza nel giudizio di un contemporaneo



Un cittadino di Potenza,Niccolò Addone, ricco, fiero per natura, devoto della cristiana religione, amante di repubblica, ma occulto, perché temeva nelle dubbietà di quello stato arrischiare le sue ricchezze, quando vide lo spettacolo atroce, giurò vendicarlo, e noi potendo apertamente, usò d'inganni. Conciossiachè, fingendosi Borboniano, allegro della morte del vescovo, chiamò a convito gli uccisori, e, dopo lauta mensa e bevere trasmodato, tutti gli spense; né già di veleno, ma di ferro; e più col braccio proprio che de' suoi fedeli, che pure a mensa o nascosti nella casa attendevano il comando della strage.
Orrida scena, che spiacque a' partigiani medesimi di repubblica; e l'Addone, ciò visto, fuggì di Potenza, e tenutosi lungo tempi ne' boschi, si riparò in Francia. Anni appresso, perdonato di quei misfatti per decreti del nuovo re Giuseppe Bonaparte, tornò in Regno; e l'età nostra lo vide accusatore calunnioso di delitti di maestà a pro de' Borboni, e a danno di onesti cittadini. Né fu punito; e vive ancora tra ricchezze avite, o mal tolte.


Da P. COLLETTA, Storia del Reame di Napoli, su liberliber.it

giovedì 13 giugno 2013

Risorgimento lucano. 9. Picerno 1799


La piccola città di Picerno, che aveva festeggiato con sincera allegrezza il mutato politico reggimento, assalita de’ Borboniani, sbarrò le porte; e aiutandosi del luogo allontanò più volte gli assalitori.
Sino a che, declinando le sorti universali della repubblica, torme più numerose andarono all’assedio; e fu agli abitanti necessità combattere dalle mura, finita dopo certo tempo la munizione di piombo e consultando del rimedio in popolare parlamento, fu stabilito che si fondessero le canne di organo delle chiese, poscia i piombi delle finestre, in ultimo gli utensili domestici e gl’istrumenti di farmacia, con i quali compensi abbondò il piombo come abbondava la polvere.
I sacerdoti eccitavano alla guerra con devote preghiere nelle chiese e nelle piazze; i troppo vecchi, i troppo giovani pugnavano quanto valeva debilità del proprio stato; le donne prendevano cura pietosa de’ feriti; e parecchie, vestite come uomini, combattevano a fianco de’ mariti o de’ fratelli; ingannando il nemico meno dalle mutate vesti che per valore. Tanta virtù ebbe mercede, avvegnachè la città non cadde prima che non cadessero la provincia e lo Stato.

Da P. COLLETTA, Storia del Reame di Napoli, Trezzano, S.a.r.a., 1992, p. 221.

mercoledì 12 giugno 2013

Paesi lucani. 7. Montalbano in età moderna. 1. Qualche cenno

Montalbano si connota per la sua posizione strategica, su un’ampio colle che si eleva per 292 metri sul livello del mare e dista dallo Ionio 22 chilometri.
Il castello fu il primitivo nucleo intorno al quale sorse l’agglomerato urbano e ne rimase il centro di potere e di aggregazione lungo tutto il ciclo della modernità; cresciuta, comunque, la popolazione, Montalbano aveva allargato il proprio abitato oltre la cinta delle mura, anche grazie ad un’espansione economica notevole, dovuta alla fertilità delle sue terre.

1601
1622
1671
1675
1703
1736
1798
1805
Abitanti
3.020
2.395
1.085
1.085
1.085
3.000
2.536
2.600


Nel XV secolo, e più precisamente nel 1463, Montalbano era passata ai Sanseverino. Con la rovina della famiglia Sanseverino, il feudo fu messo in vendita «ad asta pubblica» nel 1573 ed acquistato da Garcia de Toledo, la cui famiglia acquisì giurisdizione feudale sull’abitato con il titolo di principi. Dopo i Toledo, il feudo montalbanese era passato agli Alvarez de Medina Sidonia, che lo avrebbero mantenuto fino all’età napoleonica.
La notevole importanza di snodo viario ed economico ricoperta da Montalbano fu, nella prima metà del Settecento, la sosta di Carlo di Borbone nel 1735: infatti il sovrano, che avrebbe potuto proseguire da Policoro per Rocca Imperiale, invece si fermò nel centro ionico, accoltovi in modo festoso ed entusiastico. Di conseguenza, il sovrano, per dimostrare la sua soddisfazione per l’accoglienza ricevuta, il 23 gennaio 1735 concesse all’Università di Montalbano il titolo di città. Nell’ambito delle diocesi basilicatesi, Montalbano, tra l’altro, rientrava nella diocesi di Tricarico, una delle più estese della provincia, il che dimostra come anche il potere ecclesiastico percepisse l’importanza del centro ionico per il controllo degli snodi della costa.

martedì 11 giugno 2013

Guglielmo Gasparrini, botanico di Castelgrande

Guglielmo Gasparrini nacque a Castelgrande il 13 gennaio 1804 da Angelo Maria e Isabella Federici. Compì gli studi elementari a Castelgrande e poi, quindicenne, fu inviato a Napoli, a spese della provincia natale, nel collegio di medicina veterinaria. Questo però, nel 1821 fu chiuso per ragioni politiche e il Gasparrini, già molto interessato alla botanica, fu nel frattempo ospitato da Michele Tenore presso l'Orto botanico di cui era fondatore e direttore. Quando il collegio fu ripristinato, il Gasparrini poté farvi ritorno e nel maggio del 1823 vi si laureò veterinario con la nomina di botanico senza diploma. Dopo un breve soggiorno ancora nel paese natale, tornò all'Orto napoletano per proseguire gli studi botanici.
Qui strinse amicizia con G. Gussone, che seguì poi nel 1824 per coadiuvarlo nella direzione dell'Orto botanico di Boccadifalco presso Palermo, fondato come Reale Giardino botanico nel 1818 da re Ferdinando I. Anche altre ville e parchi reali, per le dimensioni e per la qualità delle specie raccolte, di fatto divennero luoghi di ricerca per i botanici.
Collaborò con il Gussone nell'erborizzazione del territorio siciliano e nella successiva compilazione della flora siciliana, nella quale l'autore cita quasi ad ogni pagina il contributo del Gasparrini. Del resto anche nella Flora Italica di A. Bertoloni il Gasparrini fu ricordato più volte per la sua partecipazione attiva all'opera sistematica dei botanici italiani. Nel 1827 il Gasparrini fu nominato direttore aggiunto di Boccadifalco e poi, quando il Gussone si trasferì a Napoli con l'incarico di curare i giardini reali, con altro decreto regio del 10 aprile 1828 ne divenne il direttore effettivo. In quel periodo dedicò a quell'Orto le Osservazioni intorno ad alcune piante nuove e rare. Nel 1831 fu abolito l'Orto di Boccadifalco e il Gasparrini fu costretto a tornare a Napoli, dove ottenne l'incarico di botanica e di aiuto in clinica nella scuola veterinaria diretta da F. De Nunzio. Nel marzo 1833 conseguì la laurea in scienze fisiche e naturali all'Università di Napoli. Nel '37, per decreto, fu nominato agronomo del Demanio pubblico di Napoli, finché nel '44 vinse la cattedra di professore aggiunto di botanica all'università. Noto per le sue idee liberali, quando nel '48 fu istituito il governo costituzionale, fu nominato da Antonio Scialoja, ministro dell'Agricoltura, capo del II ripartimento del ministero di Agricoltura e Commercio. In tale veste propose l'insegnamento dell'agraria nelle province del Regno delle Due Sicilie.
Passata quella fase politica, nell'aprile del 1852, con nota della prefettura di polizia, fu accusato di sedizione e destituito con la perdita dello stipendio e della pensione dell'Orto di Boccadifalco. Ma a differenza del re Ferdinando II, che pare gli fosse ostile e che gli attribuiva a demerito anche le proposte fatte per l'istruzione agraria nel territorio napoletano, Luigi di Borbone, conte di Aquila, fratello del re  e G. B. Di Capua, duca di Mignano, lo stimavano e proteggevano tanto che alla fine, anche per il tramite di R. de Visiani, nel 1857, il Gasparrini fu nominato dal governo lombardo-veneto professore straordinario a Pavia di botanica superiore, divenendo l'anno successivo professore definitivo.
La cattedra era stata istituita per la prima volta in Italia per separare l'insegnamento della fisiologia e anatomia dalla pura sistematica, come già era in uso in altre università europee; l'Università di Pavia, restaurata e rinnovata dagli imperatori d'Austria Maria Teresa e Giuseppe II, era una delle poche italiane che risentisse della cultura centroeuropea.
A lato della cattedra il Gasparrini fondò il laboratorio di anatomia e fisiologia vegetale, considerato il primo in Italia. Aveva portato con sé da Napoli l'erbario, più tardi acquistato dal governo per l'Università pavese, ricco di 4000 specie rappresentanti la flora dell'Italia meridionale, della Sicilia e in piccola parte quella esotica. Dall'ottobre del 1858 il Gasparrini fu rettore magnifico e si prodigò nell'aiuto ai feriti delle battaglie del '59. In quel periodo poté compiere qualche viaggio a scopo scientifico a Parigi, Londra e Ginevra. Nell'ottobre del '60 il governo prodittatoriale di Napoli finalmente lo nominava professore incaricato di botanica nella locale Università con la direzione dell'Orto, e poi titolare nel novembre dell'anno successivo alla morte di Tenore.
Lasciata quindi Pavia il Gasparrini iniziò il 9 novembre 1861 l'insegnamento a Napoli e lo mantenne fino alla morte, che avvenne in quella città il 28 giugno 1866. Con testamento pubblico aveva destinato lasciti in denaro al Consorzio nazionale, alla Scuola veterinaria e all'Accademia di scienze di Napoli.

FONTE: Voce di M. ALIPPI CAPPELLETTI in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1999, vol. 52

lunedì 10 giugno 2013

Paesi lucani. 6. Sant'Arcangelo moderna: la struttura urbana

La Terra di Sant'Arcangelo sorgeva su una collina, che nel punto più alto raggiunge i 388m di altitudine, posta sul lato destro del fiume Agri. Essa era compresa nella diocesi di Anglona e Tursi, e distava da quest'ultima 12 miglia e da Matera 35 miglia. Il suo agro confinava con Tursi, Colobraro, Roccanova e Senise.
Sant'Arcangelo risulta uno dei centri più importanti già nel XII secolo, come evidente dal fatto che il geografo Idrisi la prendesse come punto di riferimento nelle misurazioni. Egli, infatti, poneva come perno delle misurazioni il castello:

Da Armento a sant 'arkang.lì sei miglia. E da San Mauro a b.snìàn nove miglia. Da Bisignano ad 'akràk dodici miglia. Da 'akràk a Sant'Arcangelo dodici miglia. E da Sant'Arcangelo a ruqqah fi lab' sei miglia. Da Sant'Arcangelo a qulubràt dodici miglia. Da Sant'Arcangelo, a man destra, per s.nis dodici miglia. Da [Sant'] Arcangelo a ganàniì, a sinistra, dodici miglia. Il wàdi 'akrì passa in mezzo a queste due terre. Da [Sant'] Arcangelo a q a stài [m.stàl], castello difendevole, sei miglia.

 Da questa informazione si può affermare che a Sant'Arcangelo in quel periodo esistesse un castello, del quale nel XVIII e XIX secolo erano ancora visibili i ruderi, oggi completamente scomparso e ne resta solo il nome Castello al rione in cui anticamente era collocato.
Il centro abitato aveva inizialmente la forma di una “C”, le cui due estremità erano il rione Mauro e la strada Marrocco, mantenuta fino verso la metà del Settecento, quando vennero costruite nuove case nella zona tra il palazzo principesco e il convento dei Frati Riformati, edificati entrambi nella prima metà del Seicento. Il paese si estese così verso la parte nord-ovest attraverso il prolungamento della strada Marrocco, assumendo la figura di una “S” .
Il palazzo principesco, o burgensatico o Corte, venne edificato nel 1630, e nel 1638 i conti erariali riportano già la spese per la manutenzione dell'edificio, che fu costruito come una delle dimore del principe e della corte, completo di carceri, peraltro in uso fino al 1875. Successivamente divenne residenza del Governatore del feudo e dei suoi amministratori, e dopo l'abolizione della feudalità venne destinato a sede della Pretura, a caserma e a carcere.
Il convento dei Frati Riformati, sotto il titolo di San Michele Arcangelo, venne edificato nel 1618 per volere del principe e dell'Università, negli orti poco distanti dall'abitato, dunque rimanendo per lungo tempo separato dal centro abitato, che, peraltro, attualmente è esposto verso settentrione, mentre è da presupporre che anticamente fosse più esposto verso il sole: la parte più antica del paese corrisponderebbe agli attuali rioni di Mauro, della Piazzolla e del Castello, disposti verso sud-ovest. Tale zona era caratterizzata da un terreno arenoso e cretaceo e dunque soggetta a frane: ciò avrebbe indotto a spostare le abitazioni verso zone geologicamente più sicure.
Il paese, comunque, subì ulteriori cambiamenti urbanistici. In primo luogo, l'antico borgo che conserva ancora il nome di Casale era separato dal centro abitato da presenze di terre coltivabili, che successivamente furono occupate da case, in tal modo unendolo al centro. Nel 1721 fu edificata la nuova Chiesa Madre nel luogo dove si trova attualmente, in prossimità del rione Castello. La costruzione di quest'ultima portò altri cambiamenti: la piazza antistante la Chiesa Madre divenne la piazza principale, la piazza Marrocco (ricavata dall'allargamento della strada Marrocco, che aveva subito una biforcazione in cui un ramo unisce il borgo del Casale all'abitato e l'altro continua verso il palazzo principesco) divenne la seconda piazza, e la piazza più antica del paese, posta vicino alla chiesa di S. Maria degli Angioli (situata nel rione Mauro) perse di importanza e venne denominata Piazzolla, da cui prese il nome il rione.
Con l'aumento della popolazione si ebbe, inoltre, la necessità di aumentare le abitazioni e, di conseguenza, si ebbe un allargamento della zona urbana, in particolar modo in seguito al terremoto del 1857: le parti più alte del paese furono le più colpite e fu costruito un nuovo rione nella parte bassa che prese il nome di Sant'Antonio Abate dalla cappella che vi si trovava anticamente.

giovedì 30 maggio 2013

Scrittori di Magna Grecia. 1. Ocello e la scuola di Pitagora

È noto come Pitagora insegnasse, per quarant'anni della sua vita, a Metaponto, dove sarebbe morto. Nella sua scuola, fra le donne, erano note le lucane Esara e Bindaice. Proprio di Metaponto furono Brontino, Parmisco, Orestada, Leone, Damarmeno, Enea, Chilante, Melesia, Aristea, Lafaone, Evandro, Agesidamo, Senocade, Eurifemo, Aristomene, Agesarco, Alcia, Senofante, Trasea, Eurito, Epifrone, Irisco, Megistia, Leocide, Trasimede, Eufemo, Procle, Antimene, Lacrito, Damotage, Pirrone, Ressibio, Alopeco, Astilo, Lacida, Antioco, Lacrale, Glicino, Aresa (che sarebbe stato a capo della scuola) e Eurifamo.
Ma il più noto resta Ocello, del quale si ricordano Sulla natura dell'universo, Sul regno, Sulle leggi e Della giustizia.
Sotto il suo nome – ma si tratta probabilmente di una falsificazione tardo-ellenistica -, oltre ad un frammento dello scritto Sulle leggi, ci è pervenuto un trattato integrale, Sulla natura dell’universo, sicuramente spurio e che non può essere anteriore al I secolo a.C. L'opera porta avanti la dottrina che l'universo è increato ed eterno, che alle sue tre grandi divisioni corrispondono i tre tipi di esseri (dei, gli uomini e demoni) e, infine, che la razza umana con tutte le sue istituzioni (la famiglia, il matrimonio e la come) deve essere eterna. L'autore raccomanda un modo ascetico di vita, al fine di una perfetta riproduzione della razza e della sua formazione in tutto ciò che è nobile e bello.
Qui si riporta la traduzione integrale del prof. Vinci Verginelli, alla guida del Circolo Virgiliano di Roma dal 1971 al 1987:

1. Ocello Lucano ha scritto queste riflessioni sul mondo: qualcune gli sono state suggerite dagli indizi manifesti della natura, alcune altre per sua opinione e per ragionamento, e qualche altra per le considerazioni e per le congetture su ciò che appare più probabile.

2. Il mondo mi sembra che non debba mai essere stato prodotto e debba essere imperituro: come esso è sempre sta­to, così esso sussisterà sempre. S'esso fosse sottomesso al tempo, esso non esisterebbe più. Così dunque, esso è increa­to ed imperituro. Se qualcuno pensa ch'esso sia stato prodot­to, certamente egli non potrà concepire il mezzo nel quale esso sarà dissolto e come finirà. Dappoiché il mezzo nel qua­le esso sarebbe stato prodotto sarebbe la prima parte del mondo, e nello stesso tempo il mezzo nel quale esso dovreb­be essere dissolto ne sarà l'ultima parte. Ma se il mondo fosse stato prodotto, esso lo sarebbe stato unitamente a tutte le sue parti, e s'esso dovesse venir distrutto lo sarebbe con tutte le sue parti; il che è impossibile: dappoiché è necessario che ciò dal quale esso è stato prodotto sia stata la sua prima parte e che ciò nel quale esso sarà dissolto sia la sua ultima parte: la prima di queste parti sarebbe dunque esistita prima del mondo; la seconda esisterebbe dopo la di lui distruzione; poiché essa è ciò nel quale esso sarebbe dissolto: né l'una né l'altra di queste cose può essere. Il mondo dunque non ha avuto principio e non avrà affatto fine; è impossibile che sia altrimenti.

3. Ogni cosa che ha ricevuto un principio di produzione e che debba partecipare alla distruzione riceve due mutamenti. L'uno si fa dal meno al più e dal peggio al meglio: e la cosa per mezzo della quale questo mutamento comincia ad operarsi si chiama produzione, e ciò entro il quale esso (mutamento) avviene si chiama vigore. Il secondo mutamento si fa dal più al meno e dal meglio al peggio: e la fine di questo mutamento è denominata distruzione o dissoluzione.

4. Se l'Universo dunque è ingenerato e corruttibile, esso deve per conseguenza cambiare dal meno al più e dal peggio al meglio; e così in seguito egli deve cambiare dal più al meno e dal meglio al peggio; è ancora necessario che il mondo (sempre nell'ipotesi ch'esso sia stato prodotto) prenda un accrescimento ed una più grande forza, ed infine egli deperirà e finirà: dappoi­ché tutta la natura prodotta ha una progressione di tre termini e di due intervalli. I tre termini sono la generazione, la forza e la fine; gli intervalli sono quello dopo la nascita sino alla forza e quello dopo la forza sino alla fine.

5. Il mondo non ci dà al riguardo alcun indizio e noi non vediamo che sia stato ingenerato dappoiché egli non cambia punto in meglio né in più, ed egli non decresce né diventa peg­giore. Egli persevera invece sempre nello stesso stato ed egli è sempre uguale e simile a se stesso.

6. Le prove e gli indici evidenti di questa verità sono gli adattamenti, le simmetrie, le forme, le situazioni, le distanze, le potenze, le velocità e le lentezze reciproche, dappoiché tutte queste cose e quelle ad esse simili ricevono un cambiamento od una diminuzione a seconda della progressione di una sostanza prodotta e per loro mezzo le migliori cose seguono lo stato di forza a causa della loro potenza e le più piccole e le più cattive tendono alla distruzione a causa della loro debolezza. Ma nel­l'essenza e nella stabile natura del mondo nulla di ciò si nota.

7. Io denomino mondo ciò che si chiama il tutto, l'Universo: è a causa di questa universalità ch'egli ha ottenuto il nome che gli si è dato. Esso è ornato di tutte le perfezioni. Esso è infine lo specchio completo e perfetto della natura e di tutte le sostanze. Nulla esiste fuori di lui. Se qualche cosa esiste, essa esiste in lui e con lui. Esso comprende tutti gli esseri differenti; gli uni come delle parti e gli altri come delle produzioni accidentali.

8. Se ne deduce che le cose contenute nel mondo hanno un accorcio ed una affinità con lui. Il mondo invece non ha alcuna affinità ed alcun accordo se non con se stesso: tutte le altre cose sussistono avendo una natura non perfetta in sé ed esse hanno ancora bisogno di un legame con le cose che esistono fuori di loro; come gli animali con la respirazione, la vista con la luce, gli altri sensi con l'oggetto sensibile che loro è proprio; le piante con la nascita e l'accrescimento, il sole, la luna, i pianeti le stelle fisse con la parte della sistemazione generale delle cose. Ma il mondo al contrario non ha alcun rapporto con alcuna cosa se non con lui stesso: e la natura sua è indipendente da quella di tutti gli esseri particolari.

9. Ci basterà approfondire questa verità con una semplice comparazione. Se noi consideriamo che il sole scaldando gli altri corpi deve necessariamente essere caldo lui stesso e per se stesso, il miele essendo dolcificante deve essere dolce lui stesso, i principi di dimostrazione essendo significativi, per esprimere le cose oscure devono essere chiari e sensibili per loro stessi. Se noi consideriamo dunque tutte queste cose, noi dobbiamo con­cluderne che una sostanza per essere causa ad altre di loro per­fezione, deve essere perfetta in sé e per se stessa: e che una sostanza per essere causa ad altre della loro conservazione e della loro durata deve essere conservante e perseverante da per se stessa e che infine una sostanza per essere la causa di armo­nia e di adattamento in altre, deve essere armonica ed adattabile per se stessa. Ora il mondo essendo la causa dell'esistenza della conservazione e della perfezione di tutte le cose, è dunque imperituro e durerà tutta l'eternità poiché egli è per se stesso la causa della durata di tutte le cose.

10. Se l'Universo viene ad essere dissolto, è necessario ch'esso sia dissolto in ciò che è o in ciò che non è; è impossibile ch'esso sia dissolto in ciò che è dappoiché ciò che è, è l'Univer­so stesso, o, almeno, una certa parte dell'Universo; esso non può d'altra parte essere dissolto in ciò che non è poiché ciò è parimenti impossibile, che ciò che è sia composto di parti inesi­stenti: che ciò che esiste sia dissolto in ciò che non esiste. Dunque l'Universo è indistruttibile ed imperituro.

11. Se qualcuno pensa che il mondo sarà distrutto, occorre che egli convenga ch'esso sarà distrutto perché sormontato o da qualcosa fuori del tutto o da qualcosa compresa nel tutto. Ciò non sarà per mezzo di una cosa fuori del tutto poiché fuori del tutto nulla può esistere tutti gli esseri esistendo nel tutto, e il mondo o Universo è precisamente il tutto. Ciò non avverrà per mezzo di una cosa che sia in esso (Universo) dappoiché biso­gnerebbe che questa cosa fosse più potente e più grande che il tutto e questo non può essere poiché tutte le cose sono neces­sariamente poste in essere nel tutto; esse devono a lui la loro esistenza. Il tutto non potendo dunque essere distrutto né per cosa al di fuori né per cose al di dentro, il mondo deve essere eterno indistruttibile ed imperituro, poiché l'Universo o mondo è il tutto.

12. Intanto, se noi consideriamo in generale la natura intie­ra, noi vediamo ch'essa interrompe la continuità delle cose prin­cipali e più eccellenti: essa attenua questa continuità, in una cer­ta proporzione conducendola alla mortalità e ricevendo una progressione nella sua propria costituzione. Dappoiché le cose prime non essendo che gusci (gabbie, spoglie) cambiano la loro natura a seconda delle loro qualità e cambiano parimenti il loro ciclo che è una progressione che non è né di seguito né conti­nua e che non è della specie di quella che si fa nel luogo, ma di quella che si fa per mutamento.

13. Per esempio: il fuoco ove sia concentrato in un punto di riunione ingenera l'aria e l'aria l'acqua e l'acqua la terra: e lo stesso ritorno e lo stesso periodo di mutamento ha luogo dalla terra al fuoco, di dove egli fuoco ha cominciato a mutarsi. Allo stesso modo i frutti, le piante, gli alberi, hanno ricevuto un prin­cipio di generazione per mezzo dei semi, in seguito essendo divenuti frutti e giunti alla loro perfezione essi si risolvono di bel nuovo nel loro germe, compiendo la natura questa progres­sione per mezzo della stessa cosa e nella stessa cosa.

14. Gli uomini e gli altri animali cangiano successivamente e corrono più presto al termine della natura. Poiché non vi è affatto per essi un ritorno verso il primo stadio né di antiperistasi e di mutamento, come ve ne sono per il fuoco, l'aria, l'acqua e la terra; ma avendo finito il ciclo diviso in quattro parti per mez­zo delle quattro età; e disseccati i mutamenti di tali età essi peri­scono e non sono più generati. Tutte queste antiperistasi e que­sti differenti mutamenti formano delle figure e degli indici che l'Universo, o il tutto che contiene tutti i corpi, conserva e così tutte le cose che in lui sono contenute e quelle che in lui furono distrutte.

15. La forma del mondo, il movimento, il tempo e la sostan­za non avendo né principio né fine sono sicure garanzie che l'Universo non è mai stato prodotto e non sarà mai dissolto. La forma del mondo è rotonda e fa un cerchio, questo cerchio è uguale e simile da ogni lato, esso è dunque per conseguenza senza principio e senza fine, e così la specie o la natura del movimento essendo a sua volta in cerchio, essa è eterna: non può ricevere alterazione. Quanto al tempo nel quale questo movimento avviene, esso è infinito, poiché ciò che è compene­trato a lui non ha avuto principio e non avrà fine, dappoiché l'Universo non è né passeggero né mutevole; ed esso non è di natura soggetta a cambiare, né in peggio né in meglio. Egli è dunque manifestamente certo dappertutto ciò che stiamo dicen­do, che il mondo è improdotto ed indistruttibile. E noi non dire­mo di più su questo soggetto.

mercoledì 29 maggio 2013

La Basilicata medievale. 2. L'età federiciana (C. D. Fonseca)

Difficile da definire nella sua consistenza geografica per la fluidità dei suoi confini specialmente per quanto riguarda l'area occidentale dell'antica Lucania, la Basilicata federiciana assume precise connotazioni entro due coordinate: a sud verso lo Jonio e a nord verso il Vulture. Nel testamento di Federico II raccolto dal notaio "magister Nicolaus de Brundusio" il 10 dicembre 1250, riferendosi alla concessione e alla conferma del principato di Taranto al figlio Manfredi, venivano chiaramente indicati i confini nella parte jonica di questo grande e singolare feudo e delle contee che insistevano ‒ Monte Scaglioso, Tricarico e Gravina ‒ "a porta Roseti [in Calabria] usque ad ortum fluminis Brandani [alle pendici dell'Appennino vicino ad Acerenza]". Sempre nello stesso testamento la preoccupazione di garantire la transitabilità del fiume Ofanto che delimitava l'area del Vulture aveva spinto Federico ad assegnare per la riparazione del ponte i proventi della masseria di S. Nicola di Melfi ubicata vicino al corso dell'Ofanto.
I primi contatti di Federico con la Basilicata erano avvenuti nel luglio del 1227: a Melfi, dove era giunto da Gravina di Puglia, tra luglio e agosto di quell'anno, Federico emanava tre documenti di interesse generale relativi a questioni interne alla sede episcopale di Ratisbona, alla protezione concessa a quattro monasteri cistercensi austriaci, al rinnovo del patto federativo con Luigi re di Francia.
Vi ritornava nel maggio 1231 proveniente da Lucera e rimaneva a Melfi e nei dintorni sino a settembre quando dall'antica capitale normanna emanava le Constitutiones regni Siciliae: in quei mesi nella sua cancelleria venivano redatti sette documenti destinati al monastero del Ss. Salvatore di Monte Amiata, ai comuni della Tuscia, a Venceslao re di Boemia, a Gerardo vescovo di Brema, a Sergio abate del monastero di S. Maria e dei martiri Trifone e Biagio di Ravello, a Ermanno Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri teutonici.
Un terzo soggiorno a Melfi è documentato nell'agosto-settembre 1231 e un quarto tra il 18 luglio, proveniente da Spinazzola, e il mese di settembre 1232: durante quest'ultimo periodo, tra gli altri, vanno segnalati due documenti di grande interesse: uno destinato al monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone nella diocesi di Anglona con il quale l'imperatore accoglieva il glorioso cenobio sotto la sua protezione e l'altro relativo alla nomina di Riccardo di Brindisi ad arciprete della chiesa di Altamura eretta e fondata dallo stesso Federico che la esentava da qualsiasi giurisdizione episcopale.
Ma ciò che più conta è che da Melfi incaricava il 9 agosto 1236 il magister Enrico di Colonia di trascrivere il suo esemplare delle Abbreviationes di Avicenna e del De animalibus tradotti da Michele Scoto; con un'altra lettera, indirizzata ai "Magistri in philosophia docentibus", inviava la traduzione in latino da lui stesso fatta curare dal greco e dall'arabo di alcuni trattati di Aristotele e di altri filosofi.
Nell'ultimo periodo della vita del sovrano svevo viene registrato un soggiorno a Melfi nell'agosto 1249 quando confermava al comune di Macerata una concessione effettuata da suo figlio Enrico VII.
I documenti dianzi citati rappresentano certamente una spia significativa dei rapporti tra Federico II e la Basilicata, ma non costituiscono una testimonianza esaustiva per individuare le presenze dell'imperatore svevo nei territori lucani se si considerano le altre attività esercitate dal sovrano non riportate nelle testimonianze narrative e documentarie, specialmente per quanto riguarda l'esercizio della caccia, la costruzione dei castelli e il controllo delle masserie che richiedevano una infrastruttura viaria adeguata ed efficiente. Dall'altra parte è altrettanto noto come le strutture viarie della Basilicata risultano estremamente esigue, sì da richiedere la creazione di una rete di adduzioni indispensabile per collegare l'unica arteria esistente di ascendenza classica collocata tra la Via Appia e la Via Popilia, la Herculia appunto, alle distese boschive, al sistema castellare, alla rete delle masserie sparse su tutto il territorio della regione.
La Via Herculia tagliava trasversalmente la regione collegandola con la Puglia e la Calabria e seguiva l'itinerario che da Candela e da Accadia portava a Venosa (Venusium civitas), a Rionero in Vulture (Ad pinum), a sud di Lagopesole (Ad fl. Bradani), a Potenza (Potentia), a Satriano o Brienza (Acidios), a Grumento vecchio (Grumentum), a Calvera o Teana (Semucla), a Rotonda (Nerula): era, questo, lo snodo per immettersi sulla Popilia.
Da questa importante strategica infrastruttura viaria si sviluppavano le varie diramazioni per raggiungere a nord le masserie di S. Gervasio, Monteserico, Gaudiano, Lavello e S. Nicola de Aufido e poi tutto il sistema difensivo che da nord a sud costellava l'intera superficie regionale non senza fare riferimento al "parco delle uccellagioni" che, a quanto scrive Giovanni Villani, Federico realizzò "presso a Gravina e a Melfi, alla montagna: e il verno stava a Foggia a uccellare, la state alla Montagna a cacciare a suo diletto". Del resto di questa alternanza tra il palazzo imperiale di Foggia e le distese boschive della Basilicata costituiscono un'eloquente riprova i documenti già citati che riferiscono sui suoi soggiorni in Basilicata.
Comunque questa viabilità minore è variamente attestata: basti pensare alla Via Appia per Silvum che portava al castello di Spinazzola e alla domus di Gravina, alla Via Venusina che conduceva al castello di Monteserico, al tratto interno da Butunto (Bitonto) a Pissandas (Lagopesole) che consentiva di raggiungere il castello di Acerenza.
Il "parco delle uccellagioni" istituito da Federico II interessò i territori di Melfi e di Lagopesole: si tratta di zone accuratamente prescelte sia per le particolari bellezze naturali sia per la spiccata vocazione venatoria. All'interno di queste zone l'imperatore fece costruire o riadattò preesistenti fabbriche per far fronte alle esigenze legate alla sua permanenza e a quella del suo seguito.
Di queste domus solaciorum è ricca la Basilicata e risultano collocate nel nord della regione in contiguità con la Capitanata verso la quale Federico esprimeva una particolare predilezione: "Cum solatiis nostris Capitanatae provinciam", scriverà Federico, "frequentius visitemus et magis quam in aliis regni moram sepius trahimus ibidem". Le domus solaciorium deputatae della Basilicata sono nove: Torre di Cisterna, S. Nicola de Aufido, Gaudiano, Lavello, Boreano, Monteserico, Agromonte, Montemarcone, Lagopesole. Una particolare attenzione dell'imperatore meritava certamente Lagopesole per il suo ambiente ricco di acqua, di boschi e di selvaggina tale da proporsi come un bacino ideale entro il quale era possibile verificare quell'ampio spettro di osservazioni di cui è ricco il trattato sulla falconeria, il De arte venandi cum avibus.
In prossimità delle domus solaciorum dell'area del Vulture-Melfese si incontrano le masserie regie o demaniali verso le quali Federico sviluppò una politica particolarmente mirata in quanto, insieme con i castelli e con i porti, esse furono considerate cardini importanti dell'intera organizzazione territoriale attraverso i quali era possibile sviluppare le iniziative del potere centrale nella commercializzazione del prodotto agricolo.
Le masserie regie di età federiciana sul territorio della Basilicata sono quelle di Gaudiano, Lagopesole, Lavello, Monteserico, S. Gervasio, S. Nicola d'Ofanto presso Melfi, Spinazzola; se si eccettua quest'ultima, tutte le altre insistono intorno a una domus solaciorum: riprova evidente di quel rapporto strettissimo, anzi della coincidenza, tra queste e il territorio circostante tale da riproporre quel modello sistemico di insediamento di cui si faceva cenno prima.
Si trattava di un complesso agro-pastorale di notevoli dimensioni che richiedeva un impegno organizzativo adeguato da parte della Corona. A tale proposito Federico II con la Constitutio sive encyclica super massariis Curiae procurande et provide regendis istituiva i provisores massariarum con lo scopo di compilare gli inventari "mense octobris annuatim", di indagare sul regolare funzionamento delle fattorie constatando "si diminutionem inveneris in eisdem" se i danni fossero stati prodotti da calamità naturali o da negligenze dei massari: in quest'ultimo caso l'inchiesta avrebbe richiesto la presenza dei massari delle aziende vicine, del giudice del luogo in cui era ubicata la masseria, di boni homines in veste di testimoni e del mastro procuratore della provincia. Norme specifiche erano destinate alla raccolta e alla conservazione dei prodotti, al governo degli animali, ai famuli che eseguivano i lavori, alla segnalazione di terreni fertili, allo stato di conservazione delle case e agli eventuali lavori di riparazione o restauro.
L'altro cardine, oltre quello massariale, di controllo e governo del territorio era costituito dal sistema castellare, cioè dalla "rete demaniale di fortezze" con le quali lo Svevo aveva inteso recingere l'intero territorio del Regno: "regni nostri pomerium omni vallari munimine" affermerà lo stesso Federico. E la Basilicata costituisce una eloquente riprova di questa politica di incastellamento del territorio a cominciare dal Vulture-Melfese con il castello di Melfi per continuare nell'alto Bradano con il castello di Acerenza e verso ovest con i castelli di Pescopagano, S. Fele e Muro Lucano; scendendo verso il Basento si incontra il castello di Brindisi di Montagna, mentre sul torrente Melandro quello di Brienza e poi ancora i castelli di Abriola, Anzi, Calvello, Gorgoglione, Petra di Acino; verso la costa jonica sono ubicati i castelli di Montalbano, Castrum Petrulle, Policoro, Torremare, mentre verso quella tirrenica i castelli di Lagonegro e Maratea; infine nell'area interna si trovano i castelli di Montescaglioso e Matera.
Con l'ingresso dei castelli nella struttura amministrativa del Regno matura, tra gli altri, la consapevolezza della conservazione e della manutenzione delle fabbriche castellari, tenuto conto che sul loro stato i provisores castrorum dovevano inoltrare una dettagliata relazione alla Curia regis.
E qui va fatto un riferimento a una fonte preziosa che per quanto attiene il nostro specifico problema merita la più ampia considerazione: si tratta dello Statutum de reparatione castrorum attribuito agli anni tra il 1239 e il 1246 e della istituzione dei provisores castrorum effettuata il 5 ottobre 1239. Sta di fatto che dal 1239 in avanti compaiono numerosi documenti emanati dalla cancelleria relativi ai problemi della riparazione e manutenzione dei castelli.
Prendiamo, ad esempio, il castello di Policoro: l'intervento regio fu tempestivo e determinato l'8 aprile 1240; il castrum Policorii minacciava di andare in rovina ("domus dicti castri minantur ruinam") per cui era stato indispensabile effettuare le riparazioni ricorrendo all'intervento finanziario della Curia ("de pecunia nostre curie reparari") fino a quando non venne accertato quali fossero i soggetti che erano tenuti alla riparazione ("requirens prius justitiarium regionis ut inquiri faciat diligenter si per homines loci vel proximos castrum ipsum consuevit et debeat reparari") .
L'indagine venne prontamente effettuata dal giustiziere se nello Statutum risultano come contribuenti per la riparazione di questo castello dell'area jonica gli abitanti di Policoro, Scanzano, Colobraro, Rotondella, Bollita, Trisaia, S. Arcangelo.
Le località che erano tenute ad assicurare il restauro e la manutenzione dei castra e delle domus del demanio regio sono minutamente elencate. Si tratta di ben duecentocinquanta strutture castellari di cui ventinove ricadenti nella Basilicata: i diciannove castra già ricordati di Montescaglioso, Petrullo (presso Pisticci), Torremare (presso Metaponto), Policoro, Gorgoglione, Petra di Acino (tra Cirigliano e Aliano superiore), Melfi, Pietrapagana, S. Fele, Muro Lucano, Acerenza, Brindisi di Montagna, Abriola, Anzi, Calvello, Lagonegro, Maratea, Spinazzola e Rocca Imperiale; inoltre le dieci domus di Montalbano, Gaudiano, S. Nicola d'Ofanto, Cisterna, Lavello, Boreano, Lagopesole, Montemarcone, Monteserico, Agromonte.
Nei rapporti tra Federico II e la Basilicata merita anche particolare attenzione l'infrastruttura portuale: basti pensare all'ordinatio del 5 ottobre 1239 con la quale lo Svevo creava nel Regno undici nuovi porti di cui uno sulla costa jonica, Torremare (presso Metaponto). Ad esso preponeva due custodi, "Henricus de Tenardo de Brundusio" e il notarius "Prudentius de Hostuno".
Torre di Mare, il cui porto originario era molto verosimilmente collocato alla foce del Basento, acquistava una rinnovata importanza per il novus portus che si inseriva nell'habitat in stretta continuità con il castrum fatto costruire dallo stesso Federico II. Alla manutenzione del Castrum Turris Maris dovevano contribuire, oltre gli abitanti del luogo, quelli di Pisticci, Casale Pisticci, Craco, Avinella e Camarda.
Non si dimentichi che tra agosto e settembre 1231 Federico promulgava in un solenne concistoro tenuto tra le mura del castello le Costitutiones regni Siciliae, ma ciò che va evidenziato con particolare vigore è il contenuto della lettera inviata da Melfi il 9 agosto 1232 da Federico al magister Ermanno di Colonia con la quale gli intimava di trascrivere il suo esemplare delle Abbreviationes di Avicenna e del De animalibus di Aristotele tradotti da Michele Scoto.
FONTE: voce di C. D. FONSECA in Enciclopedia Federiciana, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2005.

Principato Citra. 1. Storici moderni del Principato (secoli XVI-XVIII) (Gianvito Martino)

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