venerdì 8 marzo 2013

La storiografia locale e un libro del 2004


Il più recente dibattito sulla storiografia locale dei regni di Napoli e di Sicilia lungo tutto il percorso della modernità indica la necessità, da parte degli studiosi, di comprendere appieno un discorso vario e complesso nelle sue diversificazioni e stratificazioni, in passato liquidato dalle istanze positivistiche e "modernizzanti" e solo da pochi decenni pienamente rivalutato nella sua giusta prospettiva, come evidente risultanza di una necessità, da parte delle comunità del Regno di Napoli, di autorappresentazione verso la Capitale e nei confronti di se stessa, divisa tra modalità comunicative visibili a tutti - rappresentate dalle dimore signorili - e modalità di comunicazione verso l’esterno, nell’ottica, sempre, di un costante riferimento alla cultura ed alla rappresentazione della comunità. 
È questo il tentativo intrapreso dal convegno sulla storiografia locale del Mezzogiorno in età moderna, concretizzatosi nel volume, curato da Antonio Lerra, Il libro e la piazza. Le storie locali dei Regni di Napoli e di Sicilia in età moderna, un primo tentativo di unificare le linee di studio che tendono ad intavolare un discorso ampio e nello stesso tempo rispettoso delle diversità e stratificazioni della storiografia meridionale d'età moderna. 
La densa discussione riprodotta nel volume mostra innanzitutto che la storiografia locale che si va costruendo tra XVI e XVIII secolo è in primo luogo un'irrinunciabile pratica culturale, prodotto di una forma mentis in continua evoluzione prima che una compiuta e definita ars historica con sue regole letterarie e compositive: quindi non ha ab initio un suo statuto, ma ingloba vari generi, diverse tipologie che creano man mano una "regola" per un "genere storiografia".
Tale assunto è evidente non solo nella ricchezza delle tipologie, ma anche nel progressivo evidenziarsi, nel corso del volume, di grandi nuclei tematici come la capitale, la città, il feudo e la Chiesa: la loro importanza varia con il tempo e secondo l'ottica dei vari storici, ma fondamentalmente tali soggetti costruiscono l'autocoscienza del Regno di Napoli a partire dal tardo Quattrocento. 
Può essere utile stabilire una periodizzazione della storiografia nazionale napoletana in quattro distinte fasi, secondo quanto stabilito da Aurelio Musi:
La prima fase copre buona parte del secolo XVI e rappresenta l’ideale di “nazione aristocratica” o meglio da un lento rafforzamento dei privilegi nobiliari e del patriziato locale.
La seconda fase compresa, tra la fine del secolo XVI ed i primi decenni del secolo XVII, potrebbe sintetizzarsi nell’ideale di “nazione unita” che solo dopo le rivoluzioni degli anni 1647-1648 assume la connotazione di “storiografia di partito”.
La terza fase, corrispondendo a quasi tutto il secolo XVII, rispecchia la progressiva “crisi della coscienza europea” ma non coincide, diversamente dalle altre due fasi precedenti, con un’ideale progetto politico.
La quarta ed ultima fase si concretizza sul finire del secolo XVIII quando il generico “ideale di  nazione” muta con il concetto di “costruzione materiale del Regno”, in sintonia con il generale clima degli scritti riformisti della seconda metà del Settecento.

Un primo problema della storiografia locale è che il senso civico che da essa affiora potrebbe essere scambiato, nell'ottica moderna, con l'autocoscienza cittadina, il semplice municipalismo che però va visto in un contesto più ampio e variegato come il Regno di Napoli, ricco di una sua peculiare varietà demografica e territoriale che si riflette sulla varietà delle opere storiche e sul loro valore. È, dunque, più giusto affermare che le storie locali non sono municipali: il giudizio di una loro "municipalità" nasce dal concetto di marginalità e perifericità dell'Italia e di Napoli. Non si può tuttavia identificare tout court la nazione con l'Italia: gli storici capiscono benissimo che il problema non è ancora quello di una nazione italiana, ma del senso dell'appartenenza alla nazione dominatrice, del rapporto con il potere. La relazione introduttiva di Aurelio Musi, Storie "nazionali" e storie locali, evidenzia che tale senso civico vada interpretato come tentativo del patriziato, e degli storici che ne difendono i privilegi, di mantenere in vita le realtà locali e i loro assetti anche tramite il discorso storiografico, in cui la storia è piegata a rendersi apologia non solo della costante fedeltà dell'aristocrazia al potere stabilito, ma anche dell'antichità di tali seggi e famiglie, che sono il cuore dell'ordinamento locale. Si spiega, dunque, l'uso costante e massiccio delle archeologie, con ampi - e tendenziosi - ricorsi alle fonti documentarie che vogliono corroborare il diritto non solo di obbedienza, ma anche di resistenza al potere nel caso in cui esso ecceda.
Spesso si ricorre anche all'agiografia: alla fondazione eroica segue la vita del Santo patrono, con il racconto del ritrovamento delle sue reliquie, la descrizione delle chiese cittadine e la cronotassi dei vescovi. Spesso gli storici vengono influenzati, nell'usare questa struttura, dal fatto che scrivono prima vite di santi, poi storie locali, che dalle agiografie riprendono anche il modello dell'exemplum, con un modulo interpretativo di una città come decoro urbano, una vera città-chiesa con la sua sacralità politico-amministrativa, che si staglia di fronte alla sacralità del potere regale e lo integra su un piano di parità.
Lo stesso, ricorrente tema della fedeltà di Napoli viene espresso con il concetto del patto tra sovrani e Regno, che di per sé implica una concezione ben ferma del potere come cogestione e non come pura e semplice accettazione: fermo restando che il territorio si riconosce suddito del sovrano, ossia ne riconosce il diritto di gestire gli abitanti e le risorse, i sudditi stessi richiedono, in modo quasi naturale, dei privilegi in cambio di questa loro obbedienza, ponendo la condizione di criticare in ogni momento e con ogni mezzo la gestione del potere, in una sorta di pactum alla pari. 
Tale concezione dura costantemente fino al Settecento, rappresentando il punto più evidente di una storiografia che, con tutte le sue varie propaggini, è essenzialmente aristocratica nei suoi autori, che sono patrizi urbani o appartengono al mondo ecclesiastico e professionistico, e nei valori che essi esprimono. 
La città stessa viene identificata con l'aristocrazia, e quindi con il pactum stretto con il sovrano, a cui ci si deve ribellare se non rispetta tale compromesso; una tale storiografia è quindi portatrice di un modello conflittuale e dinamico di politica urbana, che verrà poi sostituito nel Settecento, quando gli storici provengono da ceti "rampanti": restano ancora, tuttavia, i particolarismi e il carattere unificante di Napoli, non come "nazione", ma come perno. 
Questa caratterizzazione di una storiografia variegata non solo stilisticamente, ma anche tematicamente ed impostata sulla percezione dell'unità del Regno nelle sue articolazioni provinciali viene a galla in special modo affrontando un genere di lunga durata quale quello delle descrizioni, complementari e inscindibili dal fare storia nell'età moderna. Il lungo percorso delle descrizioni del Regno di Napoli ha come centro unificatore quello di avere un carattere storico-geografico, partendo dai primi tentativi del compendio di Pandolfo Collenuccio, prima storia completa con una descrizione del Regno in cui si legano strettamente, come poi sarà in Biondo e in Leandro Alberti, storia e natura, felicitas dello stato naturale e rovinosa scelta del male operata dalla storia umana. Le descrizioni, insomma, mostrano che la storiografia va a poco a poco unendo politica e geografia, abbandonando il carattere di itinerario-cronaca, per assumere una tipologia in cui si afferma una sempre più attenta descrizione dei vari aspetti sociali, economici e geografici, giungendo infine in maniera compiuta ad autoregolamentarsi come un genere analitico e propositivo, sfaccettato nei caratteri e nello stile, ma fondamentalmente unitario nello scopo perseguito.
La stessa storiografia municipalista siciliana di antico regime permette di riflettere sul particolarismo della storiografia municipale, ricondotto però ad unità di temi e forme all'interno di un contesto in cui le varie realtà conservano una loro autonomia come oggetti di un pactum consegnatisi volontariamente. In ciò gli storiografi locali sono piena espressione di quel sistema imperiale spagnolo ormai saldamente acquisito come una realtà storiografica, in cui de iure si parla di patrimonio del Regno, mentre di fatto le varie realtà sono in mano alle istituzioni locali, che necessitano quindi di conoscere la storia di una città per ricostruire la creazione del suo patrimonio. Di qui l'uso del simbolismo mitico per sostenere le aspirazioni delle varie città, con una notevole diffusione e conoscenza dei classici. 
Non un monolito, comunque, è questa storiografia locale, ricca di generi storiografici, ma allo stesso tempo saldamente imperniata su tali grandi direttrici tematiche.
Le "storie di città", ad esempio, riflettono il legame tra patriziato e territorio nell'ampio periodo delle riforme dei seggi cittadini e dell'emergere, come si è detto in precedenza, di famiglie "rampanti" che vogliono la nobilitazione e cercano di realizzarla anche tramite la figura dello storico "di mestiere". Si evidenzia la presenza di temi che, ferma restando la necessità di cadere in tipologie eccessivamente schematiche, puntano ad un "pubblicismo apologetico", in cui l'opera storiografica tende a farsi discorso di seggi e famiglie, quindi con un forte richiamo al passato come origine e perno della costituzione presente ed allo stesso tempo tronco su cui si innesta la fedeltà verso i regnanti. La necessità di salvare dall'oblio i fasti patrii, così presente e diffusa nelle introduzioni, diviene dunque discorso politico, riassunzione di un'antichità che non è solo modello esemplare, ma origine di tutto quello che la città ha di peculiare. 
Da ciò nasce un genere ampio e multiforme come quello delle storie genealogiche, nato dalla storia "ufficiale" per dare "forza storica" al potere e rinsaldare la nobiltà vecchia o nuova. Le genealogie si pongono dunque in un rapporto complementare con le storie generali, cosicché, mentre le descrizioni forniscono un quadro naturale del regno nei suoi elementi fisici, le opere genealogiche danno una visuale delle componenti politico-morali, accentuando quel tema della virtus di una famiglia che spesso l'opera di committenza ufficiale non aveva trattato. La contiguità tra genealogie e storie cittadine è dunque spiegabile con il diverso uso dei testimonia; se uguale è l'uso erudito dei memorabilia e dei fatti e detti celebri, diverso è lo scopo, che nella storia "generale" tende all'apologia di tutta la comunità, mentre nella genealogia, scritta comunque per una committenza, ma più specifica, l'autorappresentazione porta ad un uso di testimonianze senza alcun vaglio critico, solo allo scopo di risalire a origini il più possibile illustri.
L'idea di nobiltà nella storiografia implica però, una distinzione - spesso polemica - tra nobiltà di sangue e nobiltà acquisita tramite i fatti compiuti. I classici non sono solo testimonianze autorevoli di un passato di stirpi gloriose, ma vengono utilizzati anche per proporre nuovi modelli di virtù umane e di paideia, in cui le virtù morali entrano in gioco come modelli politici. La nuova ideologia barocca mira ad una legittimazione socio-politica attraverso un percorso di "rivendicazione" ideologica che con il puntuale riscontro e riferimento alle fonti intende quantificare la supremazia attraverso il preciso elenco di privilegi ed onori, che nella nuova nobiltà vengono sostituiti dalle professioni giuridiche e liberali.
Anche le storie ecclesiastiche testimoniano della vitalità del dibattito politico tramite la ricerca storico-archeologica e mirano a dare non solo uno spaccato della storia interna degli ordini - quindi nel continuo solco dell'apologetica -, ma anche a giustificare la presenza e il ruolo direttivo dello spazio sacro. La città stessa viene sacralizzata, in quanto i culti e le reliquie vengono "territorializzati" e quindi legati alla città come espressione di una religione "civica", in cui il culto dei santi patroni crea assetti politico-istituzionali e gruppi di potere ben definiti. Si evidenzia, dunque, quel legame tra storia della città e storia della diocesi che è uno dei temi portanti su cui si impernia il dibattito storiografico: la civitas, il corpo civico e le sue tradizioni sono legati non solo all'antichità pagana, ma anche, in maniera rilevante, agli aspetti religiosi e diocesani, con una continua interferenza tra storia sacra e storia profana.
L'editoria è espressione anch'essa di questa produzione dinamica e che interseca continuamente dibattito politico e narrazione storiografica. La grande fioritura storica ed erudita stimola l'industria degli editori, con uno sforzo editoriale ed economico paragonabile a quello degli stampatori veneti del Cinquecento. Tipografi-librai come Vitale, Savio, Paci, sanciscono il predominio quasi totale delle tipografie di Napoli, con un'ampia disponibilità tecnica ed una correttezza tipografica che, in ultima analisi, risponde alla volontà di nobili e sovrani di produrre opere di vasta circolazione, fruibili per eventuali dibattiti.
Punto focale della "rivoluzione" nella storiografia locale è, però, la rivolta di Masaniello: le polemiche sulla rivolta e sulle sue conseguenze muovono discussioni non solo metodologiche, ma anche, e soprattutto, politiche, inerenti il ruolo del patriziato nella rivolta, vera espressione di una storiografia che ancora una volta fa uso dell'erudizione classica per supportare la politica e dare corpo alla retorica con uno scopo esemplare e paideutico inserito nell'azione politica del tempo e nell'aspro dibattito seguito alla rivolta. 
L'operazione storiografica, quindi, si configura pienamente come un prodotto che utilizza erudizione e dati documentari a scopi politici ed apologetici. Il simbolo mitologico, come appare ancora una volta dall'esame delle archeologie, viene "pilotato" dalla città che mira ad una sua egemonia, in cui le doti morali estrapolate dal mito o dalla narrazione leggendaria diventano doti politiche tipiche della città, o del gruppo dirigente, o della famiglia che commissiona l'opera allo storico.
La terza sessione del volume analizza in dettaglio i casi locali, per offrire uno specimen ampio ed accurato che dia un'idea quantomeno generale della produzione delle diverse aree del Regno. Sono esaminate le provincie del Principato Ultra, Principato Citra, Basilicata, Capitanata e Terra di Bari, Terra d'Otranto e, per quanto attiene la complessa realtà siciliana, la città di Enna.
Con la sua frammentazione in città medie e piccole, ogni provincia mostra un carattere di microsistema chiuso, in cui anche le opere storiografiche, pur nel consueto uso dei topoi eruditi e mitologici, mirano al fine pragmatico di "protezione" della tradizionale costituzione: si evidenziano realtà articolate, marginali dal punto di vista politico, tenacemente legate all'autolegittimazione, ma d'altro canto indagate da storici di influenza e formazione politica o teologica, quindi provenienti dai due poli fondamentali di Napoli e Roma.
La storiografia locale, dunque, va dunque considerata come complesso prodotto della circolazione di modelli culturali e politici, qual è quella dell'età moderna, imperniati sul carattere della discussione. 
In questo vasto panorama la circoscrizione dei generi e delle tematiche ha il positivo risultato di far affiorare il carattere di dibattito che permette di calare documenti e azioni del passato nel contesto di una società in continua evoluzione, volta ad autodefinirsi tramite la rappresentazione delle proprie radici e ad evidenziare se stessa, nei confronti del potere centrale, come autonomia. 

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