La Basilicata moderna. 1. Territorio e popolazione dal Cinquecento al Settecento



Lungo il ciclo della modernità l’ambito territoriale della Basilicata è stato modificato, ampliandosi, in due determinanti periodi, quello spagnolo e quello napoleonico. Fu nel corso dell’età spagnola, infatti, che nel 1643, dopo una riunione del Consiglio del Collaterale, il viceré Medina decise di istituire la nuova Udienza di Basilicata, affidandola a Carlo Sanseverino, conte di Chiaromonte, e fissandone la sede a Stigliano, feudo di sua moglie Anna Carafa. Numerose difficoltà logistiche, comunque, nonché decisi rifiuti dei vari signori feudali, imposero una situazione ventennale di mobilità, definitivamente conclusa nel 1663, quando Matera fu staccata da Terra d’Otranto ed aggregata alla Basilicata . D’altra parte, fu solo nel corso del decennio francese, con la riorganizzazione territoriale attuata da Giuseppe Bonaparte, che, con legge dell’8 agosto del 1806, il capoluogo di provincia sarebbe stato spostato a Potenza, fornendo la provincia di Basilicata e le due Calabrie di un Tribunale straordinario di prima istanza civile e penale. 
Quasi tutti i centri urbani lucani erano fortemente integrati in un tessuto dominato dalle campagne e presentavano quindi caratteri “monofunzionali”, in un fondamentale e stretto rapporto tra popolazione e territorio, probabilmente uno dei caratteri originali nella storia della Basilicata . Del resto, la conformazione geografica della provincia era improntata all’interno, con una vocazione molto scarsa all’aggregazione cittadina e, data l’orografia accidentata, agli interscambi.
Un’efficace rappresentazione della Basilicata nel Cinquecento fu offerta da Camillo Porzio, che, pur sinteticamente, evidenziava i principali elementi dello status geografico e politico-istituzionale della Basilicata: 

«La provincia di Basilicata è quasi tutta dentro di terra, fra la Calabria, Terra di Otranto e di Bari, ed ha solamente verso l’oriente, nel golfo di Taranto, dove finisce la Calabria, un piccolo spazio di mare. […] 
Questa provincia per esser dentro di terra è senza gran città e senza uomini guerrieri. I re di Napoli non pensarono mai di farvi delle fortezze, sì che sarebbe preda di qualunque esercito, che fusse padrone della campagna. […] 
Il re vi possiede due piccole terre di demanio: Lagonegro e Tramutole. Vi ha fanti del battaglione 1537. 
I vescovati sono: Potenza, Venosa, Anglona, Tricarico, Montepeloso, Muro, Melfi, Marsico. A nominazione del re è Potenza. 
I baroni titolari di questa Provincia sono: il Principe di Melfi, il Principe di Stigliano, il Principe di Venosa, il Marchese di Lavello, il Marchese di Riolo, il Marchese di Turso, il Conte di Potenza, il Conte di Saponara.
Il Governatore di Basilicata è l’istesso di Principato Citra».

Le caratteristiche orografiche della Basilicata favorivano, comunque, lo stabilirsi in essa di presidi interni. La popolazione, infatti, era portata ad addensarsi in un numero più ristretto di centri abitati, ovviamente creando, in tal modo, le condizioni per una forte ascesa demografica, comune, del resto, a tutto il Regno. La ripresa demografica registrata nel 1505, infatti, può essere riportata alle mutate e più favorevoli condizioni generali venutesi a determinare a partire dalla metà del XV secolo, quando l’intera penisola visse un periodo sufficientemente lungo di pace, che nel Mezzogiorno d’Italia coincise con l’ascesa al trono di Napoli della monarchia aragonese. 
A tale ascesa contribuirono anche diversi movimenti di etnie straniere, richiamate in Italia dall’instaurarsi di una monarchia, quale, appunto, quella aragonese, attenta ai ceti mercantili - una politica, questa, continuata dal Cattolico -: non va trascurato l’apporto della comunità ebraica lucana, tradizionalmente insediata in molti centri basilicatesi, tra i quali Venosa e Matera. 

Dopo una stagnazione nei primi decenni del Cinquecento, si giunse a circa 230.000 abitanti sul finire del secolo. L’incremento fu particolarmente significativo attorno alla metà del secolo, tanto che, nel 1561, in tutto il territorio provinciale, la popolazione aveva già superato di oltre il 70% i livelli del 1505. Inizialmente furono le aree più forti a risentire più favorevolmente dei benefici effetti della ripresa e del ripopolamento. Ad esempio, nel Vulture si registrò un aumento pari al 100% tra il 1532 ed il 1595, essendo allora la popolazione di questa parte settentrionale della provincia passata da 19.000 a quasi 40.000 abitanti. Venosa, Lavello, Melfi, del resto, ed in genere tutte le terre circostanti erano state investite in modo particolare dal flusso migratorio suddetto, e ciò, insieme ad altre cause di carattere più generale, aveva contribuito a restituire compattezza e dinamicità ad una zona provata dal periodo di crisi durato fino al XV secolo. La costante tendenza ascendente della popolazione, dunque, è spiegabile con l’attenuazione di guerre, pestilenze e carestie, oltre che con l’interesse del potere centrale e dei baroni per le campagne. Tuttavia, già alla fine del Cinquecento si affacciavano i segni di una prima incrinatura all’interno di questo relativo equilibrio faticosamente mantenuto e, accanto a comunità che sembravano mantenere ancora intatta la propria capacità di espansione, risultano altre che anticiparono almeno di mezzo secolo il generale declino di metà Seicento: le vicende demografiche del secolo successivo, infatti, erano destinate a registrare quasi ovunque una tendenza al saldo negativo. 
Si ebbe, infatti, nuova ondata di crisi demografica che si registrò dopo la metà del XVII secolo, esplodendo nella peste del 1656, di cui tutta la Basilicata subì gli effetti negativi. La crisi incise scarsamente sulle popolazioni di Principato Citra e Terra di Bari, mentre la Basilicata appariva colpita più duramente, forse perché le province confinanti erano collegate o vicino alla capitale e, quindi, in condizioni di dare e ricevere aiuti, limitando gli effetti della crisi. 
All’epoca dell’arrivo a Napoli di Carlo di Borbone la provincia di Basilicata rimaneva una delle più vaste, ma anche meno conosciute, del Regno, con una popolazione complessiva di circa 250.000 abitanti, distribuiti in 116 luoghi abitati, solo 16 dei quali regi, non soggetti cioè a giurisdizione feudale, che ancora riguardava l’86% della popolazione. 

La città di Matera contava circa 13.000 abitanti ed era il centro abitato più popolato della provincia, mentre Rionero (ancora casale di Atella) ne contava 3.000 e Avigliano e Potenza rispettivamente avevano una popolazione di circa 6.000 e 8.000 abitanti.
La Basilicata, inoltre, era la più gravata, fra le dodici province del Regno, dal sistema feudale e dal fiscalismo. Oltre ad un’incisiva rete feudale, notevole era la presenza ecclesiastica, con 2.377 chiese “ricettizie”, di origine e carattere laicale, fulcro della locale attività agricola, con una composizione sociale prevalentemente costituita da braccianti e contadini, pastori, artigiani, piccola e media borghesia professionale legata alla terra.
La Basilicata, anche a causa dell’orografia tormentata del suo territorio, si era sempre trovata in condizioni di marginalità, per non dire di un vero e proprio “isolamento” rispetto alla Capitale, dato anche l’assetto viario praticamente inesistente, con un tracciato stradale che non comprendeva l’attraversamento trasversale tra Tirreno e Ionio, nessun collegamento con la fascia ad ovest dell’Agri ed il basso Lagonegrese, ancora serviti da un tracciato che risaliva, nelle sue linee fondamentali, all’impianto della rete viaria romana. Si consideri che in Basilicata esistevano 400 chilometri di strade, in genere non carrozzabili, mentre 91 centri abitati ne erano ancora del tutto privi. La strada di Puglia, la più importante del Regno, che da Napoli, attraverso la valle dell’Ofanto, si dirigeva verso Foggia e da lì a Bari e Lecce, all’altezza di Avellino, con una diramazione per Melfi e Venosa, non «rotabile», costituiva il cammino del “procaccio”. La «consolare delle Calabrie» collegava Napoli con Cosenza e Reggio Calabria ed una sua arteria toccava il lembo occidentale della Basilicata fino a giungere a Lagonegro; da essa, all’altezza del fiume Sele, si dipartiva un ramo che da Campagna, attraverso Castelgrande e Muro, giungeva fino ad Atella. Un’altra diramazione della strada di Calabria prevedeva un collegamento con Potenza attraverso Auletta e Vietri.
Il Materano, più pianeggiante, era, invece, solcato da una serie di cammini naturali, tratturi e “tratturelli”, vie della transumanza che, dal Tavoliere, giungevano fino alle marine dello Ionio, lungo le quali si organizzavano i commerci.
A causa di questi ritardi e della mancanza di istituzioni fondamentali, la Basilicata, dunque, rimaneva, in un certo qual modo, molto più isolata delle altre province, anche nello stile di vita, ancora legato ad istituzioni di tipo patriarcale e pastorale.


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